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lunedì 1 maggio 2017

Dieci anni fa Alberto Grifi è sparito di nuovo


Victor Cavallo, Roskha, Carlo Duca e Manrico Pavolettoni, amici di Grifi. Una foto sull'ambiente anarchico romano anni 70


Roberto Silvestri 


La vita è più importante di ciò che la rappresenta

Il nostro Robert Kramer. Il nostro Thomas Harlan... Un cineasta videoteppista    che ben incorporato il desiderio di Adriano Aprà di non morire tutti hollywoodiani, non per disprezzo rispetto ai grandi maestri classici del cinema americano fino agli anni 40 del secolo scorso, che una grammatica e una sintassi visuale l'hanno inventata a braccetto con Eisenstein, Vertov e Lang-Murnau-Dreyer, ma perché il cinema come ha insegnato Rossellini, non è solo spettacolo, non è solo narrativo (e spesso fotocopia di fotocopia di azioni e comportamenti sempre uguali, qualsiasi genere e qualsiasi epoca si stia raccontando), è critica, è scienza, è riflessione del cinema su se stesso, è una maniera che, parallelamente alle sostanze psicotrope ampia la nostra coscienza e inconscienza ma soprattutto (al di là della scienza) può sperimentare una maniera per riprenderle, può essere una macchina del tempo capace di riportarci a miliardi di anni fa, al pre uomo e al pre mondo conosciuto (Malick non si sta occupando di questo negli ultimi anni, come meno successo di Grifi?).

In un celebre e profetico libro-saggio del cineasta sperimentale americano Steven Dwoskin sul cinema mondiale di ricerca del secondo dopoguerra, Film is, all’Italia è dedicato un capitolo e quelle pagine si concentrano su due soli cineasti radicali, atipici e coriacei, gli amici Tonino De Bernardi e Alberto Grifi, la coppia underground prima e overground dopo, più prolifica e feconda.
Erano un po’ defilati dalla Cooperativa del cinema indipendente, ovvero dall’episcopato underground ortodosso pre-’68 (che vivrà una sola, magica stagione, pronta a svanire quasi nel nulla - tra autodistruzione e vampirizzazione pubblicitaria - o al detour extraparlamentare nei meno efficaci gruppi rivoluzionari, quelli che non seppero coniugare ideologia con alchimia). 

A parte Bargellini e Gioli, simili a Grifi come visionari e scienziati pazzi, e così ce li siamo immaginati poi, a costruire macchine impossibili in laboratori scalcinati: erano i nostri Doc Emmet L. Brown di Back to the future . l'inventore interpretato da Christhopher Lloyd che fabbrica con le sue mani la macchina del tempo per Marty Mc Fly (Michael J.Fox). Vidigrafo, Macchina lava nastri, Multicamera che riceve comandi radio e si collega con gli altri operatori senza aver bisogno di regista (una intuizione che ebbe vedendo una serie tv americana degli anni 90, e tante altre modifiche funzionali al basso costo, sberleffi all'industria che ti costringe a pagare sempre più caro per comunicare....

Ed erano poeticamente (non umanamente, non culturalmente, non esistenzialmente, non didatticamente) agli antipodi. In una cosa sono stati identici. Nel farsi penetrare dalla vita senza pregiudizi.
Il primo è il romano Alberto Grifi, un movimento di massa molecolare vorticoso e incontenibili, pari a quello del suo amico di avventure necrofile (sul corpo dell'Arte) Carmelo Bene, che non conosceva risentimento e amarezza, ma solo humor, energia muscolare e amor fou (anche per la lotta, per il parto indolore, per le pratiche antipsichiatriche, per la pittura, suo primo amore, per la tecnologia, eredità di famiglia…). E se rabbia, dolce. Tanto pessimismo cupo da Matusalemme, quanto fortissimo istinto vitale, da infante. 

Tanto da morire "sfrattajato", senza casa, vagante, ma felice con la compagna Alessandra Vanzi, la cofondatrice di Gaia scienza e sua compagna anche di lavoro degli ultimi anni, e commosso perché l'ambiente del cinema romano, quello che per tutta la vita Grifi aveva riempito di disprezzo politico, si ricordò di lui negli ultimi mesi di vita e attraverso Mario Sesti, Bettini e la Festa di Roma, gli assegnò un piccolo ma significativo premio di 20 mila euro.


