domenica 8 gennaio 2017

John Berger in Palestina. In ricordo del grande scrittore e rivoluzionario (dello sguardo, ma non solo)


Questo bellissimo articolo di Maria Nadotti è stato già pubblicato parzialmente sulla rivista Lo Straniero e su alias, nel 2003. Racconta il viaggio in Palestina e il seminario che il grande romanziere, giornalista, critico d'arte sublime, pittore, sceneggiatore (Jonas che avrà 20 anni nel 2000 di Tanner è suo), militante della nuova sinistra e contadino inglese John Berger (morto qualche giorno fa in Francia, presso le Alpi, dove aveva deciso di vivere da decenni), il cineasta palestinese Elia Suleiman e il fotografo svizzero Jean Mohr hanno tenuto proprio in quell'anno a Ramallah, discutendo per una settimana di "storytelling", di cos'è una storia e perché è importante raccontarla. Assieme a loro altri artisti e artiste locali (le fotografe Rula Halawani e Ahlam Shibli, l'artista Steve Sabella, la scrittrice e regista Liana Bard...), chiamati a raccolta anche per rompere l'isolamento culturale e mediatico che crea nel mondo questo senso di inesistenza e di "inessenzialità" della Palestina (follia terroristica a parte) che è il vero, grande trionfo dei Netanyahu israeliani e istiga a "falli di frustrazione" sempre più sanguinosi e imprevedibili. La "Cronaca di una sparizione" che ci ha raccontato Elia Suleiman in un bellissimo film ha effetti sorprendenti e incontrollabili.
Siamo sicuri che Maria Nadotti (grande amica e traduttrice di Berger) non ce ne vorrà se ripubblichiamo questo appassionante racconto di viaggio (anche e soprattutto nell'immaginario, che è un po' la materia umana ricreata dalle nuvole, come vedremo) perché vogliamo spiegare meglio di come è stato fatto dai mass media italiani in questi giorni l'unicità (purtroppo), l'originalità (ai limiti del consentito e del legittimo), la radicalità temibile e l'importanza culturale per le generazioni future del lavoro critico di Berger. Dagli anni cinquanta in cui sul Contemporaneo togliattiano spiegava ai comunisti italiani perché il realismo socialista sovietico poggiava su basi prospettiche pateticamente fragili ("senza rinascimento niente realismo...")  a quelli drammatici dell'emigrazione italiana in Svizzera, argomento di uno dei suoi libri fotografici più indigesti (mai tradotto in Italia, credo), profezia di ben peggiori tragedie, a quelli più recenti del lavoro sullo scontro-incontro tra mondo umano e mondo animale (anticipazione delle teorie di Derrida e Agamben) e alle belle lezioni d'arte, non solo alla Bbc ma anche in quel dialogo "mantovano" su Andrea Mantegna con la figlia giornalista e critica Katya Berger (Distendersi a dormire, 2010), con la cui complicità ci riuscì di contattare Berger (per chiedergli di collaborare a alias, collaborazione che fu molto breve perché, come si sa, il manifesto non  sempre riesce a pagare i suoi collaboratori).       






Ramallah/Maggio 2003
diario di uno workshop sullo story-telling*


di Maria Nadotti



Quest’ultimo soggiorno a Ramallah, durato esattamente una settimana, ha avuto uno scopo preciso: condurre un seminario sullo ‘story-telling’ insieme allo scrittore inglese John Berger, al fotografo svizzero Jean Mohr, un veterano del Medio Oriente (la sua prima permanenza in Palestina risale al 1949-50), al cineasta Elia Suleiman, autore del recente Intervento divino.
La nostra idea, condivisa dagli ospiti palestinesi – l’Università di Birzeit e la Fondazione culturale Al Qattan, che ha sedi a Ramallah, a Gaza e a Londra –, è che gli intellettuali, gli artisti, gli uomini e le donne di teatro e di cinema amanti non solo a parole della pace e della convivenza, abbiano la responsabilità di portare i propri saperi, il proprio sguardo, i propri strumenti di indagine nei luoghi dove l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia più evidente, e dove tuttavia si vive, si lavora, si inventa giorno per giorno il futuro. Quei luoghi, insomma, che il discorso pubblico – politico e mediatico – condanna all’invisibilità, a un’opacità fatta di stereotipi, false interpretazioni o ridondanze che a lungo andare producono assuefazione e disinteresse nell’osservatore distante.
Non si tratta, tuttavia, solo di un dovere, di una simbolica restituzione, ma anche di un bisogno. Dalle nostre quiete città occidentali, accecati come siamo dall’intermittente fascio luminoso dell’informazione/propaganda, è difficile immaginare la realtà degli altri, la complessità e la ricchezza delle loro esistenze. E troppo spesso capita di disorientarsi e sentirsi impotenti, di cadere in facili schematismi e pigre amnesie, di rimanere agganciati alla seduzione delle immagini e delle narrative dominanti. In una parola, di non arrivare a sentire le voci degli altri, le loro ragioni, di trasformarci in ventriloqui.

Una foto palestinese di Jean Mohr
Anni fa, nell’introduzione al volume After the Last Sky, prodotto a quattro mani insieme a Jean Mohr, l’intellettuale palestinese Edward Said affermava:

“Il problema di scrivere dei palestinesi e di rappresentarli in modo fresco rientra in un problema più ampio. Perché non è che nessuno ne parli. Il fatto è che tutti, inclusi gli stessi palestinesi, parlano moltissimo e così si è andato stratificando un corpus sterminato di testi, per lo più polemici, accusatori, di denuncia. Nessuno che scriva della Palestina – o che vada in Palestina – parte da zero: ognuno di noi ci è già stato, o per via di letture… o perché ci ha passato del tempo. La Palestina è un posto tremendamente affollato, quasi troppo affollato….
Eppure, con tutto ciò che se ne è scritto, i palestinesi restano virtualmente sconosciuti. Soprattutto in Occidente…. Si tratta di misurarsi con questa difficoltà, di rifiutare le rappresentazioni di solito semplicistiche, se non negative, dei palestinesi, e di sostituirle con qualcosa che riesca a catturare la complessità della loro esperienza reale…. Si tratta di mostrare fino a che punto loro stessi, quando puntano lo sguardo su di sé, si sentano diversi o ‘altri’.”

Il fotografo Jean Mohr 
Il quesito posto lucidamente da Said e Mohr ha percorso, a quasi vent’anni di distanza, il nostro intero workshop. Per tre giorni un gruppo di quaranta scrittori, fotografi, artisti e poeti, uomini e donne, di Birzeit, Ramallah, Gerusalemme, Haifa e Nazareth, ha messo a tema la complessità di produrre lavoro artistico in uno spazio saturo, nel bene e nel male, di narrazioni ‘codificate’ o ‘ufficiali’ e ingombro di dover essere.
Come sfuggire alle secche dell’arte militante, veicolo di messaggi politici, al servizio di una causa. In che modo sottrarsi alla letteralità, a una sorta di appiattimento al qui e ora di una condizione materiale soffocante e nemica dell’immaginazione. In che modo svincolarsi dall’ossessione dell’occupazione, dello spossessamento, dei soprusi subiti, senza tuttavia evadere e rinunciare a esprimere la propria sensibilità ferita. Come ricreare un proprio spazio poetico fuori dal ricatto della correttezza politica, dallo schema binario che dipinge il mondo in bianco e nero o lo spegne nel grigio. Come far posto alla soggettività, alla memoria personale, al corpo, alla sessualità.
Foto di Jean Mohr

Sono pensabili il desiderio, il piacere, l’allegria, lo humour, oppure tutto deve sprofondare in una statica epopea del dolore e dell’oppressione? Il nocciolo di albicocca che, in Intervento divino, Elia Suleiman getta con noncuranza contro un blindato israeliano, facendolo esplodere, può essere una buona indicazione per la nuova e vivacissima generazione di artisti palestinesi cresciuti all’ombra della prima intifada? Perché insistere sull’‘oggettività’ lineare e seriosa cara ai media, alle scienze sociali, a certa fiction di consumo, quando le vicende della dispersa comunità nazionale palestinese puntano diritto in direzione del paradossale, del surreale, del tragicomico?

Foto di Jean Mohr




Il fantasma del cactus

Rula Halawani, ad esempio, fotografa e docente presso l’università di Birzeit, costretta a servirsi di un laboratorio israeliano e farsi guardare storto ogni volta che porta a stampare e elaborare le proprie immagini – in Palestina non esistono centri sufficientemente attrezzati – ci presenta uno dei suoi lavori recenti, Steve Sabella, Ahlam Shibli, Liana Badr, Yousef. Una serie di negativi fotografici, appunto, realizzati durante le incursioni dell’esercito israeliano a Ramallah nel 2002. “Perché,” spiega, “oggi non basta più ‘documentare’ gli effetti dell’occupazione. Si tratta di esprimere un punto di vista forte, che scuota innanzitutto noi stessi, che problematizzi il modo stesso del nostro narrare. Le foto di guerra hanno creato una sorta di assuefazione, un’accecante seduzione dell’orrore. Volevo che gli spettatori si interrogassero su quanto hanno di fronte e si chiedessero le ragioni della mia scelta.”  Che cosa vediamo? Che cosa ci viene fatto vedere? Siamo consapevoli di quali operazioni facciamo quando guardiamo? Informare spesso significa addormentare o permettere a lettori e spettatori di sentirsi in pace con la propria coscienza solo perché hanno consumato notizie.

Rula Halawani


Steve Sabella, un trentenne di Gerusalemme Est, ci presenta una sapiente ‘manipolazione’ fotografica: una serie di immagini delicatamente pittoriche, evanescenti come sogni e rocciose come incubi. “Sono cresciuto durante la prima intifada,” dice, “niente giochi all’aperto, niente scuola, nessuna possibilità di vivere una vita normale. Volevo ricostruire la mia storia, ritrovare uno spazio personale di memoria, fuori dalla retorica del conflitto. Appartengo a una generazione cui è stata rubata l’infanzia, lo spazio del piacere.”

Steve Sabella

E un’altra trentenne, Ahlam Shibli, beduina di Haifa, conferma questa dimensione privata, intima e tuttavia fortemente politica, del lavoro artistico della sua generazione attraverso i sommessi paesaggi in bianco e nero del suo Unrecognised, una ricerca fotografica sui villaggi arabi cui Israele non riconosce esistenza. Mostrare il rimosso, portare alla luce ciò che è stato cancellato. “Ahlam,” commenta John Berger, catturato dal silenzio che popola queste immagini, “è come un’esploratrice che si spinge quanto più vicino è possibile ai luoghi e a ciò che vi sta accadendo, senza disturbarli, senza farne volare via gli uccelli”.

Ahlam Shibli
Più problematica la narrazione letteraria. “Siamo inchiodati alla contabilità del disastro,” dice la scrittrice e regista cinematografica Liana Badr, “e questo ci prosciuga e ci rende difficile scrivere qualcosa che abbia la dignità di una storia, che non sia un semplice cahier des doléances”.
Forse, come sostiene John Berger, una storia può essere raccontata solo quando se ne conosce la conclusione. Se così è, l’autore non può fare davvero nulla per i suoi personaggi se non raccontarne in modo da permettere a chi legge di riconoscersi in essi.
“Perché è qui, in questa incapacità di liberarsi della contrapposizione ‘noi/loro’, di immaginare le ragioni dell’altro, che cominciano la barbarie, la crudeltà, il male, cose di cui ognuno di noi è capace. Lo story-teller può fare ben poco per cambiare il mondo – è strumento più adatto l’azione – ma almeno una piccola cosa può farla: portare il lettore a uscire da sé e a identificarsi con qualcuno che è completamente diverso da lui.”
Liana Badr
Sorprendente e ardito, in questo senso, il testo propostoci da Yousef H. Al-Shayeb, giornalista e poeta, che osa nominare il desiderio, sì proprio il desiderio sessuale, e le fantasie erotiche di un gruppo di detenuti politici palestinesi nei confronti della propria guardiana, all’interno di un carcere israeliano. In Occidente un testo del genere scatenerebbe gli entusiasmi di ex cannibali, stil liberisti & Co. Qui fa letteralmente tremare i polsi, perché manda all’aria una serie di tabù, senza neppure preoccuparsi di chiedere scusa.
E altrettanto controcorrente l’opera prima di Suad Amiry, professione architetta. Titolo: Diari di guerra. Sottotitolo: Tra Sharon e mia suocera. Un esplosivo e tenero diario-pamphlet sui ‘dolori’ – pubblici e privati – provocati dal lungo assedio imposto agli abitanti di Ramallah.
Sarà una risata che vi seppellirà, sembrano dire questi agguerritissimi autori palestinesi. Il post-moderno qui ha fatto scuola. Senza cancellare valori né liofilizzare i sentimenti.
La metafora più esilarante? Il fantasma del cactus. Tu lo tagli e lui ricresce, perché le sue radici sono inestirpabili. I palestinesi usavano piantarli sulla soglia di casa…. Taglialo pure, il cactus, prima o poi lui rispunta, come un revenant o un incubo vegetale.


Ma andiamo con ordine

e proviamo a ricostruire, giorno per giorno, il dentro e il fuori di questo workshop che, all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, al nostro arrivo, scatena i sospetti degli addetti alla sicurezza israeliani. Chi siamo? Perché vogliamo andare a Ramallah? Chi ci ha invitati? Il British Council e la Fondazione Al Qattan? Che cos’è la Fondazione Al Qattan?

Ahlan Shibli. Soldati israeliani 
“Lo sguardo della funzionaria di polizia quando le ho detto che cosa eravamo venuti a fare! Vuoi scherzare, sembrava dire, oppure stai mentendo, chi credi di prendere in giro! Arte, fotografia, letteratura?! Nella situazione attuale? Mentre è in corso una guerra? E da quando in qua i palestinesi si interessano a queste cose?”, mi scriverà due giorni dopo da Londra il regista britannico-palestinese Omar Al Qattan, nostro ospite e sponsor, rispedito al mittente con il primo volo dell’alba dopo ore di interrogatori e una nottata nella cella dell’aeroporto. Stessa sorte per i due cameramen belgi che viaggiano con lui. Avrebbero dovuto filmare il nostro workshop (destinatarie: Arté France e BBC) e invece, per non meglio precisate ragioni di sicurezza, non vengono ammessi in Israele, tappa obbligata se si vuole andare in Palestina senza passare dalla Giordania.
 Il paradosso sta, naturalmente, nel fatto che noi otteniamo il visto d’entrata sulla base di una formale lettera d’invito della Fondazione Al Qattan, il cui rappresentante ufficiale, appunto Omar, viene rimpatriato d’urgenza nonostante l’intervento della migliore avvocatessa israeliana su piazza.




