venerdì 5 maggio 2017

Sole, cuore, amore di Daniele Vicari. Isabella Ragonese, mattatrice



Isabella Ragonese sulla linea A della metropolitana romana

Roberto Silvestri



Cinecittà, Piazza dei Consoli, “vicino a una chiesa enorme”. Un quartiere popoloso (transculturale, da decenni, e pulsante) dentro la metropoli. Il frutto delle speculazioni edilizie legate all’altra Olimpiade. Gli architetti peggiori riuniti in sabba, tutti a Roma sud est un quel lontano 1960.

Vittorio Gassman, in Questi fantasmi di Pietrangeli, nella parte di un pittore barocco che vive come spettro in una torre medievale miracolosamente salvata dal Sacco Dc, indica col dito un palazzo grigio-azzurro al numero 50 della piazza, appena edificato, ed emette uno schifato e condivisibile giudizio critico sull’Istituto Case Popolari. Se ciò che ti circonda è brutto sei istigato a diventare una cattiva persona, ammoniva Nancy. Per questo i moderati della sovversione hanno dipinto di graffiti l’orrore.

Daniele Vicari
Ma in un bar di quella piazza dei Consoli, oggi, proprio nella zona dalla quale prese il volo la grande statua di Cristo all’inizio della Dolce vita (e più recentemente un altro elicottero ha festeggiato lì una eminenza mafiosa defunta) pulsa la vita agra dei proletari, sottoproletari e piccoli borghesi impoveriti dalla crisi. E avviene il piccolo miracolo.

Eli, una bionda barista trentenne, infatti, più che lavorare, danza, volteggia leggiadra, tra espressi macchiati, cappuccini e cornetti, un sorriso per tutti e la saggia bontà di qualche battuta di spirito. Più un geniale sistema, da bingo biodinamico, per ingrassare le sparute mance. E arriva sempre in leggero ritardo, come succedeva a Marilyn. L’eterno ritorno (obbligato) come creazione continua, sovvertimento del presente.  Cosa trasforma la notte in luce? Il cinema. Dove trovarlo oggi più che in quel bar di Cinecittà?

Eva Grieco, la ballerina
Donna unica, una rarità, soprattutto nella Capitale dotata di una alta concentrazione di commessi insolenti professionisti in menefreghismo esattamente come i loro datori di lavoro e i beneficiari delle loro preferenze politiche (e non solo a Roma, se sono veri i sondaggi che danno Trump al 40% dei gradimenti italiani). Perfino la collega maghrebina di Eli ha già copiato, per opportunismo le cattive abitudini del posto. Dunque, tutti i clienti ai suoi piedi, a far Trilussa de’ noantri, a parte gli stronzi e i padroncini, come sempre. Non è colpa loro. E’ questione del dna del piccolo risparmiatore/piccolo azionista.

Così tutte le mattine Eli prende l’autobus da Nettuno, poi la metropolitana A, fino alla fermata Lucio Sesto. Tutte le sere il viaggio di ritorno, immaginate il divertimento, immaginate i pullman rotti, le metro in sciopero, i treni scassati, la luce che trasforma tutti in spettri, e cancella il sorriso dai volti distrutti dalla stanchezza… Con un marito disoccupato in perenne ricerca di lavoro e tante figlie piccole da mantenere che aspettano Eli, una Isabella Ragonese in forma strepitosa, la forza della natura del Quadraro, e oltre. Lei danza, abbiamo detto, tranne a letto perché è sfinita e finisce tutte le sere come in Tre sul divano Jerry Lewis, primo esempio di corpo flessibile costretto a tre lavori contemporaneamente… mentre l’amica del cuore di Eli, la coetanea Vale, single, che tiene le sue bambine nel pomeriggio e le aiuta nei compiti, fa new dance professionistica di coppia davvero, e fino alle ore piccole, anche se, più che nei centri sociali e nelle gallerie d’arte, in localacci e discoteche di infima categoria, dove la sua adorata partner litiga con il manager-amante e non le dispiace farsi fare qualche occhio nero ogni tanto. Il masochismo deve essere provocato da qualcosina diluita nell’acqua, visto che nessuno ormai più si ribella.

La musica del sole... Francesco Montanari e Isabella Ragonese
Sole cuore amore, come le parole della canzone di Valeria Rossi, prodotto da Domenico Procacci, è il titolo che Daniele Vicari ha scelto per questa tragedia della normalità (tratta da un vero fatto di cronaca), complicando la melodia di una canzone sentimentale alla Eros Ramazzotti (divinità locale) con le armonie free ed ellittiche di una partitura di jazz (Stefano Di Battista e Valerio Faggiani) sofisticata e necessaria. Sincopata la musica visiva del film,  di cui si occupano Benni Atria e Gherardo Gossi in un "montaggio verticale" che ha compe punctum, baricentro dell'inqudratura, il cappotto rosso di Isabella Ragonese. D’altronde le protagoniste non si ricordano più di chiamarsi Elisabetta e Valentina. Non sono nomi che abbiamo il più il tempo di scandire. Eli, Vale.  
Più che rifarsi a Citto Maselli, cantore di una periferia dove sparatorie, tossicodipendenze, violenze e degrado sono nel fuori campo, sembra che Vicari voglia più capovolgere, nei costumi e nelle scenografie  (di Francesca e Roberta Vecchi e di Beatrice Scarpato) Ricche e famose di George Cukor.

Eva Grieco
Un Povere e sconosciute, nel senso che anche qui il regista cattura l’ambiente perfettamente, lo sente e ci fa ascoltare la luce, ci fa udire il ronzio e la musica del sole, fa un monologo intrecciato sull’amore e sull’amicizia di due donne, sulla vita e sulle illusioni della vita. Altro che populismo.

Due amiche che non riusciranno proprio a vedere mai l’utopia non dico del reddito di cittadinanza (visualizzato nella metafora dalla performatività senza utilità della danzatrice, che è l’attrice Eva Grieco) ma neppure della comunità antisistema, perché, anche se sono malatissime all’ultimo stadio (nel cuore entrambe, ma diversamente) il permesso  per andare dal medico lo negano, alla prima: “sai quante persone sono in fila per fregarti il tuo posto di lavoro 6 giorni e mezzo alla settimana”? L’altra sembra invece ossessionata da Baudelaire: “Quasi tutti i nostri malanni ci vengono dal non aver saputo restare nella nostra stanza". L’ozio è il padre della danza, se ci si deve sbattere per raccattare quattro soldi....

