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lunedì 12 settembre 2016

VENEZIA 73. I figli del Leone. Sul concorso "maggiore" e sui premi

Mariuccia Ciotta

I giurati di Sam Mendes, divisi in tutto, non prendevano neppure il caffé insieme. E se Lav Diaz, l'unico Leone possibile, ha prevalso, i leoncini precipitati a pioggia sui film più disparati ha provocato una forte dispersione critica, anche a causa di un regolamento (assurdo) che non permette a un solo titolo di accumulare premi.
Così, ecco che il più grande cineasta di oggi dopo Diaz, e prima di Terence Malick, è lo stilista Tom Ford che con il suo Nocturnal Animals vince il Leone d'argento – Gran Premio della giuria. In questa opera seconda, Ford, per non rischiare, confeziona due film in uno, il primo distillato di haute couture, come l'elegante esordio di sette anni fa, A single man, e il secondo un “giustiziere della notte” con feroci stupratori dalla camicetta firmata e sceriffi killer, storia che non pone problemi né di stile né morali essendo un racconto che la protagonista legge e visualizza in incubi a occhi aperti, dando fondo alla memoria cinematografica collettiva. Va bene il ritorno dei generi, anche degenerati, ma gli autori di oggi, in prevalenza europei, rischiano la citazione farsesca dei classici, e addirittura di Tarantino.
Un altro Leone d'argento, questa volta alla regia, è stato diviso in due tra il polipo alieno pansessualista del messicano Escalante e la requisitoria in bianco e nero del nazismo, riveduto da dio e da Konchalovsky direttamente in Paradise, la produzione, però, è russo-tedesca, come si può notare dal fascinoso giovane aristocratico che crede negli ideali SS, una specie di Eichmann in bella forma, e dalla seducente aristocratica russa fuggita dai bolscevichi, fatta santa anche se collaborazionista (poi pentita).
Il premio più inconcepibile, però, è andato a Jackie del cileno Pablo Larrain, in cima alle stelline dei critici dopo La La Land di Chazelle, che insegna a fare i musical senza coreografie né ballerini, basta la performance solitaria e atletica, come in Whisplash.
Il premiato, in realtà, è per Noah Oppenheim, autore della sceneggiatura sui quattro giorni dopo l'assassinio di John F. Kennedy vissuti dalla vedova, interpretata da Natalie Portman, che ha perso la Coppa Volpi, andata a Emma Stone (La La Land), sempre nel gioco perverso di incastri. Jackie, infatti, era il miglior candidato per la categoria miglior attrice protagonista, e avrebbe potuto conquistare anche un premio per la regia. E invece gli è toccata lo script, che Larrain ha affidato a Oppenheim, newyorkese, produttore e sceneggiatore di serie tv ambientate in un mondo distopico, The Divergent e Maze Runner, e co-ideatore del programma Mad Money, al quale si ispirò Jodie Foster per Money Monster, contro Wall Street.
La sceneggiatura di Jackie attraversa in segreto l'abbagliante trama visiva di Larrain, al quale non piacciono i film che rispondono alle domande perché è il pubblico a dover riempire i vuoti. Il suo Jackie è un tale cumulo di risposte sbagliate che in effetti è meglio evitare le domande. Oppenheim si affida innanzitutto alla Commissione Warren per raccontare l'assassino di John F. Kennedy, un presidente così fatuo, solo glamour e mondanità, che non si capisce chi può averlo ammazzato se non lo spostato Lee Oswald, il “comunistello”, il quale fu ucciso da un altro fuori di testa, Jack Ruby, mentre Jackie si stava provando i completini Chanel e cercava di dare un po' di sostanza presidenziale al marito sciupafemmine leggendo Lincoln.
L'uomo al quale nel film viene attribuito, dal fratello Bob, il tentativo di invadere Cuba, mentre John si oppose alla Baia dei Porci, e per questo, è l'interpretazione più accreditata, fu ucciso da agenti anti-castristi in combutta con la Cia, era, si legge nella sceneggiatura premiata alla 73 Mostra di Venezia, un vanesio incapace di intervenire su diritti civili, razzismo, guerra in Vietnam. Il presidente che voleva essere Re Artù e ogni mattina ascoltava le musiche di Camelot, il suo mondo ideale, l'America in forma di musical.
Il film ha molto commosso per l'intensità di Natalie Portman, e oscurato l'obiettivo di un regista che ha raccontato superbamente il Cile politico e che a sorpresa sceglie per il suo primo lavoro americano Jacqueline Lee Bouvier. Ma è sul capezzale di Kennedy che si protende, dopo il Post mortem di Allende. E lo fa nel modo più sprezzante possibile e più subdolo, spingendo in primo piano le lacrime di una donna, colpevole di aver condiviso una presidenza di "puro spettacolo", così come i funerali del presidente ucciso a Dallas. La speranza democratica Usa, dopo gli anni del maccartismo, si fermerà con l'omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King nel 1968, e s'infiammerà nello stesso anno in tutto il mondo.


