Visualizzazione post con etichetta Pippo Delbono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pippo Delbono. Mostra tutti i post

giovedì 8 settembre 2016

VENEZIA 73. Ciechi alla meta. Pippo Del Bono e "Vangelo". Sara Serraiocco "La ragazza del mondo" e "Our War"

Vangelo di Pippo Delbono


Roberto Silvestri

VENEZIA

Cos'è il cinema? Si chiedeva Godard... Dare alla luce. Ci vogliono mesi... O meglio. Come nella poesia, come nella fede, come in un film dell'ultimo Malick. “Quel che trasforma la notte in luce”. Un film può essere fatto a occhi chiusi e budget zero. Immaginando. Immaginiamo che un cineasta oggi voglia fare un film sulla tragedia del millennio, l'esodo dal sud del mondo. Come fa a mettersi all'altezza della tragedia, senza sembrare un coyote che aspetta il cadavere già pronto? Come agisce per non approfittare, strumentalizzare o spettacolarizza le emozioni più precotte? Intanto ci vogliono mesi. Almeno un anno e mezzo di esperienza e di riti comunicativi sul campo. Inoltre. Ci si deve mettere a nudo. Si deve fare come Edipo. Deve accecarsi. E poi, se gli riesce, ritrovare la vista.
Alle Giornate degli Autori, ma solo come evento speciale, un Vangelo, produzione italo-svizzera-belga molto poco “letteralista”, tra staffilata anarchica di Bunuel/Ferreri (“Come sono buoni i bianchi”), sberleffo e moda selfie, coreografia blasfema e metabolizzazione-incorporamento masochista alla Pasolini. Pippo Delbono aveva quasi promesso alla madre cristiana morente un film sull'amore, o meglio sul Vangelo. Non essendo l'eclettico regista - indocile al rito degli Stabili - credente nello stesso dio (non voglio un dio della menzogna, della paura, un dio sessuofobico, un dio della famiglia, un dio dei miracoli, quasi un “Padre Dio” succedaneo di Padre Pio) anzi avendo della spiritualità un'idea piuttosto scomposta, ludica e orientale (“io sono buddista – scrive Delbono, credo che Dio sia stata un'invenzione dell'uomo), e dunque senza inondare della propria cultura quelle altrui, il Vangelo promesso da Delbono diventa carne: un film dark, corale e policentrico, a set circolare, ambientato in un centro profughi e recitato coinvolgendo a poco a poco nella drammaturgia e nella danza i corpi dei migranti curdi, arabi e subsahariani sopravvissuti al mare e che si lasciano alle spalle un mondo ricco (non come Pil) e offrono la loro speciale “nuda vita” in cambio. Tesori che pochi, come Delbono, hanno il desiderio, il tempo e l'attenzione di scoprire e valorizzare, per impreziosire di suoni, ritmi, silenzi, fiabe e concetti, il nostro vivere.
Sul mare, purtroppo, non si cammina, se non grazie agli effetti speciali. Nel mare si affoga quando la barca cede e in terra ferma l'egoismo avido di chi comanda i giochi economici del mondo afferma: “qui la barca è piena”. Un profugo dopo molte titubanze e diffidente racconta quasi tutto, il perché del partire, come attraversare il deserto, le percosse e la prigionia da parte di chi ti utilizza come un bene bancario, la morte degli amici e dei parenti in mare... Sul capitolo maltrattamenti e angheria in Italia il film, per non subire ridondanze, si affida alla ricezione del pubblico consapevole. L'amore per i dannati della terra, la rabbia per la sorte degli “ultimi”, degli emarginati, degli sfruttati, dei senza documenti, è gesto squisitamente rivoluzionario, se si vuole e da subito la fine dello sfruttamento e della schiavitù del lavoro e delle rapine dei tesori minerari altrui.
Vangelo di Pippo Delbono
E la forma artistica adeguata è la danza, possibilmente slava (come avviene qui, e Enzo Avitabile, Piero Corso, Antoine Bataille, Petra Magoni e Ilaria Fantin sanno come simularla e dinamizzarla). Mentre il “requiem” arriva solo quando prevale il paternalismo compassionevole e lo sdegno evangelico che garantisce, eternamente, i potenti: non cambierà mai nulla. Per questo Larrain, che estetizza la politica mentre crede di fare polemica, sceglie la forma requiem per il suo Kennedy di nome Jackie, dimenticando che in quel caso come in quello di tutti i presidenti Usa assassinati, o morti, come è accaduto a F.D.Roosevelt, per fortuna al momento giusto, si puniva l'aver osato modificare le regole del gioco. Altro che “politica-immagine”. Altro che Mito. Altro che Presidente come pura facciata, glamour, look e Hollywood. Neppure Warhol era riuscito a toccare vette di superficialità talmente imarazzanti. 

