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mercoledì 4 settembre 2019

I disegni e gli scritti profumati di Angela Ricci Lucchi




VENEZIA
I Diari di Angela. Secondo capitolo

Si ricomincia dal monte Ararat. Da dove la vita era partita di nuovo, dopo l'apocalisse delle acque. Walter Chiari che è lì, sulle orme di Raphael Gianikian, scampato al genocidio del 1915-1916 e oltre, ce lo indica con il dito, lontanissimo, altissimo, una punta bianca in un panorama che va in dissolvenza dopo altre due formazioni montuose.
Anche Angela Ricci Lucchi, pittrice, cineasta, scrittrice fine che annota sul suo diario il 23 dicembre 2015, citando Mandelstam, “io non ti rivedrò mai più miope cielo armeno”, riferendosi proprio al viaggio del 1987, e agli occhi del mondo che non funzionarono d allora troppo bene, è una sopravvissuta alla grande violenza del secolo, perché abitava da piccola nel 1944 e fino alla primavera liberatrice del 1945, sul set italiano peggiore, in un paese e nelle campagne della Linea Gotica, tra retate naziste, vendette alleate, cibo introvabile, bombe che “si abbattevano sulle nostre teste, sulle case, sulle strade, sui campi, sui fossi”. Le immagini segrete e intime filmate da lui, le parole e i disegni e i silenzi di lei, questa volta, duettano a distanza, mentre la scrittrice Lucrezia Lerro dove manca la registrazione audio originale di Angela, più che leggerne i testi si fa eco, voce del coro, coda musicale.

Angela Ricci Lucchi (1942-2018)

E dalle radici armene di Yervant all'America, anche se nel fotogramma le acque degli uragani e dei maremoti (New Orleans?) occupano nella sovrimpressione le parti basse. In America per due volte di seguito, 1980 e autunno 1981. Un tour, il secondo, in ben16 tappe. Università, cinema d'essai, musei, istituti culturali, hotel, l'ospitalità di amici, il vagabondare nelle strade tra la segnaletica pop del paese di Reagan e di dio... A volte il pubblico è folto ma la proiezione mediocre, a volte succede il contrario. San Francisco, Los Angeles, Toronto, New York, Minneapolis, Vancouver, El Paso, Pasadena, Berkeley, Madison, Pittsburgh, Utica, Binghampton, Chicago.... Stancante. Yervant ne è provato. Sopravvive a 24 voli interni Pan Am. Come i padri pellegrini a un anno di traversata. Nonostante la gloria.
Non è così scontato per una coppia di cineasti underground europei, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi, girovagare per gli States nei primi anni 80, con i loro “Scented Film”, con le bottigliette delle essenze alchemiche cinquecentesche da liberare in sala - perché di “cinema profumato” allora si trattava - esperienza sinestetica unica e inebriante tra immagine e odore, ospiti dei colleghi d'oltreoceano. Che realismo può esserci nelle immagini se gli odori del mondo non si riescono a restituire. John Waters elabora stratagemmi simili in quei mesi. Jonas Mekas e i suoi amici li avevano chiamati dopo un primo successo all'Anthology Film Archive, ma un'eco simile tra la comunità dei film-maker sperimentali o nei giornali di punta della controcultura e dell'establishment, dal Village Voice al New York Times, era inimmaginabile.
Torneranno molte volte Angela e Yervant al Moma di Manhattan e al Museo d'arte moderna del Queens, da dove l'11 settembre del 2001 vedranno le gemelle crollare.

I cineasti sperimentali Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi 

Il capitolo secondo dei Diari di Angela, intitolato Noi due cineasti, uno dei momenti magici della Mostra 76, è composto come il primo di materiali filmati eterogenei, meno 'compatti' e rilavorati del solito. Non i reels di repertorio fermati rallentati ricolorati decolorati della Grande orribile Guerra, del genocidio armeno, di Luca Comerio, degli archivi di Mosca, del Colonialismo, o il girato dalle collezioni di bambole e giocattoli o dai festival dell'Unità. Qui siamo nel campo ancora più libero dell'home movie e dell'improvvisazione mnemonica, al montaggio asincronico di momenti di vita e di lavoro, sulla base dei diari, immagini private, registrazioni, risignificazione di un connubio artistico che molto deve ai bellissimi disegni da fumetto espressionista di Angela: “macedonia o insalata russa di ciò che frulla nella mia fantasia secondo i giorni e le notti” scriverà mentre Yervant inizia a elaborare col robot “von Polzum Aequator”, il film che decreterà il successo mondiale dei cineasti. Le sofferenze private, le operazioni, la malattia, la gamba rotta, e le sofferenze politiche, Praga 1968, il riflusso politico, la memoria che sbiadisce. Le gite, in Alto Adige nel 1984. Il lungo studio sul fascismo e i suoi emblemi. E le sue vittime. Etiopi, zingari.Cristiani stessi. A giudicare dai brani per me inediti che sono il cuore horror di questo film. Pasqua 2007. Al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un pellegrinaggio religioso che diventa una gigantesca manifestazione di odio tra cristiani di differente provenienza e prepotenza per aggiudicarsi più centimetri quadrati possibili dentro la chiesa che li dovrebbe rappresentare tutti. Ci vogliono i soldati armati di Israele per calmarli. Quelli di Brooklyn con la Croce pesante che asfaltano chiunque si presenti davanti a loro, con gli occhi violenti del fanatismo fondamentalista. “Molte cose non descrivibili. Gli odori. I puzzi. I sapori. I sudori. L'odio. Durante questo viaggio ho sofferto per l'odio che trasudava ovunque. Mi si è bloccata la parola. Non riuscivo più a districare le parole. Ho detto a Yervant: devo stare in silenzio e riposare. La regigione è usata come un'arma feroce”. Per dividere cattolici di rito diverso. Cristiani ortodossi di rito diverso. Copti e Etiopi. Armeni e Greci e Russi. Serbe povere con il loro Pope. Armeni in fuga dall'Iraq. Siriaci. La torre di Babele vista per la prima volta nella sua essenza. Ecco da dove viene quell'urlo poco calvinista dell'ultimo film di Paul Schrader. Il Makhmalbaf del Nuovo Testamento, First Reformed – La creazione a rischio.

giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. Saverio Costanzo ed Elena Ferrante. Yervant e Angela

Mariuccia Ciotta


Il cinema festeggia nella sarabanda demonica di Suspiria la sua liberazione, narrazione ed estetica frantumate, mentre avanza il format tv, vero e simulato con film estenuanti dall'impianto seriale. Quindi spazio alla Mostra di Venezia per la “telenovela” più pregiata di tutte, tratta dal fenomeno editoriale firmato Elena Ferrante, L'amica geniale, serie Hbo-Rai, produzione Fandango-Wilside, dal 30 ottobre su Rai1.
Due le puntate presentate con le protagoniste bambine sui banchi di scuola anni '50, primo volume della quadrilogia sulla lunga storia d'amicizia di Elena, detta Lenù, e Lila, compagne delle elementari circondate dalla Napoli misera e rancorosa del dopoguerra. Una è bionda, timida, delicata, Elena (Elisa Del Genio), l'altra bruna, pelle scura, selvatica, Lila (Ludovica Nasti), due mini-attrici formidabili con la macchina da presa incollata addosso per i 50' di ogni episodio, voce-off di Alba Rohrwacher.
Saverio Costanzo, regista dalla sensibilità speciale (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts) sceglie di sottrarre il più possibile alla prosa incalzante dell'autrice e crea un'atmosfera sospesa, un immobile campo d'azione dove i fatti violenti e concitati restano a margine. Fantasmi fluttuanti, le due bambine giocano in un cortile quadrato che assiste a pestaggi camorristi, risse tra donne gelose, accoltellamenti, ma sempre in sottofondo. Un rione di Napoli devitalizzato, costruito in studio, vuoto, grigio, un po' tela di De Chirico. Forse la regia di Costanzo è condizionata dalle esigenze televisive, dal set di 20mila metri quadrati, 14 edifici, una chiesa e un tunnel compresi, ma l'effetto è sorprendente, lontano dalla liturgia pop-folk del genere. La relazione tra le due amiche, che si dipanerà nelle 32 puntate previste, sembra rivolgersi non tanto alla saga sentimental-famigliare quanto verso il romanzo di formazione in stile De Amicis e del suo Cuore, versione Luigi Comencini, miniserie Rai del 1984. Lo stesso profumo d'inchiostro, i grembiuli e i fiocchi, la lavagna, il “cattivo”, la prima della classe, la maestra dalla penna rossa, la scoperta di sé... Avvincenti le prime due puntate di Lenù e Lila, ribelli a madri e padri snaturati, riflesse in Piccole donne, il romanzo che leggono e rileggono. Dopo, però, temibilmente, Piccole donne crescono... Battuta memorabile, “Voglio scrivere un libro per far soldi”.
***
Di segno opposto alla filosofia della serie, un'opera sul rigenerare le immagini mancanti, quella di Angela Ricci-Lucchi e Yervant Gianikian, che dedica Il diario di Angela – Noi due cineasti (fuori concorso) alla compagna scomparsa nel febbraio scorso, regista e pittrice, co-autrice di film found foutage come Su tutte le vette e pace e Dal Polo all'equatore.Yervant sfoglia il diario di Angela, fitto di parole ordinate, intrecciato a piccoli schizzi di cose viste, paesaggi, facce, insetti, e ricorda i viaggi alla ricerca di rari materiali d'archivio su e giù per il mondo. Dall'accogliente paese d'origine, l'Armenia, a una Russia sull'orlo della caduta (1989-1990), e quindi maldisposta verso i due cineasti, se non fosse per un simpatico gatto che fa saltar fuori preziose bobine. I tour negli Stati Uniti con i “Film profumati” fine ani '70, la Turchia e l'Iran con le sue donne-corvo, insaccate nelle vesti nere, viaggi spericolati e pericolosi a volte ma sempre pieni di scoperte. E anche di compagnie sorprendenti, Walter Chiari, fonte di “miracoli” linguistici. Angela dipinge, inventa, cucina piatti come quadri, raccoglie pomodori e racconta di quando Yervant andò a fuoco e rischiò di morire, salvato da un prato di salvia e da lei, l'amata, che nel suo diario lo disegnò ricoperto di garze, quasi una striscia a fumetti, allegra.
L'amica geniale e seriale
Regia: Saverio Costanzo
Il Diario di Angela
Regia: Yervant Ricci Lucchi

mercoledì 20 giugno 2018

Rivoluzionariamente scorretti. La storia del rapporto cinema e Rom




Quale è il vostro artista del cinema, del calcio e della politica rom/sinti preferito? Antonio Banderas,  Yul Brinner, Elvis Presley, Bob Hoskins, Liana Orfei,  Antonio Banderas, Michael Caine, Adam Ant, Zlatan Ibrahimovic, Gerhardt Mueller (pallone d'oro), Django Reinhardt, Juscelino Kubitìschek (presidente del Brasile e fondatore di Brasilia), Moira Orfei......? 

