mercoledì 6 novembre 2013

Giochi proibiti. Two Mothers di Anne Fontaine dalla novella di Dora Lessing, quasi un "good trash"




Il quartetto aussie: Robin Wright, James Frecheville, Xavier Samuel e Naomi Watts




di Roberto Silvestri 

Naomi Watts e James Frecheville
Siamo in un Paradiso femminista, in una sorta di spot per il Shangri-La della famiglia allargata (fino al softcore), meglio se matriarcale, in una fiaba tipo Ricche e famose di Cukor  su una amicizia ultraquarantenne tra due lezzos mai dichiarate che sono amate da uomini molto più giovani di loro, con una caratteristica in più che permette l'high concept. Donne che sono ben dentro la vita e nello stesso tempo ai suoi margini (se fossero invece ultraquarantenni uomini a essere sedotte ognuno dalla figlia teenager dell'altro, saremmo nel territorio della banalità di cronaca)... 

C'è però troppa solennità letteraria 'alta' ed esistenziale o tensione filosofica nella recitazione bigger then life delle due mamme protagoniste, per una farsa boccaccesca come questa. Più Salvatore Samperi che John Waters. 

Xavier Samuel
Certo è che alla prima di questo beach-film in 35mm cinemascope a colori, al Sundance, il pubblico rideva sempre nelle situazioni meno previste... Ma il film è qualcosa di più di una soap opera femminista. Nell'innesto bastardo c'è anche del filone super macho surf del genere beach movie.

Summer lovers, Blue Lagoon, ma anche Scandalo al sole e Spring Breakers... Ci sono beach movies estremamente speciali e più conturbanti dentro il genere "DeriveApprodi" d'ozio massimo - l'estate, il sole, la spiaggia, il mare, il pontile, l'indolenza, la Grecia, il sesso, il non lavoro, la birra, il rock, il vino, le feste di notte, la pina colada, il pub e il relax estremo -  che è di per sé destabilizzante, 'pericoloso', liberatorio e spiazzante per i troppi succubi puritani della religione efficienza, sviluppo, crescita, profitto, fordista e post fordista. 

Ma non è facile fare del 'good trash'. Se invece che il rapporto intimo tra due madri il film si fosse basato sul rapporto intimo tra due padri e relativi figli maschi, in una sorta di doppio Happiness, il film sarebbe stato davvero molto più shocking ed epocale, come si è chiesto qualche critico maschio?

Two Mothers, dalla novella anni ottanta Le nonne dell'anglo-rodhesiana di colore bianco Doris Lessing (pubblicato, nella trilogia di racconti omonima, da Feltrinelli), sceneggiato dal premio Oscar nonché regista british Christopher Hampton (Dangerous Liasons, Mary Reilly, A Dangerous Method), nato nelle atlantiche Azzorre, diretto dalla lussemburghese Anne Fontaine, l'autrice di Coco Before Chanel, già premio Jean Vigo, compagna di Fabrice Luchini,  girato a Seal Rocks, Shelly Beach e Sydney, in New South Wales, costa est dell'Austrialia, perché la delocalizzazione è anche nell'immaginario e il filologo William Friedkin è passato invano, è tra i beach movies "speciali" o tra quelli "semplici"? 

Robin Wright (a sinistra) e Naomi Watts
E' un film di pancia o di testa? Biodinamico o sofisticato? Io lo decriverei come un cocktail da 'larghe intese', piuttosto ardito e indigesto, fatto di vino bianco e birra: la bevanda delle signore borghesi chic (che la sanno lunga e si spaventano per l'età) si mischia inquietantemente con lo sballa-testa dei ragazzini, fatalmente avviati a diventare adulti, mariti, padri...superando la figura materna. Che, se non si comporta come un mostro come si fa a sbriciolare? Bé, siamo ai fondamentali.

Sulla battigia (che in Lussemburgo proprio non esiste) esplode di più la nuda vita, l'immaginazione sfrenata, transgenerazionale e transetnica (basta ricordare i capolavori di William Asher, Roger Corman o Russ Meyer...) e il rifiuto dello sfruttamento uomo/donna, uomo/uomo, uomo/bambino, uomo/animale (bé, tranne nel Sudafrica di Doris Lessing, quando vigeva l'apartheid). 

Avvengono così sconvolgimenti erotici imprevisti, ciò che si sbatte ai margini del consentito (i tre Vanzina, Un ete a la Goulette di Ferid Boughedir, per non ricordare i tanti 'tipi da spiaggia' della commedia italiana classica, Casotto incluso...). Ed è questo il segreto sovversivo del successo del filone 'beach'. Essere dentro la vita e nello stesso tempo ai margini. E' la musica che rende l'impossibile plausibile. 

Robin Wright e Xavier Samuel
Ma qui la musica non ti manda in estasi, non offusca la mente fino all'orgasmo. Sono nove pezzi dimenticabili: Jaqui Hunt, The Bamboos, Cut Copy, Megan Washington, Frankie Goes to Hollywood, Kristy MacColl (che cantano Beautiful trash) e Jessica Tovey che nel film è Hannah, la giovane performer e vocalist normalizzatrice. 

"Adesso abbiamo superato i limiti", dirà interpretando la sua battuta con la precisione gestuale e sentimentale di un ufficiale prussiano, come sempre, Naomi Watts. Effetto vertigine. Ma ci vuole leggerezza e un po' di ingenuità naif per non prendersi troppo sul serio e estasiare con il good trash. Qui i principi morali wasp sono invece talmente introiettati che nel fuori campo sembra ci sia solo un tribunale da Dies irae di Dreyer. E' colpa di Fontaine? E' colpa di Hampton che ha dovuto dilatare e riempire a sceneggiatura di lungometraggio un racconto tutto a levare?