Ma torniamo al Vangelo. Con Delbono che si aggira tra i profughi, senza approdo, tra dolorose memorie e incerto futuro, con un'aria da Tiresia. Una malattia agli occhi amplia infatti le sue facoltà vocali, tattili, olfattive, acustiche...
Un centro profughi, in Italia, è nella geografia emozionale della contemporaneità il perfetto Limbo, una magmatica terra di nessuno, un non luogo senza tempo, tra l'inferno di chi non ce l'ha fatta e il paradiso di chi il permesso di soggiorno è riuscito a strapparlo all'Europa. Proprio come chi, in Palestina, combatteva tra l'incudine dell'impero romano e il fanatismo ottuso dell'ortossia monoteista o in Africa e Medio Oriente è costretto a scappare per guerre o “sottosviluppi” di equivoca origine. Da qualche anno Delbono dirige film ripresi con il cellulare e in questo caso l'azzeramento della macchina cinema, l'alleggerimento della troupe Maurizio Grassi fonico e Fabrice Aragno al montaggio e come secondo operatore al cellulare) permettere una orizzontalità di comunicazione e di potere che, in qualche modo, ricorda quella apostolica (anche se il finish finale è del regista-messia). Quella di trovare un cammino comune, insieme. Differente.

Pippo Delbono in Vangelo 


****
Our War di Bruno Chiaravallotti, Claudio Jampaglia e Benedetta Argentieri (fuori concorso).
Deserto, metropoli, ghiaccio, il muro che ti divide dal nemico. I proiettili che fischiano a un palmo dal naso.... La geografia è davvero patafisica. Svezia, Milano, il confine tra Siria e Turchia, Rojava, Raqqa, Carolina del nord, Washington....
Karim, Joshua e Rafael. La parola è a tre combattenti per la libertà e la democrazia. Oggi. In Siria, al fianco dei curdi e della loro organizzazione politica Ypg (Unità di Protezione Popolare), nata dal Pkk di Ocalane che conta oltre 15 mila combattenti, tra uomini e donne. Contro l'Isis, questo oggetto “misterioso” della controrivoluzione globale. Non si sono solo i 30 mila ragazzi pronti a morire per la fede islamica molto mal compresa. E l'Ypg, parola di Joshua, se non fosse attaccata da Erdogan e da Assad sbriciolerebbe senza problemi un'Isis indisciplinata e dilettantistica.
Our War
Ma attenzione. Non si tratta, nel caso dei nostri tre eroi, di perditempo che vanno laggiù con il principale obiettivo di scattare qualche foto esotica, intralciare le operazioni militari contro i fanatici fondamentalisti tagliatori di teste e tornarsene in Occidente con il ghigno dell'eroe. Ce ne sono, ci dicono. Qui si tratta di ragazzi seri e consapevoli, disciplinati e esperti di armi, dalla coscienza politica profonda, che vorrebbero una Siria pluralista e multiconfessionale senza un dittatore come Assad a proteggerla. Potrebbero essere paragonati ai militanti rivoluzionari, anarchici, socialisti, comunisti e democratici radicali che, da tutto il mondo occidentale, andarono a combattere per la repubblica spagnola contro il fascismo nel 1936. Anche se ho l'impressione che la nostra stampa li tratterà più come quegli immaginari rivoluzionari da salotto di cui fa la satira Citto Maselli in Lettera aperta a un giornale della sera, indicando in chi è più a sinistra del Pci, un sicuro combattente pronto a unirsi ai vietcong e a Ho Chi Minh per combattere l'imperialismo americano.


