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sabato 24 agosto 2019

Il Signor Diavolo di Pupi Avati. Un capolavoro di "cinema vizioso"


Roberto Silvestri 


Chiara Caselli in "Il signor diavolo" di Pupi Avati



Autunno 1952. Bassa ferrarese. Due quattordicenni di paese, Carlo e Paolino, prendono in giro Emilio, un coetaneo molto ricco, che ha la bici e loro no, ed è brutto, denti deformi, e spaventoso come un diavolo. E come tale è considerato in paese, perché ogni handicap viene considerato - più vicini a Hitler che a papa Giovanni XXIII - la segnaletica esplicita del maligno. Emilio, per vendicarsi, fa lo sgambetto in chiesa a Paolino che schiaccia l'ostia sacra con la scarpa. Orrore degli orrori. Ecco la prova tanto attesa. A Carlo il compito di vendicare il mondo, eliminando il male assoluto con ogni mezzo necessario e con la complicità di preti, suore, esorcisti e politici di provincia che diffondono la fake new di un Emilio già divoratore della sorellina, e aizzando alla caccia alle streghe, al signor diavolo e a tutti quei cattolici modernisti e anti-tradizionalisti che hanno la sfortuna di mettersi in mezzo. E a quelle donne di città, traditrici dello scudo crociato e di certo viziose, come la mamma di Emilio, Vestry Musi, ricca, raffinata, autonoma, non sottomessa all'uomo, che è ancora più diabolica del figlio (una Chiara Caselli, che coniuga dark e illuminismo, in uno stupendo ritorno). 
Attenzione a non sfottere il rosario... Nonostante papa Francesco il cattolicesimo conservatore e reazionario non è stato affatto sconfitto. E usa qualunque cosa, perfino le felpe, per travestirsi. 

Filippo Franchini è Carlo Mongiorgi, l'assassino, in Il signor diavolo di Pupi Avati

La funzione del vizio, scriveva Samuel Butler, è mantenere la virtù nei suoi giusti limiti. E non c'è cineasta più vizioso di Pupi Avati che torna dopo un po' di televisione sul grande schermo dando immagini a un suo romanzo pubblicato da Guanda. Giuseppe Marotta lo avrebbe sicuramente inserito nel 142esimo girone dell'Inferno dantesco, dove ulula e si contorce la gente del cinema, tra Cecil DeMille che nomina Dio invano, Mastrocinque,  Matarazzo, lo Zeffirelli di Camping, un certo Zavattini che ha premiato a Cannes "un brutto film sovietico" (Quando volano le cicogne di Kalatozof) e quei registi di cinema bis come K. Crane di Il pianeta dove l'inferno è verde, che usano i generi per fare certe assurde, ingannatrici deviazioni dal senso comune... 
Ce lo spiega Antonioni quando scrive che "i film artistici sono i vizi di una produzione interamente virtuosa, cioé commerciale. Se la virtù avesse campo libero essa sarebbe insopportabile. I film viziosi sono rari, mentre gli altri sono più numerosi e spesso più remunerativi. Ma sui film viziosi poggia il prestigio di una cinematografia". 


Alessandro Haber, l'esorcista

A proposito di vizioso. Girando per le zone del film, Loreo o Pioppa... Antonioni e Avati catturano un certo erotismo proibito di quelle stradine e piazzette un po' lontane dal Po. Scrive Antonioni  nell'autobiografia montata da Carlo Di Carlo in occasione della retrospettiva newyorkese del 2017..."bambine sui dieci anni, sdraiate al sole che si muovono come donne, e ti danno i brividi accendendo di desiderio più di qualunque Marlene. E se le guardi non puoi sostenere il loro sguardo. Non si possono dire certe sensazioni. Bisogna venire a Loreo". Ed ecco che Pupi Avati rende casto quello sguardo, nel film, affidandolo ai soli adolescenti coetanei che, col baratto, soddisfano certe lussurie visuali tra teenager e ci insegnano che le immagini sono qualcosa di più di una definizione ottica. 
Gabriele Lo Giudice è l'ispettore del ministero Furio Momenté in Il signor diavolo di Pupi Avati

