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martedì 13 febbraio 2024

DOCUMENTI. TONINO DE BERNARDI SU "BEATRICE SOLINAS DONGHI SCRITTRICE" E SU ANNA KARINA

Ho ritrovato questo testo di Tonino De Bernardi per la presentazione del suo mediometraggio di 30' realizzato nel 1986 per la Rai 3 della Liguria, coproduttore Arnaldo Bagnasco dal titolo "Beatrice Solinas Donghi scrittrice". Testo di Tonino De Bernardi e Massimo Bagigalupo. Regia di Tonino De Bernardi. Un mediometraggio che non compare nella filmografia Wikipedia, probabilmente perché di formato atipico (?). Recentemente il cineasta piemontese ha donato tutto il suo archivio al Museo del cinema di Torino. Nel 2022 il Centre Pompidou ha dedicato all' "Homme-cinema" una retrospettiva alla presenza di Isabelle Huppert. Segue un articolo scritto 4 anni fa da De Bernardi sul 'manifesto' in ricordo di Anna Karina.
di Tonino De Bernardi (1)
Sono assolutamente convinto vi siano per me delle ragioni molto profonde per cui nella mia vita sto inseguendo questo sogno di catturare la scrittura mediante il cinema, e comunque di conciliare (o di opporre) i due mondi della parola e dell'immagine, del leggere e del guardare, dello scrivere e del trovare le visioni dell'occhio. Così anche credo che per me ce ne siano di altrettanto profonde per cui da anni io uomo vado avanti ad indagare il volto e la voce della donna come protagonisti della mia ricerca, e non solo in vista del cinema.
Donne e scrittura: prima, due anni fa, ho lavorato su una progenitrice tra fine 700 e inizio 800 la poetessa Diodata Saluzzo ed ora su una scrittrice del presente Beatrice Solinas Donghi.
L'incontro tra con Solinas Donghi è avvenuto attraverso il comune interesse e amore per le sorelle Bronte. Di lì mi è piaciuto risalire tramite i romanzi e i racconti alla persona che li ha scritti, e scoprirne la quotidianità e il vivere giorno per giorno.
Il senso del passato. Ho compiuto attraverso Solinas Donghi un viaggio all'indietro nel tempo, ho risalito le età, ho raggiunto altre vite un'altra faccia, un'altra voce un altro corpo. E senitre nella eistenza di lei come unica esclusiva vocazione la dedizione allo scrivere, sin dall'infanzia. Anche questa volta il mio lavoro è proceduto da un primo fondamentale atto di amoree e di identificazione. Continuerò per questa strada lungo altre scritture altre voci altri volti di donna.
(1) De Bernardi e Bacigalupo (nella terz'ultima foto) provengono dal cinema underground e sperimentale.Bacigalupo è docente di Letteratura americana e Letteratura inglese. De Bernardi è insegnante di Lettere nelle scuole medie (oggi in pensione) Entrambi sino ad ora film-makers part-time (ovvero filmmakersd dell'io diviso)
ANNA KARINA di Tonino De Bernardi
Cara Anna Karina, ti scrivo perchè te lo devo da tanto, come devo a Godard. Voglio dare la mia testimonianza di candida colomba a cavallo dei due millenni, visto che faccio anch’io il cinema e il cinema è «l’espressione dei bei sentimenti» (Godard ’52). Dire di te è dire di noi nella storia (o contro-fuori-storia) che si sta tessendo col nostro vissuto d’individui. Vagando nella propria vita si arriva agli altri sempre troppo tardi, sfasati. Vorrei rovesciare e non rovescio nulla, anzi compongo: mio ultimo film è addirittura RESURREZIONE da Tolstoj. Stasera ho perso MEDEA di Lars von Trier ’88 che non avevo voluto vedere allora. Ora ci tenevo per Medea che chi mi conosce sa quanto le sia legato. È andata bene, così ho iniziato a scriver questa lettera e non sono corso fuori nella notte fredda in bici. A Radio 3 c’è «Cavalleria Rusticana» che non amo, amo invece la musica indiana e il Mahabharata; tra