venerdì 27 novembre 2015

Il "bongo" di Francesco Carnelutti, l'attore di una generazione di ribelli da non dimenticare



roberto silvestri

Non temere è il titolo del suo ultimo film. Di Marco Calvise, ancora in post produzione. Ben gli si addice. Era un combattente, coraggioso. E, non mancava di confessare, “ho un caratteraccio”. 
L’attore e regista Francesco Carnelutti ci ha lasciato dopo una malattia non semplice, a 79 anni. E ha lasciato la sua inseparabile bicicletta, con la quale andava a far provini romani perfino a Monte Mario; i libri di Thomas Bernhard e un vuoto nel teatro e nel cinema italiano, al di là di ogni reference system (che funziona sempre alla rovescia, rispetto ai valori).
Dal suo eremo nell’isola d’Elba che aveva costruito negli ultimi anni, pietra su pietra, dopo una seria conversione cattolica, per entrare con ancor più forza nel mondo attraverso sensori spirituali diversamente appuntiti, in una sorta di dossettiano “esilio dell’Annunziata”, continuava a insegnarci a lottare per migliorare lo stato di cose vigente, con ogni mezzo, perfino la preghiera, se necessario, e che quel che importa è la conoscenza di sé. E a non giudicare mai ma, assai meglio, ad esplorare. La libertà non è uno slogan insensato, è combattimento contro forze possenti.
Un’altra via - meno individualistica di quella religiosa - al controllo dei nostri lati dark, è stata quella del gruppo artistico “informale” di cui faceva parte. Dei cineasti, degli scrittori, dei musicisti e degli attori laici e libertari della sua generazione. Dei trentenni e quarantenni del 68. Almeno li immaginiamo come una moltitudine involontariamente affiatata. I cantautori della guerra fredda, anzi sarcastica, come Maria Monti, Margot, Fausto Amodei, i Gufi, Michele Straniero, il Cantacronache di Italo Calvino, Fiorenzo Carpi, Bosio, Enzo Jannacci quasi tutti del nord, come lui. E prima di Luigi Tenco e Paolo Pietrangeli.
Alle loro spalle di performer virtuosi l’aggressività poetica incorporata da Marlon Brando (che non a caso ha doppiato un paio di volte) e James Dean e distillata, radiante e più potente, grazie a una tecnica cristallina più istintiva. Incidere a lettere di fuoco la propria alterità. E quel tocco surreale, naturale, da commedia dell’arte. E quella smarrita malinconia brechtiana… Mettersi di spalle, girarsi e non parlare dritto di fronte agli occhi era tecnica da Actors Studio che ereditarono anche i musicisti black della free jazz generation. Ma in Italia questa “maleducazione cool” diventava il segnale di una preoccupazione ereditata dalla guerra fredda. Le spie. Il controllo. L’emarginazione sociale cui venivano sottoposti i militanti e i simpatizzanti del partito d'opposizione eterna. La trascuratezza nella tenuta della propria persona diventava gesto antagonista, il simbolo di una igiene fisica e mentale superiore. Proprio come ci indicavano Kerouac e Ginsberg. Guardare a oriente, piuttosto che al medio oriente. Estremisti, non moderati. Tra i comunisti italiani e i ribelli di oltreoceano (e gli esistenzialisti francesi) c’era dunque contatto profondo.  Il cosmopolitismo così raro nei nostri attori spesso incapaci di suonare la musica di altri, le armonie altrui. Anzi perfino di interessarsene.

Indimenticabile, tra le sue performance da protagonista, ed emblematico in questo senso il suo Mehdi Ben Barka, il leader socialista che vinceva troppe elezioni democratiche a Rabat e che dunque, braccato a Parigi dai mostri torturatori della monarchia marocchina, con la complicità del governo francese, nordamericano e del Mossad, doveva essere brutalizzato e assassinato per ricostruire l’ordine mondiale. Successe il 29 ottobre del 1965. Il ministro degli interni di Rabat, Outfkir se ne vantò a lungo, occupandosi personalmente della chirurgica esecuzione. E tutti ad applaudirlo. Quella via moderata alla repressione di ogni istanza di libertà in Maghreb e Mashreq ci ha portato così direttamente e allegramente tra le braccia tatuate dell’Isis. Che si tratti di una trappola ben congegnata è ormai palese…
La regia di quello strano sceneggiato tv-film-documentario del 1978 (da Rai servizio pubblico, sebbene carente) Ho visto uccidere Ben Barka era di un cineasta importante e troppo oscurato, Tomaso Sherman. Lo potete trovare su You tube. E’ una lezione di storia indimenticabile. Tra gli attori c’erano anche Jacques Sernas, l’ex Paride, e Bruno Cirino, nel ruolo di un losco e nevrotico villain, che faceva parte della "brigata Garibaldi" del nostro cinema.  

Volti da poeta e fisici da facchino o, come quello di Pasolini, da giocatore di calcio. Gian Maria Volonté e suo fratello, Laura Betti, Bruno Cirino, Riccardo Cucciolla, Cosimo Cinieri, Duilio Del Prete, Franco Citti, Dario Fo, le molto più giovani Ludovica Modugno e la situazionista Olympia Carlisi, l’onorevole a venire Carla Gravina…
Francesco Carnelutti che ci ha lasciato ieri mattina, sereno negli ultimi giorni di agonia, faceva parte di questo “gruppo”. Anche se non lo erano, o erano cittadini rivoluzionari anche peggiori, sono stati “i comunisti” scarnificati della nostra scena artistica. Facevano paura alla settimana Incom e alla tv di Bernabei più di Vittorio Gassman e Renato Rascel. Mica era facile scritturarli. Erano i sanculotti della nostra recitazione. Bisognava importarli dall’estero gli anti eroi digeribili, perché esotici, Tomas Milian, Lou Castel, Tina Aumont, Pierre Clementi, Jean Pierre Leaud, Eli Wallach, Clint Eastwood, Lee Van Clift… per non creare troppa indignazione.

Davanti ai “comunisti” nostrani e virtuosi e dentro i loro personaggi il paesaggio sconsolante di un paese da riplasmare. E i ricordi traumatici della guerra e della fame, dell’odio incivile del conflitto fratricida, che l’immemore generazione appena successiva, quella di Victor Cavallo, Rudiger Vogler, Klaus Kinski, Fabio e Mario Garriba, Daniela Gara… avrebbe frainteso o mal interpretato, smorzando l’efficacia e la forza devastante del 68 al crepuscolo.
Di fronte a Carnelutti, che forse era il più apollineo e spirituale del gruppo, certo quello dagli occhi più profondi e insondabili, e di fronte a Volonté & Co., invece, il controcampo dell’Italia, devastata e desolata già negli anni del boom economico, per pochi.  Non avremmo traccia della scultura interiore degli anni di Fanfani e Andreotti, al di fuori di come li si distorce oggi, senza il passaggio di quella generazione indisciplinata di attori e attrici trgici, e se comici grotteschi al vetriolo, che seppero regalarci un “cuore sapiente”, una griglia di sentimenti fuori mercato e la capacità mimetica di incorporare e esorcizzare i mostri dc doc di ultima generazione (e quelli ancora più infami che spargevano bombe vigliaccamente protetti dagli organi di stato fino ad oggi). Altro che Adriano Sofri. C’è ancora un pezzetto di Italia, grazie a questi paladini della libertà, che si chiede "chi ha ucciso Pinelli lo sappiamo. Perché non si ricorda mai?" Mentre la stragrande maggioranza del paese oggi è felice di infuriarsi solo per un titolo disdicevole e ingenuo di Lotta Continua.