VENEZIA 73. I figli degeneri del Leone

Mariuccia Ciotta

I giurati di Sam Mendes, divisi in tutto, non prendevano neppure il caffé insieme. E se Lav Diaz, l'unico Leone possibile, ha prevalso, i leoncini precipitati a pioggia sui film più disparati ha provocato una forte dispersione critica, anche a causa di un regolamento (assurdo) che non permette a un solo titolo di accumulare premi.
Così, ecco che il più grande cineasta di oggi dopo Diaz, e prima di Terence Malick, è lo stilista Tom Ford che con il suo Nocturnal Animals vince il Leone d'argento – Gran Premio della giuria. In questa opera seconda, Ford, per non rischiare, confeziona due film in uno, il primo distillato di haute couture, come l'elegante esordio di sette anni fa, A single man, e il secondo un “giustiziere della notte” con feroci stupratori dalla camicetta firmata e sceriffi killer, storia che non pone problemi né di stile né morali essendo un racconto che la protagonista legge e visualizza in incubi a occhi aperti, dando fondo alla memoria cinematografica collettiva. Va bene il ritorno dei generi, anche degenerati, ma gli autori di oggi, in prevalenza europei, rischiano la citazione farsesca dei classici, e addirittura di Tarantino.
Un altro Leone d'argento, questa volta alla regia, è stato diviso in due tra il polipo alieno pansessualista del messicano Escalante e la requisitoria in bianco e nero del nazismo, riveduto da dio e da Konchalovsky direttamente in Paradise, la produzione, però, è russo-tedesca, come si può notare dal fascinoso giovane aristocratico che crede negli ideali SS, una specie di Eichmann in bella forma, e dalla seducente aristocratica russa fuggita dai bolscevichi, fatta santa anche se collaborazionista (poi pentita).
Il premio più inconcepibile, però, è andato a Jackie del cileno Pablo Larrain, in cima alle stelline dei critici dopo La La Land di Chazelle, che insegna a fare i musical senza coreografie né ballerini, basta la performance solitaria e atletica, come in Whisplash.
Il premiato, in realtà, è per Noah Oppenheim, autore della sceneggiatura sui quattro giorni dopo l'assassinio di John F. Kennedy vissuti dalla vedova, interpretata da Natalie Portman, che ha perso la Coppa Volpi, andata a Emma Stone (La La Land), sempre nel gioco perverso di incastri. Jackie, infatti, era il miglior candidato per la categoria miglior attrice protagonista. E invece gli è toccata lo script, che Larrain ha affidato a Oppenheim, newyorkese, produttore e sceneggiatore di serie tv ambientate in un mondo distopico, The Divergent e Maze Runner, e co-ideatore del programma Mad Money, al quale si ispirò Jodie Foster per Money Monster, contro Wall Street.
La sceneggiatura di Jackie attraversa in segreto l'abbagliante trama visiva di Larrain, al quale non piacciono i film che rispondono alle domande perché è il pubblico a dover riempire i vuoti. Il suo Jackie è un tale cumulo di risposte sbagliate che in effetti è meglio evitare le domande. Oppenheim si affida innanzitutto alla Commissione Warren per raccontare l'assassino di John F. Kennedy, un presidente così fatuo, solo glamour e mondanità, che non si capisce chi può averlo ammazzato se non lo spostato Lee Oswald, il “comunistello”, il quale fu ucciso da un altro fuori di testa, Jack Ruby, mentre Jackie si stava provando i completini Chanel e cercava di dare un po' di sostanza presidenziale al marito sciupafemmine leggendo Lincoln.
L'uomo al quale nel film viene attribuito, dal fratello Bob, il tentativo di invadere Cuba, mentre John si oppose alla Baia dei Porci, e per questo, è l'interpretazione più accreditata, fu ucciso da agenti anti-castristi in combutta con la Cia, era, si legge nella sceneggiatura premiata alla 73 Mostra di Venezia, un vanesio incapace di intervenire su diritti civili, razzismo, guerra in Vietnam. Il presidente che voleva essere Re Artù e ogni mattina ascoltava le musiche di Camelot, il suo mondo ideale, l'America in forma di musical.
Il film ha molto commosso per l'intensità di Natalie Portman, e oscurato l'obiettivo di un regista che ha raccontato superbamente il Cile politico e che a sorpresa sceglie per il suo primo lavoro americano Jacqueline Lee Bouvier. Ma è sul capezzale di Kennedy che si protende, dopo il Post mortem di Allende. E lo fa nel modo più sprezzante possibile e più subdolo, spingendo in primo piano le lacrime di una donna, colpevole di aver condiviso una presidenza di "puro spettacolo", così come i funerali del presidente ucciso a Dallas. La speranza democratica Usa, dopo gli anni del maccartismo, si fermerà con l'omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King nel 1968, e s'infiammerà nello stesso anno in tutto il mondo.


domenica 11 settembre 2016

VENEZIA 73. Ha vinto il migliore. Cosa rara. Un commento sui premi, sulla giuria e sul comitato di selezione





Lav Diaz, Leone d'oro. Foto di Claudio Onorati (Ansa)
Roberto Silvestri

Sorprendendo tutti ha vinto il migliore film di Venezia 73, La donna che partì. Non succede mai che vinca, in un megafestival, l’opera più appassionante e dinamica, più sorprendente e incalzante. Il film più “cinema”. Qui non si tratta infatti di prendere le parti dei cinefili drastici  e pallosi o dei consapevoli e moderati tutori del piacere schermico popolare, così divertenti. Non c’è stata nessuna guerra, al Lido, tra Giusti e ghezzi o tra Straub e Grease. Perfino Il viaggi del tempo di Malick e Spira mirabilis esempi piuttosto radicali di film non narrativi, sono piaciuti. La donna che partì ha l’high concept di unificare Randal Kleiser con l’Empedocle. E’ concentrato e serio, non adatto a perditempo, come Grease, e contemporaneamente ferreo e impalcabile nella struttura, ma libero e giocoso, come Dalla Nube alla Resistenza (o una serie Usa tv), nel fraseggio.  Ma. Ci si chiede. Diaz? E chi è? Nessuno andrà a vedere il film nelle sale perché dura come Via col vento, 226’, è in bianco e nero, non ci sono star da rotocalco: quale distributore italiano avrà mai il fegato di comprarlo? Heimat è stata una eccezione irripetibile. Roba da festival. No. Non è vero. A parte che questo bianco e nero (grazie anche a Daniele Ciprì, sta diventando il più caleidoscopico dei cromatismi, e va di moda).  

