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lunedì 13 febbraio 2017

Prequel, sequel e requiem. Arrival, la Fantascienza sofisticata di Denis Villeneuve




di Roberto Silvestri 


Amy Adams
Alieno incontra uomo. Arriva dentro gigantesche uova antracite oblunghe, a prova di ombra (per risparmare sulla Computer Graphic?) che planano a un passo da terra. E si fermano, come dirigibili alti 500 metri ma verticali, in 12 località sparse, dal Montana alla Siberia, dal Sudan alla Groenlandia, dal Venezuela a Hokkaido, da Perth alla Cina... E siccome non siamo più negli anni 50, e fa più realismo che i “mostri” non parlino fluentemente inglese, né terrestre, c’è un certo problema di comprensione nel contact.  Sbagli una sfumatura e…


Jeremy Renner
Il Pentagono, come sempre, freme, soprattutto dopo la debacle di Mars Attack! Cosa sono venuti a fare questi extraterrestri? Hanno buone o cattive intenzione?

Bruscamente il colonnello G.T. Weber (Forrest Whitaker) riunisce e spedisce via elicottero scienziati di ogni risma e eccellenza per decifrare al più presto, in un Montana che in realtà è Quebec, anzi precisamente Bas-Saint-Laurent (Saint-Fabien), cacofonie che neppure Isadore Isou avrebbe potuto vocalizzare così stranamente…  



Ma il materiale esterno alla navicella spaziale - dal design quanto di meno fallico si possa concepire - è grigio scuro Kiefer, elegante e rilassante come quello le pareti dipinte dei bagni moderni. Eppure, reduce da un viaggio cosmico più veloce della luce, sembra materiale resistente a qualunque bomba N.



Ma c’è anche “uomo incontra donna”, single incontra single, scienziata del linguaggio si coalizza con scienziato degli astri, e dall’amore con gli altri nasce l’amore tra i nostri, nel film di fantascienza, “intelligente” e “dirty”, Arrival di Denis Villeneuve (in concorso alla mostra di Venezia 2016 e adesso in lizza per 8 Oscar tra i quali migliore film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio visivo e sonoro…), dal romanzo di Ted Chiang Storia della tua vita (1998). Intanto a Londra il film ha già vinto il Bafta Award per il “sound”.




"Se potessi vedere tutta la tua vita scorrerti davanti, dall'inizio alla fine, reggeresti lo shock? E cambieresti qualcosa?” chiede lei a lui. Lui è il fisico teorico di Los Alamos Ian Donnelly (Jeremy Renner, un cognome palindromo) e risponde “non lo so” (se una persona potesse vedere tutta la propria vita in tempo reale in realtà la vivrebbe, e quando finisce, morirebbe). Ma non infierisce e aggiunge, per far colpo sull’avvenente docente in linguistica a Berkeley, la poliglotta, giovane e bionda, Louise Banks (Amy Adams), che ama perché utilizza come lui procedimenti matematici, “comunicherei di più cosa provo dentro. Per tutta la vita ho osservato le stelle e scrutato lo spazio. Ma quando finalmente ho incontrato gli alieni, la cosa che mi ha sconvolto di più sei stata proprio tu”.




Louise è la vera eroina del film. E’ la più creativa, estroversa e coraggiosa. Ma, anche se sa comunicare con chiunque, per professione, e parla perfino mandarino, è lo stesso single. Poi, come un fisico quantistico crede che bisogna forzare sempre la scientificità del proprio procedere, per andare avanti. Non esiterà a spogliarsi della tuta anti-radiazioni per comunicare meglio con i “mostri” venuti dallo spazio, così alti che non entrerebbero neppure nei bar di Guerre stellari, e che sembrano un po’ piovra, un po’ elefanti e un po’ balene. Ma gigantesche. Eptapodi li chiamerà, per via dei loro sette tentacoli, dai quali emettono nuvole d’inchiostro che poi diventano circoli misteriosi che un po’ fanno senso ma sono esempi di action painting dotati, eccome, di senso. E Louise  personalizzerà perfino quelle due cose accettando i nomi che gli darà Ian, “Gianni” e “Pinotto” (strano questo ri-citare Abbott & Costello, il più glottologo dei comici, dopo Paterson), quando l’intimità sarà cresciuta.