Addestrati nelle migliori università ma anche nelle  “scuole di strada” dei quartieri periferici, quando non era necessario che arrivasse in sezione Barca il moralizzatore, che li forgiarono anticonformisti, ribelli e mai accademici. Non avranno posseduto il prestigio fisico e la potenza demoniaca, a parte Laura Betti, di Marlon Brando. E neanche l’istino suicida e il fascino dell’abisso di James Dean, anche se il sentimento della morte li aggrediva e loro lo combattevano con una spiritualità laica, che ci sembrò più coraggiosa ed efficiente di quella religiosa. Ma anche i loro genitori per lo più borghesi li volevano professionisti o alti ufficiali e residenti nei quartieri alti. E non bohhemienne della Trastevere di allora.  O “suonatori di bongo”.  Il “bongo” di Francesco Carnelutti (suonare il bongo era la vera passione segreta e colpevole di Jimmy e Marlon, altro che recitare) è  stato la barca a vela e a remi dei veneziani, andar per la laguna senza l’aborrito motore. A 8 anni quello fu il regalo più bello ricevuto nella sua vita.
Regista, attore di teatro soprattutto ma anche attore del cinema e della televisione e della radio Francesco Carnelutti, se esaminiamo attentamente la sua filmografia incisiva, una settantina di film, dal 1969, è stato diretto spesso dai registi più coinvolti nello spirito ribollente di ciascun decennio, più coraggiosi a opporsi alle forze del male, di qua e di là della cortina di ferro. Miklos Jancso, per esempio (La pacifista, 1970). Theo Angelopoulos (Megalexandros, 1980, è l’anarchico italiano). Armenia Balducci, che sarà compagna di Volontà (Stark System, 1980). Peter del Monte (Irene, Irene, 1975). Fabio Carpi (Barbablu Barbablu e L’amore necessario, 1987 e 1991), Carlo di Carlo che con Antonioni sperimentava un altro tipo di immagine trascendentale, di tempo mentale, di  sguardo pensoso. Il critico di tendenza Ciriaco Tiso (Carillon, 1990) e il professore di semiologia e talent scout Gianfranco Bettetini (L’ultima mazurka, 1988). Maurizio Nichetti, sperimentatore ai confini tra virtuale e reale, animazione e animismo (Domani si balla, 1982)  E altri stranieri dalla grafica inquieta, come Peter Greenaway, nel suo film più affascinante e misterioso (Il ventre dell’architetto, 1987). E i giovani talenti emergenti e eretici nel fraseggio, come Massimo Guglielmi (L’estate di Bobby Charlton, 1995), dove fa “il professore”, i personaggi di intellettuale erano ovviamente i suoi cavalli di battaglia, omaggio al professore più vilipeso di tutti in quella generazione di partigiani criminalizzati, Aldo Braibanti; e ancora Giovanni Maria Maderna (L’amore imperfetto, 2001), Marco Simon Puccioni (Riparo, 2007), Angelo Orlando (Sfiorarsi, 2008) con la figlia attrice, Valentina con lui implicata da anni anche in un double-home movies ancora non montato. Sempre fuori come si vede dal cinema ufficiale nostrano, più facile ritrovarlo tra gli hollywoodiani più inquieti come Ron Howard che lo trasforma in un prelato vaticano nel sulfureo Codice da Vinci (2006). Atmosfere demoniache che gli si addicono, da fedele d’amore sempre combattente contro le forze del male, anche nella Setta dei dannati di Brian Helgeland (2003) e in Il nascondiglio di Pupi Avati (2007). 

Non c’è voce dai semitoni più intraducibili del gallese Anthony Hopkins, che sembra sempre Dylan Thomas quando parla. Ebbene, non poteva che essere Francesco Carnelutti la sua voce italiana.  Ha avuto spesso il coraggio morale di “rifutare il denaro che gli offrono”. Meglio il teatro. Fa anche il regista, Mal de viver, da Pessoa (dove debutta la figlia Valentina) e Maladie de la mort di Marguerite Duras.  Preferendo copioni fuori schema, come l’ultimo che è stato montato, Neuf Cordes di Ugo Arsac, artista francese di 23 anni che è in concorso al Festival di Torino.
Nato a Venezia i genitori lo volevano magistrato. Ovviamente. Era nipote del giurista esimio e omonimo. Ma di notte scappava al Piccolo di Milano, come Marlon Brando che si fece cacciare dall’accademia militare. Diventa assistente di Strehler e amico del (velista) milanese Gianmaria Volonté con cui lavorerà anche alla controinformazione sessantottina. E’ attivo molto in Rai, quando si poteva ancora fare (Autoritratto di Ugo Mulas), e anche quando è più difficile trovare parti interessanti (Ilaria Alpi, Don Matteo…). Non poteva mancare alla chiamata di Giuseppe Ferrara per il Caso Moro, con l’amico Volonté. Siamo nel 1986. Sarà l’ultimo segretario del Pci degno di nota.




Lo ricorda Corrado Franco (regista): 
Francesco Carnelutti tanti anni fa aveva splendidamente doppiato Rüdiger Vogler nel mio "Corsa in discesa". Gli somigliava anche fisicamente. Avevo subito legato con lui. Mi diceva: "Vedi, Corrado, io non sopporto più nessuno.." E io (molto più giovane di lui): "Ma no, Francesco, ma cosa dici, ma perchè, ma no, dai.." Bene, Francesco aveva ragione! Anch'io ora la penso come lui e non sopporto (quasi) più nessuno! (neanche me stesso..). Francesco era proprio una grande persona, umana, sensibile, buona, inquieta, intelligente. Mi piaceva il suo tagliente e sferzante sarcasmo. Un grandissimo attore. Sono contento di averlo conosciuto. Che la terra gli sia lieve.

giovedì 26 novembre 2015

Janis, di Amy Berg


di Roberto Silvestri 

Il rock a San Francisco. Negli anni d'oro. Blues e nuova consonanza, in crescendo frenetico, che non temono alcuna concorrenza allucinogena, perché hanno azione estroversa e contagiante. Feedback, la doppia articolazione dell'attivazione spirituale e della rigenerazione materiale. E anche. Simulazione di un gigantesco orgasmo che tutto è fuorché simulato. "Erano anni in cui credevamo di amarci davvero tutti", pig e square a parte, e non solo a Haight Ashbury, il quartiere hippies di Frisco (poi annichilito con l'aids), come racconta bene Janis, (fuori concorso alla mostra di Venezia, poi nelle sale scelte), bio-doc sulla pop star texana fuggita dal sud razzista proprio nella zona meno Amerika d'America, sopravvissuta per 27 anni alla catastrofe della civiltà occidentale. I genitori, i parenti, gli amici, i compagni di scuola, le lettere del suo archivio, i musicisti, i presentatori tv, i suoi amanti e le sue amanti (una parte soltanto, per lo più sono tutti scomparsi) la dipingono forte, piena di vita e di umorismo, "cattiva" come solo i veri buoni sanno essere, quasi inconsapevole del suo divino dono vocale, visto che da piccola era stata cacciata, blue note, dal coro. Poi la fuga in California, il Movement, l'alchimia acida tra folk, country, jazz; il contratto con la Columbia, l'abbandono della sua prima band, il viaggio a Rio, Warhol...

