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giovedì 24 agosto 2017

Max Rose, uno degli ultimi film di Jerry Lewis. E la diffidenza coriacea della critica americana





Nel maggio del 2013 a Cannes ho ripreso con l'i-phone l'arrivo di Jerry Lewis nella sala del Sessantesimo in occasione della proiezione di "Max Rose". Enrico Ghezzi e Lorenzo Esposito, in attesa dell'arrivo del Chief. Ma non sono sicuro che queste immagini appariranno mai......



Roberto Silvestri



Domanda:     “Le piacerebbe fare un film senza gag?



Jerry Lewis:  “No”



Non ho mai incontrato Dean Martin che con Jerry Lewis faceva un duo esplosivo. Erano come l'acqua e l'olio. Perfetti. Diversi.
Ma. La quarta e ultima volta che ho visto la demoniaca energia di Jerry Lewis dal vivo è stato a Cannes nel 2013 quando, nel finale del festival, ha presentato uno dei suoi ultimi film da attore, Max Rose, di Daniel Noah, nel quale interpreta il ruolo di un anziano pianista di jazz. Saranno solo due i film successivi, Finché sorte non ci separi 2 di Roberto Santucci (2013) e I corrotti di A. e B. Brewer (2016). 
Però ho avuto la fortuna di conoscere Jerry Lewis nel 1982 grazie alla collega del Corriere della sera Giovanna Grassi che mi ha aiutato ad intervistarlo, sempre a Cannes (anche se è arrivata in ritardo perché non voleva perdersi le ultime sequenze di Et, innervosendolo non poco perché io non parlavo allora una parola di inglese, e adesso sì). Re per una notte, il grande fiasco di Scorsese, era in concorso quell'anno. Lewis era comunque anche in grande attività registica. Dopo Bentornato Picchiatello stava lavorando a Qua la mano Picchiatello e il copione, sul suo tavolo del Carlton Hotel era ben visibile e pieno di correzioni, segni e disegni. L'ordine disordinato, appunto. Un cagnolino piccolo e odioso come un topo gironzolava inquietantemente nella stanza dove ogni tanto faceva capolino la sua nuova moglie, Sam Dee Piknik, appena sposata da poche settimane dopo il divorzio con Patti Lewis. Alla fine dell'intervista, non priva di acrobazie, follie alla Marx bros. e performance da show man del super divo, tanta era l'emozione che ho preso in grande velocità il registratore. Ma era il suo, non il mio. Per evitare problemi registrava sempre le sue interviste.
E l'ho rivisto di persona, dopo Cannes 1983, a Londra nel 1997 (trionfale performance nel musical Damn Yankees, in platea anche Vieri Razzini e il critico di Cinema Nuovo Maurizio Del Ministro, che di Jerry Lewis era il sosia ancor più di Celentano) e a Venezia 1999 - quando Muller gli ha reso un meritatissimo omaggio consegnandogli il Leone d'oro alla carriera - come si vede da queste foto e immagini che ho scattato nella Sala del Sessantesimo. Un grande ingegno, Jerry Lewis - The Chief (come era scritto sulla porta del suo ufficio), prima ancora di essere quel comico irresistibile adorato da Orson Welles stupefatto dalle cose pazze che succedevano nei night club, con Dean e Jerry che mettevano tutto a soqqadro, saltavano sui tavoli, mangiavano nei piatti dei clienti, tagliavano le loro cravatte e li facevano letteralmente "pisciare addosso dal ridere". I film del duetto, quelli di Tashlin a parte, non erano all'altezza dell'anarchia devastante degli show live, ma tutti gli isotopi lì sparsi vennero poi riorganizzati e potenziati nelle opere di Jerry "regista più rivoluzionario d’America", come scriveva Godard, oltre che "uno dei suoi uomini più sexy" (Marilyn Monroe). Lui, che considera, con modestia cristallina, Burt Reynolds e Cary Grant "le migliori commedianti femminili di tutti i tempi". E non si tratta di una boutade.
Gemma radiosa della comicità transmaschile e transfemminile Jerry (ricordate la sua imitazione di Carmen Miranda?) è al di là e al di qua dei generi sessuali, cosa che mette in estremo imbarazzo i tanti reazionari e khomeinisti dell’immaginario, dentro e fuori gli schermi, che siano contrari o favorevoli al ‘matrimonio per tutti’: è il non matrimonio a destabilizzarli, il danzare indeciso tra i sessi e oltre…E poi l'artista non ha sesso, può interpretarli tutti. E'un corpo totalmente mutante, direbbe Alessandro Cappabianca.
La cosa infastidisce molto i giornali e l'opinione pubblica americana media. Misteriosamente. Pochi e tardivi i premi artistici ricevuti in patria. L'oscar solo onorario e per meriti umanitari. Il Golden Globe sfiorato solo decenni fa per Boeing Boeing, la commedia d'ambientazione areonautica nella quale Jerry voleva sostituire Dean con Tony Curtis senza riuscirci ma creando un cocktail originale di sensualità e anarchia. Ma la diffidenza critici-Lewis ha antiche origini, nonostante gli sforzi di Peter Bogdanovich e pochi altri.  



