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venerdì 17 gennaio 2014

A Fuori Orario Masao Adachi. Aka Serial Killer, un capolavoro nascosto


di Roberto Silvestri





A.K.A Serial Killer di Masao Adachi stanotte, venerdì 17 gennaio, a Fuori Orario. Imperdibile






Masao Adachi, l’Armata Rossa del Dissenso (sessuale)


 
Masao Adachi


‘Cinema e rivoluzione sono la stessa cosa,
lo stesso movimento”

“Come Giobbe, l’eroe biblico, io vedo la figura del rivoluzionario continuamente disillusa, sconfitta, ma ciò nonostante mai doma. E questo potere di ribellione, di rivolta, Louis-Auguste Blanqui, Toni Negri e io, nel mio piccolo, lo vediamo nel popolo, nella gente, nella classe operaia. In un mondo dove sembra che il capitale abbia un potere di controllo assoluto, dovremmo cogliere le parti, gli elementi che in noi stessi eccedono questo paesaggio-copia, solo là la libertà come la vita umana comincia e l’espressione diventa possibile”

(Masao Adachi, intervista di Matteo Boscarol, Alias 2005)


                           …………
Verso l’altra parte del fiume

Di Masao Adachi, regista giapponese vivente ed ex guerrigliero dalla parte dei palestinesi, Fuori Orario sta trasmettendo in queste settimane alcuni bellissimi film. E’ il caso di soffermarci su questo cineasta, e sceneggiatore di Oshima e Wakamatsu, così importante e sconosciuto che, per motivi politici, è stato espulso dall’immaginario giapponese e mondiale. Intanto ricordiamo uno dei pochi film usciti sul mercato con sottotitoli italiani.
  
