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lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight vince l'Oscar. Non senza qualche piccolo problema tecnico....




Roberto Silvestri



Come Three Times di Hou Hsiao Hsien, Moonlight  è in tre atti. Fanciullezza, adolescenza e maturità. Tre attori diversi. Come se il film lo cominciasse Harold Nicholas in Pie Pie Blackbird e lo chiudesse Jim Brown  di Black Gunn. La storia di Chiron, gracile ragazzo african-american di oggi, timido per natura, che diventa maggiorenne e sopravvive a Miami, nel quartiere invivibile di Liberty City.  Quello dove visse Muhammad Alì, il più delicato dei colossi, e dove, nell’agosto 1968, esplose la rabbia antirazzista (e qui i bianchi sono proprio fuori campo, inesistenti) perché ai neri perfino accostarsi a Miami Beach era proibito.



Tre attori, Alex Hibbert (“Little”, a 9 anni), Ashton Sanders (Chiron, teenager dai sentimenti eretici) e Trevante Rhodes (l’uomo, muscolarmente indurito dal carcere), costruiscono sul dramma di Tarell Alvin McCraney  una “suite di formazione e di resistenza” non lineare e a tratti anche fisionomicamente spiazzante, ma capace di cogliere in azione gli elementi più emozionanti, sensuali, culinari e balneari della complessa Mascolinità nera, in stato d’allarme e pronta alla metamorfosi: “al chiarore della luna ogni nigger diventa blue”. 

Il regista e sceneggiatore Barry Jenkins e l'autore del romanzo Tarell Alvin McCraney
La dolcezza, la gentilezza, addirittura il cuore sopravvivono a tutti i cliché del ghetto-movie o della ritrattistica pittorica di Kehinde Wiley, attraversati scrupolosamente e un po’ distorti: il bullismo scolastico vigliacco; le ‘esecuzioni’ per strada; un padre svanito nel nulla; la crudeltà di Paula, la mamma drogata amata e odiata; la partita di football che il direttore della fotografia James Laxton trasforma in danza; il bagno nell’oceano, che diventa, come il primo bacio sulla spiaggia, esperienza zen; la tempesta ormonale e l’amor fou di Chiron per il coetaneo Kevin (tre attori anche per lui), dal sorriso lascivo; incarcerazioni; tradimenti; la traumatica perdita anche del mentore Juan, lo spacciatore di droga cubano del quartiere che assieme alla dolce moglie Teresa lo protegge e gli insegna a nuotare e cucinare (è Mahershala Ali, in stato di grazia, che sa svelare la femminilità dei John Wayne: dentro il vero macho c’è sempre un micio). “Che cos’è un frocio?” chiede l’intimorito Little a Juan: “è la parola utilizzata per fare del male ai gay”. La ricerca di una identità perduta finirà cin la conquista: c’è del tenero in chi ha coraggio.



L’acido affresco storico sul pastore ribelle Nat Turner, Nascita di una nazione, doveva essere l’antidoto black a La la land, la notte degli Oscar, ma Nate Parker, fatto fuori dalla macchina del sangue, viene sostituito da questa produzione di Brad Pitt (un 12 anni schiavo spostato nel ghetto southern), versione queer di Boyz n the hood, un Boyhood nero pece. Anche se Barry Jenkins, al secondo film dopo un esordio in stile Linklater, imbratta di affondi cromatici-lisergici e ralentì poetici anche indigesti il naturalismo austero di Singleton. E non ha certo potuto contare sulla dozzina d’anni di riprese con uno stesso protagonista, come Linklater. 

Il direttore della fotografia James Laxton
Questa confusione di registri, di corpi e di luoghi comuni a volte davvero strabici, ha inebriato la critica Usa (e infatti il film ha sconfitto La La Land anche se con dopo non poche difficioltà procedurali) e spiazzato quella europea, meno sconvolta dall’escalation di violenza contro i neri e consapevole di quanto le atmosfere dei romanzi di James Baldwyn (Go Tell It on the Mountain, per esempio) contribuiscano a far giocare la cinepresa con gli elementi più volatili dell’animo, gesti, tic, sguardi, rap. 

A proposito di Baldwyn. Il documentario di Raoul Peck su di lui, I’m not your negro, anche senza vincere la statuetta, dà un senso in più, politico-culturale, alla vittoria di Jenkins. E non solo perché racconta lo scontro secolare della comunità african-american per affermare i propri diritti, diventare uguale tra diversi e conquistare pari dignità. E’ stato proprio lo scrittore e intellettuale radicale la vittima preferita degli strali lanciatigli durante le lotte del 68 non tanto dai colleghi bianchi (e Norman Mailer soprattutti) ma proprio dall’ala più maschilista e “armata” della controcultura nera. Se andiamo a rileggerci il saggio di Eldridge Cleaver in Anime in ghiaccio ci renderemo conto di cosa voleva dire essere nero, gay e rivoluzionario proprio tra i rivoluzionari dell’epoca.   Rispetto a loro Mahershala Ali rappresenta l’evoluzione della specie. Come nel passaggio tra Sonny Liston e Muhammad Alì.