Prendiamo il Los Angeles Times che dalla Croisette 2013 in un pezzo rovente firmato da John Horn* (è proprio il suo Little Big Horn) contro di lui e contro i francesi che lo hanno sempre adorato (acutamente, straordinariamente a ragione), ricorda che "Jerry non fa davvero più ridere nessuno da quando Eisenhower fu eletto presidente". Il che può essere anche vero. E dovrebbe un po vergognarsi di questo, mister Horn. Che per fortuna non ha scritto il necrologio di questo genio scomparso della commedia slapstick perché perfino il Los Angeles Times non esagera in autolesionismo. C’è infatti molto poco da ridere in e di un’America che inizia a fare guerre ingiuste, rinnegando Roosevelt. Corea e Vietnam, Iraq e Afghanistan sono una escalation di orrori da far smettere di girare film qualunque cineasta dotato di coscienza, cosa che Jerry Lewis ha fatto. C’è qualcosa di ‘oltre la risata’ che Jerry tocca, uno spazio artaudiano di crudeltà subumana mai scoperto prima, che Jerry scardina, sovrumanamente.
E’ una risata egemonica che tanti altri critici anglofoni non hanno il coraggio di provare. Andrebbero in mille pezzi. Esploderebbe la loro coscienza. In fondo quando fu eletto presidente Eisenhower ci fu un’altra cosa strana e indefinita che nacque assieme alla risata ad ultrasuoni di Jerry. Il rock. Vi dice niente? Che sia il migliore comico maschile e il migliore comico femminile e il migliore comico ibrido di tutti i tempi, Jerry, non c’è dubbio.  Astronauta dello sconosciuto, Lewis è il feddayn dell’autoanalisi americana. Yiddish e arabo nello stesso tempo. Mai ortodosso. Troppo coraggioso per tutti, dunque.
Lo scopriranno i critici Usa primo o poi? Per ora sono troppo lenti. Teleguidati da Andrew Sarris che neanche lo nomina nella sua bibbia gerarchica sui registi di serie A, B, C, D...., American Film. Speriamo che siano diventati rock il giorno del necrologio... 
E cosa dire all'amico e ex collega di Hollywood Party David Rooney, l'aussie che scrive (su Variety) di meravigliarsi di trovare Max Rose in competizione ufficiale a Cannes (come se chissà quale perle ci fossero), aggiungendo perfido cose velenose sulla vecchiaia di Jerry: “ a staggeringly artless geriatric soap that sinks its dentures into every trite platitude about aging, mortality, regret and surrender, only to regurgitate them again and again. Starring as a jazz pianist, Lewis says of one particular gig, 'I was playing simplistically and way too melodramatic.' Sadly, he could be talking about any aspect of this sub-Hallmark Channel schmaltz”. Cosa rispondere se non che ‘semplicità’ e ‘melodramma estremo’ sono gli ingredienti alchemici di un grande cinema non consolatorio e non adagiato sul sì, non alla vita, ma allo stato di cose criminali vigente? Sono gli ingredienti bastardi e avulsi  di L’Idolo delle donne, giustamente riproposto sulla Croisette, e di Le folli notti del dottor Jerryl di cui Max Rose è la versione  soft, da classe differenziata per critici. Strano che un collega australiano così prestigioso, ma per anni in Italia ed esposto alla scienza della farsa, come Rooney, non li apprezzi. Complessità e melodramma borghese sono l’estasi per Rooney?
In Max Rose Jerry è un pianista di jazz che prima di essere schiaffato in una costosissima e orribile casa di riposto di vecchie glorie della performance (compreso un coriaceo sindacalista di sinistra) e di morire a sua volta, scopre che la moglie defunta, amata senza tradimenti per 65 anni, ha avuto una storia obliqua con un divo del cinema (che poi si scoprirà, essere Dean Stockwell in persona, come darle torto?) con il quale Jerry fa un duetto che trasforma quelli bergmaniani tra Max von Sydow e Gunner Bjornstrand in un confronto alla Ferilli/Servillo. Il cattivo umore, l’antipatia, la durezza di atteggiamento rispetto alla vita (non solo americana) il voler mettere tutto a soqqaudro, la voglia di rivoluzione totale che Jerry ha trasmesso a tutti i ragazzi del mondo, equivalenza cinematografica del grande affondo involontario di Elvis, delle spalle date al pubblico da Miles, del ghigno di Cybulsky e Brando nei Selvaggi, si stemperà appunto in un nietzschiano Yes, I hope. Come ai tempi di Buddy Love. Cannes 66 è poco degno di Jerry.




* Lo stesso Horn si è divertito un mondo nello scrivere, sempre da Cannes 2013, che Jerry Lewis considerava il suo film inedito (che vedremo solo nel 2025) The Day the Clown Cried bad, bad, bad scambiando un giudizio etico per una critica estetica. E aggiungeva: "Si tratta di uno dei più grandi fiaschi della storia del cinema, paragonabile a Il cancello del cielo, Isthar e Howard the Duck". Strana considerazione per un film mai uscito sul mercato.





 
Jerry Lewis in Abruzzo, dai parenrti della prima moglie

Jerry Lewis cos'è l'arte per lei? chiede Peter Bogdanovich. "L'arte? Un uomo col pennello, con una storia, con una canzone, una donna che grida. La marionetta. Un cucciolo. Qualcosa di tenero. Una donna è l'arte....Il desiderio di un uomo per lei è perfino più artistico...E quando la cosa è reciproca siamo all'apoteosi artistica



It boy. Elogio di Jerry Lewis







Roberto Silvestri







the it boy è morto pochi giorni fa a Las Vegas. Che strano posto aveva scelto per vivere, il Nevada dei casinò e del super sfruttamento del lavoro "giocoso". Lewis negli ultimi anni di vita, forse, voleva dimostrare di non aver paura di lottare, nella società dello spettacolo, proprio al fronte, contro il suo cuore più splendente e mafioso. Anche se non poteva più fare, da decenni, il suo cinema, Jerry Lewis è stato sulla scena sempre, fino all'ultimo respiro.

La prima immagine che viene in mente, infatti, pensando a Lewis è la sequenza del gangster gigantesco che, nel camerino del Copacabana Club, gli spiaccica in bocca un sigaro finto cubano e vero dominicano verde. Gli attori, i cantanti, i ballerini, gli acrobati, i clown, bisogni controllarli. E non solo per pagarli meno. Sono bombe atomiche d'immensa potenza distruttiva, se non stanno in riga. 

Ribellarsi è giusto scriveva Mao. E Jerry è stato la sua guardia rossa più fedele. Indisciplinati di tutto il mondo unitevi! Se la disciplina è quella imposta dalla guerra fredda e dalla paura atomica, dalla cacciata di Chaplin il rosso il 6 settembre 1952, dai processi a Henry Miller, Lenny Bruce e Allan Ginsberg per oscenità, dal razzismo e dal sessismo come valori chic e dal bene privatizzato che schiaccia il bene comune, studiamola, conosciamola, seduciamola, proprio come faceva Warhol con i gioielli della società dei consumi, questa disciplina dei corpi, e poi colpiamola a morte. Con il rock'n'roll. I teddy boys. Le riot girls. La controcultura. Le droghe che dilatano la coscienza. Con il cinema cool e hard di Lewis giovane, in coppia con Dean, e di Lewis solitario, regista adulto nei due decenni 70 e 80. Già. Non è più tempo di guardie rosse proprio da quando Jerry Lewis è stato espulso dai set che decostruivano e criticavano tutto quel che Hollywood produceva. Con l'arma della risata che seppellisce. Della risata che allungata troppo (come solo Lewis, come un Tarkowski picchiatello, sapeva fare) diventava emozione acida, indigesta, quasi esiziale. La parodia fa ridere, ma la satira fa infuriare e può uccidere. Prima si ride sopra un po' poi ci si incazza a lungo. E' roba serissima la satira. Godard lo diceva. Solo Lewis fa cinema rivoluzionario negli States.  

Prima di scegliere Las Vegas pargolo ebreo del New Jersey, nello spettacolo fin da cucciolo,  Lewis aveva vissuto, con la sua moglie italiana, di tradizionalissimi valori, a San Diego. La rottura coniugale avvenne dopo Le folli notti del dottor Jerryl, quando Lewis prese in giro Dean Martin e sua moglie trovò quel fatto e quel Buddy Love sciupafemmine, profondamente immorali. E siccome la moglie controllava i suoi script e consigliava tagli e finish (fino ad allora con intuito impeccabile) i due si lasciarono: "Ogni suo consiglio mi è stato prezioso". Ma Le folli notti sarà il suo film che incasserà di più, 30 milioni di dollari.  Il mondo cambiava.  Il Vietnam avrebbe capovolto vita e storia, comportamenti e nevrosi. Molte disgrazie familiari e fisiche lo avrebbero allontanato dai set. E dal trionfale decennio Reagan/Bush che già anticipava l'orrore Trump. Non un osso di Jerry Lewis era intatto, nella tomba. Si dava completamente alla gente. Aveva sposato la lezione di Groucho Marx.

