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lunedì 10 ottobre 2022

Le incantevoli notti di Pordenone. Giornate del cinema muto n.41

Roberto Silvestri
La maggior parte dei festival prestigiosi brillano per il contenuto artistico dei film selezionati, ma c’è un appuntamento mondiale di serie A in cui è soprattutto il contenuto artistico della sala cinematografa a contare. Se si entra infatti – senza mascherina, distanziamento sociale e prenotazione, finalmente - nel teatro Verdi, affollata sede storica delle Giornate del cinema muto di Pordenone giunte alla 41esima edizione (1/8 ottobre), si troveranno fianco a fianco non solo i luminari, uomini e donne, della cultura cinematografica planetaria, i critici (pochi gli italiani, ma c’è Stefano Masi e Sergio Grmak Germani), gli archivisti, i restauratori, gli storici d’ogni continente, e quest’anno anche una copia di sublimi cinefili, il regista John Landis e la costumista e storica del costume Deborah Nadoolman Landis, ma anche i musicisti e i direttori d’orchestra che trasformano ogni appuntamento in un evento unico e irriproducibile. La versione più completa mai vista di The Unknown , lo sconosciuto, di Todd Browning, ci ha restituito in apertura del festival un'opera di modernità e potenza immaginaria devastante degna di un lavoro oltre l'horror di David Cronenberg, con una performance di Lon Chaney affidata a piccole variazioni Goldberg sul suo volto, dalla felicità più beata all'angoscia più disperata, di micidiale effetto, tanto da annullato qualunque effetto Kuleschov.
Circo. Mondo gitano. Spagna. Tutti hanno i fazzoletti in testa. Contesa d'amore tra sollevatore di peso e Alonso, il lanciatore di coltelli. Obiettivo Nanon (Joan Crawford), bella ma imprendibile. Ha la fobia delle mani maschili, non vuole farsi avvicinare, meno che mai toccare. Il lanciatore di coltelli sembrerebbe prevalere. Infatti è senza braccia. Lancia con i piedi. Non può abbracciarla. Fa tutto con i piedi. Il rivale piega l'acciaio ma quando si avvicina a Joan, viene respinto con rabbia. Le cose però non sono come sembrano. Infatti lei ama il forzuto, non l'amico "mostro" con cui è più affettuosa. Che poi mostro non è. E' tutto un trucco, ideato per non avere fastidi dalla polizia che ricerca ovunque un pericoloso assassino e rapinatore...Lon Chaney ucciderà perfino il padre di Joan, il padrone prepotente del circo... Ma quando si rende conto che lei potrebbe scoprire il suo segreto, ricatta un chirurgo (reo di aberranti crimini nel passato, in Algeria, chissà cosa ha fatto...) e si fa operare. Le braccia le perde davvero, per amore. Ma Joan supera la psicosi e si mette con mister muscolo. Chaney prepara l'atroce vendetta. Il rivale fa un pericoloso spettacolo con i cavalli. Li trattiene mentre corrono uno di qua e uno di là.. Basterà controllare la leva che ne trattiene la velocità e....
Non si va a Pordenone per snobismo ma per lavorare. Non per commuoversi nostalgicamente davanti alle immagini di un’arte perduta per sempre – è crescente infatti anche il numero dei giovani critici che partecipano al Collegium, e vogliono confrontarsi con la vitalità di queste immagini - ma per rimuoverne e riattivarne i sensi, per deformare e riscrivere collettivamente e continuamente le storie del cinema, per ribaltare gerarchie ammuffite e obsolete, per vendicare talenti dimenticati, inattuali allora, ex anacronistici, futuristi oggi. Ogni frammento ritrovato può aprire sentieri fecondi. Se il destino per il cinema (non sul web, non in televisione) è legato ai grandi eventi, al futuro super show Marvel (in larga parte muto quanto a qualità e quantità dei dialoghi) ecco che le Giornate del Muto di Pordenone sono un po’ un’esperienze limite di quel tipo. Ci sono solo proiezioni eccezionali. E uniche. O grandi scoperte.