Antonio Bandera


Roberto Silvestri

Portare i cavalli in città. Mettere caos nell’ordine, affinché l’ordine sia etico, meno rigido, più rispettoso di tutti…Essere fermi e in moto. Nomadi e sedentari a un tempo. Cercare una identità dentro molte identità, e oltre. Andare verso Roma dall’India ma non essere sicuri di voler proprio stare là. Forse vuol dire questo rom?
Il più commuovente, agghiacciante e divertente classico sui rom è Chi canta la in basso? diretto dal Mario Monicelli serbo, l'oggi settantenne Slobodan Sijan, l'odissea di due ragazzi che con i loro strumenti e la loro voce accompagnano in un rocambolesco viaggio verso Belgrado un gruppo di passeggeri croati, montenegrini, bosniaci, sloveni che hanno tutto il tempo di esibire il loro odio e disprezzo reciproco anche se si sta andando tutti insieme verso l'inizio della seconda guerra mondiale (nel film) e verso il tragico processo di sgretolamento nazional-federale del dopo Tito (nella metafora). Ko to tamo peva (Who's That Singing Over There) infatti è del 1980. E i migliori cineasti sono profeti. Vi dò il titolo originale e quello serbo perché tanto in Italia non lo troverete mai. A proposito. Bisogna approfittare del trionfo popolare e critico di Lo chiamavano Jeeg Robot perché Luca Martinelli, co-protagonista cattivo del fantasy demenziale alla Troma, è diventato famosissimo proprio nella parte dello "zingaro".
Luciana Fina, filmmaker italiana a Lisbona ha seguito qualche anno fa, nel 1998, un pellegrinaggio di massa verso il Vaticano, quando papa Woytila li ha radunati, omaggiati e benedetti in occasione della beatificazione di Ceferino Giménez Malla, il primo santo gitano. Occasione per seguire, in viaggio, un gruppo portoghese e accostarsi alla loro spiritualità, fede, tradizioni, arte (quanti gli scultori rom dimenticati dalle storie dell’arte) e cercare di capire un po’ i loro problemi sociali e politici, in patria e all’estero… Quel film, L’udienza, non è mai stato trasmesso in prima serata tv. Anche il Papa è censurato, di tempo in tempo.


Tutto il cinema di Tony Gatlif, il regista prefito di Guy Debord, molte opere di Tonino Zangardi, e i poemi onirici e danzanti di Emil Lotjanu hanno cercato negli anni con continuità di catturare la ricca sostanza umana, altra e nova, materialistica non metafisica, di queste popolazioni che alla schiavitù del lavoro salariato hanno sempre risposto, non senza esitazione… preferirei di no. Un miracolo di insubordinazione fertile nell’ordine del simbolico. Esili, ‘fragili eroi’, come David contro un Golia gigantesco che cancella, deforma, mistifica  una incatturabile alterità. Che ne dite di mettere metà zingari per legge nelle liste elettorali bloccate dei partiti? Maastrich non vuole? La Lega neanche? E allora? Un po’ di affermative action in Italia  sarebbe la salvezza.
In un magnifico frammento elettrico, un lavoro di footage restaurato, rallentato, ricromatizzato e ritoccato nel 2002 con il solito tatto che trasforma le immagini di repertorio in un testo che urla e svela anche le propie didascalie ‘mute’, oltre che gli umori subcutanei di una emulsione, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi mostrano un piccolo gruppo plurifamiliare di zingari sopravvissuti ai forni crematori nazisti che vengono squadrati, osservati con distacco sprezzante dall’aura maligna di una famigliola di borghesi, in ricognizione domenicale  tra i bordi campestri del lago di Como. Il cavallo c’è. Ma. Solo circondato da tutto un gran circo gli sarà permesso l’ ingresso in città (adesso neanche le tigri, i leoni e gli elefanti possono entrare, il loro avvicinarsi sarebbe un pericoloso promemoria per impulsi irreversibili di rivolta).
Gene Tierney, alla maniera gitana
Già. E’ vietato portare i cavalli in città, ci ricorda il britannico Mike Newell, e se li fa salire sulle scale dei condomini di periferia, immagine chagalliana pura, è per dire è cosa che capita solo a Dublino, è roba irlandese, da subumani….Il film è del 1992 e si intitola in originale Tir-na-nog. Ovvio che cineasti anarchici, comunisti e più rivoluzionari ancora (Bellocchio, Soldini, Jancso, Donskoi…); e poi armeni, cantastorie, ebrei, attori (Bob Hoskins e Robert Duvall firmano due gioielli rommisti, La vita maestra, 1988 e Angelo my love, 1983) e donne, le ‘minoranze’ diversamente perseguitate e oppresse, siano state attratte negli anni dall’epopea tragica (ma elegantissima, aurea) gitana. Le culture festose sono sempre odiate dall’ideologia del lavoro “politicamente corretto dallo spirito puritano”.
Eppure cosa sono i registi se non artigiani, lavoratori del dettaglio perfetto, fabbri e falegnami, che incastrano pezzi di legno o di ferro per far funzionare una immagina o una macchina immaginaria che cattura spazio, ritmi e tempo? Gypsies. Così Joseph Losey, La zingara rossa, 1957, Gb); Sally Potter (L’uomo che pianse, 1999, Gb), Marie Claire Pajman (Puoi essere felice, 1994, Olanda), Dorota Kedzierzawska  (Diably Diably, 1991, Polonia), Melitta Tchaicovsky e Pepe Ozan di Jaisamer Ayo! Ovvero Gateway of the Gypsies (Usa 2004)…Un film muto italiano del 1920, di Mario Almirante, Zingari, con Italia Almirante Manzini e Amleto Novelli, melodramma d’amore - lei non vuole l’odioso maschio che il padre gli impone come marito, e non lo prende - ridicolizza anche quel luogo comune rassicurante (l’autoritarismo patriarcale  che sarebbe ‘tipico’ dei gitani perché chi suona beve sempre troppo e picchia la famiglia) che nasconde il disprezzo razzista per l’altro, per il diverso, scaricandogli addosso, in una tipica mossa da transfert, tutti i lati dark della propria cultura, dei propri pregiudizi e dei propri luoghi comuni (oltretutto mai danzanti).
Abbiamo avuto in questi anni in Italia, e ancora si aggira, un super ladro machista, e tronfio di esserlo, come vezzeggiatissimo e votatissimo presidente del consiglio dei ministri ma ladri e machisti restano per antonomasia gli zingari e non i brianzoli e i loro succedanei. Abbiamo un livello preoccupante e crescente di omicidi femminili nel nostro occidente civile ma i trogloditi sessuali per antonomasia sono inguaribilmente i rom (e ora che ci penso anche i musulmani…). Perché poi le loro case senza servizi igienici charming vadano sempre in fiamme è davvero irritante.
Frammenti elettrici, ellittiche esperienze, sono anche ciò che inanella il nostro rapporto privato con rom e sinti conosciuti. L’ammirazione per gli acrobati degli Orfei, i lunghi lanci di Pirlo, i dribbling di Quaresma (nel Porto, e oltre) e i solo alla chitarra di Django Reinhardt. Un parente borseggiato. Una mano letta sinistramente.