Un mito inscalfibile, non solo perché ha anticipato (muore nel 1970) il rinascimento femminista anche su Melody Maker e Rolling Stone, ma perché ha combattuto i fantasmi suoi e gli incubi del suo paese con una sincerità espressiva totale, dandosi completamente, totalmente al suo pubblico ("sul palco sembrava che si smembrasse davanti a noi, che si squarciasse il petto", racconta una sua groupie, l'attrice Juliette Lewis), con la voce roca, gli urli beat di Ginsberg, gli "scat" di Billie Holiday e i "gotta gotta gotta" rubati a Otis Redding. Nemici da sempre  i fanatici del Kkk subiti da piccola (a Port Arthur, "il posto più merdoso della terra") e gli  orrori in Vietnam, i bombardamenti di Nixon, My Lay, che l'hanno via via uccisa. Joplin se ne intendeva di emarginazione, ingiustizie, le parole delle sue canzoni lo provano, le registrazioni dei suoi concerti ci sconvolgono ancora per la forza coinvolgente del suo "contatto di massa". Ma Janis era così sensibile che senza eroina e tutti gli antidoti possibili a salvarla, per tutti gli anni di attività pubblica, naturalmente fuori dal paradisiaco e magico momento del concerto, sarebbe morta certamente molto prima, di dolore per i dolori del mondo. Sui titoli di coda John Lennon, un'altra vittima della gang Hoover/Nixon, fa capire che è stata una generazione davvero forte la sua per scampare all'autoannientamento totale da overdose. Forse non ci crederete ragazzini di oggi, ma questo è stato il favoloso, eccitante, guerriero ventennio sessanta settanta. Altro che anni di piombo. A meno che non si alluda al nostro libro sacro dei morti, da Hendrix a Janis, da Lennon a Brian Jones, la dove li si confonde con Malcolm X, Luther King, Fred Hampton, i fratelli Soledad, Pinelli, i morti dlele stragi ancora senza colpevoli.
Il documentario Janis (distribuito dalla società del Biografilm Festival) è di Amy Berg, filmaker losangelina impegnata politicamente e premiata permanentemente. La voce bianca più nera della storia musicale ha aperto la giornata rock di oggi, dando forse un po' troppo spazio ai parenti della vittima e mai la parola agli studiosi e ai critici musicali, dande certo per scontato o già trattato il contesto culturale, storico e politico nel quale ha vissuto e si è esibita la grande rock star nella sua breve vita, felice/infelice. Ma dopo gli anni 70, reggae e punk a parte, qualche fiammata glam, e certo hip hop, la musica rock è diventata un affare come gli altri, un business più addomesticabile.

A bigger splash di Luca Guadagnino . E Dio esiste e vive a Bruxelles

Paul Thek, Il tuffatore 1969


Roberto Silvestri



I due film della settimana, che escono quasi contemporaneamente nelle sale italiane, sono una coproduzione italo-greca, A bigger splash di Luca Guadagnino, con quel titolo che rievoca tanto un dionisiaco e "fumatissimo" reggae sunsplash dell'epoca Bob Marley e Peter Tosh e una commmedia nera dal titolo provocatorio e blasfemo, Dio esiste e vive a Bruxelles, del geniale cineasta fiammingo Jaco van Dormael, qui pigramente adagiato, ma sa tirare colpi al ventre che raggiungono l'obiettivo, su un copione stipato di gag, lazzi e scherzi da prete tratti dalla tradizione blasfema e anarchicheggiante alla Hara Kiri. E' proprio il momento adatto per una pellicola così. Soprattutto per rispetto a Charlie Hebdo e pensando al Belgio del coprifuoco di questi giorni e ai belgi come sono stati maltrattati da Baudelaire e dai francesi di oggi piuttosto furibondo con la leggerezza poliziesca del piccolo vicino. Perché questa farsa serissima si presenta fin dal titolo come una controparabola cristiana (oltretutto parafemminista) e alla Pap'occhio che titilla i nostri piaceri più sarcastici, goliardici e proibiti, pur affrontando serie tematiche religiose, come la grazia, la predestinazione, il libero arbitrio, il senso di colpa e il ruolo imprecisato della donna. Dissacrare in fondo non è il cuore del nostro (esageratamente magnificato come nostro, ma a me sembra di tutta l'umanità non dominante) stile di vita? E quale attore più dissacrante di Benoit Poelveroorde, l'Alvaro Vitali transalpino,  per strappare la parte più ambita di tutte, se se ne vuole dare una versione anticlericale e da epoca Web? Il web sa scatenare i nostri istinti più sadici e abominevoli, egoisti e bisbetici e attraverso il computer si può punire eternamente tutte le creature viventi. E tenerle sotto controllo. Figuriamoci dio come si divertirebbe a immaginare quei misteriosi e imperscrutabili sui disegni sul Mac. Ma. Sostituite dio con il "sistema globale militare industriale" e comprenderete il succo obliquo e secrettato della parabola. La figlia di dio in persona, e la moglie di dio in persona, tradiscono il patriarcale tiranno e, diffondendo via computer tutto ciò che non si deve mai sapere, se no l'anarchia impazza, fanno saltare il giocattolo. Come Lassange con Washington.  Basta svelare a ognuno il giorno della propria morte. E a quel punto il divertimento macabro prende il sopravvento. Dio insegue la piccola peste che nel frattempo si è creata una corte di apostoli, secondo i consigli del fratello maggiore, che la sa molto lunga, e a Bruxelles si svolgerà una caccia divina all'ultimo sangue.
Ma blasfemo è anche il film di Luca Guadagnino, solo che il suo irridere è formale, è nei linguaggi compositi che si utilizzano - spesso male come ci ha spiegato perfino Muccino, antipasoliniano irriducibile -  nel raccontarie storie in immagini sonore. Guadagnino, italo-maghrebino, mamma algerina, nei suoi film mescola sempre un piacere narrativo tutto suspense hollywoodiano e un gusto grafico per l'arabesque musicale che il fido montatore Walter Fasano rende spiazzante e acido grazie a controtempi, trance improvvisa e deliranti racconti. Non a caso la tesi di laurea di Guadagnino, allievo di Giovanni Spagnoletti, è stata un radiografia di un maestro, Jonathan Demme, drastico formalista dal cuore sapiente.  Inoltre i suoi film che conosciamo e apprezziamo (a cominciare dagli epicurei Melissa P. e da Io sono l'amore)  sono speciali nel panorama italiano per una atmosfera accecante e solare e una sensualità dionisiaca, più che gay, sparsa ovunque. E, a proposito di amore.
Si fa sempre l'amore in quattro, anche quando si crede di farlo in due. E anche quando si crede di farlo tra un uomo e una donna. Parola di Lawrence Durrell che era più di un raffinato scrittore, un conoscitore delle nostre zone più dark, individuali, bisex, sfuggenti e collettive. Quattro è il cuore numerico di una rock band del periodo d'oro, 60-70. Beatles, Rolling....Monterrey/Woodstock... .E cos'è una rock band, soprattutto californiana, se non emozioni forti ed estreme in interfaccia, che si scambiano, in poliritmia, elettricità e corpi, palco e platea, musicisti e pubblico? Il film di Guadagnino è suonato da un quartetto. Quattro strumenti. Molti e avulsi intrecci erotici. Però il rock non è più quello di Janis. E' diventato business gelido. Ha il profumo di Rod Stewart, piuttosto. Ecco perché Tilda Swinton, che qui è la super star del palcoscenico, è afona. E' senza voce. Metafora del non saper cosa dire in questi tempi oscuri e senza via di scampo. In un film musicale libanese girato durante l'assurda guerra di allora, prove generali dello scontro babelico di oggi tra rivoluzionari (allora maoisti), sciiti, sunniti, maroniti, ebrei, la protagonista era una cantante, che aveva perduto la voce. Ed era un capolavoro. Come questo. Che ci trasporta in una bella villa con piscina nell'isola incantata di Pantelleria. Un panorama curiosamente simile a quello dell'ultimo Barbet Schreoder (anche se lì siamo a Ibiza, nella scena dee-jay anni 90).

