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sabato 1 ottobre 2016
Sognando Hollywood sul Tevere. La Festa del Cinema Roma anno XI dal 13 al 23 ottobre
Roberto Silvestri
Poco prima dell'On the Road Film Festival del Detour, sempre a Roma, City of Cinema secondo la designazione (forse perfida) dell'Unesco 2015, arriva la Festa del Cinema. Che promette discontinuità rispetto ai dieci anni passati. Si aprirà per l'occasione addirittura un drive in temporaneo, per 100 automobili, con hamburger e cocacole di fronte al Palazzo dei Congressi all'Eur. E si allestirà la mega arena più glamour del mondo a Trinità dei Monti (sarà per soli Vip?). Parole guida del direttore: "qualità e varietà. Eleganza. Internazionalità".
Speriamo che ci sia anche la quinta parolina, discontinuità, perché bisogna sempre sorprendere, e poi perché ai romani, almeno a metà dei romani, la Festa continua a stare antipatica. Forse perché l'Auditorium è fuori mano ed è stato visto, fin dall'inizio, come un giocattolo privato, dal carattere introverso, per gli amici melomani di Veltroni. Qualche settimana fa, però, un indimenticabile concerto horror e semiclandestino di John Carpenter e della sua band avrebbe restituito gli spazi metafanstascientifici di Renzo Piano alla Roma civile, se Roma, ancora in vacanza, se ne fosse accorta.
Il prezzo dei biglietti di ingresso alla Festa è contenuto, varia dai 6 ai 25 euro (per l'inagurazione). Si promettono decentramento e rapporti fecondi con le scuole, autobus veloci e efficienti che collegano il centro della città al palazzetto dello sport. Si mangia, speriamo bene, a Foodopolis (pugliese) e alla Caffetteria Corsini. Saranno presenti per la prima volta i critici del New York Times e del Los Angeles Times, impegnati perfino in un incontro con Sesti e Crespi sul destino della vecchia critica cartacea dopo la rivoluzione copernicana della critica on line.
E all'evento (13-23 ottobre) si arriverà attraverso ben 5 tappe di avvicinamente. Al cinema Barberini il 3 ottobre American Pastoral, di e con Ewan McGregor. Il 9 ottobre La guerra dei cafoni, commedia salentina di Davide Barletti e Lorenzo Conte, alla Casa del Cinema che ospiterà anche, il 10 ottobre, il musical cult Singin' in the Rain, di Stanley Donen, con Gene Kelly, che è il simbolo danzante di questa edizione. L'11 ottobre al Madza Cinema Hall Inferno di Ron Howard con Tom Hanks (il premio alla carriera di questa edizione) e il 12 all'Auditorium Parco della Musica In guerra per amore di Pif.
Ma. La Festa non sfonda, finora, anche perché Roma è la città del ministero. E il ministero continua a sfornare leggi cinema inadeguate (anche la prossima, by Franceschini, se l'iter è quello annunciato, e nonostante qualche soldo in più, sembra punti a confermare per i cineasti indipendenti lo status di dipendenti famelici). Inoltre. Il cinema è "un'invenzione senza futuro" là dove la serie tv regna. Ma qui è il destino di tutti i festival che potrebbe essere segnato. Se funzionano solo i blockbuster nelle sale che bisogno c'è dei festival? Un festival può trasformare un film d'arte se non in un blockbuster in un oggetto d'affezione popolare? In Francia ci riescono, in Italia per niente.
E poi. Non siamo stati forse diffidenti della Camera di Commercio come producer principale (e privato) di un avvenimento culturale? L'esperimento comunque è fallito, e adesso chi co-finanzia di più è di nuovo il ministero, oltre agli anti locali. Ma i "poteri forti" tipo Rai, Cinecittà e Luce non riescono a lanciare neppure il Mercato, che fiancheggia le proiezioni e serve anche a promuovere anche la film commission locale. L'affare cinema in Italia, trent'anni fa all'avanguardia, è crollato, di pari passo con il decrescere degli investimenti su istruzione e ricerca e con la bassa qualità delle sale, della burocrazia e dei servizi rispetto agli altri paesi europei. E se i fari sono rivolti proprio a Roma lo spettacolo non è proprio edificante. Anche se Franceschini assicura che " l'XI edizione della Festa del Cinema arriva in un momento di forte dinamismo per il panorama cinematografico nazionale" e promette risorse per 400 milioni l'anno, forti incentivi per giovani autori e un aumento dei finanziamenti del 60% per sostenere il cinema (e la televisione, e il web). ma io vedo ancora i talenti scappare dal nostro paese, Minervini e non solo lo dimostrano. La loro energia sprecata o umiliata.
E poi. L'Estate romana nicoliniana era davvero un grande Party popolare e sexy, mentre la Festa non seduce, non è virale, forse perché non sa ottimizzare le risorse creative di chi il cinema inebriante (vecchio e nuovo) lo sa scoprire, dal basso e per tutto l'anno - certi magazine on line radicali o il cineclub Detour oggi, come l'Occhio l'Orecchi e la bocca allora - rischiando di persona (*).
Il mix annunciato da Detasise/Monda tra red carpet e documentari impegnati, tra sperimentalismo e film di ogni genere (attenzione all'horror-zombies ecologico Busanhaeng, di Yeon Sang-ho, Corea del sud, 453 km in treno per scappare, da Seul a Pusan, inseguiti dai morti viventi), tra master class e divismo, tipico ormai di quasi tutti i festival (comprese le 24 opere sbandierate "in prima mondiale assoluta) non garantiscono la riuscita di una Festa.
Nella conferenza stampa di ieri, venerdì 30 settembre, il presidente Piera Detassis ha voluto definire l'evento una "Festa Mobile", operativa 365 giorni all'anno. Questo anche grazie al collegamento con centri permanenti culturali come il Maxxi e la Casa del Cinema e ad una programmazione annuale di proiezioni, incontri ed eventi che dovrebbero interessare l'intera regione Lazio. Bene, ma le star le grandi manifestazioni mondiali le costruiscono, non solo le ereditano. Ed ecco riaffiorare costantemente la soddisfazione di aver lanciato ne 2015 Lo chiamavano Jeeg Robot. Gabriele Mainetti. E la promessa: "ci saranno futuri premi Oscar in cartellone, quest'anno".
Bene. Chi vede dietro le star delle macchine attoriali o pensanti di devastante potere destabilizzante, ha sempre apprezzato lo sforzo della Festa romana, dall'epoca Di Caprio/Kidman in poi, passando per Hunger Games, Spike Jonze, i Coen... E osservare frotte di ragazzini delle scuole gioronzolare incantati tra la sala Petrassi e la Santa Cecilia a caccia di autografi è stato sempre gratificante. Qualcosa si muoveva. L'energia fa un festival. Marco Muller, poi, ha cercato di innalzare la Cosa e ha portato un po' di cinema vivo e indigesto, non solo carino e spettacolare, dalle parti del villaggio olimpico (muovendosi però, politicamente, come un elefante tra i cristalli. Chi frequenta il diavolo si guasta, è un problema di neuroni specchio). Però le cifre sbandierate allora parlarono chiaro (ammesso fossero vere): da 600 mila si passò a 80 mila spettatori. Antonio Monda, al secondo dei tre anni di mandato, ora che è "nel mezzo del cammino" cerca di posizionarsi a metà tra il solo glamour e grazie ai magnifici sette selezionatori (tra i quali anche Alberto Crespi, Mario Sesti, Giovanna Fulvi) traghettare da Manhattan, il che è educativo, un po' del coraggioso mondo intellettuale new yorker (ci si deve fidare del braccio destro Richard Pena, ex festival di Chicago, ex festival di New York, ex responsabile del Lincol Center, un curriculum da far girare la testa ai 5 Stelle), capace di tenere testa ai continui attacchi dinamitardi, tipici delle presidenze democratiche fastidiose. Secondo anno su tre. Monda ci promette una edizione politicamente impegnata (non solo a sinistra, come insegnano Renzi e Raggi), aperta alle differenze, simboleggiata dalle retrospettive dedicata a Valerio Zurlini e a Tom Hanks ospite d'onore (vedremo 16 dei 20 film che lo stesso attore-regista ha scelto) e dai tanti omaggi: al rinascimento western e relativi punti di riferimento; a Michael Cimino, all'Armata Brancaleone, a Sordi, a Fritz Lang, a Dino Risi e a Citto Maselli (non perdete il suo mediometraggio L'avventura di un fotografo, 1983, uno dei rari brani di cinematografia ispirato a Italo Calvino), a Luigi Comencini fotografo, a Pontecorvo terzomondista, a Gian Luigi Rondi, ovviamente. E dal focus sui film nordamericani che trattano direttamente di politica, di elezioni presidenziali, di scontro tra repubblicani e democratici che non è tra destra e sinistra, come banalizziamo in Europa. Anche se lo è nel caso Hillay-Trump. 16 film e tra questi, oltre ai classici amati di Capra, Spielberg, Ford, Griffith (eh sì, la sua Nascita di una Nazione sarà razzista, ma ha avuto il merito di trattare senza scrupoli l'argomento tabù della "reconstruction era", il terrore che ha spinto i bianchi verso il KKK e verso l'invenzione del montaggio parallelo...), Rossen, Preminger, Stone, Altman, Preston Sturges (The Great McGinty, 1940), consiglio soprattutto i documentari The War room di D.A. Pennebaker e Chris Hagedus (1993) e Primary di Robert Drew (1960), oltre al manifesto grondante ideologia anti-F. D. Roosevelt Young Mr. Lincoln (1940) di John Ford, repubblicano sfegatato come Clint. Prenotarsi, da subito, dunque, anche per gli incontri con le super star, oltre Tom Hanks: Meryl Streep, Dom De Lillo lo scrittore innamorato di Antonioni; Oliver Stone, Daniel Libeskind, l'architetto che ci ha restituito "le torri", David Mamet, Viggo Mortensen (ma il suo film revisionista, e involontariamente comico, sulla cultura hippies Captain Fantastic, in programma, è piuttosto irritante), Ralph Fiennes, Bernardo Bertolucci, Gilbert & George, a cui è dedicata la giornata più interessante, da punto di vista filosofico-concettuale, e radicale, dal punto di vista cinematografico (assieme a Seven men from now di Budd Boetticher e Kubo) sia per la proiezione del magnifico documentario che si sono dedicati The World of Gilbert& George, a 35 anni dalla prima romana del Capranichetta) sia del loro film preferito, Shaolin Martian Arts di Chen Chang; e ancora Renzo Arbore, Andrzej Wajda, Jovanotti, Paolo Conte e Roberto Benigni....
