mercoledì 4 dicembre 2013

Questa sera su Raitre alle 23.20. "Con il fiato sospeso", l'eco-horror di Costanza Quatriglio










Anna Balestrieri in "Con il fiato sospeso"


La ricerca in Italia non solo non è aiutata, ma è addirittura condannata a morte. Dopo la prima alla "Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia" (fuori concorso) "Con il fiato sospeso" il mediometraggio di Costanza Quatriglio, con Alba Rorhwacher, sarà trasmesso su Rai Tre questa sera, martedì 7 gennaio, alle 23.20. E' vero, l'orario è incongruo. Sono ancora intossicati dall'Auditel i programmisti Rai. Ma si vogliono disintossicare. Perché il film proprio di inquinamento e crimini ambientali, chimici e farmaceutici tratta.


Nel dicembre 2008 la magistratura ordinò la chiusura dei laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, dopo il ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. Nel diario il ventinovenne denunciava, tra l'altro, le condizioni insalubri dei locali, non idonei alla ricerca scientifica.


Un processo tuttora in atto vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino", il film è il frutto di una lunga documentazione che mette in luce l'obsolescenza di strutture preposte alla ricerca oltre all'amara constatazione della ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.











Mariuccia Ciotta

Scie verdastre fuori fuoco, geroglifico di filamenti, liquame cangiante che invade lo schermo, Con il fiato sospeso entra nella “bolla” infetta di un film di fantascienza, quel genere sui mostri cresciuti nei fiumi inquinati dall'industria farmaceutica. Ma i 35' di Costanza Quatriglio (L'isola, il mondo addosso, Terramatta) non parlano dei piranha mutanti di Joe Dante né degli esperimenti del Dottor Moreau, lo schermo si corrode nell'acido di immagini uscite dalla realtà, la storia di Emanuele Patanè, giovane dottorando alla facoltà di farmacia, università di Catania, morto di cancro ai polmoni nel 2003, contaminato dai vapori tossici del laboratorio. 
 
Quatriglio vede attraverso il vetrino del microscopio, filtra i fotogrammi negli alambicchi e nelle fiale - effetto acquario con i volti distorti degli studenti - e punta l'obiettivo sul primissimo piano di Alba Rohrwacher, quasi una sensitiva in collegamento con l'aldilà. I suoi occhi ci guardano oltre la cortina dell'obiettivo e producono la vertigine del cinema preso in flagranza di realtà. 
 
Alba Rohrwacher
 
La regista, che viene dal corto e dal documentario, maneggia bene i fuori-formato e fa entrare in collisione materiali eterogenei, schegge di concerti, flash di esterni vuoti e malinconici, vere fotografie di Emanuele in ospedale, intubato, ripreso dal padre che non può credere alla fine. 
 
Rohrwacher nella parte di Stella, studentessa aspirante farmacista, è stupefacente nel racconto spezzato di una living dead, sopravvissuta alle esalazioni venefiche del laboratorio di chimica, testimone e interprete delle memorie di Emanuele che scrisse un diario sulla sua malattia.
Incursioni di qua e di là del confine tra documentario e narrazione, Con il fiato sospeso è un poemetto accompagnato dalle note punk-romantic-blues dei Black eye dog suonate e cantate da Anna (Balestrieri), amica di Stella (abitano insieme), esponente del Mundo Civilizado di Luca Guadagnino, docu-film sulla scena musicale di Catania. La musica piena di suspense di Paolo Buonvino fa da doppia pista sonora. 
Costanza Quatriglio e Alba Rohrwacher
 
Stella si addormenta con la faccia e la gola in fiamme dopo una giornata in laboratorio e ascolta Stella dal ciuffo color granoturco esercitarsi con la sua band. Due strade divergenti, lei crede nell'università, nei professori che garantiscono la non nocività dei fumi alchemici, l'altra invece è fuggita dalle istituzioni e ha scelto i suoni indie.
La voce off di Michele Riondino corre parallela alla “confessione” di Stella, ai suoi flash visivi di gorghi liquidi versati nel lavandino senza precauzione, e che arriveranno ad avvelenare le falde acquifere. 

Anna Balestrieri
Nel 2008 sono stati posti i sigilli al laboratorio di Catania e i vertici della facoltà messi sotto processo (ancora in corso) per discarica abusiva e inquinamento ambientale. Il memoriale di Emanuele ha fatto da detonatore, e a lui il film è dedicato, ma non solo, altri studenti sono morti, contagiati da amianto, mercurio, zinco mentre sognavano di contribuire alla ricerca medica.
Tutto scritto nei lineamenti di Alba Rohrwacher, Con il fiato sospeso, applaudito alla Mostra di Venezia, si espande in un mondo onirico, trasparenze ultraterrene, dove lo spettro di Dickens indica i colpevoli, e le vie di fuga.

Il film è stato proiettato al cinema Ambra della Garbatella di Roma il 4 dicembre nel corso di Arcipelago del cinema italiano, fuori concorso, alla presenza della regista. 
"Con il fiato sospeso" alla Mostra del cinema di Venezia 2013
 

lunedì 2 dicembre 2013

"Venere in pelliccia", il gioco perverso di Roman Polanski

manifesto del film
Mariuccia Ciotta


L'estasi nel martirio del concedersi schiavo, godimento estremo fino all'umiliazione e alla morte, Venus im Pelz dell'austriaco Leopold von Sacher-Masoch si trasforma nel divertissement all'acido di Venere in pelliccia (Venus à la fourrure) diretto da Roman Polanski, sui nostri schermi proveniente da Cannes e ispirato all'adattamento teatrale di David Ives, co-sceneggiatore del film.