E poi c’è il lavoro dei cineasti indipendenti e autonomi da pregiudizi, di cui l’opera  di Giovanni Princigalli, antropologo e filmaker, barese che vive non a caso a Montreal, è esemplare. Il metodo di questo documentarista è l’antitesi del marine che arriva sul territorio, lo conquista con la violenza, arraffa quel che c’è da rapinare e torna a casa col bottino. Princigalli, come Michael Apted nel miliare e seriale The up series (il ritratto di giovani inglesi iniziato nel 1970 e proseguito ogni 7 anni…) non solo lavora con calma e prendendosi tutto il tempo necessario, soggiornando a lungo sul territorio assieme ai suoi personaggi e conquistandosi  la loro simpatia, complicità e rispetto, ma resta dalla loro parte nel tempo, seguendone lotte e sogni, vittorie e contraddizioni, persecuzioni e riforme. E così arriva il miracolo. Vi ricordate la prima volta che avete visto la fotografia di Angela Davis? Una bellezza sovrumana, mai visto niente di simile. Uno stile. Una apertura alla fantasia della bellezza finalmente dispiegata. Come si poteva resistere a farsi crescere i capelli così, ad ampolla sferica e riccia? E il gusto camp e glam, da Liberace a Presley a David Bowie che origine ha? Ricordate Moira Orfei al massimo della forma? Ebbene non vediamo l’ora di vedere alla prima sfilata la top model Daniela detta Aida, che oggi ha 24 anni…e viene da un certo campo provvisorio e pericolante alla perfieria di Bari.

Il suo sogno, che ci ha avvinto in Japigia Gagi è come il nostro. Fabbricare e portare stile e bellezza differenti ovunque. A partire da un non-luogo abusivo (baracche di legno e lamiera, servizi igienici improbabili e sullo sfondo palazzacci di periferia, con pericolo imminente di sgombero perché il terreno è privato e se non ci fosse l’aiuto della parrocchia vicina…) che nella metafora però, e anche etimologicamente, e storicamente, deve essere terra davvero speciale: la Puglia. Che prende il nome da Japige, figlio di Dedalo, che la fondò scappando da Creta e la volle regione aperta al diritto di cittadinanza per tutti, un posto da cui non emigrare e non scappare più, dove ogni pogrom e discriminazione basata sul sesso, le opinioni e l’etnia fosse bandita. Visto quel che è successo a Taranto avvelenata dal petrolchimico poteva anche essere il primo esempio di salario di cittadinanza se la Fgci non avesse nel frattempo allentato i riflessi etico-politici dei propri iscritti (come Vendola). Purché si spegnesse l’Ilva ammorbante. Da Japigia gagi (il primo lavoro di Princigalli con la comunità rom di Bari, del 2003) a Quaderni gitati, video e scritti sulla comunità rom rumena di Bari….seguiamo l’evoluzione di alcuni personaggi della comunità - come Dainef detto Artizan, Dorina detta Felicira, Laura detta Isaura che, a 11 anni preferisce la vita presso i semafori, a chiedere l’elemosina, piuttosto che la scuola. Una comunità sempre in stato d’allarme che vive presso la tangenziale nel quartiere Japigia, dopo un lungo viaggio dalla Romania. Sempre sotto lo sguardo appassionato del nostro cineasta nomade, che è stato in continuo contatto con quella piccola moltitudine e soprattutto con i ragazzi, due dodicenni per esempio, di cui si sono seguite le recenti vicissitudini scolastiche e i rapporti conflittuali anche con gli extra comunitari, con i gagi. Un film che ha girato il mondo dei festival. Ed è stato anche a Sulmonacinema Film Festival.