Siamo così all'undecesima edizione della Festa. Ci vuole pazienza e tempo. Cannes ha impiegato 20 anni per il decollo. Ma adesso in Francia guida le classifiche di incasso non un blockbuster Usa ma il nuovo Xavier Dolan, enfant prodige canadese francofono (Proprio la fine del mondo) e sarebbe ridicola una polemica parigina sul Leone d'oro a Lav Diaz, o sulla candidatura agli Oscar di Fuocammare, visto che Lino Brocka, e Gianfranco Rosi e perfino Michelangelo Frammartino e Ciprì&Maresco, e l'intera onda rumena passa in prima serata tv da anni e si mastica tanto cinema quanto calcio. Tokyo, che tra i festival metropolitani, tipo New York o Londra, è la più ambiziosa, ancora non c'è riuscita a compiere il grande balzo in avanti e sfiora le trenta edizioni... Quando a Roma si discuterà nei bar di Toni Endmann almeno quanto di Totti, se ne riparla. Se pensiamo che in tutto il cartellone romano 2016, alla faccia della tanto sbandierata "differenza" e della tensione e pulsione "internazionalista", però non c'è quest'anno un solo film africano e medio-orientale (a parte un palestinese) ed è modesta la presenza asiatica, e perfino di rumeni, citati assieme ai messicani come i più interessanti cineasti del momento, non c'è traccia nel programma, qualche diffidenza resta. Il desiderio malcelato sembra riaprire la stagione di Hollywood sul Tevere. I set di 007 e di Ben Hur (purtroppo è andato male al botteghino) sono stati così salutarmente shockanti che questa sembra la strada imprenditoriale da percorrere. Così metà programma è romano (antico: Sordi, Maselli, Zurlini, Comencini.....), perfino qualche affondo storico indigesto (come il doc su Freddi). Metà nordamericano o comunque di lingua Brexit.
Però ci saranno, e sono imperdibili, The Birth of a Nation, dalla autobiografia di Nat Turner, leader di una ribellione degli schiavi d'America domata a fatica negli anni trenta del XIX secolo, la risposta african-american e "pugno nello stomaco" a Griffith e alla sua versione Kkk della reconstruction era. Immancabile, soprattutto pensando alla campagna stampa reazionaria e suprematista contro il regista, Nate Parker, che si potrebbe paragonare a quella contro Hillary, "corrotta" e moglie di uno stupratore". Se si ha il potere nei media ogni bugia e calunnia oggi diventa verità. Un Fritz Lang di Gordian Maugg (Germania) dove si vuole far passare il grande regista espressionista per un egocentrico maniaco sadico e uxoricida, insomma Goebbels non era che un dilettante. Into the Inferno di Werner Herzog, viaggio tra i vulcani più arrabbiati del mondo, che sarà adorato da chi ogni tanto tifa per l'Etna in azione. Qualche film addirittura negazionista sullo sterminio degli ebrei, degli zingari e dei comunisti (ma non erano proibiti per legge film simili?). Il documentario di Vanni Gandolfo L'arma più forte, l'uomo che inventò Cinecittà, nella sezione Riflessi, sull'ex gerarca nazi-fascista Luigi Freddi, imprigionato dopo la liberazione e poi graziato, e tornato a far cinema, è interessante perché bisogna fare i conti con un teorico del cinema che non solo fu l'inventore di Cinecittà, ma lo stratega, sconfitto, di un cinema completamente statalizzato, sul modello di Goebbels. E per colpa sua Elsa Morante fu costretta a dimettersi da critica della Radio Rai perché nei primi anni 50 si rifiutò di recensire un documentario da lui prodotto.
Rules don't Apply, il film di Warren Beatty su Howard Hughes, invece, non ci sarà. E' il grande cruccio di Antonio Monda e dei suoi partner. Sarà infatti proiettato in anteprima mondiale e sarà la vedette del festival organizzato nel prossimo novembre dall'American Film Institute di Los Angeles. Roma non ne è ancora una valida alternativa. E patische anche handicap tecnologici. L'atteso film di Jonathan Demme su Justin Timberlake infatti non si potrebbe nemmeno proiettare a Roma. Per carenze tecnologiche sul versante digitale. ?!!?
Però le novità, a parte l'apertura di un Drive in e la serata magica per festeggiare i 100 anni di Gregory Pek con la proiezione di Vacanze Romane in piazza di Spagna, nell'arena più bella del mondo e alla presenza dei due figli del grande attore, l'annuncia Raggi, con toni paternalistico-pariolini: "dobbiamo riportare la cultura nelle perfierie" (chi l'ha mai portata via?), farla scorrere nelle vene della città come capillari che irrorino tutto il territorio". E speriamo non sia una irrorazione tossica.
Insomma non solo l'Auditorium Parco della Musica, ma anche The Space di piazza Esedra e il Farnese, Rebibbia inteso come carcere (e questa è una grande iniziativa, speriamo che facciano vedere i film giusti) e la scuola Di Donato, il Broadway e Cineland. Un giorno in più rispetto al 2015, ma identitco il budget dichiarato: 3,4 milioni di euro (10 milioni di euro se si considerano tutte le manifestazioni cinematografiche dell'anno a cura dell'Auditorium Parco della Musica), sponsor compresi.
Il tappeto rosso ci sarà, e sarà grandissimo, solcato da "almeno 32 celebrità di primo livello (forse 33). Avrà perfino una appendice in via Condotti. La madrina no, non c'è, e non ci sarà neanche la cerimonia di inaugurazione e finale. Stoccata a Barbera.
In conferenza stampa Piera Detassis che adesso è presidente della Festa (o Festival, ancora ci si confonde), ci tiene a dirlo. Nessun orpello. La politica della Festa è "nicoliniana", ma declinata alla Rondi: "tutti i (tipi di) cinema per tutti i pubblici", insomma nicoliniana, ma alla rovescia. Invece di portare le periferie al centro, creando uno scandaloso movimento imprevisto e antagonista, interferenze promiscue, succhiando vampirescamente la ricchezza della strada, la "cultura invisibile delle masse" si sarebbe detto in quegli anni, la Festa vuole espandersi nelle periferie, e in tutta la regione, irradiando cultura e insegnando cos'è il cinema e quali sono i suoi capolavori nelle scuole. Però la diretta televisiva di un grande avvenimento cinematografico (Golden Globes, Oscar, Cannes, Donatello, Nastri d'argento....), appetibile ormai quasi quanto una diretta sportiva, i Giochi Olimpici o un duello presidenziale, è insomma una macchina per fare cassa molto prelibata. Bisognerà pensarci. Rondi l'avrebbe fatto. Magari facendo coincidere Festa e galà del Donatello.... Solo la sezione autonoma ma fiancheggiatrice Alice nella città, equivalente di Generation 14 a Berlino, ha la sua giuria, con Matt Dillon presidente illustre (e ormai romano, visto il suo fidanzamento con Roberta Mastromichele) e si godrà in prima mondiale l'atteso cartoon del rampollo di Mister Nike, Kubo.