Charo Santos-Concio in La donna che partì di Lav Diaz
Le Mostre d’arte (quando funzionano) devono prefigurare profitti altri, pensare al pubblico e al Mercato mondiale del futuro, mai a quello presente oltretutto in crisi o alle periferie più marginali e subumane dell’impero. Se no basterebbe il box office a staticizzare il mondo e chiudere la partita (e qui entra in gioco l’importanza e la responsabilità che deve avere la critica libera e che pesa e che parla a 500 mila persone). Inoltre Venezia ha un bonus, gioca anche a un altro tavolo. Ha una seconda giuria. Gli Oscar. E adesso entrerà in competizione con Cannes, Telluride e Toronto, proprio perché il suo scopo è anche diventare indispensabile per le major e per il cinema che attualmente conta, cioè lanciare film da Oscar (e quest’anno ne era pieno il programma, oltre 20 film americani, cosa che ha scandalizzato, e non poco, Le Monde e Liberation e ha fatto bene).

Comunque, per ora, ha vinto non il cinema settario e “fast food”, ma quello per buongustai aperti alla multipla esperienza, che poi sono i critici riscrittori del “nuovo cinema a venire” perché riesplorano quello antico, classico o dimenticato con maggiore efficacia degli altri (cinefilo non è una parolaccia, ma come ci insegna Steve Della Casa, non a caso autore di un elogio della Lorenza Mazzetti, vuol dire solo questo: filologo acuto).


La donna che partì di Lav Diaz è un Leone d’oro che va per la prima volta in Filippine, e giustamente consacra al massimo livello (dopo Locarno e premi minori a Cannes e Venezia) uno stupefacente total filmmaker. Fa davvero tutto lui. Scrive produce monta illumina musica, spesso interpreta… Le tecnologie oggi lo permettono. Il basso costo molto lavorato è tornato a essere non solo il marchio della flessibilità infernale, ma anche un occasione per cambiare lo stato di cose vigenti. Come nell’epoca delle nouvelle vague e dei cinema free. 
E’ la 27esima regia di un cineasta che sta reinventando completamente il rapporto tra produzione e ricezione di immagini. Mi ricorda, e non solo per i bianchi e i neri e i grigi che danzano meglio di Ryan Gosling, degni della tradizione hollywoodiana classica, più ancora che il maestro filippino di Diaz, realista ma con gli artigli, Lino Brocka (che Cannes ebbe il merito di fiancheggiare in anni altrettanti bui per Manila, quelli contro la dittatura Marcos), proprio Allan Dwan (mai sprecare un solo secondo, mai giocare con gli orpelli) e il suo occhio prensile (John Alton), o John Ford (che girava in modo tale che i suoi film non potessero mai essere “rimontati” maldestramente dagli studi) o Orson Welles, capace di trascinarci dentro l’inquadratura nei luoghi “paria”, negli sfondi bui, e nei lati estremi, democratizzando la visione.  Anche Diaz aggredisce esplora i nuovi territori del piacere, dell’emozione schermica dentro e fuori l’immagine. E polemizza contro chi pensa che per essere un buon regista basta provocare una emozione devastante di commozione a comando, come chi prepara in clandestinità una “bomba spirituale” di immensa potenza da far esplodere a orologeria, sulla tre quarti della narrazione (è stato il tormentone di questa Mostra, il film commuovente: da La la land a Jackie, da Paradiso a Nocturnal Animals hanno tutti usato i trucchi prevedibili dell’ “esperto professionista”). Diaz, che è più un operaio che un white collar del cinema, oltretutto mi è sembrato l’unico capace di affrontare la grande sfida con il cinema anfetaminico dei super eroi di oggi. I Michael Bay con i suoi ritmi da Mach 2. Bisogna inventare “forme”, unità spazio temporali altrettanto seducenti. All’immagine costretta ad annullarsi e a diventare vuota e cieca (per merito del montaggio epilettico) e il diletto dello spettatore è riempirla, re-immaginarla, Diaz contrappone un altro tipo di piacere visuale. Rallenta. Ferma.  Ha bisogno di far giocare velocemente non i personaggi del film d’azione, ma l’occhio dello spettatore, che diventa lui il Transformer delle immagini statiche, dei  lunghi (qui non tanto) piani sequenza, spostandolo continuamente anche nel fuori campo. Che è un fuori campo nel quale si sovrappongono cronaca, storia, politica, spiritualità, musica, il thriller, la suspense, la mutazione, la violenza, il carcere, la tortura… Insomma si è schiacciati dalle informazioni-emozioni, nei suoi film. E non solo sulla tre-quarti del tempo. Ma sempre.
In questo film poi, che più tradizionalmente mette in scena un racconto pacifista di Tolstoj, Diaz è ancora più del solito comunicativo, popolare, semplice, eccitante.  Diaz infine ha svolto con più profitto il tema-quesito scelto quest’anno dall’equipe di Alberto Barbera. Come reinventare, dopo i giochi pirotecnici della postmodernità, il cinema di genere? Recuperando il patrimonio etico perduto (ecco la soluzione del quesito) che gli altri (a parte Ana Lily Amirpour, più vicina a Gianfranco Rosi che a George Miller e all’America del passato Bush che al futuro distopico) non sanno come maneggiare. Konchalovsky mette nazisti e comunisti sullo stesso piano (una spanna sopra la cristianità ortodossa di una “russa bianca”. Putiniana?). Chazelle torna all’individualismo drastico, perché quello democratico gli sembra “ideologico” e si dimentica che il conflitto vincente/perdente è proprio reaganismo volgare. Larrain fa dell’antiamericanismo da operetta (il premio per la sceneggiatura è uno sberleffo involontario). Tom Ford è un po’ ipocrita quando relega alla fiction, e all’equazione imposibile Jake Gyllenhal alias charles Bronson, la sua attrazione fatale e funestaper “il giustiziere della notte”. La scatola orgonica di Escalante è più sessuofobica che reichiana… Insomma questa vittoria è proprio  un salutare shock. Come se Hitch avesse vinto l’Oscar, come quando Jonathan Demme lo vinse. E’ infatti una vera sorpresa, nei grandi appuntamenti internazionali, spesso pilotati da major, o succedanei locali, che vinca davvero il migliore. Bisogna complimentarsi allora con chi ha scelto i film (per averne messi uno più di una spanna superiore agli altri) e con la giuria, moderata nel companatico, nei premi collaterali, ma radicale, e molto, nella sostanza. E ricordare tutti i loro nomi. Laurie Anderson (Usa), Gemma Arterton (Gb), Giancarlo De Cataldo (Italia), Nina Hoss (Germania), Chiara Mastroianni (Francia/Italia), Joshua Oppenheimer (Usa), Lorenzo Vigas (Venezuela) e Zhao Wei (Cina). Una giuria a maggioranza femminile, non fosse che al presidente, Sam Mendez (Gb), spettano due voti. E a stragrande maggioranza occidentale.

