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domenica 31 maggio 2015

Che muoia Mexico! "Chronic" Di Michel Franco. E "Sicario", ovvero perché uccidere a pagamento le donne forti di Hollywood. Fiesta alla margarita. Ancora da Cannes




Roberto Silvestri

Emily Blunt, la giovane e spaesata agente Fbi di Sicario 
Ancora due film dal concorso di Cannes su cui scrivere. Intanto una pensata teorica su cos’è il realismo estremista, quando non si vuol descrive la realtà, non la si può cambiare con un film ma almeno si vuole creare qualcosa che provochi una ricezione attiva e emozionalmente reale. Parliamo di un esempi odi cinema della prassi, Chronic, del messicano Michel Franco (un talento scoperto da Cinefondation come Nemes, che ha completato tutto il tragitto richiestogli: Quinzaine, Un certain regard, che ha vinto, Panorama di Berlino…).
Tim Roth in Chronic di michel Franco 
Un primo piano implacabile e inquietante su un infermiere specializzato in malati terminali: la fenomenologia del lavoro impossibile, penoso e spesso umiliante di chi, estraneo e spesso straniero, ha a che fare con pazienti che non possono mangiare da soli, non possono cambiarsi d’abito, non possono muoversi, non possono andare in bagno, e spesso neppure parlare, diventando rispetto a quei corpi qualcosa di più di un badante, un doppio, un alter ego, un super angelo custode più vicino, fisicamente e emozionalmente, di chiunque altro, parenti e amici compresi. E’ un’esperienza che crea anche gelosia e conflitti in famiglia.  Il regista e sceneggiatore del film lo sa bene per aver vissuto in prima persona l’agonia della nonna rimasta paralizzata per un ictus e diventata dipendente, completamente, da un’infermiera che ne ha seguito l’epilogo con straordinaria sensibilità.