Restaurato e riportato finalmente in vita dal festival di Rotterdam 2009 questo meraviglioso e ‘pericoloso’ capolavoro del cinema autonomo,  ‘Funshutsu kigan: 15-sai no baishunfu’, in inglese ‘Gushing prayer’,  che si potrebbe tradurre in italiano ‘Preghiera gaudente (forse anche eiaculante)-La prostituta di 15 anni’ (1971), è stato pubblicato in Italia da Rarovideo ed è il più affascinante e doloroso ‘pink movie’ (soft-core), cioè film a luci rosa di Masao Adachi, e il più maturo, stilisticamente, tra i film erotici realizzati nella prima parte della sua carriera.
Quali sono i pensieri, le emozioni, lo stile di vita della nuova generazione giapponese, violentemente a caccia di identità, di felicità e di sacro da oltre 10 anni, che vuole prefigurare un mondo ‘altro’ e dalle relazioni umane anti-autoritarie?
Il film, di lotta continua contro chiunque sia oggetto di pregiudizio (il pregiudizio fondamentale è che ‘la maggior parte dei maschi giapponesi è convinta che tutte le donne siano masochiste”, come afferma lo scrittore Oniroku Dan), soprattutto se è una ragazzina indifesa, che deambula senza scopo con i suoi tre amici nella metropoli in stato d’assedio poliziesco, diventa una austera e accorata suite sul baratro generazionale nell’epoca del boom economico, dell’umiliante sottomissione alla politica e all’economia degli Stati Uniti d’America, degli orrori in Vietnam e della lotta mondiale, perfino terrorista, affinché quella vile aggressione terrorista finisse, e subito.
Un elogio ‘a distanta’ non esente da appassionate critiche, dei ‘fuoriusciti’ dalla società neocapitalista, che già dispiega tutta la sua rapacità e rovinosa velenosità (il pesce al mercurio sta già, nel frattempo, assassinando consumatori, bambini e pescatori, aspettando Fukushima).
Un pamphlet sull’impossibile, ma eroica battaglia per l’autovalorizzazione di una ragazzina ‘frigidizzata’ da una cultura convinta che non esista il darsi reciproco piacere nel sesso. E’ Yasuko Aoyagi (l’attrice Aki Sasaki), schiacciata da sensi di colpa incontrollabili e da ‘spiriti maligni’ che la opprimono ovunque e che vorrebbe ridare senso alle sensazioni, alle parole, alle emozioni e ai suoi ‘cinque sensi’ comunicanti.
Il film diventa un match di pugilato contro la sessuofobia di una società ipocrita e malsana, un ‘rock movie’ che esalta l’ingenuità della band di sbandati (Yasuko, il suo ragazzo Koichi, l’attore Hiroshi Saito, e l’altra coppia di ragazzi,Yoichi e Bill) che non hanno, né in famiglia né a scuola né in società, aiuti né punti di riferimento, che non siano i propri stessi corpi da esplorare, per capovolgere o decostruire gerarchie di genere, pregiudizi radioattivi o piaceri contaminati.
‘Funshutsu kigan: 15-sai no baishunfu’ (in inglese ‘Gushing Prayer’) esamina, con rara partecipazione e affetto, la dissipazione di sé, il suicidio tragico come orizzonte inevitabile di un’adolescente in rivolta, e comunque la vita di Yasuko scissa tra le regole di un gioco sessuale che ha deciso di mettere in scena senza maschere con il suo quartetto misto di amici, alla scoperta spietata del significato interno e esterno del gioco erotico tra coetanei (cosa si prova? com’è? senti niente? e così? Perché vai così veloce?) e il ‘tradimento’ rispetto a quel patto, regolato da un  catechismo di setta già inquinato dal mondo conformista, procreativo e dai valori ‘laburisti’ che lei vorrebbe combattere, ma che è più forte di lei.
Perché Yasuko ha deciso, individualmente, di barattare il suo corpo con un adulto, addirittura con il suo insegnante, senza dire niente ai suoi amici, regredendo a ragazza violata, anche se nella maniera meno professionale possibile e attraverso un ‘pagamento’ sentimentale più che monetario (lui, il ‘rude lover’ di mezza età, dovrebbe promettere di accompagnarla a abortire, ma terrorizzato, mente e tergiversa). Per espiare, Yasuko ha un solo modo, fare davvero la ‘prostituta di 15 anni’…
Gushing Prayer gioca con lo spazio con la stessa attonita attenzione di Antonioni, e analizza la struttura polistratificata dei personaggi come fa Godard in Masculin, féminin, anche se l’angoscia esistenziale (nel primo caso) e l’umorismo e l’allegria (nel secondo) sono tra le righe. Il bianco e nero della fotografia è affascinante e le riprese dei quattro ragazzi che camminano nella nebbia ha la forza e la qualità di un’ icona. In molti pink movies dell’epoca le improvvise scene a colori sottolineano gli elementi drammatici. Questo procedimento è usato da Adachi per dare forza in più alle scene che raccontano del destino della ‘creatura mai nata’ di Yasuko, e la luce sarà gelida e horror o la policromia sarà più empatica e calda, a seconda della ricezione. Visualmente il film è attraente, ma la forma e la sostanza del contenuto sembrano intenzionalmente indigesti al pubblico frustrato nella sua ricerca di continui ‘perché succede questo?’. I giovani attori recitano con la passione dell’automa, e scandiscono in stile distaccato e brechtiano, oggi si direbbe straubiano, le loro battute, passando dalla dichiarazione impersonale alla citazione oscura, che mai  si concretizza in messaggio diretto. Certamente non si tratta del tipico ‘film di liceali giapponesi anni 60’, visto che si cita George Bataille - l’accettare la vita fin dentro la morte e la morte fin dentro la vita che è l’essensa della sessualità -, nelle conversazioni più casuali. Certo il film fa capire che tra morte e sesso il legame erotico è fortissimo (l’accettazione della vita fin dentro la morte e viceversa, appunto) ma questo non è mai detto esplicitamente. Come Jasper Sharp spiega nel fondamentale studio sul ‘cinema rosa’ Behind the Pink Curtain, Gushing Prayer è un’allegoria del terremoto politico che sconvolgeva il paese. Al centro di molte scene girate in esterni ci sono le jeep e i tank anti sommossa che riflettono la presenza crescente della polizia in risposta alle azioni terorrisitche dell’Esercito Rosso Giapponese e delle altre