venerdì 9 settembre 2016

VENEZIA 73. Finalmente la Mostra ha il suo vincitore. Perché "La donna che partì" di Lav Diaz è il migliore

Lav Diaz, il vincitore, per ora moraled

Roberto Silvestri
VENEZIA

Il ventisettesimo film diretto da Lav Diaz. Ma anche quelli di Wang Bing, Emir Kusturica, Benoit Jacquot... La cosa più sorprendente della Mostra 73 è che sono stati stipati tutti negli ultimi due giorni (forse per costringere gli ospiti a restare fino alla fine, come fa Cannes) i film che, più direttamente infuriati politicamente alcuni, più teorici e di autoriflessione sul mezzo gli altri (A jamais, da Dom De Lillo di Benoit Jacquot è un'opera squisitamente metacinematografica, strano che la Croisette l'abbia respinta), hanno maggiore dimestichezza, rispetto alle operine alla moda di Tom Ford e Chazelle, con il cinema e la sua secolare tradizione di lavoro duro sulle immagini, sul tempo, sulla tavolozza cromatica e spaziale, sul sonoro, sul movimento, sulla recitazione, sulla storia e sulla battaglia delle idee, tra cielo e terra e delle armonie. Il cinema filippino poi è oggi grande e bello almeno quanto il ciclo di immigrazione delle sue donne che stanno rendendo tutto il mondo più pulito e vivibile.
Charo Santos-Concho in La donna che partì
Lav Diaz poi è un erede di Lino Brocka. Non parla di fumo ma artiglia i suoi drammi di vita vera ben dentro le lotte politico-sociali del paese. E un polistrumentista dell'arte davvero unico. Poeta e musicista oltre che total filmmaker, ha anticipato le serie tv nordamericane realizzando, scrivendo e montando film appassionanti e a bassissimo costo lunghi fino a nove, dieci, dodici ore, ma come se fosse John Ford a tracciarne i sentieri morali (anche se sembrano selvaggi) e non un esperto in sondaggi. E questa volta merita un riconoscimento internazionale forte. Visto che finora ha vinto solo a Locarno, e a Berlino e Venezia non l'Orso né il Leone. Sarebbe scandaloso mandarlo via a mani vuote. Ma di Mendes & co. non mi fido.
Dunque La donna che partì (Ang Babaeng Humayo), dramma in tagalog della vendetta. Quasi quattro ore e in bianco e nero. E' ambientato nell'isola di Mindanao (dove Diaz è nato), durante i famigerati anni novanta dei sequestri di persona più efferati (e mentre moriva, siamo esattamente nel 1997, Madre Teresa di Calcutta e veniva assassinata lady Diana). Non che oggi non sia peggio visto che il nuovo presidente minaccia ancora più squadroni della morte e chiama Obama “un figlio di puttana”. The women who left è stata la prima vera grande esperienza emozionale schermica (e fuori campo) di questa edizione. Sala azzittita. Nessuno si alza, nonostante la sfilata di lunghi piani sequenza, che generalmente aizzano alla grande fuga, forse perché il gioco cromatico dei grigi, dei neri e dei bianchi è da caleidoscopio manovrato da un prestidigitatore sopraffino. Dunque. Leone d'oro alla regia, coppa per la migliore recitazione femminile a Charo Santos-Concho per il ruolo di Horatia Somorostro, i mille volti della donna filippina di oggi colti in profondità e semplici tocchi sintetici: dura, pia, laboriosa, canterina, danzerina, assassina, meditabonda, compassionevole, poetica, incazzosa, sola...insomma una personalità poliedrica, contraddittoria e non facile da riassumere in un solo aggettivo, perché una vita, come ha scritto Tolstoj in Dio vede la verità ma non la rivela subito che è il racconto che ha ispirato il film, è frutto più della casualità che della linearità di un tragitto esistenziale. Peccato che si chiami ancora coppa Volpi (perché prendersela con i nostri tifosi che salutano la nazionale come se fossimo ai tempi di Pozzo? Prendiamocela prima con i vari Francheschini). Senza neppure discutere darei anche un premio tecnico-artistico al direttore della fotografia (sempre Lav Diaz, autore totale, solo Daniele Ciprì è alla sua altezza) o allo scenografo (Popo Diaz, è un parente?) che disegna carceri, interni di case, ristoranti e baracche destinate alla demolizione gerontografica con il cuore oltre che con le matite.
Horacia si è fatta 30 anni di carcere per un omicidio che non ha commesso perché è caduta in una trappola escogitata dal boss mafioso locale, furioso perché respinto da lei. Torna nel paese dopo la confessione della vera colpevole. Acquista una pistola al mercato nero. Aspetta il giorno e il luogo giusto per fare giustizia (una chiesa sarebbe il massimo, ovviamente, vista la connivenza tra potere materiale criminale e potere spirituale). Intanto Horacia ci fa scoprire con esattezza il luogo in cui vive e trama: grande ricchezza per pochi e immensa povertà per tutti gli altri. Lei sopravvive gestendo di giorno un ristorante con cameriera zoppa e adorato cuoco e gironzola la notte vestita da uomo, come fosse un Batman giustiziere filippino. Fa del bene ai derelitti del posto. A un gobbetto che vende street-food risolve il problema del ricovero in ospedale (troppo costoso) per il figlio che si è avvelenato mangiando cibo avariato; a una cameriera sfruttata a vita regala terre da vendere a buon prezzo; a una straccivendola con mille figli, dà da mangiare, e salva la vita a un travestito di nome Hollanda, massacrato di botte e struprato da un nugolo di nullafacenti “nocturnal animals”. Lui gliene sarà grato eternamente, fino a sdebitarsi in un modo tale da far vergognare Tom Ford e la sua nostalgia perversa per il retrogusto fascista di Il giustiziere della notte e di chi si fa giustizia da sé. Lunghi dialoghi, mai didascalici, permettono di incorporarci nella struttura di potere e nella storia di classe della zona (adiacente a un centro di guerriglia prima maoista e poi islamista decennale), nel tessuto morale dei personaggi, ricchi di chiaroscuri. Perfino