Il bel poster con Gene Kelly e Cyd Charisse in una foto di scena in bianco e nero sul set del sogno di Un Americano a Parigi riassume bene la strategia nostalgico-imprenditoriale di Monda. Mettere insieme quel che Cannes, concorso e Certain Regard, e a Venezia, concorso e Orizzonti, separano. Sperare di azzeccare, più di Toronto, Telluraide e Venezia il futuro film Oscar. Tra i 45 film della selezione ufficiale solo 4 sono italian: Maria per Roma di Karen Di Porto, una piccola grande commedia ci dicono alla Nanni Moretti primo periodo, prodotta da Galliano Iuso. Il documentario di Francesco Patierno Naples '44 tratto dall'autobiografia di un ex ufficilae inglese (John Huston, testimone anche lui dell'orrore insostenibile di Napoli 1944, come Curzio Malaparte, ci metteva però in guardia dai ricordi degli ufficiali inglesi, usi a mentire soprattutto quando si dovevano coprire gli stupri dei loro soldati e incolpare i marocchini). Sole cuore amore di Daniele Vicari con Isabella Ragonese, sull'amicizia tra una coreografa-danzatrice e una mamma casalinga. E il ritrono di Michele Palcido al cinema di combattimento con 7 minuti, che non è il tempo impiegato statisticamente per arrivare all'orgasmo (Russ Meyer docet). Ma quello impiegato da una multinazionale per licenziare tutti gli operai di una fabbrica tessile considerata obsoleta senza che, costituzione italiana alla mano (quella protetta dal No), lo stato fermi il crimine. Il pubblico darà l'unico premio, e si risparmia sugli invitati. O meglio li si usa davvero: Meryl Streep, interrompendo la campagna elettorale al fianco della cara amica Hillary, ha accettato di venire anche per ricordare il caro amico e complice Donad Renvaud.
In studio, a via Asiago, Roma, prima dell'inizio di Hollywood Party, arriva un sms di congratulazioni. Alberto Barbera si complimenta con il direttore artistico Antonio Monda per il programma. E' la fine della guerra tra la Mostra e la Festa. Meno male. Ma di "Festival del cinema" in Italia, dopo la cacciata di Turigliatto/D'Agnolo Vallan da Torino, ne è rimasto almeno uno?
Tra le cose sparse da consigliare: Snowden di Oliver Stone che Venezia non è riuscita a ottenere; Afterimage di Wajda, perché si risarcisce il lavoro di un importante pittore dell'avanguardia pittorica polacca, Wladislaw Strzeminski, fondatore della corrente dell'unionismo, molto combattuta dalla corrente body art del partito operaio unificato polacco durante l'epoca stalinista di Bierut (sarcastico); La mujer de l'animal del colombiano Victor Gaviria; The Roling Stones olè olè olè sul tour in America Latina e a Cuba della band di Paul Dugdale; il ritratto del regista di Drugstore Cowboy, Cowgirls e Boyhood, Richard Linklater Dream is Destiny di Louis Blake. Utile infine al ministro Franceschini per rifinire la sua nuova legge introducendo articoli da "adfermative action" a favore degli italiani di orgine extracomunitaria Blaxploitalian 100 anni di afrostorie nel cinema italiano di Fred Kuwornu. E, se non è un errore del catalogo della Festa, la produzione, emblematicamente, non è italiana. Ma è Usa. Extra sezione ufficile anche il montaggio di Cimino delle sequezne di ballo più belle della storia (ma dove l'ho già vista...a Cannes?), Lascia stare i santi di Gianfranco Pannone, sulla devozione religiosa popolare; Le scandalose di Gianfranco Giagni, un documentario sulle donne che uccidono i mariti o i loro uomini, le vendicatrici; il doc di Giovanni Trillo su William Kentridge, l'artista sudafricano che ha cercato inutilmente di rendere preziose le sponde del Tevere; Cinque mondi di Giancarlo Soldi sui nostri premi Oscar recenti. C'è anche Roberto Benigni che ha accettato di tenere una attesissima lezione di cinema.
(*)
Una indifferenza che l'ecumenico Bettini prima di essere emarginato affermava di voler ridurre, ma che adesso in epoca di populismi (quando si enfatizzano le virtù sacre e salvifiche del popolo affinché lo si manovri meglio, e dall'alto) torna sovrana, anche perché la politica da ultrà del pop di Veltroni (ancora operativa in epoca Renzi/Raggi) rischia di enfatizzare e congelare solo l'esistente consacrato dal reference system che si scambia per meritocrazia (è molto divertente, in questo senso, assistere allo scodellamento da ragioniere delle percentuali di biglietti venduti in tutti i festival italiani di cinema, che sono sempre, da Rito, il 7-8% in più dell'edizione precedente, fidarsi sula parola).
Il crollario è sterminare i piccoli festival creativi e fecondi, perennemente in rosso, fare come se I mille cchi di Trieste non esistesse, e strangolare i piccoli, lenggendari cineclub (il Filmstudio è stato di nuovo assassinato, come Marino), pericolosi perché rappresentare l'aborrita Antitesi d'immaginario, e imporre il gusto unico della manifestazione celebrativa a budget degno delle celebrieties da pagare profumatamente (proprio come nelle feste paesane o al Giffoni). "Ma chi so sti Maori?" disse un adepto del veltronismo anni fa alla Mostra di Venezia, visto che per la Rai doveva intervistare un regista neozelandese... e da allora "boiate pazzesche" sono diventate tutte le esperienze schermiche più lisergiche e aliene, da de Oliveira a Weerasetakul, da Hou Hsiao Hsien e Lav Diaz, da Chahine a Gitai, se le gestisca Ghezzi, mai approdino a Sky Cult. E' questo il politicamente scorretto, la dittatura delle minorante, che inebria chiunque ha un briciolo di potere, perfino Pagina99 (con quel titolo!). Tradotto in italiano vuol dire inebriarsi di ignoranza, maleducazione e volgarità. L'1% che si compiace della proprio degradazione e diventa il modello per il 99% restante.
mercoledì 28 ottobre 2015
Il cinema italiano dopo Venezia e Roma. La necessità del "fuori Norma"
FUORI NORMA
“Moving
images” in Italia, oggi. Bilancio di fine stagione, dopo Venezia (dove nel
frattempo viene riconfermato Alberto Barbera per l'edizione del 2016) e
Roma, aspettando Torino. Che situazione c'è?
Intanto. Ha
funzionato la Festa romana ideata per il decennale da Antonio Monda e Piera Detassis,
interpretando in maniera più veltroniana di Mueller la meno ambiziosa
collocazione della manifestazione capitolina "sul modello del festival di
New York" (insomma da informativa metropolitana di buon livello)? La risposta è sì e no. La balena ancora non ha raggiunto il mare aperto, per usare la metafora mondana.
Una grande festa metropolitana cinematografica di fine anno, Londra per esempio, e
anche New York, nonostante godano di aggiornamenti fisiologici e più puntuali nel corso di tutto
l'anno (Parigi non ha un grande festival propio perché è un grande festival diffuso nel
corso di tutto l'anno), proiettano molti più film e fanno molte più repliche. Il pubblico fa a pugni per vedere Zemekis e Chantal Akerman, Gitai o Sion Sono. A Roma meno.
Le metropoli
sono voraci. Roma, per festeggiare davvero, dovrebbe dunque saper offrire a un pubblico che c'è - ma diffida di questa istituzione para partitica para ministeriale e para accademica - molti più film
(la distribuzione italiana è carente, per questo è giusto sostenere le feste i festival e le rassegne, piccole medie e grandi, per rianimare un mercato super fiacco e allevare esploratori del web coraggiosi e consapevoli), e saper rispettare ed eccitare tutti i vari segmenti del consumo, alto basso trasversale trans camp cult stracult sperimentale.... Invece sono poche le repliche e poche le occasioni di incontro coi cineasti di tutto il mondo (che non sono solo le super star della regia o i carissimi mattatori nostrani). Essere politeista (come si vantava di essere Morandini) è d'obbligo in questo campo, mi dispiace per i moniteisti.