Da Norma Talmadge a Meryl Streep Per esempio senza la conoscenza approfondita (e per noi la scoperta) di Norma Talmadge, oggetto della retrospettiva divistica di questo 2022, ovvero della regina rimossa prima del cinema newyorker anni 10 poi della Hollywood anni 20, dell’attrice e produttrice che al fianco di Joseph Schenck fabbricò e rese il melodramma l’asse portante del mercato cinematograficamente “serio”, si comprenderebbe molto meno un certo tipo particolare di diva e la strada che da lei e da Norma Shearer e Ann Harding ci porta a Greer Garson, Deborah Kerr, persino a Grace Kelly e infine a Meryl Streep. Cioè alla storia dell’attrice di classe, dell’alta recitazione Studio System, di quelle performer capaci di interpretare i classici della letteratura e del teatro o le Grandi Donne della Storia Americana, asiatica, nativa o europea (nel caso di Talmadge: Yes or not, le imbarazzanti epopee colonialiste The Forbidden City e The Hearth of Wetona e The Moth). Hollywood non produce solo sex symbol o bellezze senza talento. Ma attrici di prestigio, capaci di micro-espressioni facciali sottilissime, di esaltarsi manovrando personaggi contrastanti e opposti o gestendo gamme espressive debordanti e estreme. Great Ladies, che onorano il cinema e danno dignità, interpretando da gran dame Madame Curie o Mrs.Miniver, alle cerimonie degli Oscar. Insomma come The Lady di Frank Borzage (1925), in Italia Una vera signora, tour de force recitativo che sulla scia di un personaggio dipinto da Frances Marion, Polly Pearl, le permette di essere credibile e commovente fino al masochismo come star del music hall londinese, poi ricca moglie in Costa azzurra abbandonata da un aristocratico abietto, poi madre single costretta ad affidare il figlio neonato a un pastore protestante pur di non lasciarlo al suocero ancora più immondo (forse è il ritratto di gentiluomo inglese più schifoso di tutto il cinema americano), poi poverissima venditrice di fiori alla ricerca del figlio perduto e sull’orlo del suicidio, infine saggia proprietaria di una locanda marsigliese, in un ambientino che Casco d’oro di Becker ruberà nel 1952 quasi filologicamente. Lì ritroverà, nel tragico finale, il figlio ormai soldato.
Con il sonoro, molto ricca, Norma Talmadge abbandonerà il cinema. Muore a Las Vegas nel 1957. Una famiglia, la sua, di super star, anche se oggi quasi completamente dimenticate. Eppure la sorella Natalie sarà, per un po’, moglie e complice di Buster Keaton e l’altra sorella, la it girl Constance, meno attratta dalle Grandi Dame studiose di Eleonora Duse e Sarah Bernhardt e delle virtuosistiche triangolazioni di sguardo, cuore e mani, sarà un genio della commedia scatenata e della controcultura “gender”. Bisognerà farne, a Pordenone, una retrospettiva altrettanto ampia…. La moda e il silent movie Intanto parte da quest’anno alle Giornate una attenzione speciale al capitolo “moda e cinema”. Un intervento, il 6 ottobre scorso, della storica del costume Michelle Tolini Finamore, oltre che quello di Deborah Landis, è stato proprio dedicato all’importanza che Norma Talmadge, produttrice di se stessa, e critica di moda in riviste specializzate (molto aiutata da Harrison Ford, ne parleremo), dava al reparto “dressing”, non solo per assumere sui set sarti di classe: grandi designer del costume diventeranno indispensabili presenze creative in tutti gli Studios. Quando i gay erano protetti Uno dei suoi partner più adorati, l’attore gay neworchese Harrison Ford (niente a che vedere con il suo omonimo moderno), contribuì al successo di Love’s Redempion (1921) e Smilin’Through (1922) anche per i suoi raffinatissimi gusti sartoriali (oltre che adorato dal geloso Schenk, perché non particolarmente pericoloso sul set). L’altro partner classico di Norma era l’irlandese che veniva dal Colorado, altrettanto omosessuale e stimato da Schenk, Eugene O’Brien (visto in The Moth e Ghost of Yesterday, una