martedì 12 novembre 2013

The Stone River. Gl italiani veri sono in Vermont. Un importante documentario di Francesco Dongiovanni sull'emigraziana italiana in America al festival di Roma

Roberto Silvestri

Roma, festival internazionale del film

The Stone River diretto, scritto, fotografato e montato (con Thomas Glazer, Muriel Breton, Pauline Dairou) da Giovanni Donfrancesco. Suono: Federico Cavicchioli. Musica: Piero Bongiorno e Olivier Touche. Produzione Italia/Francia 2013

Discutendo di No Tav il discorso scivola facilmente sull'alta velocità, sue orgini, conseguenze e anche indiscutibili comodità. Già, dibattito da salotto tra passatisti e futuristi. Disinteressante. Quello che sfugge, soprattutto ai pro Tav, paladini dello sviluppo, della crescita e della modernità, sono i terribili danni fisici collegati al lavoro e all'ambiente di lavoro sotto i tunnel. Respirare polvere di silicio, granito, marmo e soprattutto amianto, e per un pugno di dollari, è esiziale. Vedere, per credere, i dati sulla mortalità e sulle malattie tremende degli operai che hanno creato i trafori alpini negli ultimi secoli, dal Frejus al San Gottardo. Insomma tutti i pro tav, in prima fila i direttori di Libero, Il giornale, ma anche di La Stampa, Repubblica, Il Sole e Il Corriere, e anche Fassino.... non vedono l'ora, evidentemente, di far parte delle brigate di lavoro volontario in val di Susa... aspettando che siano i robot a beccarsi il cancro ai polmoni...

Il regista di The Stone River, Giovanni Donfrancesco
Un documentario italiano visto al festival di Roma, The Stone River, parla obliquamente proprio di questi argomenti, anche se è ambientato nel lontano Vermont, Usa, in una delle cittadine martiri degli operai rivoluzionari statunitensi e capitali della musica di combattimento, quella che 'uccide i fascisti', a Barre. E torna indietro nel tempo, dal 1895 al 1930, da quando nacque il cinema a quando crebbe, rigogliosa, la silicosi...

E' nel cartellone di Prospettive Doc Italia, realizzato con la collaborazione di Doc It... Ve lo consigliamo. Dobbiamo pure fare qualcosa per ritesse collegamenti con i nostri magnifici emigranti in tutto il mondo, quelli che ci fanno vincere sempre le elezioni, qualunque sia la legge elettorale....   

Cimitero monumentale di Hope, a Barre, Vermont
Prospettive Doc Italia ha selezionato infatti 10 nuovi film che, sommati a quelli scelti da Davide Oberto per il Torino Film Festival, ci forniranno un ricco quadro delle varie tendenze del documentario italiano in un momento magico (inaspettato e inusuale) per scarto creativo (rispetto ai format imposti dalle televisioni), rigoglio produttivo e quasi leadership creativa nei confronti del cinema di finzione. 

Dimostrano il momento più che felice del Doc azzurro ma republicano non solo i circa 200 film realizzati quest'anno, la sorprendente vittoria di Gianfranco Rosi a Venezia con Sacro Gra, ritorno su un set italiano di un cineasta che è stato per lungo tempo all'estero, e l'uscita nelle sale pubbliche di alcuni film non fiction - più tradizionali, come quelli biografici su Gadda di Sesti, Slow Food o Fedeli alla Linea, o di ricerca, impuri, bastardi (perché figli graditi anche della fiction) e contaminati o allergici alle convenzioni del genere come Non non siamo come James Bond di Mario Balsamo o Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio - ma soprattutto  la presenza di Stop the Pounding Heart a Cannes, nella selezione ufficiale, un'opera diretta da Roberto Minervini, girata e prodotta negli Stati Uniti. 

L'unico personaggio del film che non recita i testi raccolti durante il New Deal
Insomma cambiando aria e baipassando le forche caudine dei nostri finanziamenti pubblici-politici (anche se qualche spiraglio sembra aprirsi in Rai grazie al lavoro e alla competenza di Paola Malanga e dei suoi collaboratori), si può lavorare normalmente senza autocensurarsi e senza perdere la dignità. 

Domenico Distilo, che vive a Berlino come Carola Spadoni, Stefano Savona, che ha la sua società a Parigi e Augusto Contento che triangola tra Parigi a Rio a Chicago, sono solo la punta dell'iceberg di un poderoso movimento di migrazione intellettuale, di un esodo artistico-tecnoco-operaio che ha spostato, per esempio, oltre 140 mila connazionali a Londra...Anche Leonardo Di Costanzo preferisce Parigi a Roma....E Muccino, e Carlei e lo stesso Bertolucci per decenni....

Gli scalpellini, gli artigiani e gli scultori di Barre alla festa dei lavoratori
E' un esodo che ci ricorda le grandi emigrazioni di operai specializzati e di alta professionalità dei secoli scorsi, e in particolare quello degli artigiani a Hollywood (ne parlavano i fratelli Taviani in Good Morning Babilonia) o dei minatori e anche degli scalpellini-artisti del marmo di Carrara, grandi artigiani, angariati e sfruttati dalla patria giolittiana anche per le loro idee socialiste e libertarie, che alla fine del '900 si spostarono, a migliaia, in nord America per trovare (e con loro gli operai provenienti da tutto il centro e nord Europa) migliori condizioni di vita e di lavoro o almeno una concezione del tempo libero - pre proibizionista - meno repressiva.  

E al lavoronelle cave
Il fenomeno di integrazione di questi figli ribelli, e dunque prediletti, d'Italia con i protestanti wasp scozzesi, tedeschi, svedesi etc durante la progressive era... fu più semplice. Avevano le teste libere dai pregiudizi, ed erano senza sovrano, sudditi né di Dio né di Umberto I ma di loro stessi. Americani. Futuri wobblies. Membri del sindacato orizzontale, anti sessista e anti razzista, Iww, Industrial Workers of The World. Quello che si dovrebbe rimetterei in piedi al più presto, oggi. E che uscì invece a pezzi dopo l'ecatombe di ragazzi (10 milioni di soldati uccisi) della prima guerra mondiale. 