Anche perché Anne Fontaine non può né vuole cogliere il nucleo prezioso di Le nonne che è evidentemente bio-politico: è malata una comunità come quella boera e razzista che si rinchiude in se stessa e si adora incestuosamente e causa infiniti guai psichici e fisici ai propri figli. Certo anche l'Australia di oggi, molto conservatrice e nazistoide nei trattamenti bossifini degli extra-oceanici corre questo rischio. La parola che più odiano gli aussie non è sempre stata quella più bella e transculturale di tutte, bastard? Questa apoliticità e questo sradicamento da un  contesto socio culturale è cià che fa anche di Adele di Kechiche un oggetto cinematograficamente banale, nonostante anzi proprio per i 'pizzi' e gli arabesque con i quali il film Palma d'oro (non a caso vince questo questo premio floreale) è adornato, fino a farne una sorta di tappeto vegetale di tradizione islamica dove i corpi e il sesso, le coscienze a tutto tondo sono azzerate e trasformate in figurine, in burattini che giocano alla pura segnaletica astratta. E i personaggi fatti a pezzi dalla macchina da presa perdono profondità e non diventano mai individui con una propria soggettività, ma anime controllate da una mano superiore e mi raccomando impenetrabile e aniconica...Il beach movie può correre rischi simili. 


E Two mothers è beach che più beach non si può. Almeno nel set: due ville strepitose da miliardari e contigue, a picco sul mare, con vetrate mozzafiato, una spiaggia infinita, le tavole da surf corte, proprio quelle inventate dagli australiani, lunghi bagni, una zattera fissa per i tuffi che sembra l'Hitchock di Caccia al ladro... Doris Lessing, al festival della letteratura di Mantova nel 2004, spiegava che il suo racconto, tratto da una storia vera, di cui era attendibile testimone, non poteva che ambientarsi in un set solare, a ridosso del mare, tipo Capetown, e che mai sarebbe stata possibile nel rigido e freddo clima nordico...

Si racconta infatti l'evoluzione (prima avventura galante, poi sciocchezza irresponsabile, poi gioco di spessore edonista, poi passione vera, poi ripensamento morale, poi realistica accettazione del tragico errore commesso, poi soddisfazione nostalgica per aver fatto 'la cosa giusta' e promuoversi così nonna responsabile...) di una doppia trasgressione momentanea (durata però due anni circa), e a fin di bene, quasi educativa, da istruttrici sentimentali e amatorie. 

La vedova Lil (Naomi Watts) e la coniugata in stato d'allarme Roz (Robin Wright), mamme bionde anche troppo amorevoli, amiche da sempre, fino a rasentare un rapporto emotivamente lesbico, diventano le amanti, quarantenni e qualcosa di più (ma le star hollywoodiane entrano a un tratto in una età eternamente 'bloccata'), dei loro rispettivi, efebici figli. 

Un doppio "incesto", virtuale e incrociato - più che altro un 'grazie zie' - giustificato dal fatto di trovarsi di fronte, belli e spesso nudi come 'giovani divinità greche', i ventenni, surfisti (grazie alle controfigure) da svezzare, amici per la pelle Tom (James Frecheville) e Ian (Xavier Samuel), il bruno creativo, futuro drammaturgo, tutto suo papà Harold che è insegnante di storia del teatro, e il biondo impiegato, che lavora invece in una società postindustriale della zona. 

E' Roz che adesca subliminalmente Ian, e poi vi si avvinghia, e Tom che risponde con Lil, dopo non tremende resistenze, avendo scoperto - per colpa di una sbronza - la diabolica tresca fatale. I due ragazzi litigano come belve, tra le onde, le due signore si dicono smettiamola, ma le cose evolvono in modo impensabile. Tom è talmente sconvolto che si schianta sulle rocce con il suo surf, e anche qui le risate si sprecano perché qualunque surfer sa gestire le rocce affioranti come una massaia la spesa. E si forma così un affiatato "quartetto di Seal Rocks", tra Durrell, Freud (Christopher Hampton ha scritto il Freud-Jung per Cronenberg) e i Bee Gees.

James Frecheville
Infatti Lil, mamma di Ian, lascia il marito (Ben Mendelsohn) che deve spostarsi a Sydney per lavoro e che lei non ha nessuna intenzione di seguire. E Roz, mamma di Tom, ha perso anni prima il marito in un incidente automobilistico. Sono due donne sole, sempre affascinanti, che non sopportano di essere definite la moglie di o la mamma di, ma che si adorano troppo per farsi distrarre da spasimanti occasionali (come un orribile collega di lavoro che la perseguita finché si arrende quando subodora profumo di Lesbo) o da mariti in trasferta coatta. 

E nutrono il segreto desiderio di diventare le nonne di nipoti che abbiano il loro consenso genetico. Le donne che i loro figli sposeranno, dopo avere inevitabilmente tradite le mammine, infatti passeranno e supereranno un loro meticoloso esame. 

La scena più ridicola e drammaturgicamente meno riuscita di tutte è quando Lil, scoprendo il tradimento metropolitano di Tom (che si invaghisce della sua prima attrice quanto di Gershwin) convince anche Roz a lasciare Ian, che in effetti è ancora innamorato perso, per fargli riabbracciare una fiamma d'infanzia. Il duale torna single.  
E il surf è single. Dove c'è il surf infatti, come in Mercoledì da leoni o in Point Break, e in molto cinema australiano, ecco sentire anche il gusto del confine da non scavalcare, se non con la fantasia, il fremito della Frontiera, bella perché è lì, da coccolare, ma da non più infrangere, se non dentro la coscienza e nell'inconscio. Uccelli di rovo, dal romanzo di Colleen McCullough, hit televisivo del 1983, ambientato anche quello nel Nuovo Galles del Sud, resta un punto di riferimento inarrivabile del good trash. E certamente uno stimolo per Anne Fontaine e per il suo primo film in lingua inglese dal titolo buffamente cangiante, incerto. Prima Le nonne, poi Two mothers, infine, negli Stati Uniti Adore ("Ama"). 16 mila dollari di budget. Oltre 300 mila dollari di incassi, finora. 