sorta di signora delle camelie del 1918), ma raccontano i pettegoli della settima arte, piuttosto più flessibile sessualmente… Nel cinema muto la sensibilità gay alto-medio borghese (pensiamo anche a Edmund Lowe, Dorothy Arzner, William Desmond Taylor…) era molto apprezzata dai produttori (immigrati di lingua madre yiddish, piuttosto rozzi e geniali) purché fosse off screen, sia per la loro straordinaria creatività quanto a set e moda (pensiamo a George James Hopkins, responsabile del look Theda Bara, o a Howard Greer che nel 1922 creò il primo Wardrobe Departement per Pola Negri) che per la capacità, da fedeli partner di Norma Talmadge, di ricreare (in forme sottilmente e segretamente parodistiche, e in maniera insuperabile) l’intera raggiera dei valori, dei comportamenti e degli ideali middle-class. I mass-media anni dieci e primi anni venti erano più liberi e meno aggressivi di quelli che l’avrebbero certo fatta pagare a Rock Hudson e Tyrone Power…. Quella cultura e quella esperienza che a loro mancava. Clifton Webb, superato il decennio omofobo, riemergerà negli anni 40 come ultimo rappresentante dell’antica “covata benefica”, relativamente tollerata e privilegiate, prima del Codice Hays. Inoltre. La musica dal vivo
Lunedì 3 ottobre alle ore 22, durante la proiezione del melodramma della gelosia La dixième symphonie di Abel Gance del 1918, uno straclassico francese del cinema muto (presentato nella sezione ”Il canone rivisitato”), applausi a scena aperta dell’intera platea e galleria in piedi dopo la trascinante esecuzione al piano della “decima sinfonia” (evocata nel titolo del film) che John Sweeney ha appositamente creato, “alla maniera di Beethoven”, visto che la partitura originale è andata perduta. Il new zeland Sweeney, un “pianista del muto” per antonomasia, è un Papa della musica applicata al cinema “primitivo”, avendo lavorato con tutti i festival specializzati (Cinema Ritrovato compreso). In questa performance demoniaca, un dinamico pianismo liberatorio jazz-espressionista eccita fino alla rottura il design ossessionato dalla ricomposizione dell’opera romantica, rendendo dissonante, ma esteticamente avvincente, la sublimazione finale del tormento e del dolore esistenziale di Enric Damor (l’attore Severin Mars). Cioè del compositore stesso della “Decima”, sconvolto dal tradimento (in realtà del tutto inesistente) della moglie Eva (Emmy Lynn), ma grato a lei per averlo trascinato, con il suo oscuro passato, anche di assassina, riemerso, nel baratro tragico più creativo. E’ come se nella perversa parodia del sublime di Sweeney - a prendere il controllo musicale della partitura sia proprio il losco viveur Fred Ryce (Jean Toulot), il rivale di Damor, ma in fondo il suo doppio come si vedrà nel sorprendente finale, cioè il simbolo stesso della prepotenza maschile europea tra le due guerre, dittatoriale, a partire dal controllo delle donne. Il destino di Eva – ci dice Gance invitandoci solo a compiangerla - ricattata per tutta la vita, è la sottomissione totale, matrimoniale (e non c’è divorzio che tenga) e giudiziaria (in realtà ha ucciso per legittima difesa, ma nessun tribunale le darà mai ragione). Per fortuna arriva la musica di Sweeney a vendicarla, a trasformarla in antesignana della sovversiva femme fatale.
Sosin così affianca e supera Gance, ancora prono all’inossidabile (e piuttosto noioso narrativamente) baricentro simbolico maschile, riaggregatosi opportunisticamente dopo la strage (10 milioni di giovani soldati morti) della Grande Guerra. Che avrà conseguenze disastrose, nei rapporti tra i sessi, in quasi tutte le società europee (la neutrale Svezia esclusa, come vedremo). La qualità, anche musicale, delle proiezioni è dunque ciò che ha reso ancora più obbligatorio il viaggio annuale a Pordenone (decano dei tanti festival dei “silent movies” che ne hanno poi riapplicato la formula ovunque). Billy Wilder diceva che una platea è sempre geniale anche se il singolo spettatore può essere stupido. Pordenone lavora molto ben soprattutto sul singolo spettatore, per esempio fornendogli un catalogo che è il più ricco e completo e “militante” (in un’epoca di cataloghi, vedi Venezia e Cannes, solo autopromozionali, qui si fa provocazione e polemica).
