Quale è il vostro artista del cinema, del calcio e della politica rom/sinti preferito? Antonio Banderas, Yul Brinner, Elvis Presley, Bob Hoskins, Liana Orfei, Antonio Banderas, Michael Caine, Adam Ant, Zlatan Ibrahimovic, Gerhardt Mueller (pallone d'oro), Django Reinhardt, Juscelino Kubitìschek (presidente del Brasile e fondatore di Brasilia), Moira Orfei......?
Antonio Bandera
Roberto Silvestri
Portare i cavalli in città. Mettere caos nell’ordine,
affinché l’ordine sia etico, meno rigido, più rispettoso di tutti…Essere fermi
e in moto. Nomadi e sedentari a un tempo. Cercare una identità dentro molte
identità, e oltre. Andare verso Roma dall’India ma non essere sicuri di voler
proprio stare là. Forse vuol dire questo rom?
Il più commuovente, agghiacciante e divertente classico sui rom è Chi canta la in basso? diretto dal Mario Monicelli serbo, l'oggi settantenne Slobodan Sijan, l'odissea di due ragazzi che con i loro strumenti e la loro voce accompagnano in un rocambolesco viaggio verso Belgrado un gruppo di passeggeri croati, montenegrini, bosniaci, sloveni che hanno tutto il tempo di esibire il loro odio e disprezzo reciproco anche se si sta andando tutti insieme verso l'inizio della seconda guerra mondiale (nel film) e verso il tragico processo di sgretolamento nazional-federale del dopo Tito (nella metafora). Ko to tamo peva (Who's That Singing Over There) infatti è del 1980. E i migliori cineasti sono profeti. Vi dò il titolo originale e quello serbo perché tanto in Italia non lo troverete mai. A proposito. Bisogna approfittare del trionfo popolare e critico di Lo chiamavano Jeeg Robot perché Luca Martinelli, co-protagonista cattivo del fantasy demenziale alla Troma, è diventato famosissimo proprio nella parte dello "zingaro".
Luciana Fina,
filmmaker italiana a Lisbona ha seguito qualche anno fa, nel 1998, un
pellegrinaggio di massa verso il Vaticano, quando papa Woytila li ha radunati,
omaggiati e benedetti in occasione della beatificazione di Ceferino Giménez
Malla, il primo santo gitano. Occasione per seguire, in viaggio, un gruppo
portoghese e accostarsi alla loro spiritualità, fede, tradizioni, arte (quanti
gli scultori rom dimenticati dalle storie dell’arte) e cercare di capire un po’
i loro problemi sociali e politici, in patria e all’estero… Quel film, L’udienza, non è mai stato trasmesso in
prima serata tv. Anche il Papa è censurato, di tempo in tempo.
Tutto il cinema di
Tony
Gatlif, il regista prefito di Guy Debord, molte opere di
Tonino Zangardi, e i poemi onirici e
danzanti di
Emil Lotjanu hanno cercato
negli anni con continuità di catturare la ricca sostanza umana, altra e nova,
materialistica non metafisica, di queste popolazioni che alla schiavitù del
lavoro salariato hanno sempre risposto, non senza esitazione…
preferirei di no. Un miracolo di
insubordinazione fertile nell’ordine del simbolico. Esili, ‘fragili eroi’, come
David contro un Golia gigantesco che cancella, deforma, mistifica
una incatturabile alterità. Che ne dite di
mettere metà zingari per legge nelle liste elettorali bloccate dei partiti?
Maastrich non vuole? La Lega neanche? E allora? Un po’ di
affermative action in Italia
sarebbe la salvezza.
In un magnifico frammento
elettrico, un lavoro di footage restaurato, rallentato, ricromatizzato e
ritoccato nel 2002 con il solito tatto che trasforma le immagini di repertorio
in un testo che urla e svela anche le propie didascalie ‘mute’, oltre che gli
umori subcutanei di una emulsione, Yervant
Gianiakian e Angela Ricci Lucchi mostrano un piccolo gruppo plurifamiliare
di zingari sopravvissuti ai forni crematori nazisti che vengono squadrati,
osservati con distacco sprezzante dall’aura maligna di una famigliola di borghesi,
in ricognizione domenicale tra i bordi
campestri del lago di Como. Il cavallo c’è. Ma. Solo circondato da tutto un gran
circo gli sarà permesso l’ ingresso in città (adesso neanche le tigri, i leoni
e gli elefanti possono entrare, il loro avvicinarsi sarebbe un pericoloso
promemoria per impulsi irreversibili di rivolta).
 |
| Gene Tierney, alla maniera gitana |
Già.