Un suo vicino di casa a San Diego incontrato sul treno negli anni settanta mi disse: "che magnifica persona è Jerry Lewis!" Si riferiva alle sue innumerevoli attività benefiche? Non  solo. Ma i cronisti ignoranti, i critici saccenti e gli intellettuali snob della Manhattan bene che lui non mancava di mangiar vivi costruirono l'immagine mediaticamente inaffondabile del guitto che si dà arie colte, del parvenù autonominatosi maestro del pensiero, capace di sedurre solo la rive droite e la rive gauche per aver insegnato all'università della California come essere un total filmmaker. Tra gli allievi Lucas e Spielberg che, come lui, sono un po' scomparsi dai propri film. Pensate a una cosa tipo Ferrara che "impone", grazie a troppi media compiacenti, il luogo comune di Benigni trasformatosi da buffo comico in presuntuoso, insopportabile, saccente, e perfino buonista "nemico del popolo". I metodi zdanoviani sono quelli della modernità liberista, si sa. Eppure. Lewis era "tra i dieci uomini più sexy d'America" nella classifica erotica privata di Marilyn Monroe. E da allora molti critici invidiosi e molti uomini tromboni cominciarono a odiare lui ("perché prende in giro e sfutta commercialmente gli handicappati") e i suoi film (futili, sciocchi, noiosi, ripetitivi). Maurizio Liverani, mio compagno di classe alla terza C del liceo Augusto di Roma, intelligente più che secchione, oggi si direbbe un moderato vincente e moderno, non capiva l'entusiasmo per un cinema così stupidino, "alla ciccio e franco". Futile. Al liceo non si insegnava Lacan. Futile. Parola latina che ha a che fare con la fuoriuscita di liquido dal vaso, spiegò Lacan in un corso. Uscire fuori dal vaso, verso la libertà, è possibile. Era il messaggio che i bravi della classe non volevano proprio capire. La gerarchia vigente gli dava ragione. La meritocrazia è stata il nemico pubblico n.1 di Jerry. Il semplice autista della ricca bimba ereditiera sconfiggerà, perché anima bella, in I sette magnifici Jerry tutti i suoi zii presuntuosi: il gangster professionista, il capitano di vascello avventuroso, il pilota d'aereo eccentrico, il clown cinico, il fotografo alla moda, il detective astuto......

Ci sono due categorie di cineasti, scriveva il sommo critico francese Bernard Eisenschitz.  Quelli sani come un pesce, vere forze della natura, come Hawks o Walsh e quelli i cui film nascono nella febbre, come Jean Vigo e Nicholas Ray. Boris Barnet e Jerry Lewis appartengo invece a tutte e due le categorie. Peccato che i film diretti da Lewis nel periodo di "notte dell'anima" li possiamo solo immaginare. Sarebbero stati belli e feroci come quelli di Stuart Rosenberg, John Frankenheimer, Billy Wilder e come quelli di Arthur Penn, che era stato un suo assistente alla regia, e il motivo per cui non si sono fatti e che Jerry Lewis non avrebbe tollerato neanche un minimo compromesso, cosa che invece....


Negli ultimi anni si sono ripetute le manifestazioni di rasarcimento artistico, in tutto il mondo. Non solo parigi. Venezia, grazie a Marco Mueller e a Giulia D'Agnolo Vallan, il Moma,  e Vienna, in occasione di una cui retrospettiva molto ampia abbiamo scritto, nel 2013, questo articolo.   









Cento minuti di risate e divertimento sono già di per se’ un messaggio” (Jerry Lewis – “Scusi dov’è il set”)

Tutti a Vienna dal 18 ottobre al 24 novembre 2013. L’occasione è speciale, una retrospettiva – sottotitoli tedeschi - dedicata dalla Viennale (quest’anno interessata anche al cinema etnografico, asiatico e allo spagnolo Gonzalo Garcia Pelayo, www.Viennale.at) a Jerry Lewis, l’unico artista americano che piace soprattutto ai critici marxistien francesi (che sono i migliori). Vedremo oltre 30 lungometraggi, produzioni televisive e una serie di documentari. Grazie a Hans Hurch, il direttore della Viennale. 
A Truffaut, Godard, Robert Benayoun, Noel Simpsolo, Serge Daney, Giuseppe Turroni, Ungari&Aprà, etc... non sfuggiva la profondità e la efficacia artistica di ogni sua gag… erano gli studiosi che hanno sempre contrattaccato le opinioni della critica più conformista e addormentata.

Odiato infatti ancora da gran parte della critica statunitense mainstream, nonostante una carriera di successo cinematografica, televisiva, teatrale e musicale, in coppia e da single, come attore, come fenomeno e come regista, mai un insuccesso, mai un flop, da Bell boy a Telethon, cose che nell’ America per bene contano quasi come un giudizio di dio, eppure Jerry Lewis, nato in New Jersey 87 anni fa,  dovrebbe essere invece disprezzato o almeno frainteso o incompreso, soprattutto dalla cultura europea, spesso spassosamente trombona. Anche perché il comico si vanta da sempre di essere un operaio, un fabbro dell’intrattenimento estremamente particolare, specializzato  nel ‘far scemenze’. Si può essere auteur anche in questo ambito futile. Questione di stile, aroma, dettagli, “mondo” unico. 

Lo afferma lui stesso delle sue performance, anche se non in senso dispregiativo (e aggiunge: “non c’è niente di più drammatico, infatti, della comicità”). Sempre dalla parte del torto, degli ‘ultimi’, dei diseredati, degli idioti, dei bambini, degli infelici, dei travestiti tristi, dei Keaton, dei distrofici muscolari di Telethon, delle minoranze, dei perdenti, degli spettatori-massa, dei diversamente abili... Perché? Avete mai visto un ricco che fa il comico? Impossibile. La comicità è per i poveracci, per gli ebrei, per i neri d’America e oggi per gli arabi e per i palestinesi (Elia Souleiman)… Nella tradizione teatrale popolare araba la coppia formata dallo stolto buono e dall'amico finto erudito è millenaria. Ciccio e Franco, Gianni e Pinotto e Jerry & Dean ne sono impeccabili eredi.


Forse perché il principio della comicità, ciò che fa ridere, e molto, è l’uomo drammaticamente inguaiato che butta palle di neve contro il ricco col cilindro. Il più piccolo contro il più grosso… ‘Quando recito ho sempre nove anni e a quell’età è possibile ferire, ma non si raggiunge mai la bassezza morale’. C’è violenza e violenza, come cerca di spiegarci molto più rozzamente perfino Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana fa la parodia di Rumor-Restivo alla caccia di Valpreda).  Noi siamo per la violenza più efficace, quella dei comici, vero teatro della crudeltà. 

”Come quando W.C. Fields spaventa a morte l’odioso ragazzino in banca: “Ti strozzerei con le mie stesse mani, se tu avessi il collo pulito”. O come Clifton Webb, quando, con un gesto di eccelso charme didattico,  rovescia la tazza piena di fiocchi d’avena al pargoletto che ha ‘in cura’ o Chaplin quando pesta il piede malato di un passante con la gotta  (The Cure, 1917) e fa precipitare da una collina un uomo con la carrozzella, o prende a pedate la signora grassa dopo aver dato da mangiare al cagnolino di lei il suo ultimo pezzo di sandwich… E tutto Stan Laurel. Che prima di lavorare con Oliver hardy fu plasmato nella band di Charlot. E restano i punti di riferimento artistici di Jerry.



