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lunedì 13 febbraio 2017

Prequel, sequel e requiem. Arrival, la Fantascienza sofisticata di Denis Villeneuve




di Roberto Silvestri 


Amy Adams
Alieno incontra uomo. Arriva dentro gigantesche uova antracite oblunghe, a prova di ombra (per risparmare sulla Computer Graphic?) che planano a un passo da terra. E si fermano, come dirigibili alti 500 metri ma verticali, in 12 località sparse, dal Montana alla Siberia, dal Sudan alla Groenlandia, dal Venezuela a Hokkaido, da Perth alla Cina... E siccome non siamo più negli anni 50, e fa più realismo che i “mostri” non parlino fluentemente inglese, né terrestre, c’è un certo problema di comprensione nel contact.  Sbagli una sfumatura e…


Jeremy Renner
Il Pentagono, come sempre, freme, soprattutto dopo la debacle di Mars Attack! Cosa sono venuti a fare questi extraterrestri? Hanno buone o cattive intenzione?

Bruscamente il colonnello G.T. Weber (Forrest Whitaker) riunisce e spedisce via elicottero scienziati di ogni risma e eccellenza per decifrare al più presto, in un Montana che in realtà è Quebec, anzi precisamente Bas-Saint-Laurent (Saint-Fabien), cacofonie che neppure Isadore Isou avrebbe potuto vocalizzare così stranamente…  



Ma il materiale esterno alla navicella spaziale - dal design quanto di meno fallico si possa concepire - è grigio scuro Kiefer, elegante e rilassante come quello le pareti dipinte dei bagni moderni. Eppure, reduce da un viaggio cosmico più veloce della luce, sembra materiale resistente a qualunque bomba N.



Ma c’è anche “uomo incontra donna”, single incontra single, scienziata del linguaggio si coalizza con scienziato degli astri, e dall’amore con gli altri nasce l’amore tra i nostri, nel film di fantascienza, “intelligente” e “dirty”, Arrival di Denis Villeneuve (in concorso alla mostra di Venezia 2016 e adesso in lizza per 8 Oscar tra i quali migliore film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio visivo e sonoro…), dal romanzo di Ted Chiang Storia della tua vita (1998). Intanto a Londra il film ha già vinto il Bafta Award per il “sound”.




"Se potessi vedere tutta la tua vita scorrerti davanti, dall'inizio alla fine, reggeresti lo shock? E cambieresti qualcosa?” chiede lei a lui. Lui è il fisico teorico di Los Alamos Ian Donnelly (Jeremy Renner, un cognome palindromo) e risponde “non lo so” (se una persona potesse vedere tutta la propria vita in tempo reale in realtà la vivrebbe, e quando finisce, morirebbe). Ma non infierisce e aggiunge, per far colpo sull’avvenente docente in linguistica a Berkeley, la poliglotta, giovane e bionda, Louise Banks (Amy Adams), che ama perché utilizza come lui procedimenti matematici, “comunicherei di più cosa provo dentro. Per tutta la vita ho osservato le stelle e scrutato lo spazio. Ma quando finalmente ho incontrato gli alieni, la cosa che mi ha sconvolto di più sei stata proprio tu”.




Louise è la vera eroina del film. E’ la più creativa, estroversa e coraggiosa. Ma, anche se sa comunicare con chiunque, per professione, e parla perfino mandarino, è lo stesso single. Poi, come un fisico quantistico crede che bisogna forzare sempre la scientificità del proprio procedere, per andare avanti. Non esiterà a spogliarsi della tuta anti-radiazioni per comunicare meglio con i “mostri” venuti dallo spazio, così alti che non entrerebbero neppure nei bar di Guerre stellari, e che sembrano un po’ piovra, un po’ elefanti e un po’ balene. Ma gigantesche. Eptapodi li chiamerà, per via dei loro sette tentacoli, dai quali emettono nuvole d’inchiostro che poi diventano circoli misteriosi che un po’ fanno senso ma sono esempi di action painting dotati, eccome, di senso. E Louise  personalizzerà perfino quelle due cose accettando i nomi che gli darà Ian, “Gianni” e “Pinotto” (strano questo ri-citare Abbott & Costello, il più glottologo dei comici, dopo Paterson), quando l’intimità sarà cresciuta.