Giovedì 15 maggio 2003, Ramallah, prima giornata di workshop. John Berger racconta

Ahlam Shibli davanti ad alcune suo foto
“In questa sala,” inizia John Berger, “anche se usiamo strumenti diversi per raccontare, siamo tutti story-teller. E le storie vanno sussurrate, non urlate. Ecco perché i microfoni sono un intralcio.
Le storie, nella nostra biografia personale, sono antiche come il mondo. Le abbiamo sentite raccontare fin dall’inizio, quando eravamo bambini. Allora – e in questo c’è qualcosa di molto strano – ci piaceva sentire raccontare sempre la medesima storia, come se cercassimo la familiarità e la sorpresa insieme.
Ma lasciate che vi racconti un’antica storia della Galizia. Le vere storie, oggi, non possono che arrivare dalle periferie. Il centro, infatti, è troppo connesso al potere.
Ci sono due sorelle, Vita e Morte, inseparabili e molto sexy. La loro decisione di non separarsi mai è un vero e proprio patto. Un giorno, però, – Morte ha ai piedi zoccoli bianchi e Vita zoccoli neri – scoppia un terribile temporale. Il mare si gonfia e travolge tutto ciò che trova. Una nave carica di fisarmoniche fa naufragio. Quel giorno l’aria si riempie di uno strano lamento: è il mare che suona gli strumenti. Poi silenzio.
Una fisarmonica, tuttavia, viene portata a riva dai flutti.
Un pescatore che è anche contadino la trova e, a poco a poco, impara a suonarla.
Una sera va al ballo del paese e incanta tutti con la sua musica. Vita si innamora di lui e gli racconta del patto che la lega alla sorella. Insieme decidono di scappare e di infrangere il vincolo che lega Vita e Morte. Morte è furiosa. Ecco perché, da quel giorno, bussa alle porte di notte chiedendo ‘dove sono quella puttana di Vita e il suo suonatore di fisarmonica?’ E poiché nessuno è in grado di risponderle, lei dice, ‘allora vieni con me’.


Raccontare e ri-raccontare le storie è uno dei pochi strumenti che abbiamo per dare un senso alla vita. Quando siamo molto confusi o resi molto confusi e disperati, ci sembra di non avere più una nostra storia, che la vita sia diventata assurda e priva di significato, che sia impossibile immaginare un finale diverso da quello che ci viene proposto dall’esterno.
Le storie servono proprio a questo, a tenere in vita un senso di sviluppo, di direzione.
Da qualche parte accanto alla storia, ma mai al suo interno, è possibile formulare un giudizio. Non all’interno della storia, perché allora si sarebbe troppo vicini al potere.
Abbiamo bisogno di storie per sopravvivere.
Per distruggere una comunità basta distruggere le sue storie, poiché esse rappresentano la sua continuità. Una comunità, infatti, è un insieme di persone che ascoltano le medesime storie.
Privata delle proprie storie, una comunità perde la sua identità. Ci sono naturalmente storie sostitutive, prefabbricate e in vendita: le storie proposte dai media, le storie/logo. Adottare queste storie preconfezionate e in offerta sul mercato è il primo passo per trasformarsi in schiavi.

Per venire agli individui. Certe volte ci capita di svegliarci nel cuore delle notte e, pensando alla nostra vita, di avere la sensazione di vivere dentro a una storia. Una storia scritta da chi? Per chi? Non lo sappiamo. Ma la sensazione che la vita individuale sia una storia con un suo sviluppo è molto profonda.
Poi c’è un’altra storia, che è la storia della Storia. E qui ci sono sempre due storie parallele:  la storia narrata dal potere e quella narrata dai soggiogati. La storia dei vincitori è impermanente non perché è piena di bugie, ma perché è piena di mezze verità.
La precisione è necessaria, anzi indispensabile, a una storia, perché le mezze verità possono produrre un sacco di bugie.
Lo story-telling non è un’attività marginale, è essenziale. Ma come raccontare le storie? Non esiste ricetta, esistono però alcune indicazioni.
Raccontare una storia richiede allo stesso tempo scaltrezza e semplicità, astuzia e candore.
Parte di questa ‘scaltrezza’ ha a che vedere con la vicinanza, con la capacità di mettere in primo piano certi dettagli. Come avvicinarsi, ad esempio, al dolore di un uomo o di una donna che è stato colpito da un proiettile?
Una storia, però, ha anche bisogno di distanza, perché in essa ci vuole sempre un po’ di cielo. Qui e ora, ma come se venisse raccontata da un altrove, come se fosse sfiorata dall’universale.
Qualche settimana fa, durante la barbarica e illegittima guerra in Iraq, il giorno che Baghdad è caduta, ho cercato di scrivere qualcosa. Per dirla in un’unica frase, ho provato a raccontare la paura dei vincitori.
D’un tratto, scrivendo, mi sono accorto che, già nella nostra immaginazione, eravamo prigionieri del modo in cui quella guerra era stata pubblicamente discussa.
Io vivo tra le montagne e le montagne sono molto strane: ti sono assolutamente familiari eppure è come se non potessi mai conoscerle fino in fondo, perché non sono mai esattamente le stesse. La loro imprevedibilità, il loro continuo sorprenderti, ti obbliga a non vederle soltanto come qualcosa di eterno. Le montagne hanno una loro specifica scala temporale.
La misura del tempo delle montagne, mi sono detto, andava necessariamente inclusa nel racconto della caduta di Baghdad.
Non è, questa mia, un’evasione: è un tentativo di andare più vicino alla realtà. Può, il potere, durare? Dalla prospettiva della montagna non hai la risposta, ma puoi certamente dire: chiedilo ai morti e a chi è appena nato. Perché il tempo e lo spazio conoscono la duplice misura del qui e dell’altrove.

Disegno di John Berger 
Ma torniamo alle astuzie dello story-teller. Un punto di fondamentale importanza è che cosa, una storia, lascia di non detto. È una questione centrale. Se dici tutto, una storia può durare quanto la vita. Che cosa, dunque, va omesso?
All’inizio di una storia, ti sembra di dover includere tutto. Poi ti rendi conto che chi ti ascolta è già a conoscenza di certe cose ed è diventato tuo complice o, ancora meglio, che è diventato lui stesso parte della storia e del suo racconto. L’astuzia del narratore!
Borges scriveva: ‘voi che avete letto questo poema ne siete gli autori’.
Naturalmente si tratta di capire che cosa va lasciato fuori. Perché, se nello story-telling non esistono prescrizioni, ci sono però dei pericoli.
In un suo saggio recente, L’Ignorance, Milan Kundera cita un racconto del giapponese Kenzaburo Oé, Tribu bêlante, scritto nel 1958. Un gruppo di soldati stranieri armati fino ai denti sale su un tram affollato e prende a terrorizzare uno dei passeggeri, uno studente, obbligandolo a abbassarsi i pantaloni e a mostrare il sedere. Non soddisfatti, i soldati obbligano varie altre persone a esporsi alla medesima umiliazione. Nessuno reagisce.
Bisognerà aspettare che i soldati scendano dal mezzo, perché chi non ha subito il sopruso reagisca incitando le vittime, in particolare lo studente, a recarsi al posto di polizia e a denunciare l’accaduto.
La storia si conclude a questo punto, con un’esplosione di odio tra ‘vittime’ e ‘spettatori’, senza alcuna catarsi. Né ci viene detto a quale esercito appartengano quei soldati. Se l’autore ci avesse detto che si tratta di nordamericani, la storia avrebbe fatto corto-circuito, sarebbe stata l’ennesima riprova della bastardaggine del nemico, di una cosa già nota.
Le storie, però, non vengono mai scritte per provare ciò che sappiamo già o per confermare ciò che già pensiamo e crediamo. Le storie parlano di ciò che è imprevisto e inatteso, non per sorprendere, ma perché questa è la natura della vita.
Una storia scritta per provare o dimostrare qualcosa non è una storia.


Che doti ci vogliono per scrivere storie?
Ricettività e accettazione delle proprie intuizioni.
Bisogna quasi staccarsi dal proprio corpo per unirsi a qualcosa che sta succedendo fuori di noi.
In questo senso per me è stata fondamentale la frequentazione, verso i cinquant’anni, di quella che chiamo l’‘università dei contadini’. Ho lasciato Londra e mi sono trasferito in un minuscolo villaggio delle Alpi francesi e lì ho imparato a lavorare la terra e a ascoltare le storie che facevano di quel pugno di persone una vera comunità. Devo a loro la scoperta di una certa  spiritualità, del rapporto tra vivi e morti.

Le storie possono essere ri-adattate di continuo, perché continuano a cambiare in rapporto alle circostanze. La continuità conferisce a una storia un elemento di sacralità, ma di per sé il testo non è mai sacro. Anche i significati politici sono mutevoli come la moda. Perciò una storia non può essere associata a nessuna specificità politica.




Foto di Ahlam Shibli 
Venerdì 16 maggio 2003, Ramallah, seconda giornata di workshop

Una coreografa palestinese e un australiano che lavora da mesi con una compagnia di danza di Ramallah leggono due brevi articoli/saggio sulla loro esperienza professionale e sulle condizioni in cui si svolge. Sono testi diligenti. I due autori dicono le cose ‘giuste’, ma non riescono a dare concretezza a nulla, a farci immaginare ciò che raccontano. Forte sensazione di déjà vu, di ripetizione: le difficoltà della vita calcolate in ore passate ai check point e in contabilità della miseria. L’attenzione di chi legge va a schiantarsi contro un muro di noia.
‘Perché non insistere di più sui dettagli?’, propone John. ‘I dettagli sono più eloquenti di qualsiasi spiegazione, interpretazione, giudizio. Sarebbe interessante provare a far sentire la grana del pavimento sotto i piedi nudi dei danzatori, trovare la fisicità, far parlare gli oggetti. La specificità, quando si racconta, è la chiave di tutto.
Una storia non può che appoggiarsi sulla fisicità, sulla concretezza della vita. I sentimenti di indignazione e rabbia spesso appiattiscono tutto, mentre la realtà non lo fa mai. Nel mondo reale c’è resistenza, durezza. È qui che entriamo nel racconto, dove c’è battaglia tra volontà e necessità. Se riusciste a descrivere ciò che sentono i piedi dei bambini….
E poi l’inizio e la fine di un testo sono cruciali. Mi è piaciuta la conclusione del primo testo, L’autrice formula un interrogativo, Poverty?, e poi si ritrae, senza dare giudizi, lasciando in sospeso un’ipotesi.’

Ma c’è chi, tra i partecipanti ai lavori, ha una forte reazione di insofferenza. Zacharia Mohammed, un poeta, afferma: ‘entrambi i testi sono scritti per degli stranieri, per gli altri, non per noi. Non ci ho trovato niente di nuovo’.
Elia Suleiman solleva la questione del ‘talento’, scatenando una sorta di reazione a catena, che John fermerà dicendo: ‘certo che il talento esiste, altrimenti il mondo sarebbe un luogo terribilmente triste. Talento come scoperta di una grande soddisfazione nel fare qualcosa e pazientemente e persino ossessivamente perseguirla. Non importa l’originalità. L’urgenza, il desiderio creativo, deve venire da dentro. Altrimenti non ci si misura con la vita. Nella vita reale avvengono di continuo piccole cose, è questione di ricettività accorgersene. Pensate a Ĉechov, o a Carver: i loro racconti parlano di niente e di tutto, senza giudizi. I giudizi, anche se giusti, accecano. Il giudizio può stare solo nell’atto di scrittura.’

Vari giovani scrittori leggono chi un poema, chi un racconto, chi – come Yousef H. Al-Shayeb – un breve testo urticante. Adanya Shibli ci parla d’amore in tempi d’assedio, descrivendo una storia di ordinaria convivenza con voce sicura e leggera. Mahmoud Hashhash ci regala un verso bellissimo: ‘The sea was lost in war’, il mare si è perso in guerra, con evidente riferimento alla schizofrenica spartizione territoriale che vieta l’accesso al mare agli abitanti della Cisgiordania.
‘Lo humour,’ commenta Berger, ‘può essere sovversivo. Il comico, che altro non è che l’insieme di humour e molto dolore, è sovversivo e tragico insieme’.
E poi ricorda che gli strumenti essenziali per scrivere sono due, scotch e forbici, e che bisogna lavorare molto sull’ordine interno al racconto. ‘Una storia funziona quando è piena dei misteri della vita. Bisogna dunque stare attenti a organizzarli cronologicamente in modo da non bruciarli. Lo spazio nella pagina può aiutare a trovare molta libertà. Le pagine sono come stanze da organizzare e arredare: è questione di spazi, righe bianche, asterischi.’
‘Che sorpresa!’, conclude Elia Suleiman. ‘In Palestina c’è una nuova generazione di artisti capaci di esprimere leggerezza attraverso le loro opere. Ho provato un immenso piacere nel guardare ciò che ci è stato mostrato. Per un paese senza industria cinematografica, attrezzature, strutture, quel che ho visto è straordinario. Sono venuto per John e tornerò per voi.’




Elia Suleiman "Cronaca di una sparizione" 
Sabato 17 maggio 2003, Birzeit e Kobar

Partiamo alle 11.00 diretti all’università di Birzeit, a meno di cinque chilometri a nord di Ramallah. Arrivati al check point di Surda, lasciamo il nostro taxi con targa palestinese. L’auto non può andare oltre, perché la targa verde le consente di muoversi solo all’interno delle cosiddette zona A, nominalmente sotto pieno controllo palestinese. E noi stiamo per entrare in zona B, amministrata dai palestinesi, ma sotto controllo militare degli israeliani.
Attraversiamo a piedi i circa quattrocento metri di terra di nessuno che ci separano da Birzeit. Code fittissime di taxi gialli da entrambe le parti. La strada è sterrata e ogni volta che un taxi fa retromarcia o un’inversione a U per tornare da dove è venuto si alza una tempesta di polvere e sabbia. Vanno come pazzi, forse perché non vanno da nessuna parte. L’area entro cui si può muovere un taxista di Ramallah è, infatti, di pochi chilometri quadrati: una gabbia in cui le auto pubbliche producono il movimento immobile e l’illusione di libertà di una ruota da criceti.
Lungo strada ci fermiamo a parlare con un gruppo di giovani palestinesi che, esperti nell’arte di arrangiarsi, si sono inventati una nuova professione. Con piccoli carretti su ruote trasportano da un estremo all’altro del check point merci, valigie, provviste, animali, talvolta anche persone. Dalla direzione opposta alla nostra sta arrivando, proprio in quel momento, uno di questi carretti spinto da un ragazzino che avrà sì e no tredici anni. Imbucata nella cassetta metallica c’è una vecchina in abito ricamato e pelle color rame. Avrà almeno ottant’anni e se ne sta dignitosa e regale infilata in quel trabiccolo su ruote buono forse a portare lattughe.
Rema Hammami, un’amica palestinese che insegna a Birzeit, ‘specializzata in antropologia dei check point’, ci dice che questi improvvisati facchini sono una specie di coro greco: passano le giornate a trasportare persone e cose e sono al corrente di tutto ciò che accade in zona. Se si vuole sapere qualcosa, ciò che è successo e ciò che si prepara, basta rivolgersi a loro. Sono loro che, insieme agli onnipresenti taxisti, fanno circolare l’informazione. Una specie di umano tam tam che, coniugandosi con i preziosissimi cellulari, ha preso il posto della radio e della televisione palestinesi, distrutte esattamente un anno fa, durante le incursioni dell’esercito israeliano a Ramallah e il successivo assedio durato mesi.
Arriviamo all’università di Birzeit sotto un sole che acceca e che colora di bianco questo paesaggio di sassi e secche colline. Il campus è un insieme di edifici moderni dalla tinta sabbiosa, perfettamente mimetizzati in questo scenario minimale e ossessivo. Lungo il percorso l’unico strappo all’uniformità monocromatica del territorio è dato dalle tegole rosse dei tetti degli insediamenti israeliani, posizionati in vetta alle alture o nelle pieghe più protette del terreno, vigilanti e ben in vista.