Il primo di questi militari veri è Joshua, 30 anni, che viene dalla Carolina del nord, ed è addirittura un ex marine, politicizzatosi in Iraq e disgustato dalla politica estera del suo paese che sta distruggendo artatamente la Siria per rendere più semplice il controlo dell'area da parte dell'alleato Saudita. Va a raccontare quel che pensa addirittura alla Fox tv e sventola la bandiera Ypg davanti alla Casa bianca. E' uno dei primi foreign fighters a unirsi ai curdi e in 9 mesi ha gestito un'armeria, costruito bombe, guidato carri armati e difeso villaggi in prima linea. Non è d'accordo con le utopie comuniste dell'Ypg. Ma sa di combattere dalla parte giusta.
Il secondo, Rafael, 28 anni, padre, è un cristiano, amante della musica, fa la guardia del corpo svedese, e protegge donne vittime di stalking. Ma è di origini curde, che sente il richiamo della patria, sotto tiro da decenni in Iran, Iraq e Siria. Il terzo è Karim, 25 anni, militante comunista di origini marocchine, padre partigiano, pugile dilettante, che si è politicizzato nei Centri sociali a Milano ed è diventato a Kobane tiratore scelto dellYpg.
I tre ragazzi sono ripresi in Siria mentre combattono o attendono lo scontro sulle loro brandine oppure a casa, mentre continuano la lotta manifestando e chiedendo, tra una missione e l'altra, all'Europa e all'America del nord un appoggio senza ipocrisie dell'unica forza laica e democratica che si sta battendo inquesto momento anche contro i sunniti turco-sauditi e il governo dispotico dello sciita Assad.

* * *

Sara Serraiocco in "La ragazza del mondo" di Marco Danieli
C'è qualche problema di sceneggiatura e di credibilità dei personaggi in questo racconto di formazione che riesce a non diventare un'ennesima variazione moderna di Giulietta e Romeo. La ragazza del mondo di Marco Danieli viene salvato infatti dalla superba recitazione, tutta muscoli e pelle, di un genio matematico come Giulia (Sara Serraiocco) e di un burino de Roma come Libero (Michele Riondino), innamorati senza futuro perché lei è testimone di Geova, e da sempre vive protetta dalla comunità, fuori dal mondo e dal peccato, oltre ad essere un'intellettuale, ma segretamente attratta dai muscoli che più maschi non si può - i piaceri colpevoli sono sempre i più perversi da praticare - mentre lui è un pregiudicato che non legge un libro, è coinvolto nel traffico di droga pesante, e dunque il mondo e le sue carceri le conosce fin troppo bene, oltre ad essere è un individualista drastico e un inguaribile romantico, fedele d'amore come fosse Dante Alighieri. E mai mettergli i piedi in testa. A costo di perdere ogni lavoro, lui sfracella ogni testa nemica. Non provateci.