Naomi Harries
Alla fine il film ha vinto tre statuette. Miglior film (i produttori sono Brad Pitt, Sarah Esberg, Dede Gardner, Andrew Hevia, Jeremy Kleiner, Tarell Alvin McCraney, John Montague, Veronica Nickel, Adele Romanski), sceneggiatura non originale (Barry Jenkins) e attore non protagonista(Mahershala Ali) 
Suicide Squad oscar per il trucco


































Nella lista dell'Academy Awards anche due italiani che vincono per il migliore make-up, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, insieme a Christopher Nelson per Suicide Squad. Per i costumi vince Animali selvaggi (Coleen Atwood). Montaggio sonoro Arrival (Sylvaine Bellemare). Sonoro e montaggio Hacksaw Ridge (O'Connell e Gilbert), Viola Davis di Barriere vince come migliore attrice non protagonista, Il Cliente di Farhadi come migliore film straniero, Piper di Barillaro come migliore corto d'animazione; Zootropolis di Moore-Spencer-Howard miglior lungometraggio di animazione; Il libro della giungla migliori effetti speciali ; The White Elmet di Einsiedel è il migliore documentario corto; Sing di Deak è il migliore corto live o soggetto; Manchester by the sea vince due statuette: a Casey Affleck come miglior attore e a Lonergan per la migliore sceneggiatura; infine le sei statuette di La La land: a Damien Chazelle per la regia;  Raynolds-Wasco per la scenografia; Linus Sandgren per la fotografia; Hurwitz per la migliore colonna sonora e per la migliore canzone (City of Stars) e Emma Stone come attrice protagonista.






mercoledì 10 giugno 2015

Fury. La Furia subumana. Contro l'ex film del momento (ora c'è Jurassic Park)





di Roberto Silvestri


Merkava contro Panzer

Questa volta sì. Vi sentirete più orgogliosi di essere americani dopo aver visto l’elogio del carro armato, Fury. Ma non perché la seconda guerra mondiale fosse una guerra giusta. Come diceva Sam Fuller, l’ultima guerra giusta.  Ma perché in fondo piace a molti l’odore del napalm la mattina, tra un surf e l’altro. Perché è affascinante perdere se stessi, la propria umanità, moralità e fede. Perché tanto se vinci la guerra, poi, te le ridaranno tutte queste cose. E loro le guerre le vincono tutte. Applichiamo questo schema al capitalismo e scopriremo il perché della mancanza in America del servizio nazionale sanitario per tutti. Anche i poveri preferiscono non averlo. Se no come faranno a conquistare il Paradiso? E’ una impresa solitaria, non collettiva. E’ un bene privato, non comune. 
Invece. Non si spara mai a un uomo o a un paese disarmato. Se si vuole “stare dalla parte giusta della Legge” - morale e qualche volta anche scritta, come avrebbe detto Doc Holliday, la vendetta privata non è mai ammessa. I giustizieri della notte sono “impresentabili”.
Ma è stata riciclata recentemente una scappatoia antica al rovello morale che è al centro del peggiore filone wasp del cinema hollywoodiano. Si può applicare al porno come all’horror, alla fantascienza come al war-movie, al melodramma come alla commedia. Si va giù con le brutalità e le abiezioni più terrificanti - che in confronto La Pelle di Malaparte-Cavani sembra un minuetto - quelle che fanno molta cassetta, e poi si attende l’arrivo della giustizia divina a distribuire le colpe e a emettere il verdetto e l’happy end.
E se dessimo all’uomo quel che è dell’uomo e a dio quel che è di dio? Se una cosa è il mondo ed esserne schiavi e un’altra rinunciare al mondo ed essere salvi? Il finish religioso (anche un po’ buddista), in questo caso al blockbuster di guerra (studiata combinazione di violenza, fratellanza, sacrificio, redenzione accompagnata da dialoghi che saltano all’occhio, personaggi accattivanti come in un bachelor party, accuratezza storica…)  ha antiche origini e un grande obiettivo… Il profitto si fa con la brutalità più estremista che gli occhi del pubblico amano divorare (il mondo) e dopo l’apocalisse arriva alla fine la salvezza eterna. E non è detto che la salvezza eterna, se non proprio il trionfo sulla Quinta Strada non sia per i più brutali e vendicativi, a spulciar bene la Bibbia come si fa in questo Fury che ruba il titolo proprio alla scrittura sacra (Ezechiele, 25:17 “la grande vendetta e la furiosa rabbia”). In Fury un individuo della nostra società contemporanea, uno di noi, si scontra con una solida cornice di valori universalmente accettati. E lì, accanto al conflitto armato sorge parallelo un conflitto umano, individuale, emotivo parallelo. “Qualunque film di guerra è un vivaio – diceva Kubrick – che favorisce la crescita rapida e forzata di atteggiamenti e sensazioni. Gli atteggiamenti si cristallizzano. Il conflitto è naturale, mentre in una situazione meno critica sarebbe un espediente forzato e falso”.  Il fatto è che questo individuo, uno come noi, alla fine viene risucchiato nel conformismo e nella tossicità della febbre bellica. Perché adesso non allora sono i professionisti a combattere. Quelli pagati tanto a cadavere. Sartre scrisse proprio nel 1944 il dramma A porte chiuse che poi divenne film (lo doveva fare Genina ma poi lo ha diretto Jacqueline Audry. Per Sartre l’uomo che si contrapponeva alla scienza e alla tecnica non era condannato a essere libero, solo, chiuso in se stesso, murato nei limiti angusti della sua finitezza, abbandonato alla sua unica condizione, che è quella di essere libero? Ebbene quel dramma invece del portello chiuso ha la porta. Ma si svolge anche quela aziene all’inferno. Un inferno che è una camera d’albergo, in cui viviono tre personaggi assortiti e inassociabili tra di loro. Ognuno è l’inferno per gli altri due. Per Sartre la colpa, la vergogna, la stessa coscienza non esistono se non in quanto esistono gli altri. Dai quali siamo inseparabili, perché non possiamo smettere nemmeno un istante di combatterli, per togliere loro la libertà e asservirli al nostro io, e senza dei quali non possiamo sapere nulla, né nulla risolvere circa noi stessi. In terra ci sono soste e tregue (il sonno, la fuga, il silenzio, la meditazione, le menzogne, il sesso, l’ipocrisia, l’adulazione) ma nell’inferno non c’è difesa o evasione possibile. Né sonno né parole, né sesso. L’inferno è lo sguardo. E anche la soluzione di uccidere o di uccidersi è inutile. L’inferno è l’eterno ritorno degli stessi problemi, delle stesse sensazioni, degli stessi misteri, della stessa angoscia. Ecco un film ambientato nel sommergibile o nel carro armato richiama un po’ questa situazione esistenziale sartriana. Uccidersi o uccidere.