Donna radicale (rimprovera alla madre di seguire le news menzognere della Fox e polemizza con il generale Weber per i suoi passati metodi repressivi), ma estremamente ben pagata dall’università pubblica di San Francisco (la sua villa sul lago è mozzafiato), Louise considera il linguaggio, e non la scienza, l’origine e il collante di ogni civiltà. In filologia è imbattibile: Gavisti in sancrito significa guerra, ma – ci spiegherà il polemica con un suo collega di Harvard -  il vero significato della parola è “desiderio di più mucche”. E saprà raccontarvi che il linguaggio era considerato un’arte nel medioevo, quando in Galizia nacque il portoghese, originale risorgimento del latino.  Ecco perché comprenderà immediatamente l’aliena comunicazione non verbale: “non c’è corrispondenza tra ciò che dicono e ciò che scrivono. Qui si tratta di una ortografia non lineare. Comunicano per logogrammi: come le loro navi e i loro corpi la loro lingua non scritta non ha né forma, né direzione”. Louise, infine, novella Bataille, acccetta la vita fin dentro la morte. E ha stranissime visioni, profezie, vede bambine, mariti, giochi, disegni, ….



Amy Adams e Forrest Whitaker
Prodotto dalla multinazione Sony, riscritto da Eric Heisserer, questo apologo femminista e “marziano” si avvale delle armonie minimaliste di Johann Johannson: un  flusso continuo (che utilizza e riplasma registrazioni subacquee delle balene e altre armonie disumane), rotto da impennate suspense, che ipnotizzano lo spettatore abituandolo al fatalismo benigno striato da improvvise impennate “suspense”, a rievocare forse il libero arbitrio.

Le luci di Bradford Young scelgono la strada del tonalismo drastico e cool, un fluido azzurrognolo-dark da crepuscolo o da tramonto che avvolge il tutto in maniera spiritualmente corretta. Villeneuve ha detto a Young di ricostruire le atmosfera cupe delle tristi mattinate piovose d’inizio settimana, quando si andava tristemente a scuola da ragazzi. E di studiare le foto della scandinava Martina Hoogland Ivanow, in particolare del libro e della mostra “Speedway”, e di rifarle. 




Villeneuve inoltre ha l'originalità di proseguire l'intuizione di Steven Spielberg. Negli “Incontri ravvicinati” quel che conta era trovare il contatto con chi è diverso, capirsi, poter toccarsi in qualche modo, dialogare con ogni mezzo necessario. Lì ci si comprendeva, grosso modo, attraverso la musica. Ma qui le astronavi ovaloidi che scendono sulla terra pretendono di più di una carezza (ci sarà) e all'apparenza sono molto più minacciose. Dodici giganteschi baccelloni, dotati di stratosferica, invisibile tecnologia che planano ovunque, e ovunque scatenano le sommesse delle moltitudini dell’anti-politica al grido: “I governi non ci proteggono. Obama (sottineso) è troppo mollaccione”. Minaccioso, a un tratto, sarà il vero motivo della visita: “Tra 3000 anni gli umani ci salveranno. Ecco perché oggi li dobbiamo slavare noi”. Mmmmmmmm.



I veri avversari di Louise sono però, per il momento, (ovviamente) i fin troppo agguerriti e guerrafondai(?) cinesi. E in particolare il minaccioso comandante dell’Armata Rossa, il generale Sheng. Che, davanti alla lingua semiosomatica degli extraterrestri (cioè non quella che rappresenta un suono ma quella che trasmette significati complessi), coi quali solo Edgar Varése o un filosofo Zen potrebbe colloquiare, fa giocare ai suoi esperti, giocolieri dell’ideogramma, una partita di mahjong con gli alieni. E, proprio come la semiologa americana, esperta in linguaggi non verbali, i cinesi sfiorano la verità quando si avvicinano a qualcosa che ha a che fare con il concetto di “guerra”. Chiaro che per un militare guerra non è parola ambigua. Soprattutto se abbinata a divise, onori, fiori…Ma quel concetto “usare arma” può significare troppe altre cose, perfino antitetiche. Louise ne è convinta, seguace come è dell'ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui una lingua sconosciuta può cambiare la nostra percezione della realtà e impadronirsi di un idioma diverso rivitalizza le nostre facoltà, compreso il modo di sognare, in sonno o svegli, come fosse una droga estetica. Quale sarà l’arma di cui si parla è il McGuffin del film. Che scodellerà una serie di cose divertenti come il concetto di “gioco non a somma zero” e quello, opposto, di "szalámitaktika (in ungherese "tattica del salame") cioé dividere l'opposizione per affrontare i nemici più deboli (usata dagli inglesi in India, dai tedeschi in Ruanda, come ricorda a Louise il perfido agente della Cia Alpern). Inoltre si esagererà con il condimento introducendo aneddoti falsi (come quello riferito a a James Cook, all’incontro con gli aborigeni australiani e alla nascita della parola “canguro” e  a percepire il tempo non lineare, quando per esempio vediamo il nostro futuro ben dietro le spalle. 