Una ventina
di buoni film a Roma comunque c'erano. La media di un buon festival. Ma non erano i migliori 20 film dell'anno, secondo l'ambizione di
Telluride, che pretende di presentare solo il meglio. 20 film appunto. Festival per buongustai solamente. Allora Monda si deve decidere tra le due vie: imboccare la strada di
Telluride e tornare al modello festival sofisticato e d'elite (e allora lo faranno fuori) o persistere con quella di New York, della festa più
popolare senza premi e prediligendo solo quelli che lui chiama i buoni film a rischio di ignorare le super star, ma con menu più folto. Pasticciare tra i due modelli è contraddittorio, oltre che segno di insicurezza critica (in fondo Monda non ha alcuna esperienza di festival internazionali).
Una retrospettiva quest'anno era bella e necessaria (Pietrangeli) e un'altra bella ma ovvia e muellerdipendente (Pixar).
Inoltre. Senza il concorso, o la selezione principale, c'è meno clima, meno grinta mediatica
e meno carattere. Sarà che i cirtici non li legge nessuno ma si esaltano durante i festival e riescono a creare a volte atmosfere sorprendenti e magiche attorno a una manifestazione. Che non sia intervistare Craig per chiedergli cosa pensa di Roma e della Bellucci.
A Tokyo ricordo che il premio è colossale, mezzo miliardo di vecchie lire al regista vincitore. Non so se è ancora così. E: dimmi che presidente della giuria scegli è capirò chi sei. Invece, affidandosi plebiscitariamente al solo premio del pubblico, ci si nasconde un po' troppo. Insomma anche i giornalisti e i critici più che invitati a giocare con le gerarchie estetiche e a misurarsi con le poetiche, quest'anno sono stati istigati a "far sega", a far "festa", a lavorare meno (anche perché l'alzataccia alle 9 di mattina per vedere i film in anteprima ha poco a che fare con una festa, specialmente in una città dal traffico caotico come questa. Perfino a Venezia si può iniziare alle 11...). Capisco che si risparmia molto in termini di budget, senza giurie. Ma allora perché quei soldi non sono stati spesi per offrire alla città più repliche rendendo a tutti più facile la possibilità di vedere i film? Invece nonostante i soli 37 film non tutti sono riusciti a vedere ciò che volevano. A Rotterdam le repliche sono almeno 5 per ogni film.
A Tokyo ricordo che il premio è colossale, mezzo miliardo di vecchie lire al regista vincitore. Non so se è ancora così. E: dimmi che presidente della giuria scegli è capirò chi sei. Invece, affidandosi plebiscitariamente al solo premio del pubblico, ci si nasconde un po' troppo. Insomma anche i giornalisti e i critici più che invitati a giocare con le gerarchie estetiche e a misurarsi con le poetiche, quest'anno sono stati istigati a "far sega", a far "festa", a lavorare meno (anche perché l'alzataccia alle 9 di mattina per vedere i film in anteprima ha poco a che fare con una festa, specialmente in una città dal traffico caotico come questa. Perfino a Venezia si può iniziare alle 11...). Capisco che si risparmia molto in termini di budget, senza giurie. Ma allora perché quei soldi non sono stati spesi per offrire alla città più repliche rendendo a tutti più facile la possibilità di vedere i film? Invece nonostante i soli 37 film non tutti sono riusciti a vedere ciò che volevano. A Rotterdam le repliche sono almeno 5 per ogni film.
Il Mercato
sembra che abbia funzionato. E in una città che sta assistendo a un nuovo salto
in avanti del business media, è un dato confortante. Per il calo dei biglietti
venduti la giustificazione è plausibile: c'erano meno film, meno sale, meno
repliche, e il costo dei biglietti si è abbassato. Però non tutta la città ancora festeggia davvero in sintonia con il Parco della Musica. E i tentativi di
decentramento festivo (sul modello di Londra) ancora non funzionano. Piuttosto
strano poi il rapporto con il nuovo cinema Aquila, autoritariamente affidato (e
all'ultimo momento) proprio all'Auditorium Parco della Musica, dopo essere
stato oggetto di (questa volta si spera) regolare concorso vinto da chi più si
era battuto per trasparenza e pulizia di quello spazio strappato alla mafia.
Non è così che si saldano rapporti con chi nella città fa per tutto l'anno e da
anni servizio culturale intensivo e continuato (per esempio: perché non c'è
alcun rapporto con il il club-cinea Detour, uno dei pochi filmstudio da XXI secolo?). Torniamo un po' indietro.
Certo,
nonostante tutti i difetti politico-caratteriali di Marco Mueller, le sue
edizioni, più in stile Fremaux - alla ricerca del talento inedito da imporre -
che da Richard Penha ex direttore di Chicago e ex New York, qui membro anziano del comutato di selezione - la sintesi geniale di ciò che è stato consacrato durante
l'anno da altri - erano comunque servite a imporre il nome di Roma (dopo
averlo piuttosto offeso, però, precedentemente) dentro il calendario
internazionale di seconda fascia (dopo Cannes, Toronto e Venezia).
Vedere per
credere alcune pagine dell'epoca di Le Monde, che pure sciovinista è non
poco in fatto di cinema, che già collocava Roma a livello di Rotterdam,
Telluride, Locarno, Pusan e di Torino di una volta. Più in alto di Londra,
Nantes, Monreal, Amiens, La Rochelle...
Insomma tra
le capitali dell'immaginario a venire. Roma andava lì dove si esplorano gli
inediti piaceri schermici. Quasi un "capitolo due" del libro delle
Visioni di Renato Nicolini (che infatti fiancheggiò Mueller negli ultimi mesi
di vita e apprezzò in particolare l'apertura fertile, confermata più tiepidamente da Monda, al
Maxxi).
Ovvio che
per tenere quella posizione ne calendario internazionale mondiale devi essere circondato
però da una metropoli dalla cultura attiva che non ti boicotti come programma unico e da una società
civile viva, colta, curiosa e stravagante. Da istituzioni consapevoli e
impertinenti. Ovvio tutto questo non era la Roma di Alemanno e Polverini
(ingenuo Mueller a crederlo, ma non poteva dire di no ai partiti che lo avevano portato a Venezia) e non è più Roma da tempo, soffocata da quel che
sappiamo e da pesanti interferenze mafiose anche nel campo culturale (vedi,
appunto, l'ambigua faccenda del Nuovo Cinema Aquila) o da mass media che, di
destra o centro o sinistra, sono ormai abituati solo ai sedicenti numeri alti, all'audience
(drogata) che urla: tappeto rosso! tappeto rosso! star, super star! vogliamo
vedere solo ciò che già conosciamo! senza rendersi conto che la grandezza di
una manifestazione spettacolar-culturale sta proprio nella capacità di creare un divismo proprio (come ha fatto Cannes con Weerasethakul Apichatpong quando non era nessuno), esplorare i territori
sconosciuti (come faceva Corvino in Africa a caccia di baby talenti calcistici
sorprendenti) e allevare, coltivare, scoprire e imporre un altro politeismo divistico. Non
mettersi in coda per strapparne frammenti da quello vigente.
Certo, però.
Spendere molti soldi privati per "catturare" divinità come Nicole
Kidman e Leo Di Caprio, ed è successo il primo anno della Festa, tra lo
scandalo di moralisti e principianti, e allettare con sontuose e imbarazzanti
ospitalità tutte le personalità possibili del jet set hollywoodiano è stata la
geniale tattica di Veltroni, Bettini e Detassis per convincere (era la prima
volta in Italia) la Camera di Commercio a interessarsi agli investimenti
immateriali. Allora i 12 milioni di euro della prima edizione erano tutti
per la Festa. O meglio un milione e mezzo era per il festival degli addetti ai
lavori (Extra, e ciò che interessava solo gli addetti ai lavori) e il resto per
strane strutture extra auditorium, e per tutto il lato mondano (gestito e controllato dagli sponsor). Feste private, premi
improbabili, viaggi in prima classe per venti persone al seguito...Ma per
strappare un posto al sole tutte le grandi manifestazioni fanno così. Pensiamo
al lancio del festival di Tokyo, ormai più di 30 anni fa. Pensiamo a L' Avana,
che senza l'appoggio aureo di Coppola, Pollack, Belafonte e Redford non avrebbe
mai avuto l'eco che ha. O a Mosca.
Mueller, un
alto professionista nel campo della direzione e organizzazione dei festival (adesso è a Pechino) e nella ricerca dei film, ha pagato il fatto di essere sostenuto da una giunta, anzi due, impresentabili. Ed è arrivato Antonio Monda,
ambizioso come Rondi, cattolico come lui, ex cineasta ma soprattutto scrittore e critico, catapultato direttamente dalla Columbia
University, da Repubblica, da alcuni libri di settore, da un lungometraggio alle spalle (un fiasco, "ma ne hanno parlato bene Jacques Siclier e Morando Morandini"... però: io riprenderei), da una misteriosa campagna stampa anti Godard (da emulo di Giovanni Grazzini) e da un programma di cinema di Rai News 24. La
sua qualità maggiore? Avere dimestichezza con la zona hollywoodiana del cinema newyorkese.