Insomma siamo in territori ancor più ultrà di Mare dentro di Alejandro Amenabar che affidava al solo ciglio sinistro il peso del racconto, visto che Xavier Bardem  era stato totalmente paralizzato da un icuts. Le immagini di Chronic sono di bellezza cariata e le luci gin tonic livide, come mai ne ho viste di simili, sono dosate da Yves Capé in maniera da impedire  allo spettatore di distrarsi un solo attimo. Sadico, dunque, questo soggetto dal quoziente di difficoltà altino. Ambientato in California, Chronic sposta il ruolo di protagonista dal paziente malato terminale da accompagnare alla morte, all’infermiere specializzato. Ci si aggira così nella zona inquietante tra tecnica specializzata, narcosi obbligatoria, affetto come optional ed eutanasia non sempre evitabile. Il film, che è davvero insostenibile, come Straub per un iperattivo, ha vinto, tra lo stupore di tutti, il premio della giuria per la migliore sceneggiatura. Eppure non sfoggia dialoghi prepotenti né sofisticati, come si usa nelle serie tv, né snodi narrativi rococò e cult, come si usa nelle serie tv, tranne un finale che ti arriva in faccia come un Tir, criticato a torto da molti perché confonde per un puerile escamotage narrativo una liberatoria esperienza fisica traumatica, simile ad altri “happy end” classici che mandano in frantumi il nostro sistema di sicurezza e di prevedibili attese, come il finale, quasi trance, di Apocalipse Now . Anche lo shakeraggio tra attori professionisti e non professionisti è procedimento abusato, ma qui l’attore principale, gigante della immedesimazione psicofisica, non ci risparmia un solo dettaglio deontologico. La via crucis, sua e nostra, è necessaria, perché deve rovesciare, a proposito di realismo drastico, il fatto di sostituire il modello ammirato e studiato da Michel Franco in famiglia.       
Tim Roth in Chronic 
L’infermiera diventa infermiere. Il cambio di sesso chissà se è stato provocato dal carattere fragile, lavoro a parte, del protagonista, oppure dall’epilogo del film che non è punitivo né moralistico, ma avrebbe potuto assumere questa caratteristica.
Il secondo film di cui parlare è Sicario di un nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, che firma questa volta un estetizzante film di genere (d’azione, un narco-thrille
r) ambientato in Messico, e già acquistato per la distribuzione italiana. Esce in autunno.
Benicio del Toro 
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa, è più che reticente sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez, ed è un pretenzioso tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow,  affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta  una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino della Cia Jessica Chastain. Roba da mandare in sollucchero Il Foglio. Vecchia e nuova gestione. In realtà lo avevo recensito, quasi stroncato, questo risarcimento immaginario al macho scomparso, proprio nelle giornate febbrili di Cannes 68, subito dopo la prima proiezione per la stampa, ma il computer si è mangiato per sempre un lungo pezzo senza sapermelo restituire. Ingerenza pesante della Dea, la sezione Cia specializzata in mercato della droga? Forse ho scritto cose che non dovevo? Niente di tutto questo. Semplicemente non lo avevo memorizzato in tempo e zac, annichilito dalle divinità dell’Olimpo digitale.
Chronic è invece uno strano arty-movie d’attore/mattatore. Un “one man show”, ma a levare, non ad aggiungere. Set Los Angeles. Tim Roth è David (il figlio di Saul?) e assiste i malati terminali, assegnatigli dall’agenzia, cercando di addolcirne l’agonia. Se ci fosse la possibilità di chiedere ai morti come si è comportato con loro da vivo, rispettandoli giocando con loro permettendogli cose che la famiglia avrebbe proibito, David riceverebbe da tutti il punteggio di dieci con lode. E’ minuzioso, efficace, appassionato soprattutto perché istaura con i pazienti un rapporto più che professionale, intimo. Ma l’esagerato investimento emotivo che mette nel suo lavoro insospettisce tutti. Che ci sia qualcosa di losco? Di morboso e di necrofilo nel suo agire? Sospetti e denunce fioccano.  Come se tutti avessero visto Gerontophilia (2013) di Bruce La Bruce, tra i migliori film gay degli ultimi anni. La cosa sconvolge infatti alcuni parenti del malato che, chissà perché, hanno con il loro padre o figlio o fratello un rapporto più distaccato, impacciato, formale e perfino infastidito. E che non vedono l’ora che l’intruso finisca il suo lavoro troppo ben fatto e si arrivi al funerale liberatorio. Oltretutto anche David, in famiglia, entra in metamorfosi e incorpora gli stessi gesti formali, freddi, maldestri e inefficaci. Il contrario delle sue performance di lavoro. La biopolitica che trasforma la ricca sostanza umano in profitto infatti aliena la nostra vita principale e risucchia tutte le nostre qualità più preziose solo nel lavoro salariato. Forse uno shock, anche esagerato, perfino fatale, può liberarci di questo incantesimo da incantesimo maligno.
Il regista di Chronic Michel Franco 
Nel thriller "intimo", dove le ombre contano almeno quanto le luci, Sicario (con un titolo simile, El Sicario, Gianfranco Rosi ha certamente fatto un film più inquietante e di drastico realismo documentaristico su quel che succede al confine tra Messico e Usa: paradosalmnte il film non è mai uscito in nord America), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita da un attore uomo, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta, vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea, utilizzando contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un ex procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. Grande la lezione etica di Villeneuve! Rodateci Clint. A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire, anticamera delle droghe pesanti, etc. Lo ha spiegato in Grass anni fa proprio un cineasta canadese, Ron Mann. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perchè portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto (tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché (an)estetizza anche troppo qualunque cosa) e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del toro che ormai somatizza in se tutto il drug world (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì attorno. Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via) che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico!  
Alejandro, il procuratore vendicativo. Benicio del Toro in Sicario 
 
  

domenica 24 maggio 2015

L'uomo che amerete Audiard. Palma d'oro a Dheepan, tra Rambo e Rosi

Valeria Golino premia Hou Hsiao Hsien come migliore regista per "L'assassino"
Roberto Silvestri