Insomma un situazionista istintivo la cui film-videografia, sempre in progress, in movimento, in clandestinità e in dissolvenza incrociata, nessuno riuscirà più a fissare definitivamente. Che conosceva troppo bene Cinecittà per non volerla vedere morta, disintegrando sia il Cinema come industria che lo Spettacolo come ideologia schiavizzante (senza tollerare più ‘nouvelle vague’, certo non volgari, ma a volte bellettistiche); che faceva a pezzi i film americani (La verifica incerta, ’64, che ne tritura centinaia di cosacce hollywoodiani degi turpi anni 50 maccartisti, è ‘l’opera più divertente che abbia mai visto’ commentava Dwoskin, e Duchamp condivise), anche quelli classici e perfino quelli a venire, ossessionati da un’incantato (come in un disco) principio ludico; che politicizzava l’arte perché non sopporta di estetizzare la politica (Michele alla ricerca della felicità, ’78) maneggiando grammatica sintassi e linguaggio del cinema con la perizia di un insegnante dell'Usc; che voleva liberare ‘il canarino che canta nella gabbia dorata’, non essendo interessato per nulla ad ammirare solo quell’oro-corteccia (Le avventure di Giordano Falzone…’71 o Dinni e la normalina, ’78). 
Pero’ era conscio che il gesto liberatorio dovesse essere all’altezza delle più avanzate pratiche artistiche, salvo ricreare altre, peggiori gabbie dorate (e restarne imprigionati, come succede ai proletari ribelli di Parco Lambro, 1976, unico testo di scuola utile alle nuove generazioni per scoprire quale fu la forza e la debolezza del ’68 e perche’ si trova ancora oggi così di frequente il ‘fascista nascosto nel compagno’). 


Partiva dunque (sempre in moto, andava dove nessuno vuole andare, dagli ultimissimi degli ultimissimi, dai più zingari tra gli zingari... il movimento non è tutto, diceva Stalin, che però era un pessimo artista) per togliere le bende alle cose nascoste, con metodo scientifico e quando non bastava con un ultimo balzo estetico, per sapere non come sono le cose reali ma per sapere ‘come’ le cose sono reali (differenza che ci permette di fare a meno della televisione, "verosimiglianza servita su un tappeto di bugie"", una campagna, con tanto di sciopero minacciato, che lanciò poco prima di morire), da compagno d’arme di specialisti nel rompere tutti i giocattoli per sapere come sono fatti dentro. 

il piccolo Grifi
Elenchiamone qualcuno: il lettrista Isou (il rumeno-parigino che una delle sue prime compagne storiche, Patrizia Vicinelli, scavalcò in virtuosismo fonetico, scienza del decibel e delle frequenze vocali), il pittore post-surrealista Giordano Falzoni, Alvin Curran, Marcel Duchamps e Tzara, John Cage, gli happening, Leo e Perla, Manuela Kusterman e Nanni Balestrini, Aldo Braibanti, Sylvano Bussotti, Carmelo Bene, Laing&Cooper, Guattari, Debord, Carlo Silvestro, Carletto, Manrico Pavolettoni, Roska, Gianfranco Baruchello… Insomma da una rete transartistica che si isolava dai Grandi Cineasti (i Wenders, gli Hitchcock, gli Antonioni e i loro piani sequenza "soprammobili impolverati" e decorativi). Nelle scuole di cinema non si dovrebbe insegnare solo l'arte dei maestri – diceva - ma anche come ‘lavare’ i nastri magnetici, l’antropologia della disubbedienza al Potente ("non gli basta tutta la vita a contare i soldi che ci ha rapinato"), la critica alla miseria quotidiana, quel che succede di indicibile nelle carceri, nei manicomi, nei mattatoi, nei campi profughi e in quelli nomadi… Aizza all’insubordinazione il suo stesso set, anticipando di decenni Abbas Kiarostami (Anna, ’72-‘75) e senza compiacersene affatto. 


il poeta Patrizia Vicinelli
I grandi cineasti eretici da riverire, a volte fino all’ironia e allo sberleffo da idolatra, sono invece la passione del piemontese Tonino De Bernardi, di cui Dwoskin ammirava l’egocentrismo dinamico e barocco (come se a Pastrone avessero sottratto i mega-studi e tutte le comparse) delle sue prime opere, quell’entrare in competizione sfrontata e donchiscittesca con il technicolor e il Todd-Ao hollywoodiani, realizzandone perfide parodie, a quattro o sei schermi intrecciati, in forma di acide fantasmagorie mirabolanti, a passo ridotto e a costo zero. 


