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domenica 10 gennaio 2016

In memoria di Gianni Rondolino, critico radicale e maestro della Torino cinematografica

di roberto silvestri

E' morto sabato sera il professore Gianni Rondolino. Era bravo simpatico e radicale. Storico del cinema e critico eccellente della Stampa, amava molto Visconti e Rossellini (gli ha dedicato due imponenti monografie), indagava gli incroci tra le immagini cinematografiche e musicali era appassionato di cinema muto e veniva sempre a Pordenone per mettere in discussione certezze e gerarchie. Era curiosissimo anche dei nuovi linguaggi anche se un po' troppo ostile (quasi come Ciment e quelli di Positif)  ai nuovi narratori horror, ai cannibali come Carpenter o Cronenberg o Henenlotter o Yuzna, che, dall'America, stavano raccontandoci un mondo che diventava molto più pericoloso di quello che lui aveva biograficamente conosciuto e affrontato (e che pure non era uno scherzo, il nazifascismo, i plumbei anni della democrazia cristiano-integralista).
Eppure dietro le rassegne di cinema horror estremo c'era sempre lui. I cine club della città, come il Movie club e il gruppo di agit prop dell'Aiace, non avevano certo lavorato invano.
Rondolino ha fatto molto per la città, non c'è torinese esperto di cinema o cineasta (pensiamo a Gaglianone o a Corrado Franco, a Badolisani o a Emanuela Piovano) che non abbia ricevuto da lui spinta e entusiasmo di ricerca,  ed è stato ripagato, in questi ultimi anni, nel solito modo. Con il festival dell'ingratitudine subliminale (1).
Rondolino era stato infatti uno dei creatori, quasi 50 anni fa, prima di una rivista sulfurea e importantissima, Ombre rosse. Poi nel decennio 80 del fertile festival cinema Giovani di Torino. Intanto la rivista aveva chiuso, dopo il riflusso post sessantottino che porto' anche alla chiusura di Lotta continua, che era il quotidiano a lei più vicino, e molti della redazione passarono a un impegno piu' accademico (Bertetto, Tinazzi, Rondolino) o più circostritto alla pratica del festival, perché si aprivano spazi istituzionali solcabili dopo la bomba atomica spirituale lanciata da Nicolini a Roma  (Gianni Volpi) o alla deriva solitaria e qualche volta "scandalosa" (Goffredo Fofi) . Se Filmcritica era il nostro Cahiers du cinema, Ombre rosse era il nostro Positif. Più serio (ma anche in senso trombone) politicamente. Meno coraggioso linguisticamente anche se Morando Morandini, Bruno Torri, Piero Arlorio e Edoarda Masi arricchirono via via la redazione e ne facero una rivista indispensabile, aperta soprattutto ai tre mondi incandescenti di quegli anni (Brasile e America Latina tutta, Africa, Asia...) e poi ad altre arti e alla politica e al costume (Luigi Manconi, Porci con le ali etc...)..
Poi Rondolino dal festival che aveva co-creato (con un gruppo di personalità torinesi della cultura come l'esercente Ventavoli e il cineasta Giannarelli) fu fatto fuori non elegantemente, dopo una campagna stampa locale piuttosto provinciale, ennesima tragedia piccolo-shakespeariana, coordinata dal suo allievo Alberto Barbera e da un altro suo allievo, Stefano Della Casa  (non senza polemiche e guerre civili in una città incapace di riciclarsi da industriale a digitale senza ripetere vecchi schemi autoritari) che oggi lo dirige, indirettamente, come responsabile artistico del Museo del Cinema e di tutti i festival cinematografici finanziati dalle istituzioni pubbliche locali. Si trattò di uno scontro tra festivi e quaresimali, come vollero farci credere? No. Fu uno scontro tra due linee culturali divergenti. Una troppo concentrata sul paese e una aperta al mondo e disinteressata alle beghe politiche interne. Una collegata a ministeri e assessorati (che pagano e che vogliono dunque riscontri e sicurezza immaginaria) e l'altra lasciata libera di far cultura "autonomamente". Evidentemente quegli spazi di libertà si stavano rinchiudendo, da noi. Turiglietto collaborerà successivamente a festival di ricerca internazionali (da Locarno a Lisbona-Estoril). Nicolini era definitivamente morto e sepolto. Adesso quel festival non è più giovane, è ormai, se non vecchio, troppo esperto. Dopo le direzioni "veltroniane" (in senso cattivo, perché Veltroni si è prefisso di distruggere da pessimo ministro dei beni culturali i piccoli festival con la stessa arroganza con la quale ha voluto eliminare prima i piccoli partiti alla sua sinistra e poi la sua stessa sinistra) dei registi Nanni Moretti e Gianni Amelio, la critica Emanuela Martini lo dirige oggi con altrettanza competenza e diligenza dei due registi illustri, e con la eccentricità che ha dato immagine e prestigio al Bergamo Film Meeting. Ma anche con l'ingombrante vicinanza del direttore della Mostra di Venenzia che certo un po' imbarazzato per il conflitto di interessi sarà....  Adesso il Tff bada troppo agli incassi. Proprio come la Rai che taglia l'intagliabile invece di spendere per la collettività e per le minoranze (di oggi che saranno la maggioranza di domani). Che agisce come azienda privata invece che come servizio pubblico. E' contento come se fosse un'azienda che deve scodellare conti in attivo crescente. Più biglietti venduti. Piu' abbonamenti falsi. Con tanto ardore che uno neppure crede alle cifre. E si chiama, molto istituzionalmente, Tff, proprio come Toronto e Tokyo. Ma la manifestazione, durante le direzioni eccentriche di Steve Della Casa, dello stesso Barbera e soprattutto di altri due allievi indocili di Rondolino, Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto, era diventato un punto di riferimento internazionale del cinema radicale e di ricerca (assieme a Sundance, Salonicco, Rotterdam e Telluride, una capitale del cinema indipendente) e dunque troppo pericolosamente libero e meno controllabile e funzionale alla politica culturale dei vari governi cittadini. Rondolino lo presiedeva con spirtio estremamente libertario. Oggi svanito. Ma se oggi Torino, a livello di cultura cinematografica, è quello che è, cioé è tornata ad essere, come all'epoca dell'epoca muta, un punto di riferimento culturale e produttivo alto, molto del merito si deve proprio a lui e al suo magnifico gruppo di pionieri. Non solo critici cinematografici molto agguerriti e competenti, ma operatori culturali capaci di incidere profondamente nel tessuto della città. C'era Cases che veniva al festival, Volpi, Baldelli, Gobetti, Negarville, Bruno Torri......