Scorsese, i Coen, Wes Anderson, Spike Lee, Demme, speriamo anche Arkush,
Sara Driver, Jarmush, Wiseman, Amos Poe... Ha organizzato con Mario Sesti non pochi
incontri con molti di loro in questi anni. Mettersi al fianco Richard Penha è stato davvero il suo colpo geniale.
Certo
4 milioni di euro di budget stanziati per la festa (il resto, così si promette,
saranno spesi per attività continuative durante tutto l'anno, a cominciare dal
festival delle serie tv), che ormai non arrivano più da finanziamenti solo locali o solo privati, ma soprattutto dal ministero, è una cifra da manifestazione che, a livello
internazionale, si può considerare medio-bassa. Bisognava dunque tagliare film e sale, eliminare giurie, ridurre le tecnostrutture.
Ma la situazione del cinema italiano è disastrosa?
No, non è
disastrosa, nonostante decenni di interventi governativi sbagliati e di leggi
sul cinema autolesioniste. Da noi, per esempio, non esiste ancora un Centro
nazionale del cinema, sganciato dalle invadenze dei partiti che, sul modello
delle democrazie nord europee, garantisca la circolazione della bellezza
prodotto nel mondo, renda efficace l’intervento pubblico, ottimizzi le risorse
creative, addestri e soprattutto “liberi” e non paralizzi i nuovi talenti,
produca immagini forti competitive e pericolose, perché questo deve fare
l’arte.
Ma se
osserviamo le cose ai margini del “sistema sala”, troviamo una vitalità né marginale,
né risentita né sotterranea. Oggi si può infatti prescindere dalla burocrazia
repressiva per realizzare film. Basta un videofonino sfrontato, come quello di
Pippo Delbono in Amore carne, 2011).
E l’intera macchina ne sta risentendo, positivamente. Penso a Louisiana di Roberto Minervini, audace
immersione nell’immaginario razzista wasp, caratterizzato da un linguaggio e da
uno stile di osservazione un po’ troppo espliciti per i nostri standard,
selezionato a Cannes 2015 ma acquistato e coprodotto da Rai Cinema, una società
di distribuzione pubblica dai riflessi generalmente lentissimi quando si tratta
di opere che non sanno se collocarsi nel genere fiction o in quello non
fiction.
Appaiono
così di tanto in tanto opere eccentriche o anche canoniche ma di imprevisto successo internazionale. Registi, attori
e creativi di talento che comunicano con il globo. Benigni, Moretti… L’Oscar a
Paolo Sorrentino per la Grande Bellezza
nel 2014 con le sue cartoline a colori nostalgiche del Fellini in bianco e nero
di La dolce vita e Otto e mezzo che avevano conquistato il mondo.
E poi la
coppia Daniele Ciprì e Franco Maresco che vende alle tv del mondo film dark,
aspri e ‘insostenibili’, in Italia giudicati scandalosi e non ortodossi dalla
critica mainstream.
E ancora. Le
gallerie d’arte di tutto il mondo sedotte dalle riflessioni “interne alle
immagini” di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, i maestri del “found
footage”….
Con la
centralità del web, l’accesso alle tecnologie digitali a basso costo, la possibilità
di ricorrere a finanziamenti dal basso tramite crowdfunding, e
l’insoddisfazione estetica rispetto alla produzione industriale standard, anche
il cinema italiano deraglia, sta andando fuori schema, oltre le soglie alle
quali eravamo abituati. Energico, intenso e vitale, nell’epoca digitale sa
deformare il reale e inventare, se occorre, immagini del tutto sconnesse da
referenti verosimili. Sciolte dall’ossessione della comprensibilità totale,
della linearità a tutti i costi, del consequenziale, come direbbe Marco
Bellocchio, uno dei nostri classici del dissenso più sperimentali e
imprevedibili. Dove è il cinema adeguato a Ernst e a Klee, si chiedeva già nel
secolo scorso un altro regista italiano oggi rivalutato del passato, Carmelo
Bene.
Forse manca
solo – come avviene in Francia, per esempio - una “massa critica” consistente
pronta a battersi per questa tensione
etica e quindi contro determinate tendenze –consolatorie, oscurantiste,
paternaliste, perbeniste e ipocrite, del
cinema nazionale dominante.
Oppure
questa generazione critica viene cooptata più facilmente della precedente dalle
istituzioni politiche e culturali. Commissioni ministeriali, sistema dei
festival, riviste a partecipazione statale o emanazione dei forti interessi
privati…
Comunque,
anche se quantitativamente, quest’anno siamo tornati alla cifra produttiva
record di ben 260 lungometraggi, la crisi si sente: queste opere sono stati
realizzate tagliando drasticamente il costo e la qualità del lavoro artistico.
Il budget complessivo utilizzato è lo stesso dell’anno precedente, che ne aveva
scodellati a malapena 100.
Già.
Restiamo, strutturalmente, inguaribilmente fragili.
E questo da
almeno 40 anni, dalla seconda metà degli anni 70, da quando il gap tecnologico
ha impedito di tener testa alle riproduzioni “spaghetti” dei generi forti
hollywoodiani, l’horror, la fantascienza, il catastrofico, il cinema dei
supereroi.
Da quando
cioè la nostra industria dell’immaginario – nel decennio precedente
all’avanguardia, sia nei settori della ricerca e dello sperimentalismo che dei
generi popolari che delle proposte sovversive d’autore (erano l’epoca di Dino
De Laurentiis e Carlo Ponti,
euro-produttori potenti, dei western e degli horror spaghetti di gittata
planetaria, della commedia al vetriolo, ma anche di Visconti, Fellini, Ferreri,
Antonioni, Salò e Ultimo tango a Parigi) - è stata
incapace di seguire l’evoluzione audace dei costumi, anzi ha cercato di
reprimerli, ha smorzato la sua forza produttiva che ben bilanciava apporto
pubblico e privato, ha sfilacciato la sua coesione tra pratiche alte e basse,
ed è stata schiacciata dalla concorrenza del prodotto nordamericano.
Era l’epoca
sex rock and rock’n roll della New Hollywood di Francis Ford Coppola, Robert
Altman, Guerre Stellari, Jack
Nicholson, Incontri ravvicinati del terzo tipo,
Roger Corman…
Cinecittà,
che tanto l’aveva anticipata con i suoi geniali artigiani anticonformisti come
Freda, Bava, Fulci e Cottafavi, è stata sconfitta dall’irresistibile sfoggio
tecnologico e dal restyling del blockbuster, perché Hollywood si è dimostrata
capace anche di rigenerarsi, di dare il comando a una generazione di manager
creativi trentenni usciti dai campus più incandescenti e dalle prime scuole
universitarie di cinema, di utilizzare, controllare, gestire e trasformare in
merce pregiata sia le seducenti forme libere delle nouvelle vagues europee sia
le “bombe d’immaginario” (anche le sostanze psicotrope, le filosofie orientali,
il femminismo che viaggiava nella storia del cinema rovesciandone le gerarchie
sessuali, i movimenti politici antisistemici, il Black Power,
l’antiimperialismo che fermò l’aggressione in Vietnam, la sensibilità camp e
l’orgoglio omosessuale…) scatenate dalla
controcultura del “Movement” sessantottino che avevano terrorizzato, invece, la
nostra bigotta e incolta classe dominante.
Basterà
ricordare i mille episodi censori di ispirazione fascistoide, e soprattutto le
“condanne a morte” di Ultimo tango a
Parigi, con il negativo bruciato vivo come fosse una strega, e di Pier
Paolo Pasolini, assassinato in un agguato che sempre più pare l’ennesimo
capitolo di un lungo e ancora oscuro e impunito complotto stragista
continuo. E il costringere alla
marginalità leggende viventi più che semplici cineasti come Alberto Grifi, primo
esploratore video, Straub-Huillet, Paolo Gioli, Gianni Castagnoli,
Gianikian-Ricci Lucchi.