Patrizia Vicinelli, protagonista di "In viaggio con Patrizia"
Dwoskin ammirava invece Grifi come l’ultimo erede fertile e mutante – attraverso espliciti legami zavattiniani – del neorealismo. Vent’anni dopo, mentre il cinema commerciale italiano conquistava, tra western, commedie e poliziotteschi, la sua ultima ‘immagine industriale satura’, godeva di celibe salute, ma necessitava di ‘cesellatori’ capaci di scoprire altri sentieri emozionali, magari fuori schermo,  ecco che De Bernardi entrava nel piccolo grande gioco mentre Grifi (e tutta la sua generazione in diaspora o in esodo, dopo la sconfitta), spariva a caccia di cose vere, delocalizzando modi e mezzi di produzione, verso altri tipi di naturalezza, differenti modi di produzione, senza registi che non fossero gli stessi operatori tutti coordinati insieme dalla tecnologia multicamera, con occhi che scoprivano ‘nella vita di tutti i giorni’ le forze sotterranee più insorgenti.  Grifi era davvero speciale, insofferente com’era dell’orpello grafico gratuito, meglio brutto- vera un'immagine che bella-falso, dell’autoespressione soggettiva o del cripto-simbolismo da setta catacombale. Chi è stato in carcere e sa cos’è non sopporta più metafore e allusioni. Ama veder chiaro (e tutti gli strumenti di deformazione dell'immagine finto esatta servono proprio a questo, a cogliere la verità dietro l'apparenza, i suoi occhiali erano quelli di John Carpenter in Essi vivono (1988). E non sbagliavano mai nel riconoscere i mostri. 

Perché Grifi (soprannominato dalle giovani generazioni dei centri sociali via Archimede, Orologiaio del cinema, Mahatma, Alb...) aveva esercitato tutti i mestieri che fanno, generalmente, tutti gli schiavi dell’industria dello spettacolo, paparazzo incluso (con macchina fotografica modificata per far finta di inquadrare una cosa e metterne invece a fuoco un’altra). E dal padre, documentarista del Luce e grafico disegnatore dei titoli di testa e di coda, aveva appreso il rispetto per i mestieri del cinema (soprattutto per quelli considerati più infimi, in genere affidati alle donne, come le mani della mamma che reggevano in tanti film lettere e biglietti riscritti in italiano). Ecco perché non si allontanò mai dal punto di vista dell’ultimo compagno del movimento. L'operaio sociale trasportava ricchezze secolari dentro di sè, che neppure Pasolini fu mai in grado di ammirare.
Anarchica situazionista amica di Grifi e del gruppo Marat-Sade, pitrrice e cineasta, era la piccola grande peste del Movimento romano che mostrò tutta la sua miseria morale (perfino Potop)
quando su mozione di Roska si rifiutò di organizzare una grande manifestazione in solidarierà con gli operai ribelli di Gdansk e Stettino. "Perché c'erano anche i fasci". E sticazzi?  

martedì 8 aprile 2014

Aldo Braibanti, mon amour. E' morto il filosofo, artista, ex partigiano, vittima di un caso giudiziario allucinante. Senza leggere il suo "Le prigioni di Stato" è difficile capire qualcosa del rebus Italia


E' morto il 6 aprile scorso Aldo Braibanti, scrittore, scienziato, drammaturgo, filosofo, poeta, ecologo e partigiano. Lascia il Pci nel 1947. La notizia, per sua volontà, è stata data questa mattina, dopo i funerali. Fu un grande cittadino del mondo. Un uomo mite, dunque un lottatore coraggiosissimo. Consiglio soprattutto ai giovani, a chi non ha mai sentito nominare ALDO BRAIBANTI, di leggere le sue bellissime opere. Fu tra gli esponenti più lucidi e profondi dell'avanguardia politico-culturale romana degli anni 60, al fianco della scena teatrale sovversiva, dei musicisti postdodecafonici, degli artisti concettuali, dei filmmaker dell'underground e degli scrittori 'novissimi'. Collaboratore e amico di Alberto Grifi, ha realizzato con lui nel 1967 "Tranfert per camera verso Virulentia", coinvolgendo i migliori corpi performativi del momento, un film tratto da un suo lavoro teatrale. E' stato al centro nel 1962 di un famoso e famigerato processo per plagio (un reato inesistente). Si trattò sostanzialmente di una provocazione-vendetta contro i Quaderni piacentini (la rivista a cui Braibanti collaborava), finanziata dalla sinistra di Piacenza, e unico baluardo contro un progetto di speculazione edilizia dei potenti democristiani locali. Furono, obliquamente, anche le prove generali della strage di stato e della 'costruzione del mostro mediatico' Valpreda. Alberto Grifi (tra i promotori della campagna per la sua liberazione) fu coinvolto non a caso in una ulteriore provocazione che lo mandò in carcere per presunto possesso di hascisc. Tutta la stampa 'forte' si accanì contro Braibanti: l'intellettuale, comunista, omosessuale, ex partigiano. Ma anche il Pci, l'Unità e Paese Sera, ebbero un atteggiamento cauto, e non organizzarono una grande campagna in difesa di un ex partigiano. L'omosessualità anche a sinistra era considerata (quando andava bene) una malattia. Pasolini, Moravia, Camilla Cederna, Carmelo Bene furono al suo fianco, invece, decisamente e pubblicamente. Questa scheda (tratta da Wikipedia) è stata scritta dallo stesso Aldo Braibanti, sostiuendo quella esistente. La pubblichiamo dunque volentieri. (r.s.)