E’ vietato
portare i cavalli in città, ci ricorda il britannico
Mike Newell, e se li fa salire sulle scale dei condomini di
periferia, immagine chagalliana pura, è per dire
è cosa che capita solo a Dublino, è roba irlandese, da subumani….Il
film è del 1992 e si intitola in originale
Tir-na-nog.
Ovvio che cineasti anarchici, comunisti e più rivoluzionari ancora (
Bellocchio, Soldini, Jancso,
Donskoi…); e poi armeni, cantastorie, ebrei,
attori (
Bob Hoskins e Robert Duvall
firmano due gioielli rommisti,
La vita
maestra, 1988 e
Angelo my love,
1983) e donne, le ‘minoranze’ diversamente perseguitate e oppresse, siano state
attratte negli anni dall’epopea tragica (ma elegantissima, aurea) gitana. Le
culture festose sono sempre odiate dall’ideologia del lavoro “politicamente
corretto dallo spirito puritano”.
Eppure cosa sono i registi se non artigiani, lavoratori del
dettaglio perfetto, fabbri e falegnami, che incastrano pezzi di legno o di
ferro per far funzionare una immagina o una macchina immaginaria che cattura
spazio, ritmi e tempo? Gypsies. Così Joseph
Losey, La zingara rossa, 1957,
Gb); Sally Potter (L’uomo che pianse, 1999, Gb), Marie Claire Pajman (Puoi essere felice, 1994, Olanda), Dorota Kedzierzawska (Diably
Diably, 1991, Polonia), Melitta
Tchaicovsky e Pepe Ozan di Jaisamer Ayo! Ovvero Gateway of the Gypsies (Usa 2004)…Un
film muto italiano del 1920, di Mario
Almirante, Zingari, con Italia
Almirante Manzini e Amleto Novelli, melodramma d’amore - lei non vuole l’odioso
maschio che il padre gli impone come marito, e non lo prende - ridicolizza anche
quel luogo comune rassicurante (l’autoritarismo patriarcale che sarebbe ‘tipico’ dei gitani perché chi
suona beve sempre troppo e picchia la famiglia) che nasconde il disprezzo
razzista per l’altro, per il diverso, scaricandogli addosso, in una tipica
mossa da transfert, tutti i lati dark della propria cultura, dei propri
pregiudizi e dei propri luoghi comuni (oltretutto mai danzanti).
Abbiamo avuto in questi anni in Italia, e ancora si aggira,
un super ladro machista, e tronfio di esserlo, come vezzeggiatissimo e
votatissimo presidente del consiglio dei ministri ma ladri e machisti restano
per antonomasia gli zingari e non i brianzoli e i loro succedanei. Abbiamo un
livello preoccupante e crescente di omicidi femminili nel nostro occidente
civile ma i trogloditi sessuali per antonomasia sono inguaribilmente i rom (e
ora che ci penso anche i musulmani…). Perché poi le loro case senza servizi
igienici charming vadano sempre in fiamme è davvero irritante.
Frammenti elettrici, ellittiche esperienze, sono anche ciò
che inanella il nostro rapporto privato con rom e sinti conosciuti.
L’ammirazione per gli acrobati degli Orfei, i lunghi lanci di Pirlo, i
dribbling di Quaresma (nel Porto, e oltre) e i solo alla chitarra di Django Reinhardt. Un parente borseggiato. Una
mano letta sinistramente.