(1) Un po' ho contribuito, nel mio piccolissimo e defilato, da Roma, all'anti-rondolinismo. Ho infatti litigato, polemizzato pubblicamente e rotto i rapporti con lui, quando era presidente del Festival Cinema Giovani di Torino, in occasione di una grande rassegna di cinema africano con librone incluso (che poi ha fatto, benissimo, Alessandra Speciale) che si doveva realizzare venti anni fa, e poi fu realizzata, anche grazie al sostegno finanziario della Nestlè. Lo dovevo curare e Barbera, allora direttore, mi ha correttamente avvertito dello sponsor. Ho risposto "Ok. Finanziano anche Cannes!" Poi pero' ho scoperto, leggendo il mio giornale, il manifesto, che c'era un boicottaggio mondiale da mesi del Nescafè perché si considerava responsabile di molte morti infantili indirette in Africa perchè la Nestlè diffondeva a manetta latte in polvere che, diluito con acqua non potabile, diventava veleno. Non lo sapevo. E ho pensato:" maledetti torinesi, non me l'hanno detto, potevano avvertirmi". E ho scritto un corsivo di fuoco sul manifesto contro il festival che si faceva sponsorizzare una rassegna africana che grondava sangue africano. Loro hanno pensato, invece, che lo dovessi sapere (come giornalista del "manfesto"). E dunque erano furiosi. E abbiamo polemizzato. Qualche anno dopo ci siamo finalmente spiegati e riappacificati (anche perché avevano smesso di farsi sponsorizzare da nestlè). Ma intanto le cose evolvevano...e le polemiche riprese contro la fine della direzione Vallan-Turigliatti, mi trovarono dalla parte di Rondolino. E non perchè Giulia d'Agnolo Vallan era una corrispindente del manifesto. Ma perchè la loro idea di festival è l'unica percorribile ed è quella vincente e culturalmente più avanzata.

giovedì 17 ottobre 2013

Non bisogna conoscere il cinema, bisogna cambiarlo. E' morto Gianni Volpi, studioso e critico militante