Siccome, infine, il mercato cinese è indispensabile, perfino i cinesi diventeranno comunque buoni. Ma non vi sveliamo come. E come la prenderanno gli ufo e i sudanesi. Il messaggio finale è pacifista. “Le guerre non hanno vincitori, ma solo vedove”. Sarà questa la frase chiave. Gli alieni la sentono e la diffondono. Altro che Privacy. Altro che Putin. Altro che Snowden o Assange o Facebook. Inarrestabile sarà la decifrazione di tutti i nostri idioletti più segreti. Sussurrati. E perfino telepatici.   

giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 73. "Arrival" di Denis Villeneuve. "L'estate addosso" di Gabriele Muccino

Roberto Silvestri
VENEZIA

"Se vedessi tutta la mia vita scorrermi davanti, dall'inizio alla fine, cambierei qualcosa?” si chiede il matematico (Jeremy Renner) nel film di fantascienza “intelligente” Arrival di Denis Villeneuve (in concorso), dal romanzo di Ted Chiang Storia della tua vita. E risponde, soprattutto per far colpo sulla avvenente docente in linguistica, la poliglotta Louise (Amy Adams), “farei capire di più cosa provo dentro. Per tutta la vita ho osservato le stelle e scrutato lo spazio. Ma quando finalmente ho incontrato gli alieni la cosa che mi ha sconvolto di più sei stata proprio tu”. Prodotto dalla multinazione Sony, riscritto da Eric Heisserer, questo apologo femminista ma “marziano” che le armonie minimaliste di Johann Johannson dotano di flusso continuo, per introdurre un fatalismo benigno, e le luci di Bradford Young scelgono la strada del tonalismo, che è sempre spiritualmente corretto, ha l'originalità di proseguire l'intuizione di Spielberg. Negli “Incontri ravvicinati” quel che conta è il contatto con chi è diverso, capirsi, poter dialogare. Lì ci si comprendeva grosso modo, attraverso la musica. Ma qui le astronavi che scendono sulla terra pretendono di più e all'apparenza sono molto più minacciose. Dodici giganteschi baccelloni, a forma d'uova color marrone Kiefer, dotati di stratosferica tecnologia che planano ovunque, dalla Spagna al Montana, dalla Cina al Sudan. Cosa vorranno? Hanno cattive intenzioni oppure sono pacifici? I militari americani per una volta hanno l'umiltà di farsi aiutare perché non ci capiscono niente, e “sequestrano” la professoressa che al mondo sa tradurre qualunque cosa meglio di tutti (perfino della collega di Harvard) e la introducono, scafandro incluso, nell'astronave. Riuscirà a comunicare con gli esseri dai sette tentacoli e a forma di piovra oblunga, che sembrano usciti dalle fantasie spaziali di Roger Corman? Non siamo più alle prese, purtroppo, con gli alieni che parlano l'idioma di Shakespeare meglio di Eisenhower. E non basta una linguista, perché emettono suoni concreti sovrimpressi che neanche Edgar Varese saprebbe, oggi, trascrivere. Ci vuole una semiologa, esperta in linguaggi non verbali, dotata di mentalità matematica e soprattutto adepta dell'ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui la lingua può cambiare la nostra percezione della realtà e impadronirsi di un idioma diverso che rivitalizzerà tutte le nostre facoltà. Come fosse una droga estetica. Già. La lingua è proprio “come una forma di arte”. La prova? Louise Banks, all'università, sta per darcela, parlando del regno medievale di Galizia dove fu creato il portoghese, lingua romanza che rinnovò l'idioma latino, quando arriva la notizia dell'invasione spaziale. Riuscirà la nostra eroina, segnata dalla vita, ma che dalla tragedia di una figlia morta giovanissima, e dai suoi ricordi di lei, a decodificare segnali segreti transtemporali, a parlare con gli alieni e a capirne le intenzioni? Di che armi stanno parlando? Il finale, con l'arrivo dei cinesi cattivi, è naturalmente bassa ideologia. Ma, siccome il mercato cinese è indispensabile, perfino i cinesi diventeranno buoni. Ma non vi sveliamo come la prenderanno gli ufo né i sudanesi.