Al festival del cinema indipendente di Sulmona, qualche anno fa, i più fedeli cinefili erano due fidanzati rom giovanissimi, sedici-diciassette anni, che, mano nella mano, seguivano nelle primissime file, con attenzione e interesse, perfino le più spericolate acrobazie visuali di Valie Export e degli akzionisti. Non li abbiamo visti più perché a 18 anni arriva immancabile il foglio di via. Non sono più italiani, per le nostre leggi….
Altri frammenti elettrici.
Una delle ultime indagini sul territorio della allora coppia Paola Pannicelli e Alberto Grifi è stata vidigrifata durante uno sgombero – vigili urbani e polizia dell’Urbe ignari di clonare lo stile Gestapo -  di un campo rom perferico, con Alberto che è preoccupato solo di dare la parola soltanto a chi non l’ha mai avuta e non è mai soggetto ma solo oggetto di reportage aggressivi. Le baracche romane che il compianto sindaco comunista Petroselli si vantava di aver spazzato via per sempre, eccole lì che ritornano dalle parti del Sacro Gra. Niente è irreversibile.
Un gruppo di detenute rom di Rebibbia, chi dentro per borseggio chi per rapina (se non hai i soldi da dare in dote non ti sposi e non è che trovi lavoro facilmente se sei zingara…) partecipano alla realizzazione di un piccolo film d’animazione coordinato da Giulia Merenda – che racconta l’incontro di due donne, una ricchissima e l’altra cameriera haitiana di grand hotel, e i loro rispettivi modelli (alternativi) di charme, stile e tecnica di combattimento -  offrono una miriade di spunti originali, fantasiosi e ricchi di sostanza conoscitiva e arrivano seconde, battute solo dalle rappresentanti Croate, in una competizione culinaria all’aperto, nel cortile del penitenziario, che dimostra la loro eccellenza gastronomica (il documentario, ancora inedito, si intitola  Liberamente). Una brasiliana molto lesbica ci assicura che la qualità del cibo rom, che lei degusta quotidianamente in cella, è molto, molto sopraffina.    
Certo, anche il cinema-cinema, fin dall’epoca di Méliès, l’Emir Kusturica su tutti che, proprio mentre cade il socialismo, nel 1989, con il Tempo dei gitani affida proprio a quell’amalgama di costumi e culture il senso stesso del binomio “libertà&democrazia”, declinata nel rispetto del diverso, fosse anche il più pigro e ozioso, un omaggio entusiasmante… come un invito alla cultura europea a guardare anche a oriente e non solo dentro il proprio ombelico. E perfino Hollywood, terra di nomadi in fuga, qualche brandello di omaggio all’antica e complessa cultura rom ce lo ha trasmesso. Da Marlene Dietrich in Amore di zingara (1947, di Mitchel Leisen) che ci ha spiegato l’ampiezza siderale di un sentimento così maltrattato nella cultura della libera impresa inividuale, della rendite e della tassa di successione a Dorothy Dandridge, Carmen-african-american per Otto Preminger. E poi Lubitsch, Dieterle, Korty…  


Tutto questo pezzetto d’immaginario forma una suite poetica, un canto d'amore per i rom, quel popolo, o meglio quel flusso composito di popoli e caste 'a cui piace divertirsi', venuto dall'India cantando e danzando, lavorando il rame e facendo magie nel 1300-1400 e che non ci ha ancora abbandonato nonostante sia stata ostinatamente vilipeso, maltrattato, perseguitato, discriminato, temuto e quasi sterminato. 10 milioni di cittadini, senza bandiera, leader, confini  (e non così 'nomadi' come ordina lo stereotipo), diventati una parte d'Europa e della sua civiltà, che o è anche gitana e boema, o non è. Ci hanno o no insegnato a 'stare in cammino' sempre, anche quando siamo fermi? Non mancano contraddizioni e scene di lotta di classe tra rom. Un greco esule per qualche tempo in Italia, Carolos Zonars, realizzò nel 1993, un magnifico Oreste a Tor Bella Monaca (Italia 1993), la tragedia greca messa in scena dai membri della tribù più odiata (anche dai rom) tra gli odiati zingari, spintonati verso l’aeroporto di Fiumicino.
Un ultimo importante doppio consiglio per gli acquisti. Infinito edizioni pubblicò, parallelamente alla presentazione in alcune sale d'essai, il film di Massimo D'orzi Adisa o la storia dei mille anni, opera prima del documentarista di Ribelli! (sulla Resistenza raccontata dagli 'ultimi partigiani), girata nel 2004 in Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Varda nelle abitazioni di una trentina di rom, piccoli e grandi, donne, vecchi, artisti e allevatori, appena rientrati in patria dopo la guerra. Parlano, discutono, cantano di notte, raccontano leggende, ricordano come con Tito si stava meglio (“Indira Gandhi voleva che tornassi in India, è Tito che non ha voluto”), impartiscono lezioni di vita, igiene e atica, esibiscono la ricchezza (e l'orrore) della loro povertà davanti al fuoco. Il dvd (16 euro) è accompagnato da un libro, presentato da Silvio Soldini, che contiene alcuni contributi sui popoli Rom del critico Fabrizio Grosoli,  dello scrittore bosniaco Predag Matvejrvic, della studiosa Silvia Angrisani e della montatrice del film, Paolo Traverso.