Wanda von Dunajew, la perversa complice di Severin, il “masochista” del romanzo, si materializza nella voluttuosa Emmanuelle Seigner, attrice e moglie del regista, primadonna in un film a due voci, lei e Mathieu Amalric nelle vesti di Thomas, regista teatrale dalle ambizioni sproporzionate al suo calibro, un po' ridicolo e molto frustrato.
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"

La dimensione erotica originale si infrange subito, dichiaratamente, fin dall'ingresso in scena di Vanda non più Wanda - quella della Venere allo specchio di Tiziano, ispiratrice di von Sacher-Masoch - ragazzona in guepière, fradicia di pioggia, fuori il temporale tuona, arrivata in ritardo ai provini. L'abbigliamento da avanspettacolo contrasta con la pièce, e Thomas la guarda disgustato, Vanda dimostra ignoranza abissale, è l'ennesima attricetta da quattro soldi sfilata sul palco per tutta l'esasperante giornata del regista. Chi può interpretare la femme fatale ottocentesca tra le squinzie ruminanti chewing gum?
Polanski, lui sì perverso, si attrezza a manipolare la materia grezza della post-modernità e a estrarre oro dalle rape in un crescendo di capovolgimenti inattesi. La sua Vanda perde man mano consistenza umana, diventa l'Ava Gardner di Il bacio di Venere, la statua vivente di Kurt Weill trasferita sullo schermo da William A. Seiter ('48).

Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric
Gioco di smontaggio e rimontaggio del cinema, ancora una volta, dopo Carnage, sezionato nello spazio chiuso delle quinte, il film si inoltra nel luogo rarefatto dell'immaginazione. Vanda non esiste, il suo nome non figura nell'elenco dei provini, è venuta dal nulla, fantasma del regista. E, calata nella parte, l'improbabile aspirante recita alla perfezione le battute della pièce con un'altra voce, morbida tanto l'altra era urticante, diventa sceneggiatore e regista, corregge lo sgomento Thomas, modifica l'arredamento di scena, controlla le luci, comanda. Impugna la frustra virtuale e punisce l'ometto incapace - i registi senza memoria, arroganti e dal budget milionario – in un aggiornamento dello schiavo amoroso.
Thomas cadrà ai piedi non tanto della donna ma di Polanski, che smaterializza sempre più la sua Emmanuelle, trasfigurata in un'apparizione onirica, attraversata da lampi elettrici, Baccante e vendicatrice, musa crudele e poi di nuovo Vanda in un'intermittenza vertiginosa di ruoli. 
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"
 

Di lato, c'è anche lo sbeffeggiar di genere, maschio/femmina seduttivi secondo copione, l'attrice polposa che vuole la parte a tutti i costi e il regista che non resiste mentre la moglie lo chiama al cellulare. Spazzatura che Polanski mette in bella vista per esasperare l'effetto del tocco magico di un cinema mai servo dello spettacolo.
Così torna lo spirito di Wanda von Dunajew iniettato nella pietosa disoccupata con la giarrettiera che si muta in Salomé danzante nei sette veli a pretendere la testa dei tanti Thomas. 
Roman Polanski

 




domenica 1 dicembre 2013

Touki Bouki 2. Mille Soleils di Mati Diop, la nipote (davvero) di Djibril

Magaye Niang in Mille Soleis


 di Roberto Silvestri

Mati Diop, cineasta senegalese
I cineasti figli di papà. Le dinastie di registi occidentali. Non ci sono solo i Gassman e i Tognazzi, gli Steno e le Sofie Coppola, i Thomas Harlan e Samantha A. Fuller. Anche l'Africa ha le sue dinastie di cine-griot viaggianti. Anche il Senegal. 

Un album di Wasi Diop
Il compositore Wasi Diop che fa molta musica da film ha una figlia filmaker che è nipote del suo illustre fratello, morto prematuramente. Lei si chiama Mati Diop e ha 31 anni. E' anche attrice emergente (per Claire Denis e Antonio Campos)  e direttore della fotografia. E ha prodotto in Francia alcuni corti e medi prima di questo Mille Soleils di 45' che ha avuto molto successo al festival di Marsiglia (è il luogo della anteprima mondiale non è casuale) e al recente festival di Torino, dove è stato proiettato nella sezione Tff Doc. 

Stephanie Biddle, star in Karmen di Joseph Gaye Ramaka
Già dal titolo si capisce che questo lavoro è dedicato con amore allo zio, all'autore di La piccola venditrice del Soleil - il Soleil è il quotidiano più diffuso a Dakar - allo zio Djibril Diop Mambety, famoso anche per Hyènes, da Durrenmatt, per come riuscì a ottenerne i diritti, e per aver interpretato in Italia svariati western spaghetti.  

L'idea di partenza del film nasce però dal capolavoro di Djibril, il suo esordio nel lungometraggio dopo i corti Contras City e Badou Boy del 1968-1969, Touki Bouki, il film più sperimentale della storia africana, che, secondo il padre di Mati contiene anche la storia profonda di tutta la famiglia, radici comprese. 

Magaye Niang e Myriam Niang in Touki Bouki (1973) di Djibril Diop Mambety
E parte il film, fiction e non fiction, perché anche Freud fantasticava prendendo appunti, raccontato in prima persona singolare femminile come insegnano a fare nelle scuole di cinema più avanzate (e lei viene dalla rinomata Fresnoy).

Una proiezione notturna proprio di Touki Bouki-Il viaggio della jena, in uno slargo di Dakar. L'anno scorso. A destra e a sinistra sfilano le automobili. In mezzo qualche sedia e uno schermo arrangiato. C'è molto pubblico, anche bambini e ragazzi. Ma perché in piazza? Non ci sono cinema a Dakar? Uno d'essai ce n'era...Quello fondato dal cineasta senegalese Joseph Gaye Ramaka. Non saranno mica riusciti a incendiarlo davvero i fondamentalisti islamisti furiosamente ostili al suo Karmen, una versione afro davvero troppo libertaria e sensualmente possente della Carmen di Bizet! 