Le cave oggi
Questo esodo fertile è il soggetto di un lavoro complesso e affascinante, The Stone River,  Il fiume di pietra, uno Spoon River italo-americano e tutto proletario, perché racconta la vita le opere i matrimoni e le bevute, le speranze e i successi, i tracolli e le tragedie, i bordelli e le riapparizioni spettrali di alcuni connazionali emigrati nel Vermont, che Giovanni Donfrancesco ha girato a Barre, piccola, gelido cittadina del new England, dove le più grandi cave di granito del mondo attirarono da mezza Europa alla fine del XIX secolo operai specializzati, scalpellini provetti e scultori. 

Un cittadino di Barre, uno degli 'attori' di oggi
Giovanni Donfrancesco, fiorentino, scrittore, fotografo (si vede) vive negli ultimi tempi in Francia, dopo aver lavorato a lungo in Armenia e diretto per la Rai (che qui coproduce) La guerra sporca di Mussolini (2008), i crimini dei  nostri soldati in Croazia e in Grecia, giusto per inquadrare meglio le foibe, lo consiglio ai professori; Oro splendente (sulla Cambogia), nel 2009 e Le vere false teste di Modigliani nel 2011 su quel bellissimo lavoro di arte concettuale e situazionista che spiazzò l'estabishment colto decenni fa.

Una delle bellissime statue preraffaellite del cimiteri di Hope, Barre
The Stone River comincia con alcune panoramiche di densità fotografica sulle cave innevate, in un gelido inverno, e prosegue, dopo una lunga camera car che attraversa un tunnel dark dentro la montagna (che, come si sa respira, e le musiche semielettroniche di Bongiorno e Touche la sanno ben rianimare... Roger Corman direbbe che questo incipit è un "ottimo promemoria horror") con una incursione, alla La notte dei morti viventi, dentro un cimitero piuttosto particolare. Anche per il nome, Hope. Due statue di cavalieri medievali in stile preraffaellita, e la bandiera a stelle e strisce, ne sono i guardiani. 

La caratteristica di questo cimitero è doppia. Le lapidi sono magnifiche, alcune, le più alte, svettano come monoliti di Stanley Kubrick, identiche a quel parallelepipedo che vola misterioso all'inizio di 2001 Odissea nello spazio. Blocchi di granito perfetti. Inoltre mancano le croci - quasi tutti atei questi defunti - e i nomi scolpiti sono tutti, o quasi, italiani: Bogni, Brusetti, Colombo, Bianchi, Càccavo, Binaghi, Vila, Calcagni, Aja, Fontana, Elia Corti, Serrani, Trentini, Peduzzi, Piro, Sassoross, Simonetta, Sironi, Toscani, Aldrighetti, Broggini, Croci, un Coppi che sta vicino a un Ingram...E sopra le sculture, vasi liberty, colonne doriche, bellissime donne scolpite in stile floreale, simbolo della libertà, paggi affranti e piangenti, perfino un'automobile anni quaranta tutta di ostico granito...

L'idea di partenza è quella di lavorare oggi, nel 2013, sulla documentazione di quelle vite, preziose e dimenticate. Sulle odissee di artisti che tirarono fuori dalla pietra la vita, ma raccolte durante il New Deal, grazie a un progetto federale-culturale. 

Un gruppo di scrittori furono sguinzagliati da F.D.Roosevelt negli anni trenta del secolo scorso, per intervistare gli abitanti di Barre, scavatori, scalpellini, scultori, le loro mogli e i loro figli e descrivere così quella fetta speciale di provincia americana. Le loro origini, le loro lotte in patria, l'emigrazione, la fondazione di una nuova comunità, gli scontri coi padroni, la famiglia, il saloon, gli amici, i diverbi politici spesso cruenti, la cucina, la nostalgia.... 

Ne uscirono fuori dei racconti pregni di sostanza conoscitiva autentica. E da quei racconti Donfrancesco ha cucito una emozionante serie di ritratti coinvolgendo l'intera comunità di Barre odierna e chiedendo ai cittadini di interpretare i loro antenati o vicini di casa dei loro bisnonni, che fossero rubacuori biondi e idealisti o mogli ancora inebriate dalla tecnica usata dai loro mariti per convincere i loro genitori a sposarle, spogliarelliste spregiudicate o venditori di Hamburger, capipopoli malatestiani o grandissimi artisti che lavoravano a mani nude, prima dell'arrivo del martello pneumatico e delle statue scolpite 'dall'aria e non dai muscoli'.

Le testimonianze orali come fonte storica di primissima mano, storia dal basso, quella cancellata dai manuali ufficiali, ma che negli ultimi tempi sta diventendo l'ossatura di una nuova storiografia militante e accademica, che sta rivitalizzando anche il documentarismo Usa di parte operaia. 

Frank Little, il sindacalista I.w.w ucciso dai padroni
E penso soprattutto a Thom Andersen, classe 1969, amico e collaboratore di Straub, e alle sue incursioni acute sulle lotte wobblies: An Injury to One is an injury to all-The murder of Frank Little, sull'assassinio del dirigente sindacale Frank Little. E' un magnifico film, ebbene su Imdb è censurato! Anche perché Little nel 1917 sarà inviato proprio nella vicina cittadina di Butte per aiutare i lavoratori supersfruttati a fronteggiare la compagnia proprietaria delle miniere, la famigerata Anaconda. Organizzò seimila operai. L'America trema. I bolscevichi stanno arrivando. "Qualche tempo dopo - scrive Dario Zonta sull'Unità -  nel pieno della notte, cinque uomini lo prelevano dall'albergo, legano Frank Little, ancora in pigiama, alla macchina e lo trascinano per tutta la città. Alla fine lo impiccano sotto un ponte e gli attaccano un cartello con su scritto: Ultima avvertenza: 3-7-77. I numeri risalgono alla giustizia dei vigilanti nel periodo territoriale. Sono le dimensioni di una tomba del Montana: 3 piedi di larghezza, 7 di lunghezza, 77 pollici di profondità".  