il boss mafioso ha qualche scrupolo. Perfino la nostra eroina ha degli scatti di ira violenti che segnalano come il carcere riformi davvero la psiche del malcapitato innocente. E poi lo schermo. Ai quattro angoli del rettangolo solo cielo e terra, quasi mai cemento. Non un piano sbagliato, non una luce senza senso, non un secondo di troppo, non un campo lungo sprecato, perché tutto serve a disegnare la mappa degli eventi, le dinamiche prospettiche, profondità di campo e campo piatto, le strade sbarrate, il gioco barocco degli spazi interni aperti e di quelli esterni chiusi (come la minacciosa spiaggia notturna mai così dark). Mai un errore di “background, medground, foreground”...cioé quando si piazzano tre attori uno più ravvicinato dell'altro e uno sullo sfondo, e proprio la loro collocazione, lì e non altrove, fa avanzare il racconto e ti spiattella il peso morale specifico delle loro azioni e delle loro parole. E' strano Wang Bing e Lav Diaz sembrano usciti dalle scuole di cinema dell'Usc o dell'Ucla californiano, tanto maneggiano bene i fondamentali della azione visiva, ed ecco perché non annoiano mai i loro lunghi film, e si scoprono avidi lettori delle lezioni di Bruce Block (The Visual Story) il manuale che ha formato la generazione più agguerrita di sforna-blockbuster, insegnando a ottimizzare l'effetto emozionale voluto, lì fai piangere, qui fai ridere, lì dinamizzi il climax, qui fai un vuoto emozionale, lì tieni in pugno la platea con un suspense insostenibile, qui vivacizzi il ritmo.... La loro lettura del manuale certo non è superficiale. Impara l'arte e poi mettila da parte.
Wang Bing
Specialista, dal 2002, in immagine statiche che vibrano, Wang Bing, il fotografo e poi documentarista di profondità che si potrebbe definire quasi un “oculista del reale”, è arrivato a 14 ore di immagini corrosive, e non sempre confortevoli, a proposito dei fondisti cinematografici, in Crude Oil, un'istallazione del 2008. Ed è stato appena consacrato nel numero estivo di Film Comment con un articolo intitolato “Il peso del mondo” che lo colloca tra i critici spietati del gusto melodrammatico e apologetico della “quinta generazione” e tra i fondatori del New Documentary Movement che si propone di catturare la nuda esistenza dei dannati della terra di oggi, di chi è più invisibile o d'intralcio (come le minoranze etniche di cui parla in Ta'ang, 2016) assieme ai colleghi Jia Zangke, Zhao Liang, Huang Weikai, Wang Chao, Lixin Fan e Du Haibin. E anche ad alcuni cineasti occidentali che per trovare bellezza e ricchezza spirituale devono fare i conti con la miseria più miserabile e guardarsi dall'incurabile perversione del populismo (Pedro Costa, o i fotografi Jacob Riis e Lewis Hine). Wang Bing prosegue, qui con finanziamenti e creativi anche francesi, la sua spietata indagine sulla Cina di oggi (rurale, marginale, postindustriale) arrivando con sottile ironia all'inchiesta operaia nel suo Bitter Mony, soldi amari, a colori, in concorso nella sezione Orizzonti. Non si tratta però dell' “inchiesta operaia” di tradizione maoista drastica, anche perché qui uno dei tre pilastri dialettici sembra proprio andato in vacanza. L'antitesi. Niente lotte. Niente organizzazione. Nessuna cospirazione. Pare che sia svanita perfino la “rabbia” (ma siamo sicuri di intravederla nel fuoricampo e nello sguardo di chi filma) che negli Usa, dalla fine dell'800 ha sostituito, come antidoto dell'immaginario (i beat, i freejazzmen...) il partito di classe, che invece in Cina si è auto fatto fuori con astuzia, mettendosi al potere per non intralciare gli affari. La tesi è che la globalizzzione sta distruggendo (provvisoriamente?) la classe operaia cinese del settore tessile, in particolare, ma si parla anche di immensi problemi nei settori minerario, metallurgico e petrolchimico... E, sia nelle piccole che nelle grandi fabbrica lo sfuttamento intensivo è lo stesso. Paga bassa, anzi subumana, 12 ore di lavoro senza contare gli straordinari, nessuna tutela pensionistica o sanitaria perché il precariato ovunque impera, particolarmente penalizzate le donne, bersaglio prediletto delle frustrazioni domestiche. Dunque emigrazione interna frenetica. Si vaga come in Zombi di Romero. 
Wang Bing cerca di scoprire un barlume di opposizione a questo ubbidire imposto. Il contrattare con il padrone il prezzo dei piumini, non si può scendere, per il subappaltatore, sotto gli 11-12 yuan. Ma il padrone preferisce non produrli più. Oppure. L'ostinatezza di una moglie picchiata e cacciata dal marito senza un soldo, per esempio. E che non può chiedere aiuto alle istituzioni. Assenti. Ma solo contrattare, con un amico comune, una buona uscita non troppo umiliante. Il tutto avviene, ed è immaginabile, con devastanti ripercussioni sulla psicologia di massa di un paese nel quali i soldi, per decenni, non hanno contato nulla (nel 2013 'Til Madness DoUs Part analizzava l'universo concentrazionario manicomiale in Yunnan). Si lascia questa volta in treno veloce, ma scomodo, lo Yunnan per arrivare nelle metropoli della costa orientale dove brulica il precariato. Seguiamo tre o quattro di questi lavoratori part-time che vanno al mattatoio. I rapporti privati si fanno sempre più violenti e oppressivi. Sopratutto nelle briciole di tempo strappati al lavoro. 
Anche Wang Bing utilizza cambi di focale per stringere e allargare il campo visivo con perizia, accarezzare i buoni e strangolare i cattivi. E' la tecnica dell' “immersione distaccata” del cinema diretto, alla Wiseman. Così distaccata che a un tratto, anche se vediamo solo cinesi in campo, sembra di guardare quel che avviene in tutto il mondo, là dove non c'è neppure uno straccio di partito comunista, né al potere né all'opposizione.