i miei film c’è IL SOGNO DELL’INDIA ma, sfasamento, 40 ANNI DOPO, cioè io in ritardo come sempre, anche per l’India. Tu nei tuoi inizi tra Godard e Rivette, tu sullo schermo un certo sogno anni 60: io (con Pia e Emma, Giorgio, Loris a Chivasso) in platea a guardarti e vivere quello che ci facevate vivere voi francesi. Allora in Italia Pasolini esplodeva con ACCATTONE, suo primo film. Tu divenuta subito un’icona, tu nella costellazione delle donne del Godard di allora tra Jean Seberg , la Black Panter e Anne Wiazemsky LA CINESE (anche lei indimenticabile, ma già in Bresson e poi per Pasolini TEOREMA). Tu comunque nel 69 passi a JUSTINE di Cukor dal Quartetto d’Alessandria che allora leggevamo appassionati. Di Cukor ho amato tanto nella Chivasso del dopoguerra DONNE, ma allora non badavo al regista, solo le attrici! Il primo regista di cui sentii parlare dai media fu Rossellini, per via di Ingrid. Ma Godard è prima di tutto Jean Seberg, l’americana dell’Herald Tribune agli Champs Elysés. A ottobre ho rivissuto la sua dolorosa parabola rivedendola anche nel Garrel muto sublime di LES HAUTES SOLITUDES, pochi anni prima del suicidio. Volevo scrivere al figlio Alexandre Gary, a cui lei lasciò l’ultimo messaggio, aveva solo 16 anni. Volevo dirgli tutta la mia stima per sua madre Jean, lui ora si occupa dei libri del padre scrittore Romain, suicidatosi l’anno dopo. DOPPIO SUICIDIO, come il film di Pia di Chivasso Epremian De Silvestris, grande donna che ti amò tanto, cara Anna e che avresti dovuto incontrare, fece il cinema come me a Torino, il nostro underground, te ne parlò Armando Ceste con suo film fine ’90. Tu sarai per sempre la giovane bella di VIVRE SA VIE che nel buio della sala guarda da sola La passion de Jeanne D’Arc di Dreyer e piange, il primo piano si alterna a quello di Falconetti al rogo. Con te le città ideali di allora, Parigi, Londra e New York dei beatnik. Qui devo anche dire del sogno dell’India di allora, i Beattles e Ginsberg del Diario Indiano. Una sola volta t’ho incontrata, negli uffici del festival di Rotterdam, fine altro millennio o inizio nuovo. S’apre una porta e chi compare? «Anna Karina!» io esclamo forte con l’innocenza e lo stupore del bambino. Tu sorridi con gran semplicità e complicità. Qui apro una parentesi, io apro parentesi anche parlando (vivo tra parentesi?). A Rotterdam Fiorella m’ha detto che hai girato in casa di un’amica di Mareke per L’ISOLA DEL TESORO, Ruiz 1985, che ho perso. Leggo che anche Lou Castel è nel film. Io a Lou sarei arrivato a Dunkerque dieci anni dopo, per la trilogia di Sirene e Sireni, i SORRISI ASMATICI. Lou vi impersona l’Olandese Volante ed è in pratica uno dei protagonisti del n.1, FIORI DEL DESTINO. Tu e Lou giraste con gli stessi registi a un certo punto, pure con Fassbinder. Ruiz il gran cileno errante io l’ho incontrato ai festival di Enrico e company, non ricordo più bene quale. I miei attori Elena Bucci e Marco Sgrosso sono nel suo VIAGGIO CLANDESTINO-VITE DI SANTI E DI PECCATORI in Sicilia ’94, anche questo perso. E tu, cara Anna? perché non ti ho parlato subito allora a Rotterdam? Certo io non potrei scrivere come Carmelo «Sono apparso alla Madonna». Perchè non mi sono inginocchiato davanti a te come apparizione? Allora potevo farti delle domande e avere risposta. Io sfasato arrivo sempre dopo. «Il paradiso può attendere», ci ha illuso Lubitsch. Devo anche averti ritrovata ad altro festival, ma non ricordo, non so più distinguere quello che è sogno o realtà. Mi succede così anche col filmare, non so più quello che ho solo visto e quello che ho filmato. Sono gli intrecci di cinema e vita e gli intrecci delle vite altrui