Ma Jerry è un Chaplin o un Laurel - che erano ‘molto più duttili degli altri perché si occupavano sia di cose serie che di sciocchezze’ - nato nell’epoca del flipper e dei teddy boys e cresciuto durante la fine della Hollywood classica, quando si assiste al ricambio generazionale dello studio system e al reclutamento di attori a basso costo post-maccartisti, di quella chiamata alla leva per le guerre in Corea e nel nord est asiatico;  svezzato nella coloratissima e sorprendente, buffa e luccicante cultura pop. 

E che trova nello ‘sguardo sconfitto’ una bellezza e luccicanza speciale, e in technicolor fiammeggiante degno di di Arthur Freed. La potenza costituente di un mondo a venire ‘altro’, capace di rovesciare le gerarchie e non irridere chi è schiacciato ma di ridere con lui, essere contemporaneamente lo ‘schlemiel’ e lo ‘schlimazel’: chi rovescia la coca cola e i pop corn perché inetto e chi se li ritrova addosso perché sfigato.

E che pratica - negli anni ruggenti degli hippies, di Led Zeppelin e del Black Panther Party - la soggettività desiderante, obiettivo: un mondo capace ‘di non reprimere ciò che ti fa venire la pelle d’oca, i sogni, le stelle cadenti, i desideri, i soldi nella fontana, le utopie’. 
E tutto questo a forza di risate a crepapelle, di ruzzoloni clowneschi da spaccare la schiena - bomba atomica d’immensa potenza spirituale -  che hanno modificato davvero in meglio i rapporti di forze tra i prepotenti e gli indignados. Nascondendo sempre il messaggio, però, l’osservazione a carattere sociale. Ma prestandosi, qualche volta, a un feroce gioco di allusioni, prima durante e dopo la gag.
Per esempio. L’egualitarismo sul set. Con un capovolgimento sottolineato (anche troppo comicamente) dell’assetto gerarchico della troupe e dei modi di produzione. Alberto Grifi imparerà.


E’ celebre la presenza negli studi dove si girava un film di Lewis di una tribunetta per far assistere ai bambini alcune riprese; e di un tavolo con 150 tazze da caffè, ciascuna ‘personalizzata’ con i nomi di battesimo di tutti i componenti tecnico-artistici-operai dei film. 
E l’ossessione del ‘lavoro’, analizzato nel celebre saggio di Dana Polan Working Hard, Hardly working (2002), che ripercorre un po’ tutti i personaggi-lavoratori ‘nel presente’ dei film diretti da Lewis stesso o da Tashlin: “The Bellboy”, “The Nutty professor”, “The errand boy” e cioè l’impiegato d’albergo, l’insegnante, il cartellonista, e poi ancora il porta mazze da golf, il pilota d’aerei, il clown, il fotografo, il disegnatore a fumetti, il gangster, il detective, il disoccupato che diventa factotum, il porta cani d’hotel, il cameriere, il postino, l’infermiere, l'autista… 

A differenza di Scorsese o Eastwood, Lewis non predilige l’affondo storico di profondità o l’analisi del passato attraverso i suoi protagonisti più illustri (Scusi dov’è il fronte, stravagante satira dell’hitlerismo, e l’invisibile - fino al 2025 - The day the clown cried sui campi di sterminio nazisti, a parte). Ma affronta sempre il presente del lavoro alienato degli umili e lo scontro tra avidità e arroganza dei padroni e corpo indocile a qualunque disciplina e ritmica obbligatoria da stupefacente scienziato della lotta. La prova? Un uso strepitoso della la tecnica dello ‘slow burn’, del lento esplodere della rivolta, dal dentro al fuori, o almeno di un moto di indignazione furibonda, nel suo personaggio, rispetto alla situazione di sfruttamento subita sempre meno indocilmente. What if? diceva Danny De Vito insegnante di sceneggiatura del film di Todd Solondz The Wiener Dog (2015). E aveva davanti (fuori campo) le immagini delle metamorfosi di quell'attore comico straordinario chiamato Jerry Lewis. Ovvio che i suoi allievi lo prendessero in giro.
Sono invece più di 50 i gradi intermedi di passaggio tra un cuore colpito e un corpo che reagisce al sopruso esistenziale, alla disciplina della famiglia e alla sorveglianza del biopotere. Jerry, che di Michel Foucault è l'involontaria, istintiva, mascotte, li interpreta tutti. E quando il volto supera, in tecnica, ogni variazione Guinness (Alec), arriva il corpo a contorcersi distorcersi, allungarsi, trovare la posa innaturale che solo decenni di avanguardia figurativa e di cartoonist dineyani e eretici hanno immaginato possibili. E quando il corpo non basta ecco il paesaggio intero a reagire, commuoversi, infuriarsi: a jerrylewisarsi. E così tutto il reparto di elettrodomestici esplode. E il set dello Studio cinematografico. E lo studio del maestro di musica. E la stanza d'ospedale, paziente totalmente ingessato compreso.... 

E poi. Il coautore della sceneggiatura di Jumping Jacks* (1952), in Italia Il caporale Sam, il sesto film di Dean Martin & Jerry Lewis, è Robert Lees, un black listed. E un altro scrittore comunista Alfred Lewis Lewitt, collaborò con Jerry Davis, il battutista di Jerry Lewis a Las Vegas negli anni più bui dello spettacolo Usa quando, come si evince da molti sketches lewisiani, la mafia ormai poteva mettere le sue manacce sporche sull’affare show business, per tenere più bassi possibili i salari dei performer, perché i sindacati di classe erano stati sconfitti definitivamente, e non senza colpe strategiche dei loro leader come Sorrel, dopo lo sciopero Warner del 1947.  
Inoltre. Se la scatenatissima ‘it girl’ degli anni dieci e venti aveva modificato per sempre l’identità della donna americana (e non solo), scaraventandone il corpo fuori dal puritanesimo vittoriano e sciogliendola da ogni legaccio e da ogni ‘busto’, materiale e immateriale, che ne impedivano i movimenti liberi e autonomi, la stessa sublime cosa avvenne nel secondo dopoguerra, e oltre, anche per il maschietto, wasp o meno, grazie soprattutto alle performance comiche eccezionalmente, irresistibilmente divertenti ed ‘en travestì’ di questa grande icona pop, di una ‘Clara Bow dai capelli a zero’, di quel pericoloso ventenne longilineo di Newark, suffragetta incontenibile, e sosia di Carmen Miranda, che utilizzò il night club, la radio, la televisione, il cinema, un partner eccezionalmente usato e adorato, il comics, il musical e la canzonetta per compiere un’operazione di iconoclastia iconofila radicale, sofisticata, colta e complessa, anticipando la rivoluzione copernicana dei transistor, degli ‘acidi lisergici’ (The Nutty Professor) e del sesso polifunzionale. 