Fuori concorso Benoit Jacquot è in cerca del tono giusto, e non sempre lo acchiappa, per dare la vista e la vita a un racconto di Dom De Lillo, The Body Artist, in A Jamais, prodotto da Paulo Branco e girato in Portogallo. Vi si racconta la storia d'amor fou tra un cineasta, Rey (Mathieu Amalric) e una performer, Laura (Julia Roy) che il regista incontra in un museo d'arte contemporanea mentre si esibisce in tuta nera e movimenti di danza minimalista, parallelamente alla proiezione di un suo film. Scatta la passione e lui, piantata la sua musa di sempre (Jeanne Balibar), la porta con se', sulla sua moto veloce, in una villa ultra chic sul mare, dai colori grigio-marroni come le cucine Scavolini più care, dove vive e lavora Rey, senza che strani rumori provenienti dal soffitto (l'inconscio?) lo turbino più di tanto. Morto in un incidente di moto (o suicida?) il regista riappare (i rumori erano dunque una anticipazione profetica) alla donna come sogno ostinato, spettro delicato, ologramma di realistica perfezione. Con i suoi gesti, le sue parole, la sua presenza e una ossessiva passione on line per una inquadratura fissa autostradale (di cui si capirà il senso nel proseguo). La donna prende appunti e se ne avvarrà per una performance di immenso successo, e sfondo autostradale, una volta elaborato il lutto, smaltito lo shock e pagato l'affitto (salato) all'antipatico padrone di casa.