Da Wikipedia:

Aldo Braibanti trascorre l'infanzia a Fiorenzuola, accompagnando spesso il padre medico condotto nei ripetuti spostamenti attraverso la provincia piacentina, dove ben presto scopre la centralità del mondo naturale e sviluppa un pensiero acuto e radicale in tema di ecologia e salvaguardia dell'ambiente, rispetto alla vita animale e in particolare all'interesse per i costumi degli insetti sociali: formiche, api e termiti. In pieno periodo fascista vive “in una famiglia illuminata e ferma nel rifiuto di ogni situazione autoritaria e clericale”, tra i sette e gli otto anni inizia a scrivere i primi testi poetici.

Tra i suoi interessi scolastici vi sono DantePetrarcaCarducciPascoli e D'Annunzio, ma soprattutto Leopardi e Foscolo ed è in quel periodo che inizia la sua attività poetica, abbandonando subito la rima e le tradizioni stilistiche per scrivere “poesie in libertà”. Di allora sono anche i primi tentativi teatrali (Amneris), i primi dialoghetti filosofici (Il veglio della montagna) e i primi “inni alla natura”. Dopo gli studi liceali a Parma si trasferisce a Firenze e si iscrive alla facoltà di Filosofia, qui nasce l'amore per Leonardo, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza. Inizia a dedicarsi ai collages e agli assemblages spesso secondo la tecnica del “objets trouvés”, mentre l'osservazione delle formiche comincia a precisarsi in un interesse che mira ad essere sempre più scientifico.
Dal 1940 prende parte alla Resistenza partigiana a Firenze partecipa alla nascita dei primi movimenti intellettuali antifascisti e aderisce al partito d'azione “Giustizia e libertà” nel 1943 aderisce al Partito Comunista clandestino, insieme a Gianfranco SarfattiTeresa Mattei (Chicchi), Renzo Bussotti, e altri. “Alla base della decisione non vi sono divergenze ideologiche con gli azionisti, bensì il desiderio di “conoscere un'altra classe”. Il Partito Comunista infatti, a differenza di “Giustizia e libertà”, era soprattutto il partito della classe operaia che “portava su di se il peso più grande della lotta di classe […] io che venivo da una classe sociale diversa ho voluto far miei le forme e gli scopi della lotta antifascista partendo appunto dalle necessità improrogabili del mondo del lavoro”.
Sotto il fascismo Braibanti viene arrestato due volte: la prima nel 1943 in seguito a una retata che coinvolse anche il futuro segretario repubblicano Ugo La Malfa, fu scarcerato il 25 luglio quando, alla caduta del fascismo, Pietro Badoglio diede l'ordine di liberare prima i docenti e poi gli studenti - mentre molti tra i “comunisti adulti” arrestati saranno fucilati dai tedeschi. Il secondo arresto, nel 1944, fu ad opera dei nazisti della famigerata Banda Carità, fu torturato dagli aguzzini di Koch. Tutti i suoi scritti fino al 1940 furono sequestrati dalle truppe delle SS italiane e andarono perduti per sempre.
Nel 1946 fu tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù a Praga e diviene collaboratore del PCI in qualità di responsabile della Gioventù Comunista toscana. Nel 1947 abbandona la politica attiva dimettendosi da tutti i suoi incarichi con una poesia pubblicata sulla rivista "Il Ponte" che iniziava con la frase: “non è un addio ma un congedo”, declina l'invito di Botteghe Oscure ritenendo di “non essere un politico”. Il dopoguerra è anche il periodo in cui si laurea in filosofia teoretica con una originale ricerca sul tema del grottesco, “inteso come crisi dell'ideale, e quindi come terra di mezzo fra il tragico e il comico”.L'abbandono della politica coincide con la scelta di dedicarsi ai vari aspetti culturali in primo luogo quelli artistici. Sempre nel 1947 inizia l'esperienza comunitaria del torrione Farnese di Castell'Arquato, un laboratorio artistico con Renzo Bussotti e Sylvano BussottiRoberto SalvadoriFiorenzo Giorgi e altri, che per sei anni diviene uno studio ceramistico e polivalente. Le opere del torrione Farnese sono state esposte in varie mostre in molte città americane ed europee, tra cui una massiccia partecipazione alla triennale di Milano. A questo punto finalmente Braibanti può dedicarsi alla poesia, alla scrittura di opere teatrali, a sceneggiature, ma anche ai suoi formicai artificiali e a un profondo contatto con la realtà ecologica del tempo.
A quel periodo risalgono i testi che confluiranno nei quattro volumi della raccolta intitolata Il circo (edizioni Atta, 1960), l'inizio dell'operazione cinematografica intitolata Pochi stracci di sole, rimasta irrealizzata, ma che anni dopo troverà una continuazione nei film Orizzonte degli eventi e Morphing e nelle sceneggiature de Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso. A un certo punto le amministrazioni democristiane di allora non rinnovarono più i contratti d'affitto per la torre. Il laboratorio venne chiuso e ogni membro iniziò un percorso indicato dalle proprie tendenze culturali e artistiche.
Carmelo Bene, in Vita di Carmelo Bene: "Un genio straordinario. C'intendemmo subito. “Vieni a trovarmi a Fiorenzuola D'Adda”, mi aveva detto. Abitava in una torre molto bella. Aveva un formicaio che curava maniacalmente. Sapeva tutto delle formiche e di molte altre cose. Passai da lui dopo la vacanza veneta. Una settimana insieme a un altro pazzo, il suo editore, progettando spettacoli su palloni aerostatici a Portofino, sopra le teste dei miliardari in vacanza. Dormivo in camera sua, su questi letti Ottocento in radica. Uno dei miei tanti padri. Mi sentì un giorno che leggevo Campana. “Il più grande poeta italiano”, disse. M'insegnò con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni cosa. Gli devo questo, tra l'altro. Non è poco. Progettavamo insieme come demolire la convenzione teatrale e letteraria italiana".