nelle nostre teste. Cosa siete ora voi intrecciate in nostre teste e ricordi, Jean Seberg, Anne Wiazemsky, tu Anna? Quante volte ho rivisto la scena di papà Alberto che fa ballare in braccio la nostra nipotina Teresa felice in mio LEI 2003? Alla parete l’affiche di QUESTA È LA MIA VITA. Ma il 2019? Tu Anna Karina la star così diversa dalle 9 donne di tutte le età del video della nostra amica Marie Vermillard LES INSOUMMISES, che ho visto da poco. Io allora, nel ’67, ho cominciato il cinema con Jonas Mekas e company. – Che fare? – si chiedeva Godard nel ’66 – Che fare allora visto che non so fare film semplici e logici come Roberto, umili e cinici come Bresson? – Mi chiedevo anch’io, iniziavo mio cinema. Non potevo rispondere come Jean Luc a Parigi. Insegnavo Lettere alla Media di Casalborgone, dovevo scrollarmelo di dosso quel cinema lì troppo «alto» di Rossellini e Bresson. Perciò seguii l’underground americano che era a mia misura. Tu Anna, Nanà di VIVRE SA VIE, sei così diversa dalle Nigeriane ai bordi delle strade Chivasso- Casalborgone, così come lo sono Joana Preiss e Claudia Marelli di CASA DOLCE CASA 2012. Giorni fa ho visto una donna africana allattare sul pavimento alla casa internazionale della donna Trieste. Che donna è questa nella sua realtà? Indagherò e continuerò il film iniziato? Ho scritto tempo fa sceneggiatura sterminata La putaine créatrice che è rimasta come le altre ormai tante. In LE PETIT SOLDAT, 1960, tu cara Anna sei Véronika, cognome Dreyer come Theodor. Il cinema è cinema, è la frase di Jean Luc che io non potrei mai dire, mi sembra. Come ero io allora quando ho visto te in VIVRE SA VIE? Cerco di ricordare amici e amiche, che ti amavano tanto. PIERROT LE FOU, ne parlavamo con Angela e Mario che non ci sono più. «Bisogna prestarsi agli altri e darsi a se stessi» Montaigne, inizio di VIVRE SA VIE in 12 tableaux. Anch’io la numerazione in MEDÉE MIRACLE e altri film miei, lo devo a Godard. FILM SOCIALISME un faro per me, sempre più. Ma c’è anche J-P Gorin (gruppo Dziga Vertov, Anne Wiazemsky e CREPA PADRONE Fonda e Montand): passato negli USA, ritrovato grazie ai Rencontres Cinématographiques di Jacques Déniel a Dunkerque (libro ’95 su me, prima su Nanni Moretti e altri). Lì con Région Pas de Calais iniziano Sirene e Sireni di FLEURS DU DESTIN, Lou, Lucas Belvaux, Ines De Medeiros ritrovata, Giulietta Debernardi e Manuela Giacomini e altri, ma già prima Francoise Lebrun e la mamma di Melvil Poupaud. Prima ancora con DONNE super8, ’80-’82, e MODI D’ESSERE video ’89 a Salso continuo l’Utopia d’un certo cinema. La cosa più sensazionale è che mio VIAGGIO A SODOMA ’88 è stato premiato a pari merito con Godard inizio novembre 1988 al World Wide Video Festival di Den Haag! Capisci?? Ma quegli stessi giorni muore in auto vicino a Casalborgone Maria Grazia Sacchi, compagna al liceo Cavour e ritrovata sposata con bimbi. L’ultima volta che la vidi fu a casa nostra a Casalborgone: lei e Pia avevano affittato insieme una casa in collina. Ma, cara Anna, tu ti sei autodiretta in VIVRE ENSEMBLE ’73 e poi ancora un road movie in Canada, VICTORIA 2008, noi Italiani non li abbiam visti. Sei al Père Lachaise tra i grandi. Balzac è stato lì, poi l’han passato al Panthéon. Brecht (la tomba a Berlino così lontana dalla grandeur), 18/1/49 – Ho sempre presente la vittoria dei comunisti cinesi che cambia completamente la faccia della terra – 20/1/49 – Traduco i Pensieri nel sorvolare la grande muraglia di Mao-Tse-Tung – A Radio3, ora Buxtehude da un convento tedesco, l’amo tanto. Bach e mio PASSIONE DI GIOVANNI ’09 ma pure Napoli APPASSIONATE ’99. Per secondo film con Huppert al Ministero