Sara Serraiocco fa proselitismo per i testimoni di geova in "La ragazza del mondo" 
Personaggi dunque mai tagliati con l'accetta. Vivi. Chimicamente scorretti. Strani. Anche grazie alle implacabili musiche di Umberto Smerilli che se non hanno il gusto dell'asincronismo spiegano anche ai sassi se le situazioni che vediamo sono malinconiche, struggenti (gli archi cupi), disperate, allegre, speranzose; e al montaggio, che sembra una respirazione bocca a bocca quando ha a che fare con riprese macchina a mano (è di Alessio Franco e Davide Vizzini) e alla fotografia tonale, ecclesiasticamente gelida e bianco-azzurrognola (di Emanuele Pasquet) ove necessario ma che sa calibrare ogni fremito interiore del personaggio con macchie esteriori di colore assoluto di sottile precisione. La relazione tra Giulia e Libero fa scandalo. Lei subisce dai sacerdoti un processo maccartista dal sapore medievale. Lui mette a soqqadro la chiesa e se la porta via. Scomunicata. Vanno a vivere insieme ma i soldi non ci sono, dal lavoro lui viene cacciato e la tentazione del guadagno facile ricresce... Il genio della matematica intanto vince i soliti concorsi scolastici, sostenuta da un prof che però non è riuscita negli anni a laicizzarla (troppo rispettosa del copione la recitazione generosa di Lucia Mascino). Cosa ci può essere di più distante, e dunque di più erotico, in una passione folle, che mette una genietta capace di risolvere quesiti matematici complessi semplicemente scoprendo sentieri laterali inesplorati, di fronte accanto e dentro un bonazzo sexy contro tutto e contro tutti? Ma uno si chiede. Di che parlano i due? Infatti il crash tra i due ragazzi sarà così forte e devastante da lasciarli nuovamente ko e per terra, soli, quasi tramortiti, lui abbandonato anche dalla gang perché si fa una scorpacciata di coca che neanche Al Pacino in Scarface, e lei espulsa con disonore dalla famiglia pia e dalla chiesa comune (guidata da un Pippo Delbono intensamente ispirato e quasi spiritualmente credibile). Visto che essere genii in Italia non rende quattrini Giulia dovrà cercare la sua strada più verso l'estero che verso un “individualismo democratico”. Intanto solidarizza con una ragazza, espulsa anche lei dalla congrega. Una relazione senza futuro? Per non cadere nei luoghi comuni che criminalizzano le chiese non cattoliche trattandole da pericolose sette succhiacervello, Marco Danieli (e Antonio Manca, cosceneggiatore) danno dei Testimoni di Geova un ritratto più oggettivo e rispettoso che simpatizzante (processo compreso), senza neppure calcare la mano sulle qualità (il pacifismo e l'obiezione di coscienza) e i difetti teologici che si conoscono. In particolare suona piuttosto grottesca la scena in famiglia quando a Giulia la mamma credente e praticante elenca tutti i medici cui può accedere. Come se niente fosse. Come se non fosse vero il luogo comune che nega la possibilità delle trasfusioni di sangue a Testimoni di Geova e dunque di un controllo ferreo dei medici da parte della Chiesa. Con tutte le polemiche stampa che conosciamo.         
Sara Serraiocco 

venerdì 1 novembre 2013

Sicilia? No Brasile. "Transeuropae Hotel". Il più bel musical dell'anno




 di Roberto Silvestri

Dalle due Sicilie, quella dei poveri e quella dei ricchi, ai due Brasile, quella dei super ricchi e quella dei super poveri. Hanno molto in comune, anche la ricchezza di un patromonio musicale e coreografico profondissimo. Ma. Chiamatela pure mafia ma non chiamatela mai più più favela, non fidatevi delle 'truppe d'elite' armate fino ai denti, che sparano all'impazzata nei quartieri poveri arrampicati sul panorama più bello del mondo, e chiunque uccidano lo chiameranno 'gangster' o 'negro' o 'terrorista' anche se sono assistenti sociali impegnati nella lotta contro la povertà e per l'affermazione della dignità dei cittadini emarginati. Prima legalizzate la droga, poi chiamatela 'comunità' e poi la droga come mafia, non come sostanza ricreativa, sparirà. 

Il filo storico-politico, un senso sociale forte, materico, non manca in Transeuropae Hotel, opera indipendente, realista e simbolica nello stesso tempo, che, reduce dai festival di Montreal e Rio de Janeiro, ha iniziato il 9 ottobre scorso, al Nuovo cinema l'Aquila di Roma, il suo giro commerciale nelle sale italiane dopo aver vinto il R.i.f.f. 2013.

Luigi Cinque e Pippo Delbono
E non fidatevi mai delle immagini esotiche e tropicali che vengono catturate in Brasile come se si trattasse di bersagli da caccia grossa o specie in via di estinzione, e neanche del sensazionalismo candomblé. Già David Byrne in Ile Ayié (La casa della vita) penetrò nel 1989, con anima blues e sguardo mai blasé, nei riti pacifici e spirituali del voodoo bianco bahiano. Schiavi, esuli, esseri che perdono coscienza e conoscenza, memoria e radici, lo siamo un po' tutti, oggi, anche se non tutti anneghiamo nel Mediterraneo. Ovvio che il voodoo sia un contributo prezioso se quel che ci serve è un antidoto possente al disadattamento contemporaneo della globalizzazione.
E qui siamo in pieno mélo. La melodia agrodolce di una storia di amori impossibili.