Cannes
"I premi? Non servono a niente. Non rendono migliori gli attori e i registi" ha appena dichiarato a Elle Catherine Deneuve. Però Vincent Lindon, accettando commosso la sua palma come interprete maschile di un film politico di sinistra, sui precari che si massacrano a vicenda,  Le leggi del Mercato di Stéphan Brizé, "il primo riconoscimento che ho vinto nella carriera", sembrava davvero rinato.  Già. E chissà quanti premi dovrà infatti conquistare ancora Jacques Audiard per diventare un regista civile interessante. La sua palma d'oro, tra gli applausi (non è più tempo di Pialat, sarebbe stato divertente vedere Gus Van Sant quest'anno sul podio) lascia molto perplessa la critica.
Dheepan (lo ha acquistato la Bim per la distribuzione in Italia), a parte la simpatia a pelle dei due interpreti principali indo-cingalesi,  è un mediocre psico-thriller francese che smuove soprattutto i sensi di colpa e l'assistenzialismo caritatevole dello spettatore. E, non essendoci più "il cinema francese" può permettersi di rubare di qua e di là. Si chiama globalizzazione d'autore. Con retrogusto imprenditoriale. Il ricco mercato indiano fa molta gola... Allora.  Dal cinema civile italiano dell'epoca Rosi si prende l'indignazione: perché la questione dei profughi politici è di grande e struggente attualità. E bisogna pur spezzare qualche lancia in favore del ministero degli interni perché si riconosca che la Francia ne ha già presi troppi di questi profughi politici... Niente quote. Da Ken Loach si cita un po' di umorismo da "dannati della terra", con qualche tocco di femminismo paternalista per non sembrar populisti (ma non mancano sviolinate spiritual-religiose).  Si pizzica poi, nel finale, qualcosa dalla saga hollywoodiana di Rambo - anche se sembrerebbe soprattutto una deviazione onirica - perché quando una macchina di guerra impazzita si rimette in moto, nella giungla metropolitana, sono dolori per tutti. Dheepan come Stallone. Deve molto, inconsciamente, Dheepan, anche alla "sensibilità vincente" del Front National, nuova gestione, perché la descrizione grigiosporca delle periferie avvelenate e abbandonate, in mano non all'ordine repubblicano ma al casino organizzato dalle pericolose e trinariciute gang afro-maghrebine armate di bazooka, è tutta un manifesto politico anti Holland. Dov'è la polizia? Contrasta la droga e i mitra solo uno scrupoloso e servizievole portiere induista, capace di rimettere a posto le luci al neon divelte, l'immondizia disseminata ovunque e l'ascensore divelto, come suggeriva di fare Marc Augé per dare anima ai non luoghi. Eppure perfino dentro l'uomo d'ordine più buono del mondo, il graffitista etico dei suburbi,  può celarsi una indemoniata "cellula dormiente", pronta a tirare fuori gli artigli, come una Tigre Tamil. Insomma il cuore del film inquieterà non poco il contribuente transalpino. E anche il nostro. E nessuno ricorda (neanche questo squisito film civile) che i Tamil furono vittima di un genocidio, sterminati dai buddisti di Colombo senza che l'Occidente dicesse o facesse nulla. Che neppure questo film "palmizzato" ne faccia cenno è scandaloso.
Nel Palmares ci sono anche riconoscimenti condivisibili a film intensi (e riusciti come Mia madre di Moretti):  L'aragosta di Lanthimos, premio della giuria, un grottesco di fantascienza che dà ragione a Godard quando afferma che "Hitler ha vinto la guerra, almeno in Grecia";  e Il figlio di Saul di Nemes, per esempio, gran premio della giuria, da vedere, visto che Teodora lo distribuisce, anche se nel discorso, preso anche lui nel vortice dei "ringraziamenti" ha dimenticato di ringraziare anche "Hitler senza il quale questo film non sarebbe mai stato possibile" (*), ma altri sotto-premi producono come dei "danni collaterali", hanno un retrogusto perfido. Carol di Todd Haynes (che con L'assassino di Hou Hsiao Hsien, consacrato per la migliore regia,  è il film che mi sentirei di consigliare agli amici che apprezzano i film d'azione interiore con più entusiamo) poteva essere premiato almeno per la sceneggiatura. Una maniera elegante per ricordare la "giallista di profondità" Patricia Highsmith, una inquietante "squilibrista" dell'immaginario. Invece Rooney Mara (nella deliziosa parodia lesbica di Audrey Hepburn, degna di quella spontanea e vitale popcorn venus) deve dividere il premio con l'esecuzione, imbarazzante e imbarazzata, di un copione pessimo che espone Emmanuelle Bercot a recitare sempre sopra le righe tranne quando deve urlare di dolore. Responsabile la regista Maiween di Mon roi (uno spot per gli istituti francese di rieducazione degli arti traumatizzati). Invece  Chronic di Michael Franco (Messico) certamente sostenuto da Guillermo del Toro perché è uno dei film più estremi e insostenibili della gara, che applica il metodo nouveau roman ai malati terminali nei loro rapporti con chi li segue fino all'ultimo respiro, è tutto tranne che un film scritto. E, come diceva Godard, è il montaggio che scrive un film, non il copione. Non c'è neanche nei titoli di testa di "Chronic" la dizione: sceneggiatura di... Dunque premiarlo per il copione è stato un vero sgarbo.          