La coppia danzante
Vicari non indaga il mistero dell’animo femminile, è già questo animo. Come scriveva il critico Giuseppe Turroni di quel Cukor: “egli accarezza da lontano il mistero dell’animo maschile”. Francesco Montanari che fa il marito sfigato che sogna di fare il custode è già il custode di un tesoro. Ma come si dice barman quando si è donna? Bara?

lunedì 1 maggio 2017

Dieci anni fa Alberto Grifi è sparito di nuovo


Victor Cavallo, Roskha, Carlo Duca e Manrico Pavolettoni, amici di Grifi. Una foto sull'ambiente anarchico romano anni 70


Roberto Silvestri 


La vita è più importante di ciò che la rappresenta

Il nostro Robert Kramer. Il nostro Thomas Harlan... Un cineasta videoteppista    che ben incorporato il desiderio di Adriano Aprà di non morire tutti hollywoodiani, non per disprezzo rispetto ai grandi maestri classici del cinema americano fino agli anni 40 del secolo scorso, che una grammatica e una sintassi visuale l'hanno inventata a braccetto con Eisenstein, Vertov e Lang-Murnau-Dreyer, ma perché il cinema come ha insegnato Rossellini, non è solo spettacolo, non è solo narrativo (e spesso fotocopia di fotocopia di azioni e comportamenti sempre uguali, qualsiasi genere e qualsiasi epoca si stia raccontando), è critica, è scienza, è riflessione del cinema su se stesso, è una maniera che, parallelamente alle sostanze psicotrope ampia la nostra coscienza e inconscienza ma soprattutto (al di là della scienza) può sperimentare una maniera per riprenderle, può essere una macchina del tempo capace di riportarci a miliardi di anni fa, al pre uomo e al pre mondo conosciuto (Malick non si sta occupando di questo negli ultimi anni, come meno successo di Grifi?).

In un celebre e profetico libro-saggio del cineasta sperimentale americano Steven Dwoskin sul cinema mondiale di ricerca del secondo dopoguerra, Film is, all’Italia è dedicato un capitolo e quelle pagine si concentrano su due soli cineasti radicali, atipici e coriacei, gli amici Tonino De Bernardi e Alberto Grifi, la coppia underground prima e overground dopo, più prolifica e feconda.
Erano un po’ defilati dalla Cooperativa del cinema indipendente, ovvero dall’episcopato underground ortodosso pre-’68 (che vivrà una sola, magica stagione, pronta a svanire quasi nel nulla - tra autodistruzione e vampirizzazione pubblicitaria - o al detour extraparlamentare nei meno efficaci gruppi rivoluzionari, quelli che non seppero coniugare ideologia con alchimia). 

A parte Bargellini e Gioli, simili a Grifi come visionari e scienziati pazzi, e così ce li siamo immaginati poi, a costruire macchine impossibili in laboratori scalcinati: erano i nostri Doc Emmet L. Brown di Back to the future . l'inventore interpretato da Christhopher Lloyd che fabbrica con le sue mani la macchina del tempo per Marty Mc Fly (Michael J.Fox). Vidigrafo, Macchina lava nastri, Multicamera che riceve comandi radio e si collega con gli altri operatori senza aver bisogno di regista (una intuizione che ebbe vedendo una serie tv americana degli anni 90, e tante altre modifiche funzionali al basso costo, sberleffi all'industria che ti costringe a pagare sempre più caro per comunicare....

Ed erano poeticamente (non umanamente, non culturalmente, non esistenzialmente, non didatticamente) agli antipodi. In una cosa sono stati identici. Nel farsi penetrare dalla vita senza pregiudizi.
Il primo è il romano Alberto Grifi, un movimento di massa molecolare vorticoso e incontenibili, pari a quello del suo amico di avventure necrofile (sul corpo dell'Arte) Carmelo Bene, che non conosceva risentimento e amarezza, ma solo humor, energia muscolare e amor fou (anche per la lotta, per il parto indolore, per le pratiche antipsichiatriche, per la pittura, suo primo amore, per la tecnologia, eredità di famiglia…). E se rabbia, dolce. Tanto pessimismo cupo da Matusalemme, quanto fortissimo istinto vitale, da infante. 

Tanto da morire "sfrattajato", senza casa, vagante, ma felice con la compagna Alessandra Vanzi, la cofondatrice di Gaia scienza e sua compagna anche di lavoro degli ultimi anni, e commosso perché l'ambiente del cinema romano, quello che per tutta la vita Grifi aveva riempito di disprezzo politico, si ricordò di lui negli ultimi mesi di vita e attraverso Mario Sesti, Bettini e la Festa di Roma, gli assegnò un piccolo ma significativo premio di 20 mila euro.


Insomma un situazionista istintivo la cui film-videografia, sempre in progress, in movimento, in clandestinità e in dissolvenza incrociata, nessuno riuscirà più a fissare definitivamente. Che conosceva troppo bene Cinecittà per non volerla vedere morta, disintegrando sia il Cinema come industria che lo Spettacolo come ideologia schiavizzante (senza tollerare più ‘nouvelle vague’, certo non volgari, ma a volte bellettistiche); che faceva a pezzi i film americani (La verifica incerta, ’64, che ne tritura centinaia di cosacce hollywoodiani degi turpi anni 50 maccartisti, è ‘l’opera più divertente che abbia mai visto’ commentava Dwoskin, e Duchamp condivise), anche quelli classici e perfino quelli a venire, ossessionati da un’incantato (come in un disco) principio ludico; che politicizzava l’arte perché non sopporta di estetizzare la politica (Michele alla ricerca della felicità, ’78) maneggiando grammatica sintassi e linguaggio del cinema con la perizia di un insegnante dell'Usc; che voleva liberare ‘il canarino che canta nella gabbia dorata’, non essendo interessato per nulla ad ammirare solo quell’oro-corteccia (Le avventure di Giordano Falzone…’71 o Dinni e la normalina, ’78). 
Pero’ era conscio che il gesto liberatorio dovesse essere all’altezza delle più avanzate pratiche artistiche, salvo ricreare altre, peggiori gabbie dorate (e restarne imprigionati, come succede ai proletari ribelli di Parco Lambro, 1976, unico testo di scuola utile alle nuove generazioni per scoprire quale fu la forza e la debolezza del ’68 e perche’ si trova ancora oggi così di frequente il ‘fascista nascosto nel compagno’). 