E A forza di essere vento" è un doppio dvd + libretto, di retrogusto anarchico come le canzoni che d’André dedicò ai rom, per un totale di circa due ore e mezza di materiale e una settantina di pagine in cui vengono raccontate e approfondite le persecuzioni sotto i regimi nazista e fascista, con uno sguardo rivolto anche alle condizioni attuali in Italia. 
Il primo dvd si apre con una breve intervento di Moni Ovadia contro il pregiudizio; a questo segue Zigeunerlager, un documentario in cui Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, illustra la storia e le condizioni degli Zingari internati nello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau. Sempre nel primo dvd Porrajmos (una persecuzione dimenticata) è un documentario realizzato da Paolo Poce e da Francesco Scarpelli per l'Opera Nomadi, in cui vengono raccolte le testimonianze di alcuni Rom italiani che hanno vissuto le persecuzioni e le violenze ad opera del regime fascista. A chiusura del primo dvd Hugo, realizzato da Giovanna Boursier, è la testimonianza di Hugo Höllenreimer, un Sinto tedesco internato ad Auschwitz ed usato da Mengele per i suoi esperimenti. 
Nel secondo dvd Senza confini, senza barriere è un'intervista a Moni Ovadia, intervallata da alcune canzoni da lui interpretate in occasione di uno spettacolo del 2005 dal titolo Djelem Djelem, in cui viene fatto un parallelo tra il popolo ebraico e quello zingaro ed in cui viene dato risalto ad alcune delle caratteristiche proprie della cultura Rom. Intervista a Mirko Levak (storia di un Rom sopravvissuto ad Auschwitz), un documentario realizzato da Francesco Scarpelli ed Erika Rossi per l'Opera Nomadi, è la testimonianza sugli orrori dell'internamento e sulla politica di persecuzione attuata dai fascisti e dai nazisti. A chiudere il secondo dvd è la riproposizione di gran parte dello spettacolo Porrajmos. Voci da uno sterminio dimenticato (Rom e Sinti nell'Europa della 2° Guerra Mondiale), un progetto di Maurizio Pagani, con la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, Naum Jovanovic e Daniela Di Rocco, in cui Dijana Pavlovic e Claudio V. Migliacca nel ruolo di "voci narranti" riportano alla memoria alcune vicende di uno sterminio dimenticato. 
Infine nelle settantadue pagine del libretto, oltre alla presentazione in cui la redazione di "A" illustra questo progetto, si affiancano gli interessanti interventi di Gloria Arbib, che riflette sul mancato riconoscimento del Porrajmos; di Giovanna Boursier, che ripercorre le vicende della persecuzione zingara con una particolare attenzione al coinvolgimento italiano; di Paolo Finzi, che sottolinea le analogie e le differenze tra Ebrei e Rom uniti dallo stesso destino sotto il regime nazista; di Giorgio Bezzecchi e di Maurizio Pagani, che illustrano le condizioni degli Zingari nell'Italia di oggi; di Paolo Poce, che con la sua macchina fotografica racconta uno sgombero di uno stabile abitato da centinaia di Rom; infine viene pubblicato il testo, scritto da De Andrè insieme ad Ivano Fossati, di Khorakhanè (A forza di essere vento).


Nel 2016 I fratelli e gemelli De Serio, documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a pezzi.  Ovvero. Gli zingari rubano. Non lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e poi li sfruttano nei circhi... Lo sgombero progressivo (e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande d’Europa, effettuato dal comune Pd di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato (con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così "nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale del problema. Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini colpevoliste?  Le foto di Tano D'Amico, le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia e un pugno di film pittoreschi di Hollywood e militanti dimenticati, isolati, invisibili.
Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv). Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per venti anni prima che arrivasse il primo  sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino. Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…


I gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato, nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.  Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In questo bellissimo documentario, I ricordi del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche, nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano, chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come approfittarne al meglio. 

il quartiere A Ciambra di Gioia Tauro

Infine A Ciambra di Jonas Carpignano.  Che ha vinto a Cannes 2017 il premio della Quinzaine che gli garantirà sovvenzioni alla distribuzione e uscite in Europa nel circuito d’essai. A Ciambra è il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni vissuti nella periferia arida di Gioia Tauro. Nella favela della città marina. Dove si vive tra cumuli di immondizia e pozzanghere di fogna, presso il fiume Perace, perennemente a rischio di avvelenamento irreversibile. Gioia Tauro, tanto per ricordarlo ai giovanissimi, è una località della Calabria che era stata scelta dal governo italiano nei primi anni 70 come sito perfetto per l'istallazione di un polo chimico primario (tipo Ilva di Taranto) che avrebbe dato lavoro e anche tanto inquinamento alla zona. La 'nrangheta disse no. Lo stato abbozzò. Fino ad oggi, Questo è l'ambientino, in parte molto salvaguardato, in parte no, dove si svolge la nostra avventura. 


Pio e la nonna patriarca
Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea, sulla rivolta nella vicina Rosarno della comunità africana supersfruttata), italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Ma chi è Pio, presente alla proiezione con tutta la sua tribù, nonna esclusa, ma che non ha voluto rilasciare dichiarazioni? Era stato già il protagonista ombra di un corto, premiato a Cannes anni fa, ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia. Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se non piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. Come fa Pedro Costa con le periferie dei dannati di Lisbona. Tanto per prendere le distanze con il populismo estetico che si compiace di gettare sguardi compassionevoli sui derelitti inerti (che già sono nel regno dei cieli) senza fare i conti con la produzione di altra bellezza materiale, sulla terra. Fatta di sentimenti, movimenti, sguardi e gesti. Di relazioni con. Già, almeno, nel cinema italiano, direbbe Carmelo Bene, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che l’apparizione (per cretini o meno) della Madonna. Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il furto in treno (in una delle tante scene neo-irrealiste di un'opera che plasma le ombre e i neri come uno scultore espressionista), il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane dei quartieri accanto, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. E i ghanesi segnano, perché Pio porta, con lo schermo, anche fortuna.


il regista Jonas Carpignano, padre italiano madre delle Barbados
Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena alla The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no? Un’auto tristemente posteggiata nel buio non crea reddito. Ma se si ruba, il denaro (del riscatto) gira. Ne sa qualcosa il malcapitato turista piomontese che Pio sa rieducare alla doppia, tripla vita delle merci (e che è nientepopodimeno che Paolo Carpignono, il padre di Jonas, professore di scienza delle comunicazioni alla New School di New York, e tanti anni fa protagonista della guerra di classe in Italia). Proprio da un furto simile, da lui subito, Jonas ha preso lo spunto del film. Se l’auto non fosse mai stata toccata l’arte piangerebbe.  


