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sabato 23 settembre 2017

Elogio di Silvio Soldini. E di Valeria Golino. Il colore nascosto delle cose




La bestia cieca (1969) di Yasuzo Masumura, classico film anti-classico sula cecità


Roberto Silvestri *

Valeria Golino in Il colore nascosto delle cose 
Per vedere più chiaramente, dentro di sé ma soprattutto fuori di sé, al di là della superficie apparente delle cose, dei corpi e dei Tg, si ha bisogno di forte disciplina etica. O di un miracolo, di una apparizione, di voci misteriose, di shock salutari, di sofferenze, di un grande amore, di occhi che “vedono ciò che gli altri non vedono”. Che poi è la definizione dei grandi cineasti, di chi trasforma, come dice Godard, la notte in luce. Un cineasta è infatti una sorta di “non vedente” apparenze e corteccia, ma vedente sostanze, come ha dimostrato Yasuzo Masumura in La bestia cieca (1969), l'horror incentrato sulle capacità sinestetiche di uno scultore cieco impazzito di desiderio, assassino sì, ma certo non oggetto di pietà né di compassione paternalistica.

Valeria Golino 
Vera antitesi ai troppi film che abusano dei personaggi di non vedenti, quando si ha bisogno di esercitare sadismi voyeuristici di ogni genere (anche Mia Farrow, in Terrore cieco di Richard Fleischer, e Sara Serraiocco di Salvo hanno costruito personaggi anticonformisti, pieni di energia e voglia di vivere e di vedere oltre). Fanno sport, o viaggiano, o sono professionisti e autonomi, oppure di furbizia tale da mettere in scacco perfino il loro aguzzino mafioso. 

Adriano Giannini e Valentina Carnelutti 

Un altro ruolo eccentrico è quello di Emma (Valeria Golino), osteopata e giocatrice di softball, cosmopolita e di leggiadra personalità, non vedente dall'età di 17 anni, che sarà capace di rimodellare non solo il corpo ma anche il cervello di una diciottenne “no future” furiosa con tutti perché non ci vede ma sente che il mondo attorno è orribile, e poi – ma solo in seconda battuta perché in questo film i robottini puliscono casa e le donne non smaniano solo per gli uomini – di Teo (Adriano Giannini), acrobata del sesso, tre amanti per volta come programma minimo, che si caracolla con la sua sciarpa fantasia, un creativo di successo nel campo della pubblicità ma sbalestrato esistenzialmente da problemi di famiglia mai risolti.


Fuori concorso Il colore nascosto delle cose, undicesimo film di Silvio Soldini, che, come Jim Carrey dentro Hollywood, sta mettendo in difficoltà da molti anni, senza però riuscire mai a farla esplodere completamente, la macchina romana del cinema commerciale, ostinatamente ossessionata dalla forma commedia inesportabile. E, 24 anni fa, con Un'anima divisa in due Soldini portò Fabrizio Bentivoglio al massimo premio della Mostra insistendo sulle tonalità drammatiche, serie, solo striate da umorismo adulto e sentimenti ben scavati. Soldini, svizzero italiano, è infatti una sorta di Borromini della cinepresa perché, pur conoscendo tutti i trucchi che rendono una immagine visiva e sonora seducente, o almeno di effetto sicuro, la decostruisce, elemento per elemento, non per spiazzare il consumatore narcotizzato dalla ritmica fiabesca consueta, ma per creare effetti speciali ancor più spettacolari e barocchi. Non ornamentali, anche se una serie di grandi attori adornano il film di sberluccicanti diademi (Cederna, Carnelutti, De Francesco...). Ma strutturali. Se l'immagine movimento è il fluido narrare hollywoodiano e l'immagine-affezione quel tocco francese specializzato in gastronomia sensuale, Soldini è il genio dell'immagine-pulsione.



Quella linea naturalistica sul solco di Bunuel, Visconti e Losey, che ritocca, con immensa leggerezza (scambiata per modestia espressiva), la violenza originaria. E la voce di Valeria Golina è violenza originaria, non “giocattolo acustico sexy”. Quando Teo lo scoprirà si butterà nel mondo nero colorato di Emma.