Nel 1956 Aldo Braibanti partecipa ai lavori per il congresso nazionale del PCI, ma il suo intervento è molto polemico in relazione ad alcuni aspetti di certo stalinismo diffuso. Per questo non viene ammesso tra i delegati. Braibanti abbandona gli schieramenti partitici, pur restando rispettoso dei rapporti fraterni con i suoi vecchi compagni della resistenza e della conseguente politica. Nel 1960, Eugenio Cassin, conosciuto durante il periodo della Resistenza fiorentina, pubblica i quattro volumi de Il circo: il primo contiene poesie dal 1940 al 1960, il secondo e il terzo opere teatrali, il quarto saggi e vari scritti. Dello stesso anno sono l’opera Guida per esposizione e la traduzione in italiano moderno del Giornale di bordo di Cristoforo Colombo, (Schwarz editore, 1960).
Nel 1962 si sposta a Roma, in quel periodo lavora a teatro con il giovane Carmelo Bene, riprende le collaborazioni con Sylvano Bussotti e Vittorio Gelmetti con il quale collabora per un breve periodo alla fondazione dei Quaderni Piacentini insieme ai fratelli Giorgio e Marco Bellocchio, e molti anni dopo per la versione radiofonica del suo lavoro teatrale Ballata dell'Anticrate che sarà trasmessa da Radio 3 nel 1979. Fino al 1968 Braibanti lavora su una complessa operazione teatrale dal titolo Virulentia: “una catena di spettacoli monografici che chiamavo “bandi”, e che alla fine sarebbero sfociati nel gioco di specchi di una sceneggiatura cinematografica”, tra il 1967 e il 1968 infatti porta su pellicola con Alberto Grifi il film: Transfert per kamera verso Virulentia. “Virulentia sviluppava in particolare il rapporto tra persuasione e violenza, e tra persuasione palese e persuasione occulta”.
Alberto Grifi che dirige il film tratto da Transfert per camera verso Virulentia
Era il periodo in cui in Italia arrivavano gli spettacoli del Living Theatre e di Grotowski, molto diversi dall'opera di Braibanti che ebbe un grande impatto soprattutto nell'ambiente romano. “Ogni bando di Virulentia si svolgeva in una serie di tableaux vivants, nei quali la deconcentrazione e la meditazione producevano una serie di “percorsi liberi”, attraverso i quali alla fine si ricomponeva la proposta testuale. Si trattava di un teatro nel quale anche la parola svolgeva un ruolo gestuale”. Il lavoro su Virulentia viene illustrato dallo stesso Braibanti in alcuni dei saggi presenti in Impresa dei prolegomeni acratici. Nel 1967 a Roma tiene una mostra di assemblages insieme a Giampaolo Berto. È il 1968 quando il giudice legge la sentenza di quello che restò tristemente famoso come “il caso Braibanti”.
Giunto a Roma nel 1962, Braibanti continua la sua ricerca e per un anno e mezzo chiede e ottiene la collaborazione dell'amico Giovanni Sanfratello, un giovane di 23 anni che aveva conosciuto nel periodo del laboratorio artistico del torrione Farnese di Castell'Arquato: “...mi sono spostato a Roma, e Giovanni Sanfratello mi accompagnò, perché venendo a Roma poteva difendersi meglio dalle pressioni assurde del padre, dovute a ragioni religiose, ideologiche e politiche. I Sanfratello, anche loro piacentini, erano ultraconservatori, cattolici e tra i più fascisti, e non riuscivano ad accettare che il loro figlio potesse scegliere una vita tanto diversa dalla loro”. Il 12 ottobre del 1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, presenta denuncia alla Procura di Roma contro Braibanti avendo trovato in modo non chiaro la collaborazione ambigua di un Pubblico Ministero: l'accusa è di "plagio".
In pratica Braibanti veniva accusato di aver influenzato il figlio e di avergli imposto le proprie visioni e i propri principi. I primi di novembre quattro uomini irrompono nella pensione romana in cui i due erano ospitati e portano via Giovanni con la forza, in una macchina dove era presente anche il padre: Giovanni sarà trasferito prima a Modena in una clinica privata per malattie nervose, poi al manicomio di Verona dove subirà “un grande numero di elettroshock e vari shock insulinici. Tutto questo contro la sua volontà, tenendolo isolato dai suoi amici, dai suoi avvocati e da chiunque avesse ascoltato le sue ragioni” (come scrisse Alberto Moravia, nel testo intitolato Sotto il nome di plagio). Giovanni dopo 15 mesi di internamento fu dimesso, con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che avessero non meno di cento anni. Giovanni Sanfratello, nonostante tutto, al processo dichiarò di “non essere stato soggiogato dal Braibanti”.
Ma quelli che denunciavano un fantomatico plagio, non hanno dato nessun valore alle dichiarazioni spontanee di Giovanni. Il pubblico ministero arrivò a dichiarare che: “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”. Viene dato peso invece alla dichiarazione di un giovane col quale Aldo Braibanti aveva fatto alcuni viaggi lungo l'Italia nell'estate del 1960. Piercarlo Toscani, che all'epoca dell'incontro aveva 19 anni, lo accusò dichiarando tra le altre cose: “il Braibanti aveva tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche, cioè comunismo in nome di una libertà superiore e ateismo [...] cominciò ad impedirmi le letture di svago a me usuali […] tali impedimenti non erano su basi di una prepotenza esteriore, ma sulla base di una prepotenza interiore, intellettuale, che è molto più forte dell'altra”. Alcuni giornali della destra ufficiale si scagliano contro quello che chiamano “il professore”, “il mostro”, “l'omosessuale”.