Roberto Silvestri
Una brutta notizia. La morte di un caro collega. Un critico militante torinese profondo, moderno, colto, non allineato e pieno di humour. Un vero moderato nel campo del pensiero estremista. Lo avevo conosciuto di nome durante gli anni gloriosi del movimento dei cineclub alternativi, o meglio dei club-cine, come preferivamo chiamarli per differenziarci da vecchi catechismi schermici neanche sempre laici, lui del gruppo attivissimo dei torinesi, quelli del glorioso Movie club, con il quale noi del Politecnico di Roma avevamo scambi fruttuosi di copie e di dritte. Già allora c'era una grande competizione, a livello Aiace tra il gruppo di Roma (che poi avrebbe fatto con Nicolini l'Etstae Romana) e quello di Torino che poi si sarebbe impadronito dell'Aiace nazionale, grazie alle arti diplomatiche e politiche di Alberto Barbera e di Gianni Volpi, e anche di molte altre istituzioni (Museo del cinema, Festival di Torino, Mostra del cinema di Venezia...). Strateghi di grande livello. Il cinema italiano in fondo è nato a Torino.

Poi, personalmente, ho conosciuto Gianni Volpi a Bellaria negli anni 80. Era uno dei direttori, il più biondo di capelli, di quel piccolo grande festival che era nato con la folle sicurezza che, ricominciando dai cortometraggi, sarebbero apparsi dal nulla talenti italiani sepolti di nuova generazione, e questo completamente al di fuori di una industria che, all'epoca, era a pezzi. Ma Gianni Volpi ci credeva. Voleva scoprire, valorizzare e fiancheggiare i giovani registi, soprattutto quelli lontani da Cinecittà. E aveva ragione. Ben scavato vecchia talpa. Scommessa vinta. Siamo arrivati a Frammartino e a Rosi partendo da Soldi, Soldini e Kiko Stella, i milanesi, e passando dai palermitani e dai napoletani, così per seguire una geografia fofiana... 
Quell'anno mi invitò in giuria, dove conobbì Sylvano Bussotti e premiammo Paolo Rosa (Stefano Benni si batté molto per Nanoff), scomparso anche lui quest'anno. 

Oltretutto poi, chissà perché, Volpi è diventato garante e membro del comitato scientifico del festival di Lecce, che si svolge nella mia città. Un festival dove qualche anno fa hanno reso omaggio al grande cineasta turco Yilmaz Guney, militante rivoluzionario, per molti anni in carcere, strappato da set pericolosi per il governo, e sono sicuro che è stato anche per merito suo. Perché era il terzo cinema che davvero lo aveva conquistato. Né Hollywood né cinema d'autore. Il cinema rosso e esperto realizzato in Asia, Africa e America Latina, quello meno protetto, ma non meno ricco di cultura e forza espressiva, quello che ha più difficoltà a farsi vedere. In fondo era il cugino, in quel decennio, del cortista italiano indifeso e inascoltato. 

E come presidente da sempre dell'Aiace, si deve a Gianni Volpi quel lavoro certosino che ha cambiato ormai il panorama della offerta cinematografica in Italia. Le due vie, blockbuster e Altro cinema, sono patrimonio non più solo delle grandi città, ma dell'intero territorio italiano.  E oggi con terzo cinema si intende anche il cinema dell'Iran e della Cina, della Corea e dell'Egitto, di Israele e della Thailandia, dell'India e del Sudafrica....E il corto e il documentario. Tutto quello che Volpi ha sempre difeso e diffuso. Per molti anni tra l'indifferenza generale.
Ma torniano indietro nel tempo. 

Gianni Volpi
A tanto tempo fa, agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, in pochi si interessavano di cinema in Italia, non esistevano cattedre di storia del cinema, c'erano pochissima festival e i libri di cinema in libreria erano al massimo una ventina. Ma grazie alle lotte studentesche nei licei e nelle università che ci fecero diventare tutti cinefili e internazionalisti, affamati di un mondo e di una storia che ci erano stati deformati o mostrati così male, perché in quel momento tutti da est a ovest, da nord a sud, si ribellavano, scoprimmo, tra l'altro, che a Parigi Positif litigava con i Cahiers du cinema e c'è chi preferiva Resnais a Godard. 

Paradossalmente fu proprio la rivista considerata meno 'politicizzata', quella di Rohmer, quella criticata ferocemente da Debord, a spostarsi poi su posizioni più barricadiere e presto maoiste drastiche. Ma, dopo varie vicissitudini, crisi e svolte teoriche ed editoriali, queste due riviste hanno vissuto e operato fino ad oggi.