Janis Joplin avrebbe detto: "Ibiza, Pantelleria, sì, posti esotici, come Lima, come Acapulco, come il nord Africa, uno di quei luoghi cool che piacciono tanto ai fighetti....". Ma oggi Pantelleria non è solo questo. Siamo dentro un eurofilm su commissione, finanzia Studio Canal. Ma l'effetto finale sarà quello di un eurogol. Una immagine agghiacciante lo chiuderà. E sembrerà un ricordo, un sogno di Brian Jones. Ma in realtà è come il requiem per i morti nel Mediterraneo di Isaac Julien. Un remake, questo A Bigger Splash, che fa la critica dell'economia immaginaria dell'originale francese del 1969. Mette molto sesso liberato e asimmetrico nel cinema italiano di oggi senza la concentrazione ossessiva di Tinto Brass. C'è aria profumata d'afghano alla Bertolucci, e non solo per la villa e per la piscina (un gigantesco Corrado Guzzanti maestro in comicità surreal-dadaista, che non ha neanche bisogno di alzare il tono, anche se fa il Benigni della situazione e impersona un carabiniere, ma non come nelle barzallette, lasciando perplessi chi al cinema è malato di muzak) e per Dakota Johnson, intrappolata col velluto, come successe a Liv Tyler. C'è la violenza viscontiana, con citazione quasi filologica di Ossessione, i due amanti nell'automezzo, a delitto compiuto. C'è l'horror di Mario Bava, un maestro nel kammerspiel dark.  E questo disomogeneità di riferimenti è ancora considerata molto scandalosa.
Torna il quartetto sentimentale di La Piscina, allora, a Maggio da poco sconfitto, un irritante e calligrafico pezzo di "cinema di papà", regia professionalissima (questo il guaio) di Jacques Deray, in realtà veicolo per il duo divistico "Alain Delon e Romy Schneider" alle prese con un borghesissimo doppio triangolo incrociato (grazie a una Jane Birkin come al solito polivalente) ambientato nell'ambiente intellettuale più banale (scrittori agiati). Oggi la piscina torna ad essere sessantottina, è in una villa a un passo dall'Africa, terra che il regista Luca Guadagnino conosce molto bene, e che quanto a soggettività desiderante sta dando una lezione a tutto il mondo (almeno a Tunisi). E siamo nel secolo dopo. Pantelleria vuol dire certo tragedia dell'esodo. Battelli, polizia, fuga, speranza... Ma vuol dire anche Claudio Baglioni, a proposito di pop music. E Baglioni è, ci crederete o meno, un mito della controcultura americana. Il regista Paul Morrissey, il braccio destro di Andy Warhol, lo adora... Piace a Morrissey la melodia e l'armonia pacificata, quel rock mediterraneo disintossicato dai veleni chimici della droga. Anche molto rock anglosassone è stato devitalizzato, dopo le grandi tragedie, e i grandi decenni, sono famosi gli strali dei Clash contro tutto il mercato rock british dell'epoca, Rod Stewart in particolare. Gruppi divisi per generi, incasellati come nel supermarket. Suoni preconfezionati e standardizzati. Poi salta sempre fuori qualche gemma. Qualche tesoro euritmico...Marianne (Tilda Swinton che omaggia la Faithful?) è sicuramente uno di questi. Ci crediamo sulla fiducia. Una specie di novella Annie Lennox. Altra consonanza, una rotondità di fraseggio che può far venire i brividi e fare impazzire più di un assolo alla carta vetrata di Syd Barrett.  La metafora del senza voce è geniale.  L'incredulità con la quale abbiamo assistito alla distruzione di ogni centro tranculturale, dalla Turchia purificata di curdi armeni ebrei e greci, a Beirut e Sarajevo, da Baghdad a Damasco, lascia senza parole. Si vuole costruire un mondo dominato dagli Orban e dagli Erdogan su modello asettico e monorazziale della Corea del Nord o molto peggio dell'Isis? Gli artisti non riescono più neanche ad urlare come Ginsberg, come Havel, come Zappa....
Nel film di Deray erano due letterati, a battersi per una donna. Cinema da boulevard. Qui siamo tra artisti diversi. Audiovisivi. Una star del rock che appunto ha perduto momentaneamente la voce (Marianne), un fotografo emergente (Paul) che è il suo nuovo amante; un genio della produzione discografica, dal passato mitico di manager dei Rolling Stones (Harry), ed  ex di Marianne, e sua figlia Penelope, appena conosciuta in effetti, potrebbe sembrare la sua amante Lolita, è tra il misterioso e il catatonico, il banale e il sublime, come si usa tra le millennial alla moda.
Con Walter Fasano al montaggio, la sezione ritmica è assicurata. il film pulsa, svisa, riffa. Mai una inquadratura è quella che spaziotemporalmente ti aspetti.Yorick Le Saux, che disciplina le luci, ha il compito di congelare il surplus di calore africano e di riscaldare le ombre più sinistre. Il quadro è un continuo controbalzo. Via il folklore meridionale. Il divo fiammingo emergente Matthias Schoenaerts offre il suo corpo di granito e macho, una sorta di Putin cubista, al desiderio gay (e senza bisogno di mettersi una barba posticcia come un combattente del daesh). Si parla di Hockney, no? Ralph Fiennes e Tilda Swinton sono per Guadagnino come gli Experience per Jimi. I loro gesti e i loro sguardi sono la storia universale di quel gesto e di quegli sguardi. Hanno il compito di inventare per un film pop, fluido, melodico (e iper realista, alla Hockney, dice il regista)  un tracciato sotterraneo e alternativo espressionista. Un basso continuo dissonante. Tanto che alla fine del tragitto l'energia che scagiona da questo film è simile all'energia Janis o Jimi. Come se Guadagnino si volesse ricollocare, tramite La piscina al 1969, all'anno in cui fu girato. Un viaggio nel tempo affascinante. La prova è nell'invettiva politica finale, inaspettata. Quando la tragedia dell'esodo "biblico" contemporaneo conquista e non strumentalmente il primo piano. In quell'attimo, nell'agosto 1969, un altro pittore dell'avanguardia statunitense, poi morto giovane di aids, amico di Warhol, dipinse "il tuffatore". Nella piscina. Il quadro che abbiamo messo in testa alla recensione. Autore un altro Paul. Paul Thek. Pittore da riscoprire. Proprio come questo film. Non basta una visione. Magnifiche visioni.  

lunedì 23 novembre 2015

Libri di cinema. Un classico sulla commedia sofisticata.







Stanley Cavell. Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio. 24 euro Einaudi. 1999. Traduttore Emiliano Monreale







di roberto silvestri 


“Si impara sempre qualcosa da qualunque film americano anche stupido, ma mai nulla da un saccente film inglese”. 
Semplifichiamo a memoria la celebre frase di Ludwig Wittgenstein scritta negli anni trenta, quando la commedia, il western, il musical e l’aspro dramma social-gangsteristico sono i generi principi di una Hollywood fabbrica di sogni ma anche di identità, che racconta la storia antica mentre fa storia contemporanea, tra ‘teoria della frontiera’ e ‘new deal’ come progetto inedito, fiaba quasi utopica, coreografia sincronizzata, per un attimo, tra classi sociali, sessi e melting pot in furiosa lotta. 
E se Martin Scorsese nella sua piccola, recente storia filmata (e privata) del cinema americano rimuove la commedia, perché gli sembra ovvia, è proprio ai botteghini dei film di Frank Capra e Howard Hawks che, durante la depressione, milioni di assegni di disoccupazione trovarono il loro più razionale senso facendo scandalizzare gli storici liberal più austeri. 
Lo spiegherà più tardi e li prenderà in giro Preston Sturges allora sceneggiatore poi diventato (non tanto facilmente) regista, in “I dimenticati”. Far ridere, vendere gioia, far dimenticare i guai della vita ai derelitti, agli sfruttati, ai poveri, ai carcerati. Produrre estasi, trance, deliri, fuoriuscita da sé. Evasione. Prefigurare ipotesi di giustizia, mondi nei quali i sopraffattori siano sopraffatti. Ecco un buon progetto di cinema militante o almeno consapevole, per un regista che voglia toccare il cuore sapiente del pubblico e innalzare il livello di coscienza politica sua e del proletariato tutto, infiammare le masse, progettare rivolte, almeno interiori. Non si comunica un bel niente se non si riesce a trasmettere direttamente, faccia a faccia - tramite la critica più spietata, la risata – e guardandosi negli occhi, non dall’alto in basso, il “grande no” allo stato di cose presenti. Stanley Cavell