Prima della controcultura, del ‘camp’, di Timoty Leary e di Elvis c’era solo Jerry a dilatare la coscienza e a svitare i corpi slegandoli da ogni comportamento ‘automatico’ e dogmatico. Senza di lui avremmo difficoltà a comprendere l’America traumatizzata dalla morte di F.D.Roosevelt e che passa, in un continuum horror, da Truman a Nixon, dalla Corea alla Cambogia al Cile,
dalla bomba atomica fatta esplodere per sadismo geopolitico sul Giappone già sconfitto ai due Kennedy, Malcolm X e Martin Luther King assassinati, dal maccartismo a Jules Feiffer, dal Borsalino obbligatorio per tutti alla fine definitiva del ‘cappello da uomo’ e forse perfino del ‘maschio’ come lo conoscevamo dall’antica Roma…Buon lettore di Adorno e Horckheimer, e ben prima di Barthes, Jerry Lewis ha messo a soqquadro tutti i miti consumistici californiani decostruendoli con furia catastrofica e apocalittica, non senza deviazioni feticistiche e concessioni alla qualità del design, dall’automobile dalle lunghe ali al frigorifero panciuto e color pastello, dal football alla piscina, da Hollywood al materasso d’acqua, dagli astronauti al baseball, dalle carte di credito al drive-in, dal mall al cocktail bar, dal boeing al country&western, alla televisione a colori e alla cosmesi estrema.
Che l’uomo ‘più sexy di Hollywood’ (Marilyn Monroe) sia anche stato – finché è riuscito a girare e mostrare i suoi film a tutti - il cineasta ‘più rivoluzionario d’America’ (Jean Luc Godard), e non solo per l’uso sperimentale delle tecnologie d’avanguardia come il nagra e il monitor tv sul set,  non fa che traghettare una stessa definizione bifronte (il rivoluzionario festivo e sexy) che ben si addice a Lewis, attore, total film-maker e intellettuale mai riconciliato, dagli anni 50, quando si covava negli Stati Uniti la rivolta, dei costumi, dei linguaggi, delle forme estetiche e dei valori, agli anni 60, quando i tumulti totali divamparono davvero ovunque e furono così devastanti da ben meritare la repressione più svitata e picchiatella: prigione e morte ai most wanted, la devastazione sociale per tutti i ceti deboli, la fine del welfare, dell’assistenza, dell’istruzione, della televisione e della sanità pubblica, l’orrore dei ghetti e degli slums,  la droga pesante capillarmente introdotta per ordini superiori…Un paesaggio difficile da percorrere per chi era abituato alla delizia, seppur apartheid, dei burbs infiocchettati. E invece.

Il Vietnam, l’orrore di una invasione ingiusta, esito però di quasi cento anni di massacri, sfruttamenti e crimini interni, e il ‘Vietnam domestico’, quando il crash razziale divenne il campo di battaglia per una soluzione finale capace di ottimizzare i profitti delle ipercompany. Lewis rispetto a quel mondo cambiato, fin dagli anni 80, da Reagan e Bush sr., ha compiuto un tragitto di esodo e di fuga. Dal 1965 al 1978 ha sofferto di dipendenza da psicofarmaci dopo una frattura alla spina dorsale e anche per tragedie familiari legate alla morte di un figlio in guerra (su est asiatico appunto).  Come Jesse Owens 30, 40 anni dopo l’alloro di Berlino certo non si muoveva più agile e ‘tagliente’, pesce nell’acqua, come allora.  
Jerry Lewis a Cannes 2013
         
 A Lewis piaceva molto una gag di Harpo Marx, che sta appoggiato a un edificio di dieci piani. “Che fai lo tieni su?” gli dice il poliziotto. Harpo annuisce. Il poliziotto dice: “Togliti di lì”, Harpo se ne va e l’edificio crolla. E’ vero. E’ l’ America che fa crollare i suoi stessi edifici e monumenti più giganteschi… Tutta la carriera di Jerry Lewis è il racconto dell’ auto distruzione catastrofica di questa America.

* Jumping Jack è il salto a gambe aperte che si fa quando si fa ginnastica, in particolare durante la naja

lunedì 27 aprile 2015

Il corpo comico è non-sense. Il nuovo libro di Alessandro Cappabianca



Charley Chase
Mariuccia Ciotta



Diffidate di chi dice “vado al cinema per farmi quattro risate”. E' un complice del potere consolatorio, di una comicità che compiace villain e intellettuali, beati nei chiché di ogni tipo, mentre “il Comico può essere sovversivo, sì, ma in quanto rivela l'inconsistenza delle pretese del senso” e le “impettite certezze del reale”. La formula è estendibile oltre l'immagine della comicità e fa da passe-partout a tutto ciò che frantuma il conformismo, provoca una mutazione, produce uno scarto nei codici dell'ordine.

I misteri del ridere “folle” aleggiano nelle pagine frizzanti come un film dei fratelli Marx, del libro di Alessandro Cappabianca Ontologia del corpo nel cinema comico (pag. 274, euro 11,90, edizioni ente dello spettacolo) che di serioso ha solo il titolo mentre si rivolge al non-sense, dal silent-movie alla sophisticated comedy, dalle “torte in faccia” al film d'autore, fino alla scena italiana, con affondi filosofici ammalianti.

Perché si ride se qualcuno scivola su una buccia di banana? Risponde Baudelaire evocando la cacciata dall'Eden, ovvero la Caduta, scena archetipica del Comico. La nostra è una risata “luciferina”, un modo per allontanare il dolore e farsi beffe del verdetto di dio. Lo stesso che muove il ragazzetto nel celebre corto dei fratelli Lumière L'innaffiatore annaffiato, ovvero prendersi gioco dell'etica (borghese) del lavoro. E qui entra in scena Henri Bergson, il filosofo di L'evoluzione creatrice e autore di Saggio sul significato del comico, che parla di “brezza profumata” dell'infanzia e del suo sottrarsi alla logica adulta del prodotto e del profitto, o meglio del “senso”. 
 

La risata come “esplosione terapeutica dell'inconscio”, la risata “barbara” è quella che piace a Walter Benjamin, e origina La battaglia del secolo a colpi di quattromila torte spiaccicate sulle facce di Stanlio e Ollio, capaci di catalizzare le gag di altri illustri e meno conosciuti corpi comici, come i dandy (muti) in bombetta Max Linder e Charley Chase, maestri e “rivali” di Chaplin. In particolare il dimenticato Chase (ma non da Cappabianca), “fisico snello, asciutto, elegante, senza nulla di fisicamente buffo”, ma così maldestramente surreale e dotato di fantasia eccentrica da concepire la più bella storiella (il libro ne è zeppo) “senza senso”. “In The Rat's Knuckles (di Leo McCarey, 1925) è il geniale inventore d'una trappola per topi 'umanitaria', che non uccide il topo che vi capita dentro ma 'lo fa vergognare' (appare un pupazzo che lo sbeffeggia)”. Il senso, però, lo ha eccome, non certo “comune”, tanto che ha ispirato Hitchcock per una scena esilarante in Intrigo internazionale, quando Cary Grant fa di tutto per farsi arrestare e snocciola le sue malefatte a un agente che gli risponde: “E non si vergogna, giovanotto!?”. 
Buster Keaton
 

Il libro ha una densità impossibile da restituire nel suo percorso che tocca oltre a Harry Langdon, Charlie Chaplin e Buster Keaton, entrambi amati dai surrealisti (Aragon compone la poesia Charlot mistique), anche se Chaplin fu messo da parte con l'uscita di The Kid (Il monello, '21) perché troppo “sentimentale”, giudizio che ancora pesa tra i critici schierati con l'uno o con l'altro. Quando tutti e due toccano i vertici dell'assurdo poetico, i corpi sospesi in una ultrarealtà, corpi lunari. Artaud (di cui l'autore del libro è grande conoscitore) preferiva il Chaplin delle origini, “meno umano”, più crudele. Eppure proprio il primo Charlot è stato modello di Mickey Mouse, anarchico e generoso supporter rooseveltiano, e Monsieur Verdoux è un assassino di vedove in uno degli ultimi film di Chaplin ('47).