E poi c’è il lavoro dei cineasti indipendenti e autonomi da
pregiudizi, di cui l’opera
di
Giovanni Princigalli, antropologo e
filmaker, barese che vive non a caso a Montreal, è esemplare. Il metodo di
questo documentarista è l’antitesi del marine che arriva sul territorio, lo
conquista con la violenza, arraffa quel che c’è da rapinare e torna a casa col
bottino. Princigalli, come Michael Apted nel miliare e seriale
The up series (il ritratto di giovani
inglesi iniziato nel 1970 e proseguito ogni 7 anni…) non solo lavora con calma
e prendendosi tutto il tempo necessario, soggiornando a lungo sul territorio
assieme ai suoi personaggi e conquistandosi
la loro simpatia, complicità e rispetto, ma
resta dalla loro parte nel tempo, seguendone lotte e sogni, vittorie e
contraddizioni, persecuzioni e riforme. E così arriva il miracolo. Vi ricordate
la prima volta che avete visto la fotografia di Angela Davis? Una bellezza
sovrumana, mai visto niente di simile. Uno stile. Una apertura alla fantasia
della bellezza finalmente dispiegata. Come si poteva resistere a farsi crescere
i capelli così, ad ampolla sferica e riccia? E il gusto camp e glam, da
Liberace a Presley a David Bowie che origine ha? Ricordate Moira Orfei al
massimo della forma? Ebbene non vediamo l’ora di vedere alla prima sfilata la
top model Daniela detta Aida, che oggi ha 24 anni…e viene da un certo campo
provvisorio e pericolante alla perfieria di Bari.
Il suo sogno, che ci ha avvinto in Japigia Gagi è come il nostro. Fabbricare e portare stile e
bellezza differenti ovunque. A
partire da un non-luogo abusivo (baracche di legno e lamiera, servizi igienici
improbabili e sullo sfondo palazzacci di periferia, con pericolo imminente di
sgombero perché il terreno è privato e se non ci fosse l’aiuto della parrocchia
vicina…) che nella metafora però, e anche etimologicamente, e storicamente,
deve essere terra davvero speciale: la Puglia. Che prende il nome da Japige,
figlio di Dedalo, che la fondò scappando da Creta e la volle regione aperta al
diritto di cittadinanza per tutti, un posto da cui non emigrare e non scappare
più, dove ogni pogrom e discriminazione basata sul sesso, le opinioni e l’etnia
fosse bandita. Visto quel che è successo a Taranto avvelenata dal petrolchimico
poteva anche essere il primo esempio di salario di cittadinanza se la Fgci non
avesse nel frattempo allentato i riflessi etico-politici dei propri iscritti
(come Vendola). Purché si spegnesse l’Ilva ammorbante. Da Japigia gagi (il
primo lavoro di Princigalli con la comunità rom di Bari, del 2003) a Quaderni gitati, video e scritti sulla
comunità rom rumena di Bari….seguiamo l’evoluzione di alcuni personaggi della
comunità - come Dainef detto Artizan, Dorina detta Felicira, Laura detta Isaura
che, a 11 anni preferisce la vita presso i semafori, a chiedere l’elemosina,
piuttosto che la scuola. Una comunità sempre in stato d’allarme che vive presso
la tangenziale nel quartiere Japigia, dopo un lungo viaggio dalla Romania.
Sempre sotto lo sguardo appassionato del nostro cineasta nomade, che è stato in
continuo contatto con quella piccola moltitudine e soprattutto con i ragazzi,
due dodicenni per esempio, di cui si sono seguite le recenti vicissitudini
scolastiche e i rapporti conflittuali anche con gli extra comunitari, con i gagi. Un film che ha girato il mondo dei
festival. Ed è stato anche a Sulmonacinema Film Festival.
Al festival del cinema indipendente di Sulmona, qualche anno
fa, i più fedeli cinefili erano due fidanzati rom giovanissimi, sedici-diciassette
anni, che, mano nella mano, seguivano nelle primissime file, con attenzione e
interesse, perfino le più spericolate acrobazie visuali di Valie Export e degli
akzionisti. Non li abbiamo visti più perché a 18 anni arriva immancabile il
foglio di via. Non sono più italiani, per le nostre leggi….
Altri frammenti elettrici.
Una delle ultime indagini sul territorio della allora coppia
Paola Pannicelli e Alberto Grifi è
stata vidigrifata durante uno
sgombero – vigili urbani e polizia dell’Urbe ignari di clonare lo stile Gestapo
- di un campo rom perferico, con Alberto
che è preoccupato solo di dare la parola soltanto a chi non l’ha mai avuta e
non è mai soggetto ma solo oggetto di reportage aggressivi. Le baracche romane
che il compianto sindaco comunista Petroselli si vantava di aver spazzato via
per sempre, eccole lì che ritornano dalle parti del Sacro Gra. Niente è
irreversibile.