Scorrere tutta la vita davanti e decidere se cambiare qualcosa di decisivo è anche il problema del pianista di jazz rigoroso, ma in stato d'allarme, protagonista di La La Land, musical che rischia molto perché ai ragazzi la black classic music proprio non piace più. Infatti la coprotagonista dichiara, sinceramente, “Io odio il jazz”. E lei intende quello che conosce, da ascensore. O da playlist della radio californiana Kjazz 88.1. O quello orchestrato nel film da Jordan Horowitz, il genio dei timbri accattivanti e delle melodie facili, come quelle cromatiche che Linus Sandgren utilizza per fare la parodia visiva del technicolor di John Alton in Un americano a Parigi. Il jazz che vince l'oscar per la migliore song e un jazz che ci insospettisce. E dopo La la land (e Whiplash) lo si odierà ancora di più il jazz, hot o cool. Come se il jazz fosse una compilation di standard orecchiabili per far comunicare popoli dalle lingue differenti, da Misty di Errol Garner a Merci Merci Merci di Cannonball Adderly. Tra addestramento da marine alla batteria e lettura romantica del solista come ottimizzatore finale di arrangiamenti commestibili, quello che viene gettato dalla finestra è la storia profonda di una musica e di una cultura. Però il tono light piace, è commuovente, comunicativo, scolastico in senso di Scola, sa far uscire la lacrimuccia a comando. Gabriele Muccino in L'estate addosso tratta San Francisco proprio come Chazelle Los Angeles. Come cartolina per turisti e cinefili pigri? No, l'europeo che guarda a occhi sgranati il ponte dei suicidi, l'ex carcere di Alcatraz, le strade sali scendi e vi ambienta i suoi natali e capodanni, fa commedia di comici e ha estremo bisogno di set credibile. Muccino racconta invece di sentimenti sommersi e tragicomici. Cose che conosce di prima mano. Il resto è sfondo. Tanto che si dimentica il famoso detto chandleriano: “era un inverno freddo come un'estate a San Francisco”. Ma a lui interessa altro. Per esempio il quasi primo amore tra due diciottenni della Roma nord bene (che a casa si odiano), lo scafato Marco, un futuro veterinario, e la noiosissima Maria, ma bigotta reazionaria solo nell'apparenza, nasce forse e si rafforza un po' in California grazie a quel tocco di magia costituito dalla vacanza, dai loro ospiti, una divertente coppia omosessuale (per una ragazzina sedurre un gay è poi un punto in più di autostima) e dalle circostanze che li obbligano gioco forza (e per lo scherzo da prete di un amico sadico) a condividere lo stesso letto. Quel che nasce in effetti è un rapporto a quattro che è ancora più solido, consapevole, carnoso e profondo di un rapporto d'amore estivo di coppia, e finirà addirittura in un viaggio a Cuba, che rischia lo spot Campari. Matilda Lutz come fiore che nasce dal letame, è davvero imbattibile. 

lunedì 28 settembre 2015

Che muoia Mexico! Contro Il Sicario di Denis Villeneuve



Roberto Silvestri 


Sicario (in anteprima a Cannes 2015, in concorso), con Benicio Del Toro mattatore, diretto da un cineasta nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, è un estetizzante e impolverato
film di genere (d’azione, un narco-thriller) ambientato in Messico. Se non fosse estetizzante non andrebbe ai festival e neppure nei circuiti d’essai d’essai di tutti il mondo (che non vivono i loro anni di gloria) dove ha spopolato soprattutto grazie ad alcune immagini raccapriccianti (ma dolcificate per non essere insostenibili come quella, iniziale, delle pareti barocche che nascondono decine di cadaveri) e che, così ben affogate dagli arabeschi di regia, anestetizzano la tragedia messicana in un balletto dalle cromature anti buoniste. Rischia il 5 stellette, e non solo sul Foglio, vecchia e nuova gestione.     
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa e di Ferdinando Sanchez, è più che reticente invece sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez. Ma è la major, bellezza.
E sottotraccia cosa leggiamo? Un pretenzioso e maschilista tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow, affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta il ruolo di una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino ribelle della Cia, Jessica Chastain, che catturò Osama Bin Laden perché molto più criminale di lui. Insomma il film entra pesantemente nella prossima campagna presidenziale Usa come un macigno, non subliminale, scagliato contro Hillary Clinton.  
In questo thriller "intimista", dove le ombre contano almeno quanto le luci, e con un titolo che profuma di plagio (El 