Braibanti in aula, attesa della sentenza
Dopo un processo durato 4 anni, nel 1968, Aldo Braibanti viene condannato a nove anni, che in appello diventano sei. Scontò due anni di carcere e due gli furono condonati perché partigiano della resistenza. Fu il primo e l'unico ad essere condannato per plagio, reato introdotto dal fascismo col Codice Rocco. Questo reato non è mai stato presente in nessun codice del mondo. Di conseguenza questa condanna ha avuto una grande eco nella stampa internazionale che condannò il processo. Tranne un giornale sud-americano dichiaratamente di estrema destra.
La condanna suscitò ampia eco in tutta Italia, a favore di Braibanti si mobilitarono Alberto MoraviaUmberto EcoPier Paolo PasoliniMarco BellocchioAdolfo GattiGiuseppe Chiarie e numerosi altri intellettuali e uomini di cultura. Si mobilitarono anche i radicali di Marco Pannella. Il processo rivelò infatti rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l'estremo tentativo del vecchio ordine sociale di imporre i propri valori contro la marea montante del Sessantotto. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto in altre nazioni, nella storia italiana ogni variante sessuale è stata usata giudiziariamente per fini politici di destra. Braibanti fu scelto come "capro espiatorio" in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche irregolare secondo l'ufficialità dei rapporti sessuali di quell'epoca, in un periodo in cui ogni variazione sessuale era giudicata "indifendibile" (in quanto "degenerazione piccolo borghese") anche in alcune ristrette frange della sinistra ufficiale. La sua era quindi, da un certo punto di vista propagandistico, una figura "indifendibile", utile per dimostrare che i comunisti stavano corrompendo la gioventù italiana e i valori famigliari tradizionali. Va inoltre notato che la controversa legge sul plagio, introdotta nel codice penale durante il periodo fascista proposto da Rocco, portò nel dopoguerra ad una condanna in questo unico caso e fu successivamente abolita, senza essere più stata applicata, grazie all'infuocato dibattito scatenato dalla sua condanna, con sentenza della Corte costituzionale n. 96 dell'8 giugno 1981.
Subito dopo la sentenza Pier Paolo Pasolini scriverà: “Se c'e un uomo «mite» nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l’accusa, pretestuale, di plagio? Il suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l’è scelta e voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente, letteraria... Invece egli si è rifiutato d’identificarsi con qualsiasi di queste figure - infine buffonesche - di intellettuale.
Carmelo Bene, dirà nel 1998: "Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l'Italia. Fu condannato a undici anni, per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne... Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l'intellettuale migliore che avesse l'Italia all'epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent'anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri"[16]. Mentre lo stesso Braibanti in “Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti” ricorderà trentacinque anni dopo: “quel processo, a cui mi sono sentito moralmente estraneo, mi è costato due nuovi anni di prigione, che però non sono serviti a ottenere quello che gli accusatori volevano, cioè distruggere completamente la presenza di un uomo della Resistenza, e libero pensatore, ma tanto disinserito dal mondo sociale da essere l'utile idiota adatto a una repressione emblematica. Purtroppo la colpevole superficialità di gran parte dei media ha cercato da allora di etichettarmi in modo talmente odioso che per reazione ho finito col chiudermi sempre più in un isolamento di protesta, fuori da ogni mercato culturale”.