Donna radicale (rimprovera alla madre di seguire le news menzognere della Fox e polemizza con il generale Weber per i suoi passati metodi repressivi), ma estremamente ben pagata dall’università pubblica di San Francisco (la sua villa sul lago è mozzafiato), Louise considera il linguaggio, e non la scienza, l’origine e il collante di ogni civiltà. In filologia è imbattibile: Gavisti in sancrito significa guerra, ma – ci spiegherà il polemica con un suo collega di Harvard -  il vero significato della parola è “desiderio di più mucche”. E saprà raccontarvi che il linguaggio era considerato un’arte nel medioevo, quando in Galizia nacque il portoghese, originale risorgimento del latino.  Ecco perché comprenderà immediatamente l’aliena comunicazione non verbale: “non c’è corrispondenza tra ciò che dicono e ciò che scrivono. Qui si tratta di una ortografia non lineare. Comunicano per logogrammi: come le loro navi e i loro corpi la loro lingua non scritta non ha né forma, né direzione”. Louise, infine, novella Bataille, acccetta la vita fin dentro la morte. E ha stranissime visioni, profezie, vede bambine, mariti, giochi, disegni, ….



Amy Adams e Forrest Whitaker
Prodotto dalla multinazione Sony, riscritto da Eric Heisserer, questo apologo femminista e “marziano” si avvale delle armonie minimaliste di Johann Johannson: un  flusso continuo (che utilizza e riplasma registrazioni subacquee delle balene e altre armonie disumane), rotto da impennate suspense, che ipnotizzano lo spettatore abituandolo al fatalismo benigno striato da improvvise impennate “suspense”, a rievocare forse il libero arbitrio.

Le luci di Bradford Young scelgono la strada del tonalismo drastico e cool, un fluido azzurrognolo-dark da crepuscolo o da tramonto che avvolge il tutto in maniera spiritualmente corretta. Villeneuve ha detto a Young di ricostruire le atmosfera cupe delle tristi mattinate piovose d’inizio settimana, quando si andava tristemente a scuola da ragazzi. E di studiare le foto della scandinava Martina Hoogland Ivanow, in particolare del libro e della mostra “Speedway”, e di rifarle. 




Villeneuve inoltre ha l'originalità di proseguire l'intuizione di Steven Spielberg. Negli “Incontri ravvicinati” quel che conta era trovare il contatto con chi è diverso, capirsi, poter toccarsi in qualche modo, dialogare con ogni mezzo necessario. Lì ci si comprendeva, grosso modo, attraverso la musica. Ma qui le astronavi ovaloidi che scendono sulla terra pretendono di più di una carezza (ci sarà) e all'apparenza sono molto più minacciose. Dodici giganteschi baccelloni, dotati di stratosferica, invisibile tecnologia che planano ovunque, e ovunque scatenano le sommesse delle moltitudini dell’anti-politica al grido: “I governi non ci proteggono. Obama (sottineso) è troppo mollaccione”. Minaccioso, a un tratto, sarà il vero motivo della visita: “Tra 3000 anni gli umani ci salveranno. Ecco perché oggi li dobbiamo slavare noi”. Mmmmmmmm.



I veri avversari di Louise sono però, per il momento, (ovviamente) i fin troppo agguerriti e guerrafondai(?) cinesi. E in particolare il minaccioso comandante dell’Armata Rossa, il generale Sheng. Che, davanti alla lingua semiosomatica degli extraterrestri (cioè non quella che rappresenta un suono ma quella che trasmette significati complessi), coi quali solo Edgar Varése o un filosofo Zen potrebbe colloquiare, fa giocare ai suoi esperti, giocolieri dell’ideogramma, una partita di mahjong con gli alieni. E, proprio come la semiologa americana, esperta in linguaggi non verbali, i cinesi sfiorano la verità quando si avvicinano a qualcosa che ha a che fare con il concetto di “guerra”. Chiaro che per un militare guerra non è parola ambigua. Soprattutto se abbinata a divise, onori, fiori…Ma quel concetto “usare arma” può significare troppe altre cose, perfino antitetiche. Louise ne è convinta, seguace come è dell'ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui una lingua sconosciuta può cambiare la nostra percezione della realtà e impadronirsi di un idioma diverso rivitalizza le nostre facoltà, compreso il modo di sognare, in sonno o svegli, come fosse una droga estetica. Quale sarà l’arma di cui si parla è il McGuffin del film. Che scodellerà una serie di cose divertenti come il concetto di “gioco non a somma zero” e quello, opposto, di "szalámitaktika (in ungherese "tattica del salame") cioé dividere l'opposizione per affrontare i nemici più deboli (usata dagli inglesi in India, dai tedeschi in Ruanda, come ricorda a Louise il perfido agente della Cia Alpern). Inoltre si esagererà con il condimento introducendo aneddoti falsi (come quello riferito a a James Cook, all’incontro con gli aborigeni australiani e alla nascita della parola “canguro” e  a percepire il tempo non lineare, quando per esempio vediamo il nostro futuro ben dietro le spalle. 