Il tempo, qui, è liquido

All’università ci aspettano alcuni studenti che frequentano le facoltà di scienze politiche, lingue, psicologia. Vengono da varie località dei territori occupati, Bethlehem, Jenin, Ramallah, Gaza, ma abitano a Birzeit. Anche per chi ha la famiglia a due passi dall’università, a Ramallah o nei villaggi vicini, è impossibile tornare a casa la sera, perché la dinamica dei check point è troppo imprevedibile per consentire un pendolarismo regolare e sicuro. Il campus, che oggi raccoglie oltre quattromila studenti, si è trasformato dunque in una grande comunità separata e vitale, nonostante i lunghi periodi di blocco delle attività didattiche e le frequenti incursioni del soldati israeliani.
La cosa che più ci fa soffrire, dicono, è l’arbitrarietà che regola le nostre vite. È come se il tempo e lo spazio ci fossero stati completamente sottratti: non possiamo fare piani per il nostro futuro, non sappiamo neanche se domani l’università sarà aperta o se riusciremo a arrivarci. Paura, incertezza, libertà espropriata. Tempo liquido e sfuggente, una geografia dai perimetri elusivi, in perenne e capriccioso mutamento. Rabbia, incredulità, una precisa volontà di resistere, nonostante tutto di vivere. Al tempo dei grandi progetti, delle pianificazioni di lungo periodo, si è sostituito il tempo condensatissimo del minuto per minuto, del qui e ora, una miscela emotiva a alto potenziale.
Il tema dell’espropriazione del normale tempo di vita (l’infanzia sprecata dei ragazzi nati intorno alla metà degli anni Ottanta, alla vigilia della prima intifada), degli spazi abitualmente assegnati alla libertà individuale (le strade, gli spazi pubblici), torna insistente. Nulla nelle nostre vite – e a parlare sono ragazzi di vent’anni – è nelle nostre mani, neppure la scelta del curriculum scolastico o la possibilità di vedere le nostre famiglie.
Ecco perché diventa così importante far sentire le proprie voci, i propri racconti, far circolare le proprie immagini. L’isolamento, infatti, non è solo una dimensione spaziale. Nasce anche dalla sordità di chi non è interessato a ascoltare queste specifiche storie, il racconto di un lungo assedio subito senza riuscire a mandare fuori da lì la propria versione dei fatti, le storie di ordinaria sopravvivenza, inclusa l’incredibile rete di battute cariche di humour e ‘scorrettezza politica’ che si è andata tessendo nel tempo.
Più tardi incontreremo alcuni docenti che ci spiegheranno come si svolgono le attività didattiche e denunceranno senza mezzi termini l’incapacità delle istituzioni scolastiche palestinesi di elaborare propri piani di studio capaci di affrontare l’irripetibile situazione storico-politica del paese.
Seguiamo i curricula egiziani o giordani, ci dicono, e così ci ritroviamo a far imparare a memoria ai nostri studenti i nomi delle navi su cui l’esercito ottomano sconfisse i propri nemici qualche secolo fa e non apriamo bocca su quanto sta avvenendo in Iraq. È chiaro che i giovani vanno a cercare altrove le risposte agli interrogativi posti loro dalla situazione attuale. Il rapporto con il passato che la scuola intrattiene non è organico al presente, non aiuta a illuminarlo o spiegarlo. È come se facessimo di tutto per imbalsamarlo e disattivarlo, per renderlo opaco.
Il ‘discorso’ pubblico, ufficiale e collettivo, è un evidente nodo scorsoio, qui come in Occidente, per chiunque abbia a cuore la verità, che è fatta sempre di narrazioni minute, di storie plurime e magari contraddittorie, di dettagli all’apparenza insignificanti, di una ostinata resistenza a sigillare il racconto in un copione unitario, al servizio di una causa. Dire che ogni immagine o storia deve contenere un messaggio – ed è un refrain ricorrente della Politica, qui come altrove – è una vera e propria sentenza di morte per il lavoro artistico.

In un’ala dell’università sono in mostra, appese alle pareti, grandi coperte confezionate dalle madri dei martiri. Simili a quilt, assemblano piccole opere ricamate a mano, dipinte, decorate con paillette luccicanti, ciascuna delle quali ruota attorno alla fotografia di un defunto e al suo nome. Un collage colorato per dire che questi ‘martiri’ – i morti, gli uccisi, non soltanto i caduti in combattimento – hanno un posto nella memoria collettiva. Sha:hid, il testimone, ma anche la lapide.




Elia Suleiman cineasta palestinese 
Una montagna e una nuvola

Nel pomeriggio si parte alla volta di Kobar, un paese che ha fama di essere il più ‘comunista’ dell’intera Palestina. Marwan Barghouti, leader politico e membro del consiglio legislativo palestinese in carcere dall’aprile scorso, è nato qui e la sua famiglia d’origine vive proprio alla periferia del villaggio.
Ci fermiamo a salutare sua madre. Casa poverissima, sul ciglio della strada. Non è difficile capire perché Barghouti sia tanto popolare tra la sua gente: la ‘carriera’ politica non lo ha trasformato in un uomo della nomenklatura.
La madre, una donnina secca secca vestita di grigio e con un fazzoletto annodato sul capo, è sulla soglia. A piedi nudi. Quando scendiamo dalla macchina corre in casa a infilarsi un paio di scarpe. Con lei c’è un’altra donna anziana, una zia.
Ci invitano in casa. Stanze spoglie. Pochi oggetti e pareti disadorne, fatta eccezione per due ritratti fotografici della famiglia. È come se l’intero nucleo familiare si fosse raccolto intorno al culto di Marwan, che i tanti anni trascorsi – oggi e in passato – nelle carceri israeliane hanno trasformato in un Nelson Mandela locale. La zia va a prendere un piccolo ritratto fotografico del nipote. È ricoperto di plastica trasparente e montato su fondo giallo e verde, e lei ce lo mostra come fosse un santino o un ex-voto. A Elia, arrostito dal sole, viene donato un cappellino a visiera giallo che porta l’effigie di Marwan, le braccia incatenate levate al cielo.
A poco a poco, mentre aspettiamo il caffè che vogliono offrirci, questa casa di donne si popola di bambini e ragazzini, almeno una ventina. Ci chiedono di essere fotografati. Jean li ritrae con discrezione, lieve e soave.
Qualche giorno più tardi, in aereo, durante il volo di ritorno in Europa, dirò a John e a Jean che questa volta sono partita per la Palestina senza alcuna ansia. Sapevo di avere al mio fianco due ‘montagne’ e mi sentivo al sicuro. Rideranno entrambi, poi Jean mi confesserà con un sorriso che lui non si sente affatto una montagna, ma piuttosto una nuvola e io non potrò che dargli ragione e ridisegnare il mio paesaggio mentale, sostituendo alla muscolosa immagine della duplice montagna il più rilassante scenario di una vetta accarezzata da una vaga increspatura dell’aria.
Deve essere questo il segreto che fa delle fotografie di Jean un memorabile esercizio di percezione: le nuvole non si fanno guardare, ma sono dappertutto e avvolgono ogni cosa.

Elia Suleiman 
Formidabile attenzione di questi due artisti, loro accogliente capacità di lasciarsi allagare dalle storie altrui, di farsi sorprendere, di non formulare giudizi, di attraversare le soglie.
John, che durante lo workshop ha detto di essersi formato all’‘università dei contadini’, qui trova di continuo persone con cui scambiare notizie e informazioni, con cui confrontare tecniche stagionali di produzione del cibo – come viene macinato il grano, pigiata l’uva, raccolta l’erba per gli animali, cotto il pane. A casa sua, a Quincy, un minuscolo villaggio delle Alpi francesi, fa da solo tutti i lavori dei campi, dalla fienagione alla raccolta dei frutti, alla trasformazione dell’uva in gnôle, la grappa locale, e le sue sono mani da contadino. Non c’è scarto né estraneità tra i vecchi contadini del luogo e lui, i loro corpi parlano la medesima lingua e tutti praticano la stessa arte modesta del dire concreto. Lo sguardo di John non è dall’alto e non è neppure da quel paternalistico basso di chi pretende di aver tutto da imparare. John è insieme e davanti, alla pari, con cose da scambiare e un formidabile gusto della battuta, della risata, ogni volta che scopre una cosa che accomuna, un’astuzia del luogo che è anche, misteriosamente, un’astuzia praticata nel suo villaggio europeo.
Siamo tutti prigionieri nell’area di Ramallah – l’esercito israeliano, infatti, ha sigillato per l’ennesima volta l’intera West Bank (un cerchio armato attorno a ogni singola città e gruppo di villaggi di Palestina) – eppure questo scambio di informazioni sulla stagione in cui maturano i fichi, sulla penuria di acqua e la lotta per far rendere al massimo la riserva di acqua piovana raccolta in fragili serbatoi di plastica color antracite, ci fa sentire liberi come il vento, padroni di uno spazio comune che nessuna geometria militare riesce a blindare.





Soldati palestinesi. foto di Ahlem Shibli
Il pugnale nell’acqua

Aria sottile, una luce morbida e rosea che toglie durezza e distanza alle cose, un armonico declinare di colline argentee di olivi scolpite a terrazzamenti.
A bordo del nostro taxi prendiamo una strada sterrata che porta a nord. In vista, di fronte a noi, un minuscolo insediamento israeliano, che ha l’aria di un avamposto militare: lunghe baracche disposte a ellissi e a muraglia come a ‘sorvegliare’ le colline circostanti.
Dopo aver lasciato la macchina – non è prudente continuare a bordo di questo veicolo chiassosamente giallo – proseguiamo a piedi e arriviamo a un grande campo affidato alle cure di tre ragazzini. Uno di loro, sette o otto anni al massimo, si affaccenda tra un pozzo-cisterna e i solchi di terra rossa coltivati a pomodori e fave. I tre annaffiano con cura ogni piantina, andando su e giù tra le zolle. Israele, che pure incombe su di loro attraverso quel pugno di coloni che evidentemente sognano l’ultima frontiera, è lontano e altrettanto lontana sembra essere l’intifada palestinese. Qui non c’è disperazione, ma paziente attaccamento alla terra, una forma sottile e inflessibile di resistenza.

Elia Suleiman 
Le fave, la rucola che dà potenza agli uomini, le fragole, i pomodori, le spighe di grano, i piselli, il quieto scorrere del tempo sul poggio declinato a scalini. Un vecchio banco di scuola collocato nel punto più panoramico. Una cisterna per raccogliere l’acqua piovana.
Abu Farras, il proprietario di quel lembo di terra, ci rincorre e ci invita a sostare. John potrà disegnare quel paesaggio a onde, usando la terra rossa del luogo e l’acqua della cisterna. 
Cosa si include e cosa si lascia fuori da un racconto, da un disegno, da una fotografia?
Di fronte a lui, a meno di trecento metri in linea d’aria, c’è l’avamposto israeliano. Ci si potrebbe concentrare solo su quello, ma in un racconto – come dice John – i tempi sono plurimi. C’è il tempo effimero della farfalla, il tempo all’apparenza eterno delle montagne e quello incalcolabile delle galassie.
Il segreto, in arte, è quello di tenerli insieme, di non arrendersi all’uno cancellando gli altri. Sarebbe un torto alla verità, alla sua complessità. Ognuno di noi sa, per esperienza, quanto sia soggettiva la percezione del tempo: il tempo che non passa mai, il tempo che vola. Come muoversi, narrativamente, tra queste diverse dimensioni temporali?

Non c’è acqua, da questa parte della valle, se non quella raccolta in due grandi cisterne cilindriche in plastica. Una, quella più in alto, è stata ‘pugnalata’ nel cuore della notte da un colono in vena di bravate. Il liquido prezioso ne è fuoriuscito allagando l’aiuola coltivata a fragole e cespugli di rucola. Abu Farras ha spalmato le ferite con il silicone e adesso il serbatoio è di nuovo in funzione, ma la stagione delle piogge è finita e la scorta d’acqua è al minimo. L’economia di sussistenza di un contadino che vive vendendo i suoi ortaggi nei villaggi vicini si regge su una gestione prudente delle risorse idriche. Nel gesto davvero barbarico del colono c’è un surplus di ferocia, una specie di cupa follia.

Steve Sabella Archeologia del futuro
È il tramonto. Da Kobar arriva, insieme alla moglie, un oftalmologo che lavora con il Medical Relief di Ramallah. Possiede un quadrato di terra proprio accanto alla proprietà di Abu Farras. Stasera metteranno a terreno delle esili piantine di pomodori. Hanno con sé un grande termos e un fornello a gas per preparare il caffè. Seduti nel campo, sotto un albero di fico, ci è facile dimenticare che siamo nella zona più esplosiva del mondo.

Al ritorno Yousef Baha’ Farah, uno studente di Birzeit che ci ha fatto da guida per tutto il pomeriggio, insiste perché ci fermiamo sotto il suo pergolato, a Kobar, a bere l’ultimo bicchiere di tè alla menta. È così che facciamo tardi e arriviamo al check point tra Birzeit e Ramallah che è ormai notte.
Buio pesto e inquietudine per quel gruppo di soldati israeliani annoiati e intenzionati a ‘divertirsi’ con noi. Intervento salvifico di Elia che, parlando nella loro lingua, li mette in guardia con fermezza: siamo ‘ospiti accreditati’ e se ci dovesse succedere qualcosa le cose si metteranno male per loro.
Cow-boy – così abbiamo soprannominato Noman Kabana, il cameraman palestinese che ha preso il posto dei tecnici belgi respinti all’aeroporto, ha con sé una vistosa cinepresa. Paradossalmente, negli ultimi mesi, la presenza dei reporter ha smesso di essere un deterrente per i militari israeliani ed è diventata una specie di esca. Come se i testimoni non fossero graditi e si volesse ridurre al minimo la comunicazione tra i Territori occupati e il resto del mondo.
Camminiamo veloci e attraversiamo il check point senza incidenti. Poi taxi e ritorno in città.
Verso l’1.30 di notte Rema sentirà degli spari, a conclusione dell’inconcludente primo incontro tra Sharon e Abu Mazen. La mattina dopo, mentre partiamo per il villaggio di Aien Kinya, ci dirà che si aspetta che oggi impongano il coprifuoco a Ramallah.