Partiva dunque (sempre in moto, andava dove nessuno vuole andare, dagli ultimissimi degli ultimissimi, dai più zingari tra gli zingari... il movimento non è tutto, diceva Stalin, che però era un pessimo artista) per togliere le bende alle cose nascoste, con metodo scientifico e quando non bastava con un ultimo balzo estetico, per sapere non come sono le cose reali ma per sapere ‘come’ le cose sono reali (differenza che ci permette di fare a meno della televisione, "verosimiglianza servita su un tappeto di bugie"", una campagna, con tanto di sciopero minacciato, che lanciò poco prima di morire), da compagno d’arme di specialisti nel rompere tutti i giocattoli per sapere come sono fatti dentro. 

il piccolo Grifi
Elenchiamone qualcuno: il lettrista Isou (il rumeno-parigino che una delle sue prime compagne storiche, Patrizia Vicinelli, scavalcò in virtuosismo fonetico, scienza del decibel e delle frequenze vocali), il pittore post-surrealista Giordano Falzoni, Alvin Curran, Marcel Duchamps e Tzara, John Cage, gli happening, Leo e Perla, Manuela Kusterman e Nanni Balestrini, Aldo Braibanti, Sylvano Bussotti, Carmelo Bene, Laing&Cooper, Guattari, Debord, Carlo Silvestro, Carletto, Manrico Pavolettoni, Roska, Gianfranco Baruchello… Insomma da una rete transartistica che si isolava dai Grandi Cineasti (i Wenders, gli Hitchcock, gli Antonioni e i loro piani sequenza "soprammobili impolverati" e decorativi). Nelle scuole di cinema non si dovrebbe insegnare solo l'arte dei maestri – diceva - ma anche come ‘lavare’ i nastri magnetici, l’antropologia della disubbedienza al Potente ("non gli basta tutta la vita a contare i soldi che ci ha rapinato"), la critica alla miseria quotidiana, quel che succede di indicibile nelle carceri, nei manicomi, nei mattatoi, nei campi profughi e in quelli nomadi… Aizza all’insubordinazione il suo stesso set, anticipando di decenni Abbas Kiarostami (Anna, ’72-‘75) e senza compiacersene affatto. 


il poeta Patrizia Vicinelli
I grandi cineasti eretici da riverire, a volte fino all’ironia e allo sberleffo da idolatra, sono invece la passione del piemontese Tonino De Bernardi, di cui Dwoskin ammirava l’egocentrismo dinamico e barocco (come se a Pastrone avessero sottratto i mega-studi e tutte le comparse) delle sue prime opere, quell’entrare in competizione sfrontata e donchiscittesca con il technicolor e il Todd-Ao hollywoodiani, realizzandone perfide parodie, a quattro o sei schermi intrecciati, in forma di acide fantasmagorie mirabolanti, a passo ridotto e a costo zero. 


Patrizia Vicinelli, protagonista di "In viaggio con Patrizia"
Dwoskin ammirava invece Grifi come l’ultimo erede fertile e mutante – attraverso espliciti legami zavattiniani – del neorealismo. Vent’anni dopo, mentre il cinema commerciale italiano conquistava, tra western, commedie e poliziotteschi, la sua ultima ‘immagine industriale satura’, godeva di celibe salute, ma necessitava di ‘cesellatori’ capaci di scoprire altri sentieri emozionali, magari fuori schermo,  ecco che De Bernardi entrava nel piccolo grande gioco mentre Grifi (e tutta la sua generazione in diaspora o in esodo, dopo la sconfitta), spariva a caccia di cose vere, delocalizzando modi e mezzi di produzione, verso altri tipi di naturalezza, differenti modi di produzione, senza registi che non fossero gli stessi operatori tutti coordinati insieme dalla tecnologia multicamera, con occhi che scoprivano ‘nella vita di tutti i giorni’ le forze sotterranee più insorgenti.  Grifi era davvero speciale, insofferente com’era dell’orpello grafico gratuito, meglio brutto- vera un'immagine che bella-falso, dell’autoespressione soggettiva o del cripto-simbolismo da setta catacombale. Chi è stato in carcere e sa cos’è non sopporta più metafore e allusioni. Ama veder chiaro (e tutti gli strumenti di deformazione dell'immagine finto esatta servono proprio a questo, a cogliere la verità dietro l'apparenza, i suoi occhiali erano quelli di John Carpenter in Essi vivono (1988). E non sbagliavano mai nel riconoscere i mostri. 

Perché Grifi (soprannominato dalle giovani generazioni dei centri sociali via Archimede, Orologiaio del cinema, Mahatma, Alb...) aveva esercitato tutti i mestieri che fanno, generalmente, tutti gli schiavi dell’industria dello spettacolo, paparazzo incluso (con macchina fotografica modificata per far finta di inquadrare una cosa e metterne invece a fuoco un’altra). E dal padre, documentarista del Luce e grafico disegnatore dei titoli di testa e di coda, aveva appreso il rispetto per i mestieri del cinema (soprattutto per quelli considerati più infimi, in genere affidati alle donne, come le mani della mamma che reggevano in tanti film lettere e biglietti riscritti in italiano). Ecco perché non si allontanò mai dal punto di vista dell’ultimo compagno del movimento. L'operaio sociale trasportava ricchezze secolari dentro di sè, che neppure Pasolini fu mai in grado di ammirare.
Anarchica situazionista amica di Grifi e del gruppo Marat-Sade, pitrrice e cineasta, era la piccola grande peste del Movimento romano che mostrò tutta la sua miseria morale (perfino Potop)
quando su mozione di Roska si rifiutò di organizzare una grande manifestazione in solidarierà con gli operai ribelli di Gdansk e Stettino. "Perché c'erano anche i fasci". E sticazzi?  

sabato 29 aprile 2017

Demme. The Manchurian Candidate


Liev Schreiber


THE MANCHIURIAN CANDIDATE (*)

Usa, 2004

Dare cibo al pensiero. Questo può fare un film. Non cambia il mondo, il cinema, ma può modificare i corto circuiti delle nostre teste. Entri in una sala e ne esci cambiato, anzi migliorato. Invece di schiacciarti su un unico punto di vista ne hai a disposizione - se il film è ben fatto, se è un “time capsule movie”, cioè un film capace di catturare l’essenza di un’epoca - due, tre… Può succedere. Accadeva quando eravamo giovani e vedevamo i film di Robert Aldrich e Don Siegel. 