E contemporaneamente produrre un grande sì alla vita, perché l’America è la terra dell’entusiasmo atletico e esuberante che fu cristallizzato nelle acrobazie cinetiche di Douglas Fairbancks sr. E anche l’unico che voglia garantire la felicità del popolo,  almeno secondo le Leggi fondative. Senza comicità, insomma, niente rivoluzione in occidente. Quando la dimentico, la Russia crollò come Urss.
Qualche decennio fa la Raitre di Guglielmi, per miracolo irripetibile, scodellò trenta commedie americane anni trenta, griffate La Cava, Hawks, Capra, Lubitsch... E per merito delle dense e aguzze presentazioni di Vieri Razzini (e dei sottotitoli che per la prima volta non deturparono la prima meravigliosa voce sullo schermo, quella di Jean Arthur) penetrò anche nel nostro immaginario così ben protetto da gerarchie cattoliche sanguinarie, materiale ludico sovversivo proprio perché finalmente spiritosamente non integralista. 
E siccome la commedia dei primi anni trenta è marxiana (i fratelli Marx), distruttiva (Fields), lussuriosa al limite del codice penale e ben al di là del perbenismo fascista (Mae West), corrosiva (Lubitsch), surrealista e dadà, cosa successe poi perché divenne nel corso del decennio “a glow of satisfaction”, ancor più “sofisticata” nei set e costumi, screwball (svitata) nel ritmo pazzo e capace di “riconciliare gli irriconciliabili”, di prefigurare la perfetta unità della coppia eterosessuale, sebbene sempre sul punto di disfarsi (l’omosessualità ne fu il controcodice quasi impercettibile)? Fu la fine della paura, della fame e della disoccupazione?
Il volume miliare dello studioso (e anche regista) Andrew Bergman “We’re in the money”del 1971 resta un classico del cinema rooseveltiano, il primo, di sinistra, che non vuole piu’ declinare insieme populismo e progresso. Anzi, ne divarica gli esiti. I populisti odiarono Roosevelt e da allora si spostarono per sempre a destra, traducendo forza lavoro con gente e classe operaia con cittadini.
Ma non della sola commedia tratta quel saggio, e si concentra, in questo genere, solo sul Capra commediante. Edoardo Bruno, più recentemente, alla commedia ha dedicato un volume prezioso, perché ricco di idee oblique (Pranzo alle otto). Ma solo adesso, grazie a questo incalzante testo post-cinematografico scritto dal pensatore di Harvard che si è anche misurato con la televisione, iniziamo a introdurci, attraverso sette commedie sofisticate perfette, Accadde una notte di Frank Capra, Susanna e La signora del venerdì di Howard Hawks, Scandalo a Filadelfia e La costola di Adamo di George Cukor, L'orribile verità di Leo McCarey e Lady Eva di Preston Sturges, scovate dal filosofo cinefilo Stanley Clavell (suo anche The World Viewed) dentro le stanze della tortura d’immaginario. Un laboratorio dove il vecchio mondo viene straziato dalla “gran dama”. E nasce la donna nuova americana, più che suffragetta, più che flapper, più che emancipata, la persona che punta al potere, e non solo simbolico (Eleonor Roosevelt, non una semplice consorte, ne è l’interfaccia a Washington)  - a differenza della sua collega europea, sottomessa ancora perché ha subito in termini di potere politico la carenza di uomini dopo il cataclisma della prima guerra mondiale che ha ridotto in cenere 10 milioni di soldati ventenni. Le basterà rassegnarsi a regnare nelle quinte, paga dell’adagio “dietro un grande uomo c’è una grande donna”. Ma la Serpieri nulla poté con il narcisismo del macho duce. E Mussolini attaccò l’Etiopia.
Invece in Usa. Nuova donna, nuove idee. Anche se Clavell utilizza antiche teorie protoeuropee ancora fertili per scavare nel substrato archetipo della commedia sofisticata, e quel terreno, rimosso e capovolto, è griffato non solo Freud, Nietzsche, Emerson, Kant….ma affonda le radici perfino dentro la contrapposizione tra commedia attica delle origini e della decadenza.
Quelle arcaiche suggestioni che restano fuoco e non cenere e che danno alla civiltà occidentale ancora una chance. Che le permettono di ipotizzare, dopo sicure complicazioni non solo erotiche, e il superamento di non facili ostacoli, un processo di trasformazione morale e maturazione interiore. E dolo la necessaria morte simbolico ecco che si giungerà a un ulteriore… ri-matrimonio con la storia. Eccitante come quello tra Rosalind Russell e Cary Grant in “My girl Friday” o tra lo stesso Cary Grant e Katharine Hpeburn in “Susanna”. Certo: ma perché bisogna aspettare venti anni per avere avere a disposizione tradotti i grandi classici della critica cinematografica? Siamo ormai alla crisi verticale anche dell’editoria? Oppure è troppo forte per il nostro sistema mentale bigotto concepire che il grande amore che ci trasforma in invincibili è l’unione non facilmente ipotizzabile tra un lui “in trance” e una lei in delirio come Cary e Kathy?     Leggere in questo senso il capitolo III, intitolato “Leopardi nel Connecticut” ci farà capire di più il retrogusto comico di Il giovane favoloso di Mario Martone.



domenica 22 novembre 2015

Dal colpo di fulmine alla Resistenza. Una piccola storia dell'amore in Italia oggi. "Oggi insieme domani anche" film partecipato a cura di Antonietta De Lillo. Al Torino Film Festival




roberto silvestri 


Esiste un festival, si svolge a Trieste ed è uno dei pochi festival di ricerca sopravvissuti allo sterminio veltroniano-renziano dei piccoli grandi festival (ne sono rimasti solo alcuni, più obesi, lenti e controllabili perché ben finanziati) che si chiama “I mille occhi”. E’ un festival partecipato e in forma mosaico che si avvale dei contributi di talent scout delle immagini passate e “future”, corte, lunghe, digitali, d’animazione, found footage, documentaristiche, fantasy eccetera, che vivono in ogni parte del globo e che sono coordinati da Sergio Grmek Germani.
Adesso esiste anche un oggetto “seriale” non ben identificato, forse ispirato anch’esso a Amy Warburg e al suo Mnemosyne, gigantesco panottico iconico eterogeneo che, nel 1929, ricordavano la sopravvivenza di antiche immagini di divinità nella cultura europea moderna. Il problema era raccordarne l’una con l’altra attraverso segrete forme di attrazione/repulsione….
Potremmo dare anche a quest’oggetto misterioso il titolo ombra di I mille occhi. Si tratta del progetto messo a punto da qualche anno dalla cineasta napoletana, Antonietta De Lillo (e dalla sua società, Marechiarofilm), esploratrice spavalda di nuovi sentieri dell’immaginario e linguaggi, che coinvolge attorno a una serie di idee forza (come il pranzo di Natale, 2011 e adesso l’amore) tutti  i cineasti e videoasti italiani che vogliano collaborare. Ognuno resta padrone del suo lavoro (o magari del suo work in progress in cerca ancora di un produttore da attirare) ma nello stesso tempo può farsi suggestionare dal progetto e poi tranquillamente cannibalizzare e tagliuzzare fino a partecipare anche solo in forma di frammento all’affresco-mosaico definitivo, a questa specie di “Frankenstein” più grande che racconta una realtà (per esempio il rito del Natale) attraverso una molteplicità di storie, di sguardi, di supporti e di formati.
Oggi insieme domani anche, presentato nella sezione Festa nobile del Torino Film Festival 2015 in questi giorni, è dunque il secondo film partecipato a cui De Lillo aggiunge un finish unificante, musiche (niente musiche se non visuali), montaggio e interferenze e “armonici” d’archivio .
Sul tema “amore”, in una sorta di libero e frammentato “comizio” dei nostri tempi e in giro nel nostro paese - visto che festeggiamo i 40 anni del referendum sul divorzio e dell’inchiesta di Pier Paolo Pasolini - sono stati coinvolti e si sono lasciati sedurre questa volta una ventina di cineasti e videoartisti indocili alle forme narrative e documentaristiche rigide, alcuni più esperti (per esempio Marco Simon Puccioni, Agostino Ferrente, Giovanni Piperno, Fabiana Sargentini, Erika Tasini...) altri emergenti, altri meno conosciuti e giovani, alle prese con il più inafferrabile, liquido, gassoso e imprevedibile dei sentimenti. Insomma a differenza del progetto di film interattivo di Gabriele Salvatores che è l’ottimizzatore finale e definitivo del progetto di cui lui è solo un destinatario, qui Marechiaro (e un coordimaneto artistico di cui fanno parte un’attrice come Aglaia Mora, la matematica cinefila Maria Di Razza, i critici Anna Maria Pasetti e Antonio Pizzuto, i cineasti Marcello Garofalo, Betta Lodoli e Giovanni Piperno) si fa organizzatore attivo di talenti attraverso rassegne, incontri, seminari e laboratori, coordina una rete di istituzioni e festival (come il Molise cinema e il Sulmonacinema film festival), la Casa del cinema di Roma, il Cantiere delle storie del premio Salinas, l’Apollo 11, MyMovies, Aamod, Matrimovie e l’Archivio audiovosivo del movimento operaio e democratico (per il reperimento dei materiali di repertorio).  Il risultato è una sorta di C’era una volta Hollywood. Lì il montaggio dei numeri musicali più mozzafiato della storia delle majors produceva però una sorta di ipnosi ripetitiva, di indigestione per troppa bellezza geometrico-dinamica. 