Il beach movie è una barriera corallina 'lounge' contro la violenza, il colonialismo e l'imperialsimo (i nemici dei cavalloni non sono forse gli Hell's Angels?). Tranne quando, mentre ci si bacia appassionatamente sulla battigia nelle Hawaii, arrivano i kamikaze giapponesi con gli aerei disegnati da Miyazaky nonno, a distruggere Pearl Harbor (Da qui all'eternità). Ma in quel caso si chiama contrattacco fuori confine per legittima difesa. 


 
Xavier Samuel e James Frecheville, piuttosto perplessi

lunedì 4 novembre 2013

Miss Violence 2013 è greca. Esce nelle sale il balletto macabro di Alexandros Avranas

Roberto Silvestri 

Kalliopi Zontanou
Una tragedia greca sui e con i crimini di una famiglia senza emozioni, storpiata, degenerata, ipnotizzata e innaturalmente immorale. Insomma una metafora soffocante della Grecia patriarcale e fascistoide di oggi. Infatti. Leonard Cohen appoggia alla seguenza danzante di apertura la sua ballata - che si riferisce allo sterminio nazista degli ebrei - “Dance Me to the End of Love”. Perché questa Grecia  risponde come il cane di Pavlov agli ordini che vengono dalla società dello spettacolo, dall'immagine-fase-suprema-del-Capitale. Arricchitevi con ogni mezzo necessario.  E non ha più rapporti, se non violenti e repressivi, con la parte più giovane e consapevole della nazione. Come in Tunisia, Egitto e Siria....

Eleni Roussinou
I figli, i nipoti, infatti, nascono dopo. Dunque sono geneticamente più vecchi ed esperti dei loro genitori e dei loro nonni. Hanno accumulato più strati di umanità. Sono ricchi, emotivamente, sono potenti, sensualmente, sono belli, interiormente, e sembrano giovani e misteriosi: diventano così o i rivoluzionari in piazza o le vittime predestinate e sacrificali di un mondo cariato (sono rapiti, sono organi da trapiantare, sono costretti al suicidio perché 'anormali', sono materiale ostico ma eccitante da plasmare, oggetto di molestia e libidine, domestica soprattutto...) insensatamente ingiusto e violento, nonostante o proprio perché sono un'approssimazione a venire verso l'eternità, quasi divinità di ultima generazione. 

La famiglia (quasi) al completo
Che invidia ne aveva il poco rivoluzionario Alfred Hitchcock. Che rabbia gli facevano e come li trattava male.... Chi nasce oggi, non parte con alle spalle ben 2013 anni? Chi ha mai iniziato con così tante lune alle spalle? E la saggezza dei figli registi fa sì che dedichino al padre i loro film migliori, che non vuol dire certo i più affettuosi (si veda l'ultimo Luchetti). 

Per fortuna che c'è Halloween, la festa della vendetta giovanile davvero radicata nella nostra cultura europea precristiana (celtica), ma che infastidisce (chissà perché con tanto livore) tutti coloro che, avendo una certa età, non hanno neppure con il Natale (precristiano) un rapporto troppo sano. Quelli che pensano che Babbo Natale non esista, perché glielo ha detto il sacrestano. Invece. Ci sono i regali obbligatoriamente da fare, per placare la rabbia assassina dei figli, dei nipoti, dei bambini morti che ritornato a vendicarsi, spettri delle malefatte passate. Dolcetto o scherzetto? Ma dire scherzetto. Potrebbero appiopparti un'Alba Dorata.
Chloe Bolota, Angelikii

Da vedere e da discutere (ma il film vagheggia il ritorno del padre e di una famiglia sana, visto che questa è piuttosto insana, come corrispettivo premio del pagamento del debito? si chiede giustamente Luca Romano su Uzak) ora che esce nelle sale italiane e greche (dopo essere stato premiato alla Mostra di Venezia con il secondo posto in classifica, Leone d'Argento per la regia e coppa Volpi per l'interpretazione maschile), questo film greco glaciale, ma non indifferente a quel che sta accandendo ed è accaduto di orribile nel paese (le luci anti-olimpioniche, sarcastiche e ironiche, da sepolcro, sono di Olympia Mytilinaiou). I padri e soprattutto i nonni se lo sono venduto pezzo a pezzo, lo hanno distrutto nell'anima, dai dittatori colonnelli, e nella finanza, dopo le razzie olimpiche coordinate da vecchi partiti, conservatori e socialisti. E hanno lasciato alle nuove generazioni, e soprattutto alle teenagers, nulla, il ferro vecchio di un paese fallito, totalmente dissanguato e dissossato. Non solo dalla Merkel.

Miss Violence è un'opera radicale, costruita a puzzle, per piccoli pezzi contigui da incastrare (lo stile della nuova strana onda greca degli Yorgos Lanthimos o Carolos Zonars, ellittico ed estroverso, a comunicazione da rompicapo), ma non rigorosa formalmente, perché piena di errori, buchi e brandelli di vita. 

Eleni Roussinou
E' un mosaico impazzito, con le sue tante smagliature e distrazioni, ma ossessionata dal desiderio di farsi affascinare dalle vecchie immagini e anche dalle vecchie idee, che torna alla tradizione del buon cinema antico che raffigura i bambini e le bambine come persone più mature, saggie, etiche, profonde dei loro genitori e antenati (eredi sia di Ladri di biciclette che della svolta, dalla parte delle bambine, di Jane Campion). Ma qui le giovanissime non hanno più aiuto, né sponde. Sono sole. Anche le nonne sono ormai impazzite, perdute, affette da demenza senile... I nonni orchi.
Eleni Roussinou

 E' un interno di famiglia, sventrato fino a tirar fuori le budella, il soggetto del film, fotografato morbosamente di bianco e di azzurro crociato (i colori della bandiera) e quasi esclusivamente imprigionato dalle pareti domestiche (della Atene middle class di oggi), come universo concentrazionario, produttore, a livello industriale, di paranoia, liberatrice o celibe o mortifera. 