Logan Lerman, il roukie e Brad Pitt, il veteralo
Ma torniamo un po’ meno indietro nel tempo.
Qualcuno si è lamentato perché American Sniper esaltava scandalosamente lo sciovinismo Usa di un campione di tiro al bersaglio del patriota arabo (il siriano internazionalista, ex campione olimpionico), oltretutto guardia del corpo fascistoide di Miss Palin. Io penso che non lo glorificasse affatto. Lo vivisezionava, analizzava impietosamente, certo, e perfino con lo zoom.
Perché peggiori dei veri cattivi (perfino di Hitler) sono i nostri lati dark che eseguono quello che i potenti cattivi vogliono. Per servilismo? Opportunismo? Masochismo? Erotismo del leader carismatico? Vanno messi bene a fuoco questi sentimenti e queste intenzionalità in un film che faccia critica dell’immaginario e non apologia dell’esistente. Eastwood lo ha fatto uscendo dallo stereotipo del cameratismo implicitamente omosessuale del bivacco prima dell’attacco. Andando molto più in là del solito piagnisteo generico e umanista sugli orrori della guerra. Bigelow non è passata invano. Non ho mai visto niente di simile dopo quei documentari che Huston faceva tra i reduci con il cervello fritto al ritorno dal fronte del Pacifico o da Auschwitz.
Ma le guerre dopo altra cosa. Non si fa la guerra in Afghantistan e in Iraq per occupare posizioni strategiche o conquistare pozzi petroliferi. E non si fa mistificandola dietro la fantomatica guerra santa al terrorismo islamista. I cattivi erano dunque Bush jr. (o la Spectre che lo manovrava) i suoi alleati e i suoi apparenti  nemici terroristi che stavano facendo, per lui, il lavoro, sporco ma utilissimo da guida indiana. Sempre pronti ad essere eliminati, a tempo debito, quando diventano inutili, come è stato fatto con altri alleati, da Saddam a Noriega, da Ben Alì a Gheddafi, da Mubarak. E si farà con l’Isis. Ma la seconda guerra mondiale aveva una causa così giusta e un nemico aberrante, tanto che perfino Stalin e Roosevelt divennero qualcosa di più che semplici alleati!  