Questo Il signor diavolo mi ha fatto infatti pensare, più che alla bassa ferrarese di Mario Soldati, e non solo per le atmosfere, non più appenninico-emiliane, ma veneto-padane, proprio ad Antonioni, il fustigatore geniale dei cattivisti (chi teme la furia dei buonisti, cioé coloro che smascherano le cose vere denudando le fake news, come il Maligno teme i Fedeli d'amore). Sono due cineasti che farebbero i tripli salti mortali per catturare l'invisibile. Ciò che non c'è. Ma è più vero del vero. Anche se Il signor Diavolo (con la d maiuscola o minuscola?) segna un benedetto ritorno al fantastico o all'horror gotico-padano del cineasta di Balsamus e della Casa delle finestre che ridono, gli stracult che sappiamo. Un esperto di sovrumano, come Michelangelo, cosa ha in comune con un esperto di subumano, come Pupi? Entrambi, disgustati dal cinema medio quieto e roseo, gastronomicamente corretto, tracciano salutari deviazioni. 


Gianni Cavina (a sinistra) e Lino Capolicchio, il sacrestano e il parroco Don Zanini
E poi. Ecco l'horror spiegato anche ai bambini. Quel che Guadagnino ha fatto con Suspiria, regalando a Dario Argento un fondale storico politico incomprensibile ormai allo spettatore del XXI secolo, i magnifici e terribili anni settanta, Pupi Avati fa, concentrandosi sull'autunno del 1952, caliginoso e torbido, con l'Antonioni padano, quello di Gente del Po e poi anche del Grido, di Deserto rosso e Al di là delle nuvole, rendendo più concrete e terragne quelle astrazioni spaziali, quei movimenti misteriosi dell'anima, quei tentativi di identificazione della verità. Se lì c'è la Bader-Meinhof e la Shoa e Walter Ulbricht, a spiegare l'origine di certi orrori, qui c'è la Dc del primo ministro (per la sesta volta) De Gasperi che ci fa entrare nella Ceca, comunità europea del carbone e dell'acciaio, perché siamo moderni. Ma c'è anche la Dc inquinata dal racket maccartista-mafioso, del segretario Guido Gonella e della "legge truffa", perché siamo anche molto medievali. Ci fu quell'autunno il primo tentativo (fallito) di far passare un bel premio di maggioranza drogato a chi vinceva le elezioni politiche: "l'operazione Sturzo", l'alleanza auspicata cioè tra una Dc deviata, ma coperta dal santo Papa Pio XII, e i monarchici e il Msi per battere la sinistra. Cose diaboliche, appunto, che appartengono a un passato lontano e ormai dimenticato (?). E ci volle Belzebù-Andreotti per sconfiggere quelle macchinazioni poco costituzionali. Ma Dossetti se ne andò e Fanfani arrivò. Fu un autunno fatale da non dimenticare mai. Materia buona per un super horror. Pupi si chiede. In questa fase, oggi, abbiamo un Belzebù altrettanto abile nel tenere a bada il Male Assoluto? Capace di scovarlo? Neutralizzarlo? Sconfiggerlo? Magari buttandolo vivo dentro una tomba come succede nelle saghe Marvel dei super eroi o negli ambienti vaticani dei Principi Neri dove scomparve Emanuela Orlandi? 
Pupi Avati 
Pensavo a Antonioni anche perché è un film visivamente perfetto che vuole essere "il giardino d'infanzia di ogni narrativa". Ovvero si muove irritando lo spettatore-blockbuster standard: "fili di racconto dispersi nella bora di una incompetenza sconcertante, inaudita, vi cercano invano la sottile trama dell'organicità, della chiarezza, della verosimiglianza". E' ancora Marotta, critico feroce di Il Grido di Antonioni, certo assolutamente incompetente del mondo che Marotta credeva di vivere. Anche il mondo diabolocentrico di Avati è molto difficile da comprendere. Bisogna possedere un breviario d'accesso. O almeno rileggere le belle pagine che Franco Porcarelli alias Adan Zzywwurath ha dedicato al signor diavolo nella sua indispensabile Fantaenciclopedia in due volumi (Manifestolibri). Dove si ricorda la natura ingannatrice del diavolo. "Al diavolo non bisogna credere neppure quando dice la verità". "Val meno una verità del diavolo che una bugia del papa"... E' duro per l'esorcista, quando fa le sue fatidiche 18 domande terra-terra al demonio, decifrarne le risposte... E' ostico (tranne per gli stipendi dell'esorcista) un mondo dove, secondo la Cabala, sono oltre 7 milioni i demoni al lavoro. E così via. Satana può travestirsi da 'angelo custode' (lo conosce bene), e perfino da Cristo (la tecnica di smascheramento è sputargli in faccia perché "il diavolo ha in odio l'umiltà", come racconta San Francesco di Frate Ruffino che, come Pablito Calvo, se lo vedeva sempre davanti crocifisso) e secondo i Vangeli è lui "il signore del mondo", anzi, rafforza il concetto San Paolo: "è il dio di questo mondo". Il centro di questo mondo. Ma allora? L'uomo e la donna e i trans qualunque come possono essergli superiore e sconfiggerlo? Perché è spento dentro. Non ha l'anima. Le colleziona, certo, o almeno cerca di farlo. Ma non la possederà mai. Dal greco daimonia: è cosa nulla e priva di valore, il diavolo. Ebbene Emilio non sembrerebbe spento dentro. Né vuoto. Brutto sì, certo. Ma "brutto come il diavolo" è solo un modo di dire. E i prsonaggi cameo?