I funerali di Frank Little
Appunto. Tombe. Sul terreno però più direttamente politico il film di Barre non si dilunga (più degli scontri con i padroni si ricordano gli scontri, aspri e anche mortali tra socialisti centralisti e anarchici federalisti, tra marxisti e bakuniani, interni insomma al fronte rivoluzionario). Ma la collezione dei ricordi 'intimi' è insostenibilmente commuovente e indirettamente agghiacciante. Tanto da rendere l'incontro con The Stone river  un'esperienza unica e dissacrante rispetto ai luoghi comuni sull'emigrazione americana. Che non fu principalmente né mafiosa, né spaurita. Ma spavalda, sovversiva e profetica. La comunità italiana, da Fiorello La Guardia a Bill De Blasio può vantare grandi antenati alle spalle. I cittadini indocili di Barre, per esempio. Anche se in troppi morirono di silicosi a meno di 40 anni.

venerdì 8 novembre 2013

Tsui Hark, perché è una leggenda vivente del cinema mondiale



Roberto Silvestri
Roma

Tsui Hark
E' Marco Mueller che ce lo ha fatto scoprire in Italia nei primi anni 80 di ritorno dalla Cina assieme a tutti i grandi della nuova onda hongkonghese, da Allen Fong a Ann Hui. La grafica dei suoi movimenti interni e esterni alla scena, il cromatismo pop delle luci e delle ombre, la dinamica del montaggio e della costituzione e formazione d'immagine erano innovativi e stupefacenti. Ci folgorarono. Un mago. Neppure Joe Dante arrivava a tanta audacia armonica e visionaria. Forse solo Orson Welles andando indietro nel tempo era altrettanto prestidigitatore e radicale. E' giusto che sia Marco "Polo" Mueller a premiarlo. 

Indimenticabile fu infatti la sua retrospettiva pesarese, e il quartetto di capolavori che ci propose: il visionario e busbyberkeleyano The Butterfly Murders, 1979, un wuxia (l'equivalenza del nostro 'cappa e spada') dalle coreografie kung fu mozzafiato e surreali. 

Il macabro umorismo dell'horror We are going to eat you, 1980, versione in cantonese di 2000 maniaci di Hershell Gordon Lewis visto che anche qui i cannibali vendicatori e sciovinisti sono all'opera. 

La censurata brutalità apatica di una gang giovanile capitanata da una dodicenne istigata alla violenza massima (tipo mettere bombe che esplodono solo quando i cinema sono pieni zeppi) perché "solo violenza aiuta dove violenza regna" di Incontri pericolosi del primo tipo (1980) che metteva con le spalle al muro la pesante ipocrisia del colonialismo democratico britannico e l'avvelenamento progressivo delle anime belle che, in ogni parte del mondo, erano ormai state istigate alla follia violenta, dalle Br ai Khmer rossi. 

E infine il primo successo commerciale, Zu: Warriors from the Mountains (1983) che ci fece commentare: non c'è differenza tra Hong Kong e la new Hollywood. E infatti gli effetti speciali di quel fantasy così tradizionalmente mandarino erano di Peter Kuran e Robert Blalack, della tecnoband di Star Wars...Da quelle proiezioni scomparve per sempre dall'orizzonte eurocentrico la demicinefilia, il piacere schermico dimezzato. L' Oriente è rosso voleva dire anche che dall'Asia arrivava un contributo originale e postmoderno ante litteram, per tastiera di generi maneggiata più velocemente, al nuovo cinema/altro cinema indipendente. Tsui Hark, allievo del generale filmaker King Hu (una leggenda vivente del cinema hongkonghese: fu davvero emblematico in modo in cui lo trattò la pezzente Rai craxiana quando lui gli espose un magnifico progetto su Matteo Ricci...), diventava un leader spirituale dell'immaginario a venire. La sua società, Film Workshop, fondata con la moglie Nansun Shi, divenne un punto di riferimento non inferiore alla New World di Roger Corman, decuplicandone le opere sulfuree, rivoluzionarie, femministe, controculturali, pacifiste e militariste solo rispetto alla lotta contro l'aggressione occidentale in Vietnam. 

Dunque, oltre 50 film firmati o prodotti dopo, siamo quasi arrivati al grande giorno. Olivier Assayas, critico e regista francese notoriamente innamorato del cinema estremo d'Oriente, consegnerà al prolifico ed eccentrico collega di Hong Kong Tsui Hark, 62 anni, vero nome Tsui Man-Kong, il 16 novembre, il "Director Maverick Award", nella Sala Sinopoli dell'Auditorium della Musica. Dopo la proiezione del suo nuovo film, prevista per le ore 21. Non è il primo premio che Tsui Hark riceve in Italia, perché alla mostra di Venezia 2000 vinse il Digital Award per Shun Liu Ni liu (e ricordiamo anche i premi collezionati a Dubai, Avoriaz, al FantasPorto e a Hong Kong... e la sua presenza in giuria a Cannes, che è sempre una consacrazione mondiale).

Lo scorso anno il premio Director Maverick era stato assegnato dal Festival di Roma a un altro geniale cineasta d'azione, lo statunitense Walter Hill, molto vicino per sensibilità etica, radicalità politica e modernismo di linguaggio al suo collega cino-vietmanita, anche se la sua filmografia è molto più limitata. 

Più cosmopolita e prismatico, è nato a Canton, è cresciuto in Vietnam, ma ha studiato 12 anni cinema a Austin, Texas, e a New York ha fatto tv, per poi ristabilisrsi a Hong Kong, inoltre Tsui Hark (attenzione: si pronuncia Cioi Hok) è un total filmaker, anche produttore  e attore, oltre che talent scout (John Woo è tra i suoi gioielli, anche se poi i due litigheranno per profonde divergenze espressive dopo A better tomorrow, 1984) e effettista speciale indipendente, sperimentatore digitale di magie luminose e tecnologie avveniristiche, visto che ha fondato e diretto la Cinefex Workshop. Insomma, c'è del George Lucas in lui. Anche se "lo Spielberg d'Oriente" è la definizione più usata dal Village Voice e da Variety in quegli anni.