Anche da noi abbiamo avuto due riviste militanti 'ostili': Ombre rosse e la rivale Cinema & Film (e prima ancora la grande madre Filmcritica), non così schierata esplicitamente e platealmente con il Movimento (a meno che non fosse inteso come una carrellata etica). Ma morirono entrambe, poco dopo.  O meglio entrarono in metamorfosi.

Ombre rosse, fondata a Torino durò, nella sua prima vita solo cinefila, dal 1966 al 1970, e la rivista di Aprà e Ungari anche meno, una dozzina di numeri, diventando poi un cineclub, Il Filmstudio 70 di Roma e poi l'estate romana, e poi la Mostra di Salsomaggiore e poi di Pesaro e poi una cattedra universitaria di cinema e una direzione della Cineteca Nazionale.... 

Lo spirito terzomondista e una maggiore contiguità con il movimento studentesco e operaio permisero invece al periodico fondato e diretto da un gruppo che comprendeva Goffredo Fofi, Paolo Gobetti, Giorgio Tinazzi, Paolo Bertetto e Gianni Volpi, di diventare poi un indispensabile punto di riferimento per tutta l'area extraparlamentare della nuova sinistra e per quella parte di Pci indocile al controllo delle Botteghe Oscure sull'immaginario. Ombre rosse rinacque poi dalle sue ceneri e divenne una rivista cultural-politica non più solo cinefila, e molto vicina a Lotta Continua. 

Il motivo del dissidio - eravamo poco prima/in pieno/e poco dopo il 68 -  era nella natura dei due corpi critici, contenutisti raffinati i primi e formalisti drastici i secondi. Si intervistava Fernando Solanas e Ruy Guerra nella prima e Jackobson o Bathes nella seconda. Il terzo cinema interessava a Ombre rosse, il dopo cinema o il no cinema al più sperimentale periodico romano. 

Lo scontro tra 'nuova sinistra' e vecchia sinistra, in rapporto con il cinema come macchina sovversiva e con le nuove tecnologie elettroniche nascenti, che entrambi frequentavano, anche teoricamente, vedeva però i due gruppi combattere insieme contro le riviste decane e quaresimali: Cinema nuovo di Aristarco e Cinema 60, Pci puro, più incartate a fare i conti con il marxismo che, certo, con il cinema e con Hollywood non aveva potuto farne, anche se, credo, il grande schermo avrebbe divertito non poco Karl Marx. 

Positif non poteva accettare però che i ricchi snob della rive gauche, amici perfino di scrittori fascistoidi, sghignazzassero sul fatto che in fondo il maccartismo si era soltanto sbarazzato oltreoceano di un gruppo di cattivi cineasti come Biberman e aveva fatto bene...

Positif e Ombre rosse avevano molto in comune. Una forte passione per il cinema d'essai, con Kazan, Bunuel, Welles, Polonsky, Brooks e Losey che rappresentavano in pieno il loro 'buon cinema critico d'autore'. Ciment e Tailleur, Benayoun e Tavernier, come Rondolino e Baldelli, Negarville e Gianfranco Torri erano infatti desiderosi di 'capolavori' da isolare e appendere alle pareti, di modelli anche etici equivalenti ai grandi scrittori realisti (o surrealisti) del passato. E affidavano al ludibrio delle palline nere tutto quello che - bollato come cinema alienante di genere bis (il western spaghetti, per esempio Giulio Questi), piacere gastronomico di massa o artigianale o in odore di 'socialdemocratiche deviazioni' (Costa Gavras di 'La Confessione'), in realtà stava fuoriuscendo dalle confezioni controllata dei mega studios o del cinema di stato. L'underground 'criminalmente porno', il rock movie, l'horror più splatter e l'off off tutto che sanciva la fine della Hollywood e della Pinewood e della Cinecittà classica li interessava molto meno anche perché il trash imbarazzava ancora nelle classificazioni colte. Ma una costola di Ombre rosse (di cui fece parte anche Volpi) era indocile alle sue stesse rigidezze e avrebbe fatto nascere presto, non a caso, il Festival Cinema Giovani che, paradossalmente, sarebbe poi stato inaugurato da Randall Kleiser (quello di Grease) e poi diretto da due 'rampolli' molto più Cahiers che Positif, come Roberto Turigliatto e Giulia D'Agnolo Vallan e da uno dei critici più esposti alle radiazioni perverse del cinema bis, Stefano Della Casa, espertone di peplum e western spaghetti, di poliziottesco e di Mattoli. Scatenando non poche baruffe metropolitane e nazionali, odii, polemiche, rotture di amicizie di ferro.... 