Siccome, infine, il mercato cinese è indispensabile, perfino i cinesi diventeranno comunque buoni. Ma non vi sveliamo come. E come la prenderanno gli ufo e i sudanesi. Il messaggio finale è pacifista. “Le guerre non hanno vincitori, ma solo vedove”. Sarà questa la frase chiave. Gli alieni la sentono e la diffondono. Altro che Privacy. Altro che Putin. Altro che Snowden o Assange o Facebook. Inarrestabile sarà la decifrazione di tutti i nostri idioletti più segreti. Sussurrati. E perfino telepatici.   

giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 73. "Arrival" di Denis Villeneuve. "L'estate addosso" di Gabriele Muccino

Roberto Silvestri
VENEZIA

"Se vedessi tutta la mia vita scorrermi davanti, dall'inizio alla fine, cambierei qualcosa?” si chiede il matematico (Jeremy Renner) nel film di fantascienza “intelligente” Arrival di Denis Villeneuve (in concorso), dal romanzo di Ted Chiang Storia della tua vita. E risponde, soprattutto per far colpo sulla avvenente docente in linguistica, la poliglotta Louise (Amy Adams), “farei capire di più cosa provo dentro. Per tutta la vita ho osservato le stelle e scrutato lo spazio. Ma quando finalmente ho incontrato gli alieni la cosa che mi ha sconvolto di più sei stata proprio tu”. Prodotto dalla multinazione Sony, riscritto da Eric Heisserer, questo apologo femminista ma “marziano” che le armonie minimaliste di Johann Johannson dotano di flusso continuo, per introdurre un fatalismo benigno, e le luci di Bradford Young scelgono la strada del tonalismo, che è sempre spiritualmente corretto, ha l'originalità di proseguire l'intuizione di Spielberg. Negli “Incontri ravvicinati” quel che conta è il contatto con chi è diverso, capirsi, poter dialogare. Lì ci si comprendeva grosso modo, attraverso la musica. Ma qui le astronavi che scendono sulla terra pretendono di più e all'apparenza sono molto più minacciose. Dodici giganteschi baccelloni, a forma d'uova color marrone Kiefer, dotati di stratosferica tecnologia che planano ovunque, dalla Spagna al Montana, dalla Cina al Sudan. Cosa vorranno? Hanno cattive intenzioni oppure sono pacifici? I militari americani per una volta hanno l'umiltà di farsi aiutare perché non ci capiscono niente, e “sequestrano” la professoressa che al mondo sa tradurre qualunque cosa meglio di tutti (perfino della collega di Harvard) e la introducono, scafandro incluso, nell'astronave. Riuscirà a comunicare con gli esseri dai sette tentacoli e a forma di piovra oblunga, che sembrano usciti dalle fantasie spaziali di Roger Corman? Non siamo più alle prese, purtroppo, con gli alieni che parlano l'idioma di Shakespeare meglio di Eisenhower. E non basta una linguista, perché emettono suoni concreti sovrimpressi che neanche Edgar Varese saprebbe, oggi, trascrivere. Ci vuole una semiologa, esperta in linguaggi non verbali, dotata di mentalità matematica e soprattutto adepta dell'ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui la lingua può cambiare la nostra percezione della realtà e impadronirsi di un idioma diverso che rivitalizzerà tutte le nostre facoltà. Come fosse una droga estetica. Già. La lingua è proprio “come una forma di arte”. La prova? Louise Banks, all'università, sta per darcela, parlando del regno medievale di Galizia dove fu creato il portoghese, lingua romanza che rinnovò l'idioma latino, quando arriva la notizia dell'invasione spaziale. Riuscirà la nostra eroina, segnata dalla vita, ma che dalla tragedia di una figlia morta giovanissima, e dai suoi ricordi di lei, a decodificare segnali segreti transtemporali, a parlare con gli alieni e a capirne le intenzioni? Di che armi stanno parlando? Il finale, con l'arrivo dei cinesi cattivi, è naturalmente bassa ideologia. Ma, siccome il mercato cinese è indispensabile, perfino i cinesi diventeranno buoni. Ma non vi sveliamo come la prenderanno gli ufo né i sudanesi.