Jonathan Demme

E accadde al giovane Jonathan Demme che, a 17 anni, era un ragazzotto americano pronto a dare la sua vita alla patria. Entra in un cinema (genitori cinefili e curiosi, per sua fortuna). Vede Lontano dal Vietnam. L’episodio di Alain Resnais lo seduce. Esce. Ha la testa cambiata. Non parteciperà più a nessuna guerra di aggressione. Una settimana dopo, nel 1967, è a Washington, a protestare con il Movimento. Non abbandonerà più quel punto di vista. Direbbe Toni Negri “ha afferrato il metodo per contribuire, con il suo lavoro, a rivoluzionare lo stolto mondo di sfruttamento e di ingiustizia nel quale viviamo”.
E quando la Paramount ha in mente un bel progetto "soldi sicuri" con Denzel Wasgington protagonista di un possente thriller psicologico (che ha avuto grande successo nel passato) e lo chiama, Demme pensa che farà di The Manchurian Candidate  un nuovo Fahrenheit 9/11, cugino del potente documentario di Michael Moore, ma su e per John Kerry. Perché quella elezione può essere cruciale. Lo sarà. Introdurrà anche in Usa (dopo che in Italia ancora nessuno ne ha tratto conseguenze istituzionali)  l’orrore democratico del conflitto di interessi (di livello Armageddon) incontrollato. E ne stiamo pagando tutti le conseguenze…

Meryl Streep
La scena di The Manchurian Candidate nella quale  John Voigt, nella parte del senatore Richards, entra nel suo ufficio con una feroce agenda di guerra, programmato per essere il primo vicepresidente espresso dalle compagnie multinazionali, non può che far urlare lo spettatore mondiale: “Ma lo avete già l’uomo che, al vertice di una mega-corporation e dello stato, fa guerre ovunque ed esclusivamente per questioni di profitti privati!” Corpi di soldati americani in cambio di milioni per gli azionisti. E’ Ok questo? O c’è qualcosa di sbagliato?
Dunque non si tratta per Demme di fare il maquillage a un bel film del passato. Ma di rivoluzionarlo. Intanto. Si passa dalla guerra di Corea e da McCarthy alla prima guerra del Golfo e all’invasione in Iraq. Non c’è più la “minaccia rossa”. Ma un ancor più pericoloso complotto globale.
Il cattivo infatti qui è una multinazionale che si chiama Manchurian Global e non a caso opera (anche i cervelli dei prigionieri americani) non più a Pyongyang ma in Yemen (prima della primavera araba, quando i due Yemen diversamente comunisti erano stati forzosamente unificati e dominati dai wahabiti sauditi).

Denzel Washington
Inoltre. Non si tratta di fare un copia incolla da Frankenheimer. Tutta la parte dedicata alla polemica contro la stampa “libera” che non cerca più i colpevoli di un crimine (la coppia di piccole bombe fatte esplodere nei locali della Manchurian Global come mossa contro-cospirativa) ma riporta direttamente quel che le autorità politiche vogliano che si dica.   Insomma se la struttura è la stessa, cambiano parecchio i fattori, altra è la rabbia che origina il film….anche perché è uscito in America appena in tempo (grazie a due editori che hanno fatto le notti in bianco per chiuderlo in tempo) per appoggiare il partito democratico e poco prima delle elezioni presidenziali che vinse Kerry, ma poi, misteriosamente, vinse invece Bush junior (e Dick Cheney).

Questo perfetto remake (Daniel Payne e Dean Geor
garis firmano il copione) di The Machurian candidate di John Frankenheimer (1962) è firmato da Jonathan Demme in vena di studioso del cinema hollywoodiano (commedia e thriller fantascientifico degli anni 60) e critico di Bush senior e junior. Il complesso militare industriale statunitense oggi è stato sostituito da “corporation multinazionale che moltiplicano le guerre per fare superprofitti”, come disse Demme a David Thompson in una intervista del 2004. Jonathan Demme è capace dunque di riattualizzare e rigenerare un thriller fantascientifico tratto dal romanzo di Richard Condon , e sceneggiato allora da George Axelrod (via di difetti pochi e a me i pregi, tanti) che uscì tra la crisi di Cuba e l’assassinio Kennedy.
Dean Stockwell
Un thriller politico e «fantascientifico» epocale, che è la spiegazione-decostruzione lucida e perfetta dello «stato maggiore politico più pericoloso del dopoguerra», quello formato in quel momento dalla confluenza della Halliburton con il Carlyle Group (cos'è, come funziona e che malefico progetto ha in testa), cavallo di troia della strategia di George Bush padre e figlio (e della gang petrolifera del figlio).  
In gioco questa volta c'era non solo una presidenza degli Stati Uniti, ma forse il futuro dell'umanità gravemente messo in discussione dalla versione neocon di cos'è la civiltà occidentale (e in questo senso l’arrivo di Trump, Putin, Erdogan… al potere ha un solo carattere postivo. Quello di rilanciare la voglia di vedere The Manchiurian Candidate by Demme. Che usciva da un altro remake, bello ma commercialmente disastroso, Sciarada/The Truth about Charlie, il suo omaggio alla nouvelle vague francese.
Per chi non abbia visto il Manchurian candidate di Frankenheimer, ricordiamo che Frank Sinatra era l'integerrimo e «sconvolto» tenente Bennett Marco (qui è Denzel Washington a portare con disinvoltura un cognome italiano fiammante) e Laurence Harvey il sergente Raymond Shaw (qui un Liev Schreiber, altrettanto schizofrenico, elettrizzante e pericoloso, dolce e inquietante), genio di Harvard che una storia d'amore impossibile ha trascinato, volontario, sul fronte coreano per ridimensionare una Corea unificata e comunista (giudicata piuttosto pericolosa strategicamente ed economicamente, e dunque da ridimensionare con le armi e minacciare costantemente di sanzioni).
Vera Farmiga
I soldati fatti prigionieri dai mefistofelici comunisti vengono sottoposti a un trattamento psichiatrico super-pavloviano radicale (con sadiche variazioni orientali). Sono infatti non solo ipnotizzati, ma diventano controllabili a distanza, attraverso le carte da gioco: di particolare pericolosità operativa la «regina di picche».