Reni Pittaki, la nonna
La piccola Angeliki (Chloe Bolota) e il suo misterioso salto nel vuoto dal quarto piano che produrrà l'unico piano sequenza 'a ombrello' del film, un virtuosismo estetizzante che trasforma l'operatore in un trapezista che si dondola sul vuoto,  verrà analizzato per 98 minuti: gli assistenti sociali sentono puzza di bruciato, ma la famiglia compatta - il nonno patriarca (Themis Panou), la nonna (severa e distaccata, Reni Pittaki), la psycho-mamma  Eleni (Eleni Roussinou), i tre figli/nipoti rimasti, la piccola Alkmini (Kalliopi Zontanou), l'unico maschietto Filippos (Konstantinos Athanasiades) e Myrto (Sissy Toumasi) che spiegherà per filo e per segno - tutto è detto in questo film senza pieghe o tessere mancanti, quel che sta accadendo - afferma compatta (o terrorizzata): incidente. Va salvaguardata l'economia domestica. Comunque la si fondi, qualunque corpo efebico e anoressico la sorregga.

Kalliopi Zontanou
Dunque se le nostre società continueranno ad essere basate sulla Famiglia - nel senso di sacra, alla Casini o mafiosa - siamo fritti. La famiglia in sé è una macchina della follia oltre che una istituzione insopportabile. Rileggiamogi Cooper e Laing, rivalutiamo la paranoia, come ottima macchina protettiva istintiva. Le pratiche incestuose sono strategicamente fallimentari (pensiamo alla Pretoria apartheid e afrikaner). In Grecia, sembra, hanno rubato anche la paranoia. E c'è stato (l'arte di arrangarsi nella crisi) uno scivolemento della famiglia mononucleare verso altro, verso una introversione ancora più sciaguratamente da Klan....


Il regista Alexandros Avranas
Miss Violence, diretto dal greco Alexandros Avranas, all'opera seconda dopo Without, cosceneggiatore Kostas Peroulis,  è l'apologia sarcastica fino all'indignazione più tragica di una famiglia paranormale, identica a quella normalissima, e la prima scena la vede, festeggiare in festa, il compleanno della pargola undicenne con i festoni, le candeline, i palloncini, i cappellini di cartone e la torta. Poi via via, dopo il volo dell'angelo, si sprofonda in un allucinato mondo alla Ionesco, nella materia viscida dei sentimenti naturali affettati, fino a spuntare nella banalità del mostruoso e al finale splatter. 

L'interno piccolo borghese si svela a poco a poco come  esplicita macchina patriarcale della tortura mentale e materiale, della molestia come programma minimo, degli abusi ripetuti e continuati, dello sfruttamento della prostituzione soprattutto minorile, dell'incesto come stile di trasmissione di un comando, rito obbligatorio di iniziazione. Il tutto coperto dal perbenismo e dai riti ipocriti che conosciamo grazie alle chiese, cattoliche e cristiane più sessuofobiche (la chiesa russa e quella greco ortodossa), che ne hanno generosamente esibito e evidenziato abbondantemente questa qualità negli ultimi decenni. 

Themis Panou e Sissy Toumasi
Andiamoceli a cercare in casa, i mostri che sbriciolano le antiche civiltà. Non prendiamocela, dunque, con gli altri, gli estranei, i diversi gli extracomunitari, i rom, gli islamici o i tedeschi... Sono 'gli stessi', gli identici, i consanguinei, non gli alieni, gli sconosciuti, i diversi, i veri pericoli pubblici numero uno. E stilisticamente? Siamo più verso l'aggressività iconica di Haneke o Seidl, insostenibili, implacabili nel loro prussiano avanzare giocoso, innestato, a lampi, piuttosto che vicini al 'levare immagine dall'immagine' di Robert Bresson. Già, e anche l'intreccio è molto poco rigoroso. Estetizzante poi la cinepresa statica, quasi immobile, come una statua dorica di Avranas.

Angeliki, a sinistra, Sissy Toumasi (a destra),  Themis Panou al centro in alto e Kalliopi Zontanou
Torniamo alla storia. Tutto inizia dalla festa di compleanno di Angeliki. Spente le candeline l'adolescente va al balcone e si butta giù ridendo perché non ne può più di quel che lascia ai piedi del Partonene. Perché? Cosa succede in quella casa? Agli assistenti sociali (Maria Skoula e Kostas Antalopoulos) la famiglia ripeterà un omertoso: misterioso gesto incomprensibile o incidente, puro incidente. Invece... La metafora allude alla Grecia massacrata, violentata da tutte le parti, brutalizzata dal dittatore della Casa Europa (l'attore Themis Panou che lo interpreta sembra la copia carbone di Martin Schultz, il deputato Spd tedesco che battibeccò con Berlusconi al Parlamento Europeo e per il quale si preannunciò un radioso futuro nel cinema, e che adesso è presidente del parlamento europeo). 

La Coppa Volpi di Venezia a Themis Panou
O c'è altro? La sorella poco più grande commenta. Avrei dovuto farlo anche io. La mamma e la nonna hanno sguardi assenti, occhi che non vedono più. Siate paranoici da giovani, ripetiamo il consiglio di Laing, l'antipsichiatra, solo così resisterete al fascismo della famiglia borghese. Chi non riesce a fare il salto verso la paranoia, farà il salto del balcone.

La castellana svitata. Valeria Bruni Tedeschi si perde nel bosco delle fiabe

di Roberto Silvestri

Filippo Timi e Louis Garrel
Lo sapevate che per essere sicuri di avere figli in un certo convento di suore, a Napoli, vi potete sedere su una bella poltrona e, se la vostra fede è certa, avrete molte possibilità di essere esaudite, anche se la scienza è molto perplessa? Alla superstizione si può anche non credere, ma perché mai non provare? Ma quando si è proprio drastiche nel laicismo, la seduta, strappata a fatica alle suore diffidenti, si trasforma in una missione impossibile.