Un gruppo di detenute rom di Rebibbia, chi dentro per
borseggio chi per rapina (se non hai i soldi da dare in dote non ti sposi e non
è che trovi lavoro facilmente se sei zingara…) partecipano alla realizzazione
di un piccolo film d’animazione coordinato da Giulia Merenda – che racconta l’incontro di due donne, una
ricchissima e l’altra cameriera haitiana di grand hotel, e i loro rispettivi
modelli (alternativi) di charme, stile e tecnica di combattimento - offrono una miriade di spunti originali,
fantasiosi e ricchi di sostanza conoscitiva e arrivano seconde, battute solo
dalle rappresentanti Croate, in una competizione culinaria all’aperto, nel
cortile del penitenziario, che dimostra la loro eccellenza gastronomica (il
documentario, ancora inedito, si intitola
Liberamente). Una brasiliana
molto lesbica ci assicura che la qualità del cibo rom, che lei degusta
quotidianamente in cella, è molto, molto sopraffina.
Certo, anche il cinema-cinema, fin dall’epoca di Méliès,
l’Emir Kusturica su tutti che, proprio
mentre cade il socialismo, nel 1989, con il
Tempo
dei gitani affida proprio a quell’amalgama di costumi e culture il senso
stesso del binomio “libertà&democrazia”, declinata nel rispetto del diverso,
fosse anche il più pigro e ozioso, un omaggio entusiasmante… come un invito
alla cultura europea a guardare anche a oriente e non solo dentro il proprio
ombelico. E perfino Hollywood, terra di nomadi in fuga, qualche brandello di
omaggio all’antica e complessa cultura rom ce lo ha trasmesso. Da Marlene
Dietrich in
Amore di zingara (1947,
di
Mitchel Leisen) che ci ha
spiegato l’ampiezza siderale di un sentimento così maltrattato nella cultura
della libera impresa inividuale, della rendite e della tassa di successione a
Dorothy Dandridge, Carmen-african-american per
Otto Preminger. E poi Lubitsch, Dieterle, Korty…
Tutto questo pezzetto d’immaginario forma una suite poetica,
un canto d'amore per i rom, quel popolo, o meglio quel flusso composito di
popoli e caste 'a cui piace divertirsi', venuto dall'India cantando e danzando,
lavorando il rame e facendo magie nel 1300-1400 e che non ci ha ancora
abbandonato nonostante sia stata ostinatamente vilipeso, maltrattato,
perseguitato, discriminato, temuto e quasi sterminato. 10 milioni di cittadini,
senza bandiera, leader, confini
(e non
così 'nomadi' come ordina lo stereotipo), diventati una parte d'Europa e della
sua civiltà, che o è anche gitana e boema, o non è. Ci hanno o no insegnato a
'stare in cammino' sempre, anche quando siamo fermi? Non mancano contraddizioni
e scene di lotta di classe tra rom. Un greco esule per qualche tempo in Italia,
Carolos Zonars, realizzò nel 1993,
un magnifico
Oreste a Tor Bella Monaca
(Italia 1993), la tragedia greca messa in scena dai membri della tribù più
odiata (anche dai rom) tra gli odiati
zingari,
spintonati verso l’aeroporto di Fiumicino
.
Un ultimo importante doppio consiglio per gli acquisti.
Infinito edizioni pubblicò, parallelamente alla presentazione in alcune sale
d'essai, il film di Massimo D'orzi Adisa o la storia dei mille anni, opera
prima del documentarista di Ribelli!
(sulla Resistenza raccontata dagli 'ultimi partigiani), girata nel 2004 in
Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Varda nelle abitazioni di una trentina di
rom, piccoli e grandi, donne, vecchi, artisti e allevatori, appena rientrati in
patria dopo la guerra. Parlano, discutono, cantano di notte, raccontano
leggende, ricordano come con Tito si stava meglio (“Indira Gandhi voleva che
tornassi in India, è Tito che non ha voluto”), impartiscono lezioni di vita,
igiene e atica, esibiscono la ricchezza (e l'orrore) della loro povertà davanti
al fuoco. Il dvd (16 euro) è accompagnato da un libro, presentato da Silvio
Soldini, che contiene alcuni contributi sui popoli Rom del critico Fabrizio
Grosoli, dello scrittore bosniaco Predag
Matvejrvic, della studiosa Silvia Angrisani e della montatrice del film, Paolo
Traverso.