In prigione Braibanti continua, in condizioni penose e in modo quasi clandestino, la sua attività di poeta, scrive un'opera teatrale dal titolo L'altra ferita in cui riporta in chiave moderna l'avventura del Filottete di Sofocle che verrà rappresentata da Franco Enriquez nel 1970, con la musica elettronica di Pietro Grossi e le scenografie diLele Luzzati. Altri scritti furono inseriti nella raccolta di saggi pubblicata sempre nel 1970, a cura della Finzi-Ghisi, che ha come titolo Le prigioni di stato.
Uscito di prigione, riprende il ciclo di Virulentia, ma presto lo abbandona per un nuovo ciclo di laboratorio teatrale, Ballate dell'Anticrate, che diventano presto anche una serie di sceneggiati radiofonici, preceduti da Lo scandalo dell'immaginazione e seguiti dalle Stanze di Azoth. Braibanti porta avanti il lavoro teatrale come un laboratorio e le varie opere sono legate da “una sorta di canone infinito, che faceva di tutte le opere teatrali una sola proposta continua”. Per questo i suoi spettacoli non avevano repliche, ma rappresentazioni uniche che Braibanti interpreta come “il momento di saturazione del laboratorio”. Così accade a opere comeIl Mercatino, presentato a Cagliari negli anni settanta, a Theatri epistola, presentato a Segni negli anni ottanta.
Nel 1979, in occasione di una mostra di assemblages a Firenze pubblica l'opera-catalogo Objets trouvés, sempre negli anni ottanta collabora con la rivista “Legenda” nella quale pubblica sette prose d'arte. Il 1988 è l'anno della pubblicazione dell'Impresa dei prolegomeni acratici (Editrice 28, 1988) un testo dalle tematiche variegate: “della critica storica e di una rifondazione della pedagogia, ma soprattutto descrivo la crisi di sviluppo che mi ha portato fuori dalla psicoanalisi classica, per indirizzarmi coerentemente verso una interpretazione del comportamento più strettamente biologica”. Impresa dei prolegomeni acratici vuole mettere in luce la crisi del linguaggio. “Il linguaggio è una fotografia dell'uomo: come l'uomo tutte le parole nascono, vivono e muoiono”. Nel 1985 scrive la sceneggiatura per il film Blu cobalto per la regia di Gianfranco Fiore Donati e l'interpretazione tra gli altri di Anna Bonaiuto ed Enrico Ghezzi. Il film, presentato al festival di Venezia, riceve un premio dalla Fice (Federazione italiana cinema d'essai) e dalla Lega Cooperative.
Nel 1991 pubblica Pellegrinaggio a Rijnsburg nella sezione musicale della Biennale di Venezia. Nel 1998 esce Un giallo o mille con testi poetici e collages. Del 2001 è Frammento Frammenti (edizioni Empirìa) che raccoglie gran parte delle sue poesie dal 1941 al 2001. Nel 2003 viene pubblicato Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti (edizioni Vicolo del Pavone) un lungo dialogo con Stefano Raffo in cui Braibanti ripercorre la sua vita e il suo lavoro di pensatore libertario: “chiamo “libertario” chi non si rifugia in una teoria dei “valori”, e riesce senza angoscia a rimettere sempre tutto in discussione. […] Ogni conoscenza degna di questo nome si muove, attraverso una memoria selettiva, verso le interminabili praterie del non conosciuto, negando drasticamente ogni tentazione di inconoscibilità. Ne consegue una totale relatività di ogni verità, di ogni etica, di ogni estetica. Etica e conoscenza si identificano nel rispetto e nella difesa della vita”.
Tra i suoi video Orizzonte degli eventi realizzato negli anni Ottanta. Nel 2005 gli viene comunicato uno sfratto dalla sua casa in via del Portico d'Ottavia a Roma, in cui viveva da quarant'anni, una vecchia casa popolare malandata in cui Braibanti viveva con la pensione sociale minima: viene creato un “Comitato pro Braibanti”, e alcuni parlamentari de L'Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla legge Bacchelli, concesso il 23 novembre 2006 dal secondo governo Prodi. Nel 2008 lo stabile in via del Portico d'Ottavia viene acquistato dalla famiglia Fuksas e poco tempo dopo Braibanti e la sua libreria composta da migliaia di volumi sono costretti ad abbandonare la casa. Oggi Braibanti vive provvisoriamente a Castell'Arquato, ha in lavorazione ilCatalogo degli amuleti, il Nuovo dizionario delle idee correnti, il video in lungometraggio intitolato Quasi niente.