Le cose si complicano con la crescente esaltazione ghignante del Cattivo, del villain, del malvagio, del marciume che ci circonda tanto non possiamo farci niente. L’adorazione della malvagità è malattia virale inguaribile della contemporaneità, quasi una religione che ha i suoi devoti nella confraternita degli anti-buonisti fanatici, d’oriente e d’occidente (perché se no Salvini e i barbudos dell’Isis, stessa faccia stessa razza, crescerebbe nei sondaggi?).
Costoro troveranno il loro vero film d’affezione in una operazione simile e contraria ad American Sniper, appunto nel war movie Fury, uscito nelle sale nordamericane nell’ottobre del 2014, e con un successo decretato proprio dal pubblico che più restò imbarazzato dalla spudoratezza e dal candore di Clint Eastwood. Uno spettro si aggira per il mondo. Si chiama cameratismo maschile. E produce testosterone atomico (da testicoli).
Tutto l'equipaggio al lavoro
Cinque soldati americani della Seconda Divisione Corazzata in Germania nelle ultime ore della seconda guerra mondiale, fronte tedesco, aprile 1945. Dentro un carroarmato M4 Sherman, quattro veterani ormai postumani che le hanno viste e fatte tutte, e un quinto, Norman Ellison, ex dattilografo da fureria, rimpiazzo di un mitragliere morto, classico pivello imberbe da svezzare a forza di Fuck! Kill! Drink!  Il quintetto sembra proprio un amalgama da Ghostbusters, o un direttorio del Pd o una band-rock: l’espertone, il leader quello che “ti seguirei all’inferno” (Brad Pitt); il mistico che cita sempre la Bibbia Boyd “Bible” Swan (Shia LaBeouf); l’etnico-ispanico Trini Gordo Garcia, cui è vietato perfino parlare spagnolo (Michael Pena); lo sfacciato, difficile da controllare ma meccanico divino  Grady “Coon-Ass” Travis (Jon Bernthal) e il roockie Norman Ellison, estremamente femmineo (Logan Lerman). L’anima bella non sopravviverebbe all’esperienza di uccidere se non ricevesse una traumatica iniziazione all’orrore massimo. E si trasformerà in puro animale da caccia. Sarà il sergente maggiore, il capo, l’uomo esperto di cui tutti si fidano, la macchina perfetta da combattimento, a impartirgli quella lezione fatale. E’ Don WarDaddy Collier (Brad Pitt), che cerca di rifare Lee Marvin o Ernest Borgnine, ma non sa tracciare alcuna differenze tra il clima “lisergico e satirico” della sua missione con la mazza da baseball ammazza crucchi in Inglorious Basterds, e l’americano consacrato da George Bush jr. quando, mano sulla Bibbia, aizza alla guerra infinita senza pietà contro i terroristi senza vero dio. Vinceremo! Il desiderio di tornare a casa con la valigia piena di scalpi fa luccicare gli occhi del sergente Collier, in una imitazione pallida del Lupo di Wall Street che ha appena piazzato titoli spazzatura. Uccidere nazi sembra quasi un affare che rende bene.
Certo. Ogni film storico in costume mal dissimula costumi morali e cronaca politica dell’epoca in cui il film è fatto e che emergono, in sovrimpressione, dai fatti di cui si parla. In questo caso siamo non più nel 1945 ma in pieno 2013-2014 (ottimi gli incassi, quasi 230 milioni di dollari, e arriva in Italia buon ultimo) e ci muoviamo cioé nei paraggi di American Sniper, fresco di meditazione individuale sulla necessità o meno di sparare ai bambini o ai civili, magari palestinesi, perché tutti, quando il fanatismo impera, sono potenziali corpi-bomba. Dunque non rompeteci con tutte quelle statistiche sui civili vittime di guerra, dice il cecchino e Clint Eastwood lo prende di mira con la sua cinepresa e lo riporta alla famosa Etica di Norimberga. Ci sono ordini che ci arrivano da ben più in alto o da ben più in basso, a secondo se si è credenti o meno, del Fuher. A loro bisogna rispondere e non al superiore nelle gerarchie militari. Si chiama coscienza. E anche coscienza di classe. Due entità preistoriche, sembrerebbe.  Ed ecco invece Pitt ammonire quasi demonacalmente il soldato Norman (che, peggio ancora, è un intellettuale, addirittura un pianista classico): i nemici armati vanno sempre uccisi; i bambini e le bambine con la divisa vanno sempre sterminati; gli ufficiali prigionieri vanno sempre giustiziati, con un colpo di pistola alle spalle; le donne vanno sempre scopate (meglio se con classe per non fare come i buzzurri violentatori sovietici se no sembriamo tutti Pol Pot!). Niente convenzione di Ginevra, dove orrore vige. Sono SS! Se non fai così muori. Se non apprendi la lezione non sopravviverai mai. E soprattutto ci farai massacrare. E non c’è niente di più emozionante dello “spirito da spogliatoio” di un carroarmato. Il film aderisce a questo slogan omocentrico con sempre maggiore gusto e con retrogusto inquietantemente religioso. E secondo me lo spirito è anche un po’ da revisione del verdetto severissimo contro i responsabili americani della strage di Mi Lay in Vietnam. “Altro che civili, erano terroristi travestiti….”.
Hitler (fuori campo) pretende, nel frattempo, che tutto il popolo combatta e muoia per lui. Donne vecchi bambini. Chi si rifiuta è un traditore e va impiccato. Prima ancora di arrivare a Mathausen il nostro equipaggio deve così farsi largo tra villaggi infidi e corpi appesi sui piloni più alti, spezzoni di un esercito ancora coriaceo (sono tedeschi), generali che si suicidano dopo l’orgia nel bordello di prammatica e panzer nazisti, molto più veloci e potenti come si ammirerà in uno dei duelli finali (l’acme da videogame del film). Sono i King Tiger da 70 tonnellate, e incombe addirittura la minaccia che appaia da un momento all’altro un Sdk.Fz 205, il famigerati Maus. Topolino contro il Big Topo. Non c’è partita.
Il regista David Ayer a sinistra con Brad Pitt sul set di Fury
I 4 moschettieri veterani e nichilisti dopo aver superato tutti i gironi dell’ inferno bellico, dall’Africa alla Sicilia, dalla Normandia al Reno nella scena più imbarazzante del film, l’iniziazione sessuale del ragazzo vergine, trasformano la brutalità così tanto decantata e che li ha resi comportamentalmente torbidi, in un ipocrita balletto romantico sentimentaloide, peggiorato dall’uso della cantata in lingua tedesca che farà cascar la gonna della ragazza prima ancora della ripetizione del ritornello. Insomma  Fury non solo non è Lang, ma non riesce neppure a rievocare Attack! di Robert Aldrich o Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket di Kubrick (sull’idiozia criminale dei generali i primi due e dell’aggressione orribile del Vietnam il terzo) ma anche l’inanellar di suggestioni tratte da Rommel la volpe del deserto, Il giorno più lungo, The big red one e Salvate il soldato Ryan è un congiungere i soliti riferimenti ad effetto come il mare diventato rosso per il sangue o i chilometri e chilometri di cavalli feriti, fatti fuori uno a uno per non farli soffrire di più. E qui credo che lo sceneggiatore e regista David Ayer, che ha fatto il militare nei sommergibili e ha esordito con un film sui sottomarini tedeschi, U-571, si confonda con la prima guerra mondiale per colpa di Spielberg e di War Horse. Il tutto per dichiarare un grande sì alla guerra. Uccidere e distruggere il nemico e le sue città senza pietà è il “mestiere più bello del mondo”.
Fury insomma non mi piace per niente. Devo però avere seri dei problemi con i film che si svolgono dentro i carriarmati. Molto più del filone sommergibili (di cui Walter Chiari faceva deliziose parodie il sabato sera in tv) quelli stipati nei tanks, se non sono in odorama, estremizzandoin questo caso  esperienze olfattive degne di John Waters, risultano kammerspiel ancora più claustrofobici e soffocanti. Per esempio nei duelli, così pesanti. Sarà poi colpa di Lebanon, scritto e diretto nel 2009 da Samuel Maoz e che ha pure vinto il Leone d’oro glorificando le coraggiose avventure di quattro carristi israeliani spediti a bombardare oltre confine e che non vedi l’ora che venga colpito in piena fronte da un missile hezbollah. Trasudava sciovinismo da tutti i cingolati quello spottone pubblicitario in omaggio al vanto nazionale israeliano, il carroarmato Merkava, col blocco motore anteriore, tutto costruito solo da Tel Aviv, made in Israel,  e che ha un nome interessante. Merkava vuol dire Carro di fuoco, e il riferimento biblico è al profeta Ezechiele. Ebbene Ezechiele è super citato in Fury per il suo spirito guerrafondaio. Il film per ironia della sorte è stato girato nell’Oxfordshire, in Inghilterra e ripreso da Roman Vasyanov con i colori dei cinegiornali d’epoca, nello sforzo di nascondere obiettivi più attuali. Un ulteriore motivo di disturbo è la musica di Steven Price che non ha il coraggio di combattere prepotentemente per farsi ascoltare, come la cavalcata delle valchirie di Apocalypse now o gli inni patriottici più sfacciati di John Williams in Private Ryan o il sitar dei Rolling Stones di Paint’it Black. E riesce ad essere ancor più retorica e patriottarda.