Scorrere tutta la vita davanti e decidere se cambiare qualcosa di decisivo è anche il problema del pianista di jazz rigoroso, ma in stato d'allarme, protagonista di La La Land, musical che rischia molto perché ai ragazzi la black classic music proprio non piace più. Infatti la coprotagonista dichiara, sinceramente, “Io odio il jazz”. E lei intende quello che conosce, da ascensore. O da playlist della radio californiana Kjazz 88.1. O quello orchestrato nel film da Jordan Horowitz, il genio dei timbri accattivanti e delle melodie facili, come quelle cromatiche che Linus Sandgren utilizza per fare la parodia visiva del technicolor di John Alton in Un americano a Parigi. Il jazz che vince l'oscar per la migliore song e un jazz che ci insospettisce. E dopo La la land (e Whiplash) lo si odierà ancora di più il jazz, hot o cool. Come se il jazz fosse una compilation di standard orecchiabili per far comunicare popoli dalle lingue differenti, da Misty di Errol Garner a Merci Merci Merci di Cannonball Adderly. Tra addestramento da marine alla batteria e lettura romantica del solista come ottimizzatore finale di arrangiamenti commestibili, quello che viene gettato dalla finestra è la storia profonda di una musica e di una cultura. Però il tono light piace, è commuovente, comunicativo, scolastico in senso di Scola, sa far uscire la lacrimuccia a comando. Gabriele Muccino in L'estate addosso tratta San Francisco proprio come Chazelle Los Angeles. Come cartolina per turisti e cinefili pigri? No, l'europeo che guarda a occhi sgranati il ponte dei suicidi, l'ex carcere di Alcatraz, le strade sali scendi e vi ambienta i suoi natali e capodanni, fa commedia di comici e ha estremo bisogno di set credibile. Muccino racconta invece di sentimenti sommersi e tragicomici. Cose che conosce di prima mano. Il resto è sfondo. Tanto che si dimentica il famoso detto chandleriano: “era un inverno freddo come un'estate a San Francisco”. Ma a lui interessa altro. Per esempio il quasi primo amore tra due diciottenni della Roma nord bene (che a casa si odiano), lo scafato Marco, un futuro veterinario, e la noiosissima Maria, ma bigotta reazionaria solo nell'apparenza, nasce forse e si rafforza un po' in California grazie a quel tocco di magia costituito dalla vacanza, dai loro ospiti, una divertente coppia omosessuale (per una ragazzina sedurre un gay è poi un punto in più di autostima) e dalle circostanze che li obbligano gioco forza (e per lo scherzo da prete di un amico sadico) a condividere lo stesso letto. Quel che nasce in effetti è un rapporto a quattro che è ancora più solido, consapevole, carnoso e profondo di un rapporto d'amore estivo di coppia, e finirà addirittura in un viaggio a Cuba, che rischia lo spot Campari. Matilda Lutz come fiore che nasce dal letame, è davvero imbattibile. 

lunedì 24 marzo 2014

Irv, fuori legge e me ne vanto. Due o tre cose su 'American Hustle', qualche mese dopo

Jennifer Lawrence, Jeremy Renner, Amy Adams, Bradley Cooper e Christian Bale in "American Hustle"


Roberto Silvestri 

Salutiamo con interessa il ritorno ossessivo agli anni 70 e al suo cinema sex drugs and rock'n'roll. Dopo Booglie Nights, di Paul Thomas Anderson, Blow di Ted Demme e Almost famous di Cameron Crowe e Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam... ecco American Hustle. Ma qui siamo verso il punto di rottura, all'orlo del declino di quei formidabili frangenti. Se il più gentile e charming dei rapinatori di banche anni settanta, Charlie Varrick, l'ultimo degli indipendenti, ritratto da Walter Matthau in un celebre capolavoro di Don Siegel del 1973, era il Dottor Jeckyll, questo truffatore febbrile e isolato che si chiama Irving "Irv" Rosenfeld (Christian Bale) è infatti il suo (ritardatario) Mister Hyde. Narcisismo, opportunismo e cinismo. Questi lo sfondo sentimentale del suo nuovo modus operandi, della performance, dell'assolo. La band non c'è più.