Benicio Del Toro in "Sicario" di Denis Villeneuve
Sicario di Rosi, così più inquietante e drastico da umiliare un mockumentary, non è mai uscito in Usa), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita dopo pochi minuti di gioco da un attore metrosexual, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, - se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta - vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra clandestina.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea. Per farlo si utilizza contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un giudice (così come viene descritto dall’immaginario berluscoide). Un procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro e il suo dovere, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. E la giustizia dei parenti delle vittime sappiamo quanto è spietata. Grande la lezione etica di Villeneuve! Ridateci Clint.
A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo concetto (tranne che per Giovanardi e per chi lucra nelle comunità di recupero) della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire di più, anticamera delle droghe pesanti, etc. A proposito i Lautari chi li paga?
Emily Blunt (Kate) in "Sicario"
Ha spiegato tutto questo Grass pietra miliare del documentarismo su drugs & affini, diretto dal cineasta canadese Ron Mann, idolo della controcultura. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perché portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto  - tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché sa mettere il bromuro visivo dappertutto -  e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del Toro che ormai somatizza in se tutto il fascino perverso delle sostanze stupefacenti (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì, attorno a Ciudad de Juarez (anche Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri ne hanno parlato in un bel doc di qualche anno fa, per non ricordare Lourdes Portillo, la prima cineasta a indagare da quelle parti). Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via), che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico! 



domenica 31 maggio 2015

Che muoia Mexico! "Chronic" Di Michel Franco. E "Sicario", ovvero perché uccidere a pagamento le donne forti di Hollywood. Fiesta alla margarita. Ancora da Cannes




Roberto Silvestri

Emily Blunt, la giovane e spaesata agente Fbi di Sicario 
Ancora due film dal concorso di Cannes su cui scrivere. Intanto una pensata teorica su cos’è il realismo estremista, quando non si vuol descrive la realtà, non la si può cambiare con un film ma almeno si vuole creare qualcosa che provochi una ricezione attiva e emozionalmente reale. Parliamo di un esempi odi cinema della prassi, Chronic, del messicano Michel Franco (un talento scoperto da Cinefondation come Nemes, che ha completato tutto il tragitto richiestogli: Quinzaine, Un certain regard, che ha vinto, Panorama di Berlino…).
Tim Roth in Chronic di michel Franco 
Un primo piano implacabile e inquietante su un infermiere specializzato in malati terminali: la fenomenologia del lavoro impossibile, penoso e spesso umiliante di chi, estraneo e spesso straniero, ha a che fare con pazienti che non possono mangiare da soli, non possono cambiarsi d’abito, non possono muoversi, non possono andare in bagno, e spesso neppure parlare, diventando rispetto a quei corpi qualcosa di più di un badante, un doppio, un alter ego, un super angelo custode più vicino, fisicamente e emozionalmente, di chiunque altro, parenti e amici compresi. E’ un’esperienza che crea anche gelosia e conflitti in famiglia.  Il regista e sceneggiatore del film lo sa bene per aver vissuto in prima persona l’agonia della nonna rimasta paralizzata per un ictus e diventata dipendente, completamente, da un’infermiera che ne ha seguito l’epilogo con straordinaria sensibilità.

