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venerdì 13 gennaio 2017

ARCHIVIO. Un articolo di Enrico Ghezzi: Alberto Farassino, principe senza eredità (o, la forma gentile)

Alberto Farassino (1944-2003)



di enrico ghezzi (*)



Quando arrivai, poche settimane fa, al cinema milanese dove si teneva una laica celebrazione di Alberto Farassino prima della corsa al cimitero, dalla platea gremita vidi lo schermo (blu, mi pare, o nero).  In basso c’era scritto Sala Quattrocento, in alto ‘nessun ingr’; questa seconda  didascalia, sempre più leggibile nelle sale specializzate quando il display di una proiezione elettronica si proietta sullo schermo diventandone la nuova materia,  indicava evidentemente che non c’erano ancora immagini nel videolettore, non c’era nulla in ingresso, in attesa del breve montaggio curato da Tatti Sanguineti.  La cosa per un istante mi fece paura, mi smarrì. Poi cominciò la proiezione, e di fronte alle immagini girate da Gianikian e Ricci Lucchi in una vacanza al mare, o meglio di fronte al rifilmarsi rallentato di quel girarsi da sé di una vacanza davanti al mare, del mancarsi davanti a esso, di Alberto filiforme esitante giovane con la piccola figlia Viola per mano accompagnata a guardare quell’unica onda che non si infrange mai davvero, ho sentito fortissimo il nome/numero di quella sala alludere inevitabile ai Quattrocento Colpi di Truffaut.  Nouvelle Vague. Uno dei film di esordio della ‘nuova onda’ del cinema di tutto il mondo, che finiva con la scoperta furtiva attonita forse anche un po’ terribile e panica del mare , del ‘mai visto’,  della sua ‘libertà’ appena intravista.  Quel film così fragile e tenace, ‘piccolo’ forse, eppure prodigiosamente capace di risentire sia la costrizione della forza centripeta che schiaccia il giovanissimo Léaud contro la parete del cilindro al luna park sia la liberazione che ne consegue dalla forza di gravità, sia il fantasma della morte (‘mia mamma è morta’) e dell’assenza di genealogia sia (in essa) il fantasma della libertà. 
Allora, mentre le testimonianze si succedevano, mentre si leggeva la bellissima lettera di Piero Tortolina che infine si lamentava dell’incongrua eccessiva velocità  impressa da un proiezionista invisibile al film ‘ALBERTO FARASSINO’ (un muto proiettato alla velocità del sonoro?), mi parve lampante quel gesto di accompagnarci sul limite di un mare invisibile, e di protendersi lui stesso verso di esso, con timidezza gentile.
Ho ascoltato, e ancora ‘ascolto’ quello che un’intera generazione di critici cinefili operatori cineasti (Moretti, Nichetti..), cioè una di quelle generazioni fatte di almeno tre generazioni  (è fatale oggi che lo scarto generazionale, sempre più vibratile minimo subliminale, attento di sei mesi in sei mesi all’inghiottimento immemore di una ‘moda’ e di un ‘modo’ in quelli successivi, proprio per questo compatti poi distanze di decenni in un’unica fantomatica cultura del dimenticarsi solidale) disse (o diceva, se vogliamo mostrar d’essere un po’ più vicini) di alberto.  E non posso che essere d’accordo: l’acutezza, l’attenzione, la passione, la gentilezza, la nobiltà. Il lascito di cose scritte e dette. Il ruolo per l’appunto di cerniera tra generazioni distanti e vicinissime, senza mai lasciarsi andare verso il delirio o la partigianeria. Ne ho personalmente sperimentato il tranquillo coraggio di posizione e di stato, nella guerra di posizione in atto da sempre (ma da sempre e oggi più di sempre è chiaro da prima chi ha ‘già vinto’) nella terra di nessuno tra giornalismo e critica, tra festival istituzioni cinefilia: senza mai padrineggiare su scoperte e novità, era peraltro sovente l’unico a rischiare scrivendo di rarità ‘taorminesi’ o di impervie o tenere indipendenze ‘bellariesi’ su un giornale nazionale (di quelli che in genere si distinguono nel seguire o segnalare le mutazioni di Britney Spears o la più sparuta e insignificante italica proiezione all’estero, senza dedicare un rigo a una prima di Straub e Huillet , né a una retrospettiva completa di Ozu, che sia all’Istituto Giapponese o in tv), così come un paio di volte mi stupì parlandovi di cicli o di assonanze televisive che aveva trovato per sua curiosità e non certo per suggerimento di solerti uffici stampa.