Ci sono ancora due film del concorso di cui vorrei parlare prima che i giochi siano fatti e i premi annunciati e discussi. Ha avuto molto successo di critica e di pubblico Il cittadino illustre, diretto con entusiasmo dalla coppia argentina Mariano Cohn e Gaston Duprat. Il copione che mi ricorda un film di Fabio Capri, è tutto gettato sulle spalle dell'attore protagonista Oscar Martinez, attento a non trascinare tutto nel grottesco più facile, e a rendere verosimile, quasi realista, e zeppo di spunti comici, il ritorno a casa, dopo 40 anni, del suo personaggio. 
Uno scrittore, un po' orso di carattere, che ha vinto il Nobel (non come Borges) ma – nessuno è profeta in patria - lo ha fatto a spese del paesello di origine, Salas, descritta come un inferno piccolo borghese ipocrita nella fede e sciovinista, pronto ad ogni orrore per denaro e a buttarsi tra le braccia di qualunque sanguinario dittatore.Cosa che ha fatto. Ovvio che il ritorno a casa, per Daniel Mantovani, si rivelerà meno glorioso del previsto ed è soprattutto collegato a un suo grande amore mai dimenticato. E, tra una lezione di scrittura e l'altra, una conferenza contestata, un premio di pittura truccato e l'inaugurazione della sua stessa,orribile statua, Mantovani ha modo di riallacciare antichi legami e aggiungerne di nuovi e freschi. Gli sarà fatale quello con la figlia, molto intraprendente, della sua antica fiamma. Il gioco riesce e la commedia sfiora punte quasi degne delle migliori commedie serve o ceche (Menzel, Sijan). Daniel Mantovani riesce a diventare in pochi giorni l'oggetto dell'odio di tutti. Fino a rischiare la pelle accettando di partecipare a una battuta di caccia al cinghiale notturno senza rendersi conto che il cinghiale è lui è chi spara il marito della sua ex amante e il padre della sua nuova amante. Ma ne trarrà un libro con il quale potrà continuare a vincere premi, offenderndo tutti coloro che, dai compaesani agli accademici di Svezia, non si rendono conto che l'arte è ilcoraggio di dire la verità, nient'altro che la verità. Per quanto spiacevole sia.


la fascista antifascista 
Non è d'accordo Andrei Konchalovsky che riesce a diluire con il tono della barzelletta perfino la più grandi tragedia del Novecento. In uno dei peggiori film, se ben lo si scruta dentro, tra quelli visti in concorso (poiché la maestria del cineasta è risaputa). Ci sono quattro personaggi. Olga, una gran dama, russa bianca e bionda, scappata in Francia al comunismo, frequentatrice di raffinati festini nazifascisti in Italia durante gli anni trenta, che finisce nel lager per aver cercato di salvare (chissà perché) dei bambini ebrei. Forse per un carattere stravagante e una certa elegante superiorità superba che avrà modo di manifestare a fine film, per colpa del copione.
C'è poi Jules, un commissario di polizia di Vicky, osceno e orrendo come tutti i petainisti, ma siccome lo si inquadra a colazione, sembra un padre di famiglia come tutti noi, che libererebbe volentieri Olga in cambio di una nottata d'amore con lei, solo non fosse freddato alla nuca da un poco raffinato partigiano rosso veramente esecrabile (si usa in questa scena “l'effetto Diritti”. Che in sostanza significa: visto che nazisti e comunisti al giorno d'oggi sono considerati alla stessa stregua, proporrei un trattamento di favore per i nazisti che in fondo ben rappresentano i nostri valori atavici di cristiani occidentali e modernamente europei. E dunque sarà bene in ogni film ricordare questa regola aurea. Mettere sempre il comunista che spara e il nemico che muore nella stessa inquadratura. Come fanno nei western all'italiana. Per essere più efferati. Mentre quando spara, o gasa, il nazista, fare uno stacco. Il crucco muitraglia. Stacco. Montagna di morti. Oppure. Ci si avvia verso la camera a gas. Stacco. Sembrerà così più criminale il rosso, ma nessuno se ne accorge. Infatti il terzo personaggo è un nazista che si strugge esistenzialmente perché non riusce a collegare 1. la sua nobiltà di sangue, poco incline all'egualitarismo nazista, 2. la sua fede totale in Hitler e Himmler che gli regala perfino un anello da setta magica e comunque la sua sudditanza a un capo forte (“se fossi nato russo sarei diventato comunista”, e si sottintende, sottomesso a Stalin 3. la sua cultura di altissimo livello (è uno studioso di Checov, parla il russo benissimo, ha amato non ricambiato mai Olga, che ritrova al lager e vuole salvare. Troverà conforto solo nell'antisemitismo furioso del grande scrittore russo, respinto da una sua fiamma ebrea. Per tutto il tempo Konchalovsky si strugge per questo uomo osservato nel privato in tutta la sua nobiltà d'animo (e sembra la caricatura di Melville in Il silenzio del mare) In concorso Paradiso, e c'è dentro oltre a tutta questa enfasi russo-tedesca-cristiana, una lunga tradizione di freddure, con San Pietro e il Padre Eterno che qui affiora, set un campo di sterminio nazista, fotografia in bianco e nero, data la serietà dell'assunto. Chi secondo voi andrà in paradiso? Il francese, il tedesco o la russa (bianca?)          

giovedì 23 maggio 2013

Cosa unisce Lav Diaz e Jackie Stewart ?