Mati Diop
Comunque, parentesi a parte, aspettando la fine della proiezione per incontrare e festeggiare un attore del film, il protagonista maschile Magaye Niang, e chi ne curò la colonna sonora, la super star Wasis Diop, fratello di Djibril e suo braccio destro musicale, il pubblico è folto, interessato, plaudente e divertito. 

Myriam Niang in moto
Magaye Niang è arrivato fin lì e non senza difficoltà. Abita all'altro capo della città. Vive solo. Di lavoro fa di nuovo il pastore. Ha una bella mandria di zebù dalle lunghe corna che attraversano disinvoltamente la tangenziale. Stivaloni e cappello da cowboy. Sembra Richard Boone, per la grinta. O Eli Wallach. A fine lavoro si mette in marcia. 

Ecco chi ha rubato la moto di Mory. Mille soleils
Ma entrano nel film come fosse un incubo antiche scene cruente e gore di mattatoio, quasi provenienti da quell'altro film più celebre... Il tassista, però, chiede troppi soldi. Magaye deve anche andare a piedi. Poi incontra i vecchi amici, un po' di racconti e aneddoti, di discussioni politiche accese (il Senegal vive una crisi sociale e economica non da niente), una bella bevuta in un retro bar pieno di uccelletti fastidiosi... 

Mille Soleis
Insomma Magaye arriva solo alla fine della proiezione. Dice ai ragazzini, "sapete che sono io il protagonista del film che state vedendo?" E loro ridacchiano e lo prendono in giro: "Ma questo è un bel ragazzo e tu sei un vecchio con la barba!" Poi però Wasis Diop lo presenta. E' vero. Era lui. E lui racconta, quaranta anni dopo, quell'esperienza assai poco fiction. C'era la sua vita, la sua storia lì dentro. Tanto che gli viene voglia di chiamare Myriam al telefono, pochi minuti perché costa un'occhio, la donna che ha amato ma che ha lasciato partire. E che adesso vive in America, dopo una parentesi francese che l'ossessiva ripetizione di un hit di Josephine Baker rendeva obbligatoria. La commozione i due riescono a metterla fuori campo. Ma non è meno dolorosa. 

Touki Bouki, il piano è riuscito. Si parte!
Ma. Che cos'era Touki Bouki-Il viaggio della jena? Cosa aveva di speciale. Era un film a soggetto, ma libero di fraseggio, a colori, lungo 85', girato nel 1973 dall'enfant prodige del cinema senegalese, l'altissimo e bellissimo nobile wolof in stato d'allarme Djibil Diop Mambety, e proiettato a Dakar per la prima volta, ma per soli 4 giorni, nel 1975. Suscitando entusiasmo tra i giovani, ma anche strepiti e clamori tra i conservatori. Eppure era stata una prima scelta della Quinzaine di Cannes e aveva vinto un premio al Festival di Mosca. 

Touki Bouki
Cosa scandalizzava? Lo stile spezzettato. Quella sintassi che lo spettatore deve reinventare mettendo insieme come fosse un puzzle scene di documentaristica flagranza (le donne che cucinano e lavano i piatti, i poliziotti e i postini stancamente al lavoro, la vita nei quartieri poverissimi) con flash onirici e surreali, imperfezioni tecnichi e  metafore politiche, romanticismi e sesso sugli scogli alla Russ Meyer o Desiré Ecare, fluidità di racconto e improvvisi detour ellittici...Il dramma e l'ironia spinta fino al sarcasmo e alla satira. Insomma. Il racconto di un griot, che è insieme fiaba e saggio critico, carezza sensuale e Brecht, urlo e sentimenti delicati. Una storia d'amore fino all'ultimo respiro. Godard c'entra. Da Marsiglia arrivava Jean Paul Belmondo, il ladro charmant che casualmente uccide un poliziotto, fugge con Jean Seberg ma si dovrà separare da lei, quandò resterà stecchito sul selciato, al termine di A bout de soufle.

Magaye Niang oggi
Si raccontava infatti di due ragazzi anticonformisti e dotati di notevole capacità profetica, l'ex pastore Mory e la scatenata studentessa Anta (Myriam Niang), che nella prima del film - o è una mia allucinazione? - vediamo guidare la motocicletta gigantesca di Mory, con le corna di zabù sul manubrio - decidono di partire per Parigi perché in Senegal non c'è prospettiva di lavoro e di crescita.

Magaye Niang
Un mondo è finito ma un altro mondo non si è in grado di costruire. A Mory rubano la moto. I soldi non ci sono. Si cercano. Si trovano. Furti e truffe metropolitani, l'ultima ai danni di un ricchissimo omosessuale che si porta Mory nella camera di un hotel di lusso. Alla fine lei, elegantissima come Bette Davis parte, su un piroscafo da favola, inseparabile baule dietro, diretta a Marsiglia, che sembra proprio quello di Irving Rapper in Perdutamente tua, altre che barcacce improbabili. Ma lui resta. Forse non è riuscito del tutto a tagliare i ponti con il suo passato. Forse deve cercare la moto (non la troverà più). Forse vuole fare il pastore e portare l'America a Dakar, invece che inseguirla vanamente.