Non avevamo bisogno di (fingere di ) essere ‘amici’. Ci si rincontrava tra festival e manifestazioni e proiezioni senza il disagio dell’obbligo di informarsi (‘come va?’), riprendendo ogni volta un filo che per conto suo andava avanti o in tondo o si intricava tra cineasti e amici e film, sentendoci vicinissimi in quella ‘distanza prossima’ che c’è tra un fotogramma e l’altro. Ricordo le ultime volte in cui ci siamo visti. In autunno, a Parma, dove venne da solo, stancandosi in macchina, per presentare con noi il libro di cose scritte da Marco Melani. A fine gennaio, a Udine, per un ‘tutto Dreyer’ dove passai con ridicola fretta, trascorrendo più tempo con le immagini che con gli amici (la mattina -scappavo lungo il corridoio verso una partenza-ci incrociammo, disse: ‘peccato che ci siamo visti poco, non abbiamo parlato’; in treno mi restò una  tristezza, e insieme mi parve così preciso e doloroso e giusto averlo visto lì, tra le immagini forse più vicine a aver toccato la trasparenza dei corpi, a aver avvertito la materialità dell’aria e del non visibile). Nel libro su melani aveva scritto, e ancora parlò. Ammirato della qualità del ‘farsi girare la testa’ di Marco, secondo il Rossellini di Francesco Giullare di Dio. Con la nitidezza timida che gli era propria, evocando il mondo delle immagini come quello di fantasmi tangibili, di un destino che ci attende o ci attese. Ecco, il disagio che risento, è proprio quello della morte (non perché sia più ingiusta o immatura una morte; non c’è nulla di più ingiusto del ‘sereno’ invecchiare indebolirsi deperire spegnersi), che infine segna le date, ricorda le cronologie, le distanze e le vicinanze, le scadenze e le ricorrenze, ribadisce le generazioni per un attimo. Alberto si staglia allora, esile e un po’ sempre esule, in una generazione per nulla coraggiosa, che ha per esempio lasciato lui e pochi altri regolarmente sacrificati e dissolti sulla linea del fuoco (festival, giornali, riviste, università, scuole, il farsi e disfarsi di un gusto e di un gioco; insomma, la politica delle immagini e lo spettacolo della politica), a favore di compromissioni il più delle volte solo meschine e di piccola cricca, neanche segnate dalla grandezza della falsità o dall’eccesso dell’imbroglio. (Alberto si è impedito per esempio di mitizzare le varie mascherature con cui la critica cinematografica (tra restauri e copie originali e ‘autentiche’) si sta avvicinando in minore alla creazione di puro plusvalore economicoartistico sul modello della ‘critica d’arte’). Ma  non voglio portare lontano il discorso, accennando a quello che farassino ‘non ha fatto’. Mi pare anzi di portarlo vicinissimo a lui, alla sua ‘temperatura’ morale, più che temperamento psicologico. Di sicuro, infatti, non mi è mai capitato di sentire da lui una meschinità, un moto di invidia, neanche la più banale delle cattiverie. ‘Opera’ mirabile e rara, questa, di distanza verso una categoria, verso i piccoli dialetti gelosi propri di ogni ‘professione’. Indifeso, come tutti i principi, e quasi lasciato insepolto, su un ‘set’ ancora più artificiale di quelli documentati dalla sua Fulvia nelle sue fotografie. O seppellito troppo bene oltre che troppo presto.   Yervant Gianikian, dandoci per FuoriOrario il filmato originale di quella vacanza al mare, ha ripetuto accorato: ‘rallentatelo di più,  tre sette dieci volte’.
Fino  a fermare l’immagine, forse. (Non farlo entrare nello spettacolo?). Non c’è velocità giusta per arrivare a vedere il mare.