A differenza
che in Francia, inoltre, in Italia non è mai stato consentito dal potere
pubblico (meno autonomo da Washington, il garante era il sempre al potere ministro Andreotti) tassare dal biglietto di
ingresso, anche dei film hollywoodiani, quella percentuale che permettesse una
esistenza non effimera e traballante della nostra industria cinematografica. Il
che vuol dire non solo Studi di produzione e programmazione articolata. Ma
anche scuole di cinema attrezzate e aggiornate, sale cinematografiche
tecnicamente d’eccellenza, produzione di corti sperimentali, laboratori
d’animazione, offerta di immaginario non provinciale attraverso circuiti
capillari e tv pubbliche e budget
notevoli per documentari capaci di
toccare i nervi più scoperti, indignare e scandalizzare l’opinione pubblica, di
“accendere la ricezione del pubblico, rendendola sempre più informata,
esigente, infuriata e…democratica. Questi sono i soldi pubblici al cinema ben
spesi. A monte e valle di un film. Per la ricerca e l’addestramento dei nuovi
talenti. Per attrezzare laboratori di post produzione.
Per favorire
opere prime di ricerca. E’ quel che fanno gli Stati Uniti spendendo molti soldi
per rinnovare una delle loro industrie principali. E che poi accusano gli
europei di protezionismo. In un recente articolo del quotidiano Le Monde, il giornalista francese
equiparava invece, quanto a protezionismo, gli Stati Uniti alla Corea del Nord,
paragonando il numero dei film stranieri proiettati a Parigi in un anno con
quelli proiettati a New York o a Pyongyang.
La strada
scelta dal potere politico in Italia (che come paese sconfitto nella seconda
guerra mondiale ha rischiato anche lo smantellamento totale di studi e
laboratori e la fine di Cinecittà) è stata invece quella opposta. Siamo da
decenni sotto l’1% di Pil (prodotto interno lordo) per quanto riguarda le spese
alla cultura in generale. E quei soldi sono spesi male. Sostanzialmente per per
impedire o ostruire l’ingresso principale ai giovani cineasti, troppo teste
calde, impoverire le scuole di cinema (il declino del Centro Sperimentale di
Cinematografia e della sua Cineteca è tra gli scandali del nostro paese) e
finanziare con i soldi pubblici film a soggetto “embedded”, troppo spesso
fortemente supportati e condizionati dalle clientele del partito di governo o
dalla corporazione dei cineasti meno scomodi e pericolosi (anche se
d’opposizione). Altro che cinema libero e indipendente.
L’ “eccezione
culturale” francese ha così conquistato negli ultimi 40 anni la leadership
planetaria del cinema ‘altro’ dalle majors americane. Una nicchia fertile che
ci ha reso via via ‘colonia’ anche di Parigi. Un esempio. Senza l’intervento
produttivo o coproduttivo francese molti cineasti italiani non riuscirebbero a
produrre. E non solo Nanni Moretti, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Un altro
esempio. La Francia non avrebbe mai firmato 20 anni fa un accordo di
coproduzione tra i due paesi se l’Italia non si fosse decisa finalmente a
produrre documentari. Che erano stati semplicemente cancellati dal nostro
Ministero perché non erano redditizi. Già.
Con il
cinema diventato alla fine degli anni 70 satellite del business televisivo, in
balia di poteri finanziari monopolistici, il declino del nostro cinema era
segnato. L’intervento pubblico non è
riuscito a fermarne il crollo: produttivo, distributivo, di esercizio, di
domanda, di scuole, di ricerca, di innovazione...
Anche se la
Francia, almeno a giudicare dall’evoluzione di Arte, e dalle ultime edizione
del festival di Cannes, centralizzate da un manager tv, il signor Pierre
Lescure, rischia di perdere quell’apertura estetica che fece grande il modello
Gilles Jacob, quel rispetto autentico per le “differenze culturali”, di farne
un’ideologia, di formalizzare un altro canone, di mettere a punto uno standard
del cinema di qualità artistica. In modo da gestire meglio un mercato parallelo
e più piccolo ma fluido e dotato anche di una sua certa “qualità commerciale”.
Per esempio promuovendo alcuni stili più riconoscibili di altri, inventando e
imponendo quasi una teologia di autori da culto. Di registi semi-dei depositario di un sapere
inaccessibile agli spettatori… Da Lars
Von Trier ai fratelli Dardenne, da Bruno Dumont a Tsai Ming Liang, Garrone,
Sorrentino… Piccoli blockbuster d’autore. Che naturalmente risentono, proprio
come quelli hollywoodiani, della rivoluzione spot/clip/Mtv anni 80, della
frammentazione della narrativa classica, delle psicologie lineari, delle
dicotomie etiche, reagendo a modo loro. Non certo con la ripetizione di duelli
all’ultimo sangue o di virtuosismi acrobatici e deliri d’azione ogni 10 minuti,
ma con altrettanti, sofisticati - nel senso di adulterati più che di raffinati
- escamotages formali. Dilatazioni, allungamenti e deformazioni spazio-
ritmico-temporali, provocatori controtempi, affinché il gioco cromatico
sentimental-emozional-culturale sia altrettanto cadenzato, sorprendente,
affascinante. Magari abusando di semitoni invece che di tonalità piene.
Insomma ci
si può allontanare dal “realismo” e dal “naturalismo” della verosimiglianza, e
prendere le parti del cinema dell’immaginario, come fa la Hollywood dei super
eroi Marvel, non solo attraverso una sensibilità post-umana, ma anche
attraverso uno stile di scrittura “pensato”, una forma frantumata, una
molteplicità di punti di vista su una materia in movimento, in bilico tra film
diario, film-saggio, film scientifico,
“cinema mentale” che non regala sogno magia evasione e consolazione, ma
esige dallo spettatore uno sforzo
personale di fantastico e di incantesimo.
Come scriveva Cocteau: “L’evasione non ha nulla a che vedere con
l’autentica poesia”. E uno dei nostri critici di punta, Adriano Aprà, che gli
addetti coreani ben conoscono perché è stato l’organizzatore della prima grande
rassegna di cinema di Seul in Italia, a Pesaro, nel 1992, “Corea del Sud
Yong-Hwa”, ben commentava: “E’ l’invasione
che conta, cioè che l’anima sia invasa da termini o da oggetti che non presentando
un aspetto alato, la obblighino a sprofondare in se stessa”.
Torniamo
all’Italia. E’ vero che molti cineasti italiani interessanti emersi negli
ultimi anni sono stati costretti, per i motivi che abbiamo riassunto, a fare
‘gavetta’ sia fuori dei circuiti canonici in sala che all’estero. Si tratta di
documentaristi atipici, Roberto Minervini, Guido Santi, Augusto Contento,
Gianfranco Rosi, Domenico Distilo o di cineasti ai confini tra fiction e non
fiction come Alice Rorhwacher, cha vinto una palma d’argento a Cannes come
migliore regista nel 2013 con Le
meraviglie… Ed è vero che, pur senza presentarsi come movimento omogeno, i
nostri migliori talenti (penso anche a Pietro Marcello, che ha conquistato
Locarno 2015, Luca Guadagnino, Giuseppe Gaudino, Corso Salani, purtroppo morto
giovane, Alina Marazzi, Anna Negri…) hanno fatto un cinema artigianale di
opposizione e resistenza, disinteressati al contenuto di una storia,
naturalisticamente confezionata, o alla documentazione di un fatto,
realisticamente commestibile, ma interessati piuttosto a quel che contiene
un’immagine (luce, suono, flusso…“oggetti e spazi di quella mistura alchemica
che è la vita” come ha detto Frammartino), anche utilizzando forme produttive e
distributive nuove, non utilizzando attori “di nome”, estranei al culto della
sceneggiatura che funziona, del montaggio lineare e consequenziale. Si dice che
siano veleno al botteghino, ma forse questi film difficili hanno incassato più,
grazie alle vendite internazionali, anche televisive, dei blockbuster natalizi
italiani che sono complesse operazioni di marketing incentrate sulle star
comiche televisive del momento. L’ultimo si chiama Checco Zalone. Film che
mimano una realtà modesta, mediocre e squallida. Un mondo privato di ogni
bagliore, abitato da corpi mediocri, omologati da una sorta di “tristezza
antropologica”, direbbe Pasolini, che mancano di bellezza o di bruttezza capaci
di provocare un affratellamento anche doloroso con lo spettatore. Domina la
bassa definizione, la pratica dello sceneggiato tv, quello in cui l’attore
illustra un ruolo scritto sulla carta, rappresenta una parte.