Cappabianca dà un'interpretazione più profonda della coppia di “avversari” chiamando in gioco Gilles Deleuze e la formula della “grande forma” (situazione-azione-situazione trasformata) e della “piccola forma” (l'azione svela un aspetto della situazione, che dà inizio a una nuova azione). Chaplin è per la “piccola”, e Deleuze lo inquadra mentre di spalle sembra scosso dai singhiozzi (la moglie lo ha abbandonato) quando in realtà sta agitando uno shaker per farsi un cocktail. Variante di un passo irresistibile di Jerome K. Jerome con la bambina che guarda rapita il cielo oltre la finestra, ma quando si gira rivela che l'estasi è dovuta a una succosa caramella. Spostamenti infinitesimali e rimandi. “Argonauta del sogno”, “architetto dadaista per eccellenza”, Keaton “innalza il burlesque alla grande forma” e ne sapremo di più nell'analisi avvincente dei suoi film.


Spazio anche a Harold Lloyd, il bravo ragazzo americano con la paglietta e gli occhiali tondi, che chissà perché finisce sempre appeso al pennone di un grattacielo o al celebre orologio. Il suo senso funambolico, però, sfida le vere protagoniste (attrici, sceneggiatrice, registe) del cinema comico delle origini, Mabel Normand, Clara Bow, Marion Davies, Gloria Swanson, Mary Pickford, Marie Dressler, Beatrice Lillie... “frutto di una smisurata rimozione”, sottolinea Cappabianca, che dedica un capitolo alle “Funny Ladies”. Discorso a parte, che non consiste in una compassionevole attenzione per le attrici dimenticate. Sono loro, prima di tutti, a “rivelare l'inconsistenza del senso” nella demolizione sistematica del gender, nel passaggio dall'epoca vittoriana alla modernità, nella risata diabolica contro simboli e potere. 

Beatrice Lillie
 

L'avventura continua con il Lubitsch-touch (radiografia della commedia sofisticata), il Picchiatello Jerry Lewis, l'architetto dell'impossibile Monsieur Hulot e approda alla “Comicità all'italiana: la resistenza del corpo”, ricognizione sulla risata delle “pratiche basse” ma anche alte, da Fellini a Monicelli, con un omaggio a Maurizio Grande, che scrisse pagine insuperate sulla commedia nostrana e sulle sue maschere (Totò, Sordi, Manfredi, Tognazzi, Gassman...). 

Sterzano dalla tradizione Ciprì e Maresco e Nanni Moretti, sul quale Roberto De Gaetano ha scritto un libro che colpisce nel segno l'opera del regista-attore fino a Mia madre, basta citare il sottotitolo: Lo smarrimento del presente. Eduardo De Filippo chiude Ontologia del corpo nel cinema comico, prima delle “considerazioni conclusive” dove troviamo Roberto Benigni e il suo Pinocchio “incompreso” (almeno per me).
Marion Davies


Alla fine, è la mobilità imprevedibile del trasformista - quello che prima è di carne e poi di legno, che fugge alla forma, che si sottrae alla logica, che cambia e rinasce - la magnifica virtù della comicità. “Che il corpo del comico sia caratterizzato da questa particolarità, di superare la morte ogni volta trasformandosi?”


mercoledì 4 settembre 2013

Un Amelio in grande forma. L'intrepido con Albanese

Roberto Silvestri


Bisogna essere flessibili, se no non si va avanti, nonostante il sindaco Pisapia e l'Expo. Se no si è senza contenuti (come Bersani) si è spompi (come Renzi). Non bisogna fermarsi mai. Milano freme. L'identità deve essere multipla, ora che Mazzarri è all'Inter. E, vista la crisi di posti di lavoro, l'escamotage congeniato dal protagonista di questo film, il comico, commediante tragico Antonio Albanese, è quello di entrare in molte identità lavorative differenti. In pratica in tutte. L'ozio è anche il padre di tutti i lavori, ammesso che si sappia lavorare danzando, come piaceva a Joao Cesar Monteiro. E Gianni Amelio ha seguito questo filo d'azione e d'ozio in questa bellissima, stranissima avventura. Una fiaba, un fumetto, un divertimento molto istruttivo. Solo i lavativi fischiano in sala (e qui alla mostra ce ne devono essere un po', addetti ai fischi mirati). Perché si sentono scoperti. E non sono certo i bamboccioni, né i fannulloni di Brunetta, un politico che non sa dove è di casa la danza.
Gianni Amelio (sinistra) e Antonio Albanese
 
Antonio Albanese (non a caso anche ballerino al sax tenore) e Gianni Amelio costituiscono una coppia perfetta, a giudicare dalla riuscita di questo gagliardo Intrepido. Speriamo che duri come quella Risi-Gassman o Monicelli-Sordi. L'idea è quella del rimpiazzo. Se si rimpiazza si lavora sempre. Grazie all'ozio, il padre della crescita e dello sviluppo.

Albanese, così, è stato un ottimo 'rimpiazzo' di Amelio. Come se gli avesse chiesto di girare lui il film al suo posto e Albanese avesse detto ok. Infatti Albanese sa fare proprio di tutto in questo film. L'attore comico, l'attore serio, la spalla, il generico, la comparsa, il regista in campo e fuori, l'attore albanese perfino, scusate il gioco di parole, ma va proprio a Tirana a fare il minatore nei paraggi e a chiedere scusa, per chi avesse equivocato, per Lamerica, con un pellegrinagggio capovolto....E siccome siamo per lo più a Milano nel resto del film (che il direttore della fotografia Bigazzi, che milano la sa catturare meglio di Roma, fa piangere e fa ridere con la stessa abilità di Amelio e Albanese), ci sono un sacco di cose da fare. Nell'edilizia, (l'expo), nel commercio, allo stadio Meazza, che bisogna pulire. Come cuoco. Come meccanico. Come tenutario di palestra di boxe... 