(*) pubblicato sul manifesto nell'aprile 2003



Chissà perché ho ritirato fuori proprio oggi dal cappello questo articolo di ghezzi di tanto tempo fa. Abbiamo perduto in questi decenni molti critici acuti e amici, Michele Mancini, Gianni Menon, Maurizio Grande, Michele Cordaro, Callisto Cosulich, Enzo Ungari, Ciro Giorgini, Gabrielle Lucantonio, Don Ranvaud... e, ancora più vicina a me e ad Alberto Farassino, Maria Pia Fusco che per noi è stato un mito: amica e collaboratrice di Joe D'Amato-Aristide Massaccesi (il bel cinema italiano umiliato e offeso), una sceneggiatrice di profonda umanità arguzia e gaiezza che passava al giornalismo di frontiera e di combattimento, invece che, come spesso avviene, fare il contrario. Si può capovolgere la casta e il suo potere seduttivo, anche con piccoli gesti gentili. Magari per illuminare un ambiente politico culturale che si è progressivamente spento dal punto di vista etico e di immagine dopo aver perduto via via l'ossatura laico-radicale originaria, Beniamino Placido, Alberto Farassino, Tommaso Chiaretti, o chi ha preferito lasciare anticipatamente repubblica, piuttosto atttonita, come Anna Maria Mori. Ma Alberto è sempre vivo. Per i suoi libri. E poi perché c'è un premio farassino a ricordarlo ogni anno. Fulvia e le sue foto. La figlia Viola, al Centro Sperimentale. Sarà forse stata la notizia della morte di Gianfranco Bettetini, il suo maestro semiologo della Cattolica, e anche quello del mucchio selvaggio di critici "milanesi" (Francesco Casetti, Mimmo Lombezzi, Tatti Sanguineti, Farassino e qualche donna che è sparita nel nulla chissà perché) che mettevano a soqquadro l'ambiente polveroso, chiuso, settario e pre-accademico del cinema italiano a ridosso del '68 e poi, modificando istituzioni inscalfibili, creando festival, riviste, inventando produzioni e distribuzione nel cinema e nella televisione. Già, l'intera band con il leader fu in tv a raccontare perché erano importanti Don Siegel e i suoi incredibili film di segreta magia. Quando ancora si faceva servizio pubblico e non servizietto spicciolo solo per il governo di truno o per il dio audience. Bettetini, tra i cattolici, e Abruzzese, tra i laici più protestanti, sono stati i grandi vecchi che hanno condotto le battaglie per liberare occhi e cuori e aizzare i più giovani al combattimento. E sono stati sconfitti, loro e gli x giovani, più o meno, ma mai vinti dal Potere. Che nel frattempo è molto più pieno di crepe, abrazioni, smottamenti. Con Farassino abbiamo partecipato a tanti festival, come Venezia, Pesaro, la Taormina di ghezzi, o anche diretto dei festival come  Bellaria e Rimini. E a pensarci bene erano tutte manifestazioni che si svolgevano di fronte al mare, quasi sulla battigia. Proprio lì dove enrico l'ha ritrovato. (roberto silvestri) 






Gianfranco Bettetini


martedì 28 gennaio 2014

'Red Rhino', il filmaker come Ionesco. Alberto Signetto e il documentario letterario