Rossellini, Godard, Straub e il primo Warhol per Cinema & Film e Cahiers (e i documentaristi arditi alla Perrault, e Mekas e De Antonio) rappresentavano infatti piste esplorative più feconde e un invito all'avventura teorica 'illegale', con fuoriuscita non solo dai procedimenti del 'cinema narrativo classico' che travasava sul grande schermo la 'forma sonata' musicale, ma addirittura dai confini del buon gusto accademico e borghese. Inebriati di sensibilità camp e gay, Gianni Menon, Oreste De Fornari, Franco Ferrini, Maurizio Ponzi & compagni delle cosidette Brigate Rossellini erano convinti della fine dello steccato tra fiction e non fiction, tra cinema alto e cinema basso, tra cinema di racconto e cinema saggistico, tra cinema e qualcosa altro che stava nascendo e che non aveva più nessuna nostalgia della grande sala buia. Erano più expanded. E poi come si sa non c'è contenutista più eccentrico e sagace di un formalista puro. Perché il formalista è come un espressionista delle forme. Storicizza, sovrappone, paragona, purifica, dà vero significato 'spesso', 'storico' ai contenuti.

In quegli anni i veri cattivi maestri (quelli che occupavano i media e ci riempivano di piombo informativo dalla mattina alla sera, impedendoci perfino di portare Pietro Valpreda in parlamento, un posto dove oggi avrebbe fatto un vero figurone, per cuore e sagacia) inventarono l'espressione becera di opposti estremismi. Applicata però allo scontro tra Ombre rosse e Cinema & Film, era abbastanza azzeccata. Quel che accomunava entrambi i campi (a parte lo scambio di qualche redattore, come Piero Anchisi) era infatti l'urgenza di cambiare, moltiplicandolo, il ruolo del critico, assassinandone la funzione di poliziotto dei piaceri, e di fargli sporcare le mani: aprendo sale, uscendo dalle riviste per scrivere nei quotidiani e sui media elettronici, organizzando festival e convegni, retrospettive e dirigendo associazioni per la diffusione del cinema 'altro', diventando produttori, distributori o registi.

Lo dimostra la super attività di Gianni Volpi, nato a Santhià il 6 agosto del 1940 e militante da sempre nel cinclubismo scatenato. Redattore di una bellissima rivista di quell'epoca, che ci aveva raccontato i trionfi del Group Theatre e del Mercury Theatre di Orson Welles, Scena, corrispondente italiano, prima di Lorenzo Codelli, di Positif, Gianni Volpi ha lavorato in Rai per 5 anni curando programmi sul cinema quando le commissioni di vigilanza vigilavano davvero su chi avesse la competenza per farli e chi no. Fu 

selezionatore del festival di Venezia e idal 1989 è presidente dell’Aiace nazionale (Associazione Italiana Amici del Cinema d’Essai). Assieme a Alberto Barbera presiede il Cnc (Centro Nazionale del Cortometraggio), ente di conservazione, restauro e promozione del cortometraggio italiano.

Tra le sue pubblicazioni principali figurano la "Storia del cinema" (con Goffredo Fofi, Morando Morandini e Carl Vincet) edita da Garzanti e la traduzione e cura della storia del cinema western di Raymond Bellour edita da Feltrinelli (1973) e che resta tuttora una pietra miliare nello studio del genere per antonomasia del cinema hollywoodiano. Ha recentemente curato la raccolta integrale degli scritti di Roger Tailleur per Falsopiano (raccogliendo nel primo volume tutti i suoi scritti di Positif). Inoltre ha scritto Gianni Amelio (ed.Scriptorium, 1995), sui corti italiani dal 1980 al 1997 (per Lindau, 1997), su Vittorio De Seta (con Fofi) per Lindau, 1999; Guida alla formazione di una cineteca (Dino Audino, 2003), Gian Maria Tavarelli (Falsopiano, 2003), Tutto il cinema di Alberto Lattuada (Baldini Castoldi Dalai, 2007), Federico Fellini (con Fofi, Donzelli 2009).