Todd Haynes riceve il premio di Rooney Mara per "Carol"
E il giudizio sul festival? Certo. Non possiamo pretendere un Adieu au language ogni anno. Ma il bilancio di questa Cannes 2015 non è positivo, anche se ci sono stati altri film "monstre" capaci di mettere tutto sotto sopra, come fa Jean Luc Godard. Ai margini della competizione, stipati lì (ora sappiamo meglio perché), siamo stati oggetto di attentati benefici ai nostri set mentali e emotivi. Pensiamo a Le mille e una notte di Miguel Gomes, Cimitero di splendore di Weerasethakul Apichatpong o al quarto Mad Max di George Miller...
Ma. Il festival sta cambiando, nello spirito e nella strategia, proprio come il paesaggio turistico-culinario-sponsoristico della cittadina governata con mano di ferro da David Lisnard (Ump), che ha dichiarato guerra agli "incivili", tolleranza zero per homless e piccola criminalità, più polizia e telecamere dappertutto, ormai diventata una macchina sforna-eventi a ripetizione, un "non luogo", un centro commerciale da aeroporto vip. Lo aveva già compreso, questo destino, di capitale dello spettacolo, il giovane Guy Debord... La suite del Majestic? Costa 39 mila euro a notte. Però un motivo c'è, l'ha firmata Pascale Deprez...e poi dove ospitare i magnati sauditi e cinesi! Ma perché un qualunque hotel con stanze da 100 euro a notte nei giorni del festival alza la tariffa a 700, senza che nessun magistrato indaghi? E la palma d'oro quanto costa? 20 mila euro: è composta da 19 foglie, tante quanti i film in gara. E poi lo sponsor Chopard, il gioielliere che l'ha creata, con tutti i soldi che mette, potrà anche imporre un documentario a sua gloria, sulla Colombia che produce oro equo e sostenibile, e nella Selezione ufficiale, no? Sul film colombiano che ha vinto la Camera d'or non possiamo però ironizzare. Non si riesce mai a vedere sulla Croiesette tutto quel che si vorrebbe....Tra un caffé da 2 euro e venti e un altro (a meno che non si è drogati di nespresso, gratis per gli accreditati).
Il sindaco Lisnard, non a caso, per molti anni ha gestito da manager sarkozyano proprio il cuore della Croisette, tutte le attività del Grand Palais, il bunker, il centro del festival del cinema e di mille altre fiere annuali, di moda, di televisione, di video giochi, etc.... Un edificio che non si vede l'ora che venga raso al suolo per farne uno ancora più gigantesco, e speriamo meno irrazionale, che cementifichi davvero tutta la spiaggia circostante, mandando in orgasmo gli azionisti di maggioranza. Degno insomma della nuovo concorrenza, alla Shanghai o alla Pechino (dove, non a caso, a dirigere è andato Marco Mueller), che esige ambizioni da Spectre... Quelle ci sono. Dall'umile corruzione si passa a quelle grandi, alle speculazioni edilizie, alle urgenze della globalizzazione che vuole una economia di scala crescente ben governata da un unico centro di potere... C'è infatti chi propone, per capire davvero Cannes, un documentario sul F.C. Cannes, la squadra di calcio locale che fu di Zidane e Vieira, che è progressivamente decaduta, dal 1993, dalla massima serie alla serie d e ora è, come il Parma, in situazione semifallimentare, in serie Dh... Non sarà facile dunque per Lisnard assicurare alla sua città e alla natura circostanze la qualifica di "patrimonio mondiale" dell'umanità Unesco. Lo ha chiesto ufficialmente, con tanto di Gilles Jacob nel comitato di sostegno e dell'abate dell'abbazia circense di Saint-Honorat,  il 19 maggio scorso. Le isole Lerins e la Croisette hanno ancora un valore universale eccezionale? Strano che la città del cinema non abbia ancora neanche un multiplex (lo stanno costruendo, 12 schermi, nella zona Bastide-Rouge). Strano che non abbia ancora un museo del cinema. Lo stanno allestendo. Foto e manifesti di cinema. Ma sarà effimero. Dall'11 luglio al 28 agosto, spazio espositivo di 7000 metri quadri  nella hall Riviera del palazzo del cinema. Con Gondry che animerà l'officina dei cineamatori. Ma la Costa Azzurra ha una film commission molto attiva che nel 2014 ha creato un giro di affari di 37 milioni di euro (grazie a 12 lungometraggi, tra i quali una produzione di Luc Besson).
Comunque, avesse vinto la palma Nanni Moretti chi poteva scandalizzarsi? Ma non siamo dispiaciuti per la mancanza nel palmares di cineasti italiani. Anche il più fragile e perturbante tra di loro, e quello più superbo e spavaldo, hanno avuto infatti una accoglienza attenta e insperata di pubblico e di critica. Per non parlare della giovane generazione, quella di Minervini, Carpignano e Fulvio Risuleo...
Siamo dispiaciuti per il declino di un festival, che seguiamo dal 1980, quando si aveva il tempo di discutere dei film, perfino in spiaggia, e di vedere tutto ciò che si desiderava vedere (questa volta una manina sadica ha costruito il palinsesto per impedire di assistere sia alla storica proiezione di un film postumo di de Oliveira che a quella dell'iper-porno di Noé, o l'uno o l'altro...). Cannes sta morendo di troppo successo, e non serve più da indicatore delle tendenze, come scoperta dei nuovi talenti ruspanti soprattutto extraoccidentali o per far nascere progetti non istituzionali, sottoposti a ferrea filiera "cinefondation-corto-lungo d'esordio-competizione-premio", come è successo con Laszlo Nemes e altri registi d'allevamento quest'anno.  Ma attenzione il cinema d'autore non deve irrigidirsi in uno standard, in una "maniera" se no i festival esauriscono la loro funzione sorprendente. A proposito. L'assenza della Troma e delle sue parate è un altro pessimo sintomo di malattia degenerativa.