Truffatore nel senso tragico, passivo, non comicamente, egemonicamente attivo, del termine. Pura sopravvivenza nel sistema, non più antitesi al sistema. "L'arte della sopravvivenza è una storia che non finisce mai", nel senso che Irv - sue quelle parole -  proprio come la sua compare Sydney, è costretto solo alla legittima difesa più strenua, sotto padrone Fbi addirittura, in una società capitalisticamente corretta, dove il più forte truffatore mangia perennemente il più debole, deformazione borghese delle nobili intuizioni evoluzioniste e mistificazione ideologica di una distopia, il libero mercato. Nascondere la calvizie, aprire tutte le fessure necessarie nei vestiti, uno spreco industriale di bigodini, per contrastare le onde del destino nei capelli. Ogni marchingegno seduttivo di superfice va utilizzata per deviare lo sguardo dalla vera posta in palio.

Insomma non di simpatici giochi d'astuzia individualistici si parla in questo film, come nella Stangata o in Paper moon, o in Bonnie and Clyde, ma del senso stesso, piuttosto immondo, della società capitalistica finanziaria 'pura', senza stato sociale rooseveltiano a correggerne le iniquità macroscopiche, senza rete di protezione pubblica, che dai ruggenti anni venti riemerge, d'un tratto sul suolo americano, per spazzare via tutto ciò che intralcia il big business, i grandi interessi. Già si sente nell'aria gialla e maleodorante di questo film la puzza del neoliberismo, di Reagan, del doppio Bush, dei subprimes...E dell'oggi si tratta, come in ogni film in costume.   Come se Obama, negli Usa di oggi, contasse come Kathami nell'Iran degli ayatollah. Quasi niente.

Christian Bale come Irv Rosenfeld
Togli dunque la coscienza politica di Varrick, perché nel 2014 è ormai un patetico reperto preistorico, e cosa rimane? Malinconia. Un mostriciattolo, più o meno simpatico, che cerca di sopravvivere tra i ripugnanti Veri Mostri Affamati. L'ennesimo mito diffuso nell'ottocento nelle dime-novel di Horatio Alger, riproposto. Sei povero? Sei caduto nel fango? Solo se sei abbastanza cattivo e ce la metti tutta ce la farai. Gli immondi, come Horatio Alger, risorgono....

Amy and Duke
Il compositore Danny Elfman rivestirà dunque le sue gesta di resistenza di armonie sufficientemente sardoniche (sarcastiche e tristi, a volute introverse e estroverse, come i capelli posticci di Irv). Sono proprio le musiche del film - altro che commento, altro che sfondo altro che raddoppiamento sentimentale - il punto di vista etico da assumere, per inquadrare e giudicare meglio i fatti, le intenzioni e le melodie, spesso nefaste, della vita di Irv & Co.

Bradley Cooper
Ben confezionato allora questo personaggio dell'anti-eroe, ben truccato, nonostante la pancetta, ben mascherato, soprattutto nei capelli, ben simulato nel paesaggio dell'America di Jimmy Carter che ritrova l'onore dopo l'orrore dalle presidenze Nixon-Ford. Meglio di niente. Come era stato orrendamente mascherato, invece, quel criminale di Richard Nixon, il massacratore clandestino di cambogiani e laotiani... Il vero americano.  Il nostro film si ambienta, infatti, nel dopo-Watergate, nel dopo-Vietnam... Negli Stati Uniti d'America dove nella lotta alla corruzione si metabolizza la sconfitta bruciante in estremo oriente. E' guerra seria, a forza di napalm, tra un tipo di politici corrotti, i vincenti, contro un altro tipo di politici-corrotti, i perdenti.

Christian Bale e Jeremy Renner
Ed è ancora nelle sale, forse, American Hustle. O speriamo che la Eagle lo riproponga. E' un'opera complessa, da rivedere, recuperare e ridiscutere. Il titolo, poi, è bellissimo visto che ha a che fare con la frenetica aggressività americana del fondatore, nel 1974, di Hustler, rivista porno per 'soli uomini non ipocriti', il combattente Larry Flynt, che certamente - lo abbiamo apprezzato nel film di Milos Forman, Nixon non lo ha mai votato.