Mati Diop
Niente di speciale? Raccontato a parole un film non vuol dire molto. Bisogna vederlo raccontarsi. E se lo vedete, Touki Bouki, vi renderete conto perché questo film, all'epoca come oggi, fa lo stesso effetto bomba dei saggi-film di Godard, e non solo sotto e sopra il Sahara.Il cinema africano nacque in ritardo (tra gli anni 50 e 60), naturalistico e didattico. Troppi cittadini resi analfabeti dal colonialismo. Bisognava recuperare raccontando i fondamentali (storia, etica, politica, religione, modernità contro tradizione, rapporto uomo donna...) in immagini. Era la generazione dei padri. Sembene Ousmane, per esempio, visto che siamo in Senegal. 

Mati Diop
Ma Djibril apre una seconda fase del cinema africano. Che si svoncola dal colonialismo e dal neocolonialismo anche nelle forme. Yuossou 'Ndur e Manu Dibango sono altro dal rock e dal pop. Ritmi e metafore sono differenti, non meno seducenti. Così Djibril lascia il testimone alla nipote Mati. Ne vedremo di magie, scientificamente impostate, prossimamente.   




sabato 30 novembre 2013

Il doppio scandalo di Emmaus. L'esordio a Torino Doc di Claudia Marelli

Roberto Silvestri

Lo scandalo di Emmaus. A Emmaus, villaggio vicino a Gerusalemme, di difficile ubicazione oggi visto il situazionistico  ridisegno topografico della Palestina/Israele, Gesù ricompare non riconosciuto e non spettrale a due suoi discepoli, dopo la Resurrezione.

Caravaggio ricorda quella cena con due dipinti, in uno di questi l'aureola è addirittura visualizzata in negativo, nera come un'ombra, nell'attimo dello sconvolgente riconoscimento, quando quel signore in rosso benedice il pane e il vino. Sono gli ultimi bagliori di un crepuscolo terreno. Ma c'è una promessa di redenzione, di estasi, di gabbie e sbarre spezzate in quel frame...Pre-tomba e oltre tomba penetrano l'uno nell'altra e si potrebbe perfino ipotizzare un post-tomba.

L'associazione sarda Casa Emmaus di Iglesias, in località Palmieri, è una comunità terapeutica di campagna che si occupa di riabilitazioni gravi. Affiancando il movimento omonimo fondato dall'Abbé Pierre e basato su un concetto scandaloso di carità cristiana, mettersi dalla parte degli ultimi per poi risalire la china insieme, questo centro, totalmente laico, è concentrato soprattutto sulla riattivazione delle facoltà più socializzanti e del rispetto di sé di chi sconta la pena fuori dal carcere o cerca di ricollocarsi nel consesso civile attraverso il lavoro, utile e biodinamico, come l'allevamento dei bovini e dei suini, e la cura, attenta e ritmica, dei campi.

Non è un caso che crescenti problemi finanziari dovuti ai tagli gometrici e meccanici della spesa sociale, soprattutto nella Sardegna gestita della giunta di Ugo Cappellacci, come vediamo nei tg di questi giorni, stiano mettendo in crisi questo modello di prestigio internazionale.  

Il secondo scandalo di Emmaus. Emmaus, l'opera prima della giovane cineasta Claudia Marelli, cagliaritana che vive a Roma, non ha però nulla del servizio giornalistico descrittivo e di denuncia. E' molto più un chant d'amour. Inebriato di ironia e di partecipazione emotiva. Senza erotismo niente reportage. E aggirandoci per le terre del Sulcis aggredite con particolare  sadismo sul versante disoccupazione e chiusura delle miniere, il gesto ha un che di egemonico e provocatorio.

La regista Claudia Marelli
Richiamata nelle sue terre anche per raccontare questa istituzione e le sue metodologie terapeutiche d'avanguardia, grazie a antiche amicizie, Marelli chiede a Giuseppe D'Amato di catturare tutti i suoni registrabili per ampliare il visuale e farne immagine e a Vic Chesnutt (autore delle musiche) di immaginarsene un altro, di mondo. Tutti questi strati sono mixati in digitale, con un montaggio finale di 85'. Una rapsodia fabbricato poi in sala montaggio assieme al complice Pietro Lassandro, nel pieno rispetto del primo comandamento di Jean Marie Straub-Daniéle Huillet o Bela Tarr o Tonino De Bernardi (dare tempo agli occhi, affinché tornino a guardare corpi, vento e paesaggi, invece che a sbirciare il nulla orpelloso) e di Alberto Grifi (assumersi la responsabilità di rovesciare sempre le gerarchie degli sguardi, non burattinizzare mai il tuo soggetto). Tonino in sala approva. Siamo per un attimo tornati al Tonino Film Festival. E non a caso i più fortunati vedranno a Torino anche il suo nuovo poema, Hotel de l'Univers.

Claudia Marelli
Il film diventa così uno di quegli oggetti fuori dogma, impropri e avulsi come quell'opera d'arte della Collezionista di Rohmer, imprendibile perché affilate lamette taglierebbero le mani. Un reportage obliquo, indiretto e impertinente rispetto ai format consentiti, dedicato non tanto alla narrazione didattica di questo benemerito centro malessere, quanto alle interferenze esistenziali, oniriche, sessuali e mnemoniche di tre suoi ospiti, Antonello Manca, Angelo Sardu e Fausto Serra.

Con i quali Claudia Marelli riesce a giocare allo scambio serissimo dei ruoli. Ipnotizza e si fa ipnotizzare. Qui avviene la vera eresia, l'originalità dell'operazione che attraversa sempre un bordo, quello tra ciò che si sa controllare e l'incontrollabile.  Equivalente al rovesciamento della prima legge della robotica di Asimov. Come il robot non può mai nuocere all'uomo il regista non può mai innamorarsi del soggetto del suo film. Ma Godard ha insegnato a gestire anche questo peccato capitale, con Anna Karina. E qui avviene qualcosa di simile. La camera digitale passa alla persona ripresa e la regista viene coinvolta, imprigionata nell'inquadratura, fucilata nello shooting, ripresa in primissimo corpo, 
in Emmaus.