* già pubblicato da Alfabeta.2

venerdì 27 novembre 2015

Il "bongo" di Francesco Carnelutti, l'attore di una generazione di ribelli da non dimenticare



roberto silvestri

Non temere è il titolo del suo ultimo film. Di Marco Calvise, ancora in post produzione. Ben gli si addice. Era un combattente, coraggioso. E, non mancava di confessare, “ho un caratteraccio”. 
L’attore e regista Francesco Carnelutti ci ha lasciato dopo una malattia non semplice, a 79 anni. E ha lasciato la sua inseparabile bicicletta, con la quale andava a far provini romani perfino a Monte Mario; i libri di Thomas Bernhard e un vuoto nel teatro e nel cinema italiano, al di là di ogni reference system (che funziona sempre alla rovescia, rispetto ai valori).
Dal suo eremo nell’isola d’Elba che aveva costruito negli ultimi anni, pietra su pietra, dopo una seria conversione cattolica, per entrare con ancor più forza nel mondo attraverso sensori spirituali diversamente appuntiti, in una sorta di dossettiano “esilio dell’Annunziata”, continuava a insegnarci a lottare per migliorare lo stato di cose vigente, con ogni mezzo, perfino la preghiera, se necessario, e che quel che importa è la conoscenza di sé. E a non giudicare mai ma, assai meglio, ad esplorare. La libertà non è uno slogan insensato, è combattimento contro forze possenti.
Un’altra via - meno individualistica di quella religiosa - al controllo dei nostri lati dark, è stata quella del gruppo artistico “informale” di cui faceva parte. Dei cineasti, degli scrittori, dei musicisti e degli attori laici e libertari della sua generazione. Dei trentenni e quarantenni del 68. Almeno li immaginiamo come una moltitudine involontariamente affiatata. I cantautori della guerra fredda, anzi sarcastica, come Maria Monti, Margot, Fausto Amodei, i Gufi, Michele Straniero, il Cantacronache di Italo Calvino, Fiorenzo Carpi, Bosio, Enzo Jannacci quasi tutti del nord, come lui. E prima di Luigi Tenco e Paolo Pietrangeli.
Alle loro spalle di performer virtuosi l’aggressività poetica incorporata da Marlon Brando (che non a caso ha doppiato un paio di volte) e James Dean e distillata, radiante e più potente, grazie a una tecnica cristallina più istintiva. Incidere a lettere di fuoco la propria alterità. E quel tocco surreale, naturale, da commedia dell’arte. E quella smarrita malinconia brechtiana… Mettersi di spalle, girarsi e non parlare dritto di fronte agli occhi era tecnica da Actors Studio che ereditarono anche i musicisti black della free jazz generation. Ma in Italia questa “maleducazione cool” diventava il segnale di una preoccupazione ereditata dalla guerra fredda. Le spie. Il controllo. L’emarginazione sociale cui venivano sottoposti i militanti e i simpatizzanti del partito d'opposizione eterna. La trascuratezza nella tenuta della propria persona diventava gesto antagonista, il simbolo di una igiene fisica e mentale superiore. Proprio come ci indicavano Kerouac e Ginsberg. Guardare a oriente, piuttosto che al medio oriente. Estremisti, non moderati. Tra i comunisti italiani e i ribelli di oltreoceano (e gli esistenzialisti francesi) c’era dunque contatto profondo.  Il cosmopolitismo così raro nei nostri attori spesso incapaci di suonare la musica di altri, le armonie altrui. Anzi perfino di interessarsene.