Siamo nel 1978, allora. Due piccoli truffatori niente male, che adorano all'unisono il Duke Ellington di epoca 'Bubber Miley e Tricky Sam Nenton', perché vivono nella new jungle metropolitana, costretti a far troppo male dunque anche ai poveracci incauti e alle loro tasche, cioé l'imbolsito Irving Rosenfeld e la seducente, forse nobil donna inglese, Sydney Prosser (Amy Adams), eternamente quasi amanti, sono smascherati e utilizzati dall'Fbi per eliminare un sindaco italo-americano del partito democratico del New Jersey, scomodo perché troppo populista, e alcuni senatori da rottamare e affidare il business di Atlantic City e dei suoi casinò in ben altre mani (non meno mafiose)... 

Jennifer Lawrence e Amy Adams
Sbuca fuori perfino un agente Fbi che sembra onesto anche se ambizioso, Richie DiMaso (Bradley Cooper) e quel sindaco ambizioso, malandrino, ruspante ma simpatico perché 'di parte operaia', come Carmine Polito (un travolgente Jeremy Renner, lo voterei anche io). Le cose per fortuna non andranno proprio come tutti gli scagnozzi di Edgar J. Hoover, in attrito tra di loro, c'è Jimmy Carter che rompe, hanno previsto... 

Bradley Cooper, Amy Adams, Christian Bale, Jennifer Lawrence e Jeremy Renner
Sullo sfondo (ma preme parecchio) un fatto di cronaca vera, lo "scandalo Abscam" (o Arab Scam o Adbul Scam), sei congressisti, un senatore e un sindaco arrestati, uno dei tanti ripulisti di politici corrotti che accomunano la storia del New Jersey a quella del comune di Brindisi, con tanto di finto miliardario saudita però, qui sguinzagliato. Il che, coinvolgendo Robert De Niro in un cameo da mafioso politicamente corretto, precursore del manager moderno che parla fluentemente l'arabo, trasforma una smagliante screwball comedy della migliore tradizione Howard Hawks-Cary Grant-Rosalind Russell in una aggiornata, cupa farsa all'italiana, quasi ridipinta alla Martin Scorsese. Uno stranissimo mix.  
Il regista David O. Russell sul set

Ma di questo denso e disincantato 'dramma metropolitano' veloce e pieno d'humor sulla corruzione municipale e senatoriale Usa, un crime drama che al culmine del suo potenziale comico, mirerebbe, sotto sotto, al risarcimento morale dell'Fbi, insomma di American Hustle, ci ricorderemo allora tra qualche anno solo per il virtuosismo recitativo, tr Jean Harlow e Judy Holliday come scrisse il New York Times nel dicembre scorso, di Jennifer Lawrence? 


Jennifer Lawrence e Bradley Cooper
Lei è una futura 'married with the mob' che tanto deve a Michelle Pfeiffer e a Mercedes Ruehl. Ma per dare vita alla sua illegally blonde Rosalyn - la moglie indocile e inquieta di Irving Rosenfeld - ha incorporato una sensualità diversamente perturbante, istintivamente intellettuale, perché gironzola nel film per conto suo, del tutto avulsa da testo e contesto, come Marilyn in Niagara. Sempre al suo fianco un libro di Wayne Dyer, "Power of Intention", che, scritto nel 2004, ma Rosalyn precorre i tempi, sembra il manuale del giovane attore emergente, da Sean Penn in poi. Anticipare le mosse del nemico per abbatterlo. mai più i manuali kennediani, ormai inservibili, quelli del tenore: come conquistare gli amici, come avere successo ispirando simpatia...E Rosalyn divora e metabolizza quel libro, peggio che Anna Karina Brecht in un film-saggio di Godard.

Jennifeer Lawrence
Insomma è l'incrinatura, l'anarchico detour rispetto a una sceneggiatura dagli incastri fluidi e dai dialoghi consequenziali e ferrei (particolarmente spettacolare data la presenza, ben intrecciata e coordinata, degli altri ben 167 attori!) - che sembra ispirata a una 'sensazionale inchiesta' del Village Voice - a fare la forza strana e un po' malata di American Hustle? O siamo in pieno 'laboratorio attoriale' dove solo i personaggi e quel che da dentro trasmettono 'elettricamente' all'ambiente circostante, contano e il copione è solo un canovaccio di cui non tenere alcun conto? 