l'amore quando supera la prova del nove
L’amore è un soggetto meno obbligato, gli esercizi sono più a corpo libero. Evolve nel corso del tempo come evolvono i nostri corpi sempre più macchinici, e sfalda via via alcuni miti ad esso connesso, dalla verginità al matrimonio, dalla famiglia tradizionale a quella monogamica, dal tabù omosessuale alla sessualità infantile, dalla centralità della coppia alla deriva quasi catacombale della comune libertaria. Incontreremo chi ha passato tutta la vita insieme riuscendo a trovare un equilibrio segreto anche producendo continuamente “bad vibrations”, chi l’amore non lo ha ancora incontrato, chi l’amore ha paura di esibirlo, la tragedia dell’abbandono, il rancore che segue una separazione e spesso la perdita angosciante di un figlio, dato in adozione al partner, la “produzione di amore per mezzo amore” che non basta per aver diritto legale all’adozione, nel caso delle coppie gay.  Ovviamente i materiali sono messi in metrica e in rima dal montatori, Pietro D’Onofrio con la collaborazione di Giogiò Franchini, che riesce da una parte a evitare che gli 85 minuti siano sottomessi all’effetto sketches (da web-maniaci) e dall’altra allo srotolamento di uno spot dopo uno spot.
Non si tratta di scegliere di ogni contributo il clou, la sua scena madre, ma di rispettare l’atmosfera di ciascun contributo e di rendere i materiali interconnessi amalgamabili. Creare un flusso credibile, transtemporale e musicamente ben ritmato come il tango da strada (di Gabriele Camelo). Solo così lo spettatore troverà il suo filo, il suo ritornello preferito e i suoi oggetti di affezione e di inquietudine. Anche scavando nei suoi ricordi o nelle sue pulsioni.
Per esempio il compito della nostra generazione è stato quello di creare altre e più rispettose forme di convivenza non patriarcali e non autoritarie. Al di là della coppia (chiusa o aperta) e del matrimonio eterosessuale. Missione impossibile. Ma missione fallita solo in parte. A giudicare da una coppia felice come Gertrude Stein e Alice B. Toklas, e dal frusciar cacofonico dei vestiti canditi da sposa, della produzione di figli zero, della crisi economica che ha ancora più depresso il panorama non fosse per le gay parade  raccontati con profondità finezza e humor disneyano da Fabiomassimo Lozzi (L’amore è una scarpa comoda). 
Avere mille occhi per osservare e guardare l’orizzonte del mondo al di fuori della comunità limitata e rassicurante delle nostre piccole idee. Questo fa grande questo esperimento. Che produce e riflette cuori sapienti. Oltre che una buona arma di combattimento per imporre la soluzione dei diritti civili ai conviventi di qualunque sesso siano e ai figli di mamma e papà di qualunque sesso siano.    

martedì 17 novembre 2015

Comunisti di Jean Marie Straub




di roberto silvestri

Kommunisten. In tedesco comunisti. Si definirono così Karl Marx, i suoi compagni di partito e molti dopo di lui, compresi i cineasti francesi (e anche un po’ tedeschi e italiani) Jean Marie Straub e Daniéle Huillet, dopo aver analizzato e reso omaggio a quell’evento storico, possente e di rottura, che fu la Comune di Parigi. La lotta di massa e il governo dal basso, la presa del potere collettivo a Parigi nel 1871. Un salto nella storia che fu anche un coacervo di errori e di tremori finì con un tremendo massacre e una cruenta sconfitta.
Comunisti. Una parola plurale inebrainte ma già inquieta fin dalla nascita, light and dark, un sostantivo in metamorfosi, dunque, Kommunisten, che resiste a se stesso, che cerca, come fosse un grande camaleonte, di trasformarsi in altro, in un morfema alieno e ancora sconosciuto. Forse in una immagine. Giusto in un’immagine. Non in una imagine bella (l’icona staliana). Non in una immagine giusta (la maschera mortuaria di Lenin e Mao). Meglio se in una immagine errata.
La presa dark del palazzo di inverno, 1917. E’ Eisenstein. La presa di Gorbacev da parte di Eltsin, 1991. Sono i tg di tutto il mondo, incredulo. In mezzo il potere ai soviet, confiscare e nazionalizzare le terre dei proprietari fondiari, fusione di tutte le banche in una sola banca statale, soppressione della polizia, dell’esercito e dei funzionari zaristi, creazione dei commissari del popolo per controllare il Soviet supreme; libertà sessuale per gli uomini e le donne, I gay e le lesbiche… Sembrava “Bakunin realizzato” (come sostenne Bogdanov, che votò contro quell’avventuristico estremismo). Ma poi: repression sessuale, eliminazione dei commissari del popolo trasformati in superpolizia del Soviet Supremo, i processi kafkiani anti trotskysti e anti destri, i gulag, il Kgb, i morti incolpevoli, la psicologia di massa del fascism esportata ad est, le deportazioni in massa eppure la guerra eroica antinazista, la liberazione di Auschwitz, la vittoria in Cina di Mao, che Stalin non sostiene, il panafricanismo che attaccando il comunismo fa nascere la nuova sinistra sessantottina anche in Occidente, la guerra fredda, gli impiccati comunisti ungheresi, il Maggio, Kent, Praga, Kabul…
Già l’intensità emotiva e storica di questo lemma Kommunisten, nel flusso di tempo che va da quando son vittoriosi a quando sono annichiliti, ci introduce alle ultime immagini di un film di “europoesia”, in italiano, francese e tedesco, diretto da Jean-Marie Straub, senza Huillet, morta nel 2006, ormai esule nella natia Francia spintonato da una Italia ingrata, che ha proprio questo titolo ed è più di una semplice opera d’arte. Direbbe Brodskij che qui ci troviamo davanti all’esibizione di una impellente scopo, di una necessità “antropologica”.  Anche se Barbara Ulrich lo ha presentato a Locarno come “un’orazione, una invocazione di un’altra vita possibile”. Più disciplinata, magari più gerarchizzata, addirittura più pianificata come preghiera. Una orazione artificiale,  comunista, frutto dei procedimenti usati da Straub e Huillet per far “recitare la vita”, al di là di ogni tradizione stilistica, dell’espressionismo o dell’impressionismo, bandendo i trucchi dell’immedesimazione puerile, sbriciolando i neuroni specchio, senza giocare con le intenzionalità dell’eroe che prevaranno su quelle del malvagio. La recitazione “distanziata” brechtiana sembra procedimento utilizzato per punire lo spettatore “non critico”, e invece è Guerra, azione, emozione, come in Fuller: amplia lo spettro sensorio e sentimentale della ricezione, perché intreccia e fa cozzare, come sulla linea di scrimmage nel football americano corpi e sfondo, natura e umanità,  amore e politica, terrestre e divino, storia e mito, eterno e transitorio.