In comune
invece i nostri registi sperimentali sono capaci, per crudeltà e sguardo, di
sfondare le forme di questo cinema dominante. Di dare un tono fantastico alla
lezione neorealistica o di recuperare dall’esplosione underground anni sessanta
e da Jonas Mekas l’alterità del cinema diaristico, più self-medium o
group-medium che mass-medium, come ha fatto Nanni Moretti. Mentre sempre
operanti sono ormai i ‘grandi maestri’ degli anni sessanta, Bernardo Bertolucci
e Marco Bellocchio (quest’ultimo appena omaggiato a Locarno 2015 e che ha
ottenuto un grande successo a Venezia con l’ultimo suo film spiazzante, Sangue del mio sangue). Tutto questo
rigoglio, nonostante i problemi gravi del sistema cinema in Italia, è stato
forse reso possibile dalla ostinazione con la quale si sono traghettati fino ad
oggi (grazie a Alberto Grifi, Tonino De Bernardi, Franco Piavoli, e Nanni
Moretti che inizia nel 1976 l’altra
storia del cinema italiano con Io
sono un autarchico girato in super8) i valori di rottura del cinema degli
anni sessanta-settanta, e dalla confluenza fertile e di lunga gittata tra
sperimentalismo e generi popolari, mix che ha reso il cinema italiano di quel
decennio uno dei migliori e fecondi al mondo, e non solo grazie a De Sica,
Rossellini, Pietrangeli, Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini…. Erano anni
nei quali si liberava molta energia vibrante, adrenalinica, euforica. Il
rapporto tra cultura “alta” e “pratiche basse” ovvero alta professionalità nei
generi popolari del cinema, operava mix inaspettati. La forbice tra commerciale e spirituale era piuttosto stretta. Lou Castel, l’icona rabbiosa del
primo Bellocchio, recitava fianco a fianco con Pasolini in Requiescant (1967), il western spaghetti di Carlo Lizzani. Nello
stesso Giulio Questi introduce i traumi cupi e ancora non rimossi della guerra
partigiana antinazista in Se sei vivo
spara. Molti artisti della neoavanguardia, provenienti dal teatro, dalla pittura, dalla poesia e dalla musica
colta, deviano temporaneamente verso il cinema come Carmelo Bene, Memé Perlini,
Mario Schifano, Patrizia Vicinelli o Sylvano Bussotti. Italo Calvino, anche se
indirettamente, e molto a distanza, elabora alcune tesi per un cinema che non
sia più una macchina da presa nel senso di macchina da preda, che liberi la
“soggettività desiderante” dentro e davanti lo schermo, e che invece di
sparare, to shoot, shooting, trasformi l’esperienza schermica in un viaggio ai
confini della realtà buia. In un sismografo che sappia smascherare senza
consolare gli orrori del vivere quotidiano.
E che ci faccia capire che non viviamo più in uno spazio euclideo, come
i pittori che spesso vedono dove i cinematografari sono ciechi già da un secolo
hanno scoperto, Picasso, Braque…nelle Cosmicomiche
Calvino non ci stava indicando un
progetto cinematografico affascinante? Creare un luogo di sperimentazione dove
il più lontano passato biologico possa essere scomposto nell’universo
relativistico e ricomposto viaggiando verso l’infinità di tutti i soggetti
viventi che compongono la vita del pianeta. Progettare un corpo “collettivo”
nuovo, configurare una nuova geografia di passioni molto al di là dei limiti
angusti dell’orizzonte antropocentrico..
Da lì ricomporre una nuova intelligenza abituata a considerare che è il
nostro pianeta, è lui la creatura vivente composta da un intreccio osmotico di
condizioni biologiche, di soggetti viventi diversi, di pulsioni libidiche
differenti tra loro, tante quante sono i suoi abitanti: uomini donne animali
piante… non dimentichiamo che nel pensiero primitivo tutto vie… montagne vento
fiumi. E Zavattini, neorealista
pensito, dichiarava negli ultimi anni: “La finzione spettacolare diffonde le
grandi menzogne e produce una realtà falsa. Bisogna lottare per trasformare la
realtà e non il cinema che la filma così com’è. Per agirla con coraggio, con
urgenza, con enusiasmo, con una nuova forma di solidarietà, con la lotta…”.
Memore di un insegnamento di Duchamp: “la mia arte sarebbe di vivere, ciascun secondo , ogni respiro è
un’opera che non è iscritta in nessuna parte, che non è né visuale né
cerebrale. Che è una sorta di euforia costante”. Solo una vita nuova, non
vissuta esteticamente, si esprimerà con
linguaggi nuovi”. Forse bisogna sbarazzarsi di tutto il repertorio di giochi di
prestigio del mondo della celluloide, d’avanguardia o di cassetta che sia. “Per
realizzare il cinema bisogna liquidarlo”.
sabato 12 ottobre 2013
Lizzani, l'ultimo atto. Da svitato saggio.
di Roberto Silvestri
Cos'era il neorealismo? Una finestra aperta sul mondo. Girare fuori dagli studios, to shoot, "sparare", ma con l'accortezza, la sensibilità e la capacità di aprire spiragli, di fare in modo che fosse vita a prendere il posto di comando, che introducesse nell'azione qualcosa di imprevisto nel copione. Che fosse lei a catturare le immagini. Ma "una finestra aperta sul mondo", il consiglio che Rossellini dava ai giovani cineasti, è anche una terribile tentazione esistenziale...
Proprio come un suo amato collega, Mario Monicelli. Un salto nel vuoto. A 91 anni. Improvvisamente, con la badante accanto e una moglie lontana, ricoverata da tempo, Carlo Lizzani ha interpretato diversamente quel consiglio. Più tragico ancora, l'esito di quel momento di vertigine. Non è morto sul colpo. Terzo piano, nono piano. C'è chi (un giornalista radiato dall'ordine) ha fatto dello spirito 'meritocratico' su questa differenza, ossessionato dal suo servilismo vero i piani alti. Altri, complottisti, stanno ripensando ai progetti di Lizzani, al suo film annunciato sulle intercettazioni telefoniche. E in Italia a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai....
Però. Insieme, Lizzani e Monicelli, avevano fatto parte del più rivoluzionario movimento della storia del cinema, anche perché ha continuato a ispirare cineasti di tutto il pianeta fino ai giorni nostri. E i giovani filmaker si erano molto interessati a lui. Da Francesca Del Sette, autrice di un appassionato Viaggio in corso nel cinema di Carlo Lizzani (2007) a Antonello Aglioti, Il come eravamo di Carlo Lizzani (2008). E Lizzani ha fatto parte anche della folta band anti-global a part di Un mondo diverso è possibile, a Genova nel 2001, per assistere, davanti al cadavere di Carlo Giuliani, all'ennesima dimostrazione del teorema Italia.
Questa morte così annunciata (Lizzani non era a Venezia per presentare il suo ultimo film, come attore protagonista, e sembrò strano) si poteva già intuire tra le righe del set in cui è ambientato Non eravamo solo ... ladri di biciclette - Il neorealismo, il documentario di Gianni Bozzacchi, musiche di Pino Donaggio, presentato nella sezione Venezia Classici, con Lizzani voce recitante che ne spiega origini e innovazioni linguistiche, come quasi ultimo testimone e superstite di quella grande generazione di artisti (con Enzo Staiola e Giuseppe Rotunno, intervistati nel film).
Una stanza. Un ufficio, presumibilmente la casa romana di Lizzani al terzo piano in via dei Gracchi. Tutt'attorno libri e tre finestre spalancate. E le finestre erano gli schermi dei classici neorealisti, da Paisà a Sciuscià a Roma città aperta. Da Riso amaro a Il sole sorge ancora a La terra trema. Carlo Lizzani, per la sua lezione finale intervista anche Ermanno Olmi, Paolo e Vittorio Taviani, Bernardo
Bertolucci, Umberto Eco, Franco Interlenghi, Antonella Lualdi, Paolo Galluzzi e Martin Scorsese.
In Germania anno zero, di cui Lizzani fu aiuto regista, e girò molte sequenze, la vita disperata e strappata alla felicità del giovane protagonista finisce con un ultimo volo. La vita di Lizzani è stata felice. Ha realizzato il suo sogno di bambino, eccitato dalle avventure in giro per il mondo. Ma forse non si sentiva più in grado di contribuire all'ecologia dell'immagine, "a quei focolai di autonomia fertile, nell'universo digitalizzato che ci avvolge come una ragnatela morbida, che le nuove tenologie offrono agli individui e ai piccoli gruppi". Non si sentiva più giovane come 5, 6 mesi fa.
E torniamo molto indietro nel tempo.
Blade runner, al palazzo del cinema del Lido di Venezia, e anche all'Arena, fu un avvenimento epocale. Mai vista tanta gente vera spingere entusiasta per entrare. E così a E.T. per Patti Smith, per Meredith Monk... Dal 1983 al 1987, anche se eravamo nel decennio del riflusso, chi andava alla Mostra di Venezia, per lo più anime belle, non se ne accorgeva di certo. Continuava la rivoluzione.