O, come lo chiamano i più raffinati e sensibili, il Nicola Tesla dell’immaginario audiovisivo, visto che Tsui Hark ha trasformato in realtà artistica una delle grandi intuizioni dell’inventore serbo: impressionare lo schermo direttamente, e velocemente, con il solo pensiero. Tsui Hark ci ipnotizza e noi vediamo i corpi volare e combattere per minuti interi nell'aria. Altro che Ang Lee.

Tsui Hark presenterà per l'occasione a Roma il suo nuovo film, Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D (Di Renjie zhi shendu longwang 3D), fuori concorso in prima internazionale e parlerà del suo cinema con il critico e studioso del cinema di Hong Kong Giona Nazzaro e con il critico e cineasta Olivier Assayas. Sono qesti affondi (Wes Anderson, Jonathan Demme, l'omaggio ai peplum italiani, Tsui Hark) ciò che caratterizzano il festival-festa di Mueller. Ciò che ha radicalmente trasformato non tanto il contenuto dei film scelti per l'Auditorium Parco della Musica, quanto il contenuto dei cinema. E questo è ciò che fa cambiare di status un festival. Chi va a vedere i film. E il livello critico e culturale dei filmgoers, adesso, si è innalzato di molto.


Young detective è l'atteso prequel del classico che fu a Venezia nel 2010, Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie', 2010) ed è il secondo film realizzato in 3D da Tsui Hark, dopo Flying Swords of Dragon Gate, con Jet Li (un'altra sua scoperta). Ed è più fantasy che thriller, più politico che spettacolare, visto che il nostro eroe è un magistrato, implacabile contro ogni crimine covato dai potenti (stile In nome del popolo italiano, la cosa non fa piacere ai nostalgici della magistratura monstrum che mai avrebbe osato condannare un criminale, se presidente del consiglio o presidente della repubblica o Ligresti) che dovrà affrontare non solo un caso di avvelenamento (da polonio?) dell'intera classe dominante della Cina (un'idea di stampo grillino), ma anche il minaccioso e aggressivo mostro marino del titolo. Senza la presenza dei King Kong o dei Gamera non c'è un cinema politicamente devastante, feroce, progressista. Quel che i nostri nemici maleducati chiamano cinema buonista.  

Il primo Detective Dee, ambientato durante la dinastia Tang, era un'opera di genere d'azione-avventuroso,  «dongzi-ian» (così chiamava il genere, in cinese, il suo inventore, King Hu) che deve saper smuovere le cose dentro e fuori, e produrre quella merce rara e incantata, alla borsa valori dell’immaginario tecnologico, chiamata emozione cinematografica rivoluzionaria. Come l’estasi eisensteiniana... Un dinamico testo di filosofia politica che giocava leggiadramente con la fantasia ninja. Non un polpettone per glorificare i buoni sentimenti eternamente confuciani ma, attraverso una colta deformazione e miscelazione di più generi asiatico-occidentali e tonalità diverse - più che postmoderno qui siamo al cocktail classico, rabbia e gentilezza punk - una decostruzione della storia e dei miti asiatici profonda e originale, striata di poesia romantica, tipica dell'indimenticabile regista che avrebbe firmato via via melodrammi interni/esterni alla tradizione più classica del cinema cinese: Shanghai Blues e Peking Opera Blues, Green Snake, The Blade, The Lovers e la sua parodia, oggi dal titolo ancora più comico, Love in a Time of Twilight. 

Tsui Hark resta tra i più sconvolgenti registi viventi. Sa far duettare amore e azione come non riesce a nessuno senza cadere nel geometrismo più gelido e accademico (dal modestissimo Ang Lee al genio Zhang Yimou) o nel sentimentalismo opportunista e consolatorio. Sa far combaciare artigianalità arcaica e tecnologia più avanzata. Sa far volare nel tempo e nello spazio, non per gioco ma per saggezza consapevole e a volte malinconica, il romanzo hongkonghese degli anni 50 di cappa e spada (anti-imperialista e anti-fondamentalista religioso) assieme al musical cantonese che fedelmente e seriamente maneggia, distillandone effetti stroboscopici, dinamismo esplosivo, da fissione nucleare e umorismo da grande cubista della cinepresa. Questo è il nuovo virtuosismo, un ritorno ai classici dei sentimenti costruiti pietra su pietra, mai prefabbricati, sia di Hollywood che di Shanghai. 

Ma perché Tsui Hark è il più grande regista off e in del mondo? Perché sa togliere le briglia alle immagini, sa dare velocità ai piani più statici, apre spazi di fuga dove un altro sbatte claustrofobicamente la sequenza contro le pareti. E poi perché sa trovare il romanticismo là dove nessuno lo cerca. Ricapitolando:
1) perché maneggia meglio di tutti la postmodernità all'orientale e lo stile di ripresa vertiginoso e metafisico (nel senso che sbriciola qualunque legge della fisica euclidea, basta vedere tutta la sua opera dagli 8mm alla Méliès da teenager al film neo kung Once upon a time in China (1991); 2) perché il processo creativo e produttivo delle sue opere è quasi completamente autonomo, soprattutto per quanto riguarda i trucchi visivi e acustici, visto che ha anche fondato con la moglie la società la Cinefex Workshop per la realizzazione di effetti speciali in proprio riappropriandosi di antiche tecniche come il wire work tra acrobazia e digitalità, animazione (The legend of Zu, 2001) e prestidigitazione; 3) perché traghetta le intuizioni classico-dinamiche del "cattivo maestro" King Hu - regia iperdinamica, montaggio caliedoscopico, ellissi - verso le cattedrali vertiginose, a flusso turistico permanente, del più zelante e non hollywood-repellente dei suoi allievi, John Woo»; 4) perché  è il più estremo, intenso e umoristico dei maestri horror, mélo e d'azione nera del mondo; 5) perché rispetta - a grande distanza - l'industria hollywoodiana, da cineasta texano purosangue, tranne nell'esperimento, presto interrotto, di Double Team e di  Hong Kong colpo su colpo con Jean Claude Van Damme, sul finire degli anni 90. 