Inaugurato male, con un disastroso spot pubblicitario alla giustizia minorile transalpina, imposto dal neo presidente manager Pierre Lescure (l'anno scorso era stato ancora Gilles Jacob, un critico, il garante "artistico") per rendere omaggio al simbolo del cinema francese e sua ex compagna per dieci anni (Catherine Deneuve), proseguito peggio,  tra i malumori dei 40 mila ospiti che ormai hanno bisogno di uno "stadio nuovo" perché il più irrazionale dei bunker è ormai obsoleto, per 40 mila ospiti, e ci sono film che non vengono mai replicati creando notevole irritazione, e lo scodellamento in competizione e ovunque di troppi film francesi stile Canal + (l'ex azienda di Lescure), con tutto l'Olimpo divistico di Francia, serie A e serie B (Depardieu, Huppert, Cassel... Lindon, Emmanuelle Bercot, Meiwaan) bel in vista, è finito molto peggio questo festival 68. E poi ricordarsi di non frequentarlo "mai di domenica". Non troverete più posto....

Inoltre una domanda. Perché uno spettatore francese indignato accreditato come stampa ha urlato alla fine dell'anteprima di Mon Roi: "Nepotismo! Vergognatevi!". L'attuale compagna di Lescure è Emmanuelle Bercot? Maiween? Cassel? Misteri transalpini.

Anche una giuria più qualificata di questa avrebbe comunque avuto difficoltà a mettere in graduatoria i dieci-undici film interessanti di questo cartellone 68. Ma questa qui ha davvero fatto un po' di pasticci. Mancava una guida critica qualificata? Forse.  Siamo arrivati al livello di Berlino d'epoca de Hadeln, quando metà delle proposte erano, come si dice qui, "nul". E i palamers peggio. Non userò infine la cattiveria di Godard che considera i fratelli Coen (e Tarantino) come i portabandiera del "cinema chic". Che per lavarsi la coscienza (e tenere alto il gap industriale tra cinema cinema d'autore americano e resto del mondo) dimostrano di essere colpiti da immagini che siano le più "brutte, sporche e cattive" mai concepibili.   

(*) è vero, è una battuta di cattivissimo gusto, ma adeguata alla serata televisiva, che Sky ha ben tradotto in diretta, metà academy awards, metà spettacolo di varietà del sabato sera, tranne l'incantevole cineballetto cinese, metà predica in chiesa (a parte le bellissime parole di César Augusto Acevedo, il regista colombiano premiato con la Camera d'or per La tierra y la sombre, quando ha dedicato il premio ai contadini, i veri eroi del suo paese). Così mi becco anche io in risposta l'espressione disgustata e enigmatica dei fratelli presidenti di giuria Coen (per tutto il tempo), come se li avessero forzati a emettere quel verdetto.