Domenica, 18 maggio 2003: l’accampamento dei beduini e il villaggio di Aien Kinya

Partenza alle 5.00.
In base ai piani previsti, la nostra destinazione dovrebbe essere la striscia di Gaza, per un incontro informale con i giovani artisti locali che ruotano attorno alla Fondazione Al Qattan di Gaza City. Ma da qualche giorno Gaza è off limits. Non riescono a entrarci o a uscirne neppure i diplomatici o i funzionari dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency).
E così abbiamo ripiegato sull’esplorazione della campagna a sud ovest di Ramallah. John vuole disegnare queste colline e cerca la luce radente e dorata dell’alba, che non toglie contorno e colore alle cose.
Ziad Khalaf, che dirige la sede di Ramallah della Fondazione Al Qattan, Rema Hammami, Noman Kabana e Abu Salah con il suo pulmino taxi ci vengono a prendere in albergo. Lungo strada ci fermiamo in una panetteria e facciamo scorta di pane, le ellittiche ciambelle spolverate di sesamo calde di forno che si servono insieme ai falafel e a un sale che profuma di timo.
Appena fuori città imbocchiamo un tratturo che ha l’aria di essere il letto di un torrente a secco di acqua e che va zigzagando nella campagna con verticalità da montagne russe e improvvise pendenze che Abu Salah affronta con flemma.
Il villaggio a cui porta, Aien Kynia, è stato isolato per mesi, privato di qualsiasi strada transitabile con mezzi a motore, e adesso è raggiungibile solo così, sgroppando come se fossimo in sella a un cavallo non del tutto domo.
All’accampamento dei beduini che troviamo alla fine del percorso ci disperdiamo: John si sistema su una seggiola di plastica accanto a una capanna di legno e estrae i suoi quaderni e una penna. Jean sparisce con la sua macchina fotografica. Ziad, Rema ed io andiamo a far conoscenza con il capo tribù. Abbiamo visto da lontano la sua figura sottile piegata a terra nella preghiera del mattino.


Foto di Ahlam Shibli 
Silenzio intatto, appena interrotto dal belato delle pecore e delle capre ancora raccolte nei recinti, dal raro nitrito dei cavalli e dal gracidio delle rane. Una brezza sottile mitiga il calore del sole già alto nel cielo. I bambini dormono ancora sotto le grandi tende dalle cortine sollevate a far scorrere l’aria.
Una donna, la moglie del capotribù, sta facendo il burro, accovacciata davanti a una sacca di pelle di pecora ricolma di latte e sospesa a tre pali raccolti a un’estremità. Con movimenti secchi e precisi la scuote tirandola a sé e poi spingendola indietro, come se facesse dondolare una culla o manovrasse la spola di un telaio. Ci vuole un’ora di tempo, perché il latte si trasformi in burro, mi dice. Vuoi provare? Piacerà, al marito, vedermi assumere quella posizione modesta e cullare la bolla di latte con movimenti certo meno netti e decisi. Alla fine, con grazia, la donna mi porta dell’acqua e mi aiuta a lavarmi le mani unte di grasso. Poi mi accompagna a conoscere i suoi bambini – ne ha cinque, in scala dagli undici ai quattro anni – sotto la tenda.
Sopra i materassi allineati, appesi a un filo, ci sono un paio di tappeti e un manifesto distribuito nelle scuole dal Medical Relief Center di Ramallah. Lo ha portato a casa una delle figlie. Sullo sfondo di colline verdi di olivi e cipressi, una donna incinta dal volto corrucciato e lineamenti da ninja si vede bloccare la strada da un carro armato e da una barriera di filo spinato. Un cartello alla sua sinistra scandisce un secco ‘no entry’, mentre una serie di scritte in arabo invitano a premunirsi: al momento delle doglie, meglio evitare i check point. Di questi tempi, se si ha bisogno di raggiungere in fretta un ospedale, si rischia grosso: non solo attese prolungate e sgradevoli perquisizioni, ma a volte un definitivo divieto di transito.

disegno di John Berger 
Poi Rema e io risaliamo lentamente lungo il wadi, fino a raggiungere due rocce esposte al sole.
È lì che, intorno alle 8.00, la notizia dei due attentati suicidi di Gerusalemme ci raggiunge attraverso il cellulare, unico strumento rimasto per sapere in tempo quasi reale che cosa succede nel mondo. La premonizione di Rema sta prendendo corpo. Eppure qui, in questo angolo di paradiso, non è facile lasciarsi riportare alla realtà e viene da chiedersi se quella realtà la fuori, così letterale, ripetitiva, priva di immaginazione, sia davvero più reale di questa quotidianità minuta, paziente, che si misura con il tempo lungo delle stagioni e della terra.
Decidiamo di spostarci e di fare tappa nel minuscolo villaggio di Aien Kinya, sulla strada del ritorno. Mentre John si riposiziona con i suoi strumenti da disegno sotto gli olivi, noi veniamo invitati a bere un tè alla menta, poi un caffè e infine una limonata sotto i rami di un fico che riempie d’ombra il cortile di una casa del luogo. Tre uomini, tra loro fratelli, e alcuni bambini mettono in cerchio seggiole di plastica rosse e bianche e bassi tavolini e avviano una conversazione fatta di racconti e domande.
Uno di loro, il più giovane, un uomo dagli occhi verdi e dallo sguardo trasparente, ci dice che gli piace disegnare e che durante l’inverno, quando il villaggio è rimasto isolato per mesi, ha passato il tempo a fare schizzi. Si allontana e ritorna con un fascio di fogli tra le mani: ampi paesaggi di palme e cipressi in bianco e nero, un ritratto della madre morta, una grande anfora dalla trama tormentata e sapiente, il muro frastagliato di una casa di pietre cotte dal sole.
Quando John si unisce a noi, il seminario conclusosi venerdì a Ramallah riparte spontaneamente. John, che sa ascoltare e guardare, chiede e suggerisce: lo sfondo su cui si staglia l’anfora non è meno importante dell’anfora stessa, è importante lavorarlo con la stessa cura, perché ciò che vediamo fa sempre parte di un tutto, che merita la nostra piena attenzione.
E le palme, domanda, da dove arrivano tutte quelle palme, di cui non c’è traccia in questo villaggio a orti e frutteti? La palma, gli risponde l’autore, è un simbolo che ho nel cuore, è la mia immagine della Palestina, l’albero del sogno, il luogo di un’appartenenza. Ma tu, che cosa hai disegnato? Arrivando hai detto che ti sei limitato a prendere qualche nota. Mi piacerebbe vederle.
E così John estrae il suo quaderno e mostra a uomini e bambini (le donne sono rimaste in casa) i suoi schizzi, un albero d’olivo, le tenui tinte della valle al primo chiarore dell’alba, la sagoma di un cavallo, l’ondoso rincorrersi delle colline. Spazio, luce, il vago colore della terra usata come vernice. Una montagna disegnata come se fosse un volto percorso da pieghe, rughe, segni del tempo.
E alla fine, sfogliando le pagine, John ritrova un piccolo disegno a inchiostro, la facciata di un edificio di appartamenti in una città di Francia. Permettetemi di raccontarvi una storia, dice. E comincia a parlare di quel disegno tracciato mentre, dall’interno del carcere di Lione, osservava le finestre delle persone ‘libere’ che abitano lì di fronte.
Eri in prigione? Gli chiedono i fratelli, e si sente che in quella loro domanda c’è la voglia di riconoscersi, di stabilire se John è uno di loro.
No, ma mi capita spesso di passare del tempo in prigione a leggere ai detenuti. Perché? Per fargli provare la sensazione di essere, almeno per qualche ora, fuori dal carcere. E alla fine sapete che cosa mi hanno detto, quel giorno? “Sentiti a casa tua”. Sì, proprio così, mi hanno invitato a sentirmi a casa mia lì in prigione, insieme a loro.
Ma perché – chiede a un tratto Abu Salah, l’autista, che ha partecipato con assoluta attenzione alla conversazione – hai deciso di venire in Palestina?
Perché è impossibile immaginare voi e la vostra condizione attraverso i media o le semplici letture, risponde John, per la specificità del vostro dolore e della vostra oppressione, così meticolosamente deprivanti e crudeli. Che impressioni ne sto ricavando? Che qui le persone, nonostante tutto, sono capaci di trarre grande piacere e senso della vita da ogni singolo momento buono. Come adesso, qui insieme.
È vero, conclude Abu Salah, siamo gente che soffre, che conosce bene il dolore, ma è anche vero che il nostro amore per la vita è tale che non riusciamo a odiare nemmeno quella di chi ci fa soffrire.
Certe volte, mormora John, bisogna permettere alle parole di farsi strada in noi attraverso il silenzio.

Foto di Ahlam Shibli
Di lì a poco decidiamo di tornare alla base, percorrendo all’inverso il tratturo che all’alba ci ha portati a fondo valle. Abu Salah ci confessa di essere un po’ preoccupato: non ha ruote di scorta e una gomma è praticamente a terra. Ripenso all’esilarante esplosione di battute di Elia Suleiman, la sera prima a cena: vorrei fare un cartone animato su come aggirare i check point e i passaggi più impervi della superstite road map locale. Anzi bisognerebbe cominciare a pensare a delle Olimpiadi palestinesi: ‘salto del muro’, ‘lancio delle vecchiette’ (dall’altra parte dei check point), ‘scavalcamento dei posti di blocco’ con sci, deltaplano, con volo carpiato ad angelo dal trampolino, ecc. Una furibonda e fantastica carrellata di bravate che tra pochi minuti si trasformerà in surreale, acrobatica, realtà.
Nel giro di neanche cinque minuti, infatti, il nostro pulmino si inchioda su una salita particolarmente ripida e prende a rinculare come attratto dalla voragine. Tutti a terra alla velocità della luce, per constatare che la quarta gomma è ormai solo un ricordo. Il problema è che indietro non si può tornare e che di carri attrezzi proprio non se ne parla. E dunque si tratta di prendere una gran rincorsa e di sperare in dio, proprio come alle Olimpiadi fantasticate da Elia.
Il primo tentativo lo facciamo trattenendo il respiro e augurandoci che Abu Salah sappia il fatto suo e che i freni non ci piantino in asso.
Niente di fatto.
Tutti giù.
Abu Salah tenterà da solo.
Eccolo che arretra di almeno duecento metri per prendere meglio la rincorsa, ben attento a non sbandare sulle tre ruote residue.
Vvvmmm, vvvmmm, vvvmmm. Una gran sgommata, e via che si arrampica come un vecchio mulo, mentre noi lo rincorriamo avvolti in una spessa nuvola di polvere rossa.
Riguadagneremo la strada asfaltata dopo un paio di chilometri di passione e di ansia, con Rema che ride come una pazza e dice che bisogna essere fuori di testa per fare tutto questo casino solo per arrivare in una città sotto coprifuoco.
Infatti facciamo giusto in tempo a imboccare la strada principale, alla periferia occidentale di Ramallah, dalle parti di Betounya, che veniamo raggiunti dal rumore assordante di spari e esplosioni. Abu Salah posteggia prudentemente il suo pulmino azzoppato davanti al cancello di una casa. Ci abita qualcuno che conosce e spera di poter rimediare una gomma di ricambio.
Intorno a noi un vuoto siderale. Nessuna macchina in vista. A qualche centinaio di metri, lungo la discesa, una jeep israeliana blocca il passaggio ai due o tre passanti residui.
Poco più in basso un altro posto di blocco.
Neanche stasera, constata Rema con collaudata irriverenza, riusciremo a raggiungere il ristorantino specializzato in polli alla griglia dall’altra parte della valle, meno di quattrocento metri in linea d’aria. Tra noi e il nostro pollo si staglierà durante l’intero nostro soggiorno la sagoma accessoriata del milite israeliano addetto a impedire ogni transito, in entrata e in uscita, tanto ai palestinesi quanto agli stranieri. Non si sa mai.

Foto di Rula Halawani 
Le storie che ci raccontiamo, mentre Abu Salah cambia la ruota assistito da John, sono un programma.
“L’anno scorso, in Florida”, dice Ziad, “mio figlio Tariq, undici anni, si è ferito a una gamba, andando a sbattere contro la barriera corallina. Da riva mi sono reso conto che era in difficoltà e in quello stesso momento ho avvistato qualcosa che sembrava la pinna di un pescecane. Mi sono lanciato in acqua e ho cercato di raggiungerlo più in fretta che potevo. Le pinne intanto erano diventate due. Ero disperato. Da riva mia moglie e molti bagnanti urlavano e gesticolavano. Poi, d’un tratto, sono emersi dall’acqua due splendidi delfini che si sono affiancati a Tariq quasi a proteggerlo. È stato un momento di pura magia.”
Racconta e ha gli occhi lucidi Ziad, che da mesi ha scelto di separarsi dalla moglie e dai tre figli bambini, perché proprio Tariq, a Ramallah, non riusciva più a dormire senza svegliarsi in preda agli incubi. E così l’estate scorsa sono partiti tutti insieme per una vacanza negli Stati Uniti. È bastato arrivare a Londra, perché il ragazzino riuscisse a ritrovare la quiete e a dormire la sua prima notte filata da mesi. Ecco perché, insieme alla moglie, hanno deciso che non era il caso di riportare i bambini a Ramallah. Lei è rimasta a Washington con loro e lui va a trovarli ogni tre o quattro mesi, con enormi difficoltà ogni volta che si tratta di uscire dalla Palestina e soprattutto di tornarci.