Stasera 21 aprile 2015 a Roma, ore 21, Casa del cinema, Marilena Moretti (documentarista torinese già autrice di un magnifico film autobiografico sui "commontisti", uno dei gruppi più radicali della sinistra di classe anni 70), presenta il cineritratto, Walking with Red Rhino - A spasso con Alberto Signetto, un documentario mosaico di quasi due ore girato negli ultimi mesi di vita del regista, tra sfratti, feste in solidarietà, viaggi a ritroso nel tempo, che ripercorre la sua carriera dagli anni di Lotta Continua e della militanza rivoluzionaria ai primi studi di cinema a contatto con i set dei suoi mitici maestri, dal ritorno in Argentina alla tenace e instancabile attività di filmmaker autonomo e indipendente, grande e grosso come il suo adorato animale preferito, il rinoceronte: animale cocciuto, grosso, ingombrante, poco addomesticabile e ... infido. 
Giovedì altro appuntamento con il cinema di Alberto Signetto all'Apollo 11 alle 20.30. Verranno mostrati alcuni dei suoi lavori, come i film intervista a Angelopoulos e a Kramer.   



di Roberto Silvestri 

La morte, a 60 anni appena compiuti, dopo una lunga battaglia contro un male tremendo, di Alberto "Red Rhino" Signetto, il fratello filmaker del critico Sandro - questa strana, vitalissima coppia del cinema piemontese e oltre - è come se improvvisamente togliesse l'aura, le ombre, lo sfondo e il senso in più agli esploratori più affascinanti dell'immaginario contemporaneo mondiale dal 1970 ad oggi. Sandro era uno di loro ma, con grande tatto, preferiva farsi passare soprattutto per fan. Di Jean-Luc Godard, di Robert Kramer, di Theo Angelopoulos...

Alberto era invece un cineasta/videoasta totale: aiuto regista e poi regista, dal 1982, scrittore, poeta, critico, distributore (con la sua Artkino ha diffuso opere di Wenders, Wajda, Fritz Lang, Helke Sanders...), organizzatore di eventi e festival, produttore, anche televisivo, attraverso la sua Rosebud Company, dal 1986 direttore per l'Italia dell'European Video Independent Producers con sede a Bruxelles. Dal 1992 collaborava alla cooperativa Index e dal 1998 lavora al progetto dal misterioso titolo Hlps (Hasta La Pennoira Siempre!)   

Festa di compleanno per Alberto Signetto 2013
Solo così in quegli anni, settanta e ottanta, chi amava e si occupava di cinema, frequentando il Movie club di Torino città del cinema, con Turigliatto, Barbera, D'Agnolo Vallan e Steve Della Casa, pensava fosse etico occuparsene, non separando mai il cinema dalle altri arti e dalla vita, la teoria e la pratica, il piacere privato e la socializzazione immediata di tutte le scoperte, la scrittura personale e la 'lunga marcia dentro le istituzioni', non solo culturali...Un'idea in testa, una cinepresa in mano e un cineclub, o meglio un assessore alla cultura, a portata di mano...Questo il progetto di tutti. In più Alberto aveva quell' idea 'bizzarra' di documentario 'letterario', di cinema concettuale che riprende i concetti e non la realtà, davvero poco frequentata nel nostro paese. Ma come si fa a documentare qualcosa senza avvalersi di obiettivi obiettivamente meno meccanici come la poesia, la filosofia, la prosa, magari panfocus come quella calviniana?   

Era un documentarista colto, giramondo (come molti torinesi cinefili di quella generazione), appassionato e militante. Ma era anche l'angelo custode impertinente del cinema a venire (che ritrovava e rigenerava anche molto indietro, dalle parti dei classici metahollywoodiani, come Fritz Lang o Orson Welles). Che vuol dire poeta, occhio di lince, ovvero critico implacabile e vorace dell'economia politica dei sentimenti vigenti e di come "stanno veramente le cose". Dietro, accanto e con alcuni suoi artisti d'affezione - anche Jean Rouch, Raul Ruiz, Wim Wenders, Fernando Solalas, Andrzej Wajda, i Rolling Stones (e Keith Richard, in particolare, ma tutti raffinati conoscitori di cinema, oltre che verseggiatori di Dylan Thomas), i giovani argentini della scuola di Cordoba e Rosario, Straub-Huillet, di cui seguì la lavorazione dell'opera pavesiana "Dalla nube alla Resistenza"...Lavorava con loro come attore, assieme al fratello Alessandro, li intervistava a lungo, ne rubava i mille segreti...