Un sacrestano, un esorcista, un magistrato, un parroco.... Cavina, Haber, Bonetti, Capolicchio... ci sono quasi tutti i mostri sacri, gli attori storici e amati di Pupi Avati, più Andre Roncato nel ruolo perfettamente eseguito di uno stimato professore, nel period-movie Il signor Diavolo, questo suo nuovo film, estremamente strano, tetro, gelido al punto che si griderebbe "Ehi Caronte!". Ed esplicitamente autobiografico. 
Nei plumbei anni 50 l'infanzia di Avati fu terrorizzata infatti - come ci ha raccontato a Hollywood Party - dalle prediche apocalittiche di un prete dalla tonaca negra, sul pulpito del giustiziere, che smascherava peccati e peccatori e prefigurava per loro scenari infernali incandescenti, roba da incubi di notte senza fine. I mostri rossi mangia-bambini, il diavolo con le corna a seviziare i malvagi nel peggiore dei modi (invece di premiarli e invitarli a banchetto...). 
L'apologo sataneggiante è ambientato tra la gente del Po e i ragazzini crudeli con le fionde, con Cesare Bastelli, il direttore della cinematografia, a imprigionare e seppellire vive la vita rallentata, l'infinita apatia, il Po uniforme e monotono, campanili, paesi, un po' di bosco, argini nudi che non finiscono mai, la nebbia, i fulmini, la pioggia, il panorama piatto e oscuro, i colori di un tonalismo acido, azzurri e verdi glaciali molto desaturati, le chiese con le tombe settecentesche nel pavimento da scoperchiare, le atmosfera Todo Modo, sinistramente preconciliari e già pericolosamente dorotee. E in un ritmo che neanche l'adorato Charlie Parker avrebbe saputo tenere così libero, ferreo, inquietante e dissonante senza l'aiuto fracassone di Buddy Rich (lp Bird and Dizzy). Con gli spettri della Dc, periferica e nazionale, bisogna andarci ancora molto cauti. E ci si chiede, scusate il bisticcio, come diavolo ha fatto Ivan Zuccon, sul tavolo di montaggio, a parodiare i Sabba, con quei close up richiamati d'improvviso in primo piano, come in un assolo terrorizzato al sax tenore di Albert Ayler. 
Solamente oggi comprendiamo perché manca su questo set solo Carlo Delle Piane che una certa dose di generosità e altruismo l'ha voluta comunque esprimere perfino nel giorno della sua morte. Ricordandoci col guizzo del PR just in time che è uscito proprio in queste ore nelle sale italiane Il signor Diavolo, regia Avati, produzione Avati. Ma anche Luce, Rai Cinema. 01. E indicandocelo, come un film speciale, il ritorno al genere horror gotico-padano che rese celebre e unico Pupi. Senza Carletto, l'alter ego di Avati, è affidato al piccolo, "innocente", plagiato Carletto Mongiorgi, il ruolo dell'assassino (è impersonato dal bravo Filippo Franchin) che, terrorizzato, colpisce nell'occhio con la fionda Emilio, dissanguandolo a morte e diventerà poi il nemico acerrimo di Furio Momenté (Gabriele Lo Giudice), l'ispettore dc che deve contenere l'oscurantismo contadino occupandosi del caso in modo da non compromettere il controllo elettorale del partito cattolico sulla regione "bianca" per eccellenza. Ma c'è anche un altro Carlo, a compensare o aggravare il clima lugubre del luogo, il Padre interpretato da Cesare S. Cremonini. 
Adesso siamo in attesa del prossimo film annunciato di Avati su un episodio della vita di Dante Alighieri (che di inferno e Diavoli era gran cultore e nemico giurato). Parlandone a Spilimbergo, al festival della luce, con Peter Greenaway, quel progetto è stato la causa di un bisticcio imbarazzante tra i due cineasti. Il regista inglese, autore nel 2008 di Cinema is dead, Long live the screen e dunque più interessato oggi alle istallazioni multimediali che al cinema-cinema (nonostante un bello, ma tradizionale, e recente Eisenstein in Messico) ha commentato con la delicatezza e il tatto che contraddistinguono da secoli gli artisti d'oltremanica doc: "Ma lascia perdere, a chi vuoi che interessi oggi Dante? offendendolo a morte. E Avati non dimentica mai i suoi nemici. E' vendicativo come Carletto.   
   