I tre protagonisti, tra la cura di un maialino e una bella gita al mare, ricordano, qualcuno quasi solo con gli occhi e il silenzio, i gesti e la catatonia, altri con l'imponenza metrose del proprio corpo scolpito, il loro passato di rapine e omicidi, l'infanzia difficile, le sbronze e le risse, la violenza istigata, perché già si viveva un quotidiano isolano fatto di gabbie e recinti dentro gabbie e recinti, prima ancora di essere presi adolescenti e messi in cella per sempre.

venerdì 29 novembre 2013

Pays Barbare. Colonialismo storico e decolonialismo mediatico. Yervant Gianikian e Ricci Lucchi, combattenti urlanti




Roberto Silvestri

Senza fare i conti con il nostro rimosso coloniale (perfino con quello nobile, che so, i tanti operai italiani morti nella costruzione della diga di Kariba, Tanganika, 1960) il paese non può crescere. Resterà uno dei Pays Barbare. Come quelli europei che pensano che a fotografarci, nel profondo dell'anima, sia solo il Pil. Ma attenzione. I "Pays Barbare" sono più di uno anche in un altro senso. C'è un'Italia coloniale, poi l'Italia imperialista fascista e quella postcoloniale di oggi, dal mediterraneo trasformato in cimitero acquatico, democratica ma non per questo meno barbara.
Etiopia 1936-1937. L'aprite a lungo negata

Pays barbare è il titolo di uno di quei film documentaristici obliqui, fiction non fiction, che da soli valevano un viaggio a Torino, al primo festival di Virzì, che deve avere cambiato idea e contegno, per fortuna, da quando ironicamente sbeffeggiava Gianni Canova che gli rimproverava, 15 anni fa, di rappresentare un cinema interessante, nel filone della commedia seria, ma estraneo alla ricerca e alla competizione internazionale, perché 'mancante di sguardo'. Abbiamo perso Antonioni dal nostro cinema.

Camicie nere
Questo film vede, come Antonioni, cose che agli altri sfuggono. Ed è proprio un duro confronto e combattimento di sguardi urlanti che mette in scena: occhiatacce, osservazioni pertinenti, sottolineature sarcastiche, avvicinamenti di macchina, chiusura delle palpebre, rallentamento di visione, occhi al cielo o sgranati, ripetizione di fotogramma, insomma sguardi politici lanciati contro e sopra gli occhi prensili, violenti, machisti, paternalisti, lubrichi, sessisti che si posano sulle prede del colonialismo, siano uomini, donne paesaggi o animali, attraverso filmati di autoglorificazione dell'impresa imperiale, che esibivano, si vantavano e si compiacevano sonoramente della propria degradazione.


Un aereo costruito da Caproni
Un intervento di alta politica, per parole e immagini, sguardi e grida, su una delle pagine più buie e vergognose della storia d'Italia, la guerra d'Africa. Sezione Tff doc, quella affidata a Davide Oberto, all'interno di un focus speciale dedicato, parole del curatore, alle "tematiche coloniali e postcoloniali della storia soprattutto europea, perché pensiamo sia un modo per dotarsi di strumenti fondamentali per capire molti aspetti della contemporaneità (dalla costruzione delle identità nazionali e non, alle questioni legate alle migrazioni). "Il film che ci ha convinto a seguire questo percorso - scrive Oberto nell'introduzione al catalogo -  è The Stuart Hall Project del co-fondatore del Black Audio and Film Collective, e gigante del cinema documentario, John Akomfrah, dedicato alla figura di Stuart Hall - creatore dei cultural studies e uno dei teorici più acuti del nostro tempo insieme a Noah Chomsky, Michel Foucault e Susan Sontag. Nel focus, Pays Barbare, il grido lancinante che Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi levano per squarciare il silenzio sul passato coloniale e sul presente barbarico italiano". Questa volta dunque la camera analitica di Gianikian e Ricci Lucchi si dirige verso il punctum mica tanto simbolico del problema Italia. 

Il triangolo delle Bermude del nostro immaginario più nascosto e trascurato, è la triplice avventura di rapina Libia-Etiopia-Somalia, che precede, però, certo si si sovrappone, ma anche segue il ventennio fascista.

Dalla ritrosia ad aggredire la Tripolitania del premier Zanardelli alle sfuriate del premier socialista Craxi contro i nostri puzzolenti pieds noir, per l'avidità smisurata, a Mogadiscio; da Omar Moukthar impiccato  e dai campi di sterminio per patrioti tripolitani alla iprite dispersa dagli aerei Caproni nel 1936-1937 su vecchi-donne-bambini, dalle banane rubate dai nostri maldestri importatori di Somalita, alla 'festa per il mio caro amico Gheddafi'; dall'odioso Galliani che traffica subdolamente con Pretoria apartheid per truffarci coi decoder di Silvio (la reputazione se l'è persa lì) alla cascata di fango gettata dai teppisti con l'ipad contro il ministro Cécile Kyenge... la sindrome imperialista-fascista non è stata però la sola responsabile di una malattia interiore virale, il nazionalismo razzista, epidemia più arcaica, profonda e pericolosa delle altre (dell'anticomunismo, per esempio, che ne fu solo una delle forme), perché non smette di incrementare le vittime e offuscar le teste, leghiste o grilline o veltroniane che siano. Il chinino non può farci nulla, la febbre si espande anche al di là delle frontiere. E, diffondendosi, tra Le Pen, Alba dorata e Forza Italia, sbriciolerà l'Europa internazionalista sognata da Olof Palme e Dag Hammarskjold (tò, uccisi tutti e due dai neonazisti).  