L'attrice Valeria Bruni Tedeschi, come Valerio Adami, il nostro pop-artist più 'francese', quando scrive e dirige le sue commedie sentimentale (il genere principe del cinema francese) racconta solo cose che conosce molto bene, e un po' le trasfigura. Tutte vagamente autobiografiche, allora, le sue opere: la vita, i drammi e i contrasti domestici, le passioni e gli amori, anche musicali e letterari, i soldi, le avventure creative, le paure, a partire dal trauma dell'esilio parigino (per motivi di famiglia e per sfuggire a eventuali attentati terroristici il padre porta tutti a Torino, e spostarsi da Torino chissà perché è più tragico che altrove), al dissidio con la sorella e alle sue celebri storie d'amore con Mimmo Calopresti e con Louis Garrel. 

In Un chateau en Italie, che esce in questi giorni nelle sale, distribuito da Teodora, dunque è assicurato il marchio Doc, l'allieva (teatrale) di Patrice Chereau, che per la prima volta è stata promossa al grande concorso di Cannes dopo alcune ottime prove precedenti, stimate per la loro eccentricità e originalità, ecco che ci racconta un po' proprio le sue ultime vicissitudini. 

La conoscenza e il rapporto d'amore e la rottura e il ritrovarsi con il più giovane collega, la morte del fratello di aids, la crisi economica della famiglia, costretta a vendere un Brueghel e (ai russi) un bellissimo, antico castello piemontese che il sindaco (Silvio Orlando) avrebbe desiderato regalare alla comunità.


Ma, nel film, lei è Louise e lui Nathan. Lei quarantenne, lui trentenne. Lei che vuole un figlio, lui che vuole un rapporto meno 'adulto'. L'incontro è casuale. Nei campi. Lei perde un rosario e lui glielo riporta (uno simile) a Parigi. La vespetta. Le canzoncine di Buscaglione per non fare proprio la Nanni Moretti donna, il caffé al Café. 

E i personaggi secondari, interpretati da Filippo Timi, il fratello adorato e morente (ormai un Gian Maria Volonté capace di dominare ogni storia e set), Marisa Borini, la mamma 'concreta', Noemie Lvovsky, la fidanzata di Timi, che fanno parte di una partitura fantastica. Il fratello e la crisi di famiglia sono romanzate e quel che conta è più che altro Checov, il “Giardino dei ciliegi”, e la sua 'musica'. Il punto di partenza era attraversare il genere con un tipo di comicità più consistente e meno farsesca rispetto ai blockbuster alla Quasi amici. Preparare una strategia di sopravvivenza, quando la paura di invecchiare e della morte (il fratello) obbligano alle scelte veloci.
Valeria Bruni Tedeschi, attrice e regista
Un figlio potrebbe essere una soluzione. Un film anche, o un detour improvviso. In fondo Louise ha smesso di far cinema. Vuole che la vita entri nella vita. O, direbbe Paolo Virno, 'che i sensi sentano se stessi sentire'. Si potrebbe dire che il film fabbrichi una contemplazione. La contemplazione di una donna allo specchio. 

Una delle prime scene mostra Nathan, che nel film interpreta proprio un attore, alle prese con un classica 'esterno'. Alla guida dell'automobile, sotto la pioggia scrosciante, in un viottolo di campagna, deve impersonare un uomo al volante in grande crisi esistenziale. Il regista dà alcuni suggerimenti, non è convinto del primo ciak. Al secondo Garrel si fida del regista. La ripresa è buona, ma lui manda tutti a quel paese. E' un attore di 'stile Jean Pierre Leaud', non sopporta la falsità del cinema a 'programma'. Come Gene Hackam quando sta per lasciare il set di Il braccio violento della legge perché William Friedkin gli ha consegnato un copione troppo ferreo e inscalfibile per essere quello di un "documentari pilotato" alla Z - l'orgia del potere.

In realtà il metodo recitativo libero imperava anche nella Hollywood classica. Perfino un regista cattivo per eccellenza, come Otto Preminger, lasciava all'attore la massima libertà nell'interpretazione e nel modificaredi una battuta, perché considerava utile all'architettura narrativa complessiva finale le libertà emotive che l'attore poteva introdurre e il regista ottimizzare via via. Per dare sfumature più complesse ai personaggi.

Ecco il metodo Preminger, di costruzione spessa e per accumulazione di sfumature è quello che fa la differenza di questo testo, a volte nevrotico, a volte 'fuori strada', a volte buffonesco, a volte documentaristicamente hard, come quando viene abbattutto un castagno gigantesco (e malato) a volte imprevisto (come quando appare dal nulla Omar Sharif) anche se tutto viene impaginato nella scansione temporale. Le quattro stagioni. A cominciare dall'autunno.Un anno in un solo film. Tò. Come il Sacro Gra. Al di fuori del cerchio magico.

sabato 2 novembre 2013

Jonathan Demme a Roma per il festival e per l'uscita di "Enzo Avitabile Music Life"

Roberto Silvestri

Jonathan Demme
Poi dicono che i festival del cinema non servono a niente ...
Questo film è sulla vita e i ricordi del sassofonista napoletano dai capelli più arruffati mai concepibili. Enzo Avitabile  ha raccordato la tradizione arcaica contadina della Campania con gli stili musicali più contemporanei. Questo progetto di una vita è stato sintetizzato e trasformato in ottanta minuti di note e fotogrammi (operatore Vincenzo Pascolo) - cioé in drammaturgia musicale fertile e ritmicamente incalzante - da un regista eastern-american che arrivò al cinema attraverso la "Roger Corman theory" ma anche grazie alla musica radicale, il rock, il punk e l'hip hop, quando band come i Talking Heads si misero a farne un imbrido che sembrò impossibile e fu invece leggiadro, nelle zone più derelitte di Manhattan.  
Ecco perché i film di Jonathan Demme, nato il 22 febbraio 1944 a Baldwyn, stato di New York, e  morto il 26 aprile del 2017, erano così unici e speciali, diversamente emozionanti.
Demme non ha mai smesso di intrecciare set musicale e set cinematografico, recandosi spesso a rinfrescare la sua tecnica narrativa lì dove il sound stava compiendo strane ed eccentriche evoluzioni: uno dei suoi ultimi lavori è The Power of Rock e poi, scendendo nella filmografia troviamo Justin Timberlake + The Tennessee Kids, il film che la Mostra di Venezia non giudicò degno del Lido, Neil Young Journey, Neil Young Trunk Show, Neil Young Heart od Gold; i  cinque documentari con Bruce Springsteen, i video con David Byrne oltre a Stop Making Sense, la clip anti apartheid contro Pretoria  Sun City, i videoclip con Suzanne Vega, New Order, Queen, UB40, Afrika Bambaata, la nuova generazione dei musicisti haitiani di Haiti: Dreams of Democracy, Robyn Hitchcock.....