Ruritania. La Svezia in crisi fu più fertile Nell’altra sezione forte del programma, dedicata ai film del genere Ruritania, e di grande attualità vista la commozione mondiale per le esequie di Elisabetta II, l’ ultima monarca magicamente rispettabile della storia, si è visto la divertentissima e sovversiva commedia, in coproduzione con la Germania, del 1928, quasi un Lubitsch-touch, Sua maestà il barbiere (Hans Kungl. Hoget Shinglar) scritta dal geniale umorista viennese ebreo Paul Merzbach (anche regista del cinema inglese oltre che scandinavo, visto che era in fuga da Hitler) e girato negli studi presso Stoccolma dal regista svedese Ragnar Hyltén-Cavallius che i grandi storici come il compagno Georges Sadoul e i fascisti Maurice Bordéche-Robert Brasillach ricordano solo perché lavorò a un certo punto con il sommo Vilgot Sjostrom, dilungandosi invece sulla crisi irreversibile del cinema svedese che era stato grande e unico nell’epoca Mauritz Stiller-Greta Garbo, affascinante per i suoi poemi “wilderness più misticismo”, fino ai primi anni 20, ma poi era stato distrutto da Hollywood che aveva avuto l’abilità di prosciugarne tutti i quadri creativi più illustri. E ne aveva mal copiato la ritmica e gli assoli. Invece.
Per un cinema europeo diverso
Oltre alla presenza forte di un’altra diva dimenticata come la svedese Brita Appelgren, quasi una Drew Barrymore ante litteram, per grazia, arguzia e ferocia, e una irrisione alle leggi comportamentali e di glamour vittoriane, qui completamente sfigurate e irrise come in nessun mélo di Norma Talmadge si osava, questo swing-film, questo esempio sovversivo di commedia dei telefoni bianchi – bollato infatti dalla critica pregiata con la peggiore delle sue ingiurie, cioè come “americanata” - è invece un esempio importante, il prototipo, di altra via feconda che avrebbe potuto prendere, e non prese, il cinema europeo nel momento di passaggio dal muto al sonoro. Sono stati infatti i nipotini di Nestroy e della farsa viennesa a concepire nella prima metà dell’ottocento (feudale, dispotico, imperiale) e strutturare poi in dettagli sulfurei quella che sarebbe diventata la ‘slapstick comedy’, che nacque in Francia e fu soprattutto animata dalle selvagge nasty girl e dai comici anarchici, e poi si travestì da commedia avvelenata, deturpata, inquinata, insomma “sofisticata” che ebbe il suo momento di gloria proprio nel decennio dei film più censurati, ovunque nel mondo, della storia. Gli anni trenta. In Usa, in Urss, in Italia, in Germania… Il ramo Lubitsch-Wilder, che conosciamo di più, fruttificò a Hollywood. Ma un altro ramo, da Vienna, passando per Berlino, Parigi, Stoccolma e Londra, poteva essere la salvezza del cinema europeo. Farne la potenza n.1 competitiva sul mercato mondiale. E fu lasciato morire. Fu un grosso equivoco sul concetto di cinema di qualità, d’arte, d’autore. Ai tecnici della battuta e della frase fatta, avrebbe risposto Karl Kraus che l’arte (non permessa dalla legge) è quella “lunga strada tra il guardato e il pensato, il percorso più breve tra un rigagnolo e la Via Lattea”. E forse sotto il cielo europeo non c’è stato nessun corriere veloce come Paul Merzbach: con lui la vita non è stata male arredata. Copiava Lubitsch? Certo, il couplet (cioè quando nel vaudeville a un brano musicale si cambiano le parole per far ridere, o un film trombone diventa divertente grazie a Franco e Ciccio) è grande arte, high art. Altra idea per un Pordenone a venire?
(la foto è di Harrison Ford)