Era un achimista (underground per scelta etica ed ecologica) della comunicazione - verbale e non verbale - 'altra'.  Se cinema è la realtà fatta a pezzi (come ci ricordava Jackobson) e restituita allo stato di imbastitura, lui è stato il più ironico splatter tra gli analisti dell'invisibile plausibile. Siccome non era esattamente torinese, semmai del Canavese, ma era nato nella roccaforte operaia peronista dell'Argentina, a Cordoba, gli sarebbe piaciuta certamente la definizione - alla Cèline - e anti sabauda, di 'pezzente della cinepresa'. O, per dirla alla Fernando Birrri, di cineasta ambulante  Un po' come Celentano, il re degli ignoranti che fa a pezzi la cattiva musica... Detestava infatti la parola professionalità, come fa ogni serio professionista. "Sul mio passaporto c'è scritto 'regista'. Non ce l'ho con il mestiere. Ma il mestiere non è tutto".

Era il complice fidato o il nemico acerrimo di tutte le immagini che attraversano il mondo, e troppe lo avvelenano, per dire un grosso sì alla vita, purché la si riorganizzi completamente, e dal basso (cioé, meglio ancora, dal punto di vista dei tre mondi, degli indios).Compromessi? Preferirei di no. 

Per questo era un nomade, un apolide, un nativo in stato d'allarme e d'esilio, un italieno tipico, un sessantottino perenne e drastico (ovvero mai dogmatico) come il suo caro amico Robert Kramer. Capelli lunghi, a coda. Già. Alla Kempes. Sembra che sputiamo dei nomi a casaccio, assiro-babilonesi. Robert Kramer, e chi lo conosce? Alberto Grifi? Si studia nei licei scientifici? Ferdinando Solanas? Magari Armando Ceste, un altro mai dimenticato pioniere del cinema contro? E... Alberto Signetto? Lo sapete, vi eccita il fatto che ha collaborato con Anghelopoulos per "O Megalexandros" (1980), con un dimenticato cineasta svizzero come Villi Hermann per "Matlosa" (1981), con Jean Rouch per "L'enigma" (1986)?  

Queste lacune del cinefilo strafatto contemporaneo avvengono certamente perché la vecchia guardia critica è stata emarginata dai media che contano o non è stata in grado di scodellare l'importanza di questi artisti sopraffini e obliqui attraverso i new media. O forse tutto questo accade perché gli umani abitano universi paralleli e mai comunicanti tra loro. Quello di Sky. E quello della Terra. Dove però le irreversibili presenze vitali prima o poi si materializzeranno. 

A parte nelle ore piccole quando già avviene grazie alla band heavy metal di Enrico Ghezzi, questo signore del tempo che capovolge i fusi orari, e colloca periodicamente bombe atomiche di spirtuale potenza  in quell'isoletta liberata - come Grenada ai tempi di Bishop - del piacere schermico che è Fuori Orario. 