Le opere


  • Traduzioni
  • Cristoforo Colombo. Il giornale di bordo. Schwarz, 1960 – traduzione dallo spagnolo

FILMOGRAFIA
  • Transfert per kamera verso Virulentia regia di Alberto Grifi, dall'operazione teatrale di Braibanti, 1967
  • Orizzonte degli eventi, regia e sceneggiatura
  • “Il pianeta di fronte”, regia e sceneggiatura
  • Colloqui con un chicco di riso, regia e sceneggiatura
  • Morphing, regia e sceneggiatura, con le animazioni di Leonardo Carrano, 1995
  • Blu cobalto sceneggiatura per la regia di Gianfranco Fiore Donati, con Anna Bonaiuto ed Enrico Ghezzi, 1985



RADIO
  • “Lo scandalo dell’immaginazione”, scritta e diretta per Radio Rai
  • “Le ballate dell’Anticrate", scritta e diretta per Radio Rai
  • “Le stanze di Azoth”, scritta e diretta per Radio Rai




  • BIBLIOGRAFIA

  • Stefano Raffo, Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti, Vicolo del Pavone, 2003
  • Anonimo, La sentenza Braibanti (atti del processo), De Donato, Bari 1969. Esame della vicenda, in ottica innocentista.
  • Alberto MoraviaUmberto EcoAdolfo GattiMario GozzanoCesare MusattiGinevra BompianiSotto il nome di plagio, Bompiani, Milano 1969. Interventi di intellettuali italiani a favore di Braibanti.
  • Libérez Braibanti!: suivi de Tartuffe et Dom Juan, Jean Pierre SCHWEITZER, Aldo BRAIBANTI, les amis de Jules Bonnot, 1971
  • Umberto Eco, "Il costume di casa. Evidenze e misteri dell'ideologia italiana negli anni sessanta", Bompiani, Milano, 2012
  • Gabriele FerlugaIl processo Braibanti, Silvio Zamorani editore, Torino 2003, ISBN 88-7158-116-4. Monografia sul caso Braibanti, che riesamina il caso in una prospettiva storico-politica.
  • Andrea Pini, "Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia di una volta", 2011