Si tratta poi di specie davvero estinta quella dei comunisti? Ma che vitalità hanno avuto e hanno tuttora? Anarchico si può essere anche da soli. Ma per essere comunisti bisogna essere almeno in due. La libertà di pensiero, la libertà di parola, è concessa nel nostro totalitarismo democratico. Ciò che è proibito è un pensiero di libertà. Pensare qualcosa di diverso da quello che tutti dicono è il dispositivo sovversivo messo in atto da questa coppia diabolica fin dagli anni del rifiuto a partecipare al massacre algerino. Pensare la libertà vuol dire isolare e riaffermare in modo stentoreo le parole inascoltate, mute, dunque stare in silenzio. Ma i silenzi di Straub e Huillet sono rumorosi quanto quelli di John Cage. Il nostro corpo, la nostra testa esplodono di suoni intimi, durante quei silenzi. E quante cose dicono queste immagini, quante informazioni ci trasmettono – luci ombre linee orizzontali verticali… - debordano. Più che in Transformers.
Parentesi. Al Filmstudio durante il movimento si discuteva spesso, magari al termine della proiezione di Othon o di Non riconciliati di come conciliare arte e politica. Semplificando. C’era la fazione Pierre Boulez: l’arte è autonoma dalla politica. Comporre nello studio e stare sulle barricade sono cose necessarie, ma parallele. Poi c’era la fazione Petri o Giuseppe Ferrara. Fare film, musica, pittura  direttamente politica e di contestazione, usando anche il linguaggio degli avversari, anche se “fascista e autoritario”, basta che fosse il più popolare e accessibile possibile. Poi c’era la fazione Straub-Huillet. I linguaggi non si fanno “proliferare inconsapevolmente”. Si maneggiano politicamente, rivoluzionariamente. Più radicale sei nell’arte, più poeta sei, più sei già politicamente attivo e rivoluzionario. Anche se ti chiami Pound o Brodzkij. Immaginiamo infatti come utopia del passato un Senato davvero autorevole come quello di Guerre Stellari, altro che riforma Renzi, formato in quegli anni dalle “leggende viventi”, Dario Fo, Giuseppe Ungaretti, Michelangelo Antonioni, Luigi Nono, Mario Schifano, Alberto Moravia, Annabella Miscuglio, Mario Bava, Piero Bargellini, Alberto Grifi, Ennio Morricone, Pier Paolo Pasolini, Gianfranco Baruchello, Straub-Huillet, Italo Calvino, Nanni Balestrini, Eugenio Montale… Pino Pascali e Salvatore Quasimodo no, erano morti nel 1968. Fine parentesi.
Verso la fine di Kommunisten Daniele Huillet in campo lungo su una collina, interna e 

ostile alla natura, metà Holderlin metà Hegel, tra natura e storia, sussurra interrogativa, a viso girato, “neue Welt?”, “nuovo mondo?”. E’ l’estratto  da Peccato nero, girato proprio nel 1989, e che qui si intitola proprio Nuovo mondo. La resistenza, rispetto alla natura, al mondo e alla storia, all’oppressione, alla guerra e alla violenza, e anche ai testi stessi scelti dal duo Straub-Huillet - saggi, pamphlet politici, diari private, tragedie classiche, romanzi, scritti di viaggio, poemi epici… - e ricomposti, ridotti, re-intonati, re-insonorizzati e anche spazialmente ritradotti in cinema strutturalisticamente corretto, con tanto di terra con tanto di cielo con tanto di corpi con tanto di primi piani, di costumi (che non farà mai più Daniéle) e con tanto di respiro degli attori forzato alla rima e di musica concreta (suono in presa diretta, straito dal vento, dalle foglie che frusciano, gli uccellini che cantano, le pietre che rotolano, lo sciabordio dell’acqua, le voci fuori campo, e anche le orchestre sinfoniche che eseguono classici, “musica da buca”, non “da schermo”, ma pare sempre diegetica…) ad abbracciare il tutto. Ma abrasivamente. Non c’è mai stile nelle sequenze di Straub. Si tocca semmai il cielo della maniera.
Ecco perché la resistenza, il marciare contro vento e contro il tempo, è da sempre il cuore di questi film densi e magmatici che oltraggiano l’intero sistema cinema oltre che la storia uffficiale del Novecento. Cinema bastardo. Poetico e saggistico nello stesso tempo. Un pasticcio. Cacofonia rispetto al risuonare dei lingaggi legalmente consentito. Altro che rigore. Altro che scarnificazione. Resistere al proprio lavoro. Resistere come fa la natura che poi scoppia nel tuono e nei fulmini. Qui c’è eros. Tensione guerriera di linguaggi. Barocchismo. Un grande sì alla vita. Tenere sulla corda il linguaggio consueto. Farlo vibrare. Perché il regista quando esegue il proprio esperimento è un lavoratore come un altro, come un fabbro, un operaio, un orchestrale. Disciplinato e furibondo. Come agisce il prodotto del tuo lavoro se tu lavoratore non puoi disporne? Altro che forza creatrice soprannaturale! Altro che lavoro come fonte di ogni ricchezza e di ogni civiltà! Il valore d’uso è ricchezza.
Mi ricordo, a questo proposito, la commozione e l’ammirazione con la quale Straub mi parlava dei violinisti delle orchestra nella Ddr socialista. Il loro modo di trattare lo strumento. Di proteggerlo anche dalle eccessive sedute di registrazioni, per essere smaglianti nel giorno dei concerti, pochi all’anno… mentre ormai, con la globalizzazione e le esigenze dell’industria discografica multinazionale, quei musicisti sarebbero stati schiavizzati con abbassamento della qualità, ritmi infami e usura dei loro strumenti e corpi. Stesso discorso per gli attori del Berliner Ensembre, che Brecht aveva diretto. E pensavo, per analogia, che anche la robotica in fabbrica che aveva annientato l’operaio massa, i sistemi avveniristici tmc1 tmc2 tmc3, invece di aiutare i corpi dei lavoratori a faticare meno li seviziano oggi in maniera ancora più sadica, negli apparati nervosi più che nei muscoli, però, e allontanando, anche fisicamente, un operaio dall’altro. Con più difficoltà a pensare alla rivolta in moltitudine, alla trasformazione della forza lavoro in classe operaia. Servono rinforzi. Arrivano dall’Africa nera e dal Medio Oriente. Sapranno inventare qualcosa? Per ora resistono.


