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giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. Mojica e Van Gogh


Venezia 2018 / El Pepe, At Eternity’s Gate


Le utopie concrete di El Pepe, i colori di Vincent
Mariuccia Ciotta
Un maggiolino tutto matto color azzurro cielo percorre le strade di Montevideo, è una riproduzione in cartone, issata su un camioncino, della Volkswagen di Pepe Mujica, il presidente dell'Uruguay al suo ultimo giorno in carica. Schegge di materiale d'archivio che Emir Kusturica alterna alla sua intervista nella fattoria di Mujica alla periferia della città, davanti a una tazza di mate, che il regista serbo non sa proprio gustarsi, inEl Pepe, una vida suprema (fuori concorso). Mujica è arrivato al Lido, applaudito come un divo, protagonista anche di La noche de 12 anos(Orizzonti) dell'uruguayano Alvaro Brechner che racconta gli anni di prigionia passati quasi tutti in isolamento durissimo. Il regime militare dopo il colpo di stato del '73 arrestò nove tupamaros al comando del Movimiento de Liberación National e li proclamò “ostaggi”, alla prima azione dei guerriglieri sarebbero stati uccisi. Servivano vivi, e l'idea della dittatura era quelli di farli impazzire sotterrati in un buco senza luce. Invece, dall'isolamento è uscito fuori un politico-poeta, un eccentrico filosofo che non ha nulla di folkloristico, al contrario del ritratto che ne fanno i media. Pepe Mujica è un rivoluzionario che coltiva i fiori, è un umorista che sa come “rammendare” le casette diroccate dei poveri, che vorrebbe portare l'acqua dei ghiacci dell'Artico sciolti dal global warmingfino nel Sahara, “si può fare”. E che sa volare con le fantasmagorie di mondi futuri e coltivare la terra – insegna agli studenti come si colloca il seme nei solchi – anche perché è stato ministro dell'agricoltura. Supera la modernità – lui ottantenne – e suggerisce uno smartphone dotato di sala da bagno per persone di una certa età. Scherza Mujica e Kusturica ne libera lo spirito penetrante in cerca di un'utopia concreta. Non vorrebbe, l'ex tupamaro, 80 miliardi per l'Uruguay – il nazionalismo non fa per lui – ma per un investimento globalmente utile, per una “grande opera” da realizzarsi incollando tante piccole opere.
Kusturica, al contrario del cupo film “carcerario” di Brechner, racconta in stile Mujica, saltella con gli attori di strada, i volti dipinti, sale sulle camionette festose, lungo le strade di campagna, sbandiera le complessità del presidente che riconosce “il sano egoismo” dell'individuo ma avverte che l'essere umano è per sua natura “sociale”... Il capitalismo qualcosa che spreca energie, brucia piaceri. Una pecora nera al potere, il libro che Pepe presenta in questi giorni in Europa, storia scritta insieme alla compagna Lucia Topolansky, specialista in documenti falsi al tempo della guerriglia, ora vicepresidente accanto a Tabaré Vazquez, si sventaglia nell'andirivieni del tempo, 2010-2015 la presidenza, e nell'oggi di Mujica che lascia in eredità una specie di Pepeland, la sua start up per giovani coltivatori. Tra le cronache di allora, i frammenti in bianco e nero di L'Amerikano di Costa-Gavras, dove c'è già tutto l'Uruguay dei tupamaros e il sequestro anni '70 di un agente della Cia, addestratore sotto copertura di truppe paramilitari latino-americane, istruite alla tortura e all'omicidio. Cuarón l'ha raccontato in Roma nella versione messicana, strage di studenti nel '71, e prima nel '68.
In concorso, At Eternity's Gate di Julian Schnabel, pittore-regista nell'esercizio di imitare le pennellate di Van Gogh con piccoli colpi della macchina da presa, un su e giù dal maldimare, velature dell'immagine come lenti-multifocali fuori fuoco, e dissolvenze sovrapposte... Il regista diBasquiat ('96) rivendica la comprensione americana per il pittore olandese, respinto in Europa e rinchiuso in manicomio. L'action painting di Pollock ha per maestro Van Gogh sostiene Schnabel nel film che segue l'artista a Arles in Provenza, dove morirà per un colpo accidentale di pistola all'età di 37 anni. At Eternity's Gate insegue Van Gogh per campi assolati e notti blu e tutto finirebbe nel sussulto dell'inquadratura e nelle gigantografie di volti in primo piano se non fosse per Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore surrealista di Bunuel che intesse dialoghi come versi di una cantilena infantile, se non fosse per Willem Dafoe che è Van Gogh resuscitato e per Oscar Isaac nella parte di Gauguin, e a seguire Mads Mikkelsen, Emmanuelle Seigner e Matthieu Amarlic. Pittura di massa per Schnabel che non sa usare il “pennello” ma i colori sì.
El Pepe, una vida suprema (fuori concorso)
Regia: Emir Kusturica
At Eternity's Gate (in concorso)
Regia: Julian Schnabel

giovedì 1 giugno 2017

Roman Polanski. Da una storia vera estrae un falso d'arte

Emmanuelle Seigner e Eva Green in Da una storia vera di Roman Polanski 
di Roberto Silvestri (*)
Cannes