Il film svelava indirettamente, e forse ingenuamente, quello che il Pentagono stava segretamente producendo nei suoi laboratori segreti (e non in quelli altrui). Anche perché è assai poco convincente che tanti ragazzi arabi oggi decidano di farsi saltare in aria in nome di Allah. E anche il gruppo dirigente nord coreano sembra frutto di esperimenti di laboratorio piuttosto frankensteiniani. Mah. Torniamo al film di Frankenheimer, non prima di aver ricordato che anche Don Siegel farà uno psycho-thriller politico simile nel meraviglioso Telefon…. 

Rilasciati e tornati in patria, allora, i patriotici ragazzi si comportano normalmente, ma in realtà sono burattini nelle mani di Stalin, Kim Il Sung e di Mao: il sergente Shaw, soprattutto, è l'oggetto di una attenzione speciale. Dovrà diventare presidente degli Stati uniti (e così li avrà in pugno). Shaw viene prima di tutto fatto passare per supereroe di guerra, attraverso testimonianze incontrovertibili sul suo coraggio di tutti i sopravvissuti, riceverà la legione d'onore del Congresso, onorificenza che «dal 1913 è stata assegnata solo 17 volte» (saranno 917, nel remake). Scalerà in fretta il vertice del partito democratico e verrà imposto al riluttante establishment «moderato», come candidato alla vice presidenza. Sua madre, Angela Landsbury (comunista cinica, travestita da falco della destra maccartista) non si fermerà di fronte a niente, intrigo, calunnia, ricatto e perfino omicidio, facendo sì che il figlio uccida il suo più pericoloso rivale, troppo «progressista» anzi proprio «comunista e traditore» e perfino la di lui figlia, che Shaw ha sempre amato e che sua madre, incestuosamente gelosa, ha sempre tenuto ben alla larga da lui.

Però il tenente Sinatra, sconvolto da strani incubi a ripetizione che gettano ombre e dubbi sul passato della pattuglia, e sull'efficienza dei metodi pavloviani (sempre un po’ scalcinati), inizia a mettere in discussione la situazione (grazie all'aiuto di Janet Leight, una misteriosa e casuale conoscenza) finché lo stesso Harvey, spaccato a metà tra residui di libertà morale e schiavitù indotta, imbraccia un fucile che dovrebbe (alla Oswald) far fuori il suo partner alla presidenza, punta, ma... Pochi giorni dopo il presidente Kennedy fu davvero assassinato e Sinatra, turbato, ritirò dalle sale il film che aveva prodotto. Rimase davvero traumatizzato, visto che poi passò ai repubblicani...

Ma nel remake di Jonathan Demme non si capisce se siamo alla convenzione democratica o repubblicana. Potrebbe essere una qualunque dei due. I partiti sono molto simili. Hanno lo stesso cerimoniale, una analoga geografia di falchi, moderati e perfino liberal. Quello che cambia tra i due film sono i cattivi, internazionalisti lì, multinazionalisti qui. E il lavaggio del cervello: qui si usa la criobiologia (la tecnica di conservazione di cellule viventi a temperature molto inferiori allo zero) e altre diavolerie biotecnologiche, di cui sono esperti scienziati sudafricani che erano pro-apartheid, dunque pazzi furiosi. Anche se Meryl Streep per attivare suo figlio all'azione - come nei vecchi film Hammer - userà il solito sistema dell'ipnotizzatore che ti chiama per nome e cognome (anche qui rivedere Telefon, perché l’attivazione delle cellule dormienti rosse lì è molto più poetica: si leggono al telefono i versi di Frost e si attiva il militante succube).

Se c'è qualcuno che può legittimamente trovare questo thriller esageratamente macchinoso è solo il pregiudicato Berlusconi e Co. che però, per lavare i cervelli di mezza Italia, ha dovuto 1. Cantare al momento giusto con il pianista giusto nelle feste giuste. 1 bis. Copiare agli americani il manuale di come uccidere il servizio pubblico televisivi. 2. Sposare una donna bella, emiliana e intelligente, ma poi pentirsene. 3 Farsi coprire da altri le sue voragini bancarie. 4 Aderire alla P2. Anche se per questo dovrà aprire un ospedale strano 5. Vincere i campionati di calcio (si può, senza che qualcuno fidato controlli il mega giro di scommesse?) 6 Sperare che la sinistra socialista eleggesse un segretario Psi di destra e poi lo portasse alla presidenza del consiglio per emanare leggi giuste (per lui); 6. Mangiare, digerire e trasformare in m…Retequattro e Mondadori. 7. Beneficiare di qualche strano fatto di cronaca tra Sindona e Calvi. 8. formare un partito, 9. cambiare stalliere e 10. decenni dopo, e dopo processi e condanne e pene addolcite, guidare ancora, e riverito nei tg, la nostra vita politica. ...
Bé, in realtà non è stato poi così semplice. E mi sa che questo film proprio di noi oggi parli. Mostra l'America di dentro. Il candidato della Machurian Global è l'uomo che Oriana Fallaci avrebbe votato subito. Perché erigeva muri e privatizzava gli eserciti per darci sicurezza dentro e fuori la patria e autonomia energetica e supremazia cristiana (i wahabiti non sono islamici, sono solo affaristi).
Certo, rispetto al film kennediano di John Frankenheimer che ci lasciò a bocca aperta, questo è meno bizzarro e «felice».