Albanese minatore in Albania
Prende il posto di chi si assenta, per svariati motivi, perché sta male o perché ha un problema familiare o perché è troppo stanco e poi per la paga che danno... E si fa sostituire. Otto, nove lavori al giorno. E di notte, ad attaccare i manifesti due volte di fila, perché non si può dimenticare Ladri di biciclette quando si fa un film sul problema Italia, su un paese da ricostruire da capo (ammesso che il geniale Violante non ce lo riporti indietro, allo sfascio in cui stava)

Un tempo i film italiani erano pieni di lavoratori e di disoccupati, di padroni orridi e di sfruttati in lotta, e non solo nel neorealismo. Adesso hanno chiamato, perché costano meno, le controfigure, i rimpiazzi... Sono quasi tutti extracom, ma Albanese è con loro. E se sono tanti i lavori manuali ancora da coprire, sono tantissimi i lavori affettivi lasciati a badanti e estranei. Ma Albanese copre anche quegli spazi. 

Gabriele Rendina, il figlio di Albanese in" L'intrepido"
Il figlio in crisi di panico, che non riesce a suonare in pubblico anche se ha una professionalità da conservatorio e da Charlie Parker invidiabile. E la ex moglie, che proprio deve aver preso una sbandata da ubriacatura leghista-mafiosa. E una probabile amante, vacillante, sull'orlo del suicidio e poi nel tunnel della depressione.... e gli amici di sempre, sempre pronti a lasciarli, però, se diventano dei 'mostri' (e per i super profitti organizzano incontri pedofili....) perché il mondo cambia e non tutti sanno stargli dietro. Albanese si fa seguire dal mondo, non precedere.

Albanese al concorso, rimpiazza anche una concorrente, Livia Rossi
Gianni Amelio da piccolo leggeva, come tutti quella della sua generazione, l'Intrepido, un inebrainte fumetto per ragazzi più serio, ponderoso e avventuroso del Monello, che ne era la versione light, cazzona e stracult. Il modello di maschio che trasmetteva l'Intrepido, attraverso storie esotiche, di mare e di terra o melodrammi familiari strappalacrime, era quello del super eroe tutto d'un pezzo, virile, capace di ogni impresa, viaggiatore alla Garibaldi, eticamente impeccabile, dalla parte dei poveri e degli sfruttati, e anche romantico, ma anche strafatto di valori astratti, tipici di una cultura ancora comunitarista e contadina, come l'istinto patriarcale un po' misogino, un eurocentrismo incapace di autocriticare la storia d'Italia e i suoi crimini, e malato di triade 'Dio, patria e famiglia' (anzi Miss Violenza, come l'ha rinominata il greco Alexandros Avranas, quella macchina incestuosa di immensa potenza).

Per fortuna Gianni Amelio ha poi via via affinato la sua griglia di valori modernizzandosi con il cinema americano classico, quello dei tre decenni 30-50, di cui è uno dei maggiori cultori e collezionista di dvd, vhs e laser disc, a forza di iniettarsi nelle vene 'individualismo democratico', antirazzismo, jeffersonismo e 'femminismo come programma minimo'. E noi con lui. 

E credo che una delle ispirazioni per il suo nuovo film in gara a Venezia (e tra i suoi migliori in assoluto, degno dell'epoca La città del sole o Il piccolo Archimede) provenga proprio dalle saghe rooseveltiane e della resistenza anti-Truman. Pensiamo ai tre film dedicati a Mister Elia Belvedere, il personaggio interpretato negli anni 50 da Clifton Webb (un geniale attore gay, che pagò molto cara l'esibizione sfrontata e 'anacronistica' della sua identità sessuale differente da quella di Alain Delon) che, nato più o meno in parallelo con le svisare contorsioni del contro-eroe Jerry Lewis - incapace di fare alcunché, di lavorare, divertirsi, amare, comportarsi secondo l'american ways of life, perché la civiltà americana si era ammalata e conformarvisi significava tradire i valori più alti della dignità e della solidarietà umana - affermava la stessa cosa, solo ipotizzando, in stile pop art, che invece questo elegante, impeccabile, gentleman, il colto Mister Belvedere sapeva fare proprio tutto tutto tutto quel che si doveva e meglio del galateo conformista e di chiunque: dal baby sitter al campione di salto con l'asta, dal casalingo all'operaio, dal professore di yoga alla soluzione dei test attitudinali più complessi, dalla progettazione di missili a lunga gittata alla telefonata dall'apparecchio pubblico (e senza pagare un cent) al Presidente degli Stati Uniti. C'è un modo di fare arte critica urlando, alla action painting, alla howl di Ginsberg, alla rock'n'roll (Jerry Lewis) e c'è modo di fare arte critica alla pop art, con l'ironia, con il sarcasmo camp, con la satira sottile, con il dichiarare un altro tipo di grande sì alla vita (Warhol, che si faceva sempre rimpiazzare da chiunque, alla macchina da presa e nelle conferenze stampa, e Amelio-Albanese). Amelio qui la smette anche di credersi un Albert Camus, anzi meglio, come nel precedente film. Una lezione di umiltà che abbiamo gradito e cercheremo di copiare.

sabato 25 maggio 2013

W Jerry, abbasso la critica americana di Cannes!

di Roberto Silvestri

“Le piacerebbe fare un film senza gag?
No

(Jerry Lewis a Robert Benayou e André Labarthe, Cahier du Cinema aprile 1967/gennaio 1968)