Abbiamo oggi un'occasione d'oro per ristabilire almeno il nostro equilibrio psicofisico. Non sono gli spettri dei nostri crimini quei signori e quelle signore che si aggirano per le fabbriche e per le strade comunali e extra comunali d'Italia. Sono lavoratori in carne ed ossa, cittadini del mondo immigrati, oltretutto una buona fetta di Pil, avrebbe aggiunto il premier cristiano democratico tedesco Helmut Kohl. Depennare subito la Bossi-Fini dalle nostre teste, ecco il disegno. Ma come fare? Non è un atto parlamentare. Si tratta di una rivoluzione psichiatrico-culturale.


Mussolini a Tripoli
Piazzale Loreto ci fece fare un grandioso passo politico in avanti. Non per l'esposizione dei corpi giustiziati. E neanche per l'imposizione, timida e poco numerosa, di quei pugni chiusi a salutare sorridenti in macchina da presa un ordine nuovo più gramsciano in quella radiosa giornata di sole. Ma per le armi che il popolo in quel momento ancora maneggiava sui carri e sui pullman che passano sugli sfondi. Gliele toglieranno presto. I passi in avanti etico-culturale sono più lenti e vanno fatti in comune.

C'è da chiedersi per esempio, tornando indietro nel tempo, come mai dopo il fosco caso Matteotti, Mussolini che si era vantato spudoratamente  di averlo fatto assassinare, riuscisse a rimettersi letteralmente in sella, facendosi riprendere e fotografare a cavallo (leggendo l'autobiografia di di un'ufficiale dell'epoca, Amedeo Guillet, le bellissime scene a Tripoli di Mussolini a cavallo, diventeranno un vero spasso) solo trascinando il paese nell'impresa imperiale, alla quale aderirono entusiasticamente perfino i più critici e i frondisti. L'alta missione spirituale che unì il nostro popolo quale era? Non più di un: mica siamo più fessi degli inglesi, dei portoghesi, dei tedeschi, dei francesi, degli olandesi e dei danesi.  Vendichiamoci, come Hitler, delle umiliazioni di Versailles. Come se in quelle trincee non fossero morti e non avessero combattuto dalla nostra parte, al fianco dei nostri negri di colore bianco, migliaia e migliaia di soldati negri di colore nero. I 10 milioni di morti bisognerebbe iniziare a raccontarli meglio, blocco su blocco.

C'è qualcosa che non va, dunque, un bel po' prima e un bel po' dopo del Dux. Un bubbone maligno che va rimosso. C'è, ma non si vede. E' da molto tempo che dialogando con un brutto presente, sempre più catastrofico, i nostri due cineasti, chirurghi dell'immaginario, combattono per tutti noi una guerra di civiltà contro le immagini (anche mentali, anche sonore, anche subliminali) che ci avvolgono e ci intossicano esizialmente, e che hanno avuto il compito, per più di un secolo, di nascondere quel che è successo, di mistificarlo, deviarne il senso, imbellettarlo, truccarlo, falsarlo. Reportage televisivi, film commerciale e d'arte, saggi storici, libri scolastici, foto e collezioni private di oggetti esotici, chiacchiericcio da talk show, documentari ufficiali, ma anche home movie, romanzi autobiografici... Una valanga di cazzate, direbbe Celentano, che, come telespettatori o lettori, ci obbligherebbero a pretendere un salario di cittadinanza piuttosto cospicuo, visto che, infarcite come sono tutte queste informazioni deformate di spot pubblicitari, contribuiscono (come sosteneva Alberto Grifi) ad alzare anche i prezzi dei beni di consumo indispensabili alla sopravvivenza.

Questi due cineasti esploratori, muniti delle armi da fuoco degli artisti, una tavolozza di colori con cui ricolorare i frame, gli ingrandimenti ove necessario per mettere in primo piano ciò che l'inconscio nasconde e il tempo che passa uccide, una maestria musicale nel controllo dei tempi del rimontaggio - Marco Bertozzi, autore di un bel libro sulle immagini perdute e le visioni ritrovate (Recycled cinema, Marsilio) la chiama la potente macchina ermeneutica, e questa camera analitica che interviene plasticamente, cromaticamente e nella rimessa in quadro, è simile a quella usata in Ghostbusters per domare spettri e fantasmi - dopo aver trovato, da cacciatori provetti di archivi anche domestici, diversi film privati di un medico, iniziano a catalogare il materiale.

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi a Locarno
Il corpo del Duce sul selciato di Piazzale Loreto e poi di nuovo vispo condottiero a cavallo con la spada sguainata, pronto all'impresa militare, parate nelle strade moderniste di Tripoli, con tanto di ascari, gli eritrei cavallerizzi abili e nemici feroci degli etiopi, vedute aeree dell'altopiano nemico, il corpo nudo e il volto sorridente delle donne, prede di guerra; i bombardieri che scaricano gas chimici...

Ormai le nostre autorità militari non negano più l'uso infame di quelle armi di sterminio di civili. Anzi. Ci hanno messo  più di 70 anni per trovare la scusa per quella iprite. E adesso per salvare la memoria di Montanelli bisbigliano e minimizzano: "Non è stata che una trascurabile arma insignificante utilizzata a vittoria ormai avvenuta. E poi è stata utile nella guerra di trincea, ma spargerla dall'alto era troppo pericoloso perché il vento la poteva sospingere verso le zone occupate dagli italiani...".