I tempi sono cambiati e allora si poteva tirare un sospiro di sollievo sulla fine dell'incubo maccartista e del fascismo fermato nella sua scalata. Ma quando Demme gira grandi aziende, Congresso e Casa bianca sono nelle stesse mani. E si può solo contare su un tenente e su un sergente «traditori». Perché tra compagni d'armi nasce sempre qualcosa di prezioso, quasi di tenero e di eversivo (Rambo docet).


(anche questo, come le altre recensioni dei film di Jonathan Demme sono riscritture di vecchi articoli apparsi sul manifesto. E li dedichiamo, in modo particolare, ai nostri 9 lettori fissi del blog il ciottasilvestri)

venerdì 28 aprile 2017

Demme. The Agronomist



Roberto Silvestri 

L’AGRONOMO
THE AGRONOMIST
Jonathan Demme, Usa, 2003

Haiti, «nuovo territorio» ma non per Jonathan Demme che ha un'antica liaison con l'isola, con i suoi artisti, musicisti e cineasti e con i Dreams of Democracy, sogni di democrazia (titolo di un documentario realizzato con la collaborazione della haitiana newyorkese Patricia Benoit e che Demme ha prodotto nel '87) di un popolo tra i più derubati e sfruttati della terra. «Clinica Estetico», la compagnia di Demme questa volta ci racconta la storia di un suo amico intimo, attivista di Amnesty International e tante altre cose. 

E non è certo un piacere esotico che lo ha portato a Por au Prince. In fondo ci sono più haitiani a Manhattan che nell'isola. E al famoso Haitian Corner Raoul Peck ha dedicato un magnifico film. Inoltre la musica. Dove c'è buona musica (dalla Compas al Ra-Ra al Vaccine fino al pop contemporaneo di un "genio della nostra epoca" come Wyclef Jean e Jerry "Wonder" Duplessis) ecco che spunta Demme. Infine. A chi si arrabbatta per scoprire quale è la ricetta del documentarismo perfetto ecco il contributo di Demme (che ama passare senza soluzione di continuità da una forma di cinema all'altra, e montava Agronomist mentre girava  The truth about Charlie). Mischiare i generi: fiction, non fiction, footage, performance musicali, interviste... cioé drammatizzare il documento e rendere veritiera la finzione. Tutto qua. 


Così Demme racconta di un amico e di un eroe del microfono e della resistenza, Jean Dominique, L'Agronomo. Un racconto in «diretta» dalla stazione radiofonica Radio Haiti Inter, postazione privilegiata dell'attivista politico della sinistra che ha attraversato con passione e intelligenza, dal 1968 al 2000, fino all'esecuzione "misteriosa" fdel suo fondatore, rivoluzioni e repressioni, colpi di stato militari, invasioni, insurrezioni, feste voodoo, tutto scritto sulla facciata dell'edificio smitragliato di colpi d'arma da fuoco. 

Colpi registrati da Jean, soundtrack da mischiare all'allegra sigla dell'emittente, temibile per ogni regime e dove la lingua francese dell'élite - le dieci potenti famiglie che hanno sequestrato economicamente e politicamente l'isola da due secoli - è stata sostituita con il creolo-haitiano dei contadini e degli operai della canna da zucchero, ora poco più di centomila persone, ma nel 1804 il nucleo dell'esercito di schiavi, già proletariamente cosciente e unificato, guidato da Toussaint Louverture che sbriciolò militarmente le truppe coloniali di Napoleone, purificò da ogni sfumatura razzista il concetto rivoluzionario di «uguaglianza, libertà, fraternità», tenne alla larga per qualche anno spagnoli e inglesi, e fondò la prima repubblica «all black» indipendente. 50 anni prima dell'Italia. 

Una storia raccolta dal regista del Silenzio degli innocenti per rendere omaggio a un grande popolo dalla straordinaria cultura e a un amico. E per raccontare di come la democrazia si accendeva ad Haiti e si spegneva a fasi alterne in relazione all'America di Carter e di Clinton o dei cow-boys che precedettero F.D. Roosevelt e dominarono poi gli anni `80, Reagan-Bush, scatenanti i plotoni assassini dei Ton Ton Macute dei loro pupazzi, Papà e «Baby» Doc, i Duvalier. Jean Dominique ha una faccia forte sagomata in un sorriso ruggente, sarebbe un attore perfetto per recitare nella parte di se stesso.

Non a caso Dominique assomiglia, anche come verve e furore, a Jean-Louis Barrault, più che un interprete, una furia umana dalle good vibrations. Il giornalista e attivista di Radio Haiti parla a Jonathan Demme, che lo avvicinò quand'era in esilio a New York, e lo intervitò una ventina di volte, in un intermezzo tra un colpo di stato e l'altro. Quando Carter smise di appoggiare Papà Doc - che forse aveva perduto il contatto con il popolo e l'amore strumentale per il voodoo - i microfoni di Jean ripresero a strillare le news, ma le interferenze si moltiplicarono di anno in anno. Arrivò il figlio del dittatore nero per governare una borghesia creola, più che bianca, e dopo di lui i marines a mettere ordine e poi di nuovo colpo di stato. Radio muta, Jean Dominique in esilio.


La lunga intervista a Demme è frammentata da immagini dell'epoca, ma anche dai primi film di produzione haitiana, che Dominique, fondatore dell'unico cine-club, aveva stimolato: dal mitico documentario di Arnold Antonin (anche intervistato), un pamphlet anti-imperialista del 1973 che tanto piacque a Graham Greene, fino al mediometraggio fiction Anita, di Rassoul Labouchin ('84) che fu scoperto in Occidente dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, e a Mais, je suis belle. E il film sale inquietante, pieno di suspence, sostenuto da un colonna sonora incalzante (Demme ha prodotto anche un disco dei Frères Parents negli anni 80), vibrante nelle parole scandite come in un balletto vocale del cronista, innamorato, supporter e poi deluso da Jean-Bertrand Aristide.