Tutto questo lavoro ha aperto i nostri occhi di discepoli zen, e ci ha spinto più direttamente al centro del mistero cinema, vedere cose che non ci sono sullo schermo, aprire l'anima ai raggi X spirituali, superare la fase percezione e reggiungere la più alta e profonda fase appercezione. Che poi è il nirvana dello sguardo critico che sa leggere le immagini e il loro doppio, il dentro e il fuori visione.























Il kolossal post apocalittico buffo e atroce. "Snowpiercer" di Bong Joon-ho. Più atroce che buffo "L'ultima ruota del carro" di Giovanni Veronesi


Roberto Silvestri

Festival Internazionale del film di Roma




2031. Seconda glaciazione. Tutti morti tranne i passeggeri di un lunghissimo treno-Arca di Noé. Un locomotore, inventato da un profetico Messia, tecnocrate alla Luca da Montezemolo, ma più global, e dietro una prima classe de luxe e in fondo una seconda classe infernale. Qui si mangiano manicaretti di carne e pesce e sushi due volte l'anno e ci si droga alla grande di kronol (sostanza tossica lisergica da discarica prodotta sicuramente nelle terre del fuoco), danzando al night, tra una sauna e un'altra, una visita all'acquario, all'orto botanico e dal parrucchiere. Lì si vive senza acqua ammassati l'uno sull'altro, come nei campi di concentramento, con il timore che ogni tanto i ricchi, protetti da soldati anti guerriglia, rapiscano i bambini (e non sono neanche zingari...) o sfracellino qualche arto ai più impertinenti. Sembra 2020 i sopravvissuti di Richard Fleischer....Dopo 18 anni quelli in fondo si ribellano e attaccano la prima classe. Come finirà la storia, sapendo che il nome del regista di questo film è Bong e che Bong è anche quell'ampolla di vetro più braciere che si riempiono rispettivamente di acqua e di droga e che i Simpson scambiano per un 'portamatite carino'?  Ci saranno combattimenti all'arma bianca selvaggi, scontri terrificanti, ma....

Il regista sud coreano Bong Joon-ho, 44 anni
I fumetti francesi vanno molto forte al cinema (soprattutto quelli piratati, cioé scovati contraffatti nel 2005 in una libreria di Seul). Ma non sempre la loro leggerezza acida e swingante è rispettata. A Cannes hanno vinto, con Adèle, grazie a un vero mago del rapporto tra movimento interiore e grafica, Steven Spielberg, presidente della giura, che certo ha visto cose inframol(ecol)ari che gli umani non colgono.  Comunque il suo Lincolm mi sembrava molto più lesbico, come opera storica deviante e destabilizzante.

John Hurt, il vecchio capo dei rivoltosi
Molto atteso alla prima italiana, e accolto da un bel clima primaverile e da applausi generosi, anche la satira dello scontro capitale/lavoro e dell'owellismo tratto dalla novel graphic - stile Metal Hurlant, pubblicata dalla rivista A suivre a cominciare dal 1982 e 1983, scritta da Jacques Lob, fino al 1990 e poi da Benjamin Legrand, e disegnata in bianco  nero da Alexis e poi dall'underground Jean-Marc Rochette - Snowpiercer, un affusolato e fallico kolossal postcatastrofico, claustrofobico e multietnico, buffo e atroce, futurista e demodé, d'apertura del festival di Roma, divertente nel colpo d'occhio e digitalissimo - con tutto quel amputar e saltar di gambe e braccia arabescate e sacralmente islamiste - ma stranamente non in 3D (sulla questione il regista ha litigato con il produttore, il regista Park Chan-wook, che lo voleva con gli occhialetti). 

Chris Evans, il capo giovane dei rivoltosi
Forse, dato l'identico argomento glaciale il confronto con Polar Express di Robert Zemeckis sarebbe stato pericoloso, soprattutto nelle parti girate arditamente dai ponti innalzati sugli abissi e fragilissimi rispetto alle ciclopiche valanghe in arrivo. 

Lo spirito segreto del film è comunque molto più biblico, lisergico e 'sociologicamente 'azzardato' del fumetto (probabilmente, non l'ho letto), ma sicuramente più del capolavoro laico firmato nel 2004 dal regista di Forrest Gump. Che è invece la  commedia perfida e antisistemica, per lo più fraintesa, e messa alla berlina da Giovanni Veronesi nell'altro film di apertura fuori concorso del festival, L'ultima ruota del carro, visto che ne è la versione pecoreccia all'italiana (con Silvio al posto di Steve Jobs a far soldi, cambiare il mondo e a far miracoli e a guarire perfino i malati di cancro, come promise in effetti, Lui). 

L'ultima ruota del carro
Solo che in questa sciagurata ricognizione ancora sordiana del paese, dove cioè ci si compiace e si ride della proria degradazione all'infinito, recitata esageratamente bene da tutti, a cominciare da Haber, Germano e Ricky Memphis, un ragazzetto romano, pippa a calcio e grullo a scuola, che si fa travolgere dagli anni che passano, da Bruno Conti a Battistuta, dal cadavere di Aldo Moro a Craxi a Cicchitto rinato, dal 'tutti contro i politici e il Palazzo' allo stato delle nostre discariche d'immondizie, come se niente accadesse, è davvero l'utile idiota glorificato, perché incapace di prendere l'iniziativa pensando, una sola volta, con la propria testa. Incapace di dire: preferirei di no. Ma, buono dentro e fortunato di fuori, lasciandosi riempire la testa di idiozie. Soprattutto quelle che si è convinti di aver prodotte con la farina del proprio sacco. Un vero obbrobrio il film, da sopportare, sotto traccia e sopra traccia. Non certo perché parla di noi. Parlerà di chi lo ha scritto e diretto. Infatti. Ciò che conta sono sempre e solo le cose orecchiate in parrocchia.... i figli, la moglie che ti vuole bene, la famiglia, l'onestà, chissenefrega se ho perso il biglietto vincente del grattaevinci di 500 mila euro, non bisogna mai fare un passo più lungo della gamba...Eppure l'Italia è ancora l'ultima nazione nella classifica europea della restituzione dei portafogli smarriti....