Mussolini a Tripoli
Ma la cosa più sconvolgente rispetto ad altri affreschi storici rifotografati dalla camera analitica, restaurati e riportati all'originale e celata verità dal duo scientifico-alchemico Gianikian e Ricci Lucchi (Il fiore della razza, del 1991, Prigionieri della guerra, del 1995, Lo specchio di Diana, del 1996, Oh! Uomo del 2004) è l'indignazione crescente che apre una pista sonora parallela alle immagini, con un testo furibondo, una voce (anzi più voci) fuori campo che viene ridefinita nella messa a fuoco e un trattamento di questi testi e di queste voci altrettanto manipolato (raddoppiati, rallentati,  scardinamento del rapporto sintattico rispetto a ciò che si vede. Insomma il letterario non ha mai il posto di ocmando sul visivo). Pays barbare, produzione solo francese, 65', ha insomma per la prima volta bisogno di un testo obliquo, che non ha mai funzione didattica, ma di rafforzamento emotivo, affinché sia facilitato il lavoro dello spettatore, cui è affidato da sempre il finish di editing finale, e che deve imporre alle sequenze la propria cadenza, la propria andatura. E' un detour rispetto ai film precententi e alle istallazioni voice out di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che del recycled cinema sono i maestri riconosciuti. Qui la voce fuori campo combatte altre voci in campo.

"Racconti d'amore" tra i fotogrammi. La prima volta di Elisabetta Sgarbi

Racconti d'amore
Mariuccia Ciotta

Il passato si fa presente tra la nebbia dei canali, revenant venuto dalle acque, nelle due opere di Elisabetta Sgarbi, Quando i tedeschi non sapevano nuotare, e Racconti d'amore, presentati al Festival di Roma (in attesa della versione in dvd).

Ferrara, città e provincia avvolti nel vapore fluviale, già visione onirica, è protagonista sia del documentario sia del film di narrazione (produzioni Betty Wrong, più Rai Cinema per il doc), un esordio che si affianca alla lunga lista di titoli del direttore editoriale Bompiani.

La memoria di una Resistenza possibile, nascosta nelle zone del Delta, torna a segnare la storia di oggi, e fa rivivere i suoi partigiani, quelli della pianura, inimmaginabili e oscurati, eppure combattenti e testimoni dei tanti nemici portati via dalla corrente. Il Po è lì a far scorrere i frame di una realtà riscritta dagli storici e documentata attraverso i volti dei sopravvissuti in Quando i tedeschi non sapevano nuotare (sceneggiatura Sgarbi-Eugenio Lio). Dopo Paisà del Polesine e del Basso Ferrarese resistenti poco il cinema ha indagato. 
Racconti d'amore
 

Gli spettri del fiume lievitano negli occhi della regista e si trasformano in attori speciali per Racconti d'amore, quattro storie “durante la seconda guerra mondiale” dove il luogo si materializza, si fa carne e ossa, e dichiara la sua avventura interiore, al di là delle armi e della morte.
Primo capitolo, Due partigiani, amanti traditi da una delatrice, scritto da Sergio Claudio Perroni, osa la recitazione del testo letterario con Michela Cescon, Andrea Renzi, Ivano Pantaleo, Laura Morante, e produce il primo effetto straniato. Seguono Un fuggiasco, il partigiano salvato da due staffette, che affida il testo di Fausta Garavini alle voci off di Sabrina Colle e Tony Laudadio (protagonisti insieme a Anna Oliviero); Micol Finzi-Contini nell'eco del “giardino” di Bassani, con Elena Radonicich sonnambula sulle orme di Dominique Sanda, cameo inquieto per Rosalinda Celentano, voce recitante, Toni Servillo; Un pescatore di Pila, l'innamorato illuso di conquistare la più bella del villaggio, scritto e recitato da Tony Laudadio (con Anna Oliviero e Maurizio Giberti).



Franco Battiato e Elisabetta Sgarbi al Festival di Roma
Il quartetto condivide la stessa sostanza fantasmatica, le figure dai contorni incerti, fuse nei paesaggi, connesse da un movimento fermo e dalle possenti armonie spiritual di Franco Battiato, ispirato dai soli appunti aniconici inviati da Elisabetta Sgarbi che gli ha proposto una totale autonomia.

Composizione a quattro linee parallele che ogni tanto si toccano e poi divergono, quasi un Miles Davis d'epoca rock, Racconti d'amore è un ibrido per immagini, recitazione, letteratura e suono, quattro piste dichiarate, cinema fuori canone che disorienta quando musica e letteratura schiacciano nel fondo la presa diretta dei suoni “live”.

Film che va alla ricerca di un rapporto d'amore tra forme d'arte costrette a incontrarsi in uno stesso fotogramma. E a vagare in cerca dei quattro punti cardinali, inesistenti nella carta geografia del cinema. 
Elisabetta Sgrabi
 

giovedì 28 novembre 2013

Dalle parti di Sant'Elena... 37°4 S di Adriano Valerio vince Corto Dorico 2013

37° 4 S di Adriano Valerio


Roberto Silvestri

Si ricomincia ancora dal vento dell'oceano Atlantico del sud, dai colori gelidi e dal paesaggio verde-grigio livido che ci ricorda l'opera prima di  Marco Bechis, Alambrista.

Riaan Repetto in 37° 4 S
Da un non luogo nascosto dalle alte e inquietanti onde oceaniche, da un arcipelago sperduto di 7 isolette vulcaniche disabitate che fu avvistato per la prima volta nel 1506 da un navigatore portoghese, che non vi sbarcò neppure, ma che gli diede il suo nome, Tristan da Cunha, battezzandolo di passaggio, ed è più vicina a Città del Capo che alla Terra del fuoco: a 1750 miglia a est c'è il Sudafrica.