E A forza di
essere vento" è un doppio dvd + libretto, di retrogusto anarchico come
le canzoni che d’André dedicò ai rom, per un totale di circa due ore e mezza di
materiale e una settantina di pagine in cui vengono raccontate e approfondite
le persecuzioni sotto i regimi nazista e fascista, con uno sguardo rivolto
anche alle condizioni attuali in Italia.
Il primo dvd si apre con una breve
intervento di Moni Ovadia contro il pregiudizio; a questo segue Zigeunerlager,
un documentario in cui Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica
Contemporanea, illustra la storia e le condizioni degli Zingari internati nello
Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau. Sempre nel primo dvd Porrajmos (una
persecuzione dimenticata) è un documentario realizzato da Paolo Poce e da
Francesco Scarpelli per l'Opera Nomadi, in cui vengono raccolte le testimonianze
di alcuni Rom italiani che hanno vissuto le persecuzioni e le violenze ad opera
del regime fascista. A chiusura del primo dvd Hugo, realizzato da
Giovanna Boursier, è la testimonianza di Hugo Höllenreimer, un Sinto tedesco
internato ad Auschwitz ed usato da Mengele per i suoi esperimenti.
Nel secondo
dvd Senza confini, senza barriere è un'intervista a Moni Ovadia,
intervallata da alcune canzoni da lui interpretate in occasione di uno
spettacolo del 2005 dal titolo Djelem
Djelem, in cui viene fatto un parallelo tra il popolo ebraico e quello
zingaro ed in cui viene dato risalto ad alcune delle caratteristiche proprie
della cultura Rom. Intervista a Mirko Levak (storia di un Rom
sopravvissuto ad Auschwitz), un documentario realizzato da Francesco
Scarpelli ed Erika Rossi per l'Opera Nomadi, è la testimonianza sugli orrori
dell'internamento e sulla politica di persecuzione attuata dai fascisti e dai
nazisti. A chiudere il secondo dvd è la riproposizione di gran parte dello
spettacolo Porrajmos. Voci da uno sterminio dimenticato (Rom e Sinti
nell'Europa della 2° Guerra Mondiale), un progetto di Maurizio Pagani, con
la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, Naum Jovanovic e Daniela Di Rocco, in
cui Dijana Pavlovic e Claudio V. Migliacca nel ruolo di "voci narranti"
riportano alla memoria alcune vicende di uno sterminio dimenticato.
Infine
nelle settantadue pagine del libretto, oltre alla presentazione in cui la
redazione di "A" illustra questo progetto, si affiancano gli
interessanti interventi di Gloria Arbib, che riflette sul mancato
riconoscimento del Porrajmos; di Giovanna Boursier, che ripercorre le vicende
della persecuzione zingara con una particolare attenzione al coinvolgimento
italiano; di Paolo Finzi, che sottolinea le analogie e le differenze tra Ebrei
e Rom uniti dallo stesso destino sotto il regime nazista; di Giorgio Bezzecchi
e di Maurizio Pagani, che illustrano le condizioni degli Zingari nell'Italia di
oggi; di Paolo Poce, che con la sua macchina fotografica racconta uno sgombero
di uno stabile abitato da centinaia di Rom; infine viene pubblicato il testo,
scritto da De Andrè insieme ad Ivano Fossati, di Khorakhanè (A forza di
essere vento).
Nel 2016 I fratelli e gemelli De Serio,
documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di
rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta
se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a
pezzi. Ovvero. Gli zingari rubano. Non
lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche
disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e
poi li sfruttano nei circhi... Lo sgombero progressivo
(e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande
d’Europa, effettuato dal comune Pd di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato
(con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui
sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più
sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve
aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così
"nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte
della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale
del problema. Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano
e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini
colpevoliste? Le foto di Tano D'Amico,
le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia e un pugno di film pittoreschi di
Hollywood e militanti dimenticati, isolati, invisibili.
Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è
cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv).
Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più
sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua
a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando
raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di
via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto
sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati
meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per
venti anni prima che arrivasse il primo
sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case
decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che
riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le
immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino.
Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè
degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci
ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno
maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…

I gemelli Massimiliano e
Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il
meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza
di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di
opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato,
nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso
cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di
Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.
Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In
questo bellissimo documentario, I ricordi
del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra
di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche,
nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi
degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati
complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a
scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi
fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano,
chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case
popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove
case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e
bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del
marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non
conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato
una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi
panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse
l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro
rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia
Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come
approfittarne al meglio.
 |
| il quartiere A Ciambra di Gioia Tauro |
Infine A Ciambra di Jonas Carpignano. Che ha vinto a Cannes 2017 il premio della
Quinzaine che gli garantirà sovvenzioni alla distribuzione e uscite in Europa
nel circuito d’essai. A Ciambra è il
romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni vissuti
nella periferia arida di Gioia Tauro. Nella favela della città marina. Dove si vive tra cumuli di immondizia e pozzanghere di fogna, presso il fiume Perace, perennemente a rischio di avvelenamento irreversibile. Gioia Tauro, tanto per ricordarlo ai giovanissimi, è una località della Calabria che era stata scelta dal governo italiano nei primi anni 70 come sito perfetto per l'istallazione di un polo chimico primario (tipo Ilva di Taranto) che avrebbe dato lavoro e anche tanto inquinamento alla zona. La 'nrangheta disse no. Lo stato abbozzò. Fino ad oggi, Questo è l'ambientino, in parte molto salvaguardato, in parte no, dove si svolge la nostra avventura.
 |
| Pio e la nonna patriarca |
Molti minuti di applausi per l'odissea
tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile,
traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima
stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea, sulla rivolta nella vicina Rosarno della comunità
africana supersfruttata), italiano che ha studiato cinema a New York e ha
risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim
Curtin (Re della terra selvaggia),
montaggio di Affonso Goncalves (Carol,
Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Ma chi è Pio,
presente alla proiezione con tutta la sua tribù, nonna esclusa, ma che non ha
voluto rilasciare dichiarazioni? Era stato già il protagonista ombra di un
corto, premiato a Cannes anni fa, ed era poi il peperino coinvolto dalla parte
giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse
la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui
redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito
ovunque, tranne in Italia. Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma
all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il
tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se non piace a
Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i
carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa
famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della
periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno
dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita,
aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. Come
fa Pedro Costa con le periferie dei dannati di Lisbona. Tanto per prendere le
distanze con il populismo estetico che si compiace di gettare sguardi
compassionevoli sui derelitti inerti (che già sono nel regno dei cieli) senza fare i
conti con la produzione di altra bellezza materiale, sulla terra. Fatta di
sentimenti, movimenti, sguardi e gesti. Di relazioni con. Già, almeno, nel cinema
italiano, direbbe Carmelo Bene, è più difficile una apparizione di zingari
danzanti che l’apparizione (per cretini o meno) della Madonna. Ed
ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno
slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La
città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i
giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le
sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano
(siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il furto in treno (in una delle tante scene neo-irrealiste di un'opera che plasma le ombre e i neri come uno scultore espressionista), il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime
promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con
i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane dei quartieri accanto, a cui porta un
tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. E i ghanesi
segnano, perché Pio porta, con lo schermo, anche fortuna.
 |
| il regista Jonas Carpignano, padre italiano madre delle Barbados |
Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti
assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità.
L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo
con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio
prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci
fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una
magnifica scena alla The Blue Brothers.
Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo
è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà
a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film),
anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della
prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata
e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche
unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una
merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio
ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no? Un’auto
tristemente posteggiata nel buio non crea reddito. Ma se si ruba, il denaro
(del riscatto) gira. Ne sa qualcosa il malcapitato turista piomontese che Pio
sa rieducare alla doppia, tripla vita delle merci (e che è nientepopodimeno che
Paolo Carpignono, il padre di Jonas, professore di scienza delle comunicazioni alla New School di New York, e tanti anni fa protagonista della guerra di classe in Italia). Proprio da un
furto simile, da lui subito, Jonas ha preso lo spunto del film. Se l’auto non
fosse mai stata toccata l’arte piangerebbe.
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| Pio Amato e Koudous Sehion |
Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria,
quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de
vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un
racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi.
Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare
nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di
Pio. Anche se Pio ancora vacilla e pare scegliere la strada impostagli dalla
comunità e da decenni di esperienze. Dunque. Un sequel sembra a questo punto
inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la
fiction dall'interno. E' per questo che
il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. Si sente un po’ smascherato.
E rimpicciolito. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers.
Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca
neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i
comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti, esplicitamente o implicitamente, infastiditi
a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per
colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non
li vogliono comprendere.