tardano, io aspetto. Brecht – La DEFA, casa cinematografica zona orientale, incontra ogni difficoltà per soggetti attuali. La direzione fa una lista di temi. Propongo di mandare in giro persone che raccolgano storie – Stop. Andrea Paolini mio nipote «Gli ideali uccidono, ma vivo per loro», figlio di Alda Navale e di Cesare fratello di Giulio. All’epoca del nostro underground a Torino, ’67-’68, Giulio è stato l’arte povera-concettuale. – Vivere è amare/ Forse non ho mai vissuto veramente fino adesso – ma anche – Perché l’Amore non ha ragione/ Perché l’Amore è l’unica ragione – Stop. Tu Anna Karina da bimba cercavi l’amore. Non finirò mai questa lettera…

giovedì 27 ottobre 2022

Era gennaio a Riga. Alla Festa di Roma vince un film lettone, January di Viesturs Kairiss

Mariuccia Ciotta
Immagine mutevole, si cambia formato, la narrazione passa dall'analogico al digitale al super8, filmati d'archivio, colori smacchiati dal tempo, fotografia sgranata (del polacco Wojciech Staron). Siamo nel 1991 a Riga, Lettonia e il diciannovenne Jazis (Karlis Arnolds Avots) è inquieto, va e viene lungo i corridoi dell'Accademia d'arte, filma le manganellate sovietiche in sala stampa. Si deve tacere sullo strappo da Mosca. Il paese ha decretato l'indipendenza l'anno precedente, ma la caduta del Muro è ancora fresca, e all'Urss non va che si sfugga alla sua sfera di influenza.
January di Viesturs Kairiss ha vinto tre premi alla Festa di Roma n.17, che con la direzione di Paola Malanga ha ripristinato il concorso. Miglior film, regia e attore protagonista, dopo la vittoria al Tribeca Film Festival. Documentari e opere liriche all'attivo, il regista (51 anni) gioca con materiali e toni emozionali diversi e ricorda il sé ragazzo e il grande cineasta Juris Poniesk (Juhan Ulfsak), un documentarista scomparso a soli 42 anni nel 1992. Cinema e storia dichiarano la nostalgia per il tempo delle grandi speranze, Jazis oscilla tra l'illusione comunista del padre – vuole arruolarsi nell'esercito russo – e le barricate contro l'Unione sovietica, finita non troppo bene nonostante la glasnost di Gorbaciov, che il 6 settembre 1991 riconoscerà l'indipendenza della Lettonia.
Commedia adolescenziale, umorismo, scherzi, giochi, amori, gelosie, e la sensazione di qualcosa di perduto. Il cinema della Nova Vlna ceca fa l'occhiolino a Jim Jarmusch e a Godard, e abbandona la venerazione per Bergman e Tarkovsky dei ragazzi lettoni. Kairiss sembra guardare più verso Paul Thomas Anderson e i suoi fotogrammi “sporchi”, metà messa in scena, metà realtà, luoghi e “fatti realmente accaduti”. Una specie di sbandamento dello sguardo, la doppia visione di Jazis verso la sua ragazza Anna (Alice Danovska), che lo lascia per uno stage con Poniesk, e la realtà dell'attacco sovietico a Vilnius, Lituania, che, come la Lettonia reclamava l'indipendenza, ottenuta nel settembre '91.
Ma prima, il 13 gennaio, le truppe russe invasero la capitale, ne seguì uno scontro che provocò la morte di 14 persone e il ferimento di 700 cittadini. Su queste macerie l'alias del regista ritorna e cerca di ritrovare lo spirito di qualche rivoluzione, quella estetico-politica raccontata da Sergej Eisenstein, per esempio, nato di gennaio a Riga, e (naturalmente) mai nominato.

giovedì 22 settembre 2016

Muore a 95 anni Gian Luigi Rondi, dalla critica del potere al Potere del Critico



Gian Luigi Rondi a destra con Ingmar Bergman sul set di un programma televisivo Rai


Roberto Silvestri

A 95 anni è morto oggi, 22 settembre, dopo una vita stracolma di onori e potere, Gian Luigi Rondi, l’ex comunista-cattolico poi costretto dal Papa a scegliere e a diventare “cattolico e basta”.