Insomma siamo in territori ancor più ultrà di Mare dentro di Alejandro Amenabar che affidava al solo ciglio sinistro il peso del racconto, visto che Xavier Bardem  era stato totalmente paralizzato da un icuts. Le immagini di Chronic sono di bellezza cariata e le luci gin tonic livide, come mai ne ho viste di simili, sono dosate da Yves Capé in maniera da impedire  allo spettatore di distrarsi un solo attimo. Sadico, dunque, questo soggetto dal quoziente di difficoltà altino. Ambientato in California, Chronic sposta il ruolo di protagonista dal paziente malato terminale da accompagnare alla morte, all’infermiere specializzato. Ci si aggira così nella zona inquietante tra tecnica specializzata, narcosi obbligatoria, affetto come optional ed eutanasia non sempre evitabile. Il film, che è davvero insostenibile, come Straub per un iperattivo, ha vinto, tra lo stupore di tutti, il premio della giuria per la migliore sceneggiatura. Eppure non sfoggia dialoghi prepotenti né sofisticati, come si usa nelle serie tv, né snodi narrativi rococò e cult, come si usa nelle serie tv, tranne un finale che ti arriva in faccia come un Tir, criticato a torto da molti perché confonde per un puerile escamotage narrativo una liberatoria esperienza fisica traumatica, simile ad altri “happy end” classici che mandano in frantumi il nostro sistema di sicurezza e di prevedibili attese, come il finale, quasi trance, di Apocalipse Now . Anche lo shakeraggio tra attori professionisti e non professionisti è procedimento abusato, ma qui l’attore principale, gigante della immedesimazione psicofisica, non ci risparmia un solo dettaglio deontologico. La via crucis, sua e nostra, è necessaria, perché deve rovesciare, a proposito di realismo drastico, il fatto di sostituire il modello ammirato e studiato da Michel Franco in famiglia.       
Tim Roth in Chronic 
L’infermiera diventa infermiere. Il cambio di sesso chissà se è stato provocato dal carattere fragile, lavoro a parte, del protagonista, oppure dall’epilogo del film che non è punitivo né moralistico, ma avrebbe potuto assumere questa caratteristica.
Il secondo film di cui parlare è Sicario di un nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, che firma questa volta un estetizzante film di genere (d’azione, un narco-thrille
r) ambientato in Messico, e già acquistato per la distribuzione italiana. Esce in autunno.
Benicio del Toro 
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa, è più che reticente sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez, ed è un pretenzioso tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow,  affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta  una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino della Cia Jessica Chastain. Roba da mandare in sollucchero Il Foglio. Vecchia e nuova gestione. In realtà lo avevo recensito, quasi stroncato, questo risarcimento immaginario al macho scomparso, proprio nelle giornate febbrili di Cannes 68, subito dopo la prima proiezione per la stampa, ma il computer si è mangiato per sempre un lungo pezzo senza sapermelo restituire. Ingerenza pesante della Dea, la sezione Cia specializzata in mercato della droga? Forse ho scritto cose che non dovevo? Niente di tutto questo. Semplicemente non lo avevo memorizzato in tempo e zac, annichilito dalle divinità dell’Olimpo digitale.
Chronic è invece uno strano arty-movie d’attore/mattatore. Un “one man show”, ma a levare, non ad aggiungere. Set Los Angeles. Tim Roth è David (il figlio di Saul?) e assiste i malati terminali, assegnatigli dall’agenzia, cercando di addolcirne l’agonia. Se ci fosse la possibilità di chiedere ai morti come si è comportato con loro da vivo, rispettandoli giocando con loro permettendogli cose che la famiglia avrebbe proibito, David riceverebbe da tutti il punteggio di dieci con lode. E’ minuzioso, efficace, appassionato soprattutto perché istaura con i pazienti un rapporto più che professionale, intimo. Ma l’esagerato investimento emotivo che mette nel suo lavoro insospettisce tutti. Che ci sia qualcosa di losco? Di morboso e di necrofilo nel suo agire? Sospetti e denunce fioccano.  Come se tutti avessero visto Gerontophilia (2013) di Bruce La Bruce, tra i migliori film gay degli ultimi anni. La cosa sconvolge infatti alcuni parenti del malato che, chissà perché, hanno con il loro padre o figlio o fratello un rapporto più distaccato, impacciato, formale e perfino infastidito. E che non vedono l’ora che l’intruso finisca il suo lavoro troppo ben fatto e si arrivi al funerale liberatorio. Oltretutto anche David, in famiglia, entra in metamorfosi e incorpora gli stessi gesti formali, freddi, maldestri e inefficaci. Il contrario delle sue performance di lavoro. La biopolitica che trasforma la ricca sostanza umano in profitto infatti aliena la nostra vita principale e risucchia tutte le nostre qualità più preziose solo nel lavoro salariato. Forse uno shock, anche esagerato, perfino fatale, può liberarci di questo incantesimo da incantesimo maligno.
Il regista di Chronic Michel Franco 
Nel thriller "intimo", dove le ombre contano almeno quanto le luci, Sicario (con un titolo simile, El Sicario, Gianfranco Rosi ha certamente fatto un film più inquietante e di drastico realismo documentaristico su quel che succede al confine tra Messico e Usa: paradosalmnte il film non è mai uscito in nord America), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita da un attore uomo, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta, vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea, utilizzando contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un ex procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. Grande la lezione etica di Villeneuve! Rodateci Clint. A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire, anticamera delle droghe pesanti, etc. Lo ha spiegato in Grass anni fa proprio un cineasta canadese, Ron Mann. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perchè portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto (tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché (an)estetizza anche troppo qualunque cosa) e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del toro che ormai somatizza in se tutto il drug world (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì attorno. Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via) che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico!  
Alejandro, il procuratore vendicativo. Benicio del Toro in Sicario