Indimenticabile, tra le sue performance da protagonista, ed emblematico in questo senso il suo Mehdi Ben Barka, il leader socialista che vinceva troppe elezioni democratiche a Rabat e che dunque, braccato a Parigi dai mostri torturatori della monarchia marocchina, con la complicità del governo francese, nordamericano e del Mossad, doveva essere brutalizzato e assassinato per ricostruire l’ordine mondiale. Successe il 29 ottobre del 1965. Il ministro degli interni di Rabat, Outfkir se ne vantò a lungo, occupandosi personalmente della chirurgica esecuzione. E tutti ad applaudirlo. Quella via moderata alla repressione di ogni istanza di libertà in Maghreb e Mashreq ci ha portato così direttamente e allegramente tra le braccia tatuate dell’Isis. Che si tratti di una trappola ben congegnata è ormai palese…
La regia di quello strano sceneggiato tv-film-documentario del 1978 (da Rai servizio pubblico, sebbene carente) Ho visto uccidere Ben Barka era di un cineasta importante e troppo oscurato, Tomaso Sherman. Lo potete trovare su You tube. E’ una lezione di storia indimenticabile. Tra gli attori c’erano anche Jacques Sernas, l’ex Paride, e Bruno Cirino, nel ruolo di un losco e nevrotico villain, che faceva parte della "brigata Garibaldi" del nostro cinema.  

Volti da poeta e fisici da facchino o, come quello di Pasolini, da giocatore di calcio. Gian Maria Volonté e suo fratello, Laura Betti, Bruno Cirino, Riccardo Cucciolla, Cosimo Cinieri, Duilio Del Prete, Franco Citti, Dario Fo, le molto più giovani Ludovica Modugno e la situazionista Olympia Carlisi, l’onorevole a venire Carla Gravina…
Francesco Carnelutti che ci ha lasciato ieri mattina, sereno negli ultimi giorni di agonia, faceva parte di questo “gruppo”. Anche se non lo erano, o erano cittadini rivoluzionari anche peggiori, sono stati “i comunisti” scarnificati della nostra scena artistica. Facevano paura alla settimana Incom e alla tv di Bernabei più di Vittorio Gassman e Renato Rascel. Mica era facile scritturarli. Erano i sanculotti della nostra recitazione. Bisognava importarli dall’estero gli anti eroi digeribili, perché esotici, Tomas Milian, Lou Castel, Tina Aumont, Pierre Clementi, Jean Pierre Leaud, Eli Wallach, Clint Eastwood, Lee Van Clift… per non creare troppa indignazione.

Davanti ai “comunisti” nostrani e virtuosi e dentro i loro personaggi il paesaggio sconsolante di un paese da riplasmare. E i ricordi traumatici della guerra e della fame, dell’odio incivile del conflitto fratricida, che l’immemore generazione appena successiva, quella di Victor Cavallo, Rudiger Vogler, Klaus Kinski, Fabio e Mario Garriba, Daniela Gara… avrebbe frainteso o mal interpretato, smorzando l’efficacia e la forza devastante del 68 al crepuscolo.
Di fronte a Carnelutti, che forse era il più apollineo e spirituale del gruppo, certo quello dagli occhi più profondi e insondabili, e di fronte a Volonté & Co., invece, il controcampo dell’Italia, devastata e desolata già negli anni del boom economico, per pochi.  Non avremmo traccia della scultura interiore degli anni di Fanfani e Andreotti, al di fuori di come li si distorce oggi, senza il passaggio di quella generazione indisciplinata di attori e attrici trgici, e se comici grotteschi al vetriolo, che seppero regalarci un “cuore sapiente”, una griglia di sentimenti fuori mercato e la capacità mimetica di incorporare e esorcizzare i mostri dc doc di ultima generazione (e quelli ancora più infami che spargevano bombe vigliaccamente protetti dagli organi di stato fino ad oggi). Altro che Adriano Sofri. C’è ancora un pezzetto di Italia, grazie a questi paladini della libertà, che si chiede "chi ha ucciso Pinelli lo sappiamo. Perché non si ricorda mai?" Mentre la stragrande maggioranza del paese oggi è felice di infuriarsi solo per un titolo disdicevole e ingenuo di Lotta Continua.