Elio Germano e Alessandra Mastronardi
Meglio lasciar perdere i valori dell'Italietta del ventennio (uno a caso dei due) involontariamente restaurati e rilucidati in questo sinistro film da morire dal ridere. E tornare alla fiaba post apocalittica sanguinante coreana ben più inebriante e estasiante. E dove circola molta più droga pesante che in Scarface, senza la quale i pochi sopravvissuti del prevedibile finale non ce l'avrebbero fatta. Ci spiace per la Dea, l'agenzia anti droga statunitense, tenuta sempre fuori dal set.  

Tida Swinton, il ministro rapito
Sapevate che la lotta di classe è finita, anzi era una truffa? Non ne siete ancora convinti? Siete nostalgici dei tumulti antisistema? Qui c'è la prova del nove che non avete tutti i torti ad essere moderni, spregiudicati e non ideologici. La lotta di classe, gli scontri, le turbolenze, le rivolte, le insurrezioni, le moltitudini in armi contro i padroni e le corporation non servono che ai padroni e alle Corporation. I black block sono ragazzini ingenui, anime candide manipolate. 

Come si viaggia in secondo classe nei treni ad alta velocità
Chi in questo film metafora del mondo come scontro tra proletari e borghesi si comporta come gli incappucciati neri non si accorge di essere un giocattolo nelle mani di Ed Harris (il dittatore Wilford, il capoguida del treno, il suo inventore, chi fa andare avanti il mondo, che è sempre stato così e sempre lo sarà: diviso tra l'1% di ricchi e il 99% di schiavi) e di John Hurt (il capo dei rivoltosi) che sono in realtà i migliori amici, complici e tutori del Sistema. Sarà marxiano il film nel profondo, o almeno Schumpeteriano ("le lotte sono l'anima della crescita, il lievito dello sviluppo" come affermano sia il Partito Comunista Cinese che il neo sindaco di New York, Bill De Blasio) ma non so se la nostra nuova e vecchia sinistra, e soprattutto la nostra destra d'ospizio queste cose le ha mai masticate. E il film potrebbe scandalizzare non poco. Anche perché i suoi punti di riferimento cinematografici, parola di Bong Joon-ho sono, per quanto riguarda l'immaginario ferriovario, L'imperatore del nord di Robert Aldrich e Il treno di John Frankenheimer, e per quanto riguarda quello extra ferroviario THX 1138 di Geroge Lucas, a proposito di 'rivolta dei reclusi'. E, per quanto riguarda i riferimenti politici(c'è un ufficiale giapponese piuttosto crudele tra i cattivi) la storia dell'occupazione nipponica del paese, piuttosto lunga, feroce e cha ha a che fare con il treno, perché furono loro a costruirla, per rubare meglio le merci coreane. Il film potrà scandalizzare anche perché si parte dal presupposto, caro ai suprematisti e ai millenaristi cristiani, che i poveri si scannano tra di loro e si mangerebbero tra di loro se il potere non intervenisse a fermarli, sfruttandoli e schiavizzandoli solo a fin di bene. Di crescita. Di sviluppo. Di profitti. E qui il film tocca il suo punto dark più divertente.

Gli strafattoni del convoglio. Ma fidatevi di loro....
In molti stati il film è uscito nell'agosto scorso, perché la Weinstein Company l'ha acquistato per tutto il pianeta, ma la dittatura delle anteprime mondiali, ex pallino di Marco Mueller - direttore del festival che adesso è diventato fest(ival) - fortunatamente è finita. E speriamo non solo a Roma. 

Bisognerebbe però istituire una Authority per lo spettatore, uno strumento di garanzia che esiga almeno la presenza nei festival metropolitani di aggiornamento delle pellicole mondialmente e ovviamente più interessanti del momento, e non solo trash chic come questa. Il doc su Tortora sarà anche stato giudicato brutto (non sempre il soggetto edificante è sufficiente) ma i nuovi Nicholas Filibert e Woody Allen non avrebbero sfigurato a Roma... 

Un comizio anticomunista
Snowpiercer è tratto dunque da Le Transperceneige, pura fantascienza post apocalittica, post-razionale e post-emozionale. E' un'opera fuori concorso e anche squisitamente  fuori di testa (anche se lo ha finanziato il ministero della cultura di Seul), caldamente raccomandata infatti da Quentin Tarantino, che l'ha vista a Pusan, e che dispone di una veloce sintesi 'occhio-orecchio-mente' generalmente acuta e convincente. 

Un poster del film
Il film è infatti la produzione più costosa, oltre 38 milioni di dollari, della Corea del Sud (ma il budget è anche un po' britannico, molto ceco e austriaco, per le location alpine che il Trentino Alto Adige e il Piemonte si sono fatte soffiare). Lo ha scritto per la prima volta in inglese, grazie alla collaborazione dell'ex frate francescano Kelly Masterson, e diretto, con grande disinvolutra ritmico/iconica, l'enfant prodige di The Host, al sesto lungometraggio, il 44enne Bong Joon-ho. Che ha scoperto il fumetto in una fumetteria di Seul e ne è rimasto folgorato divorandolo con la velocità con la quale Michalkhov Konchalovsky aveva montato Runaway Train prima che Mister Golan, il produttore Cannon, intervenisse a dargli una calmata rifacendo l'editing. Bong Joon-ho ha capito la lezione. Il montaggio non è frenetico, anzi il rumore del treno si sente a stento. L'alta velocità nel 2031 va a ultrasuoni.