Riportato alla guida di Haiti da Clinton, dopo il colpo di stato del 1993, il primo presidente votato dal popolo, scende a compromessi con i rappresentanti della vecchia dittatura e con i latifondisti contro i contadini, schierati contro l'importazione massiccia di etanolo, che sostituisce la canna da zucchero nelle bevande alcoliche. Finché sarà anche lui ostaggio degli uomini forti del suo partito che decreteranno tre anni fa,il 3 aprile del 2000, l'uccisione di Dominique, mai concepita neppure dai feroci Duvalier. Demme torna nell'isola proprio nel maggio dello stesso anno a intervistare amici e familiari del grande rivoluzionario. Nel film il capo della polizia (il caso ancora non è stato risolto) si chiama Jean Dominique. E il tenente Dessalin, proprio come l'altro grande eroe della riboluzione haitiana del 1804. Però la radio non si è spenta, e oggi è animata con ancora più forza dalla moglie Michèle Montas e dalla famiglia dell'«agronomo» passato alla radio perché rendere ricca l'agricoltura di un paese dalla terra fertilissima è un crimine che le multinazionali puniscono ancor più velocemente e ferocemente.




Demme. La verità su Charlie




Roberto Silvestri 




LA VERITA’ SU CHARLIE
THE TRUTH ABOUT CHARLIE
Jonathan Demme, Usa 2002

Mark Wahlberg e Thandie Newton

«Aridatece Monnezza!». Un pubblico romano confuso e inebriato della propria volgarità, accolse al cinema Savoy, durante in una selva di fischi, urla, frizzi e lazzi, The Truth about Charlie, l'ultimo evidentemente inquietante capolavoro di Jonathan Demme che, dopo un anno di attesa, riceveva il battesimo nero italiano, non in una mostra d'arte, ma, qualche settimana fa, nelle arene gladiatorie del Fantasfestival di Roma. Ora è nelle sale normali, soprattutto in quelle più scomode, introvabili e clandestine... Va scovato e affrontato. Perché 1. Demme è uno yankee in stato d’allarme che si è esposto sempre per la pace. 2. Il film può far male, non per le tonnellate di citazioni che incorpora (Run Lola Run, Go, Suzhou River oltre tutto, se state attenti al montaggio e alla musica), e che non è poco divertente decifrare, ma perché è più che pauroso. Ottima scelta per un festival dell'horror.
Fa vacillare il nostro equilibrio cinefilo.  Forse ha a che fare con l'annichilimento della «legge della viseità» che Guattari e Deleuze avevano scoperto (Mille piani) come centrale e ordinatrice per la figuratività occidentale e cristiana, dal rinascimento prospettico all'astrattismo. Parete bianca e buco nero. Viso e occhi, bocca, orecchie. Perfino nell'adorato Truffaut di La mia droga si chiama Julie Belmondo dice di laghi e colline toccando naso e palpebre di Catherine Deneuve...






Il primissimo piano del divo come organizzazione degli spazi, viseità replicata nelle regole del paesaggio, del sociale. Qui niente divo niente ordine niente paesaggi. Niente visi. Ma insorgenza di corpi. Anti viseità. La cosa turba il pubblico rimbambito dal sempre uguale. Henry Mancini cancellato da una colonna sonora global-ibrida che fa più effetto di un rito new-vudu: Angelique Kidjo, The Soft Boys, i pakindiani Lahsa, Sparklehorse, Gotham Project... Dopo l'estetica cool. 


La commedia-thriller - set magnetico Parigi (Bertolucci, De Palma, Jordan melvillianodi The good thieft...) modello principale Sciarada di Stanley Donen, 1963 (di cui è il remake e il make-up) - racconta il salto nel vuoto di Regina (Thandie Newton), «una donna in pericolo», perseguitata - su un tavolo di montaggio che tortura ogni certezza ritmico-spaziale - da una serie di mostri. Inquietanti figure bugiarde, avide e ambigue: il marito (Charlie), che lei vorrebbe lasciare e che ritrova, dopo una vacanza ai Caraibi, cadavere, e con un passato d'avventuriero dalla quadruplice identità; la poliziotta ruvida (Christine Bisson), i servizi segreti Usa (Tim Robbins), i corpi speciali della «polizia globale» ovvero i criminali della organizzazione segreta «Giustizia duratura». 

Ma tra i loschi e avidi figuri che perseguitano Regina, perché deve nascondere i diamanti per milioni di euro che Charlie agguantò, il più subdolo e pericoloso pare a un certo punto proprio il bel tenebroso Joshua (Mark Wahlberg), nelle cui braccia solide Regina s'è rifugiata d'istinto... Come Cary Grant di Il sospetto... Infatti nel Donen, Grant era Joshua e l'olandesina-irlandese Audrey Hepburn, era Regina. 

Anna Karina
Newton e Wahlberg sono, come bravura, dello stesso livello tecnica, solo che ci sembrano più mostruosi e sopra le righe perché sopportano sulle loro spalle (e criticano) ben 50 anni di performances in più, dallo snodarsi della nouvelle vague (Tirate sul pianista, Anna Karina, Charles Aznavour, Magali Noel, Godard, la tomba di Truffaut su cui Demme scrive «merci», l'hotel Langlois...) a Wong Kar-wai e Twycker...Insomma è giusto che il pubblico in cerca di emozioni «primitive» o primordiali si ecciti in modo particolarmente barbaro e selvaggio prescindendo completamente dall'omaggio che qui Demme fa esplicitamente, platealmente, al cinema francese di rottura degli anni 50. Ciò che non si capisce e non si condivide ha sempre una forza primitiva. 