giovedì 12 febbraio 2015

Selma, la strada della libertà di Ava Du Vernay. Quando la preghiera è un'arma contundente

La marcia Selma-Montgomery






Roberto Silvestri


Chissà come sarebbe stato nelle mani di Michael Mann, Stephen Frears, Paul Haggis, Spike Lee, Lee Daniels e perfino Steven Spielberg…Eppure il film “si muove”. Si potrà certo trovare, e legittimamente, qualcosa di strano, di falso e addirittura di “distorto” in Selma – La strada della libertà, opera a budget medio (20 milioni di dollari) di Ava Du Vernay, 42 anni, losangelina, uscito ieri 12 febbraio nelle sale italiane e in procinto di lottare per conquistare l’Oscar del miglior film dell’anno.

Ava Du Vernay, regista di "Selma"
Anche se attori e regista sono fuori dalla gara degli Academy Awards per futili motivi burocratico-procedurali. E non è soltanto, a spaesare, il ritorno imprevisto della parola proibita “negro” (ma si pronuncia in inglese “nigro”) che negli anni 60 in cui il film si svolge, stava, a differenza dell’offensivo “nigger”, a indicare senza finalità offensive i cittadini african-american (a differenza che in italiano). O il fatto che il copione sia stato scritto nel 2007 da Paul Webb, uno sceneggiatore inglese (per quanto rimaneggiata dalla regista) e che i due attori protagonisti siano gli anglo-nigeriani David Oyelowo (Martin) e Carmen Ejogo (Coretta). O che, vampirizzando lo stile di ripresa libera televisiva le cineprese che raccontano le tre marce sull’Edmund Pettus Bridge fanno un po’ quel che gli pare anche in fatto di campi e controcampi. E che sono sei, e chissà come hanno bisticciato, le realtà produttive semi indipendenti (tra queste Pathé britannica e Brad Pitt) che hanno contribuito a realizzare il progetto…

Copretta King (Carmen Eyogo)
Eppure. Il film è impegnato, militante, commuovente. Come era Butler. Il New Yorker, eccitatissimo, ha perfino paragonato le scene di repressione armata alla Corazzata Potemkin di Eisenstein. Non arrivo a tanto ma almeno Du Vernay colorizza quelle immagini che la storia ci ha tramandato solo in sbiadito bianco e nero tv. E le rende più forti, più definite. Il boicottaggio degli autobus e dei locali proibiti ai ‘colored’. L’ingresso nelle scuole scortati dalle truppe federali. Le prime rivolte…. Selma si concentra, e “correttamente”, su un episodio chiave della vita di Martin Luther King jr e su una pagina sanguinosa e molto imbarazzante della democrazia statunitense. Il famoso Bloody Sunday del 7 marzo 1965 quando la guardia nazionale dell’Alabama, su ordine del governatore democratico bianco e razzista George Wallace, fermò la marcia di 50 miglia da Selma a Montgomery e represse con sadica violenza una dimostrazione pacifica e di massa guidata dal reverendo nero King, premio Nobel per la pace 1964, contro il regime di apartheid ancora vigente e fiorente nel sud del paese, che si dirigeva proprio verso il palazzo del governatore Wallace (interpretato da un perfettamente infame Tim Roth).

George Wallace (Tim Roth)
I feriti e i morti di quelle settimane (compresa la terribile strage precedente di Birmingham, quando una bomba fatta esplodere in una scuola elementare aveva ucciso quattro scolarette) non piegarono il movimento di emancipazione african-american che anzi utilizzò le riprese televisive di quegli eventi per scandalizzare e indignare l’opinione pubblica bianca del paese e rafforzare la lotta, e costrinsero il riluttante presidente Lyndon Johnson (molti storici liberal si sono indignati per questo ritratto di Tom Wilkinson, che a occhio radical pare più che corretto e equilibrato) a imporre, poco dopo il Civil Right Act anche il Voting Right Act. Cioè il diritto di voto non formale ma sostanziale per tutti. Dalla fine della Reconstruction Era, nel 1870 - Nasciata di una nazione di Griffith scolpì quell’ingiustizia fascista in una unica, stupenda sequenza - infatti era stato impedito alla maggioranza dei cittadini neri di votare, sia con le buone (cavilli burocratici e regolamenti razzisti) che con le cattive (Kkk). E senza quella forzatura di King niente Obama, oggi.