E che sicuramente ci scodellerà presto le opere di Alberto Signetto. Come "Sympaty for the Rolling" (1982), reportage sul concerto torinese durante la prima tournée italiana della rock band; "Weltgenie", (1988) prodotto assieme alla Bayerischer Rundfunk, una video poesia tratta da 'Turin' di Gottfried Benn, sulla follia di Nietzsche a Torino; "Omaggio a Raul Ruiz (1987) undici minuti dedicati all'apolide cileno, il più new dada tra i cineasti latinoamericani, allora esule in Francia; Fish-Eye (1990) videocollage situazionista sull'immagine nel cinema e sul visuale nella tv; "Riflessione sulla luce" (1995), divertissment sulla disoccupazione intellettuale;"Govi a Gavi" (1996) sul set di un film del grande comico genovese; "Who Dreamt and Made Incarnate Gaps In Time & SpaceThrough Images Juxtaposed - Conversazione con Robert Kramer" (1998), lunga intervista ai bordi del Po al filmaker americano radicale esule in Europa per molti anni; "Architettute olivettiane a Ivrea" (1999) su Olivetti, Ivrea, cool jazz, la rivista Comunità e il progetto di città-baboratorio dagli anni 50 ad oggi;"Entre en train" (2002), tre minuti sulla violenza all'interno della famiglia, e su come tenerne testa a forza di narcisismo e paranoia, un mini trattato di anti psichiatria alla Laing-Cooper; "Vent'anni prima...i cieli della Grecia" e "Anghelopoulos Backstage" (2003), cofirmato da Pier Milanese, omaggio al meastro del 'tempo maestoso' e del piano sequenza più faticoso, sul set di 'La sorgente del fiume'; "Earth Men Lake" dialoghi sulla miseria del film documentario italiano, una video intervista realizzata 'alla maniera di Stan Brakhage'; "Nella pancia del piroscafo-piemontesi d'Argentina" (2005) nel quale, figlio di emigranti dal canavese, ripercorre quei viaggi in mare, fino ai fal­doni dell’Hotel de Inmi­gran­tes al porto di Bue­nos Aires dove tutti i nomi dei nostri 'clandestini' venivano accoppiati al loro piroscafo; "Il Mare sul Muro" dedi­cato al lavoro della mura­li­sta argen­tina Munù Actis Goretta (2005–2006), rapita, imprigionata e torturata durante gli abietti anni della Junta militare.


Lisandro Alonso, uno dei registi argentini dell nuova scuola
"Il cinema che gira intorno" si chiamò una retrospettiva che programmò con successo proprio queste sue opere, organizzata dal Museo del cinema nel maggio scorso al Checchi Point di Torino, per rendere omaggio a questo "filmaker ostinato, artista rigoroso, intellettuale ironico" attorniato in quell'occasione da alcuni suoi colleghi e complici per anni, come Marilena Moretti, Alessandro Castelletto, Giacomo Ferrante e Emanuele Tealdi.

La rivista Cinema & Film sulla quale scrivevano Ungari e Aprà
Ho conosciuto Alberto a Salsomaggiore (o era Monticelli Terme?) durante quelle giornate d'inizio anni 80 che (mentre l'arte entrava in clandestinità in tutto il mondo) cambiarono i nostri sguardi e cuori a contatto con i film e i video fuori schema e fuori format e con le prime sculture elettroniche di Naim June-pak e Laurie Anderson, tesori inediti e tellurici biodinamici, ancora sconosciuti (grazie alle esplorazioni pionieristiche e radicali nell' Africa, Asia e America Latina che si trovavano già anche in America e Europa) di Enzo Ungari, Adriano Aprà, Marco Melani, Silvana Silvestri, Giovanni Spagnoletti, Tonino De Bernardi, Alberto Grifi... 

Marco Melani
Era irrefrenabile e antropofago, Alberto Signetto, come gli udigrudi brasiliani Bressane e Sganzerla, il portoghese del nord Antonio Reis e l'americano diventato inglese Steve Dwoskin. Si buttò subito famelico sulle prime videocamere...Quella macchina avrebbe sconvolto il mondo della visione. Sapeva come farsi contagiare dalla bellezza e ai suoi amori rimase sempre fedele. Il suo progetto di 'bellezza espansa' forse fallì. In quel decennio i mass media furono conquistati da mani aliene (non solo in Italia). Gli artisti non furono più le leggente viventi della parte in lotta dei popoli. Ma vennero cancellati. i soldi erano a portata di mano. Ma ci voleva fegato per accettare certi compromessi. Alberto quel tipo di fegato non l'aveva. E il suo se lo fece torturare in attesa di commissioni che gli finanziassero i film, e la sua mai girata opera prima di fiction....   

I fune­rali si sono tenuti mar­tedì 28 gen­naio alle 15 a Mazzé Cana­vese, nella Chiesa Par­roc­chiale S.ti Ger­va­sio e Protasio