Accovacciati all’ombra, al riparo di un muro, aspettiamo che una macchina delle Nazioni Unite ci venga a togliere da lì. I nostri ospiti palestinesi non vogliono farci correre rischi e hanno preferito chiamare la sede UN di Gerusalemme, segnalando la nostra posizione. Aspettiamo e conversiamo, aspettiamo scambiandoci storie e ricordi, ridendo con leggerezza sottile. L’adrenalina, evidentemente, si addice alle battute ancor più che ai bei gesti.
La macchina non arriverà mai, perché è impossibile uscire da Gerusalemme invasa dai carri armati. Dopo un’ora, sistemata la ruota, decideremo di tentare di tornare all’albergo affidandoci all’esperienza e all’istinto di Abu Salah. Guardarlo sfrecciare per le strade deserte della città è uno spettacolo in sé. Regola numero uno: evitare le strade principali e, quando proprio non si può fare a meno di attraversarle, guardare rapidamente a destra e a sinistra e poi premere con decisione sull’acceleratore e imboccare a una certa velocità la prima stradina a disposizione. Procedere a zig zag,  su e giù per le vie di questa città che, quanto a pendenze, non ha nulla da invidiare a San Francisco.
E così succede di accorgersi che il coprifuoco imposto in questa occasione dall’esercito israeliano è un coprifuoco leggero o, meglio, un ‘mini-coprifuoco’.
Lo capiamo dai mezzi militari impiegati, ci dicono con filosofia i nostri compagni palestinesi. Se in vista ci sono solo jeep non c’è molto da preoccuparsi, se compaiono le jeep corazzate dall’aspetto di anfibi è meglio stare in guardia, se poi arrivano i carri armati è fatta ed è meglio chiudersi in casa e, se si tiene alla pelle, evitare di affacciarsi alle finestre.
Nelle stradine secondarie che percorriamo ci sono infatti rari segni di vita: un furgone che continua a offrire verdure fresche, uno spaesato ragazzino in bicicletta in cima a una ripida salita. Visto dal basso, mentre il nostro taxi arranca verso l’alto, sembra un’apparizione, resa tanto più surreale dalla distorsione prospettica provocata dalla distanza.





Lunedì 19 maggio 2003: ‘Storie e story-telling da qualunque parte’, Al Kasaba Theatre, Ramallah

“Vorrei provare a fare un esperimento insieme a voi, un esperimento molto semplice a proposito di storie”. Si inaugura così la lecture finale che John Berger tiene presso il Teatro Al Kasaba di Ramallah.
“Spesso, a chi scrive, viene chiesto da dove prende le idee per i suoi racconti. Noi scrittori non inventiamo le storie, le storie ci vengono fornite dalla vita, a condizione che abbiamo occhi e orecchie. Noi non facciamo altro che trasferirle da una persona all’altra, che consegnarle. Lo story-teller è come il facchino ai vostri check point, trasporta le storie da un punto all’altro della terra e da un’epoca all’altra della Storia.
Le storie però vanno trasportate con attenzione e grandissima cura, perché arrivino a destinazione intatte. Le storie sono delicate e ostinate come la vita.
Una storia raccoglie e trasmette un determinato istante di vita, non un giudizio. Una storia non può neppure essere un appello per qualcosa che tutti vorrebbero, ad esempio giustizia. Se si trasforma in appello, la storia cessa di interessare il lettore, perché in essa non c’è più vita, né mistero.
Una storia, dunque, non può essere un giudizio e neppure un appello. Una storia deve essere qualcosa che trema d’emozione come la vita.
Non è facile e i problemi e le difficoltà sono tanti. Vediamoli.
Intanto il linguaggio.
Viviamo in un’epoca in cui troppe parole e troppi significati si sono sporcati e sono stati abusati.
Prendete lo slogan che ha accompagnato la guerra statunitense contro l’Afghanistan, ‘enduring freedom’, una frase bifronte e davvero terribile: ‘libertà duratura’, ma anche ‘patire la libertà’.
L’abuso linguistico non è affatto divertente.
Il primo compito dello scrittore è dunque ripulire le parole dalla sporcizia, usandole con estrema cura, soprattutto parole grosse come democrazia o libertà. E anche ciò che le accompagna va ripulito in modo da salvaguardarle e impedire che tornino a opacizzarsi. Non mi riferisco soltanto alle parole della ‘politica’, ma anche a parole come ‘amore’.
Bisogna che queste parole, la prima volta che appaiono all’interno del nostro racconto, abbiano un significato chiaro e che successivamente, quando torneremo ad usarle, non perdano la loro nitidezza.
Poi si tratta di cercare di rispettare ‘l’inaspettato’ della vita. La vita, infatti, è intrinsecamente imprevedibile e il nostro racconto non può non darne conto.
Ma passiamo a qualcosa di più metafisico. Le storie non iniziano mai dall’inizio (c’era una volta). È la conclusione che fa di una storia una storia, la sua battuta finale. E sia nelle storie a lieto fine sia nelle storie tragiche la conclusione è la morte. Noi story-teller siamo come i segretari della morte, ma naturalmente parliamo di vita e la celebriamo.
In una storia c’è sempre un qui e ora della storia, ma anche un altrove senza tempo. I personaggi vivono nel tempo della storia, lo story-teller no, ecco perché non può aiutare i protagonisti della storia.
Quando si ‘trasporta’ una storia si crea e si offre al lettore una lente, che gli permette di vedere tanto ciò che avviene in un dato momento quanto ciò che non ha tempo. Ogni storia richiede una lente particolare.”

A questo punto Berger propone di andare avanti con il suo ‘esperimento’ e prende a leggere da G., un libro che ho scritto oltre trent’anni fa (G. tr.it. il Saggiatore, Milano 1996, pagg. 83-92).
Il pubblico lo ascolta con il fiato sospeso. Sono le pagine che descrivono le quattro giornate di Milano, nel 1898, e la repressione dei moti popolari ordinata da Bava Beccaris:

“Davanti a loro un tram viene capovolto per costruire una barricata. Quando cade, i vetri dei finestrini vanno tutti in frantumi. Poi, dopo averne distaccato il cavallo, uomini e donne trascinano una carrozza e la capovolgono, di fianco al tramvai. Un gruppo di ferrovieri trasporta picconi e palanchini prelevati nei depositi delle ferrovie. Si è diffusa la voce che l'esercito ha ordine di sgomberare la città strada per strada, e di dar la caccia agli ‘insorti’, uno per uno. Altri ferrovieri stanno smantellando i binari.

Ogni cosa sta per esser trasformata.
[…]
Il dolore è dato dal pensiero della propria morte, una morte che forse è molto prossima. Uomini e donne intenti a erigere le barricate sanno che ciò che passa nella loro mente, ciò che reggono nelle mani e nelle braccia sono forse gli ultimi pensieri, gli ultimi gesti, le ultime azioni della loro vita. E mentre innalzano le loro difese, si acuisce la fitta di dolore.
[…]
Alle barricate il dolore è cessato. La trasformazione è totale. Completata da un grido dai tetti che annuncia l'avanzare dei soldati. Di colpo si dissolve ogni pena, scema ogni rimpianto. Le barricate si ergono tra i loro difensori e la violenza: la violenza che sono condannati a subire per tutto il corso della loro vita. Non c'è nulla di cui dolersi, non c'è nulla da rimpiangere, poiché ora è la quintessenza del passato a muovere contro di loro. Da questa parte delle barricate il futuro è già cominciato.

Ogni minoranza che s'identifichi con la classe dirigente ha bisogno d'intorpidire gli spiriti, di gettare fumo negli occhi; deve uccidere la nozione del tempo in coloro che vengono sfruttati, imponendo un perpetuo presente. Questo è il segreto dell'assolutismo, che sta alla base d'ogni forma di prigionia. E spetta alle barricate infrangere quel presente.
[…]
I soldati strisciano avanti, lentamente. Svanisce l'ultimo dubbio che l'azione possa essere differita. In fondo alla barricata, il dorso appoggiato alla bassa finestrella di una cantina, un uomo dai capelli bianchi se ne sta accoccolato con una vecchia pistola posata sulle ginocchia. La pistola è carica. E in tasca il vecchio ha un'altra pallottola di scorta. Uomini e donne più giovani stanno ancora disselciando le strade e alimentano senza posa i cumuli di sassi. Altri sono armati di sbarre e di bastoni.
[…]
I soldati esplodono la prima raffica contro la barricata.

E la prima raffica semplifica ogni cosa, uccidendo ogni sorta di distrazione. Rimane soltanto ciò che ognuno stringe nel pugno. Uomini lanciano pietre contro i soldati. Ma ricadono troppo vicino. Un'imposta che sbatte con violenza. Un ufficiale impugna la sua pistola e spara verso la finestra di quella casa. Sulla strada, tra i soldati e la barricata, ora del tutto silenziosi, giacciono inerti le sette pietre che non hanno raggiunto il bersaglio.
[…]
I soldati serrano le file. Una seconda raffica. Nessun ferito, anche questa volta. Nessuno sembra crederlo; eppure tutti pensano che la giustizia della loro causa valga ad armarli di una sorta di usbergo. Tirare, forza! E venti uomini lanciano in aria le loro pietre. I soldati ripiegano. Facce di merda! grida una donna.
[…]
I soldati avanzano di nuovo, e di nuovo allo stesso modo vengono respinti. Ma questa volta si ritirano di un centinaio di metri, e subentra un momento di calma che non inganna nessuno. È probabile che dietro la barricata sia questo il momento di maggior paura. Il nemico ha valutato la forza sfidante dei difensori ed ora si appresta a muovere un nuovo, adeguato attacco. I difensori non possono far altro che vegliare il loro compagno ucciso e aspettare, insufficienti per numero ed armi, senza rimedio, senza speranza.
[…]
Lungo la strada i fucilieri si sono appostati alle finestre dei piani superiori, dalle quali hanno agio di sparare sopra la barricata contro i suoi difensori. Protetti dal loro fuoco, i soldati avanzano nella via. Tre difensori della barricata sono già stati feriti.

Debbo parlare di uno dei feriti. Il proiettile è penetrato sotto la clavicola destra. Se tiene fermo il braccio destro, il dolore è costante, ma non dilaga: non avanza, non si propaga travolgendo la sua lucida coscienza di quanto, del suo corpo, non è stato ferito. Odia quel dolore come odia i soldati. Il dolore è il suo corpo invaso dai soldati. Raccoglie un sasso con la mano sinistra e si prova a lanciarlo. Nel lanciarlo, inavvertitamente muove la spalla destra. Il sasso percorre una traiettoria sbagliata e colpisce soltanto un muro.

Scrivi qualunque cosa. Vero o falso che sia, non ha importanza. Parla, sì, ma parla con tenerezza, poiché è tutto ciò che tu possa fare e sia in grado di servire a qualcosa. Costruisci una barricata di parole, non importa ciò che vogliono dire. Parla, onde lui sia cosciente della tua presenza. Parla, affinché lui sappia che tu sei lì e non provi quel suo stesso dolore. Parla, di' qualsiasi cosa, poiché il suo dolore è più forte di qualunque distinzione tu possa operare tra ciò che è vero e ciò che è falso. Curalo con le parole pronunciate dalla tua voce, così come altri curano le sue ferite. Fallo, sì. Qui e subito. Il dolore cesserà.”





Domande del pubblico

D: Perché hai scritto G.?

JB: Quando si scrive un libro non si sa mai veramente che cosa ci spinge a farlo. In definitiva è il lettore che, più tardi, ce lo farà capire.
La sola cosa che sono in grado di dire è che, dopo aver scritto un saggio su Picasso, una specie di Don Giovanni della pittura, ero ossessionato dalla leggenda di Don Giovanni e volevo continuare a occuparmene. Ma questa figura può esistere solo in epoche che abbiano certi prerequisiti, un certo rapporto tra uomini e donne, ad esempio, una sorta di padronalità degli uni sulle altre. Insomma, scrivendo G., credevo di occuparmi di questo e guardate che cosa è venuto fuori.
Per certi versi, volevo leggervi questi passi per farvi sentire meno soli, non solo nel mondo, ma anche nella Storia.

D: Storie come le tue possono davvero formare gli esseri umani. Ma oggi i giovani non ascoltano le storie.

JB: Lo story-telling non cambia il mondo. Ci sono altre azioni e attività che lo fanno. Non appena si comincia a pensare alle storie come ad armi o strumenti, esse ti si rivoltano contro.
C’è solo una cosa che qualsiasi tipo di story-telling è in grado di fare, ma è molto piccola. La barbarie, la crudeltà, il male, cose di cui ognuno di noi è capace, cominciano là dove, nella loro testa, le persone si dividono in ‘noi’ e ‘loro’. E, quando questo accade, ‘loro’ vengono trattati come oggetti, neppure come nemici.
Lo story-telling è la capacità di identificarsi con persone diverse da noi, di non trasformarle in un ‘loro’.
La mia impressione è che, negli ultimi dieci anni, gli adolescenti e i ventenni siano diventati molto ricettivi rispetto a ciò di cui stiamo parlando. Non dobbiamo sopravvalutare i media, perché gli spettatori sono in grado di vedere attraverso di essi.

D: La nostra storia, per te, è una storia?

JB: Certo che no. Se prendo tempo e esito a rispondere non è perché la domanda è difficile. Ovviamente io non vado in giro per il mondo in cerca di storie. Se sono venuto in Palestina è innanzitutto per solidarietà e per esprimere la fede che ho in voi. Può darsi che, al ritorno, io mi senta obbligato a scrivere qualcosa per cercare di correggere la quantità di travisamenti che circola su di voi.
La natura dell’oppressione a cui siete sottoposti, la specificità di questa occupazione, mi sembra unica per metodi e forza. Essa è talmente pervasiva da sottrarvi il tempo e lo spazio, da alterare radicalmente la dimensione stessa della vostra quotidianità. Dove qualcosa è unico e senza paralleli, forse bisognerebbe limitarsi a descriverlo, senza tentare di spiegarlo servendosi del gergo della politica.
Per descriverlo, forse, va scritta una storia.

D: Che importanza ha per te la Storia? E come la leggi? In questi tempi barbarici viene da pensare che forse non esiste più alcun legame con il passato.

JB: Per me la Storia è enormemente importante, anzi essenziale per la vita umana. La non cultura della nuova tirannia globale non le dà, invece, alcuno spazio. Se la più grande speranza per il futuro degli esseri umani dipende dal profitto, che oggi è l’assoluta priorità di chi ha il potere di prendere le decisioni, va da sé che si imponga il consumo ininterrotto di merci e che le persone vengano trattate come merci. Il passato va eliminato e così il futuro non immediato, al fine di creare di continuo nuovi bisogni e desideri. Una delle persone che parlano molto, molto bene di come vada difesa la storia, del diritto alla propria storia, è il subcomandante Marcos.
I tiranni tuttavia, benché abbiano un potere incredibile sul piano militare, finanziario, mediatico, sono terrorizzati.

D: Può, la poesia, essere uno strumento adeguato a raccontare una storia?

JB: La risposta dovreste darmela voi. La poesia narrativa è stata un modo per mantenere viva la storia, preservare l’esperienza, ricordare il passato. Oggi mi sembra che il suo ruolo sia meno importante, che non ci sia più divisione: la poesia, che è un modo di prendersi cura dei feriti, può entrare nella prosa.