organizzazioni armate. L’approccio obiquo, indiretto, ‘disgiuntivo’ direbbe Noel Burch, di Gushing Prayer non aiuta a sviluppare un concatenamento emozione degli avvenimenti, ma questo è il linguaggio delle nouvelle vague planetarie dell’epoca e chi apprezza, ancora oggi, un approccio intellettualmente ricco alle immagini astratte, troverà molto materiale emozionante su cui riflettere. Inoltre non dimentichiamo mai che il ‘nervosismo dell’inquadratura’ e delle sequenze, fatte di stacchi improvvisi e riprese sbilenche, dipende alla necessità di evitare, in un film così concentrato sull’azione sessuale, le nudità integrali. Il ‘full frontal’ è proibito infatti dalla censura giapponese, ed è tuttora tabù l’esposizione della zona pubica maschile e femminile (tranne nel film d’arte). Si utilizza, in questi ultimi anni, il ‘fogging’ per cancellare digitalmente ogni visione proibita, provocando surrealistici slittamenti del senso: non è vietato vedere l’eiaculazione, ma il pene che eiacula sì.
‘Gushing Prayer’, dunque, è solo apparentemente il meno politico e rabbioso tra i waka-movies realizzati da Masao Adachi, ex militante del movimento studentesco e allora già molto vicino alla fazione meno suicida dell’Esercito rosso giapponese, gruppo maoista guerrigliero istigato a entrare in clandestinità.
Infatti la battaglia campale della piccola Yasuko contro la ‘comunità’ che manovra dall’alto (e dal basso) i suoi tentacolari conformismi ipnotici e per il pieno controllo del proprio corpo e della procreazione (anche se rischia di virare più verso l’anonimato e la depersonalizzazione che verso il raggiungimento di una libertà matura e di una appuntita soggettività desiderante),  è di una ferocia e di una violenza degna del miglior Oshima e del miglior Wakamatsu, quello che nel 1965 era riuscito a far scandalo a Berlino con il suo controverso ‘Kabe no naka no himegoto’ (Il segreto tra quattro mura), un esemplare ‘pink da camera’ della Nikkatsu, che era stato prima attaccato dallo stato e dal suo braccio cinematografico, l’Eirin, poi dalla stessa major di Tokyo, costringendo Wakamatsu a rompere definitivamente i rapporti e fondare la sua società indipendente, la Wakamatsu Production.
Masao Adachi, che nel sado-movie alla John Waters ‘La rivoluzione del controllo delle nascite’ (1967) aveva avuto la trovata di affidare a un tal ‘Marqui De Sadao’ la sperimentazione di un metodo anticoncezionale davvero innovativo (più fai soffrire atrocemente la donna nel coito, meno resterà incinta), è infatti un regista del tutto speciale. Fa parte di una genia di cineasti (gangster per 5 anni, in carcere per sei mesi) che difficilmente vedremo in giro per il mondo a spese delle istituzioni ufficiali, come la Japan Foundation. Un nome da lista nera al fianco di Tetsuji Takechi (il suo anti-americano ‘Neve nera’ sarà proibito dal governo, ma difeso da Oshima e Mishima), Atsushi Jiku Yamatoya (suo l’apripista ‘Uragiri no kisetsu’, 1966), Osamu Yamashita, Kazuo Komizu detto ‘Gaira’ (il cosceneggiatore non accreditato di ‘Su su due volte vergine’ e specialista di ultra gore anni 80 e 90), Isao Okishima…o del papà di tutti loro, il re degli swinging sixty nipponici, il Papa del ‘pinku eiga’, il ‘Che Guevara della Settima Arte’, secondo la definizione di Roberto Curti e Tommaso La Selva (“Sex and Violence”, ed Lindau, 2003), cioè Koji Wakamatsu (vero nome Takashi Ito, classe 1936), che sempre nel 1967 affida a un Marqui De Sado il ruolo di violentatore, dalla fantasia sanguinariamente fervida, in ‘La storia dark di uno stupratore’. Le persone per bene non amano i pink movies. Perché? Si chiedeva Naghisa Oshima. “Semplice: perché sono un frutto bastardo dello studio system. Ma, attenzione! Discriminare la propria prole illegittima è il prototipo di tutti i pregiudizi”.  
Il dosaggio di sesso e violenza, anzi di sesso di gruppo e di carneficina, contenuto a stento nelle ero-produzioni di Masao Adachi e di Koji Wakamatsu, in film come “Mitsuryo-suro Toki”  (Quando gli embrioni cacciano di frodo, 1966), ‘Okasareta Byakui’ (Angeli stuprati, 1967), versione nipponica della famigerata strage di Richard Sperck, un giovane serial killer nordamericano che aveva assassinato 8 infermiere), “Sex Jack” (1968), ‘Yuke Yuke Nidome No Shoio’ (Su su due volte vergine, 1969) o il profetico “Tenshi no kôkotsu” (Estasi degli angeli’,1972) ispirato al ‘terrorista della metropolitana’ Kusa Kajiro, che esondano dai familiari territori del buon gusto. E offrono ai loro spettatori “un’esperienza unica, fortissima e che non ha equivalente alla luce del sole”: quella del desiderio di cose belle ma anche del tragitto delittuoso più cupo e spaventoso per raggiungerle. Scriveva Oshima in un famoso saggio dell’ottobre 1970 - pubblicato nel quaderno 41 dalla Mostra del cinema di Pesaro – che questo dosaggio di sesso e violenza tocca una zona dell’immaginazione fertile ma molto delicata, il passaggio dalla affermazione dell’identità individuale all’anonimità. Perché l’eroe dark ma in cerca di luce di Wakamatsu e Adachi, per purificarsi, ha un solo sentiero: ritornare, regredendo allo stato di feto, nella spersonalizzazione prenatale, nel grembo materno, al tempo e allo spazio che anticipa la trasformazione della bellezza in ‘sudiciume’: “Il desiderio di rovesciare l’individuale nell’anonimo, la brama di abbandonare ogni sporcizia per ritornare al grembo possono essere atteggiamenti mentali disponibili al fascismo ma non c’è connessione diretta tra l’espressione di atteggiamenti disponibili al fascismo e il fascismo stesso. I protagonisti dei film di Wakamatsu scritti da Masao Adachi si svegliano sempre dalla loro ‘reverie’. Il mondo che li attende è allora il mondo del pregiudizio. Fino a quando ci sarà questa garanzia, sarò capace di credere che gli atteggiamenti disponibili al fascismo di Wakamatsu saranno diretti non tanto verso il fascismo ma piuttosto in direzione di una lotta contro chiunque sia oggetto di pregiudizio”.    