Identica la sensibilità di Byrne, rispettosa dell'altro, a quella di Maya Deren, che voleva danzare a Haiti insieme al sacro sound del 'cavallo divino'. Non farne vetrino da entomologa. Qui però si sprigiona una più che decennale comunicazione con i musicisti tropicalisti e antropofagi. Non sappiamo se Luigi Cinque, compositore di musica contemporanea, folk e jazz, conosce così a fondo le favole popolate di santi consacrati da Nelson Pereira dos Santos. Ma geneticamente è un po' stato modificato da quelle immagini black, delocalizzate rispetto al codice lusitano, e mai riconciliate. Forse Luigi Cinque no, ma certamente la costumista Stefania Benelli sì, perché strappa dai corpi tutti i vestiti che fanno tanto "film di interesse nazionale e culturale" e si aggrappa alla filologia novista. Se confrontiamo i costumi di Luiz Carlos Lacerda in L'amuleto di Ogun che Nelson Pereira dos Santos firmò nel 1974, ritroviamo la stessa passione per il "fantastico invisibile", per il capo originale mai vistoso e elegantemente obliquo, che è la chiave segreta del film stesso. In ogni camicia e in ogni paio di occhiali scuri si palleggiano cromatismi emozionali convergenti o divergenti tra i personaggi e i paesaggi.  
Non manca una drammaturgia forte, seria, da giallo-noir, e dunque piena di humor. Non è un documentario. E' piuttosto un ipertesto. Non a caso hanno contribuito alla sceneggiatura il poeta Valerio Magrelli e la scrittrice Rossana Campo.

Jurema Da Matta
Con amore non dissimile e con la stessa grinta sincretica di Enzo Avitabile, raccontata da Jonathan Demme in un film non fiction - un doc più tradizionale, con tanto di interviste e set transmusicale finale registrato - che finalmente riesce a uscire nelle sale italiane, il compositore e strumentista Luigi Cinque, esordiente nel lungometraggio (ma non sembra proprio per la maestria nella formulazione d'immagine), ci inietta direttamente nelle vene la musica, al di là della infarinatura tecnica più o meno assente nel nostro pubblico e della sensualità armonica, altissima. Siamo consapevoli che la musica, scienza e arte nello stesso tempo, o forse ancora di più, come ci fa intuire il professore di fisica Giuseppe Vitiello, è un mezzo di trasporto e di conoscenza collettivo, immateriale e seducente, e che ci conduce ai confini della realtà: tra fiction non fiction, vita e non vita, visibile e invisibile, ragione e immaginazione, scienza e fantascienza. L'atteggiamento fiabesco, patafisico, metareale e poetico è lo stesso di Rod Sterling. Siamo tra essere e non essere.  
Siamo in pieno, vibrante, road musical. 

Keuri Poliane
Alla ricerca vagabonda di un musicista scomparso. Serve un mago, uno stregone per farlo riapparire. Come nelle fiabe antiche. Ma chissà dove si è cacciato, quel Merlino poco di buono (è l'attore con la grande barba bianca Preto de Linha) fuggito a Salvador da Rio, e che forse ha fatto sparire in un limbo, in un mondo parallelo, in un buco nero, il grande musicista Darcy do Jongo, fondatore di una scuola di samba sub-proletaria, che fece uno sgarbo al boss locale del narcotraffico ed è stato in questo modo messo in salvo. Rapparirà? 

Alex Balanescu (a sinistra) e Badara Seck
Certo è che dietro di noi quando suoniamo, e anche quando ascoltiamo, ci sono legioni di musicisti scomparsi. Basta non girarsi mai alle spalle e saranno sempre con noi. Quello strumento chiamato Teremin non è forse la prova che, invisibili nell'aria, si producono vibrazioni acusticamente reali e sonore? Che la musica sia uno 'spostamento di molecole', sottoposte o meno alle radiazioni Bx... Lo jongo, danza e forma musicale del sud est brasiliano, è invisibile, perché ormai sta dietro e dentro il samba, è di origine bantù, viene dall'Angola, cementava le comunità schiavizzate e le preparava alla rivolta o alla diserzione psicofisica, e produce tuttora tecniche 'paranormali' come la comnicazione telepatica o la trance.

L'originalità del film è assicurata. Ogni bel film musicale è un urlo di rabbia per la scomparsa misteriosa di Robert Johnson, il cui blues è invisibile ma sta dietro al jazz e al rock.... 


Preto de Linha (in mezzo)
Ma torniamo all'inizio del film. Tra Palermo e Trapani.
 