Scriveva più o meno Borges (Le rovine circolari): “Non essere una donna: essere la proiezione del sogno di un’altra donna: che umiliazione incomparabile, che vertigine!”.
Il desiderio inconscio, i sogni, il doppio, il fantasma e le suggestioni notturne e mutanti in generale sono la specialità di Polanski. Uno specialista nella regia dell’azione. Dunque. Brividi forti e chiari di paura, sia grazie a Lynch che a Da una storia vera, perfido titolo spiazzante del nuovo, meraviglioso Polanski di Cannes 70. È più o meno come se Per favore mordetemi sul collo fosse ambientato alla fiera del libro di Parigi.
Solo loro due, Lynch e Polanski, sono ancora capaci di tagliarti in due con un improvviso primo piano d’amore (e in seconda battuta di morte). Non più un vampiro, un demonio, un inquilino che ti fissa dalla finestra accanto, un mostro che ruba l’acqua ai messicani, un Blair che massacra un popolo per sbaglio, però, questa volta. Ma addirittura il primissimo piano della donna più bella del mondo che entra a forza nella tua vita. A cominciare dal sogno. Gli occhi prensili di Eva Green, nel ruolo di una donna, L. o Elle, colta, sofisticata, impeccabilmente à la page e scrittrice sicura di sé, che incontra casualmente e poi si insinua nella vita quotidiana e diventa l’amica intima del cuore e imprescindibile di una romanziera di best seller, Delphine, che si trova nella brutta situazione, già descritta da Billy Wilder in Giorni perduti, di non riuscire più a scrivere O a scrivere meglio. Oltre ad avere modi nervosi e capelli biondi disordinati. E un amante un po’ distratto e volatile. E una figlia insopportabilmente pilota d’aereo, altro che insicurezze. La bruna L è proprio l’amica disponibile, generosa, simpatica, complice che si ha a 17 anni. Come il conigliaccio Harvey di Jimmy Stewart. 


Ma non è la sicurezza che attrae Delphine. L al contrario è importante per il suo lato dark scoperto (che poi è anche nel lato dark coperto di Delphine: i sensi di colpa per aver utilizzato e strumentalizzato la vita vera degli altri e ascendere, opportunisticamente, al successo): “qualcosa di nascosto, di appena percettibile, mi diceva che L. era una sopravvissuta, che aveva alle spalle un passato torbido e misterioso, che aveva messo in atto una straordinaria metamorfosi." Una sopravvissuta, come tutti gli scrittori o le persone o i cineasti pericolosi. L. pericolosa come Delphine. Una coppia più vicina di quanto non sia un rapporto lesbico dichiarato.

Eva Green, Roman Polanski e Emmanuelle Seigner a Cannes 
Conservatori della messa in scena sintatticamente più che corretta, Lynch e Polanski, questi rivoluzionari dell’immagine creano paesaggi interiori tematicamente perturbanti, simili alla messa in scena di un atto psicoanalitico, di un transfert nel quale però è arduo trovare il punto di vista dell’analista. È il regista? E' lo spettatore? E' il critico? Da cui l’imbarazzo di fronte ai suoi film più riusciti. Forse solo un po’ l’allieva inglese Ramsay sembra seguire (sulla Croisette) gli stessi sentieri deliranti, fantasmatici, futili, babbei (da beato: da “povero di spirito”) e schizofrenici della strana coppia. Un bel finale di festival.



È paradossale però che il nomadismo fatto persona e cinepresa del regista polacco di Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano e Chinatown sia stato fermato negli ultimi tempi, per colpa di leggi internazionali non consone a uno stato di diritto. Roman non può mettere piedi fuori dalla Francia o dalla Svizzera, vittima di una sorta di “sindrome Sofri-Negri” planetaria. La perfida vendetta contro chi ci aiuta con le immagini visive e sonore a capovolgere il mondo. E il suo indagare che inquieta. 


Da una storia vera è un romanzo del 2015 di Delphine de Vigan, scrittrice francese cinquantenne pubblicata in Italia da Mondadori, che aveva sfiorato il premio Goncourt nel 2011 con Niente si oppone alla notte, biografia romanzata della vita e del suicidio della madre. Proprio dal successo di quest’ultimo libro, e da una fiera del libro dove l’autrice lo presenta con successo, parte sia il nuovo libro (ancora una volta autobiografico) di de Vigan che il nuovo film di Roman Polanski, scritto con l’ex critico e collega francese Olivier Assayas, interpretato oltre che da una Eva Green perfetta sia come spettro cinematografico sia come proiezione fantasmatica di Delphine, che è la moglie di Polanski, Emmanuelle Seigner. È proprio lei che ha voluto il film, colpita da un romanzo in cui realtà e finzione giocano a nascondino, e dunque perfettamente in linea (anche se non dritta, curva) con le ossessioni, i sogni, i fantasmi, insomma la poetica del grande cineasta polacco. 