La giubba rossa senza passaporto. Masao Adachi rivoluzionario

Molti cineasti nella storia hanno pagato con la vita, il carcere, la persecuzione, l’esilio, la censura e l’oblio la coerenza con le proprie posizioni politiche, etiche e estetiche. Non c’è bisogno di essere dei filmaker entrati in  clandestinità (come Holger Meins e Masao Adachi) o molto vicini al movimento rivoluzionario (come Emile De Antonio, Gian Maria Volonté, Robert Kramer, Pier Paolo Pasolini, Alberto Grifi o Haskell Wexler) o semplicemente democratici-radicali (come l’iraniano Jafar Panahi, i ‘dieci di Hollywood’ perseguitati dal maccartismo, Bertolucci, gli ‘akzionisti’ austriaci…).
Per entrare nella ‘lista nera dei cineasti carogna’ basta spesso solo rifiutarsi di essere ‘embedded’, decidere di essere onesti con se stessi e si può perfino fare l’apologia della ‘realtà’ che si vuole cambiare, o dire un grande sì alla vita: perché, senza indignarsi, come si fa a descrivere, a comprendere e ad amare alcunché? “Nelle mie canzoni parlo di quel che vedo, della vita che mi circonda”, come ricordava la cantante sudafricana Miriam Makeba, scusandosi di non potersi definire nemmeno una ‘artista politica’…
Tra i cineasti viventi più sadicamente perseguitati, anche perché trattasi del cittadino di un paese dalla pluridecenale tradizione democratica, anche se ‘eccentrica’, c’è il giapponese Masao Adachi, 13 film all’attivo, figura chiave della controcultura artistico-letteraria degli anni sessanta e settanta, del suo paese e non solo ancora, ma poco noto al pubblico italiano, nonostante il giro festivaliero della sua penultima regia, “The Patriot/The Terrorist” (2007), sulla vera vita di Kozo Okamoto, un kamikaze giapponese filopalestinese che sopravvive al massacro dell’aeroporto di Lod nel maggio 1972, e sulla sua ‘non vita’ nel carcere, dalle torture ai sensi di colpa per essere sopravvissuto. E nonostante il successo critico a Berlino, e l’orso d’oro vinto dall’attrice protagonista Shinobu Terajima, di ‘Caterpillar’ (2010), di cui ha curato la sceneggiatura, e ritorno al sodalizio ‘anti-militarista e anti-maschilista’ con Koji Wakamatsu.
Il suo abominevole reato? Essersi battuto con le armi in pugno per l’indipendenza e la libertà del popolo palestinese, cacciato brutalmente dalle sue terre e costretto via via alla diaspora o alla pratica suicida. Certo fu un ‘combattente armato’, ma sempre critico rispetto alla politica della fazione ‘Nihon Sekigun’ (poi ‘Armata rossa unita’) e al suo mistico progetto di fondare un esercito rivoluzionario marxista-leninista in Giappone. Dichiarerà a Matteo Boscarol nella sua intervista a Alias, nel 2005: “Come compresi presto in Palestina, la lotta armata non deve essere in alcun modo separata dalla vita quotidiana del popolo, ma ciò che successe in Giappone fu l’esatto contrario: l’avanguardia rivoluzionaria creò un punto di vista completamente separato dalla realtà delle masse, una specie di ‘elite della pistola’. Al contrario io sono un convinto sostenitore della sovranità delle masse: il popolo può avere il potere perché già di fatto ce l’ha”.
Oggi, più che settantenne, Masao Adachi, rilasciato dal carcere nel 2003, vive in Giappone con la moglie, una donna palestinese, profuga nel Libano e di religione cristiano-ortodossa (si è convertito lui stesso al cristianesimo per sposarla). Ha un figlio, il suo primo, nato nel luglio del 2005 e sta per scodellare il suo tredicesimo film, un progetto collettivo surreale, innovativo e a costo zero (non a caso si intitola ‘Il tredicesimo mese dell’anno’). E’ libero, ma non può più uscire dal paese. Quando si proiettano i suoi film nei festival di tutto il mondo, Adachi non può accompagnarli, presentarli né discuterli con il pubblico. Non potrà essere membro di una giuria a Cannes, Venezia, Toronto o Berlino. Gli è negato infatti il passaporto, che nel paese del sol levante non è un diritto civile, ma un premio dato solo ai cittadini modello, patriottici, meritevoli, o alle ‘leggende viventi’ che, per quanto critiche e anticonformiste siano (Oshima, per esempio)… non  abbiamo mai contraffatto alcun documento d’identità… Speriamo che il nuovo governo di Tokyo, più aperto e culturalmente più attrezzato, decida di rivedere questa decisione che colpisce un filmaker che, dal 1974 al 1997, ha abbandonato il cinema e il proprio paese, per dedicarsi interamente alla militanza panaraba e emme-elle nel Fronte Popolare di Liberazione palestinese (Fplp), quello della kefiah bianca e rossa. Si occupò molto della sezione propaganda, del giornale dell’organizzazione, diretto dal poeta Kanafani, ”al-Hadaf ” (Il fine), dell’Unione degli scrittori palestinesi, ed entrò in contatto anche con simpatizzanti vari, da Vanessa Redgrave ai combattenti internazionalisti, rappresentanti dell’Ira, Raf, Eta e Br (‘i più disorganizzati di tutti’). Girò anche dei documentari e una serie di film diario, che divennero sempre più radi dopo il 1976 e lo scoppio della guerra civile libanese che lo costringeva più al mitra che alla cinepresa. I materiali di Adachi filmati in Palestina e Libano andarono distrutti durante l’invasione di Israele del 1982. Ma i ‘traditori della patria’ e i romantici poeti alla deriva, sono sempre più patriottici e umanisti di ogni sciovinista fanatico. Membro della Armata Rossa Giapponese, l’organizzazione armata di estrema sinistra riconosciuta dallo stato giapponese dopo il rapimento di un ministro, poi liberato, Masao Adachi decide di accettare la tregua e parte nel 1974 per la Palestina con una parte dell’organizzazione, di cui diventa il portavoce. Dopo 23 anni di residenza in Libano, è arrestato il 15 febbraio 1997 per violazione delle leggi sui passaporti e condannato a 4 anni di carcere assieme a 4 compagni dell’organizzazione, Haruo Wako (ex assistente alla regia della Wakamatsu Pro ed ex attore), Mariko Yamamoto, Kazuo Tohira e Kozo Okamoto, liberato nel 1985 per uno scambio di prigionieri. Dopo 18 mesi scontati a Roumieh (Beirut), il 18 marzo 2000, il gruppo (tranne Okamoto considerato profugo politico per le torture subite dagli israeliani) però viene estradato, via Giordania, in Giappone dove Adachi è imprigionato, sempre per possesso di passaporto falso (per una vecchia storia: era entrato illegamente, nel settembre del 1989, in Cecoslovacchia) e incarcerato per un altro anno e mezzo finché non ottiene gli arresti domiciliari e poi la libertà. Tutti i membri dell’Esercito Rosso Giapponese hanno ricevuto manifestazioni di pubblica simpatia da parte del popolo libanese per la loro lotta contro Israele.
Adachi riprende così a scrivere e girare film e pubblica “Cinema /Rivoluzione”, l’autobiografia della sua vita e delle sue opere, curata dal critico cinematografico militante Go Hirasawa, che esce anche in Francia. Lo spagnolo Gonzalo Lopez, nel 2008, ha lavorato su una sceneggiatura di Masao Adachi del 1966, per realizzare il remake catalano di ‘Embrione’, un horror dedicato a Roger Corman, Joe Dante, Asako Otomo e Koji Wakamatsu. Vengono organizzate in Giappone retrospettive e proiezioni dei suoi film, molto seguite soprattutto dal pubblico più giovane. E’ stata lanciata una campagna internazionale, e una petizione viene firmata da molti cineasti e da festival di tutto il mondo, affinché gli venga restituito il passaporto. Ma l’atteggiamento del governo liberal-democratico e poi quello di centro sinistra non cambia. Adesso con Abe figuriamoci.         