Addestrati nelle migliori università ma anche nelle  “scuole di strada” dei quartieri periferici, quando non era necessario che arrivasse in sezione Barca il moralizzatore, che li forgiarono anticonformisti, ribelli e mai accademici. Non avranno posseduto il prestigio fisico e la potenza demoniaca, a parte Laura Betti, di Marlon Brando. E neanche l’istino suicida e il fascino dell’abisso di James Dean, anche se il sentimento della morte li aggrediva e loro lo combattevano con una spiritualità laica, che ci sembrò più coraggiosa ed efficiente di quella religiosa. Ma anche i loro genitori per lo più borghesi li volevano professionisti o alti ufficiali e residenti nei quartieri alti. E non bohhemienne della Trastevere di allora.  O “suonatori di bongo”.  Il “bongo” di Francesco Carnelutti (suonare il bongo era la vera passione segreta e colpevole di Jimmy e Marlon, altro che recitare) è  stato la barca a vela e a remi dei veneziani, andar per la laguna senza l’aborrito motore. A 8 anni quello fu il regalo più bello ricevuto nella sua vita.
Regista, attore di teatro soprattutto ma anche attore del cinema e della televisione e della radio Francesco Carnelutti, se esaminiamo attentamente la sua filmografia incisiva, una settantina di film, dal 1969, è stato diretto spesso dai registi più coinvolti nello spirito ribollente di ciascun decennio, più coraggiosi a opporsi alle forze del male, di qua e di là della cortina di ferro. Miklos Jancso, per esempio (La pacifista, 1970). Theo Angelopoulos (Megalexandros, 1980, è l’anarchico italiano). Armenia Balducci, che sarà compagna di Volontà (Stark System, 1980). Peter del Monte (Irene, Irene, 1975). Fabio Carpi (Barbablu Barbablu e L’amore necessario, 1987 e 1991), Carlo di Carlo che con Antonioni sperimentava un altro tipo di immagine trascendentale, di tempo mentale, di  sguardo pensoso. Il critico di tendenza Ciriaco Tiso (Carillon, 1990) e il professore di semiologia e talent scout Gianfranco Bettetini (L’ultima mazurka, 1988). Maurizio Nichetti, sperimentatore ai confini tra virtuale e reale, animazione e animismo (Domani si balla, 1982)  E altri stranieri dalla grafica inquieta, come Peter Greenaway, nel suo film più affascinante e misterioso (Il ventre dell’architetto, 1987). E i giovani talenti emergenti e eretici nel fraseggio, come Massimo Guglielmi (L’estate di Bobby Charlton, 1995), dove fa “il professore”, i personaggi di intellettuale erano ovviamente i suoi cavalli di battaglia, omaggio al professore più vilipeso di tutti in quella generazione di partigiani criminalizzati, Aldo Braibanti; e ancora Giovanni Maria Maderna (L’amore imperfetto, 2001), Marco Simon Puccioni (Riparo, 2007), Angelo Orlando (Sfiorarsi, 2008) con la figlia attrice, Valentina con lui implicata da anni anche in un double-home movies ancora non montato. Sempre fuori come si vede dal cinema ufficiale nostrano, più facile ritrovarlo tra gli hollywoodiani più inquieti come Ron Howard che lo trasforma in un prelato vaticano nel sulfureo Codice da Vinci (2006). Atmosfere demoniache che gli si addicono, da fedele d’amore sempre combattente contro le forze del male, anche nella Setta dei dannati di Brian Helgeland (2003) e in Il nascondiglio di Pupi Avati (2007). 