All' Induno di Roma, nei primi anni 70, fu ferocemente «linciato» dalla sensibile ricezione romana un altro oggetto pericoloso del primo tipo, La mia notte con Maud di Rohmer. Gli spettatori erano inferociti e allibiti, anche lì, perché le loro aspettive, i loro desideri, la loro libidine, erano state completamente beffate. Non sopportavano troppi piaceri dlla carne e dello spirito. Al catechismo gli avevano consigliato moderazione. Esempio di questa libertà totale di fraseggio. Demme incontra furante il casting due attori che adora a prima vista, Simon Abkarian e Magali Noel. Non ci sono parti per loro nella sceneggiatura. Dunque butta nel cesso la sceneggiatura per un po' e li inserisce, un po' alla Tati (di cui vide a 8 anni grazie a genitori cinefili Le vacanze di Monsiuer Hulot). E la misteriosa signora in nero la ricorderemo per un bel po'.
Simon Akarian

Demme. Una volta ho incontrato un miliardario (Melvin and Howard)




Roberto Silvestri 



 
MELVIN AND HOWARD
Jonathan Demme – Usa 1980


Paul Le Mat e Jason Robards

Imporsi facilmente su Howard Hugues, il più romantico e
eccentrico dei super capitalisti americani, non riuscì né 
alle donne,  né ai cavalli, né agli aerei,  né agli
imperativi categorici del miliardario “perfetto”. 
Hughes resta un mistero avvolto di leggenda, un marchio, 
Rko, impresso  su tanto buon cinema anni '40 (e anche su 
alcuni esempi beceri di censura): ottanta libri biografici condannati 
all'incompletezza, sia che parlino della sua vita, sia della sua 
morte sia dei suoi rapporti con Orson Welles.
Il “probabile olimpico” del cinema americano,
un trentenne, Jonathan Demme (ex fattoria Corman),
ha rispettato il fascino misterioso e l'atmosfera
leggendaria che avvolgerà per sempre Hughes,
quando ha deciso di accostarsi, per il suo sesto
lungometraggio, a un best-seller che ne racconta
una ‘storia vera’. La causa legale tra un semplice operaio,
Melvin Dummar, e la Hughes Company. Il miliardario
avrebbe lasciato un pezzo d'eredità a quel poveraccio.
Una storia che riguarda più di 180 milioni di
dollari che la corporation non volle mollare e che
il proletario del Nevada rivendicò come suoi (la
sentenza in realtà c'è già stata e il testamento è stato
considerato nullo).


Ma Demme ha trasformato un episodio di cronaca
vera in una ballata sull'America kennediana, ballata
acida, non nostalgica, come una canzone di
Dylan: per sintassi pochi accordi (come un telefilm)
per grammatica parole sdrucite, zeppe di detour, ad
alto tasso evocativo. L'orrendo mito alla Frank Capra
dell'abbraccio, solo americano, tra capitalista
eccentrico e lavoratore buono d'animo, viene messo
a nudo, cotto a lungo, e come arrosto bruciato,
gettato nella spazzatura dei sogni impossibili del
kennedismo. Resta un paesaggio (Nevada, California,
Utah) disperatamente solcato da “uno qualunque”
alla ricerca della sopravvivenza dorata promessa
dai media.
Nel poster Paul Le Mat e Mary Steenburgen
Un paesaggio vero (girato nei luoghi stessi dell'azione)
che Tak Fujimoto ha tutta la capacità di gonfiare
(da capo fotografo) di tutti i segni e le suggestioni
che trasformano la semplice corteccia di un
film americano in un tessuto che illumina occhi,
cuore, memoria, cervello e sesso. Nei primi dieci
minuti del film, chi non ha tempo da perdere avrà
a portata di mano, come computerizzato da una
macchina perfetta, dieci anni di cinema selvaggio e
‘on the road’: l'eroe che sbiadisce nel paesaggio, la furia arrogante  
spettacolare della motocicletta in pazza corsa.
Il ribaltamento del contenitore sul contenuto, del
camion sul camionista. Quando è il dollaro che ti
comanda, come un dio, o ti arrendi (l'hippy) o sei
dio (Hughes), oppure, come Melvin Dummer, ti fai
trascinare recalcitrante, organizzando l'ostruzionismo.
Nel Sud degli anni '60 il kennedismo è un sogno
e una speranza, ma le condizioni di lavoro operaio
sono disperate. Non funzioni? Ti cacciano. Non garantisci
a moglie e figli casa, carta di credito, automobile, tv
motoscafo? Moglie e figlia ti pianteranno.
Melvin una notte salva Howard. Lo raccoglie
svenuto dopo una brutta caduta in moto e lo porta
a Las Vegas. In viaggio Melvin costringe il miliardario,
con la sola forza della simpatia, ad assecondare
i suoi tic: detesti le canzoni? E ti canticchio una mia
composizione (ed è una composizione del vero Melvin Dummar). 
Non vuoi cantare Bye Bye Black bird?
 E io ti lascio a piedi. Il rapporto di forza è a favore
del mezzo, il camion. Ma per questa volta (l'unica
della sua vita) sarà l'operaio Melvin a controllare
la macchina. La colonna sonora trova un posto
per i Rolling. Satisfaction.

A questo punto Demme prende possesso delle
leve di comando del film con l'ironia e l'autorità di
Hitchcock, lo scetticismo di Rafelson e l'amore per
le vibrazioni di Scorsese rendendo vitale e nervoso
un tessuto narrativo trito. Melvin cambia lavoro,
stato, moglie. Ha il tempo per fare l'assenteista al
cementificio, lo stakanovista nella latteria, l'uomo
che passa il tempo a perdere la vita in una pompa
di benzina. Il suo sogno di felicità si schianta, cambiali
invece di American card, sequestri di automobili
invece di yacht. Utah mormonico invece che
Nevada godereccio. Come in Al1 American Boys il 
sogno americano vi viene stritolato. La fortuna non è 
dietro l'angolo. Vincere una corsa ciclistica o maltrattare 
il moloch. Hughes non sarà più sufficiente. 
Demme è di lontana origine tedesca ed è cresciuto in Florida. 
Ha fatto il '68 in Inghilterra poi Roger Corman gli ha fatto fare
gavetta dura insegnandogli a non buttar mai via soldi.
Questo film contro lo strapotere del dollaro è costato
6 milioni di dollari. Ma l'ironia è la virtù preferita
di questo cineasta modesto e affabile che i1
produttore Don Phillips ha scelto dopo la rinuncia
(“troppa paura”, non lo convinceva il cast) di Mike Nichols. 
Ora sta girando un super 8 sulla «No-wave” musicale di New York.
“La musica conta più di tutto negli States oggi. A
svecchiare le cose è stato ed è tuttora il rock. Però i
costruttori di atmosfere e i cineasti che amo di più
sono vostri: Bertolucci, per primo, Olmi,
qualche volta Wertmuller e Giovanni Fago, di cui
ho visto e studiato nelle Filippine 0 cangaceiro, prima di esordire nella regia”.