Il cofanetto Rarovideo di Masao Adachi
Masao Adachi cineasta
Nato a Fukuoka il 5 maggio 1939 (è sette anni più giovane di Oshima) Masao Adachi è tra i cineasti sperimentali più colti, sessualmente scandalosi e impertinenti della sua generazione (il corto ‘Tazza’,Wan, del 1961, una tragedia ambientata in un villaggio isolato; e il medio ‘Vagina bloccata’, Sa’in, del 1963, entrambe co-regie studentesche, lo impongono già come pericolo pubblico numero uno dell’immaginario conformista). Partecipa al lungo sessantotto giapponese (che inizia un decennio prima che in occidente) e dal 1966 diventa l’amico rivoluzionario, la ‘guida politica’ e il collaboratore più stretto dell’antisociale Koji Wakamatsu, uno dei registi indipendenti più ‘selvaggi’ e estremi di quegli anni, maestro e patriarca del ‘genere pink’, il softcore contaminato da forti ‘inserts’ rivoluzionari, tra polemiche politiche contro il militarismo, il machismo e l’autoritarismo della tradizione imperiale e sarcasmi contro il sadismo antipopolare del governo, spesso corrotto ma ‘irremovibile’, dei liberal-democratici.
In ‘Datai’ e in ‘Hinin Kakumei’ (entrambi del1966), le prime regie di Adachi, affronta un argomento tabù, l’aborto, pratica anticoncezionale allora fuorilegge in Giappone. In ‘Seizoku’ (Sex Jack, 1968), pezzo di teatro della crudeltà, e film più noir che pink, la liberazione sessuale è sinonimo di liberazione politica, ma il gruppuscolo di ribelli che non riesce bene a focalizzare l’oggetto del suo rancore e del suo piacere, e che si traveste prima da bombarolo di sinistra, poi da nazistone alla Mishima che urla ‘Heil Hitler’, e torna di nuovo infine all’estrema sinistra, si presta al sarcasmo acido da commedia demenziale, non solo dell’ospite, uno studente che li ha accolti perché braccati dalla polizia (e che si vendicherà, alla fine, delle umiliazioni subite dentro casa e fuori), ma anche dallo sceneggiatore/regista, per l’ imprecisione con la quale la masnada ribelle traccia il rapporto reichiano tra sesso (che sa fa sempre perché annoiati) e rivoluzione (idem?), tra orge e stupri, piaceri ‘solitari’, estasi e palingenesi politica.
Ancora più estremo il progetto in “Guerriglia delle studentesse” (1969), che coinvolge le violente attività sovversive di una base rivoluzionaria annidata sulla montagna: e quella montagna è proprio il simbolo sacro della nazione, il monte Fuji che è anche il logo della odiata Shochiku, la peggiore delle major, la più conservatrice, da prendere in giro in ogni occasione (le lotte sindacali degli anni 60 avevano avuto ripercussioni anche negli Studi, e la Toho, controllata dalla sinistra, viene abbandonata dalle star più conformiste che formano la nuova Toho, Shin Toho).
L’uso del bianco e nero e del colore, l’intrusione di scritte, citazioni e elementi stranianti, la musica utilizzata in maniera conflittuale, come un ‘personaggio’, mai come come raddoppiamento sentimentale,  padroneggiano esplicitamente le tecniche contronarrative di Godard.
Adachi è coinvolto, come Wakamatsu (che lo scoprirà, ma se ne avvarrà per approfondire le sue analisi da ‘autodidatta rabbioso’), nell’attività politica sovversiva, ma le loro provenienze sociali sono differenti: quest’ultimo è originario del nord-est del paese, ha un accento ‘impresentabile’ ed è figlio di contadini. Ha inoltre un equivoco passato, che non ha, del resto, mai nascosto, di yakuza nel quartiere che ‘non dorme mai’ di Shinjuku (a Tokyo). Sofisticato intellettuale che ha dimestichezza con l’adorato Blanqui, Brecht, Genet (che poi avrebbe conosciuto in Palestina: “mi ha insegnato a lasciar parlare il silenzio”), Godard e perfino Toni Negri, è invece Masao Adachi che, dal 1966 al 1971, partecipa alla sceneggiatura di numerosi film diretti da Wakamatsu usando spesso pseudonimi come ‘Yoshiaki Otani’, ‘Izuru Deguchi’ o ‘De Deguchi’.  Tra questi ‘Quando l’embrione caccia di frodo’, 1966; ‘Gli angeli stuprati’, 1967, Su su due volte vergine, 1969 e ‘L’estasi degli angeli’, 1972, dove Adachi compare anche come attore. Contribuisce a radicalizzare lo sguardo e a innalzare la coscienza politica di Wakamatsu. Quei film hanno un dirompente successo nel giro mondiale underground e nei festival di punta, ma provocheranno anche controversie e polemiche, sia a Berlino (con alcuni gruppi di femministe) che a Knokke-Le Zoute, il tempio (belga) del cinema underground. 
Collabora, contemporaneamente, con la Sozo-sha di Nagisa Oshima, la piccola casa di produzione indipendente che il regista di “Racconto crudele della giovinezza” è stato costretto a fondare, in nome della libertà di espressione, dopo la ‘censura di mercato’ voluta dalla Shochiku, nel 1960, in occasione dell’uscita del suo film più politico, “Notte e nebbia del Giappone”, radiografia impalcabile degli errori commessi dal Partito comunista giapponese e dal movimento studentesco (perfino dall’ala sinistra degli Zengakuren) durante le combattive lotte di massa contro la ratifica del trattato nippo-americano. Scrive infatti, assieme a Tsutomo Tamura e Mamoru Sasaki, nel 1968, la sceneggiatura di ‘Il ritorno degli ubriachi’ (Kaettekita Yopparai), e vi interpreta la parte di un poliziotto, e di ‘Diario di un ladro di Shinjuku’ (Shinjuku Dorobo Nikki), che è una liberissima interpretazione  del ‘Ladro’ di Genet. Nello stesso anno fa il capo delle guardie carcerarie in ‘L’impiccagione’ di Oshima, la dura requisitoria contro il razzismo anticoreano dei giapponesi. Nel 1969 sempre assieme allo sceneggiatore della Sozo-sha, Mamoru Sasaki, e al critico cinematografico anarchico Masao Matsuda, Adachi dirige il suo settimo lungometraggio, ‘A.K.A Serial Killer’, fuori però dal suo consueto genere d’affezione, il pink (il softcore, a differenza che in occidente, è stato spesso usato come genere-schermo, il preferito dai cineasti più sperimentali e estremi perché permette una maggiore libertà di fraseggio e una radicalità d’immaginario politico ‘travestita’). ‘Aka serial killer’ però è un inquietante documentario perché analizza e va a caccia di paesaggi non solo poetici, quelli che il serial killer teenager Norio Nagayama avrebbe visto prima di attuare i suoi efferati assassinii, tra le località di Nagayama, Abashiri e Kawasaki.
Lo stesso Wakamatsu sarà il produttore esecutivo, nel 1976, di ‘L’impero dei sensi’ il più grande successo internazionale di Oshima, e scatenato pink esso stesso, ma anche l’opera più censurata e perseguitata in patria del grande regista di Kyoto.
Nel 1971Oshima (‘La Cerimonia’), Adachi e Wakamatsu (‘Angeli stuprati’ e ‘Sex Jack’) sono invitati a Cannes dalla Quinzaine des Realisateurs e, sulla via del ritorno, Masao Adachi, sempre più distante da quella parte dell’Armata rossa che ha iniziato una purga interna di stile staliniano, condannando a morte 12 dei propri membri, convince Wakamatsu (che ha appena fatto buoni incassi con ‘Tecniche d’amore – Kama Sutra’) a fare un viaggio di lavoro in Palestina per girare un film sulla guerra tra Israele e la Palestina, ‘facilmente vendibile’ alle televisioni. Sarà il mediometraggio “Armata rossa/Fronte popolare di liberazione palestinese: una dichiarazione di guerra mondiale”, coprodotto assieme a Shigenobu Fusako, leader dell’Arg, o meglio di quella frazione del movimento armato giapponese che ha deciso di abbandonare la lotta in patria, e di scegliere la strada della solidarietà internazionalista (anche dopo una tregua con il governo di Tokyo, a seguito della liberazione di alcuni prigionieri politici in cambio di un ministro sequestrato, e con la promessa della cessazione di ogni attività terroristica in Giappone). L’altra frazione dell’Armata rossa giapponese, che continua con gli attentati e gli omicidi in Giappone, e l’odissea tragica del suo agghiacciante autoannientamento, sarà l’argomento di ‘United Red Army’, 2007, il penultimo film di Wakamatsu. Masao Adachi non venderà mai quel documentario alle tv, “troppo estremo”, troppo di parte (con le interviste a scrittori, profughi ma anche a dirottatori e terroristi), aspro nel descrivere la vita nei campi profughi di Libano, Siria, Girdania e soprattutto Jarash, e con tutti quegli aforismi ‘di fuoco’, scritti dall’intellettuale palestinese Ghassan Kanafani (assassinato con la nipotina l’8 luglio 1972 dagli israeliani), ma diffonderà l’opera nelle piazze, nelle palestre delle scuole, nelle università occupate di tutto il Giappone, attraverso il movimento delle “Truppe di proiezione dell’autobus rosso”. Poi Masao Adachi scomparirà nel nulla, dal 1974.  E Koji Wakamatsu non otterrà più il visto per recarsi negli Stati Uniti.