Resistere a tutto questo. Resistere anche al linguaggio del cinema come fa il poeta con la sua stessa lingua. Ecco la lezione di storia straubiana. Questa volta raccontata a partire dalla presenza di comunisti nei suoi film.  Non di semplici partigiani, come nella sequenza di Othon sui titoli di testa quando è inquadrata la grotta nella quale l’Fln nascondeva le armi. Ma rintracciando tutti i comunisti, consapevoli o meno di esserlo, presenti nei suoi film passati (anche per questo non troppo amati dale istituzioni culturali): Franco Fortini che legge il suo saggio I cani del Sinai in appoggio alle lotte palestinesi nell’episodio Panoramica sulle Apuane (dal film Fortini/Cani del 1976);  gli operai egiziani  perseguitati da Nasser fino a el Sisi che escono dalle fabbriche, oppressive e liberatorie, come quelli enigmatici dei fratelli Lumiere in Troppo presto troppo tardi del 1982 (episodio Il popolo); Elio Vittorini, che dà voce in Operai, contadini  del 2001 a una militante messinese in dubbio, oggi come nel dopoguerra, su come rispondere alla fame, alla sete, alla paura, alla miseria, alla violenza e all’euforia industrialista (episodio La speranza). E Il verde dell’utopia comunista diventa un episodio, da La morte di Empedocle, con il suo piano lungo e fisso, ovviamente post-umano, su un bosco al vento, che sarebbe piaciuto a Holderlin. E’ del 1987 e già rimette i comunisti fuori campo. E, prima ancora degli altri, a inizio film, i comunisti catturati, presi, torturati dai nazisti nella Germania prebellica, qualcuno muore, qualcuno parla. E’ Il tempo disprezzato, dalla novella di André Malreaux del 1935, l’unico episodio che Straub ha girato ex novo nel 2014 con riprese (4:3, HD video, Canon 5D) effettuate nella cittadina svizzera di Rolle, dove vive Jean Luc Godard, anzi le celle degli interrogatori sono proprio le pareti della sua casa. Anzi, forse una delle due voci fuori campo che interrogano i prigionieri è proprio quella del caro amico Godard. L’altra è certamente di Straub alias Jubarite Semaran. La novella (neanche degna di comparire nelle opera complete della Pleiade) è ispirata quasi sicuramente al Die Prufung: Roman aus einem Konzentrationslager, romanzo semi autobiografico di Willy Bredel scrittore comunista tedesco arrestato da Hitler e sbattuto in campo di concentramento.

Dal 10 novembre Kommunisten è uscito nelle sale italiane (sarà proiettato a Roma al cinema Palazzo il 20), ed è quasi un miracolo (comunque un’impresa di cui potrà vantarsi in eterno la società di distribuzione cinematografica Boudu). Questo nuovo film di Jean Marie Straub in sei capitoli ha un prologo, che è l’inno nazionale della Repubblica Democratica Tedesca composto da Hans Eisler e che in occasione delle Olimpiadi di tanti anni fa sentivamo spesso (e non solo grazie alla straordinaria, certo olimpionica, maestria chimica dei medici di quella nazionale tanto spettegolata anche a vanvera). Nella seconda strofa, non la sentiremo,  il testo dell’inno affermava: “Tutto il mondo anela alla pace”.
A Locarno, dove Kommunisten è stato presentato in anteprima mondiale ma fuori concorso, a ribadire comunque la collocazione militante, di ricerca e più “teoricamente corretto” di altri, del festival ticinese, è stato presentato assieme a due altri film straubiani di composizione ibrida, A propos de Venise, diario di un viaggio in Laguna del 1887 di Maurice Barrés, con una sarcastica Barbara Urlich voce recitante e Bach in sottofondo e il “preistorico” Dialogue d’ombres, da una novella pubblicata da Bernanos nel 1928 e firmato con Daniéle Huillet nel  lontano 1954. Due amanti  in dialogo serrato, anche teologico, etico, erotico. Una sorta di esperimento che diventerà il più cattolico La mia notte con Maud rohmeriano. In entrambi i film vengono inseriti e dialetticizzati brani da Cronaca di Anna Magdalena Bach. Procedimento a mosaico anticipato in molte opere dal montaggio multiplo del duo, e poi inCézanne e in Proposta in Quattro parti realizzato nel 1985 per ”la maginfica ossessione” di Fuori Orario. Nel primo venivano inseritie sequenze da La morte di Empedocle e anche Madame Bovary di Jean Renoir. Nel secondo dialogavano tra loro David Wark Griffith (A Corner in a Wheat), Mosé e Aronne, Fortini/Cani e Dalla nube alla resistenza. Si devono ritoccare, se non rinnegare, le proprie opera giovanili, adeguarle a una nuova situazione interiore. Come scriveva Goffried Benn “si deve fare di sè una vecchia gazzella se si è stati un giovane sciacallo”.  Il cambio di paradigm è sempre necessario tra comunisti.
Comunisti. Quelli ancora vivi, che hanno lottato per un mondo migliore o almeno altro da questo - abbiano partecipato all’avventurosa impresa di costruire un “potere operaio mondiale anti sessista e antirazzista” o di edificare o difendere una società-stato socialista (e non nazionalista, anche se in un solo paese) - stanno raccontando da tempo a chi non sa o ha appreso in maniera deformata la loro preziosa (anche se, certo, sconfitta) esperienza.
Se l’assalto al cielo è fallito anche l’assetto barbaro sulla terra, oggi, non è dei migliori, specialmente nelle zone controllate dal sacrilegio armato, laico o religioso che sia. Così improvvisamente l’immaginario collettivo ribelle si riappropria di visionari e profeti rimossi, gli eterodossi dell’arcipelago comunista, da Olof Palme a Thomas Sankara, da Che Guevara a C.L.R.James, dagli I.W.W alle suffragette “come programma minimo”; spuntano dal nulla e entusiasmano Barack Obama (perché non era al senato per dire no alla tragica farsa dell’Iraq aggredito: Hillary sì) e poi Jeremy Corbin, Siryza, Bernie Sanders, Podemos, i premi Nobel tunisini… Non possiamo oggi che dirci comunisti libertari. Ma non basta.
Comunisti. Abbiamo divorato in questi mesi con le pagine dei maestri più sinistri e maligni, via via Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Mario Tronti, Dello spirito libero, Toni Negri, Quasi un’autobiografia, Pietro Ingrao, Volevo la luna… per limitarsi all’Italia, agli ultimi anni e alle cattive personalità che con più entusiasmo e acume hanno saputo coinvolgerci nelle loro memorie antifasciste e nella loro storia di anti capitalisti. E’ in arrivo da Hollywood anche un film su un altro birbante, lo sceneggiatore Dalton Trumbo, che pagò con il carcere il solo fatto di agire e dichiararsi fieramente comunista americano dentro il maccartismo e la guerra fredda. Come si ricorda oggi Trumbo? “Ah, quel vecchio comunista!”. Ma.
La generazione che non era ancora nata nel 1991, quando il comunismo reale, come si dice, crollò a Mosca dopo 46 anni di agonia e almeno 28 di spinta propulsive internazionalista e quella maoista, formatasi attorno alle effimere (in senso barocco) lotte planetarie e anti-imperialiste degli anni sessanta e settanta, quelli che hanno l’età di André Glucksmann e resistono, vogliono capire, conoscere, analizzare, sapere molto e di più del novecento e della modernità, anche declinata a oriente, e tutto sulle anime belle e sugli spiriti liberi comunisti. Comunismo fu il più alto intento umano che il moderno abbia messo in campo. “L’errore non è stata la rivoluzione subito. L’errore è stato il socialismo subito”. Traumatico sintetizzare in pochi decenni secoli di pesante oscurantismo che tuttora affiorano dentro i muscoli del neo-zar Putin. Non era utopia il comunismo o “una ricetta per la cucina dell’avvenire” come scrive Tronti. Ma un modello troppo presto, almeno dal 1930, contraddetto. E’ stato un tentativo “disperato e riuscito, di trattenere un brutto presente invadente, fermare la guerra, trovare un rimedio alla fame dei contadini, una risposta alla fatica sfruttata degli operai”. Vi pare poco? “Era un balzo della tigre nel passato”. E, siccome chi vuole avere le visioni per essere un po’ più scientifico ed etico deve andare al cinema, ecco il film che sintetizza tutto questo, che immette nel nostro intimo le immagini costruttive della nostra coscienza, che fa “un balzo di tigre nella storia” del cinema.