venerdì 8 novembre 2013

Il kolossal post apocalittico buffo e atroce. "Snowpiercer" di Bong Joon-ho. Più atroce che buffo "L'ultima ruota del carro" di Giovanni Veronesi


Roberto Silvestri

Festival Internazionale del film di Roma




2031. Seconda glaciazione. Tutti morti tranne i passeggeri di un lunghissimo treno-Arca di Noé. Un locomotore, inventato da un profetico Messia, tecnocrate alla Luca da Montezemolo, ma più global, e dietro una prima classe de luxe e in fondo una seconda classe infernale. Qui si mangiano manicaretti di carne e pesce e sushi due volte l'anno e ci si droga alla grande di kronol (sostanza tossica lisergica da discarica prodotta sicuramente nelle terre del fuoco), danzando al night, tra una sauna e un'altra, una visita all'acquario, all'orto botanico e dal parrucchiere. Lì si vive senza acqua ammassati l'uno sull'altro, come nei campi di concentramento, con il timore che ogni tanto i ricchi, protetti da soldati anti guerriglia, rapiscano i bambini (e non sono neanche zingari...) o sfracellino qualche arto ai più impertinenti. Sembra 2020 i sopravvissuti di Richard Fleischer....Dopo 18 anni quelli in fondo si ribellano e attaccano la prima classe. Come finirà la storia, sapendo che il nome del regista di questo film è Bong e che Bong è anche quell'ampolla di vetro più braciere che si riempiono rispettivamente di acqua e di droga e che i Simpson scambiano per un 'portamatite carino'?  Ci saranno combattimenti all'arma bianca selvaggi, scontri terrificanti, ma....

Il regista sud coreano Bong Joon-ho, 44 anni
I fumetti francesi vanno molto forte al cinema (soprattutto quelli piratati, cioé scovati contraffatti nel 2005 in una libreria di Seul). Ma non sempre la loro leggerezza acida e swingante è rispettata. A Cannes hanno vinto, con Adèle, grazie a un vero mago del rapporto tra movimento interiore e grafica, Steven Spielberg, presidente della giura, che certo ha visto cose inframol(ecol)ari che gli umani non colgono.  Comunque il suo Lincolm mi sembrava molto più lesbico, come opera storica deviante e destabilizzante.