Si prepara la grande marcia
La stranezza del film della Du Vernay deriva però dal fatto che i diritti di sfruttamento commerciale tutti i testi di Martin Luther King pare che siano stati acquistati da un’altra grande compagnia cinematografica (ma è mai possibile questo fatto?) e dunque la giovane regista african-american, che viene dalla produzione, dalla pubblicità e dal marketing, ha dovuto ‘falsificare’ tutti i suoi discorsi, accettazione del premio Nobel compreso, cercando di reinventarli in maniera verosimile. Per questo motivo il film non ha proprio il tempo di sprofondare nella retorica del santino e anzi spesso si dilunga più del solito nelle scene “private”, nei duetti casalinghi tra Martin e Coretta Scott King (come quella bellissima che apre il film, con il leader pacifista finalmente in difficoltà perché non sa come annodare un ascot) o nelle scene ‘senza testimoni’ come gli incontri con Malcolm X, o in automobile tra King e i suoi più stretti collaboratori come Andrey Young e Abernaty, o quelli riservati tra King e Johnson, o tra Johnson e Edgar J. Hoover, o tra Johnson e Wallace….   Nel 1999 Charles Burnett, decano del cinema indipendente african-american, aveva diretto un bellissimo Selma Lord Selma, una produzione Disney per la tv che per la prima volta aveva raccontato quell’episodio cruciale della lotta contro la segregazione razziale prendendo spunto dal racconto che di quella marcia fece una bambina di 11 anni, Sehyann Webb, diventata militante dopo aver ascoltato un discorso di King. Probabilmente Burnett sarebbe stato più fedele all’insegnamento politico di Martin Luther King. Magari avrebbe collegato quella fase della sua lotta alla funzione di leader “a tutto tondo” che stava per assumere, collegando questione razziale a questione sociale e politica e diventando un pericoloso punto di sintesi della sinistra antagonista capace di lottare non solo contro la guerra del Vietnam e contro la segregazione razziale ma addirittura contro il sistema capitalistico in quanto tale. Sintesi proibita che decreterà certamente la morte del reverendo indocile dopo quelle di Malcolm X e di molte pantere nere….
Martin Luther King jr. infiamma le folle
Ma Du Vernay fa il film con un altro intento. Per far leggere libri di storia agli spettatori, certo, ma non con le sue immagini, magari solo dopo l’uscita dai cinema. Per far approfondire le questioni che si sfiorano e si accavallano. Il massimo che riesce a produrre è però altro. Un certo grumo potente di emozioni che certamente imbarazzerà per la sua inguaribile semplicità di fraseggio il pubblico più sofisticato, mentre sedurrà e commuoverà tutto l’altro. Certo, l’esplosione di Birmingham arriva come una vera bomba in sala. C’è chi potrà trovare l’effetto una trovata efferata, un effettaccio abietto e ‘pornografico’. Ma è interessante come questo bio pic sia stato dalla regista totalmente e anche ingenuamente a volte reintepretato. Togliendo la funzione di protagonista a King e dandola al Movimento. E soprattutto ai suoi esponenti più secondari. Uno studente del Naacp nervoso, settario perfino ma attento al cambiamento. Una donna, l’attivista Annie Lee Cooper, che vuole votare e non ci riesce perché il funzionario bianco la tortura di burocrazia (Oprah Winfrey). Un giornalista obiettivo. Un avvocato bianco che si unisce alla lotta e verrà massacrato dai fascisti del Kkk. Il complotto Fbi che inventerà la storia degli adulteri a ripetizione… Il magistrato Martin Sheen (l'attore della sinistra più estrema di Hollywood).... 



David Oyelowo (Martin Luther King jr.)
Il film ha comunque come protagonista unico Martin Luther King jr., con la sua voce pacata nel privato e infiammata in pubblico. Ma dimostra che negli ultimi anni, da Lincoln in poi, il bio-pic come genere sempre più praticato e dominante (non solo a Hollywood) stia modificando il proprio format storico. Ricordiamo che il genere si è conquistato a stento (grazie al periodo rooseveltiano) il suo posto al sole, ed è stato a lungo osteggiato dai tycoon storici che lo consideravano didattico, respingente e noiosissimo. Ma dall’epoca di William Dieterle (anni 40) e di Roberto Rossellini (anni 70) qualcosa è cambiato. Si sceglie un episodio chiave nella vita delle grandi personalità della storia, o una fase particolare della biografia illustre, e la si analizza in profondità piuttosto che tratteggiare l’intera parabola di una vita che obbliga alla sintesi superficiale, all'ellissi e all'aneddotica superficiale.
I contrasti tra King e gli studenti del Naacp
  
David Oyelowo, l’attore che ha fortemente desiderato questa parte, e che è conosciuto per aver recitato in Middle of Nowhere, segue le indicazioni della regista di “I Will Follow” come se King ricevesse ordini di regia dall’alto dei cieli, ora moralista ora leninista ora populista, e luce perfetta e spirituale dall’operatore Bradford Young, e si muove dunque senza mai sbagliare un colpo, dominando lo spazio, domestico a parte, che polemizzi senza complessi con il Presidente o tenti di convincere i riottosi membri del comitato locale pacifista studentesco John Lewis, l’attore Stephan James e James Forman, che è interpretato da Try Biers (influenzati, anche se il film non lo dice, dalle posizioni più radicali e intransigenti di Stokely Carmichael e Rap Brown) a seguire le indicazioni, a volte davvero stupefacenti, della sua Southern Christian Leadership Conference. 