Tanya (Octavia Spencer), guai se le toccano il figlio
Cromaticamente passiamo dalle 50 gradazioni di beige in stile 1984 per descrivere la miseria alla Victor Hugo dei poverissimi reietti delle ultime classi sociali agli arcobaleni stra-pop della tavolozza Roy Lichtenstein, quando si passa in prima classe (con striature Sorrentino). Gore, splatter, comedy, pamphlet politico, green-horror, cannibal holocaust style, burlesque, orchestre d'archi sarcasticamente sentimentali (le musiche sono di Marco Beltrami) fanno tutte parte del grande gioco (finto, teatrino, inconsapevolmente interpretato) 'lotta di classe'. Già, si toccano con animo biforcuso, un po' scherzando un po' buttandola sul tragico e sul teologico, argomenti seri. Patchwork e bricolage, secondo le ultime istruzione del manuale post-moderno, sono messi sull'attenti e piegati a intenzionalità politiche forti e corrette.  


Curtis, pronto all'azione
Snowpiercer, il trafiggi neve, il treno transcontinentale supertecnologico che da 18 anni fa il giro del globo senza mai fermarsi grazie a un motore in moto perpetuo, nasconde però alcuni dettagli ben poco tecnologici, che il falsoeroe del film, Chris Evans (Curtis), ex cannibale di carne tenera (i neonati erano i più squisiti) scoprirà con orrore sommo un po' ridicolo prima di automutilarsi: il lavoro minorile schiavistico. Il pianeta è ormai una lastra di ghiaccio, uscire dal treno vuol dire morire all'istante. Fuori neppure inuit e orsi bianchi resistono...I responsabili politici finalmente sensibili all'effetto serra hanno infatti avuto la geniale idea di cospargere l'atmosfera di CW7. Esperimento fallito. 

Bong Joon-ho sul treno
E qui ecco il primo shock. Si diceva che la guerra atomica non sarebbe mai scoppiata perché - grazie John Badham - in quel gioco non c'era un vincitore ma solo due perdenti. Capisco che oggi le anime belle tra i politici si chiamano grillini, talebani o liberal limousine. E che Arafat e Lady Diana li fanno fuori col polonio senza che importasse molto a nessuno. E che la Thatcher, nel film resa nel modo più arrugginito e delizioso possibile da Tilda Swinton nella più bella caricatura mai concepibile di Meryl Streep, sia stata un mito british. Ma la stupidità umana non può arrivare a concepire un parco binari (con tutto il lavoro tecnico-operaio che comporta) che per 18 anni regge una supervelocità che comunuque è sempre basata su qui pochi millimetri di differenza tra una ruota qualunque e una fragilissima ruota da binario. I figli di ferrovieri, e non solo Ken Loach, sanno benissimo che la privatizzazione (o societarizzazione come preferisce chiamarla ex ministro dei trasporti Burlando) delle ferrovie è una sciocchezza politica e sociale, soprattutto perché impedirebbe la plausibilità di qualunque magnifico kolossal post- catastrofico. Ma è un fumetto, bellezza.   

L'elettrricista coreano ha il traduttore automatico
Bong Joon-ho non è figlio di ferrovieri, ma di designer. Cinefilo spinto, laureato in sociologia, fa la triplete (vincendo i festival di Cognac, Torino e San Sebastian) con Memories of murder, 2003. Dirige poi The host, che rilancia il genere horror in tutto il mondo (2006), che va a Cannes, dove Bong è presidente della giuria per la Camera d'or nel 2011. Gli altri film che ha girato sono Barking Dogs Never Bite (2000), Tokyo! (2006), e Madre (2009).




giovedì 7 novembre 2013

Il re di Roma, Tsui 'il vincitore'. Inizia il festival numero due di Marco Mueller


Roberto Silvestri
Tsui Hark, l'Orson Welles dell'Oriente Estremo


Festival Internazionale del Film di Roma (8-17 novembre). Ottava edizione. Potrà non piacere ancora la ex-neo Festa del cinema e per tanti e contraddittori motivi: troppi soldi, pochi soldi, troppi compromessi con il potere politico ed economico, troppo costosi i biglietti, troppo arty i film, troppo vaticana, poco Maxxi, niente anima, troppo ostile a Venezia, troppe star, pochi divi, troppo Veltroni troppo poco Veltroni, neanche una idea innovativa finora, troppa distanza di gusto tra Mueller e Sesti, poca Camera di Commercio e troppa Camera di Commercio, poco mercato, troppo mercato, troppa Polverini, troppo Rossa, pochi i tappeti rossi davvero charmant, troppi film italiani, pochi film italiani, troppo cinefila, troppo commerciale, molto radical chic, stronzissima e neanche chic... 

Ma un festival ci mette sempre del tempo a ingranare (pensate a Tokyo che ancora non ci è riuscita dopo oltre 30 anni, o a Marrakesch o a Doha o al Cairo nonostante gli sfarzosi budget). E bisogna ringraziare chi l'ha ideata come Festa - nel mondo si cerca ancora via Veneto e la Dolce Vita, Fellini l'ha disegnata perché sia una capitale popolare del cinema - coinvolgendo soprattutto i commercianti della Capitale, da sempre restii a sgancar soldi per l'arte (Veltroni), chi l'ha abbozzata, puntando giustamente sul sonoro rimbombo mediatico immediato (Piera Detassis, Bettini e poi Rondi), chi ha abbozzato dopo aver cercato di cancellarla (Alemanno, Polverini) per totale incapacità di intendere e di volere le immagini, e chi sta cercando faticosamente di rimetterla al centro del consesso civile mondiale visivo (Sesti e Mueller con i loro collaboratori) approfittando proprio di certe incapacità di intendere e di volere. Sperando che i compromessi plateali (Jacopetti) e bulgari spariscano. 