John Hurt, il vecchio capo dei rivoltosi
Molto atteso alla prima italiana, e accolto da un bel clima primaverile e da applausi generosi, anche la satira dello scontro capitale/lavoro e dell'owellismo tratto dalla novel graphic - stile Metal Hurlant, pubblicata dalla rivista A suivre a cominciare dal 1982 e 1983, scritta da Jacques Lob, fino al 1990 e poi da Benjamin Legrand, e disegnata in bianco  nero da Alexis e poi dall'underground Jean-Marc Rochette - Snowpiercer, un affusolato e fallico kolossal postcatastrofico, claustrofobico e multietnico, buffo e atroce, futurista e demodé, d'apertura del festival di Roma, divertente nel colpo d'occhio e digitalissimo - con tutto quel amputar e saltar di gambe e braccia arabescate e sacralmente islamiste - ma stranamente non in 3D (sulla questione il regista ha litigato con il produttore, il regista Park Chan-wook, che lo voleva con gli occhialetti). 

Chris Evans, il capo giovane dei rivoltosi
Forse, dato l'identico argomento glaciale il confronto con Polar Express di Robert Zemeckis sarebbe stato pericoloso, soprattutto nelle parti girate arditamente dai ponti innalzati sugli abissi e fragilissimi rispetto alle ciclopiche valanghe in arrivo. 

Lo spirito segreto del film è comunque molto più biblico, lisergico e 'sociologicamente 'azzardato' del fumetto (probabilmente, non l'ho letto), ma sicuramente più del capolavoro laico firmato nel 2004 dal regista di Forrest Gump. Che è invece la  commedia perfida e antisistemica, per lo più fraintesa, e messa alla berlina da Giovanni Veronesi nell'altro film di apertura fuori concorso del festival, L'ultima ruota del carro, visto che ne è la versione pecoreccia all'italiana (con Silvio al posto di Steve Jobs a far soldi, cambiare il mondo e a far miracoli e a guarire perfino i malati di cancro, come promise in effetti, Lui). 

L'ultima ruota del carro
Solo che in questa sciagurata ricognizione ancora sordiana del paese, dove cioè ci si compiace e si ride della proria degradazione all'infinito, recitata esageratamente bene da tutti, a cominciare da Haber, Germano e Ricky Memphis, un ragazzetto romano, pippa a calcio e grullo a scuola, che si fa travolgere dagli anni che passano, da Bruno Conti a Battistuta, dal cadavere di Aldo Moro a Craxi a Cicchitto rinato, dal 'tutti contro i politici e il Palazzo' allo stato delle nostre discariche d'immondizie, come se niente accadesse, è davvero l'utile idiota glorificato, perché incapace di prendere l'iniziativa pensando, una sola volta, con la propria testa. Incapace di dire: preferirei di no. Ma, buono dentro e fortunato di fuori, lasciandosi riempire la testa di idiozie. Soprattutto quelle che si è convinti di aver prodotte con la farina del proprio sacco. Un vero obbrobrio il film, da sopportare, sotto traccia e sopra traccia. Non certo perché parla di noi. Parlerà di chi lo ha scritto e diretto. Infatti. Ciò che conta sono sempre e solo le cose orecchiate in parrocchia.... i figli, la moglie che ti vuole bene, la famiglia, l'onestà, chissenefrega se ho perso il biglietto vincente del grattaevinci di 500 mila euro, non bisogna mai fare un passo più lungo della gamba...Eppure l'Italia è ancora l'ultima nazione nella classifica europea della restituzione dei portafogli smarriti....

Elio Germano e Alessandra Mastronardi
Meglio lasciar perdere i valori dell'Italietta del ventennio (uno a caso dei due) involontariamente restaurati e rilucidati in questo sinistro film da morire dal ridere. E tornare alla fiaba post apocalittica sanguinante coreana ben più inebriante e estasiante. E dove circola molta più droga pesante che in Scarface, senza la quale i pochi sopravvissuti del prevedibile finale non ce l'avrebbero fatta. Ci spiace per la Dea, l'agenzia anti droga statunitense, tenuta sempre fuori dal set.  