Bel finale, comunque. Only lovers left alive, di  Jim Jarmush che trova l’inferno del sogno americano nella Detroit che, da capitale dell’auto e terra di Jerry Lewis e Roger Corman, è diventata, degradandosi, la reginetta dei subprime. L’anima bella Roman Polanski (che è un ‘americano’ di spirito, costretto all’esilio dal fanatismo calvinista) che in Venere in pelliccia sembra rifare Venere in visone, il peggior film di Liz Taylor, un elogio della troia che certo imbarazzerebbe il nostro presidente della camera e perfino chi crede che il pappa in fondo sia a lei di gran lunga superiore, anzi un ‘politico coi fiocchi’. Figuriamoci i clienti. Fiaba sadomaso di raffinata profondità. Dedicata a Battiato.
James Gray in The immigrant  sorta di ‘Le due orfanelle nel Bower East Side’, a proposito di questo incontro sado maso tra ruffiano e mignotta, pardon tra regista e sua attrice, fa ancora il commuovente, veteromaschilista elogio del pappa, in un mèlo old fashion, pende a destra la storia di un amore impossibile, e infastidito da un mago, tra Joaquin Phoenix (un po’ imbolsito rispetto a The Master) e Marion Cotillard (che ha qualcosa di Gollum, un po’ come Lea Seydoux in Adéle,  la risposta francese anti truffauttina alle fantasmagorie digitali dei blockbuster in 3d di Hollywood?). Ellis Island non è ben centrata (forse perfino Crialese ha fatto di meglio). Il vaudeville miserabile della Bowery 1921 scolora rispetto sia a Walsh che a Straub di America. Anche il Central Park sembra posticcio. E il tutto non rende l’orrore eugenetico e nazistoide dell’America massacrata dai Vanderbilt e dai Carnagie, dai Morgan e dagli altri criminali della finanza, che si inebriano e si ingrassano sempre (anche questa volta) di devastanti crisi economica. Il ribelle dell’Anatolia di Elia Kazan ce lo aveva già messo a fuoco.  Sarà stato Weinstein a guastare il ritmo di un montaggio pretendendo che il film fosse pronto per Cannes invece che per Venezia…. 
E, soprattutto, bel finale di Cannes grazie a Jerry Lewis ‘in persona’, il comico, il cineasta, l’autore più rivoluzionario d’America (l’attore più sexy, lo aveva definito Marilyn) che considera Burt Reynolds e Cary Grant le migliori commedianti femminili di tutti i tempi. E come dargli torto? Gemma radiosa della comicità transmaschile e transfemminile, al di là e al di qua dei generi sessuali, cosa che mette in estremo imbarazzo i tanti reazionari e khomeinisti dell’immaginario, dentro e fuori gli schermi, che siano contrari o favorevoli al ‘matrimonio per tutti’: è il non matrimonio a destabilizzarli, il danzare indeciso tra i sessi e oltre…E poi l'artista non ha sesso, può interpetarli tutti. 
La cosa infastidisce il Los Angeles Times che in pezzo rovente firmato da John Horn (ed è una specie di Little Big Horn) contro di lui e contro i francesi che lo hanno sempre adorato (acutamente), ricorda che Jerry non fa davvero più ridere nessuno da quando Eisenhower fu eletto presidente. Il che può essere anche vero. C’è poco da ridere di un’America che inizia a fare guerre ingiuste, rinnegando Roosevelt. Corea e Vietnam, Iraq e Afghanistan sono una escalation di orrori da far smettere di girare film qualunque cineasta dotato di coscienza, cosa che Jerry Lewis ha fatto. C’è qualcosa di ‘oltre la risata’ che Jerry tocca, uno spazio artaudiano di crudeltà subumana mai scoperto prima, che Jerry scardina sovrumanamente. E’ una risata egemonica che David Rooney e gli altri critici americani non hanno il coraggio di provare. Andrebbero in mille pezzi. Esploderebbe la loro coscienza. In fondo quando fu eletto presidente Eisenhower ci fu un’altra cosa strana e indefinita che nacque assieme alla risata negli ultrasuoni di Jerry. Il rock. Vi dice niente? Che sia il migliore comico maschile e il migliore comico femminile e il migliore comico ibrido di tutti i tempi, Jerry, non c’è dubbio.  Astronauta dello sconosciuto, Lewis è il feddayn dell’autoanalisi americana. Yiddish e arabo nello stesso tempo. Mai ortodosso. Troppo coraggioso per tutti, dunque. Lo scopriranno i nostri cirtici Usa per ora troppo lenti. Speriamo diventino rock..  E a David Rooney, l'aussie che scrive (su Variety) di meravigliarsi di trovare un film simile in competizione ufficiale a Cannes, aggiungendo: “ a staggeringly artless geriatric soap that sinks its dentures into every trite platitude about aging, mortality, regret and surrender, only to regurgitate them again and again. Starring as a jazz pianist, Lewis says of one particular gig, 'I was playing simplistically and way too melodramatic.' Sadly, he could be talking about any aspect of this sub-Hallmark Channel schmaltz”. Cosa rispondere, a parte che molti altri film adorati da Rooney non erano degni della selezione ufficiale di un grande festival, e se non che ‘semplicità’ e ‘melodramma estremo’ sono gli ingredienti alchemici di un grande cinema non consolatorio e non adagiato sul sì, non alla vita, ma allo stato di cose criminali vigente? Sono gli ingredienti bastardi e avulsi  di L’Idolo delle donne, giustamente riproposto sulla Croisette, e di Le folli notti del dottor Jerryl di cui Max Rose è la versione  soft, da classe differenziata per critici. Strano che un collega australiano, ma per anni in Italia ed esposto alla scienza della farsa, come Rooney, non li apprezzi. Complessità e melodramma borghese sono l’estasi per Rooney?

In Max Rose Jerry è un pianista di jazz che prima di essere schiaffato in una costosissima e orribile casa di riposto di vecchie glorie della performance (compreso un coriaceo sindacalista di sinistra) e di morire a sua volta, scopre che la moglie defunta, amata senza tradimenti per 65 anni, ha avuto una storia obliqua con un divo del cinema (che poi si scoprirà, essere Dean Stockwell in persona, come darle torto?) con il quale Jerry fa un duetto che trasforma quelli tra Max von Sydow e Gunner Bjornstrand in un confronto tra Ferilli e Servillo. Il cattivo umore, l’antipatia, la durezza di atteggiamento rispetto alla vita (non solo americana) il voler mettere tutto a soqqaudro, la voglia di rivoluzione totale che Jerry ha trasmesso a tutti i ragazzi del mondo, equivalenza cinematografica del grande affondo involontario di Elvis, delle spalle date al pubblico da Miles, del ghigno di Cybulsky e Brando nei Selvaggi, si stemperà appunto in un nietzschiano Yes, I hope. Come ai tempi di Buddy Love. Cannes 66 è poco degno di te.
Un festival che è purtroppo infarcito di fantasticar e pensar debole (si vedano le stelline, le palline e le sciocchezze sui film favoriti per la palma d’oro, gioco al quale comunque Liberation non si presta).
Un festival di mediocre impalcatura concettuale, sempre più interessato a promuovere il griffato esagonale visto che è Parigi che paga (l’eccezione e la differenza ‘culturale’ rischiano di scivolare facilmente nella norma, indifferente al furore dei popoli, militarmente sottosviluppati, e alle loro belle forme, qui censurate), sintetizzato nei film più pompati e adorati, così compiaciuti di sé e della propria frivolezza d’alta professionalità, da Kechiche a Refn, da Farhadi a Sorrentino… A parte la selezione americana che Spielberg sarà costretto a premiare anche a rischio di mancare di tatto, perché è un uomo degno di rispetto estetico, e due 'americani non riconciliati', honoris causa, come Jia Zhang Ke e Haroun. L’unico blocco artigianale che ha ben chiara la separazione tra sfera dell’immaginario (da una parte) e stato e chiesa. Ognuno per conto proprio. Luoghi separati.
Un’edizione inoltre organizzativamente e meteorologicamente disastrosa, con i suoi 4000 ospiti della stampa – troppi e pochi (dov’è Cappabianca? Dov’è Trafic? Dov’è Andrea Pastor (auguri di pronta guarigione)? Dov’è Adriano Aprà, dov’è Bill Krohn? Jonathan Rosenbaum?) anche sulla Croisette c’è una carenza di spazi adeguati, sembra il Lido: l’unica proiezione di Max Rose, il nuovo film interpretato da Jerry Lewis e diretto da Daniel Noha, si è svolta nella Sala del Sessantesimo anniversario, un megatendone squassato dal vento, e sempre sul punto di volar via. Certo che Jerry era di cattivo umore…E poi invitati e tesserati sempre stipati, sotto la pioggia, in lunghe file goebbelsiane di oltre un’ora e mezzo... Si sente la mancanza di occhi delicati e penetranti, tanti i critici scomparsi quest’anno (non solo quelli di Rober Ebert), e i film non possono farne a meno, per . Troppi apologeti fanno un brutto servizio a un festival che può morire di adulazione. Tanti quelli che Cannes neanche invita.