Però, in un numero di mesi fa, Le Monde, occupandosi dei festival che nel mondo davvero contano e che tanto danno a livello di immagine attraente di un set e perciò di turismo e di indotto economico generale (l'effimero è concreto quanto il marmo di Carraro ma quando costa 9-12 milioni di euro non solo degli sponsor  sarebbe d'obbligo la trasparenza dei budget, sezione per sezione, feste 'private' incluse, fermo restando che quando si lancia un prodotto bisogna includere ospitalità generose e vacanze romane soprattutto per i frequentatori di un Market da far decollare), incredibilemente Roma esisteva, era sulla mappa principale: i nostri cuginetti così nazionalisti la inserivano allo stesso livello, non certo di Cannes, Berlino, Toronto, Sundance e Venezia, ma di Pusan, Telluride, San Sebastian e Monreal. Già un trionfo mediatico. 

Una rassegna metropolitana, poi, che dovrebbe avere il compito di aggiornarci sul cinema importante planatario che il servizio pubblico televisivo e i distributori prima ancora si affanneranno a trasformare in programmi e proiezioni, è anche un po' lo specchio della città in cui si svolge. Se è colta e sofisticata, la capitale, avrà lo spirito di Londra, Copenhagen, Bruxelles, New York e riassumerà davvero quel che di bello si produce nel mondo, socializzandolo in ogni maniera, e infischiandosene se i film siano in prima o in ultima mondiale dell'anno. Se è ignorante e se ne compiace, se è trafficona e albertosordiana, è destinata invece ad arrancare.

Per gli amatori del grande cinema alcuni appuntamenti di questa edizione sono sacri. I premi, intanto. A Aleksej Jurevic German (il 13 e il 17 proiezione del film postumo, Duro essere un dio, e il 14 la tavola rotonda al Maxxi. La Master class di Tsui Hark il 16 alle 21 in sala Sinopoli dopo la proiezione di Rise of the Sea Dragon in 3D. E gli omaggi, le retrospettive e le tavole rotonde. Si incontrerà l'attore John Hurt (il 9 alle 16), il regista nordamericano progressive Jonathan Demme (il 10 alle 18), il cineasta spagnolo anarchico Alex de la Iglesia il 10 alle 17.30 (?!), il primo ballerino della regia contemporanea Spike Jonze l'11 alle 16. Gli attori Christian Bale e Casey Affleck, il 12 alle 17.30, i cineasti Usa Wes Anderson e Roman Coppola, il 13 alle 17.30, e il mago degli incassi Checco Zalone, il 14 alle 17. E poi un omaggio a Bertolucci come genio dell'intervista, con il film di montaggio di Walter Fasano e Luca Guadagnino. E le retrospettive dedicate a Claudio Gora  e al Peplum (consigliamo almeno La vendetta di Ercole di Cottafavi, il 17; Ercole al centro della terra di Mario Bava, il 9; Maciste all'inferno di Riccardo Freda il 12 e I giganti di Roma di Antonio Margheriti il 16. Alle 14.30 e al Teatro Studio, tranne Bava alle 22.30 al Maxi).

Once upon a time in China di Tsui Hark
Abbozziamo anche qualche consiglio. Il gioco è che se non ci sono almeno una ventina di film che dovremo vedere per forza il cartellone sarà debole. L'8 c'è Planes 3d della Disney alle 11. Snowpiercer di Joon-ho Bong il regista coreano che più è il più adorato da Quentin Tarantino, alle 22.30. Il 9 Davide Ferrario con La luna su Torino. Little feet di Alexander Rockwell e il nuovo de la Iglesia. Lettera al presidente di Marco Santarelli, un documentarista di frontiera alla Rosi racconta attraverso le lettere, le suppliche, gli ammonimenti dei cittadini ai presidenti della repubblica, da Einaudi a Leone, molte pagine intime della nostra storia 'rimossa'. Il 10 Come il vento di Marco Simon Puccioni, con Valeria Golino che interpreta un personaggio reale, Armida Miserere, la prima direttrice donna, ma soprattutto anticonformista, di un carcere, quello di Sulmona.  E poi consiglio le opere di Vincenzo Marra, Kamal Swaroop (indiano) e del portoghese Vitor Goncalves, Manetti Brothers. Chissà come sarà lo Stalingrado 3d dell'ultimo rampollo dei Bondarchuk. L'11 è il giorno di Vittorio Moroni, con Se chiudo gli occhi non sono più qui, Carlo Carlei, con una nuova versione di Giulietta e Romeo, dopo quella difficilmente superabile di Lloyd Kaufman, di Spike Jonze con Her,  e Il venditore di medicine di Antonio Morabito (un documentarista 'marginal' che si è confrontato finora ad alti livelli con la storia degli anarchici di Carrara e con la vitalità filosofica di un corpo malmesso ma oltremodo sano), con Claudio Santamaria e Isabella Ferrari (campionessa uscente del festival): un intrigo scomodo, basato sull'impuro traffico dei farmaci (c'è anche Marco Travaglio (sarà incorruttibile?).  Il 12 tenere d'occhio Yashuiro Yoshiura, Eli Roth, ovviamente, Elisabetta Sgarbi e la prima mondiale del nuovo film di Demme, Fear of Falling, alle 22.30, 9 euro al Barberini. Un dramma di Ibsen messo in scena da Gregory. Non perdere il film su un pioniere del cinema indiano di Kamal Swaroop, Rangbhooni, ambientato a Benares. Il 13 Turtletaub, German, Lizzani ricordato con Il processo di Verona.  Il 14 due film di Kurosawa Kiyoshi, Joaquim Pinto e l'altro film di Swaroop, I'm door by door. Il 15  The hunger games di Francis Lawrence;  Takashi Miike con The mole song e Tariq Teguia con Zanj Revolution. Il 16 è il giorno di Hirokazu Kore-eda con I wish e di Tsui Hark. Il 17 i premi e il Bertolucci di Fasano-Guadagnino. Ce ne sono più di venti, dunque......