Enzo Avitabile eJonathan Demme
Nel film c'è anche lo zampino produttivo di Antonio Monda (futuro direttore artistico del Roma Film Festival) e del montatore Giogiò Franchini. 
Ma come avvenne quel fatale incontro?
Successe che Jonathan Demme ricevette, nel 2010 a una telefonata di invito da parte di una piccola-grande rassegna italiana. Poche le speranze. Ma il 'Napoli Film Festival', oltre al luogo prelibato, azzecca anche il giorno fortunato. «Certo che vengo in Italia - rispose - lo faccio sempre volentieri, è la terra del mio amico Bernardo Bertolucci, ma verrò a una sola condizione. Visto che siete di Napoli fatemi incontrare il mio grande idolo, Enzo Avitabile!». 

Come faceva Demme a conoscere anche Enzo Avitabile? Colpa e merito di una radio privata del New Jersey, dai gusti raffinati e senza paraocchi localistici, che, captata dal regista di Il silenzio degli innocenti mentre attraversava il George Washington Bridge, aprì la sua già vasta conoscenza melodica e armonica. Certo poteva anche avergliene parlato il suo consulente musicale piuttosto esperto di world music, Gary Goetzman.

Comunque sia i due artisti si vedono, si frequentano e si piacciono ancor più. Solidarietà per gli oppressi e eterna lotta perché lo sfruttamento scompaia dalla faccia della terra e identica attenzione alle produzioni della marginalità, incorrutibile dall mercato, li avvicinano esteticamente. Demme conosce dunque la casa nel quartiere di Marianella dove Avitabile è nato e cresciuto,  e i ricordi (non sempre felici), gli amici, i parenti e i vicini di casa del sassofonista scapigliato, compositore, poeta, cantante, jazzista italiano che ha suonato con Afrika Bambaata, Tina Turner e Manu Dibango, da anni esponente tra i più 'aperti' e contaminativi della world music. 

I lettori dei giornali specializzati o dei quotidiani radicali lo conoscono bene, e il manifesto-dischi pubblicò un suo album anni fa con i Bottari di Portici. 

La strana coppia organizza così una serie di jam session da tenersi in una intensa settimana dentro un magnifico, antico spazio circolare, grandi tappeti persiani per terra, con alcuni maestri del mix musicale contemporaneo mediterraneo-caucasica, e oltre: il chitarrista e cantante cubano Eliades Ochoa, del Buona Vista Social Club, il compositore e strumentista magico di oud irakeno Naseer Shamma, il chitarrista e compositore spagnolo di flamenco, jazz e fusion Gerardo Nunez,  il virtuoso pakistano di sitar Ashraf Sharif, Khan Poonchwala, il percussionista indiano Trilok Gurtu, il musicista sardo Luigi Lai, suonatore di Launeddas, il cantante popolare napoletano, esperto sia di ritmato che di stile libero, Zi' Giannino Del Sorbo (morto nel 2017), la cantante palestinese Amal Murkus (che ricorda commossa l'omicidio di Vittorio Arrigoni), il trio armeno Drivan Gasparayan,  il compositore e strumentista iraniano Hossein Alizadeh (che ha lavorato anche con Moshen Makhmalbaf, il cantante e polistrumentista mauritane Daby Touré e il celebre clavicembalista italiano di musica classica Bruno Canino di cui Avitabile è fan scatenato.  
Jonathan Demme (a sinistra) e Enzo Avitabile


E il film, Enzo Avitabile Music Life è fatto (Venezia 69, fuori concorso). E lo abbiamo poi in tv (Rai Cinema e Rai Trade coproducono). I set musicali sono strepitosi. Ogni rigidità modale fa un piccolo sforzo e il tecnicismo diventa poesia in progress, mista e corale... Le riprese, anche audio, veloci, imperfette, di cuore, improvvisate, come i documentari che piacciono a Demme, e non solo quelli musicali. E si inventa all'impronta, ma come nel free jazz, sempre solo se si conosce bene la partitura invisibile che conduce alla spontaneità e alla casualità. 

Immagini intense, non necessariamente belle, ma impressionanti e ricche vengono catturate tra una panoramica del Vesuvio e i materiali d'archivio della nostra indignazione. Filo rosso il racconto della vita di Avitabile, compreso l'intervento rischioso agli occhi che gli ha salvato la vista, ma lo ha allontanato dalla scena per un po'. E quello della infaticabile ricerca musicale, politica spirituale (anche un passato zen) e umana (dopo la morte della moglie giovanissima) di Avitabile, studioso di tutte tutte le scale e i 'modi' extraoccidentali, da quella indiana a quella bantu alle decine di altre: dal piccolo centro di Marianella dove è nato, al conservatorio dove si diploma in flauto, dalla camorre con cui si convive tuttora, al paesaggio partenopeo esplosivo, anche in senso proprio (Plinio il vecchio...) e non solo culturale e calcistico, dalla cantina dei primi gig d'illuminazione ritmica (James Brown) a una versione partenopea di I have a dream... 
Ma l'Italia è una vecchia passione di Demme. Il premio Oscar (Il silenzio degli innocenti), l'ex trash-director di Femmine in gabbia che aveva rubato piani, focali e inquadrature nel 1974 a O Cangaceiro di Giovanni Fago, sbirciato a Manila la notte prima delle sue riprese d'esordio (grande scuola il trash), pupillo di Roger Corman, l'artista che ci ha spiegato che «dirigere vuol dire ascoltare» un attore, una storia, un grido di lotta (come quello che ancora ci arriva dalle terre sommerse di Katrina), e non solo i Talking Heads, torna così in Italia a indagare sulla ricchezza della sua cultura melodico-armonica alta, bassa, popolare e aristocratica. Un detour che altri registi Usa hanno compiuto in questi in questi anni, ma soprattutto quelli italian-american, Scorsese, Turturro, Ferrara... 
Demme è cittadino dello stato libero Music. Tutti ricordano il suo Mambo italiano che la zia di George, Rosemary Clooney canta in quasi italiano all'inizio di Qualcosa di travolgente. E resta senza parole quando Avitabile inanella in pochi secondi una piccola storia del sax jazz, dal clarinetto di Sidney Bechet alla tromba di Miles Davis, culminata con John Coltrane, passando per Johnny Hodges, Charlie Parker, «Cannoball» Adderly e Buddy Colette....Quando Demme presentò il film stava finendo un film d'animazione (Zeitoun), un film drammatico Wally and Andre shoot Ibsen ed era in pre-produzione un'opera tratta dall'ultimo romanzo di Stephen King.