giovedì 28 novembre 2013

Recuiem, il cortometraggio di Valentina Carnelutti in gara al 31Tff

Roberto Silvestri

Irene Buonomo e Flavio Palazzoli in Recuiem
Il bambino appena nato non deve gradire affatto il trauma dell'ingresso nella vita, quella espulsione dal grembo rosso shocking. L'elaborazione del vivere è un osso davvero duro, altro che quella del lutto. Rientrare nella morte potrebbe essere la sua parola d'ordine segreta, rispetto a una vita da subito insopportabilmente piena di ostacoli, freudiani e non solo, e orrori. 

La complicità da dentro con la madre è ben altra cosa della complicità da fuori.  Solo nel sonno, meglio ancora nel sogno, si può attenuare l'obbligo del suicidio (incubi a parte). Il sonno è l'immagine della vita, scrivera Blaise Pascal, non della morte. Il sonno fa crescere. Il sonno eterno è la vita eterna, chioserebbe un credente. Il sonno è un sì alla vita fin dentro la morte, risponderebbe l'ateo, l'apateo e Bataille.

Chiose a parte, Koji Wakamatsu su questo tema ha costruito la sua intera filmografia autobiografica, mascherata da "eros più massacro", basta pensare a Angeli violati, per ricordare il film che più è vicino, nel nocciolo duro - ma ne è molto distante perché lì di serial killer efferato si tratta - a Recuiem, il bel cortometraggio di venti minuti dai colori caldi e dalla bella luce radiante (di Massimo Schiavon) presentato il 27 novembre scorso in anteprima al 31Tff, sezione Italiana.corti. 

In questo caso però il gioco è rovesciato: è la giovane mamma romana trentacinquenne, Emma (Teresa Saponangelo), che, improvvisamente, senza motivo, quasi per autoannientamento tantrico o per risucchio onirico, o per rara malattia davvero veloce nel decorso, viene spedita all'altro mondo, lasciando i due bambini piccoli, Leo sei anni, già scrive, non ancora benissimo (Flavio Palazzoli), e la sorellina Annetta (Irene Buonomo), soli e perplessi per tutto il giorno e per i giorni a venire. E il papà? Il papà non c'è. ma è vero? Succede davvero? Bè, il cinema è finzione, gioco, no?

Valentina Carnelutti, la regista
Ci dice la regista e scrittrice del copione (oltre dieci anni fa)  - non credente -  che questa situazione l'ha immaginata come mamma più o meno single di due bimbe, oggi adulte - che succederebbe se io all'improvviso sparissi? - e che certamente da piccole l'avranno tartassata di domande sul senso della morte e sulle morti simulate che si vedono al cinema e in televisione e a teatro con Shakespeare. Cos'è? Che si fa? Dove si va? E lascia così ai posteri la sua corta, ma affascinante risposta. I figli non sono della madre e del papà, dei nonni e degli zii. Degli amanti e della tribù. Sono della società. Non proprietà privata. Collettiva. Comune.

Mamma Emma era tornata dalla spesa, attraversando una piazzetta al tramonto, coi sacchetti della spazzatura e l'immancabile cane vagante (che è il marchio doc del nostro cinema assieme al prete, qui metaforizzato dal requiem), aveva organizzato la situazione, cibo e giochi, apparecchio per i denti per Leo, poi era andata a riposarsi. Ma. Non si sveglia più, nonostante le grida il solletico e le carezze più osé dei bimbi. Che, la mattina dopo, si mettono a loro volta, l'imitazione è tutto, a fare le cose di casa, pulire, fare il bagnetto, mangiare, giocare... aspettando che Emma risorga. In serata arriva la nonna (Lydia Biondi), poi Gabriele (Francesco Tricarico), l'uomo di Emma. Qualcosa vagamente si inizia a intuire. E si va verso sera... è quasi buio. I bimbi sono stati spiazzati e puniti per la loro pulsione, segretissima, inconscia, di morte... Cresceranno.

Valentina Carnelutti, attrice e regista
Io non credo che questo film sarebbe stato approvato dalla commissione di censura iraniana, pur così attenta all'età evolutiva e al suo cinema. Va bene che si preparano micidiali ordigni-film di guerra spirituale contro le donne 'emancipate', che invece di proteggere i loro figli 24 ore su 24, se ne escono di casa per farsi belle e fare shopping e caracollarsi in auto con il cellulare (mica siamo wahabite), mentre i bambini gironzolano pericolosamente attorno ai fornelli e potrebbero cadere dal balcone in un fiat o affogarsi nella vasca giocando o riempirsi di pillolacce nel bagno. Senza neanche porsi il problema che potrebbe essere il papà, o un uomo comunque, magari con il burka, a far da mangiare, il bucato e le pulizie di casa. Però addirittura ucciderla per decisione divina, sarebbe troppo anche per i komeinisti. Inoltre, in questo caso, la mamma Saponangelo è un angelo semiperfetto dagli occhi carezzevoli  (ma: si possono lasciare in casa da soli i bambini piccoli, anche solo per il tempo di andare a fare la spesa, non è meglio portarseli dietro?)

Teresa Saponangelo, mamma Emma
Recuiem è un titolo di un'operetta morale scherzosa e sgrammaticata, autoironica e certamente autobiografico che ha il coraggio non solo di aprire questioni ma di risolverle. Dare risposte è una inversione di tendenza rispetto a tanti film dai calzoni corti e lunghi che si compiacciono di aprire questioni e rifuggono dalla responsabilità di dare risposte, o almeno dal lanciare qualche occhiataccia etica di fuoco  (sul 99% delle questioni non rispondere è collaborazionismo e opportunismo).  A tanto cinema contemporaneo che la donna la mette ormai fuori quadro (da Locke in poi è tutto un tenerla al telefono, fuori mano fuori portata fino al premio romani per la sola voce della Johansson) questo film risponde con l'autoimmolazione. E vediamo che faranno adesso questi esserini senza donna.

Valentina Carnelutti e Gabriele Tricarico
Lo ha diretto traformandolo in un gioco collettivo ai confini del brivido una delle nostre più potenti e seducenti attrici, Valentina Carnelutti all'esordio nella regia di pura finzione dopo il documentario africano
Buone notizie e il videoclip Le conseguenze dell'ingenuità di Francesco Tricarico che qui riempie lo spazio di sonorità benigne e affettuose.

mercoledì 20 novembre 2013

Te la do io la Yakuza. Miike Takashi e il poliziotto Reiji











 Roberto Silvestri

"Non bisognerebbe mai fare film sulla Yakuza. Se ne compiacciono sempre troppo, quei miserabili delinquenti". Parola di Koji Wakamatsu, il cineasta della sinistra nipponica rivoluzionaria, che gironzolò attorno alla malavita di Tokyo in gioventù e ne conosce molto bene la radiante, vanesia, seduzione esiziale. 

Takashi Okamura
Ma le mafie, nelle società capitalistiche, non hanno forse il compito di spiegare anche ai cittadini più distratti e pigri - vivendo come in una sovrimpressione priva di ipocrisia, le stesse eccitazioni e passioni degli imprendotori normali - qual è l'essenza segreta dell'accumulazione, cos'è lo spirito autentico e criminale (annichilire i più deboli, massificare il profitto con ogni mezzo necessario) del liberalismo assoluto, cioé privo di remore morali e sciolto dasi vincoli di uno stato controllore e repressore?