Pio Amato e Koudous Sehion 
Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Anche se Pio ancora vacilla e pare scegliere la strada impostagli dalla comunità e da decenni di esperienze. Dunque. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. Si sente un po’ smascherato. E rimpicciolito. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti,  esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.




venerdì 13 gennaio 2017

ARCHIVIO. Un articolo di Enrico Ghezzi: Alberto Farassino, principe senza eredità (o, la forma gentile)

Alberto Farassino (1944-2003)



di enrico ghezzi (*)



Quando arrivai, poche settimane fa, al cinema milanese dove si teneva una laica celebrazione di Alberto Farassino prima della corsa al cimitero, dalla platea gremita vidi lo schermo (blu, mi pare, o nero).  In basso c’era scritto Sala Quattrocento, in alto ‘nessun ingr’; questa seconda  didascalia, sempre più leggibile nelle sale specializzate quando il display di una proiezione elettronica si proietta sullo schermo diventandone la nuova materia,  indicava evidentemente che non c’erano ancora immagini nel videolettore, non c’era nulla in ingresso, in attesa del breve montaggio curato da Tatti Sanguineti.  La cosa per un istante mi fece paura, mi smarrì. Poi cominciò la proiezione, e di fronte alle immagini girate da Gianikian e Ricci Lucchi in una vacanza al mare, o meglio di fronte al rifilmarsi rallentato di quel girarsi da sé di una vacanza davanti al mare, del mancarsi davanti a esso, di Alberto filiforme esitante giovane con la piccola figlia Viola per mano accompagnata a guardare quell’unica onda che non si infrange mai davvero, ho sentito fortissimo il nome/numero di quella sala alludere inevitabile ai Quattrocento Colpi di Truffaut.  Nouvelle Vague. Uno dei film di esordio della ‘nuova onda’ del cinema di tutto il mondo, che finiva con la scoperta furtiva attonita forse anche un po’ terribile e panica del mare , del ‘mai visto’,  della sua ‘libertà’ appena intravista.  Quel film così fragile e tenace, ‘piccolo’ forse, eppure prodigiosamente capace di risentire sia la costrizione della forza centripeta che schiaccia il giovanissimo Léaud contro la parete del cilindro al luna park sia la liberazione che ne consegue dalla forza di gravità, sia il fantasma della morte (‘mia mamma è morta’) e dell’assenza di genealogia sia (in essa) il fantasma della libertà. 
Allora, mentre le testimonianze si succedevano, mentre si leggeva la bellissima lettera di Piero Tortolina che infine si lamentava dell’incongrua eccessiva velocità  impressa da un proiezionista invisibile al film ‘ALBERTO FARASSINO’ (un muto proiettato alla velocità del sonoro?), mi parve lampante quel gesto di accompagnarci sul limite di un mare invisibile, e di protendersi lui stesso verso di esso, con timidezza gentile.
Ho ascoltato, e ancora ‘ascolto’ quello che un’intera generazione di critici cinefili operatori cineasti (Moretti, Nichetti..), cioè una di quelle generazioni fatte di almeno tre generazioni  (è fatale oggi che lo scarto generazionale, sempre più vibratile minimo subliminale, attento di sei mesi in sei mesi all’inghiottimento immemore di una ‘moda’ e di un ‘modo’ in quelli successivi, proprio per questo compatti poi distanze di decenni in un’unica fantomatica cultura del dimenticarsi solidale) disse (o diceva, se vogliamo mostrar d’essere un po’ più vicini) di alberto.  E non posso che essere d’accordo: l’acutezza, l’attenzione, la passione, la gentilezza, la nobiltà. Il lascito di cose scritte e dette. Il ruolo per l’appunto di cerniera tra generazioni distanti e vicinissime, senza mai lasciarsi andare verso il delirio o la partigianeria. Ne ho personalmente sperimentato il tranquillo coraggio di posizione e di stato, nella guerra di posizione in atto da sempre (ma da sempre e oggi più di sempre è chiaro da prima chi ha ‘già vinto’) nella terra di nessuno tra giornalismo e critica, tra festival istituzioni cinefilia: senza mai padrineggiare su scoperte e novità, era peraltro sovente l’unico a rischiare scrivendo di rarità ‘taorminesi’ o di impervie o tenere indipendenze ‘bellariesi’ su un giornale nazionale (di quelli che in genere si distinguono nel seguire o segnalare le mutazioni di Britney Spears o la più sparuta e insignificante italica proiezione all’estero, senza dedicare un rigo a una prima di Straub e Huillet , né a una retrospettiva completa di Ozu, che sia all’Istituto Giapponese o in tv), così come un paio di volte mi stupì parlandovi di cicli o di assonanze televisive che aveva trovato per sua curiosità e non certo per suggerimento di solerti uffici stampa.
Non avevamo bisogno di (fingere di ) essere ‘amici’. Ci si rincontrava tra festival e manifestazioni e proiezioni senza il disagio dell’obbligo di informarsi (‘come va?’), riprendendo ogni volta un filo che per conto suo andava avanti o in tondo o si intricava tra cineasti e amici e film, sentendoci vicinissimi in quella ‘distanza prossima’ che c’è tra un fotogramma e l’altro. Ricordo le ultime volte in cui ci siamo visti. In autunno, a Parma, dove venne da solo, stancandosi in macchina, per presentare con noi il libro di cose scritte da Marco Melani. A fine gennaio, a Udine, per un ‘tutto Dreyer’ dove passai con ridicola fretta, trascorrendo più tempo con le immagini che con gli amici (la mattina -scappavo lungo il corridoio verso una partenza-ci incrociammo, disse: ‘peccato che ci siamo visti poco, non abbiamo parlato’; in treno mi restò una  tristezza, e insieme mi parve così preciso e doloroso e giusto averlo visto lì, tra le immagini forse più vicine a aver toccato la trasparenza dei corpi, a aver avvertito la materialità dell’aria e del non visibile). Nel libro su melani aveva scritto, e ancora parlò. Ammirato della qualità del ‘farsi girare la testa’ di Marco, secondo il Rossellini di Francesco Giullare di Dio. Con la nitidezza timida che gli era propria, evocando il mondo delle immagini come quello di fantasmi tangibili, di un destino che ci attende o ci attese. Ecco, il disagio che risento, è proprio quello della morte (non perché sia più ingiusta o immatura una morte; non c’è nulla di più ingiusto del ‘sereno’ invecchiare indebolirsi deperire spegnersi), che infine segna le date, ricorda le cronologie, le distanze e le vicinanze, le scadenze e le ricorrenze, ribadisce le generazioni per un attimo. Alberto si staglia allora, esile e un po’ sempre esule, in una generazione per nulla coraggiosa, che ha per esempio lasciato lui e pochi altri regolarmente sacrificati e dissolti sulla linea del fuoco (festival, giornali, riviste, università, scuole, il farsi e disfarsi di un gusto e di un gioco; insomma, la politica delle immagini e lo spettacolo della politica), a favore di compromissioni il più delle volte solo meschine e di piccola cricca, neanche segnate dalla grandezza della falsità o dall’eccesso dell’imbroglio. (Alberto si è impedito per esempio di mitizzare le varie mascherature con cui la critica cinematografica (tra restauri e copie originali e ‘autentiche’) si sta avvicinando in minore alla creazione di puro plusvalore economicoartistico sul modello della ‘critica d’arte’). Ma  non voglio portare lontano il discorso, accennando a quello che farassino ‘non ha fatto’. Mi pare anzi di portarlo vicinissimo a lui, alla sua ‘temperatura’ morale, più che temperamento psicologico. Di sicuro, infatti, non mi è mai capitato di sentire da lui una meschinità, un moto di invidia, neanche la più banale delle cattiverie. ‘Opera’ mirabile e rara, questa, di distanza verso una categoria, verso i piccoli dialetti gelosi propri di ogni ‘professione’. Indifeso, come tutti i principi, e quasi lasciato insepolto, su un ‘set’ ancora più artificiale di quelli documentati dalla sua Fulvia nelle sue fotografie. O seppellito troppo bene oltre che troppo presto.   Yervant Gianikian, dandoci per FuoriOrario il filmato originale di quella vacanza al mare, ha ripetuto accorato: ‘rallentatelo di più,  tre sette dieci volte’.
Fino  a fermare l’immagine, forse. (Non farlo entrare nello spettacolo?). Non c’è velocità giusta per arrivare a vedere il mare.