mercoledì 20 novembre 2013

Te la do io la Yakuza. Miike Takashi e il poliziotto Reiji











 Roberto Silvestri

"Non bisognerebbe mai fare film sulla Yakuza. Se ne compiacciono sempre troppo, quei miserabili delinquenti". Parola di Koji Wakamatsu, il cineasta della sinistra nipponica rivoluzionaria, che gironzolò attorno alla malavita di Tokyo in gioventù e ne conosce molto bene la radiante, vanesia, seduzione esiziale. 

Takashi Okamura
Ma le mafie, nelle società capitalistiche, non hanno forse il compito di spiegare anche ai cittadini più distratti e pigri - vivendo come in una sovrimpressione priva di ipocrisia, le stesse eccitazioni e passioni degli imprendotori normali - qual è l'essenza segreta dell'accumulazione, cos'è lo spirito autentico e criminale (annichilire i più deboli, massificare il profitto con ogni mezzo necessario) del liberalismo assoluto, cioé privo di remore morali e sciolto dasi vincoli di uno stato controllore e repressore?


Toma Ikuta
Il problema è che le organizzazioni criminali, Yakuza, Mafia, Triade, N'drangheta, Sacra Corona Unita, Camorra non vanno descritte. Vanno parafrasate, dadaizzate, egemonizzate, proscritte e annichilite (proprio come i loro alias, i loro doppioni perbene). E' la vena giugulare cinematica che bisogna prendere di mira e affrontare per far saltare in aria, con i film, la Full Metal Yakuza... Ci vogliono per questo registi istintivi, spontanei senza artifici, che abbiamo la passione della scoperta di come stanno veramente le cose....Ce ne sono pochi di questi registi, ma ci sono. Uno di questi lo abbiamo ritrovato a Roma, in lento ma inarrestabile miglioramente artistico-scientifico, dopo i primi cento film realizzati. 
 
Takayuki Yamada, il traditore
Il cineasta di culto e maestro del cinema fuorilegge giapponese, il più camaleontico filmaker del mondo, Miike Takashi, 53 anni, origini proletarie, vera passione il calcio e il motociclismo, e qui si vede, che nel 2007 ha firmato Sukiyaki Western Django (molto prima di Tarantino),  così, ha dedicato ai 'prodi romani', che adora da sempre come produttori ed esperti massimi di western alla matriciana, e che lo hanno invitato per la seconda volta di seguito al Riff, sia il surreale pastiche dell’assurdo Blue Planet Brothers sia, in concorso, questa commedia demenziale, Mogura no uta (The Mole Song – Undercover Agent Reiji, ovvero  Poliziotto in incognito Reiji), un divertissment geometrico, tenero e saggio, ma tutto 'urla e budella' - i romani adorano la pajata con quello che c'è dentro - imperniato sì sulle gesta di un giovane poliziotto eccentrico, l'imbiondito e punk di capelli Reiji Kikukawa (l'attore jerrylewisiano Toma Ikuta), dalla voce piuttosto acuta e sovratono, ma che attinge per circa due ore al solito patrimonio iconografico della malavita più scenografica e glamour del mondo. 

Toma Ikuta
Il piedipiatti di quartiere Reiji, il poliziotto arruolato con il punteggio più basso della storia, viene licenziato dopo pochi mesi per comportamento disonorevole e licenzioso. Fidanzato fedele di una ragazzina incredibilmente strana, pronta a tutto pur di seguirne i movimenti, è in realtà costretto dal capo della polizia Sakami a infiltrarsi in una organizzazione criminale per arrestarne il boss del quartiere di Kanto, il potente Shuho Todoroki, abilissimo nel non lasciar prove dei suoi crimini. 

Ebbene Reiji, sorprendendo i bookmakers, riesce a intrufolarsi nella Yakuza, e quasi senza sforzo. La sua dinoccolata unicità, la sua surreale imprevedibilità, lo sfrontato anarchismo e la spontanea gestualità che si fa beffe di qualunque gerarchia, anche mentale, considerata inopportuno per un servile cameriere dell'Ordine e della Legge, insomma tutti questi vizi capitali vengono infatti giudicati dalla nuova comunità, così uguale per mentalità militaresca - ma così diversa per scala dei valori, anche perché così ostile alla proprietà privata (altrui) - come le virtù di un comportamento antisociale perfettamente consonante allo spirito autentico - arcaico, aristocratico, con quella punta di zen ormai dimenticata - della Yakuza. Toma Ikuta rischia di diventare così un vero personaggio eccentrico seriale, alla Jerryssimo.