Rondi è stato per oltre mezzo secolo il decano dei critici italiani, cavaliere della Legion d’onore francese a soli 30 anni, un membro influente del Sncci, il responsabile cinema della Dc (e quello ombra del C.C.C. e del Vaticano), il direttore della Biennale cinema e il presidente della Biennale, il presidente della Fondazione Cinema per Roma e della Festa del cinema, il direttore dell’Enciclopedia dello Spettacolo, il fondatore e il presidente dell’Accademia del cinema italiano-Premi David di Donatello, il presidente della Siae (nomina di Berlusconi) e un membro coccolato, fin da quando aveva 28 anni, delle più importanti giurie festivaliere…Ha collaborato a periodici specializzati francesi come Cinémonde e Le Film Français, e con il belga Cinérevue. Critico cinematografico de La Fiera Letteraria, ha tenuto corsi di storia ed estetica del cinema all'Università Internazionale Pro Deo (oggi Luiss), a Perugia e a Milano.
Gian Luigi Rondi in una foto degli anni 80
Ed era un critico che sapeva bene di cosa parlava. Infatti negli anni 50 è stato sceneggiatore per Georg Wilhelm Pabst, Joseph L. Mankiewicz, René Clair, Jean Delannoy e Ladislao Vajda e ha partecipato, anche come regista, alla realizzazione di documentari di carattere storico e biografico (mentre il fratello più giovane, Brunello, allievo di Chiarini, Fellini, Blasetti e Pasolini, ha scelto decisamente la regia, di documentari e film a soggetto, oltre che la didattica, al Centro Sperimentale).
Ma Gian Luigi Rondi è stato soprattutto l’ultimo rappresentante della vecchia guardia della critica, quella anagraficamente forgiata (nel bene e nel male) dal realismo francese e dal neorealismo, di colta (e anche accecante) formazione teatrale e letteraria e di spregiudicata abilità politica, degna di un professionista della Curia Romana o del Soviet Supremo.
Rondi con Alberto Sordi
Ammirava davvero molto anche gli artisti della politica. Non solo De Gasperi e Ignazio di Loyola,  ma perfino il Pcus di Breznev, capace “di gestire con ordine realtà complesse”. E fu molto omaggiato anche nell’ex mondo comunista. Così come nell’ambiente post fascista di Alemanno. Un giorno nella sua casa di via Bertolone a Roma, zeppa di libri magnifici, mi regalò un libro (autografato) di Miguel Littin, che tra i registi comunisti di Allende era quello che mi piaceva di meno (già, sapeva colpire con perfida gentilezza).
Rondi a Venezia con Charlie Chaplin
Peccato. Si è perso l’ultima Mostra di Venezia. Ci mancava la sua immancabile sciarpa di seta bianca sul completo scuro, in sala Grande. E anche i suoi furori critici. Come quando rifiutò di invitare al Lido Blue Velvet di David Lynch (“questo pasticcio è un’offesa alla memoria di Ingrid Bergman!”) o trovava aberrante moralmente e graficamente l’estroversione omosessuale di Pedro Almodovar. Ma avrebbe sicuramente adorato il film di Lav Diaz, perché il cinema lo conosceva a fondo, e La la land (che avrebbe preferito vedere a Roma, dove c’è lo spettacolo e non l’arte sul piedistallo) ma soprattutto Paradiso di Andrej Konchalovsky. Perché parlava un po’ di lui, di una partigiana cristiano che salva la vita di una prigioniera a Auschwitz prendendone il posto nella camera a gas…. Scrisse infatti Dante Matelli su La Repubblica che quando Rondi era combattente nel Movimento armato dei Cattolici Comunisti, si travestì, alla Lubitsch, da ufficiale della Wehrmacht e fattosi consegnare un italiano destinato alla fucilazione, lo liberò: “discretissimo, di questa cosa non si vanterà mai”.
Rondi è stato sicuramente il critico cinematografico più decorato “al valor culturale” del mondo (dell’Est e dell’ovest, del nord e del sud).