Christian Bale
No. Attenzione. L'apparenza inganna. Come ci ricorda il sottotitolo italiano di questo strano oggetto, analogo, anche per l'atmosfera malinconica, ad Atlantic City (1980) di Louis Malle (i colori inaciditi di allora, le luci fantasmatiche del belga Richard Ciupka, che strano, redivivo oggi dopo 30 anni di inattività, sono quelli glaciali dello svedese Linus Sandgren), anzi quasi il fuori campo  di quel film sulla mafia dei casinò nascenti della costa east, a cui il copione di David O. Russell (anche regista) e di Eric Warren Singer aggiunge due o tre cose autentiche sul malaffare locale precedente. Speculazioni edilizie, mazzette, inquinamenti mafiosi al Congresso, misteriosi traffici Fbi...

Jennifer Lawrence e Amy Adams
Dunque di American Hustle è bene scrivere con cautela. Anzi è proprio stato difficile scrivere. Lunga la pausa di riflessione. Da quando, molti mesi fa, il film è uscito. Da quando apparve quel parrucchino imbizzarrito ma trattato con le mani da gourmet sulla testa semicalva di Irving Rosenfeld (un Christian Bale ingrassato, imbruttito, deturpato, perché così vanno di moda le star maschili di oggi o estremamente scarnificati, o frustati a morte o imbolsiti). Da quando il film ha partecipato alla notte dei Golden Globe (3 premi: Jennifer Lawrence, Amy Adams e migliore commedia), dei Bafta (3 premi: trucco, sceneggiatura originale e Jennifer Lawrence) e degli Oscar, 10 candidature (non alla fotografia...) e nessun premio. Da quando iniziò quella storia, il 26 o il 28 aprile (dalle scritte del film non è chiaro) del 1978. Da noi la Cia si interessava, con malignità, al rapimento Moro.

Amy Adams sente Duke Ellington, periodo anni 50-60
Infatti ci sono contenuti importanti incastonati in questo omaggio alle forme del cinema che fu, alla 'new Hollywood', al cinema di personaggi indocili e 'contro', non di copioni embedded. E al clima politico post-sessantottino che dalle grandi battaglie ideali generali più o meno vinte (Vietnam, pacifismo, sessualità libera, droga che dilata la coscienza, femminismo, agricoltura biodinamica contro fast food....) intraprendeva da allora la 'lunga marcia dentro le istituzioni', cercando di conquistare potere politico, anche locale, e uscendono sempre, più o meno, sconfitto, da Eugene McCarthy a McGovern a Harvey Milk in poi.  Ma aprì quel sentiero imprenditoriale, legale e illegale, per la 'soggettività desiderante' che avrebbe trasformato il compagno in ristoratore alternativo, il supermercato in Farmers Market, soprattutto nei dintorni di Berkeley; l'individuo americano in lotta contro tutti in lottatore specifico: da beat a broker, da studente a barone (rosso); da hippy felice a yuppy feroce, da hobo a bobo, da rivoluzionario materiale riempito di botte in ribelle immateriale riempito di bot. Chissà se migliorando. Look a parte. 

Jennifer Lawrence
Conosciamo l'antipatia generazionale di oggi per la moda maschile fine anni settanta, pantaloni a zampa d'elefante, stivaletti Beatles, collettoni sulla giacca stretta e maglioni norvegesi bianchi a tessitura larga, in primis.Però, a un certo punto, si entra allo Studio 54, usciamo da Casino e Godfellas e siamo già dalle parti di Badham e nel bel mezzo della Febbre del sabato sera. Ci si trasforma, come Sydney in Lady Edith Greensley. Una frase vittoriana come: "Tu non sei niente per me finché non sei tutto", dopo quel decennio così promiscuo, spersonalizzato, de-individualizzato, zen e in trance da acid-test, ha il sapore geniale di una invenzione romantica. Quasi di un recupero di Fitzgerald dopo tanto Hemingway-Kesey. Perché il sogno di una generazione vincente è essere qualcosa di diverso da ciò che si è. Perché nuovi compiti esigono corpi differenti. Protesi nuove. Tecnologie incorporate. Altri romanticismi. La mutazione è in corso da trent'anni. Attenzione.
American Hustle