I soprusi e le recenti rivolte di Ferguson, Cleveland e New York, il comportamento da vigile romano dei poliziotti di Manhattan contro un sindaco non suprematista sono la dimostrazione che certe conquiste sono sempre in discussione. E che ai 5 anni di potere nel sud dei politici african-american insediati da Lincoln, quel che nei libri di storia si chiama Reconstruction Era, il potere bianco ha voluto rispondere con un secolo di seconda schiavitù, linciaggi e squadrismo quotidiano. Perché non accada la stessa cosa dopo lo shock Obama, perché la memoria non si disperda e l’imaginario non si inquini, film come questi sono utili e danno indicazione di tendenza a tutta la cinematografia mondiale. Occidentale e Orientale. Del Sud e del Nord. The King of Cinema è questo.   
Il magistrato Martin Sheen (a destra)


venerdì 26 luglio 2013

La guerra mondiale contro gli Zombie di Mark Forster

Roberto Silvestri

Un morbo global. Una influenza letale, tipo spagnola, avvelena viralmente il mondo. Gli effetti dei morsi assassini sono devastanti. La zombizzazione degli umani, partita in India o in Cina (ovviamente, ma perché?), dilaga ovunque. Forse solo il nord del Minnesota l'ha scampata (?). Israele non esiste più... E, nel resto del mondo, gli esseri umani stanno scomparendo, morsicati dai crazy bodies famelici e trasformati in alien.

Jerry Lane (Brad Pitt), funzionario investigativo dell' Onu piuttosto avventuroso, messa in salvo la famiglia da Filadelfia a Newark - moglie, due figlie piccole wasp e un orfano ispanico - e poi via elicottero su una portaerei al largo dell'Atlantico, accetta - sotto ricatto - di cercare un antidoto, assieme a un giovane ma agguerrito virologo, Fassbach ("mai fidarsi della natura, anzi va ingannata"). Li spediscono, via aereo, nella notte.

Sappiamo che Brad ce la farà, ma non prima di 1. perdere subito il saggio virologo (ma inetto con la pistola), 2. sfiorare la morte in Corea del sud, in una base militare circondata da morti viventi che vengono combattuti a forza di bombe H; 3. e a Gerusalemme (dove, chissà perché, viene in mente al Mossad di costruitre delle mura di Gerico altissime, per proteggersi, ma, a causa di qualche esagerata frenesia religiosa bipartizan, le mura 'cedono' e i famelici mostri a decine di migliaia invadono e divorano la città santa), 4. su un aereo bielorusso zombizzato poco prima di atterrare e purificato a bombe a mano, 5. dopo l'atterraggio di fortuna nel bosco e 6. in un centro per malattie infettive di Cardiff, Galles, per metà conquistato dagli 'alieni'. Al suo fianco sempre la bella Segen, una soldatessa israeliana dal nome evocativo e che non tollera sdolcinatezza ('chiamami solo tenente: in israeliano Segen vuol dire 'tenente') a cui Jerry ha tagliato una mano infettata. Senza i militari anonimi al fianco non si va da nessuna parte. Non si vince la guerra dell'occidente. Intanto la famiglia viene sbattuta fuori dalla portaerei ed è in pericolo perché s'è interrotta la cominicazione con Jerry.....

Si ride, involontariamente durante World War Z. Della saggezza del Mossad. Della teoria del 'decimo uomo' ("quando nove uomini sono assolutamente convinti di una cosa, il decimo è bene che prenda la decisione opposta"). E, soprattutto alla battuta (che nel libro non c'è): "in Corea del Nord hanno risolto il problema alle radici. In 24 ore hanno tolto i denti a 36 milioni di persone". Battuta di spirito utile per capire la differenza che passa tra ipernazionalismo (la difesa pazza della propria nazione, contro tutto e tutti, costi quel che costi, anche i denti) e un più sano e responsabile spirito nazionalitario...

Ma qualche sciabolata di paura non manca. E poi gli eurozombies che sono andati a lezione da Pina Bausch e sanno muoversi da fermi con sussulti ondulatori seriali fanno un certo effetto. Quando un regista svizzero tedesco come Marc Forster si mescola a una produzione hollywoodiana certe stravaganze leziose funzionano. Certo, lo avesse diretto il papà di Max, Mel, il divertimento sarebbe stato più saporito....

A proposito. Ovvio che il libro (edito da Cooper collana Cooper storie, euro 18) è più strano, originale, appassionante del film. Anzi Max Brooks viene gentilmente messo da parte dal team Brad Pitt-Paramount. Se avesse vinto il duetto Di Caprio-Warner Bros, che volevano aquisire anche loro i diritti della trasposizione cinematografica, forse le cose sarebbero andate diversamente. Semplificato invece (e non senza difficoltà produttiva) il canovaccio, resa ossessivamente centrale l'unità famigliare inscalfibile, e poi riaggiustato, con aggiunta della parte finale, quella con Favino virologo che ha non meno difficoltà di Brad Pitt nel cercare attracco ai suoi sguardi, l'accrocco avanza molto impacciato...

Nei cinema d'azione, dal thriller all'epico-mitologico, dal catastrofico al Marvel System, dal western all'horror, l'azione principale, la scena clou avviene solitamente in una stanza, in un campo controcampo, nel solo combattimento di sguardi. Spesso senza dire una sola parola. Certo, Edgar G. Ulmer, in Beyond the time Barrier (1960) esagera, perché l'eroina del futuro lì è proprio muta...