Fear of falling di Jonathan Demme


Fear of Falling

venerdì 1 novembre 2013

Sicilia? No Brasile. "Transeuropae Hotel". Il più bel musical dell'anno




 di Roberto Silvestri

Dalle due Sicilie, quella dei poveri e quella dei ricchi, ai due Brasile, quella dei super ricchi e quella dei super poveri. Hanno molto in comune, anche la ricchezza di un patromonio musicale e coreografico profondissimo. Ma. Chiamatela pure mafia ma non chiamatela mai più più favela, non fidatevi delle 'truppe d'elite' armate fino ai denti, che sparano all'impazzata nei quartieri poveri arrampicati sul panorama più bello del mondo, e chiunque uccidano lo chiameranno 'gangster' o 'negro' o 'terrorista' anche se sono assistenti sociali impegnati nella lotta contro la povertà e per l'affermazione della dignità dei cittadini emarginati. Prima legalizzate la droga, poi chiamatela 'comunità' e poi la droga come mafia, non come sostanza ricreativa, sparirà. 

Il filo storico-politico, un senso sociale forte, materico, non manca in Transeuropae Hotel, opera indipendente, realista e simbolica nello stesso tempo, che, reduce dai festival di Montreal e Rio de Janeiro, ha iniziato il 9 ottobre scorso, al Nuovo cinema l'Aquila di Roma, il suo giro commerciale nelle sale italiane dopo aver vinto il R.i.f.f. 2013.

Luigi Cinque e Pippo Delbono
E non fidatevi mai delle immagini esotiche e tropicali che vengono catturate in Brasile come se si trattasse di bersagli da caccia grossa o specie in via di estinzione, e neanche del sensazionalismo candomblé. Già David Byrne in Ile Ayié (La casa della vita) penetrò nel 1989, con anima blues e sguardo mai blasé, nei riti pacifici e spirituali del voodoo bianco bahiano. Schiavi, esuli, esseri che perdono coscienza e conoscenza, memoria e radici, lo siamo un po' tutti, oggi, anche se non tutti anneghiamo nel Mediterraneo. Ovvio che il voodoo sia un contributo prezioso se quel che ci serve è un antidoto possente al disadattamento contemporaneo della globalizzazione.
E qui siamo in pieno mélo. La melodia agrodolce di una storia di amori impossibili.

Identica la sensibilità di Byrne, rispettosa dell'altro, a quella di Maya Deren, che voleva danzare a Haiti insieme al sacro sound del 'cavallo divino'. Non farne vetrino da entomologa. Qui però si sprigiona una più che decennale comunicazione con i musicisti tropicalisti e antropofagi. Non sappiamo se Luigi Cinque, compositore di musica contemporanea, folk e jazz, conosce così a fondo le favole popolate di santi consacrati da Nelson Pereira dos Santos. Ma geneticamente è un po' stato modificato da quelle immagini black, delocalizzate rispetto al codice lusitano, e mai riconciliate. Forse Luigi Cinque no, ma certamente la costumista Stefania Benelli sì, perché strappa dai corpi tutti i vestiti che fanno tanto "film di interesse nazionale e culturale" e si aggrappa alla filologia novista. Se confrontiamo i costumi di Luiz Carlos Lacerda in L'amuleto di Ogun che Nelson Pereira dos Santos firmò nel 1974, ritroviamo la stessa passione per il "fantastico invisibile", per il capo originale mai vistoso e elegantemente obliquo, che è la chiave segreta del film stesso. In ogni camicia e in ogni paio di occhiali scuri si palleggiano cromatismi emozionali convergenti o divergenti tra i personaggi e i paesaggi.  
Non manca una drammaturgia forte, seria, da giallo-noir, e dunque piena di humor. Non è un documentario. E' piuttosto un ipertesto. Non a caso hanno contribuito alla sceneggiatura il poeta Valerio Magrelli e la scrittrice Rossana Campo.

Jurema Da Matta
Con amore non dissimile e con la stessa grinta sincretica di Enzo Avitabile, raccontata da Jonathan Demme in un film non fiction - un doc più tradizionale, con tanto di interviste e set transmusicale finale registrato - che finalmente riesce a uscire nelle sale italiane, il compositore e strumentista Luigi Cinque, esordiente nel lungometraggio (ma non sembra proprio per la maestria nella formulazione d'immagine), ci inietta direttamente nelle vene la musica, al di là della infarinatura tecnica più o meno assente nel nostro pubblico e della sensualità armonica, altissima. Siamo consapevoli che la musica, scienza e arte nello stesso tempo, o forse ancora di più, come ci fa intuire il professore di fisica Giuseppe Vitiello, è un mezzo di trasporto e di conoscenza collettivo, immateriale e seducente, e che ci conduce ai confini della realtà: tra fiction non fiction, vita e non vita, visibile e invisibile, ragione e immaginazione, scienza e fantascienza. L'atteggiamento fiabesco, patafisico, metareale e poetico è lo stesso di Rod Sterling. Siamo tra essere e non essere.  
Siamo in pieno, vibrante, road musical. 