Rondi con Federico Fellini
Ha diretto di tutto, ha fondato una Accademia che assegna annualmente i David, ma decidendo lui quali ne fossero i membri (dilatando, da inguaribile bolscevico, il concetto di “personalità culturale” al di là dei limiti consentiti), eppure passa per un premio prestigioso, ma ha partecipato a mille giurie internazionali (quando i critici erano stimati più delle star) e ha lottato perché vincesse a Venezia Rashomon dell’allora sconosciuto Akira Kurosawa, riaprendo la nostra cultura a Oriente. Fu un vero capolavoro diplomatico, poi, la sua giuria tutta composta da esponenti delle nouvelle vagues (da Bertolucci a Oshima a Sembene Ousmane) che assegnò il Leone d’oro a Jean Luc Godard nel 1983, facendo inviperire i critici seduti alla sua destra (Giovanni Grazzini, e il Corriere della sera, in particolare). Eppure collaborava a Le Figaro,
il cui critico ufficiale si diverte, in stile Foglio, a ridicolizzare tutti i cineasti non conformisti del globo. Fu Rondi a presentarmi invece Abdelsalam, e a farmi scoprire all’Accademia d’Egitto La mummia, un capolavoro del cinema cairota che Rossellini aiutò a produrre e che avendo poco a che fare con il ricettario del film divertente spremi emozioni viene bandito dalla critica demagogica tanto alla moda oggi.
Rondi da Marzullo
Dal 1950, quando sostituì Elsa Morante come responsabile radiofonico della rubrica cinema, il valtellinese Rondi (nato nel dicembre del 1921 a Tirano, provincia di Sondrio, figlio di un ufficiale dei carabinieri, ma si trasferisce presto a Genova e finisce gli studi a Roma, dove si laurea in giurisprudenza nel 1945 dopo aver frequentato il Giulio Cesare) è stato la voce ufficiale del cinema secondo la Rai, e per quasi mezzo secolo, fino al 1998. I suoi tanti libri, come Prima delle “prima” (sul cinema italiano) e  7 domande a 49 registi (il 50°, Citto Maselli, unico comunista davvero irriducibile, gli disse no)  testimoniano la finezza delle sue intuizioni artistiche e il coraggio del suo schierarsi. Ma per il suo lavorare nell’ombra del potere Gramsci lo avrebbe definito “un perfetto rappresentante della classe dominante”. A chi si lamentava delle fatiche e degli oneri della direzione, rispondeva sempre: “Ma no. Il potere è bellissimo, ringiovanisce, mai farne a meno”. E dal 2012 aveva perduto tutte le sue cariche …..
Rondi con il produttore Goffredo Lombardo
Però la cacciata di Elsa Morante fu più che un atto immorale, un vero episodio di maccartismo, con Rondi connivente o docilmente usato, perché la scrittrice si era giustamente rifiutata di recensire, per ordini superiori, un documentario prodotto da Luigi Freddi, ex responsabile della cinematografia fascista, appena riabilitato…Il fatto è che Rondi era ben stretto al fianco di Andreotti quando nel 1947 il giovane sottosegretario annunciò che presto sarebbe rinata Cinecittà (il gioiello di Freddi) e basta coi panni sporchi... Andreotti non poté che ringraziare, per quella dichiarazione, gli Stati Uniti, perché fosse dipeso da Londra il cinema italiano sarebbe morto per sempre. E da allora Rondi sarebbe stato anche il consulente cinematografico, ad alto livello, di un altro stato sovrano, la città del Vaticano (da Pio XII a papa Giovanni XXIII a Paolo VI “che ne capiva poco di cinema”….), aprendo un gioco promiscuo che dura tuttora (si veda la Festa di Roma e la scelta “di sinistra” della direzione Monda), e collaborando strettamente anche con il padre gesuita Lombardi, il “microfono di dio”.  Da cui la famosa sferzante e geniale battuta poetica di Pier Paolo Pasolini “Sei così ipocrita che quando l’ipocrisia ti avrà ucciso / sarai all’inferno e ti crederai in paradiso” (epitaffio che Rondi, naturalmente, adorava, anche perché la tecnica per addomesticare perfino Belzebù, e non solo Francesco Rosi, la conosce perfettamente). 
Con Laura Betti e  Pier Paolo Pasolini
Ho lavorato qualche anno con lui alla mostra di Venezia, assieme a Enrico Ghezzi, Claudio Trionfera e Bruno Restuccia, perché probabilmente Rondi aveva anche bisogno, in quel frangente, di una “copertura” dell’estrema sinistra (allora lavoravo al manifesto), dato che il nuovo statuto della Biennale, grazie alle Giornate barricadiere, aveva decapitato le parti più aristocratiche e fasciste del vecchio (e non ha ancora ghigliottinato le coppe Volpi). Ma non fu facile per me accettare quell’incarico, se non fosse stato per Alberto Abruzzese che insisteva…. Trovavo infatti scandaloso - nonostante la calligrafia critica di Rondi, e l’essersi battuto contro le zone più fanatiche e bigotte della Dc per difendere La dolce vita e il Ken Russell dei Diavoli, e poi il Salò di Pasolini - il suo decennale rapporto di lavoro con un quotidiano, Il Tempo, e con il da lui più che stimato direttore Gianni Letta, che si era particolarmente distinto per aver coordinato bugie e nefandezze giornalistiche, durante tutto il ciclo di lotte 68-77.  Indimenticabile.