Non c’è voce dai semitoni più intraducibili del gallese Anthony Hopkins, che sembra sempre Dylan Thomas quando parla. Ebbene, non poteva che essere Francesco Carnelutti la sua voce italiana.  Ha avuto spesso il coraggio morale di “rifutare il denaro che gli offrono”. Meglio il teatro. Fa anche il regista, Mal de viver, da Pessoa (dove debutta la figlia Valentina) e Maladie de la mort di Marguerite Duras.  Preferendo copioni fuori schema, come l’ultimo che è stato montato, Neuf Cordes di Ugo Arsac, artista francese di 23 anni che è in concorso al Festival di Torino.
Nato a Venezia i genitori lo volevano magistrato. Ovviamente. Era nipote del giurista esimio e omonimo. Ma di notte scappava al Piccolo di Milano, come Marlon Brando che si fece cacciare dall’accademia militare. Diventa assistente di Strehler e amico del (velista) milanese Gianmaria Volonté con cui lavorerà anche alla controinformazione sessantottina. E’ attivo molto in Rai, quando si poteva ancora fare (Autoritratto di Ugo Mulas), e anche quando è più difficile trovare parti interessanti (Ilaria Alpi, Don Matteo…). Non poteva mancare alla chiamata di Giuseppe Ferrara per il Caso Moro, con l’amico Volonté. Siamo nel 1986. Sarà l’ultimo segretario del Pci degno di nota.




Lo ricorda Corrado Franco (regista): 
Francesco Carnelutti tanti anni fa aveva splendidamente doppiato Rüdiger Vogler nel mio "Corsa in discesa". Gli somigliava anche fisicamente. Avevo subito legato con lui. Mi diceva: "Vedi, Corrado, io non sopporto più nessuno.." E io (molto più giovane di lui): "Ma no, Francesco, ma cosa dici, ma perchè, ma no, dai.." Bene, Francesco aveva ragione! Anch'io ora la penso come lui e non sopporto (quasi) più nessuno! (neanche me stesso..). Francesco era proprio una grande persona, umana, sensibile, buona, inquieta, intelligente. Mi piaceva il suo tagliente e sferzante sarcasmo. Un grandissimo attore. Sono contento di averlo conosciuto. Che la terra gli sia lieve.

giovedì 28 novembre 2013

Recuiem, il cortometraggio di Valentina Carnelutti in gara al 31Tff

Roberto Silvestri

Irene Buonomo e Flavio Palazzoli in Recuiem
Il bambino appena nato non deve gradire affatto il trauma dell'ingresso nella vita, quella espulsione dal grembo rosso shocking. L'elaborazione del vivere è un osso davvero duro, altro che quella del lutto. Rientrare nella morte potrebbe essere la sua parola d'ordine segreta, rispetto a una vita da subito insopportabilmente piena di ostacoli, freudiani e non solo, e orrori. 

La complicità da dentro con la madre è ben altra cosa della complicità da fuori.  Solo nel sonno, meglio ancora nel sogno, si può attenuare l'obbligo del suicidio (incubi a parte). Il sonno è l'immagine della vita, scrivera Blaise Pascal, non della morte. Il sonno fa crescere. Il sonno eterno è la vita eterna, chioserebbe un credente. Il sonno è un sì alla vita fin dentro la morte, risponderebbe l'ateo, l'apateo e Bataille.

Chiose a parte, Koji Wakamatsu su questo tema ha costruito la sua intera filmografia autobiografica, mascherata da "eros più massacro", basta pensare a Angeli violati, per ricordare il film che più è vicino, nel nocciolo duro - ma ne è molto distante perché lì di serial killer efferato si tratta - a Recuiem, il bel cortometraggio di venti minuti dai colori caldi e dalla bella luce radiante (di Massimo Schiavon) presentato il 27 novembre scorso in anteprima al 31Tff, sezione Italiana.corti. 

In questo caso però il gioco è rovesciato: è la giovane mamma romana trentacinquenne, Emma (Teresa Saponangelo), che, improvvisamente, senza motivo, quasi per autoannientamento tantrico o per risucchio onirico, o per rara malattia davvero veloce nel decorso, viene spedita all'altro mondo, lasciando i due bambini piccoli, Leo sei anni, già scrive, non ancora benissimo (Flavio Palazzoli), e la sorellina Annetta (Irene Buonomo), soli e perplessi per tutto il giorno e per i giorni a venire. E il papà? Il papà non c'è. ma è vero? Succede davvero? Bè, il cinema è finzione, gioco, no?