Keuri Poliane
Alla ricerca vagabonda di un musicista scomparso. Serve un mago, uno stregone per farlo riapparire. Come nelle fiabe antiche. Ma chissà dove si è cacciato, quel Merlino poco di buono (è l'attore con la grande barba bianca Preto de Linha) fuggito a Salvador da Rio, e che forse ha fatto sparire in un limbo, in un mondo parallelo, in un buco nero, il grande musicista Darcy do Jongo, fondatore di una scuola di samba sub-proletaria, che fece uno sgarbo al boss locale del narcotraffico ed è stato in questo modo messo in salvo. Rapparirà? 

Alex Balanescu (a sinistra) e Badara Seck
Certo è che dietro di noi quando suoniamo, e anche quando ascoltiamo, ci sono legioni di musicisti scomparsi. Basta non girarsi mai alle spalle e saranno sempre con noi. Quello strumento chiamato Teremin non è forse la prova che, invisibili nell'aria, si producono vibrazioni acusticamente reali e sonore? Che la musica sia uno 'spostamento di molecole', sottoposte o meno alle radiazioni Bx... Lo jongo, danza e forma musicale del sud est brasiliano, è invisibile, perché ormai sta dietro e dentro il samba, è di origine bantù, viene dall'Angola, cementava le comunità schiavizzate e le preparava alla rivolta o alla diserzione psicofisica, e produce tuttora tecniche 'paranormali' come la comnicazione telepatica o la trance.

L'originalità del film è assicurata. Ogni bel film musicale è un urlo di rabbia per la scomparsa misteriosa di Robert Johnson, il cui blues è invisibile ma sta dietro al jazz e al rock.... 


Preto de Linha (in mezzo)
Ma torniamo all'inizio del film. Tra Palermo e Trapani.
 
Le prove di una big band trans-jazz, di quelle classicamente e avant-gardmente world, nonostante il luogo sia sacro alle contaminazioni - nel cuore del mediterraneo fenicio arabo turco latino armeno berbero ashanti ebraico ateo - subiscono un intoppo davvero strano. 

Senza strumento Peppe Servillo, maitre d'albergo dallo sguardo obliquo, ha accolto tutti gli artisti nella pace fuori dal mondo dell' hotel Transeuropae. In Sicilia, tra montagne di sale, battigia, mare e profumi d'agrumi. Ma qualcosa non funziona. Basta guardare il tavolo dove si beve. Così borghese, ordinato, bicchieri di vino bianco solo sorseggiato... Si vede che manca furia artistica e tensione creativa. Fossero l'Art Ensemble of Chicago lì intorno si troverebbero almeno 30 bottiglie claudicanti di Budweiser o Forster.

Luigi Cinque sul set
Regista e protagonista nello stesso tempo, Luigi Cinque, sax soprano, autore di Tangerine Café, uno dei migliori album di World Music, ha riunito l'ensemble, assieme a un attore amico che sarà corpo recitante e danzante sensibile, doppio scultoreo del sound,  nell'imminente performance pubblica (Pippo Delbono). 

A Marina Rocco, reduce dal film romano di Woody Allen, il ruolo di assistente video bionda e riccia, ed è proprio lei, maneggiando le vecchie registrazioni del gruppo, che ritrova le immagini di un vecchio percussionista sudamericano che deve unirsi alla session, così impongono due fatine venute dal Brasile, Keuri Poliane, l'Angela Davis del Samba, e Jurema da Matta, l'anziana antropologa militante, che trascinano Luigi - sopraffatto dai sensi di colpa perché non lo ha ancora fatto - a cercare l'amico e collega a Copacabana e dintorni. 

Restano a far le prove i membri della band: colti e misteriosi violinisti rumeni (Alex Balanescu), pianisti sardi cui l'etichetta di super-virtuoso sta stretta (Antonello Salis), cantanti mandingo dalle voci extraterrestri (la giovane Diarra Guye e il griot Badara Seck), percussionisti bahaiani con l'amuleto di Ogun, soliste sinti dai capelli biondi (Basia Witchsloska), clarinettisti klezmer orfani di Molly Picon (Merlin Sheperd), tastieristi ex Area (l'antropofago di Cesenatico Fabrizio Fariselli), polistrumentisti come Gianluigi Trovesi, 'ufficiale della repubblica italiana', pianisti siciliani come Sal Bonafede, a cui intrecceranno anche i lamentatori di Montedoro e Ensemble Candomblé Terreirao de Luisinho do Jeje... Il concerto è imminente. La deviazione dal programma lo mette a rischio. Prima della prima  quel viaggio alla fine del mondo, in America Latina, non ci voleva. L'agente dei musicisti, la produttrice dell'evento, Ilaria Drago, trema e si infuria, non si dà pace. Ma chi può fermare un assolo di jazzman?

Marina Rocco
Trapani, Palermo, Salvador de Bahia, Rio de Janeiro, Roma. Il centro e la periferia. La scuola di samba e i riti esoterici. Le favelas e Fiumicino. In questo film polimusicale interpretato da oltre trenta musicisti la geografia è importante più della storia, proprio come in un road movie americano, infatti Pippo Del Bono, nella parte dell'attore e regista Pippo Del Bono, afferma a un certo punto: "non capisco mai la storia". E uno della band afferma, all'inizio della tourneé: "Noi musicisti siamo commessi viaggiatori". Il montatore, Lughi Faletra, diventa a poco a poco il perno della sezione ritmica, acustico-visiva, il contrabassista ombra. Unifica tutti i piani geopolitici scodellati. Dalla Sicilia, per 4 secoli islamizzata, si è verificata la più alta fuga di profughi politici del mondo, a parte i 2 millenni di persecuzioni contro gli ebrei. E la Romania latina circondata da popolazioni slavi, e i rom così indocili al lavoro schiavizzato, veri eroi della ribellione all'omologazzione e al consumismo, e il regno Mandingo, schiacciato dal colonialismo e solo per superiorità tecnologica nelle armi da guerra...