Rondi e Ingrid Bergman
Però poi non me ne sono pentito perché ho lavorato senza alcuna pressione con una persona gentile e autorevole, circondato da una squadra di fedelissimi attivi, precisi e generosi (gli straordinari fratelli Longardi, Mario Natale, che sembrava il braccio destro di George Raft, Franco Mariotti... capaci di tenere a bada perfino i mastini della Biennale, quel tesoriere, quel responsabile dell'ospitalità...), ho potuto scoprire film e valorizzare cineasti di grande talento, e poi mi ha insegnato un sacco di cose. Che bisogna lasciare libertà (quasi) assoluta a chi si occupa di sezioni parallele. A resistere (apparentemente) alle telefonate-raccomandazioni di Craxi e Martelli. A organizzare scientificamente un palinsesto da grande festival. A espellere i documentari e i cortometraggi perché in quel momento lo stato italiano non li finanziava e la mostra di Venezia è sostenuta da soldi pubblici. A costruire una giuria in modo tale che si valorizzino le scelte fatte e si premi chi si vuole premiare. Alla diplomazia, quando si tratta di rifiutare un film senza offendere il regista o il produttore, impedendogli odio eterno (tecnica che troppi direttori ignorano). Ma il suo capolavoro politico era un altro. Riusciva a convincere i registi che amava a tagliare il finale, modificare il montaggio, togliere mezz'ora di pellicola. Era più di un regista, di un produttore, di un critico. Era l'angelo custode dei film che prolungava la pratica dello sterminio di emozioni tossiche brevettato in via della Ferratella. Li riplasmava a volontà, quei film, anticipando la legge Mammì (in cambio, poi, li prendeva in concorso). La cosa di Rondi che mi piaceva di più era che pur lasciando molta libertà ma rifiutando alcune mie proposte (perché non mettere un Landis o un Dante o un Edwars o un Bartel in concorso? Forse che la commedia è di serie b?) anni dopo, memoria di elefante, era pronto a pentirsi, o a fingere di pentirsi, e a confessare: “ah, avevi ragione sulla commedia, in fondo il mio maestro era René Clair…”. L’unica vera litigata fu nel 1985 su Donna Deitch e sul suo bellissimo poema lesbico Desert Hearts. Anni dopo mi disse: “Sì, avevi ragione. Bisognava prendere in concorso quel film canadese…”. Ma la politica culturale ha i suoi tempi. La sua ora, il suo mese e il suo anno precisi. Leninista, da sempre, Rondi.
Rondi e Antonioni
La sua carriera è stata infatti un capolavoro di mediazione ecumenica tra i suoi Autori prediletti (da Tati a Bondarciuk, da Wilder a Bresson, da Bunuel a Rossellini) e il pubblico. Penetrare spregiudicatamente nel sistema nervoso e cerebrale di un film e isolarne i punti vitali e quelli malati. Questo il metodo, quasi chirurgico, con il quale ha restituito i processi alchemici delle opere adorate di Bergman e Antonioni, Jodorowsky e Fellini (difendendolo dai suoi denigratori bigotti), Tarkovski e Renoir, Clair e Truffaut, Lizzani e Rosi (a parte Mani sulla città, lì era il partito in gioco). Mai iconoclasti i cattolici. Una scienza dell’immagine maneggiata da secoli li ha resi così sicuri nella valutazione critica che colgono l’eresia nascosta addirittura con il tatto e con l’olfatto. Ma. Non distaccata, non impressionista, non oggettiva, la sua analisi della narrazione e delle psicologie in campo. Piuttosto la sua era una critica che sarebbe piaciuta a Georges Poulet, che si esaltava quando c’era la possibilità di incorporarsi nella scrittura di un’opera, meglio se ascetica, tragica, mai contaminata da tentazioni di mercato o di comunicazione facile e demagogica, di happy end posticcio. Il suo limite, forse generazionale, fu quello di non abbassare mai, come ci invitavano a fare Allen Ginsberg e i poeti beat, il baricentro critico, più giù del cervello, nelle parti basse e non alte del corpo. Gli anni 50 italiani, dal punto di vista della sessualità, furono infatti i veri anni di piombo di quel secolo, delle corazze muscolari imposte, delle ipocrisie fanatiche e bigotte (che Pasolini smascherò acutamente in quell’epitaffio perché conosceva bene chi resisteva al coming out) foriere di tragedie, nevrosi e psicosi (non solo individuali) ma anche di errori, fraintendimenti e incomprensioni critiche, a non finire.  