Toma Ikuta
Il problema è che le organizzazioni criminali, Yakuza, Mafia, Triade, N'drangheta, Sacra Corona Unita, Camorra non vanno descritte. Vanno parafrasate, dadaizzate, egemonizzate, proscritte e annichilite (proprio come i loro alias, i loro doppioni perbene). E' la vena giugulare cinematica che bisogna prendere di mira e affrontare per far saltare in aria, con i film, la Full Metal Yakuza... Ci vogliono per questo registi istintivi, spontanei senza artifici, che abbiamo la passione della scoperta di come stanno veramente le cose....Ce ne sono pochi di questi registi, ma ci sono. Uno di questi lo abbiamo ritrovato a Roma, in lento ma inarrestabile miglioramente artistico-scientifico, dopo i primi cento film realizzati. 
 
Takayuki Yamada, il traditore
Il cineasta di culto e maestro del cinema fuorilegge giapponese, il più camaleontico filmaker del mondo, Miike Takashi, 53 anni, origini proletarie, vera passione il calcio e il motociclismo, e qui si vede, che nel 2007 ha firmato Sukiyaki Western Django (molto prima di Tarantino),  così, ha dedicato ai 'prodi romani', che adora da sempre come produttori ed esperti massimi di western alla matriciana, e che lo hanno invitato per la seconda volta di seguito al Riff, sia il surreale pastiche dell’assurdo Blue Planet Brothers sia, in concorso, questa commedia demenziale, Mogura no uta (The Mole Song – Undercover Agent Reiji, ovvero  Poliziotto in incognito Reiji), un divertissment geometrico, tenero e saggio, ma tutto 'urla e budella' - i romani adorano la pajata con quello che c'è dentro - imperniato sì sulle gesta di un giovane poliziotto eccentrico, l'imbiondito e punk di capelli Reiji Kikukawa (l'attore jerrylewisiano Toma Ikuta), dalla voce piuttosto acuta e sovratono, ma che attinge per circa due ore al solito patrimonio iconografico della malavita più scenografica e glamour del mondo. 

Toma Ikuta
Il piedipiatti di quartiere Reiji, il poliziotto arruolato con il punteggio più basso della storia, viene licenziato dopo pochi mesi per comportamento disonorevole e licenzioso. Fidanzato fedele di una ragazzina incredibilmente strana, pronta a tutto pur di seguirne i movimenti, è in realtà costretto dal capo della polizia Sakami a infiltrarsi in una organizzazione criminale per arrestarne il boss del quartiere di Kanto, il potente Shuho Todoroki, abilissimo nel non lasciar prove dei suoi crimini. 

Ebbene Reiji, sorprendendo i bookmakers, riesce a intrufolarsi nella Yakuza, e quasi senza sforzo. La sua dinoccolata unicità, la sua surreale imprevedibilità, lo sfrontato anarchismo e la spontanea gestualità che si fa beffe di qualunque gerarchia, anche mentale, considerata inopportuno per un servile cameriere dell'Ordine e della Legge, insomma tutti questi vizi capitali vengono infatti giudicati dalla nuova comunità, così uguale per mentalità militaresca - ma così diversa per scala dei valori, anche perché così ostile alla proprietà privata (altrui) - come le virtù di un comportamento antisociale perfettamente consonante allo spirito autentico - arcaico, aristocratico, con quella punta di zen ormai dimenticata - della Yakuza. Toma Ikuta rischia di diventare così un vero personaggio eccentrico seriale, alla Jerryssimo.

(Inciso: E siccome il militarismo mentale del nuovo pericoloso presidente del Giappone Abe ci inquieta tutti, questo film e questo anti eroe Reiji sono già una doppia arma di combattimento politico, che ci tranquillizza. Il Giappone migliore reagisce al revanscismo montante al potere. Come Jerry nell'epoca Eisenhower-Johnson. e non dimentichiamo che il terremoto del Kanto, 1023, con 100 mila morti e le aree di Tokyo e Yokohama completamente distrutte, furono il germe dell'espansionismo fascista). 

Lo sceneggiatore Kankuro Kudo ha infatti a disposizione la solita tastiera per delineare con pochi ficcanti tratti lo sviluppo dei personaggi di questa storia, ma la maneggia da virtuoso sovversivo, esperto in fumetti, cartoon e videogames, avendo in mente, per determinarne la validità, la quantità di gioia di vita e non di odio che stipa nelle varie sequenze (è il metodo di un altro fine umorista, John Landis). E così penetriamo nel solito mondo (nella regione del Kantō sono ambientate le vicende di anime, manga e videogiochi come Death Note, Ikki Tōsen, Eyeshield 21, Pokémon) fatto di: violenti riti di iniziazione con sacre, ma disgustose, libagioni; complicate codificazione d'onore; cruenti scontri tra bande e sotto bande rivali (in questo caso tra la moralista Sukiya-kai, slogan no alla droga, e l'immorale Hachinosu-kai) con micidiale abuso di piombo;  lunghe automobili di lusso nere con vetri antiproiettile ; inseguimenti al cardipalma; controllo del gioco d'azzardo, dei night club e della prostituzione; moda e accessoristica varia stravagante, vistosa e costosa (come la dentatura a triangoli, vezzosamente adornati di diamanti di un sotto boss particolarmente ostile a Reiji, e nervosetto)...; spazi oblunghi verticali o orizzontali (vie, corridoi, piazze, ampi saloni, specchi d'acqua portuali) perfetti per improvvise incursioni esterne; tradimenti e opportunismi, amicizie impreviste e improbabili, irruzione improvvisa di cani-corrieri della droga; situazioni al limite della follia e del divertimento bambinesco (alla Yattaman), amori struggenti ma sottili, ironia debordante, sacrifici estremi anche al di là della semplice passione rimossa omosessuale, combattimenti a mani nude, in interni e in esterni, che non fanno della 'trovata' il perno della sequenza ma si preoccupano di dispiegare in bella grafica uno spettro di emozioni ben bilanciato.

Takashi ha il solo compito di levare espressività e emozione dal fuori campo, astenersi dalle emozioni di regia. La scuola Imamura qui si sente. All'artista l'astinenza espressiva, al pubblico il finish fisico, risate paura dolore eccitazione...Missione compiuta.         

Riisa Naka
Siccome Miike Takashi è convinto infatti che estro e talento sono cose che andrebbero dispiegate in campi ben più impegnativi del cinema, come il motociclismo professionistico ("tutti sanno fare film, basta trovare un produttore, ma per il motociclismo ci vuole più forza, più energia, più genio...") sono proprio le scene motociclistiche quelle più riuscite dell'opera. Reiji riesce a conquistarsi, uno dopo l'altro, alcuni nemici del cuore (e uno, ferocissimo, è proprio un centauro fuori di testa) che ne apprezzano la stravagante comicità di fraseggio. Lui è spontaneo senza affettazione. Perfino Shuho Todoroki (il feroce boss che però proibisce il traffico di droga perché, nazionalista assoluto, non vuole nuocere alla gioventù nipponica sterminandola) ne è affascinato. 