Non è facile arrivare fin laggiù, anche le baleniere ormai non vi attraccano più. Bisogna avere un po' di Werner Herzog nell'anima. E neppure è semplice ottenere il permesso per sbarcare (senza aeroporto, senza porto...), figuriamoci per girare film da queste parti. Bisogna ringraziare "Medicine senza frontiere" e in particolare il dottor Loran Bonnardot, che lì ha una postazione speciale da sei anni per gli speciali problemi endogamici che affliggono la comunità più 'lontana' da tutto e che ha fornito al regista i lasciapassare necessari.

Qui è problematico attraccare, e senza barchette che ti raccolgono dai battelli sudafricani niente da fare, come a Filicudi. Essere poi accettati per girare film sperimentali... Bisogna convincere, sedurre gli abitanti, trasformarsi in uno di casa...  Risiedere a lungo nel luogo. Giocare a golf. E questo è un bene. Così si guarda molto, prima di girare. Ci si immedesima con il ventoso paesaggio. Non lo si sfrutta una botta e via, da marines dello spettacolo exotic. E per fare cinema bisogna guardare molto a lungo, osservare bene. Se si è responsabili.

Gli abitanti di una delle sette isole dell'arcipelago che si chiama proprio Tristan da Cunha, non sono neanche trecento. Anglicani per lo più, ma anche cattolici. Parlano, se parlano - i tipi sembrano di poche parole -  inglese, perché poi furono gli inglesi a controllare politicamente tutti gli scogli dalle parti di Sant'Elena, che dista solo 1350 miglia più a nord. Non si sa mai. Altro che l'Argentina di Papa Francesco. E' qui la fine del mondo. 

il golf nell'isola Tristan da Cunha
Gli inglesi per controllare Tristan da Cunha e Bonaparte vi cacciarono un italiano, Tommaso Corri, che assieme a due marinai americani si era autonominato padrone del posto (c'è un lago, dunque acqua dolce). Comunque due dei sette cognomi presenti nell'arcipelago sono ancora italiani, Repetto e Levarello, originari di Camogli e qui dal 1892. Gli altri 6 fondatori maschi della colonia hanno tutti nomi angloamericani (anche Swain), a parte un olandese. La colonia era scappata tutta nel 1961, a causa di una eruzione devastante (c'è un vulcano turbolento). Ma tornò laggiù nel 1962....

L'attracco pericoloso
Tra questi abitanti, contadini, marinai e pastori, ci sono infatti Nick (Riaan Repetto) e Anne (Natalie Swain), giovanissimi, ma innamorati da sempre. Cinguettano preferibilmente ai bordi di una piscina senz'acqua, che nello stereotipo del cinema d'arte dice tutto sul vuoto esistenziale, il no future, l'aridità emozionale di un paesaggio arido e cupo che costringe all'incesto tribale obbligatorio (l'endogamia fa brutti scherzi, come li ha fatti nel Sudafrica apartheid,  e diffonde asma e glaucoma, causati da inevitabili matrimoni fra componenti sempre più imparentati) anche per la fine di ogni velleità turistica. Pochissimi anche i visitatori estremi. Ed è un peccato. C'è tanta pace, e le aragoste sono rinomate, quanto ricarcati i francobolli, rarissimi, made in Tristan da Cunha.

Anne, però, non ne può più. Vuole abbandonare l'isola, per studiare a Londra. Nick, invece di seguirla (tra il tifo da stadio del pubblico) tanto più o meno si sopravvive a Londra in un modo o nell'altro, è terrorizzato, e fa uscire da sé tutto il conservatore passatista che è in lui. Oltretutto il Liverpool, la sua sua squadra del cuore, ha venduto Torres, e quanto a Suarez gli basterà chiamare la barca che sta fabbricando con il suo soprannome, 'G-Force', invece di utilizzare il melenso "Anne", e veder i suoi goal in tv. Insomma. Non se la sente di lasciare il suo borgo,
Edinburgh of the Seven Seas (alias "The Settlement"), di spezzare così brutalmente le radici. Ha paura di perdere Anne nella metropoli tentacolare che lui non sa gestire. E resiste alla proposta del nonno. "Ti pago il viaggio se porti con te la nonna"....   


Anne e Nick in piscina
Scopriamo tutto dalla voice over, perché i due ragazzi non hanno voluto imparare i dialogare e imparare le battute. E' una voce off che spiega tutto. Recitare sì. Parlare no. Ma l'effetto video clip spunta qua e là

Il regista che vorrebbe girare lì un lungometraggio di finzione si è messo dunque a prendere appunti con questo corto 'fiction non fiction'. Si chiama Adriano Valerio, 36 anni, è italiano, di Varese, è un girovago del cinema - dal vivaio Bellocchio alla Francia, dal Libano al Marocco, ai talent campus di Berlino e Locarno - vive tra Parigi e Berlino, è al suo sesto corto (più videoclip, pubblicità, doc e graphic novel), è stato un selezionatore del festival Immaginario di Perugia e ha fondato un Ong specializzato nel organizzare workshop per giovani cineasti dei tre mondi, Camera Mundi e sta per trasformare questo corto d'atmosfera in un lungo d'azione.


il regista Adriano Valerio
Era già in selezione ufficiale a Cannes con questo 'one man movie' digitale di 12', dal titolo toponomastico di 34° 4 S, vincendo una menzione speciale (la giuria era guidata da Jane Campion), è stato in gara a Torino tra i corti e ha vinto a Corto Dorico di Ancona il primo premio (in giuria Maurizio Nichetti, Giancarlo Basili, Elena Radonicich) e quello della stampa (in giuria Mariuccia Ciotta, Giulio Sangiorgio e Andrea Chimento). Sta facendo il giro del mondo dei festival (ha appena vinto una menzione speciale all'Aguilar de Campoo International Short Film Festival, Spagna). Ma. Le esatte coordinate dell'isola di Tristan da Cunha sono, comunque, secondo Wikipedia, 37°6′44″S 12°16′56″W.