Tida Swinton, il ministro rapito
Sapevate che la lotta di classe è finita, anzi era una truffa? Non ne siete ancora convinti? Siete nostalgici dei tumulti antisistema? Qui c'è la prova del nove che non avete tutti i torti ad essere moderni, spregiudicati e non ideologici. La lotta di classe, gli scontri, le turbolenze, le rivolte, le insurrezioni, le moltitudini in armi contro i padroni e le corporation non servono che ai padroni e alle Corporation. I black block sono ragazzini ingenui, anime candide manipolate. 

Come si viaggia in secondo classe nei treni ad alta velocità
Chi in questo film metafora del mondo come scontro tra proletari e borghesi si comporta come gli incappucciati neri non si accorge di essere un giocattolo nelle mani di Ed Harris (il dittatore Wilford, il capoguida del treno, il suo inventore, chi fa andare avanti il mondo, che è sempre stato così e sempre lo sarà: diviso tra l'1% di ricchi e il 99% di schiavi) e di John Hurt (il capo dei rivoltosi) che sono in realtà i migliori amici, complici e tutori del Sistema. Sarà marxiano il film nel profondo, o almeno Schumpeteriano ("le lotte sono l'anima della crescita, il lievito dello sviluppo" come affermano sia il Partito Comunista Cinese che il neo sindaco di New York, Bill De Blasio) ma non so se la nostra nuova e vecchia sinistra, e soprattutto la nostra destra d'ospizio queste cose le ha mai masticate. E il film potrebbe scandalizzare non poco. Anche perché i suoi punti di riferimento cinematografici, parola di Bong Joon-ho sono, per quanto riguarda l'immaginario ferriovario, L'imperatore del nord di Robert Aldrich e Il treno di John Frankenheimer, e per quanto riguarda quello extra ferroviario THX 1138 di Geroge Lucas, a proposito di 'rivolta dei reclusi'. E, per quanto riguarda i riferimenti politici(c'è un ufficiale giapponese piuttosto crudele tra i cattivi) la storia dell'occupazione nipponica del paese, piuttosto lunga, feroce e cha ha a che fare con il treno, perché furono loro a costruirla, per rubare meglio le merci coreane. Il film potrà scandalizzare anche perché si parte dal presupposto, caro ai suprematisti e ai millenaristi cristiani, che i poveri si scannano tra di loro e si mangerebbero tra di loro se il potere non intervenisse a fermarli, sfruttandoli e schiavizzandoli solo a fin di bene. Di crescita. Di sviluppo. Di profitti. E qui il film tocca il suo punto dark più divertente.

Gli strafattoni del convoglio. Ma fidatevi di loro....
In molti stati il film è uscito nell'agosto scorso, perché la Weinstein Company l'ha acquistato per tutto il pianeta, ma la dittatura delle anteprime mondiali, ex pallino di Marco Mueller - direttore del festival che adesso è diventato fest(ival) - fortunatamente è finita. E speriamo non solo a Roma. 

Bisognerebbe però istituire una Authority per lo spettatore, uno strumento di garanzia che esiga almeno la presenza nei festival metropolitani di aggiornamento delle pellicole mondialmente e ovviamente più interessanti del momento, e non solo trash chic come questa. Il doc su Tortora sarà anche stato giudicato brutto (non sempre il soggetto edificante è sufficiente) ma i nuovi Nicholas Filibert e Woody Allen non avrebbero sfigurato a Roma... 

Un comizio anticomunista
Snowpiercer è tratto dunque da Le Transperceneige, pura fantascienza post apocalittica, post-razionale e post-emozionale. E' un'opera fuori concorso e anche squisitamente  fuori di testa (anche se lo ha finanziato il ministero della cultura di Seul), caldamente raccomandata infatti da Quentin Tarantino, che l'ha vista a Pusan, e che dispone di una veloce sintesi 'occhio-orecchio-mente' generalmente acuta e convincente. 