Yusuke Kamiji, il motociclista
E Misaya Hiura, il capo della banda Alogi, alleata della Sukiya-kai, diventato suo fratello di sangue e di più ancora, si farà mitragliare gli arti inferiori, a costo di usare protesi per il resto della vita, pur di salvare la vita a Reiji, sollevandolo in aria per non farlo ferire. Sono gli improvvisi capovolgimento di fronte emotivo e agonistico, così come le budella che diventano farfalle di budella, che fanno grande, originale e bizzarro questo yakuza-movie. 


 

venerdì 20 novembre 2009

Naghisa Oshima. Una tavola rotonda al festival di Torino












Roberto Silvestri
TORINO

La tavola rotonda dedicata dal festival di Torino al cinema di Nagisa Oshima, sia dolce sia di combattimento (altro che Bronson di Refn), e ai suoi film, perdutamente, profondamente "anti-giapponesi" e solo per questo immensamente patriottici, e anche all'indipendenza come valore artistico e esistenziale indispensabile al filmmaker credibile, ha affidato ieri mattina a una serie di studiosi internazionali, una fetta per uno, la biofilmografia del regista di Kyoto, assente per una grave malattia che lo ha fermato da 10 anni.
Adriano Aprà e Go Hirasawa, chiamati da Stefano Francia e Anna Maria Mazzone (a cui si deve la retrospettiva - e per la prima al mondo i documentari tv - e il volume critico), hanno cercato, tra gli altri, di raccontarci l'evoluzione e soprattutto il mistero delle sue immagini. 


Anche se, in un documentario visto in questi giorni, Oshima raccontava a Toshio Watanabe che soltanto chi lavora con lui sul set, chi fa parte della strana 'gang Oshima', sa qual è la chiave segreta per capire davvero e in profondità i suoi 50 capolavori. E' il collettivo di artisti, mai imbavagliati, che fa grandi i film, meglio se a 'no budget' e i registi che li coordinano...
Dal periodo "della tenerezza", nei mega studi Shochiku, che secondo Aprà lo avvicina poeticamente agli 'opposti estremisti' della nouvelle vague francese, ciaé a Godard e a Truffaut, e che caratterizza la primissima fase del suo lavoro fino a Notte e nebbie del Giappone, passiamo così al periodo "rosselliniano" dei doc didattici per la tv, sulla storia (rimossa, mal raccontata) del Giappone e dei suoi crimini imperialisti, fino al periodo finale, "dell'amore assoluto", anche omosessuale (Furyo e Ghoatto), come avventura estrema e perfino crudele (L'impero dei sensi), perché non c'è amore senza dissoluzione dei tabù, senza scioglimento da ogni giuramento di comunità e scoperta della soggettività desiderante come porta d'accesso all'individualismo democratico, ovvero a un altro Giappone per uomini e donne eguali. 


Scandaloso Nagisa Oshima lo è stato, dunque, e tanto. Il suo odio per tutto il cinema giapponese, del passato e del presente, andava infatti da Ozu a Mizoguchi, da Kurosawa a Naruse a...lui stesso: “Non dobbiamo mai fare più film giapponesi, ma film per tutti”. Infatti Oshima fu obbligato (dopo censure varie, fino al detestato pamphlet proibitissimo contro la pena di morte e sul razzismo anti coreano, L'impiccagione), un po' come è successo a Bertolucci, all'emigrazione artistica in Francia (e non solo con il bunueliano Max mon amour). Anche se il periodo che oggi ci interessa di più è quello della rabbia estetica e politica, dopo la creazione della sua società, Sozosha. Un'epoca che va dalla prima sconfitta del movimento rivoluzionario giapponese nel 1960, dopo la ratifica del secondo trattato di amicizia nippoamericano, il tradimento del Pc del Giappone e l'opportunismo di molte frange dello Zengakuren (il movimento studentesco di cui Oshima fece parte attivamente, vedi: Notte e nebbia del Giappone, 1960, e Storia segreta del dopoguerra dopo la guerra di Tokyo,1970). E la seconda, che culmina in La cerimonia, 1971 (doveva interpretare la parte di un suicida proprio Mishima, che però si suicidò davvero, e platealmente, lasciandolo senza attore), caratterizzata dall'impegno internazionalista, dalla lotta per il Vietnam e la Palestina liberi (Masao Adachi, membro dell'Esercito Rosso, prima di entrare in clandestinità partecipa, come attore e sceneggiatore, alla realizzazione di ben suoi tre film, L'impiccagione, Tre ubriachi risorti e Diario di un ladro di Shinjuku e poi raggiungerà Habbash; e Koji Wakamatsu produrrà il proibitissimo L'impero dei sensi). Bisogna naturalmente ricordare che la storia della lotta armata in Giappone diverge da quella italiana e tedesca, perché il governo di Tokyo venne a patti e riconobbe politicamente i "terroristi". Si arrivò a un compromesso, alla liberazione di un ministro rapito in cambio di quella dei prigionieri politici di estrema sinistra e alla fine di ogni azione armata in patria (per questo una fazione combattente emigrò in Palestina, e chi proseguì negli attentati fu annientato militarmente, o si autoannientò). 



Tra le sorprese della tavola rotonda alcuni interventi di Oshima in talk show tv di prima serata, che ce lo mostrano agguerritissimo contro economisti e politici del governo che lui attacca come affamatori del popolo, profetizzando, già nel 1995, una prossima crisi economica devastante (nascosta artatamente dal 'partito unico' liberaldemocratico attraverso il supergonfiaggio mediatico di catastrofi naturali, come il terremoto di Kobe o atti di criminalità comune trasformati in demoniaci messaggi dal cielo, come la setta della metropolitana). A chi lo accusa in studio di urlare troppo Oshima, impassibile e egemonico, rispondeva: “allenatevi anche voi, se siete capaci, e urlerete più di me. Ma se lo stato continua a finanziare le banche che taglieggiano il risparmiatore, altri urleranno, e ancora più pericolosamente”. Infine. Su Fuori Orario del clan Ghezzi vedremo presto Notte e nebbia del Giappone in abbinamento a Esercito Rosso Giapponese di Wakamatsu. Visto che il movimento studentesco, da Torino a Berlino, sta riprendendo fiato, sarebbe il caso di registrare e diffondere in aule, case occupate, tv street, on line....