(Inciso: E siccome il militarismo mentale del nuovo pericoloso presidente del Giappone Abe ci inquieta tutti, questo film e questo anti eroe Reiji sono già una doppia arma di combattimento politico, che ci tranquillizza. Il Giappone migliore reagisce al revanscismo montante al potere. Come Jerry nell'epoca Eisenhower-Johnson. e non dimentichiamo che il terremoto del Kanto, 1023, con 100 mila morti e le aree di Tokyo e Yokohama completamente distrutte, furono il germe dell'espansionismo fascista). 

Lo sceneggiatore Kankuro Kudo ha infatti a disposizione la solita tastiera per delineare con pochi ficcanti tratti lo sviluppo dei personaggi di questa storia, ma la maneggia da virtuoso sovversivo, esperto in fumetti, cartoon e videogames, avendo in mente, per determinarne la validità, la quantità di gioia di vita e non di odio che stipa nelle varie sequenze (è il metodo di un altro fine umorista, John Landis). E così penetriamo nel solito mondo (nella regione del Kantō sono ambientate le vicende di anime, manga e videogiochi come Death Note, Ikki Tōsen, Eyeshield 21, Pokémon) fatto di: violenti riti di iniziazione con sacre, ma disgustose, libagioni; complicate codificazione d'onore; cruenti scontri tra bande e sotto bande rivali (in questo caso tra la moralista Sukiya-kai, slogan no alla droga, e l'immorale Hachinosu-kai) con micidiale abuso di piombo;  lunghe automobili di lusso nere con vetri antiproiettile ; inseguimenti al cardipalma; controllo del gioco d'azzardo, dei night club e della prostituzione; moda e accessoristica varia stravagante, vistosa e costosa (come la dentatura a triangoli, vezzosamente adornati di diamanti di un sotto boss particolarmente ostile a Reiji, e nervosetto)...; spazi oblunghi verticali o orizzontali (vie, corridoi, piazze, ampi saloni, specchi d'acqua portuali) perfetti per improvvise incursioni esterne; tradimenti e opportunismi, amicizie impreviste e improbabili, irruzione improvvisa di cani-corrieri della droga; situazioni al limite della follia e del divertimento bambinesco (alla Yattaman), amori struggenti ma sottili, ironia debordante, sacrifici estremi anche al di là della semplice passione rimossa omosessuale, combattimenti a mani nude, in interni e in esterni, che non fanno della 'trovata' il perno della sequenza ma si preoccupano di dispiegare in bella grafica uno spettro di emozioni ben bilanciato.

Takashi ha il solo compito di levare espressività e emozione dal fuori campo, astenersi dalle emozioni di regia. La scuola Imamura qui si sente. All'artista l'astinenza espressiva, al pubblico il finish fisico, risate paura dolore eccitazione...Missione compiuta.         

Riisa Naka
Siccome Miike Takashi è convinto infatti che estro e talento sono cose che andrebbero dispiegate in campi ben più impegnativi del cinema, come il motociclismo professionistico ("tutti sanno fare film, basta trovare un produttore, ma per il motociclismo ci vuole più forza, più energia, più genio...") sono proprio le scene motociclistiche quelle più riuscite dell'opera. Reiji riesce a conquistarsi, uno dopo l'altro, alcuni nemici del cuore (e uno, ferocissimo, è proprio un centauro fuori di testa) che ne apprezzano la stravagante comicità di fraseggio. Lui è spontaneo senza affettazione. Perfino Shuho Todoroki (il feroce boss che però proibisce il traffico di droga perché, nazionalista assoluto, non vuole nuocere alla gioventù nipponica sterminandola) ne è affascinato. 

Yusuke Kamiji, il motociclista
E Misaya Hiura, il capo della banda Alogi, alleata della Sukiya-kai, diventato suo fratello di sangue e di più ancora, si farà mitragliare gli arti inferiori, a costo di usare protesi per il resto della vita, pur di salvare la vita a Reiji, sollevandolo in aria per non farlo ferire. Sono gli improvvisi capovolgimento di fronte emotivo e agonistico, così come le budella che diventano farfalle di budella, che fanno grande, originale e bizzarro questo yakuza-movie.