Le prove di una big band trans-jazz, di quelle classicamente e avant-gardmente world, nonostante il luogo sia sacro alle contaminazioni - nel cuore del mediterraneo fenicio arabo turco latino armeno berbero ashanti ebraico ateo - subiscono un intoppo davvero strano. 

Senza strumento Peppe Servillo, maitre d'albergo dallo sguardo obliquo, ha accolto tutti gli artisti nella pace fuori dal mondo dell' hotel Transeuropae. In Sicilia, tra montagne di sale, battigia, mare e profumi d'agrumi. Ma qualcosa non funziona. Basta guardare il tavolo dove si beve. Così borghese, ordinato, bicchieri di vino bianco solo sorseggiato... Si vede che manca furia artistica e tensione creativa. Fossero l'Art Ensemble of Chicago lì intorno si troverebbero almeno 30 bottiglie claudicanti di Budweiser o Forster.

Luigi Cinque sul set
Regista e protagonista nello stesso tempo, Luigi Cinque, sax soprano, autore di Tangerine Café, uno dei migliori album di World Music, ha riunito l'ensemble, assieme a un attore amico che sarà corpo recitante e danzante sensibile, doppio scultoreo del sound,  nell'imminente performance pubblica (Pippo Delbono). 

A Marina Rocco, reduce dal film romano di Woody Allen, il ruolo di assistente video bionda e riccia, ed è proprio lei, maneggiando le vecchie registrazioni del gruppo, che ritrova le immagini di un vecchio percussionista sudamericano che deve unirsi alla session, così impongono due fatine venute dal Brasile, Keuri Poliane, l'Angela Davis del Samba, e Jurema da Matta, l'anziana antropologa militante, che trascinano Luigi - sopraffatto dai sensi di colpa perché non lo ha ancora fatto - a cercare l'amico e collega a Copacabana e dintorni. 

Restano a far le prove i membri della band: colti e misteriosi violinisti rumeni (Alex Balanescu), pianisti sardi cui l'etichetta di super-virtuoso sta stretta (Antonello Salis), cantanti mandingo dalle voci extraterrestri (la giovane Diarra Guye e il griot Badara Seck), percussionisti bahaiani con l'amuleto di Ogun, soliste sinti dai capelli biondi (Basia Witchsloska), clarinettisti klezmer orfani di Molly Picon (Merlin Sheperd), tastieristi ex Area (l'antropofago di Cesenatico Fabrizio Fariselli), polistrumentisti come Gianluigi Trovesi, 'ufficiale della repubblica italiana', pianisti siciliani come Sal Bonafede, a cui intrecceranno anche i lamentatori di Montedoro e Ensemble Candomblé Terreirao de Luisinho do Jeje... Il concerto è imminente. La deviazione dal programma lo mette a rischio. Prima della prima  quel viaggio alla fine del mondo, in America Latina, non ci voleva. L'agente dei musicisti, la produttrice dell'evento, Ilaria Drago, trema e si infuria, non si dà pace. Ma chi può fermare un assolo di jazzman?

Marina Rocco
Trapani, Palermo, Salvador de Bahia, Rio de Janeiro, Roma. Il centro e la periferia. La scuola di samba e i riti esoterici. Le favelas e Fiumicino. In questo film polimusicale interpretato da oltre trenta musicisti la geografia è importante più della storia, proprio come in un road movie americano, infatti Pippo Del Bono, nella parte dell'attore e regista Pippo Del Bono, afferma a un certo punto: "non capisco mai la storia". E uno della band afferma, all'inizio della tourneé: "Noi musicisti siamo commessi viaggiatori". Il montatore, Lughi Faletra, diventa a poco a poco il perno della sezione ritmica, acustico-visiva, il contrabassista ombra. Unifica tutti i piani geopolitici scodellati. Dalla Sicilia, per 4 secoli islamizzata, si è verificata la più alta fuga di profughi politici del mondo, a parte i 2 millenni di persecuzioni contro gli ebrei. E la Romania latina circondata da popolazioni slavi, e i rom così indocili al lavoro schiavizzato, veri eroi della ribellione all'omologazzione e al consumismo, e il regno Mandingo, schiacciato dal colonialismo e solo per superiorità tecnologica nelle armi da guerra...