(*) pubblicato sul manifesto nell'aprile 2003



Chissà perché ho ritirato fuori proprio oggi dal cappello questo articolo di ghezzi di tanto tempo fa. Abbiamo perduto in questi decenni molti critici acuti e amici, Michele Mancini, Gianni Menon, Maurizio Grande, Michele Cordaro, Callisto Cosulich, Enzo Ungari, Ciro Giorgini, Gabrielle Lucantonio, Don Ranvaud... e, ancora più vicina a me e ad Alberto Farassino, Maria Pia Fusco che per noi è stato un mito: amica e collaboratrice di Joe D'Amato-Aristide Massaccesi (il bel cinema italiano umiliato e offeso), una sceneggiatrice di profonda umanità arguzia e gaiezza che passava al giornalismo di frontiera e di combattimento, invece che, come spesso avviene, fare il contrario. Si può capovolgere la casta e il suo potere seduttivo, anche con piccoli gesti gentili. Magari per illuminare un ambiente politico culturale che si è progressivamente spento dal punto di vista etico e di immagine dopo aver perduto via via l'ossatura laico-radicale originaria, Beniamino Placido, Alberto Farassino, Tommaso Chiaretti, o chi ha preferito lasciare anticipatamente repubblica, piuttosto atttonita, come Anna Maria Mori. Ma Alberto è sempre vivo. Per i suoi libri. E poi perché c'è un premio farassino a ricordarlo ogni anno. Fulvia e le sue foto. La figlia Viola, al Centro Sperimentale. Sarà forse stata la notizia della morte di Gianfranco Bettetini, il suo maestro semiologo della Cattolica, e anche quello del mucchio selvaggio di critici "milanesi" (Francesco Casetti, Mimmo Lombezzi, Tatti Sanguineti, Farassino e qualche donna che è sparita nel nulla chissà perché) che mettevano a soqquadro l'ambiente polveroso, chiuso, settario e pre-accademico del cinema italiano a ridosso del '68 e poi, modificando istituzioni inscalfibili, creando festival, riviste, inventando produzioni e distribuzione nel cinema e nella televisione. Già, l'intera band con il leader fu in tv a raccontare perché erano importanti Don Siegel e i suoi incredibili film di segreta magia. Quando ancora si faceva servizio pubblico e non servizietto spicciolo solo per il governo di truno o per il dio audience. Bettetini, tra i cattolici, e Abruzzese, tra i laici più protestanti, sono stati i grandi vecchi che hanno condotto le battaglie per liberare occhi e cuori e aizzare i più giovani al combattimento. E sono stati sconfitti, loro e gli x giovani, più o meno, ma mai vinti dal Potere. Che nel frattempo è molto più pieno di crepe, abrazioni, smottamenti. Con Farassino abbiamo partecipato a tanti festival, come Venezia, Pesaro, la Taormina di ghezzi, o anche diretto dei festival come  Bellaria e Rimini. E a pensarci bene erano tutte manifestazioni che si svolgevano di fronte al mare, quasi sulla battigia. Proprio lì dove enrico l'ha ritrovato. (roberto silvestri) 






Gianfranco Bettetini