Film scandalosamente e masochisticamente tenuto fuori dal concorso di Cannes, solo per evitare che vincano sotto film e le solite polemiche che intrigano i bigotti di tutto il mondo. Il romanzo è del 2015, proprio lo stesso anno del suicidio di Chantal Akerman, la regista belga che ha reinventato il tempo cinematografico, ha creato un sito facebook estremamente sospetto e ha sempre, costantemente, tragicamente  raccontato i suoi rapporti con la madre sopravvissuta di Auschwitz, imbastendo realtà e finzione senza preconcetti. Spesso c’è più vita vera nell’immaginazione. Mi piacerebbe che questo film le fosse stato dedicato da Polanski e Assayas. Anche perché Akerman come Polanski non usava ralenti per mettere in scena sogni. Non usava il flou per eliminare il fondo, che nel sogno è opaco. Il sogno non è solo ciò che si vede ma ciò che si sa. E nulla è statico nei sogni. Tutto si muove e cambia. E si rischia l’incubo. E i colori non sono mai vividi…

* (pubblicato su Alfabeta2)


lunedì 2 dicembre 2013

"Venere in pelliccia", il gioco perverso di Roman Polanski

manifesto del film
Mariuccia Ciotta


L'estasi nel martirio del concedersi schiavo, godimento estremo fino all'umiliazione e alla morte, Venus im Pelz dell'austriaco Leopold von Sacher-Masoch si trasforma nel divertissement all'acido di Venere in pelliccia (Venus à la fourrure) diretto da Roman Polanski, sui nostri schermi proveniente da Cannes e ispirato all'adattamento teatrale di David Ives, co-sceneggiatore del film.

Wanda von Dunajew, la perversa complice di Severin, il “masochista” del romanzo, si materializza nella voluttuosa Emmanuelle Seigner, attrice e moglie del regista, primadonna in un film a due voci, lei e Mathieu Amalric nelle vesti di Thomas, regista teatrale dalle ambizioni sproporzionate al suo calibro, un po' ridicolo e molto frustrato.
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"

La dimensione erotica originale si infrange subito, dichiaratamente, fin dall'ingresso in scena di Vanda non più Wanda - quella della Venere allo specchio di Tiziano, ispiratrice di von Sacher-Masoch - ragazzona in guepière, fradicia di pioggia, fuori il temporale tuona, arrivata in ritardo ai provini. L'abbigliamento da avanspettacolo contrasta con la pièce, e Thomas la guarda disgustato, Vanda dimostra ignoranza abissale, è l'ennesima attricetta da quattro soldi sfilata sul palco per tutta l'esasperante giornata del regista. Chi può interpretare la femme fatale ottocentesca tra le squinzie ruminanti chewing gum?
Polanski, lui sì perverso, si attrezza a manipolare la materia grezza della post-modernità e a estrarre oro dalle rape in un crescendo di capovolgimenti inattesi. La sua Vanda perde man mano consistenza umana, diventa l'Ava Gardner di Il bacio di Venere, la statua vivente di Kurt Weill trasferita sullo schermo da William A. Seiter ('48).

Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric
Gioco di smontaggio e rimontaggio del cinema, ancora una volta, dopo Carnage, sezionato nello spazio chiuso delle quinte, il film si inoltra nel luogo rarefatto dell'immaginazione. Vanda non esiste, il suo nome non figura nell'elenco dei provini, è venuta dal nulla, fantasma del regista. E, calata nella parte, l'improbabile aspirante recita alla perfezione le battute della pièce con un'altra voce, morbida tanto l'altra era urticante, diventa sceneggiatore e regista, corregge lo sgomento Thomas, modifica l'arredamento di scena, controlla le luci, comanda. Impugna la frustra virtuale e punisce l'ometto incapace - i registi senza memoria, arroganti e dal budget milionario – in un aggiornamento dello schiavo amoroso.
Thomas cadrà ai piedi non tanto della donna ma di Polanski, che smaterializza sempre più la sua Emmanuelle, trasfigurata in un'apparizione onirica, attraversata da lampi elettrici, Baccante e vendicatrice, musa crudele e poi di nuovo Vanda in un'intermittenza vertiginosa di ruoli. 
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"
 

Di lato, c'è anche lo sbeffeggiar di genere, maschio/femmina seduttivi secondo copione, l'attrice polposa che vuole la parte a tutti i costi e il regista che non resiste mentre la moglie lo chiama al cellulare. Spazzatura che Polanski mette in bella vista per esasperare l'effetto del tocco magico di un cinema mai servo dello spettacolo.
Così torna lo spirito di Wanda von Dunajew iniettato nella pietosa disoccupata con la giarrettiera che si muta in Salomé danzante nei sette veli a pretendere la testa dei tanti Thomas. 
Roman Polanski