Un poster del film
Il film è infatti la produzione più costosa, oltre 38 milioni di dollari, della Corea del Sud (ma il budget è anche un po' britannico, molto ceco e austriaco, per le location alpine che il Trentino Alto Adige e il Piemonte si sono fatte soffiare). Lo ha scritto per la prima volta in inglese, grazie alla collaborazione dell'ex frate francescano Kelly Masterson, e diretto, con grande disinvolutra ritmico/iconica, l'enfant prodige di The Host, al sesto lungometraggio, il 44enne Bong Joon-ho. Che ha scoperto il fumetto in una fumetteria di Seul e ne è rimasto folgorato divorandolo con la velocità con la quale Michalkhov Konchalovsky aveva montato Runaway Train prima che Mister Golan, il produttore Cannon, intervenisse a dargli una calmata rifacendo l'editing. Bong Joon-ho ha capito la lezione. Il montaggio non è frenetico, anzi il rumore del treno si sente a stento. L'alta velocità nel 2031 va a ultrasuoni.

Tanya (Octavia Spencer), guai se le toccano il figlio
Cromaticamente passiamo dalle 50 gradazioni di beige in stile 1984 per descrivere la miseria alla Victor Hugo dei poverissimi reietti delle ultime classi sociali agli arcobaleni stra-pop della tavolozza Roy Lichtenstein, quando si passa in prima classe (con striature Sorrentino). Gore, splatter, comedy, pamphlet politico, green-horror, cannibal holocaust style, burlesque, orchestre d'archi sarcasticamente sentimentali (le musiche sono di Marco Beltrami) fanno tutte parte del grande gioco (finto, teatrino, inconsapevolmente interpretato) 'lotta di classe'. Già, si toccano con animo biforcuso, un po' scherzando un po' buttandola sul tragico e sul teologico, argomenti seri. Patchwork e bricolage, secondo le ultime istruzione del manuale post-moderno, sono messi sull'attenti e piegati a intenzionalità politiche forti e corrette.  


Curtis, pronto all'azione
Snowpiercer, il trafiggi neve, il treno transcontinentale supertecnologico che da 18 anni fa il giro del globo senza mai fermarsi grazie a un motore in moto perpetuo, nasconde però alcuni dettagli ben poco tecnologici, che il falsoeroe del film, Chris Evans (Curtis), ex cannibale di carne tenera (i neonati erano i più squisiti) scoprirà con orrore sommo un po' ridicolo prima di automutilarsi: il lavoro minorile schiavistico. Il pianeta è ormai una lastra di ghiaccio, uscire dal treno vuol dire morire all'istante. Fuori neppure inuit e orsi bianchi resistono...I responsabili politici finalmente sensibili all'effetto serra hanno infatti avuto la geniale idea di cospargere l'atmosfera di CW7. Esperimento fallito. 

Bong Joon-ho sul treno
E qui ecco il primo shock. Si diceva che la guerra atomica non sarebbe mai scoppiata perché - grazie John Badham - in quel gioco non c'era un vincitore ma solo due perdenti. Capisco che oggi le anime belle tra i politici si chiamano grillini, talebani o liberal limousine. E che Arafat e Lady Diana li fanno fuori col polonio senza che importasse molto a nessuno. E che la Thatcher, nel film resa nel modo più arrugginito e delizioso possibile da Tilda Swinton nella più bella caricatura mai concepibile di Meryl Streep, sia stata un mito british. Ma la stupidità umana non può arrivare a concepire un parco binari (con tutto il lavoro tecnico-operaio che comporta) che per 18 anni regge una supervelocità che comunuque è sempre basata su qui pochi millimetri di differenza tra una ruota qualunque e una fragilissima ruota da binario. I figli di ferrovieri, e non solo Ken Loach, sanno benissimo che la privatizzazione (o societarizzazione come preferisce chiamarla ex ministro dei trasporti Burlando) delle ferrovie è una sciocchezza politica e sociale, soprattutto perché impedirebbe la plausibilità di qualunque magnifico kolossal post- catastrofico. Ma è un fumetto, bellezza.   

L'elettrricista coreano ha il traduttore automatico
Bong Joon-ho non è figlio di ferrovieri, ma di designer. Cinefilo spinto, laureato in sociologia, fa la triplete (vincendo i festival di Cognac, Torino e San Sebastian) con Memories of murder, 2003. Dirige poi The host, che rilancia il genere horror in tutto il mondo (2006), che va a Cannes, dove Bong è presidente della giuria per la Camera d'or nel 2011. Gli altri film che ha girato sono Barking Dogs Never Bite (2000), Tokyo! (2006), e Madre (2009).