D: L’occupazione ci obbliga a vivere in un assoluto presente e forse ci fa perdere di vista la ‘scala’ temporale della montagna.

JB: Sì, ma la vostra attenzione al momento per momento si accompagna a una tale attenzione alla relazione con l’altro da essere assolutamente viva e vitale.


* [Qualche pagina di questo testo è stata pubblicata in “Lo Straniero”, luglio/agosto 2003]

Un libro di disegni e sul disegno di John Berger

venerdì 23 dicembre 2016

A bordo dell'autobus fantasma, Paterson

Mariuccia Ciotta

Il film più bello dell'anno, passato e prossimo, esce nelle sale italiane fuori dal grande circuito, distribuito da Cinema di Valerio de Paolis.

Paterson vive a Paterson e percorre alla guida del pullman n.23 la stessa strada tra le casette di mattoni rossi, ascolta le voci dei passeggeri, i movimenti impercettibili della luce e annota versi sul suo “carnet segreto”. In concorso a Cannes (titoli zero, Palma d'oro virtuale), il film di Jim Jarmusch, convoglia gli spiriti dei poeti e di chi ha lasciato un segno nella cittadina del New Jersey, contea di Passaic, dove non accade nulla. Eppure è lì che si annida il nuovo ritmo per parole e immagini nell’eco degli ospiti che passarono al bar del paese, Sam&Dave, il duo vocale soul, Gaetano Bresci, l’anarchico italiano che uccise il re Umberto I, Lou Costello, calabrese di origine, il comico maldestro e “lettrista” della coppia Abbott and Costello (Gianni e Pinotto) e soprattutto William Carlos Williams, il maestro che lo ispira nella sua ricerca di liriche senza lustrini, frasi dalla musica interna sulle cose semplici della vita, come per esempio i Blue Tip, fiammiferi blu dell’Ohio. Il poeta, amico di Duchamp e guru di Ginsberg, autore di cinque volumetti intitolati a Paterson, è il fantasma amico che lo segue fermata dopo fermata. I versi in realtà sono di Ron Padgett, nato a Tulsa, Oklahoma, nel '42, che traccia un sentiero di suspense, un'avventura quotidiana attraverso il parabrezza del pullman n.23.
 Una spazialità sonnambula che filtra il reale e sfuma i contorni delle cose, impalpabile percezione di ritmi e profumi di Paterson al quadrato. Acquario che dilata e altera la prospettiva. E c'è una bambina arrampicata su un muretto che invece di twittare crea sonetti sulle pagine di un quaderno e intreccia conversazioni filosofiche con l'autista ispirato (Adam Driver, coppa Volpi per Hungry Hearts di Saverio Costanzo). E c'è il solito bar di Jarmusch, compositore e performer, microcosmo serpeggianti di vite misteriose.
Il regista di Dead man trasferisce la poetica d’avanguardia sullo schermo, dilata tempo e spazio in un incanto solenne e umoristico, con lo sguardo di Aki Kaurismaki che vede le nuvole in viaggio. E qui siamo negli occhi di un conducente di autobus nella città che porta il suo nome, e dell’amata, bellissima Laura (l’attrice iraniana in esilio Golshifteh Farahani), anche lei sognante e dalle aspirazioni multiple: essere una cantante country con chitarra arlecchino op-art, dipingere tutta la casa, dalle tende ai pasticcini, di cerchi, pois e righe ondulate in bianco e nero, etc.

Due perfetti amanti, per non parlare del cane, direbbe Jerome K. Jerome, un piccolo bulldog inglese, capace di tutto pur di essere al centro dell’attenzione. Come per esempio frantumare il diario poetico di Paterson, così distratto e sognante da vedere gemelli dappertutto, un riflesso del desiderio di Laura, e accumulare sul suo taccuino, divorato dal cane geloso, le piccole differenze della vita giorno dopo giorno, un flusso che si ripete apparentemente uguale come ne Il giorno della marmotta di Harold Ramis. Ma, sorpresa, un nuovo quaderno bianco attende le rime mai baciate di Paterson. Lo spirito di un haiku, un giapponese inatteso che sa pronunciare perfettamente quel “AhAaah!” alchemico capace di curare qualsiasi dolore, un misto di complicità e humour.
Versetti in diretta, scritti sulle facce di sconosciuti, nello scambio di sguardi tra passeggeri occasionali, poesie di strada che dicono di fugaci amori.




giovedì 22 dicembre 2016

Mister D e "America is Hard to See". Un ricordo di Emile De Antonio





di Roberto Silvestri (*)

“Un marxista americano negli anni 50 era come un marziano…” (Emile de Antonio)

“Prima di vedere Mr Hoover and I, credevo che, più che un artista, Emile de Antonio fosse un intellettuale coraggioso e radicale, un polemista pungente, un inestimabile protagonista degli anni 60 e 70, anche se i miei amici non americani, le cui posizioni politiche e estetiche stimavo moltissimo, lo giudicavano il più grande e nobile documentarista che viveva in America”.
(Jonathan Rosenbaum)




"Non si vonce mai una guerra ingiusta" (Sam Fuller)

1.  In America Is Hard to See, film di protesta sessantottino realizzato montando materiali di repertorio militanti, spezzoni registrati dai grandi network, interviste originali, Emile de Antonio (1919-1989), il pioniere del film politico basato su materiali d’archivio, il cosidetto ‘compilation genre’, mette davanti a un microfono, siamo nel 1968-1969, tutti i protagonisti di quella epica battaglia che avvenne più dentro che fuori il Convention Hall di Chicago, compreso l’entourage dell'eroe, dell'attore protagonista. 
Ma il documentario non fa l’apologia di Eugene McCarthy, candidato della sinistra democratica, e politico estremamente particolare, alle elezioni presidenziali in Usa del 1968.  E' piuttosto lo studio del fallimento di quella campagna elettorale - nata in maniera entusiasmante in New Hempshire e Wisconsin dopo il ritiro di Lyndon Johnson. Del perché di quella bruciante sconfitta finale alla Convenzione (mentre la polizia massacrava brutalmente chi manifestava fuori contro la burocratisissima vittoria di Hubert Humphrey e dei bonzi di partito) e di simili campagne ‘liberal’ di sinistra facilmente prefigurabili negli esiti (come quella, disastrosa, del 1972 di George McGovern). 
La domanda che si pone inizialmente il regista del film è: ‘è possibile lavorare così, all’interno del sistema, per modificarlo’? Il filo di pensiero che attraversa il documentario, dopo essersi data una risposta (“no, non è possibile”) è: Eugene McCarthy che esige l’immediato ritiro delle truppe dal Vietnam, che ha costretto Robert Kennedy a inseguirlo e a mimarne il programma, è stata l’ultima speranza di uso del sistema elettorale per cambiare l’America, per poter intraprendere “una lunga marcia all’interno delle istituzioni”... 
Forse oggi, anche dopo l’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, e nonostante sia riapparsa una speranza, con la doppia vittoria di Barack Obama, centrista di sinistra, ma ben più egemonico e seduttivo, non è più possibile pensare di rompere il giocattolo soltanto dall’interno (la via crucis della riforma della sanità riaddomesticata lo ha dimostrato)…
Eppure il tono del film è ottimista, pop. Questo film, come Underground, fa parte della parte ‘positiva’ del cineasta (mentre Out of Order, e In the year of the Pig sarebbero nel blocco decostruttivo ‘negativo’). De Antonio è come McCarthy. Sono entrambi ‘fuori moda’. Sono due perdenti. Sono indipendenti e intellettuali ‘astratti’, sempre dalla parte ‘del torto’ e delle minoranze. E quella precisazione del senatore: “Ho Chi Minh non si può certo paragonare a Adolf Hitler” ci ricorda anche più recenti e sinistre dichiarazioni di un presidente di opposta sensibilità,  Bush jr., a proposito dei modelli di Saddam Hussein. Con l’idealismo donchisciottesco non si vincono però le elezioni, soprattutto di fronte a un elettorato impaurito per la guerra, per lo sviluppo che lo ignora, per la mobilità sociale vorticosa che lo beffa, e per il ‘relativismo culturale’ che smantella efficacemente, pezzo per pezzo, l’identità religiosa e comportamentale e etica, fondamentalista e oscurantista, della ‘profonda America’ (quella che, lo raccontava Minervini in Louisiana, vuole giocare duro come si faceva nell'800, quando ogni presidente era un pescecane voglioso di divorare ogni concorrenza capitalistica, altro che donne).
Però si radiografa in quel film del 1970 anche un’America forte e antagonista che non utilizza tutta la sua potenza di fuoco, che forse saprà agire e reagire anche in modi ‘underground’ , nuotando a lungo sott’acqua. Come ricorda Haskell Wexler (nella monografia su de Antonio, curata nel 2000 da Douglas Kellner e Dan Streible) era quella la specialità subacquea di de Antonio, soprattutto dopo che l’onda forte del Movimento è diventata un ricordo, così come i beat, gli hippies, i maoisti, i simbionesi, l’lsd come programma minimo, le pantere nere e i Weathermen and women… 
Martin Sheen in "In The King of Prussia" di Emile de Antonio (1982)
Ma, come ricorda l’autore a Alan Rosenthal in New Challanges for Documentary (1988), ‘il film non fu capito. Era sul fallimento della sinistra ‘liberal’. Eugene McCarthy, un intellettuale genuino, il portavoce più rappresentativo di questa tendenza, per un brevissimo  momento ci ha dato la speranza che si potesse davvero avviare un reale processo democratico. Se solo avesse avuto più coraggio, se avesse giocato più duro alla Convenzione e attaccato di più Humphrey, invece di girargli attorno come un oscuro monaco che non va in cerca della rissa!” (alle scaturigini di Sanders, pare...). Bisogna affrontare dei rischi grossi, in politica e nel cinema. Trump lo insegna.
Come gli aveva suggerito il suo amico e vicino di casa più zen, John Cage, spingendo de Antonio a lanciarsi nel cinema: "devi iniziare a avere paura solo quando sei sicuro di poter controllare tutte le tue paure". Il documentario ha però anche un tono classico: è cinema dei fatti e della persuasione, eccitante e didattico, secondo la lezione anni 40 di Grierson e prima ancora dei registi sovietici degli anni venti, e anticipando il più comico, a volte proprio farsesco, Michael Moore. Non fosse per il racconto di un punto di vista, in ‘prima persona singolare maschile’, del regista (che ‘parla’ quasi in dissolvenza incrociata  sul candidato), con la rabbia, l'umorismo e l'intelligenza dei suoi antenati anni trenta, i membri marxisti dell' 'American Film and Photo League', senza però alcun uso della voce off a ipnotizzare o addestrare il pubblico alla giusta linea. Il metodo de Antonio è molto polemico con il 'cinéma vérité' dei colleghi Leacock e dei Meysles brothers (pur  apprezzati per il contributo tecnico, parco luci maneggevole e sincronizzazione del suono, che hanno dato al cinema indipendente), che butta in evasione (o nel rockumentary, genere promozionale) dominando con la cinepresa - che esprime non cose vere ma la 'loro verità' -  la povera gente infelice e debole, invece di confrontarsi, a quel punto, con attori veri, persone molto più difficili da plasmare e dominare. 
Millhouse: a White Comedy (1971)
Il procedimento de Antonio non prevede infatti mai l’uso della voce narrante, garanzia del punto di vista autorevole, preciso, che ci arriva stentorea e rassicurante fuori dallo schermo a spiegare la giusta linea obiettiva. Semmai il regista entra in campo e lotta (“il documentario è una forma d'arte par excellence marxista, non è un caso che sono marxista”), interviene come uno degli intervistati, scodellando passione, umorismo, scetticismo, dubbi, indipendenza di pensiero, intuito, o utilizza, come in Underground la ‘sottile voce della messa in scena’ per creare un baratro, un forte gap, un senso di distanza tra le sensibilità politiche degli intervistati, i 5 membri dei Wheater Underground (tre donne e due uomini e tra questi l'amico futuro di Obama, Bill Ayers, poi avvocato), che spiegano il perché della loro scelta poltiica e il perché del loro metodo terrorista-pacifista, e quella del pubblico, intervistato per strada dagli stessi militanti armati e chiamato, nella parte finale del lavoro, a stabilire e criticare la validità degli argomenti usati, dando prova di una imprevista sensibilità più che estremista. Da notare la faccia spesso annoiata di de Antonio rispetto ad alcuni proclami un po' tromboni e di effetto dei ragazzi (che pretesero la presenza sul set clandestino sia di Haskell Wexler, stimato e conosciuto per aver vinto l'Oscar, che di una cineasta donna, e venne Mary Lampson).
Poin of Order (1962) su Joseph McCarthy, il cacciatore di rossi
Pioniere nell’uso certosino e meticoloso del footage, e del talkinhead intervistato, per organizzare testi e contesti di complessa densità storica, senza però mai, lo ripetiamo ancora, la ‘voice over’, de Antonio prevede anche un complicato sistema di sicurezza per segnalarci il pericolo di cadere vittima dell’argomentazione, della retorica, non sempre onesta e veritiera, di chi prende la parola. Nessuno può essere creduto. Non tutto è sempre vero.  Neanche all'opposizione. Ecco perché appaiono sempre differenti punti di vista nei suoi film. La storia non è un monolite,  la sua complessità e il suo profilo ci vengono segnalati fin dall’inizio. Come Fredrick Wiseman ricostruisce il presente dialetticamente, così de Antonio ricostruisce il passato dialetticamente, addestrandoci così a prefigurare altri futuri. Come se dovessimo tutti costruire, attraverso i materiali proposti, una ‘terza voce’, un altro punto di vista, generatore di conoscenza storica, fabbricatore di una  speciale ‘zona verità’, da contrapporre alle falsità ideologiche, alle menzogne da smontare e agli abusi di potere della classe dominante... 
Rush to Judgment (1966)
Infatti.  Dopo aver ricordato che questo importante film (come tutti i dieci film di de Antonio) non è stato mai visto in Italia, neanche nelle università occupate, nei cineclub o in televisione a notte fonda, mentre in Svezia o in Francia è un cult assoluto, come tutte le opere di questo gigante del documentarismo mondiale - e anche questo è un sintomo della ‘malattia italiana’ - apriamo una parentesi e andiamo un po’ più avanti nel tempo…

De Antonio, Haskell Wexler e Mary Lampson davanti ai Weather Underground (1976)
"Vogliamo fare film non di colore rosa ma di colore sangue" (Manifesto del New American Cinema)