Roberto Silvestri
Cannes

Agguato nelle Filippine. Il cinema è fatto della vita meno i tempi morti. Così impone il canone del blockbuster. Ma per Lav Diaz, cineasta filippino finalmente a Cannes al Certain Regard, i tempi morti non sono affatto sterili, anzi fecondi. E' lì che bisogna scovare l'invisibile che è il motore interno di ogni azione e suggestione e mistero...Basta allungare i tempi del racconto, a 8, 9 ore. Questa volta, apparentemente sganciato dalla missione sua, e della ricca generazione di cineasti indipendenti della Manila off off, nipoti di Lino Brocka, cioè raccontare nei dettagli anche più insignificanti la storia politica del paese, sue origini e conseguenze, si dedica a una fiaba metaforica più semplice e di sole 4 ore circa. Tema il bene e il male. Norte è il titolo. Nord. Dove la popolazione islamica è mischiata a ex cattolici attratti sempre più dalla psicoterapia basic dell'evangelismo. Dove per molti anni c'è stata guerriglia marxista, e poi terrorismo islamista. 

Viene assassinata una arpia di cicciona usuraia che specula senza scruipoli sui lavoratori travolti, anche lì, da una crisi economica che succhia il sangue ai più miserabili. L'atto criminale è compiuto e quasi teorizzato dall'ideologo del gruppo. Un intellettuale, studente fuori corso di diritto, frustrato dal ciclo senza fine di tradimenti e apatie del suo paese, vuol superare la post-modernità e la post-anarchia, posizioni inguaribilmente esistenzialiste e individualiste. Il suo modello rivoluzionario è un neo-surrealismo collettivo. Sparare nella folla, sì, ma non a vanvera. Ci si deve basare sull'assoluto etico. Sempre dalla parte del giusto contro l'ingiusto. Il fatto è che di quel crimine viene incolpato e incarcerato a vita un poveraccio innocente, mentre sua moglie deve far sopravvivere, facendo i salti mortali, i tre pargoletti. E una lavandaia, nel mondo delle lavatrici automatiche, è un ferro vecchio. Mentre i sensi di colpa divorano chi sta fuori - è fuggito via e lavora in un fast food, non senza cedimenti poco materialisti - chi sta dentro, un uomo semplice e buono, inizia a trovare la vita del carcere più sopportabile, quando cominciano ad accedergli cose strane e sempre più misteriose...Un suo collega detenuto, membro di un gruppo di combattimento, assicura che domani sarà a Manila a giustiziare un politico, anche se ormai al posto di Marx giustifica le sue azioni con versetti biblici. Incanti, pause, intermezzi musicali alla chitarra, lunghi dibattiti politici, momenti di catatonia e di distrazione espressiva o esistenziale, tradimenti tra amici, lunghe bevute di birrra, punteggiano tutta la storia. Un cinema che prende i suoi rischi, che fabbrica immagine di combattimento, mentre il visuale che ci opprime diventa sempre più onnipotente. Depotenziando le sue sequenze dal ritmo consueto Lav Diaz affida allo spettatore la responsabilità della guida. Che, tra morale e imorale, tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra politico e impolitico, è costretto a guidare questo bolide di formula uno dello spirito.


A proposito di formula uno, di sangue e di violenza. Roman Polanski, in attesa del suo nuovo film in competizione, ha presentato fuori concorso il bellissimo documentario girato in 16mm Week end on a champion, prodotto nel 1971, all'epoca di Macbeth, e dedicato al suo amico pilota, la rock star più disciplinata della storia, Jackie Steward, lo scozzese che era diventato campione del mondo dopo aver trionfato proprio nel Grand Prix di Monaco. Un arguto, divertente e intimo dialogo a due, più le sequenze delle prove e della gara vincente (l'edizione 2013 si svolgerà proprio in questo week-end). Quaranta anni dopo, restaurandolo, tagliando 30', rimontando in certe parti il film diretto dall'americano, trasferitosi a Londra, Frank Simon (che nel 1968 aveva presentato a Cannes un bel documentario, The Queen, su un concorso per travestiti di New York, ed è morto anni fa), Polanski ha aggiunto una serie di materiali di repertorio, scene tagliate allora e una decina di minuti di commento e aneddoti su quelle immagini, su quell'epoca finita, sulla tecnica di guida che cambia (ogni pilota ha i suoi segreti e Stewart ne suggerisce alcuni a Francois Cevert), sui grandi campioni in gran parte dimenticati, come i 'gladiatori' Regazzoni, Fangio, Moss, Pescarolo,Chiron e Graham Hill, sulle star del momento appassionate di F1 e sul 'circo' automobilistico, così cambiato in questi decenni. Un metodo alla Grifi, il doppio gioco della memoria e della metamorfosi.
 Colpiscono soprattutto le differenze tecnico-agonistiche tra allora e oggi. Le difficoltà di guidare su piste poco sicure e, come nel caso del celebre tunnel di Montecarlo, oggi illuminato, come uscire vivi dai 'buchi neri' di un tempo. Quasi 60 piloti morti e un numero enormi di feriti gravi (fino a Senna), fino al momento in cui i piloti hanno preteso con scioperi e manifestazione la messa in sicurezza dei circuiti e dei bolidi, vere e proprie bare volanti. Stewart è stato il Landini della contestazione. E molti cambiamenti che oggi ci sembrano ovvi, parapetti, luci rosse quando piove, chicanes...si devono a lui, il primo a contrattare con organizzatori e responsabili delle piste. Allora un pilota aveva una probabilità su tre di morire.