Rondi e Gina Lollobrigida
Diversamente “rigidi” anche molti altri colleghi critici della sua generazione, che non compresero la rivoluzione delle segnaletiche estreme, il camp, il trash, la sensibilità gay e l’insorgenza di un genere (l’horror spinto) che stava diventando metafora di quegli orrori planetari studiati e profetizzati da Rossellini analizzatore del rapporto Mit. E cioè Grazzini, Aristarco, Biraghi, Kezich, Micciché, Bianchi, Casiraghi e Savioli. A differenza del più raffinato e meno istituzionale e per nulla sessuofobico Giuseppe Turroni, conoscitore profondo della pittura, della fotografia, della musica, della narrativa visuale e soprattutto vitale di quegli anni. Di Cosulich che osava scrivere su Abc e recensire Mekas e dei giovani turchi formalisti e post strutturalisti di Cinema & Film e di Filmcritica, Macini, Cappabianca, Ungari, Aprà, Menon, Donda... 
Con Sylva Koscina e Nino Manfredi
Però per chi della mia generazione si è innamorato negli anni 50 del cinema la presenza ingombrante di Rondi, prima ancora di quella di Edoardo Bruno o Adriano Aprà, era inevitabile, come quella di Sadoul in Francia, che ostruiva l’incontro con Bazin e Daney. Da piccolo, in vacanza, durante la Mostra del cinema di Venezia, quando si invitavano i doc di Pretoria nazista perché chi la dirigeva erano ancora fascisti riciclati, leggevo le belle critiche cinematografiche di Gian Luigi Rondi, belle perché mi facevano sentire proprio come se fossi al Lido, e invece prendevo le granite di limone del caffè Cin Cin di piazza Sant’Oronzo, a Lecce, perché mio nonno, ex operaio delle ferrovie ma fascista, perché i rossi lo schernivano in quanto invalido di guerra (la prima), comprava sempre e solo Il Tempo di cui Rondi era titolare di rubrica. Rondi era anche una faccia conosciuta, una sorta di Marzullo preistorico, il monopolista Rai della critica (radio e televisiva). L’incontro tra i due, sul set del programma cinema di Raiuno, è stato come un passaggio di consegne ufficiale e un bel modo di confrontare le epoche. E di verificare, forse, la morte di quel cinema. Dal mondo di Tino Ranieri si è passati al salotto di Anselma Dell’Olio. Che Rondi ha un po’ anticipato imitando i grandi sofisti: un po’ stalinista, un po’ troppo bacia pile e perfino un pizzico democratico-liberal, supercinico tranne nel sottomettersi all’Impero del Mercato. Negli ultimi anni infatti il berlusconismo non lo ha solo subito ma anche fiancheggiato. Per esempio quando ha voluto rendere omaggio a Gualtiero Jacopetti e al suo cinema così banale così mainstream così ovvio, ma così seducente per chiunque faccia della centralità occidentale un feticcio, per chiunque non si accorga neppure di essere naturalmente, spontaneamente “razzista alla Churchill”. O alla Lorenzin.  Per Rondi questa tecnica del piacere a tutti era frutto di una lunga pratica egemonica e a tutto campo. Non a caso chiese ad artisti eterogenei come De Chirico, Vespignani, Clerici, Caruso e Maccari di fare il ritratto della amatissima madre, morta nel 1979, e che ha considerato sempre la sua unica grande maestra di gusto.
Per me questo deambulare ovunque era un po’ l’annichilimento di tutto il suo percorso critico. Ma c’è chi non può permettersi il lusso di “perdere”. Costi quel che costi. Se no si muore.