2. Credo che oggi sia molto importante occuparsi, nell’Italia di Berlusconi e dei suoi succedanei, di Emile de Antonio (padre cristiano torinese, madre cattolica lituana), uno dei fondatori con Jonas Mekas del New American Cinema, il ‘cineasta della Storia’, della consapevolezza dei processi autoritari non visibili a occhio nudo da isolare, smascherare e combattere con tutti i mezzi necessari. Per cambiare modi di vita, mercato e mondo. Ma soprattutto un filmaker capace di scrivere con le immagini, come affermò il critico Jimmy Wechsler sul New York Post: “lettere d’amore a Miss Libertà” (riferendosi al film sul maccartismo, Point of Order). I valori dell’ex cattolico de Antonio sono proprio quelli che oggi troviamo dal raccoglitore di ferrovecchio: la compassione, la coscienza sociale, la devozione alla giustizia...
Non solo perché, da comunista perseguitato negli anni 50 e da militante di prima linea del Movement anni 60 contro la guerra del Vietnam, de Antonio riuscì a radiografare perfettamente nei suoi collages (che tanto somigliano alla ‘propaganda appassionata’ del cubano Santiago Roman Alvarez e tanto hanno ispirato Blob) la geografia emozionale dell’America più oscena del secolo scorso, dal Maccartismo all’Fbi di Hoover, da Nixon al doppio Reagan-Bush, ovvero la fenomenologia di una potente ma malata democrazia che, schiacciata dagli interessi delle big company, del complesso militare industriale e dalla droga assuefante della crescita del saggio di profitto, e attraverso l’uso autoritario e spionistico dei media, della pubblicità e del consumismo che incapsulava ogni nucleo familiare nell’individualismo più celibe, stava lobotomizzato i suoi cittadini illudendoli di far parte del migliore e più opulento dei mondi possibili, invece che di uno spettrale e nauseabondo spettacolo di varietà razzista. 
In the year of a pig (1968)
Ma perché de Antonio e la sua piccola grande band riusciva contemporaneamente a risarcire e evidenziare l’esistenza vitale dell’altra America, quella altrettanto potente forza antisistemica che fermò il segregazionismo razziale e sessuale, l’aggressione in Vietnam, il genocidio in centro e sud-America e che, da Wallace a Stevenson, dai Kennedy a Malcolm X, da McCarthy alle Black Panther, dai Weathermen (and women) a Obama, ha ribadito, da sinistra, ora in maniera liberal, ora radical ora ‘progressive’ e perfino rivoluzionaria, quasi sempre perdendo (anche la vita) che cambiare resta però possibile. E ha ripreso il progetto della ‘seconda carta dei diritti americani’ promulgata da F.D. Roosevelt nel 1944, promettendo ai suoi cittadini, anche poveri e non wasp, la lucida utopia nietzschiana di ‘salute, casa e istruzione’ garantita per tutti e che tutti devono pretendere.
De Antonio
In Italia, periferia del mondo, stiamo vivendo con decenni di ritardo, e gli anticorppi non sono stati ancora trovati, un processo autoritario ‘virale’ simile e assai più drammatico a quello dell’America anni 50 e 80. Il ‘maccartismo-spaghetti’, che in questi mesi fiancheggia uno stato di polizia che alterna patologie razziali come il ‘reato di clandestinità’  alla ‘caccia all’omosessuale, al rumeno o allo zingaro al giornalista, allo stipendio dei giovani, al comunista o alla ‘escort che parla troppo’, sta spadroneggiando in una democrazia resa ancora più fragile dalla presenza perversa di un padrone dei media e del parlamento spudoratamente orwelliano. Anche in Italia la virtù si misura dai soldi che hai, i ricchi sono i soli virtuosi, tocca ai poveri servirli…. Non siamo più solo al trionfo dell’arte della pubblicità, e della sua tecnica di lavaggio dei cervelli, ovvero all’apoteosi dell’arte ‘di non dire assolutamente nulla’, al primato della tecnica sui contenuti, dell’offesa sul ragionamento, della violenza fisica sulla mediazione e il dialogo, del giustizialismo sulla politica, della censura preventiva e fanatica su ogni ipotesi di democrazia che si basa sulla partecipazione nopn solo elettorale, sul rispetto delle minoranze, sull’uso pluralista dei territori comunicativi e sul rispetto dell’altro e del ‘fatto’. Il pubblico dei telespettatori, che ormai trova le immagini della guerra confortevoli, se montate tra due spot pubblicitari, non si deve chiedere più: ‘perché noi stiamo facendo tutto questo in Iraq o in Afghanistan o in Yemen o in Siria?’. Non è più un cittadino o, peggio, un elettore che pensa. Ma si illude di farlo. E’ puro zombie teleguidato e addestrato dai media a proferire solo opinioni di ‘senso comune’, terrorizzato dal ‘buon senso’ e dal ragionamento individuale, e omologato a mode, consumi, comportamenti morali e tabù preconfezionati. “Noi oggi abbiamo la censura dei padroni. Chi domina il paese domina i media – scriveva de Antonio – Non è più ‘il medium è il messaggio’. Ma: “chi possiede il medium possiede il messaggio”.               



Emile De Antonio
"Imporre una narrazione è un gesto fascista" (De Antonio) 

3. Non filmare la verità, non imporre una narrazione, ma una ‘linea di pensiero’. Non farsi domande, ma considerare importanti le risposte che ci si dà, e il modo di manipolarle.  La verità nell’arte è interiore, personale. E si offre al giudizio non degli esperti ma di tutti, una volta che è messa in forma. Certo. Le idee rivoluzionarie vanno espresse in forme nuove. Ma non se sono solo esercizio masturbatorio. O, come si dice di Dogma, non si può riprendere con la mano destra e masturbarsi con la mano sinistra….Non se sono solo grida di angoscia.  Se non esprirmono un ‘punto di vista’.

Se de Antonio non è stato un affiliato della gang del ‘cinema diretto’ o del ‘cinema-verità’, cos’è stato questo gigante del documentarismo politico americano lontanamente torinese (e Turin Film Corporation si chiamava la sua società di produzine)? 
Quale l’originalità e importanza di un filosofo marxista laureato a Harvard, gran edonista e bevitore (Drunk è il titolo del film di 66’, inedito, che l’amico del San Remo Café, Andy Warhol, ha girato con un de Antonio super star nel 1965), capace di affermare che ‘imporre una narrazione è un gesto fascista’? 
Con chi si può accostare (con il solo Robert Kramer? con Alberto Grifi?), chi affermò che tutti i film di Hollywood sono prodotti industriali come i Twinkies, le merendine d'America, e che se didattica ci deve essere al cinema deve essere ‘democratica’, suggerire i perché di un fatto, muoversi al di là delle apparenze, ‘fare in modo che il pubblico arrivi da solo alle stesse mie conclusioni’ ?

Il dvd Usa con quattro film di de Antonio
Filmmaker indipendente e ‘leggero’ per eccellenza (non possedeva neanche un suo equipaggiamento tecnico), ‘un tipo anarchico che va a ruota libera’, come si definiva, Emile de Antonio, detto dagli amici “D”, aspettava sempre dal pubblico una ricezione intelligente, la capacità costante di mettersi in discussione. Non avrebbe mai semplificato i suoi film o fatto concessioni di nessun tipo: “Il solo vantaggio che ho nel realizzare film a basso costo è, a parte l’equiparazione con i cineasti del terzo mondo (‘dobbiamo fare film come se vivessimo nel terzo mondo e avessimo quel punto di vista”), che almeno non raggiungo il pubblico che Hollywood raggiunge”. Faceva però ‘appello alla ragione’ (proprio questo questo era il titolo di un famoso periodico socialista, anche satirico, di fine ottocento, quello preferito dal padre di Walt Disney) e alle emozioni della platea. “Non voglio insegnare niente, voglio svelare”. In fondo conosceva bene il piacere collettivo di fare e di vedere film, perché i suoi primi passi nel mondo del cinema (che non amava ancora quanto la pittura) - lui che considerava John Ford un regista tanto quanto Gerry Ford uno statista, “perché la maggior parte dei film americani sono fatti come alla Ford, in catena di montaggio” -  li aveva compiuti proprio da distributore di due mediometraggi a basso costo che lo avevano ammaliato, Pull My Daisy di Robert Frank (1959) e Sunday di Dan Drasin (1961), sulle rivolte di Washington Square, che aveva anche prodotto. Due capolavori, degni del suo film preferito, L’Age d’or, che tutti i newyorkesi ‘avrebbero dovuto vedere’.  Faceva film con la speranza di sollevare emozioni e passioni e “svelare alle persone cose o sensazioni che non hanno mai conosciuto prima”. 
Dvd Usa di "In the year of the pig"


“Credo che in molte forme d’arte una certa innocenza in una mente sofisticata sia una buona combinazione” (Emile
de Antonio in Film Forum di Ellen Oumano, 1985)

Certo il cinema è un’arte sociale, e per un marxista come de Antonio anche frutto di un lavoro collettivo. Molti furono i giovani e le giovani cineaste (soprattutto della comunità black o ispanica) che vennero assunti da De Antonio. Che oltre alla breve parentesi del New American Cinema firmò tra il 1989 e il 1990 anche il manifesto ‘per un cinema dal basso budget ma dalle alte ambizioni’, assieme all’etiope Haile Gerime, al californiano nero Charles Burnett e a Jacqueline Shearer, Allan Siegel e Jack Willis. Però la loro unità produttiva, The Film Collective Inc. ebbe breve vita.
Ma Mister D ha sempre voluto affermare di aver girato documentari prima di tutto per se stesso (e per i pochi giovani, inesperti collaboratori creativi alle prime armi, vogliosi di farsi le ossa, e che lui metteva sotto contratto, spesso senza autopagarsi). E siccome era tanto un ‘comunista (senza party)’ quanto un cineasta fortunato nel trovare budget (riusciva a coinvolgere magicamente sempre finanziatori entusiasti, ricchi e ‘libertari’), le sue opere erano fatte anche per il pubblico: l’obiettivo era ‘ricrearle’ assieme a lui, seguendo il metodo postumano Duschamp della creazione, per crash, dell’esperienza d’arte, unica via per innestare, istigare e produre irreversibili ‘cambiamenti’.
Arrivato tardi al cinema, a 40 anni firma Point of Order, D si annoiava per gli aspetti tecnici di un film, anche se si eccitava molto quando, prima di montare i suoi film e pianificare le sue interviste, visionava, spesso con la montatrice e fonica Mary Lampson al fianco, ore e ore di materiali di repertorio a caccia di parole, espressioni, immagini inusuali che avrebbero costruito il senso e il senso in più dei suoi ritratti interiori dell’America e dei suoi mali e delle sue grandezze sepolte, negli archivi newyorkesi Upi, Hearst o Paramount/Abc (chi volesse poi vedere dove finiva tutto quel materiale preselezionato, e dove dava forma alle sue creature, deve andare a Manhattan, tra la undicesima e la dodicesima avenue, nel Movielab Building, dove aveva affittato due sale montaggio…).


4. “Tutti i miei film sono film-collages. Classici collages”
(Emile De Antonio)

America Is Hard to See è dunque un film sul fallimento della scalata ‘liberal’ al potere….Come è duro ‘cambiare’, nel paese di dio. Millhouse (1971), il doc di de Antonio che seguì, quasi parallelamente, la campagna elettorale del partito repubblicano e del suo leader di destra, Richard Nixon, possedeva molta più forza umoristica e sarcastica (quasi alla Marx Brothers, e così venne lanciato nei flani) del predecente, che andò molto male, non fu neanche  un oggetto sperimentale e originale come gli altri, né fu mai distribuito. E perfino il mensile barricadiero di estrema sinistra Cineaste, appena nato, non ne fu entusiasta (‘tedious’, e materiali di repertorio ‘ripetitivi’, ‘montaggio senza immaginazione e struttura’, scrive la critica Joan Mellen nel 1971)…
Nel 1968, l’anno dei porci, tutto il mondo, cioè il movimento studentesco antagonista, tifa per il democratico più che liberal, quasi ‘radical’ Eugene McCarthy (come farà nel 1972 con l’altro candidato che, questa volta, arriverà allo scontro sulla presidenza, McGovern, perdendo), che si presenta alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti contro Richard Milhous Nixon.
Verrà sconfitto, prima ancora dei repubblicani, dall’establishment del suo stesso partito democratico, dai professionisti che scoraggiano la presenza diretta dei cittadini alla vita partecipata del paese, anche perché McCarthy è un outsider, un uomo politico atipico e ‘movimentista’, troppo ironico, meditabondo e intelligente per vincere la convenzione di Chicago, contro il vice presidente di Johnson, Humphrey, l’uomo dell’apparato, dei poteri forti (come si dirà di Hillary) e del sindacato. E sarà dunque il trionfo del ‘nucleo forte’ del partito, guidato a Chicago dal sindaco, figlio di sindaci e nipote di sindaci, Richard Dailey, contro ogni posizione estremista.
Intanto il movimento studentesco, fuori dal Palazzo, si scontra violentemente e ripetutamente con la polizia, nella notte della definitiva sconfitta del movimento nato a Berkeley nel 1964…ci saranno pestaggi e arresti eccellenti di tutto lo stato maggiore del Movement, da Jerry Rubin a Tom Haiden, da Bobby Seale a Abbie Hoffman. Ma de Antonio non dedicherà molto tempo al fuori, concentrandosi sul ‘dentro’, sulla contestazione stupefatta della burocrazia esiziale americana che va placidamente alla sconfitta. Il suo stesso entusiasmo politico (della prima parte del film, costruito con interviste e materiali di repertorio) per il pupillo McCarthy viene progressivamente meno. Anche se alla fine è la bancarotta del Partito dell’asino, incapace di rispondere alle domande del suo elettorato, ad essere analizzata, criticata e presa maggiormanete in giro, anzi mostruosizzata.  Il mostro centrista e moderato quando non è tempo per essere centristi e moderati. Biblicamente, c’è un tempo per tutti….
L’obiettivo politico principale della candidatura di McCarthy era stato infatti quello di fermare immediatamente l’aggressione militare in Vietnam. Il profilo politico del senatore del Minnesota McCarthy, i suoi discorsi, le primarie vittoriose in New Hampshire, la scesa in campo del senatore Robert Kennedy, poi assassinato, e i caotici avvenimenti di quei mesi, montati vorticosamente da Mary Lampson, dalle rivolte dei ghetti neri e nelle università all’omicidio di Martin Luther King, sono l’argomento di questo quinto suo film, che ruba il titolo a Robert Frost, da un poema anticolonialista su Cristoforo Colombo pubblicato nella raccolta In the Clearing (1951). Il documentario dura 101’ (ma una versione, pur con l’aggiunta di una sequenza a colori, rimontata nel 1988, dal titolo 1968: America is Hard to See, con la voce fuori campo del regista, è ridotta a 90’) ed è prodotto dalla Turin Film Co. e dalla March Twelve. Intervengono nel film, che si avvale di interviste e materiali di repertorio, oltre al senatore Eugene McCarthy, il compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, l’economista John Kenneth Galbraight, che appoggia McCarthy, i politici di primo piano Richard Nixon, Lyndon Johnson, il vincitore Hubert Humphrey (di cui si ascolterà il discorso d’accettazione), Robert Kennedy e il sindaco Richard Dailey, l’attore e militante politico Paul Newman, e inoltre E.W. Keinworthy, Richard Goodwin (manager della campagna di McCarthy), Martin Peretz (l’editore di New Repubblic e produttore esecutivo del film), i supporter Arthur Miller, e poi David Hohe, Gerry Studds, Sam Brown, Arthur Herzberg, Geoffrey Sperling e Curtis Guns. Tra i collaboratori di de Antonio Allan Siegel (poi documentarista per la Third World Newsreel), Mary Lampson (montaggio, poi lavorarerà con Barbara Kopple nel doc Oscar Harlan County e con lui in Underground), Richard Pearce (operatore), Stephen Ning, Lori Hiris. La prima si svolse a Hanover (New Humpshire).  