Valentina Carnelutti, la regista
Ci dice la regista e scrittrice del copione (oltre dieci anni fa)  - non credente -  che questa situazione l'ha immaginata come mamma più o meno single di due bimbe, oggi adulte - che succederebbe se io all'improvviso sparissi? - e che certamente da piccole l'avranno tartassata di domande sul senso della morte e sulle morti simulate che si vedono al cinema e in televisione e a teatro con Shakespeare. Cos'è? Che si fa? Dove si va? E lascia così ai posteri la sua corta, ma affascinante risposta. I figli non sono della madre e del papà, dei nonni e degli zii. Degli amanti e della tribù. Sono della società. Non proprietà privata. Collettiva. Comune.

Mamma Emma era tornata dalla spesa, attraversando una piazzetta al tramonto, coi sacchetti della spazzatura e l'immancabile cane vagante (che è il marchio doc del nostro cinema assieme al prete, qui metaforizzato dal requiem), aveva organizzato la situazione, cibo e giochi, apparecchio per i denti per Leo, poi era andata a riposarsi. Ma. Non si sveglia più, nonostante le grida il solletico e le carezze più osé dei bimbi. Che, la mattina dopo, si mettono a loro volta, l'imitazione è tutto, a fare le cose di casa, pulire, fare il bagnetto, mangiare, giocare... aspettando che Emma risorga. In serata arriva la nonna (Lydia Biondi), poi Gabriele (Francesco Tricarico), l'uomo di Emma. Qualcosa vagamente si inizia a intuire. E si va verso sera... è quasi buio. I bimbi sono stati spiazzati e puniti per la loro pulsione, segretissima, inconscia, di morte... Cresceranno.

Valentina Carnelutti, attrice e regista
Io non credo che questo film sarebbe stato approvato dalla commissione di censura iraniana, pur così attenta all'età evolutiva e al suo cinema. Va bene che si preparano micidiali ordigni-film di guerra spirituale contro le donne 'emancipate', che invece di proteggere i loro figli 24 ore su 24, se ne escono di casa per farsi belle e fare shopping e caracollarsi in auto con il cellulare (mica siamo wahabite), mentre i bambini gironzolano pericolosamente attorno ai fornelli e potrebbero cadere dal balcone in un fiat o affogarsi nella vasca giocando o riempirsi di pillolacce nel bagno. Senza neanche porsi il problema che potrebbe essere il papà, o un uomo comunque, magari con il burka, a far da mangiare, il bucato e le pulizie di casa. Però addirittura ucciderla per decisione divina, sarebbe troppo anche per i komeinisti. Inoltre, in questo caso, la mamma Saponangelo è un angelo semiperfetto dagli occhi carezzevoli  (ma: si possono lasciare in casa da soli i bambini piccoli, anche solo per il tempo di andare a fare la spesa, non è meglio portarseli dietro?)

Teresa Saponangelo, mamma Emma
Recuiem è un titolo di un'operetta morale scherzosa e sgrammaticata, autoironica e certamente autobiografico che ha il coraggio non solo di aprire questioni ma di risolverle. Dare risposte è una inversione di tendenza rispetto a tanti film dai calzoni corti e lunghi che si compiacciono di aprire questioni e rifuggono dalla responsabilità di dare risposte, o almeno dal lanciare qualche occhiataccia etica di fuoco  (sul 99% delle questioni non rispondere è collaborazionismo e opportunismo).  A tanto cinema contemporaneo che la donna la mette ormai fuori quadro (da Locke in poi è tutto un tenerla al telefono, fuori mano fuori portata fino al premio romani per la sola voce della Johansson) questo film risponde con l'autoimmolazione. E vediamo che faranno adesso questi esserini senza donna.

Valentina Carnelutti e Gabriele Tricarico
Lo ha diretto traformandolo in un gioco collettivo ai confini del brivido una delle nostre più potenti e seducenti attrici, Valentina Carnelutti all'esordio nella regia di pura finzione dopo il documentario africano
Buone notizie e il videoclip Le conseguenze dell'ingenuità di Francesco Tricarico che qui riempie lo spazio di sonorità benigne e affettuose.