La performance fisica fiammeggiante e spettacolare, lo scontro a mani nude o armate tra umani o tra superuomini della stessa categoria, tra fanciulla e mostro, non è che la replica, il radoppiamento grafico di un duello già avvenuto, nei film più dozzinali, nel dialogo del copione, missili le occhiatacce, che ha stabilito la gerarchia, le armi e le regole o non regole del match.

"Nei miei film - diceva Walter Hill - il punto culminante, molto spesso è quando due si guardano negli occhi e uno dice qualcosa sul tipo "Già, immagino che ti piacerebbe pensarlo". Questo potrebbe esere un bellissimo momento - due che si guardano profondamente, quasi penetrandosi - ma non c'è modo di poterlo descrivere decentemente in una sceneggiatura. Le scelte più importanti sono tra il tipo di pellicola che usi e il rapporto tra i personaggi e la storia. La gente pensa che le sparatorie, o cose di questo tipo, siano che le cose che più mi interessano. Ma non è così a me interessano i personaggi. Adoro far si che si scontrino con una storia dalla spina dorsale semplice. Alcuni reagiscono, fanno qualcosa, altri non fanno nulla, ed è possibile capirli molto più così che attraverso mille spiegazioni".

La complessità di questo procedimento non viene troppo compreso dai cineasti europei  che, come Mikhakov Konchalovsky o Emmerich o Forster, capitano su un set hollywoodiano per girare un film di genere e, più realisti del re, lo trattano giocattolosamente, innestando la quinta, esagerando nella ritmica vorticosa (a due secondi la sequenza) e facendo sparire personaggi secondari (il capitano Speke, il capo Mossad Warmbrunn, il virologo, etc...) affinché non tolgano mai la prima scena al protagonista. Questo stile 'feudale' di regia in World War Z  trova una noiosa conferma. Qui non c'è gioco di sguardi. Nessuno sa dove e perché guardare. E' un roteare buffo di occhi senza passione. Mancano i cattivi e anche i buoni. E tutti gli intermedi.


Il cattivo, chi non la conta giusta, balza all'occhio di solito perché sfoggia (a tratti) un sinistro sguardo obliquo. L'alleanza con il fuori campo è sempre sinistra e maligna. Ray Milland (Delitto perfetto) lo ha spiegato anche ai sassi. Ma con il mostro non si discute e non si comunica, il disumano assassino ha perennemento lo sguardo avulso, è sopra o sottopensiero. E' nel preconscio che va stanato...

C'è un problema in più, però, con gli zombie che il digitale permette di centuplicare di numero e velocizzare come non mai, e anche con i mostri ciclopici e apocalittici che fuoriescono dagli abissi del Pacifico (Pacific Rim di Guillermo Del Toro) come fossero palazzi di 50 piani. I loro mille occhi unificati a rete sono al di qua o al di là dello sguardo e del pensiero, captano solo con l'occhio interiore prede da divorare, corpi, anche microscopici o meccanici o neo antichi, da attraversare e lacerare. Si chiama la cieca violenza selvaggia. Ma ritrova un surplus di senso che sfugge agli umani.

Marines e talebani, neonazi e mafiosi, salafiti e fratelli musulmani stanno da qualche anno imitando (rozzamente) proprio quello sguardo collettivo assente, vuoto, eterodiretto degli zombies che, almeno nella saga di George A. Romero, erano i nostri punti di riferimento teorici del mondo in rivolta, della moltitudine, vil razza pagana, costituente altro potere. Orizzontali, senza leader. Senza neppure le loro catene da spezzare.

Qui, pur mantenendo fede al loro credo antinazista (non si permetteranno mai di torcere un capello, al contrario degli himmleriani, ai malati terminali, ai 'razzialmente' impuri, ma solo ai sani) gli zombies vivono il dramma di essere apocalitticamente crudeli, diabolicamente vincenti e dominatori senza volerlo (e, teologicamente, sappiamo che sono comunque destinati alla sconfitta, come ogni angelo decaduto).  Chi è più sano, in genere, del bimbo innocente?

E lo spettatore pensa (divertendosi). Questi poveretti sono mossi da una forza incontrollabile (provocata oltretutto dall'uomo, come dall'uomo e dai suoi esperimenti biologici furono scatenate altre epidemie, aids non esclusa). E chi li ha contaminati e 'mutati', adesso li massacra. La tragedia. Mentre ci sono altri massacratori che non sono affatto sotto effetto di droghe o infezioni o di un potere alienante. Eppure annichiliscono tutto ciò che trovano, da Baghdad a Kabul...E si pensa al Ruanda. E a chissà quali multinazionali del trapianto degli organi umani stiano dietro questi stragi compiute da chi è cattivo, vincente e dominatore (come gli hutu), senza volerlo.

Il potere costituente (anche una buona sceneggiatura e un buon film) è oculare. Pochi, ma ce ne sono e sono quali sempre di sinistra, gli uomini politici non udenti o non vedenti diversamente potenti. Con le dita si legge, e con le orecchie comunque 'si vede'. Funziona tra gli umani e i sovrumani (uccelli, pesci, animali...). Ci sono problemi, invece, con i sub-morti, con chi comunica solo subliminalmente e misteriosamente, fin dall'epoca di La notte dei morti viventi, quando i cellulari non c'erano ancora e gli zombies camminavano ancora lentamente come bradipi. E continuano a comunicare anche oggi così, nell'epoca di internet, degli iphones (Cell) e dell'alta velocità a fare critical mass indistruttibile. L'altro in questi casi non esiste o è puro intralcio. A meno che non si inietti un fluido mortale. Produzione di zombies per mezzo zombies. E, per la prima volta, anche i morti viventi hanno un'anima.