5. “Le uniche società che fecero soldi a palate durante la depressione furono le compagnie cinematografiche” (Ellen Oumano, Film Forum 1985).

Appunti sparsi, qui. Con De Antonio John Cage ha girato un film biografico in cucina, raccontandosi mentre il dio dell'alea fa il cuoco. E' il suo ultimo, nel 1989, Mr Hoover and I (che poi il feroce boss dell'Fbi perseguitava come nemici pubblici numero uno dell'America proprio i 5 ragazzi e ragazzi Wheater...). Cage era il suo vicino di casa a Rockland County, stato di New York, dove De Antonio viveva con la terza moglie, ubriacandosi in tre spesso ("Cage, la persona più importante della mia vita, dopo mio padre") e, da buddista zen quale era, e come abbiamo già scritto, fu lui a spintonarlo verso la produzione, a osare, a buttarsi e a realizzare Point of order, visto che nessuno se la sentiva, neanche, contattato, Orson Welles, che forse non aveva capito bene il progetto suo e di Dan Talbot.Questo e tutto il resto che vi interessa su De Antonio lo troverete in un libro curato da Federico Rissin che si intitola American collage-Il cinema di Emile de Antonio (2009 Agenzia X) che costa12 euro e fu voluto da Film-makers.

"Credo nel lavoro indipendente con il controllo totale del proprio materiale" (Emile de Antonio)
“Per esempio sapevo molto sulla struttura dei quadri, mentre ero relativamente innocente - confessò De Antonio - sul cinema, e non credevo che fosse una brutta introduzione. Quello che succede nelle scuole di cinema è che la gente impara così tanto sulla tecnica da dimenticare che scrivere un libro o girare un film ha molto più a che fare con le tue convinzioni, sensibilità, concetti, passione e la voglia di esprimere se stessi, piuttosto che di far funzionare un meccanismo”.


C’è un pezzo sul sound a proposito di Point of order che è il primo doc senza voce off, narrativa. Poi parla delle interferenze che a lui piacciono (per esempio in Painter painting lascia nello studio di Jasper Johns la radio acceso mentre il pittore spiega la sua pittura, perché lo spettatore deve voler capire, anche se ha difficioltà. “Non ho niente contro il cinema di intrattenimento ma io non voglio farlo”. A proposito del film sul Vietnam parla di missaggio di mix dei differenti suoni dell’elicottero. Sembra già Stockhausen, e Apocalypse now di Coppola.....

* rielaborazione di un articolo scritto nel 2009

martedì 20 dicembre 2016

L'inventore del Brasile. E' morto a 72 anni il cineasta totale Andrea Tonacci





di Roberto Silvestri

Girare un film in sette sequenze in modo tale che, montandole differentemente, e non per colpa del proiezionista distratto, funzionassero sempre. Ecco l’idea. Bella no?
L’ironia era la sua forza. Oltre che una buona conoscenza del cinema giapponese, perché a San Paolo c’è un grande e attiva comunità (e il neorealismo a lui non piaceva molto). E quel certo sguardo camp sulle cose che lo avvicinano più ai cineasti paleolitici come John Waters che a quelli intellettuali, severi e “protestanti” come Glauber Rocha.

Bang Bang (1970) di Andrea Tonacci
Chanchada, clichés da film d’azione, noir, Iron Butterfly e pop art (la parodia del Pianeta delle scimmie) sono materiali eretici (e molto prima di Tarantino) che pochi registi bricoleur sanno incorporare e sovvertire come lui ha fatto nel suo primo lungometraggio di finzione in 35mm girato in 11 giorni a Belo Harizonte, e che fu alla Quinzaine di Cannes, Bang Bang, dopo aver fatto: il fotografo di scena; l’assistente del direttore della fotografia Dib Lufti; l’operatore di Sganzerla (l’entomologo di Orson Welles in Brasile) per il suo corto d’esordio Documentario (che poi avrebbe ricambiato il favore montando alcuni suoi film);  il regista dei corti Occhio per occhio  (1966), del film politico Bla Bla Bla (1968), girato a Rio, che avrebbe grande successo oggi perché fa la parodia del parlar senza dire nulla, cioè della retorica dei professionisti della politica di destra, sinistra e centro (e così che è costretto all’esilio sei mesi in Uk e sei in Italia: lo minacciano); l’insegnante di pratica cinematografica nella scuola di San Luigi  (1969-1970); l’autore di video musicali per Miles Davis e Milton Nascimento. Molta pubblicità...

Tonacci con Karapirù in "Montagne del disordine"
Per poi scappare un po’ dal paese, come tutti quelli che ci riuscirono, per le ragioni che si sanno (il fascismo militare) e tornare con Novos Baianos,  Hermeto e Macalé (1978) e una serie di mediometraggi per la tv Bandeirantes in 16mm (serie Araras) realizzati tra il 1980 e il 1983. Ha insegnato cinema a New York  (78-79 e 82-83). E’ stato sceneggiatore di Sylvio Lanna per Sacra Famiglia (1970) e montatore di Diacuì, a viagen de volta, del ceco esule Ivan Kudrna (’83).  Suoi anche i documentari Interprete mais, ganhe mais (’75), reportage sulla tournéé della troupe teatrale Oriente media di Ruth Escobar che ebbe notevoli grane censorie; Conversas no Maranha  (1977), sulla popolazione indigena di Canela, primo di una lunga serie di opere di antropologia patafisica sulle popolazioni native del Brasile. Dopo il video Biblioteca National (1997) gira infatti in 10 anni e oltre 150 ore di riprese il pluripremiato Montagne del disordine (2006), sul massacro degli indios Awa-Guja attraverso gli occhi di uno di loro, Karapiru, che dal 1977 al 1988 percorse a piedi duemila chilometri in fuga dal suo villaggio. Infine Jà visto jamais visto (2014), invitato alla Festa di Roma.


Immagino che la sua vita sia terminata, a soli 72 anni, con una grande risata rivolta verso tutti noi. Simile a quella del suo attore Paulo Cesar Pereio, che dallo schermo investe il pubblico, inusuale happy end per chi ha coinvolto la sala tutta, alla Godard (regista che Tonacci ha sempre amato), nelle sue avventure in taxi, in quel capolavoro metropolitano del cinema latino-americano che si intitola Bang Bang e anche se è pieno di piani sequenze (utilizzati soprattutto per non spendere troppi soldi) e travelling. Strana scena finale, da cinismo ridanciano romano. Già. Tonacci era nato a Roma nel 1944 ed è stato portato via dalla famiglia in Brasile nel 1953. Poi gli studi di architettura. C’è un po’ di commedia romana in quell’opera prima.
Ma il film è una ermetica “metafora del potere”. C’è il cieco, che è il boss armato, il più spietato; il travestito che si cambia, da bianco in nero, a seconda delle opportunità; il grassone, che è la madre dei due banditi… e Pereira che è l’uomo qualunque, colui che non sa mai cosa sta succedendo… Ermetica perché a Tonacci non piaceva  dire il già saputo, ripetere il già visto. Per fabbricare poesia e liberare la fantasia delle persone la sua tecnica era eliminare dalla sceneggiatura tutto ciò che fosse ovvio, tutto ciò che poteva essere facile come “Ah! Questo vuol dire questo!”.
Racconta a Marco Giusti: “ No. Volevo lasciare sempre del vuoto, dello spazio per l’immaginazione dello spettatore, una chance dove tutto è possibile”. Tra Zen, Artaud e Sergio Citti.
Bang Bang
Ho incontrato il cineasta totale (fotografo, montatore, sceneggiatore, regista, documentarista, rivoluzionario, antropologo…) Andrea Tonacci, autore di quel mitico Bang Bang (1970) a San Paolo nel 1993. Mitico quel film, e gli altri di Tonacci, perché il sabotaggio alla progressione, alla continuity, di una storia, mai è stata condotta con tanta sapienza e ferocia, e che si simulasse un film in quel modo, esibendo la messa in scena in tutta la sua macchinosità da set,  perfino Brecht l’avrebbe trovato esageratamente straniante. Ma mitico solo per un ristretto numero di persone sparse per il mondo per i mangiatori di film che adorano le opere aperte e iper-frammentate, la cinepresa coinvolta nel gioco come uno di noi, la temporalità reversibile e il gioco della ricezione che trasforma un puzzle in allegoria comica ma niente affatto apologetica dell’esistente. Soprattutto dopo le delucidazioni critiche dei teorici brasiliani, esegeti attenti di Tonacci, Ismail Xavier e Jaro Ferreira. 
Occhio per occhio di Andrea Tonacci
Anche in Italia, non fosse per il bellissimo necrologio sul manifesto del 20 dicembre di Marco Giusti, che con Marco Melani gli rese un fondamentale omaggio a Torino in una fantastica monografia sui brasiliani sovversivi del 1995, e per qualche incursione di Fuori Orario (che la direttora di Raitre Bignardi dovrebbe sbrigarsi a riempire di nuovo di fondi, se no muore), nessuno conosce bene il cinema di Tonacci, e gli altri paulisti radicali del cinema marginal, che fu un movimento atipico, di singole personalità anarchiche, che in comune avevano sensibilità, visionarietà,  consapevolezza politica e una estroversa simpatia: Carlos Reichenbach, Julio Bressane e Rogerio Sganzerla…. Più alla mano e meno potenti socialmente di Nelson Pereira dos Santos, Joaquim Pedro de Andrade e Glauber Rocha (i pilastri del cinema novo “che aprì la visione nazionale delle cose, dei problemi politici, sociali, economici…” come ricordava con rispetto Tonacci). Ma intanto c'era stato Jimi Hendrix.
L’occasione di quell’incontro con Tonacci (organizzato dagli istituti culturali europei e anche da Amir Labaki, un pioniere del "cinema del reale", era un convegno paulista sulle nouvelle vague europee 50/60 e sulle loro sconfitte strategiche, con Sylvie Pierre e David Robinson, che molto ricordavano gli esiti funebri del cinema novo e della new Hollywood.  Lui e David Neves (che sarebbe morto l’anno successivo) erano i più presenti e appassionati al dibattito. 
Bla Bla Bla di Andrea Tonacci
Ero per la prima volta in Brasile. E lui, bello, magro, arguto e asciutto come Caetano Veloso, dopo avermi parlato del suo progetto nuovo (un film sulla paternità, in cui si racconta tre volte la stessa storia, e anche l'emigrazione italiana) che non so se abbia mai realizzato,  mi fa: “Se vai solo a Rio, dopo San Paolo, non capirai niente del Brasile. Il Brasile è immenso, e va conosciuto dal di dentro”.  E al Brasile pre-cristiano e pre-portoghese Tonacci ha dedicato la penultima parte della sua ricerca, tanto che il capitolo a lui dedicato da Jairo Ferreira nel suo libro sul cinema marginale, Cinema de invencao,  si intitola proprio “Andrea Tonacci, o guaranà aos guaranis”.   Nella intervista che Giusti ha fatto con Tonacci per il catalogo della retrospettiva sul cinema brasiliano Tonacci a proposito di quella esperienza e del suo cercare di far girare direttamente film da indios mai stati in contatto con i bianchi, ricorda che ha passato molti anni in Amazzonia ma ha compreso che si correva il rischio di trattarli, nonostante le migliori intenzioni, come oggetti da entomologo, “anche perché la tecnologia, se si mette in mano a qualunque persona, diventa una forma di dominio”. Come noi tra le mani di facebook. Già.
Bang Bang
C’è il cinema emerso, della professione, della perfezione, del just in time. La ricca cosmopolita Hollywood – modo di produzione seriale, fordista e post fordista - ne è la capitale.
E c’è il cinema povero e sotterraneo, dell’imperfezione, asincrono, della  marginalità come aspirazione, insomma “dell’invenzione”, per ricordare il titolo di un bel saggio del cinecritico brasiliano Jaro Ferreira, pubblicato trent’anni fa. Il cosiddetto terzo cinema – modo di produzione caotico/moltitudinario- una delle cui capitali è stata negli anni 60 e 70 Rio de Janeiro/Sao Paulo, tra atmosfera “cinema novo” porno chanchada e oltre.

Bang Bang
Sono due maniere di intendere il cinema di sperimentazione commerciale e di sperimentazione “celibe” e d’avanguardia (non rappresentazionale, direbbe Hans Richter, altrimenti narrativo), quel che si sperimenta è in sostanza la decostruzione del Mito, a mezzo icona, la scoperta dei territori postumani, al di là delle gabbie sessuali e razziali e di gender definite, dell’artisticità accademica e dell’autorialità feudal-europea, che, per smentire molti luoghi comuni, si intendono piuttosto bene tra di loro, si sovrappongono, giocano spesso insieme. Sono il sovrumano e il subumano dell’immaginario. A proposito di subumano. 1964. José Mojica Marins presenta al cinema Art/Palacio di San Paolo A Meia Noite Levarei Sua Alma. Non si è mai visto nulla di simile, e non solo nel limitato ambito del cinema di genere horror, che Marins maneggia come all’Universal Studios, e l’enfant terrible della critica paulista, il ventenne Rogério Sganzerla ne sottolinea le qualità esplosive e l’oltranzismo etico, e in un suo corto del 1966, Documentario ne farà la cine-critica. 

Bang Bang
Oltre a lui che ci darà un capolavoro assoluto di cinema imperfetto meraviglioso (O Bandido da Luz Vermilha) altri paulisti diventeranno i militanti del cinema udigrudi, e ci sono ancora ignoti, Ozualdo Candeias, Julio Calasso jr., Joao Callegaro, Walter Hugo Khouri (un cui film giace nei cellari della Rai senza che si sia ma proiettato), Luiz Rosemberg Filho…..