Infatti. Quando Carlo Lizzani - il cineasta ex neorealista, militante della sinistra seria ma moderata, considerato "il più americano dei registi italiani" per la flessibilità con la quale si dedicava ai generi più disparati e all'instant-movie - e il più vicino a Antonio Pietrangeli per gentilezza e finezza d'animo, è diventato direttore della Mostra di Venezia, ne fummo tutti contenti. Tranne i tanti reazionari ringalluzziti agli inizi degli anni '80, nonostante tutto. Quelli che trovavano le sue storie del cinema italiano troppo di parte.
Erano stati loro, non altri, che avevano reso plumbeo il paesaggio, e avevano deviato di senso l'espressione anni di piombo. Che sarebbe come dire che la guerra dell'oppio l'hanno voluta i cinesi imperiali e non gli inglesi democratissimi per lucrare sulla droga.
Più la dinamite senza rivendicazioni della Banca dell'Agricoltura di Milano che le pallottole, quasi sempre di illegittima difesa, ma sempre così scrupolosamente griffate, avevano disegnato la grana interiore del decennio precedente. Che, stragi e esecuzioni a parte, era stata soprattutto una stagione di lotte pacifiche, incantevoli, di massa, squilibranti antiche servitù. E aveva provocato irreversibili vittorie collettive e un capovolgimento nell'immaginario sociale salutare. Proprio come portare Lizzani al vertice della Mostra.
Perché Lizzani (1922-2013), prestigioso ex aiuto di Rossellini e De Santis (era lui a ballare il Mambo in Riso amaro, non Gassman), sceneggiatore e documentarista cosmopolita, infaticabile e acuto storico del cinema, anche attore e filmaker della storia, critico e autore originale di opere, tutte 'in costume', sempre impegnate a capire la cronaca, i retroscena e gli aspetti segreti del mondo, a 'rimettere in forma' la realtà (non è questo forse il segreto neorealista? Saper cambiare continuamente i connotati di un film, la sua grammatica e la sua sintassi, perché il mondo cambia e a molti villain fa comodo che sia indecrifrabile), poteva riportare in pochi anni Venezia al centro dell'attenzione generale. Intanto per il suo carattere. Un gentleman colto e dotato di grande senso dell'umorismo e della decenza. Attorno a lui si capiva subito, nello staff, chi maneggiava e chi trafficava.
Eravamo certi insomma che Lizzani avrebbe potuto dare una sintesi, in avanti, alle lotte contro l'arcaico e inadeguato carrozzone del Lido, anche avvalendosi del nuovo Statuto della Biennale, più aperto ai contributi della società civile e alle forze creative, non rappresentate ancora nelle istituzioni.
E dunque lo Statuto nuovo permetteva collegamenti non tanto con i padroni del cinema e con via delle Zoccolette di Roma (sede dei mefitici maneggi dello staff eterno del Ministero dello Spettacolo) e ai commercianti demodé dell'Anica-Agis (in quegli anni completamente fuori dal mondo). O solo con i sindacati del cinema, con l'Anac, i registi Pci, e con Cinema Democratico (quelli più vicini all'estrema sinistra), ma soprattutto con lo sguardo creativo e ammazzacattivi dei metalmeccanici di allora, la 'vil razza pagana' molto turbolenta e fantasy, e dunque anche con i movimenti antisistemici dei club-cinema off off, altrettanto 'informali' e ribelli rispetto alle adesioni confessionali e ideologiche del d'essai embedded: i cineclub finanziati dallo stato, le riviste e il pensiero cinematografico tradizionale e mainstream che era o cattolico o social-comunista. Non c'era terza via oltre Ucca, Ficc e compari.
Ma era nata nel frattempo la Liaca, la lega delle associazioni culturali autonome: i romani del Filmstudio, L'Occhio l'orecchio la bocca, Il Politecnico, che Nicolini avrebbe convocato a Massenzio; il Movie club di Torino, il Cinema Zero di Padova, le altre realtà aggiornate di Bari, Napoli, Genova, Firenze... Non a caso il compagno d'arme, il Lin Piao di Lizzani in quella avventura fu Enzo Ungari, un grande 'mangiatore di film'.
Chi era Ungari, prima di sceneggiare L'ultimo imperatore, il kolossal Oscar di Bertolucci? Un giovane turco di La Spezia, anima con Aprà del Filmstudio, ex critico a la page della più avanzata rivista di cinema italiana di sempre, Cinema e Film. E soprattutto il nemico pubblico numero uno del quotidiano 'revisionista' La Repubblica (allora impegnata anima e corpo anche in una patetica campagna contro il cinema trash come quella che Antonio Monda sta conducendo contro Godard da qualche anno con lo stesso impeto di Villaggio contro Eisenstein), per la sua sempre attenta e costante ricognizione e rivalutazione del cinema di genere Usa, di Soukaz e del gay-movie, dell'horror e perfino dell'hard e delle nouvelle vagues di Calcutta, Tokyo e Tunisi, di Warhol e dell'underground, di Antonioni ma anche di Jancso, Siegel, Aldrich e Philip Kauffman.
Una strana coppia davvero, Lizzani-Ungari. Fu il colpo di genio svitato del regista di Crazy Joe e Nucleo Zero, Mamma Ebe e Caro Gorbaciov, per ricordare i suoi film del periodo. E anche del film (precedente) che io preferisco su tutti, dal titolo emblematico, Lo svitato, con Dario Fo e Franca Rame, 1955, che apriva alla commedia demenziale, costola eretica dello scherzo futurista, e edificava una (incompresa) strada avveniristica (poi interrotta), tra Italo Calvino e Enzo Jannacci, tra Aki Kaurismaki e John Landis.
Gli perdonammo perfino il cedimento su due punti importanti del sessantotto veneziano e delle 'Giornate' organizzate in Campo Santa Margherita da Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri. Il ritorno dei premi, del Leone d'oro e perfino della indigesta 'Coppa Volpi' (giustificato dal fatto che a molti cineasti nel mondo, e soprattutto ai più indipendenti e 'indifesi' dei tre mondi, serviva per battere ostilità censorie e politiche in patria) e la dizione 'Mostra d'arte cinematografica' che era parsa un po' antiquata in epoca abruzzesiana proprio perché il cinema stava diventando così expanded e altro, e ci pareva troppo restrittiva.... Marco Mueller e Quentin Tarantino avrebbero scandalizzato, alla Ungari-Lizzani, anni dopo molti benpensanti d'autore aggirando la nozione di arte, e penetrando nei territori ancora inesplorati dell'Arte Estrema e Oltre (con il western spaghetti, l'horror e il fantasy tricolore, il celentanismo, etc...). Ma sono altri i nemici di Venezia.
Chi l'aveva affossata irreversibilmente, la Mostra d'arte cinematografica, non erano certo stati i sessantottini e l'assemblearismo luddista (magari), o gli adepti della religione Cinema Bis, perché la crisi era precedente alla contestazione generale (che tanto aveva terrorizzato perfino Carmelo Bene, adoratore dell'intoccabile statuto fascista perché garantiva meglio, secondo mister Paradosso, che si tenessero fuori dai piedi ignoranti superbi, clientele prepotenti e portaborse dei politici. Mah: in effetti nel direttivo artistico dell'ente mussoliniano c'era tutto l'establishmnet ebraico di Hollywood, da Warner a Mayer...e Carmelo divenne direttore proprio grazie a quello statuto) e la Biennale rischiava di essere ridimensionata nel calendario internazionale per cecità e ottusità congenita. Rischio che corre tutt'oggi.
Un esempio. Negli anni 50 la Mostra del cinema aveva rimesso nei posti di direzione selezionatori precedentemente epurati, cioé alcuni impenitenti alti fascisti prebellici. Non a caso alcune perle proiettate provenivano, per esempio, dagli archivi dei loro amici neonazisti di Pretoria. Vi ricordate quei ridenti documentari sugli animali con tanto di servitori neri schiavizzati allegramente? Passavano, prima che in tv, al Lido. Un altro esempio. I tanti yes che Ca' Giustinian spedì all'ambasciata americana ogni volta che Clare Booth Luce (ambasciatrice di Eisenhower dal 1953 al 1956) o altri mettevano il veto su un film anti americano. E che dire delle tante censure e dei tanti favori di partito che poi sarebbero ripresi con foga nell'era Craxi e Martelli e Biscione e Veltroni.
Fu davvero Enzo Ungari, che tra i cinefili responsabili dell'Estate romana e di Massenzio era il più radicale, eccentrico e estremo, a segnare quegli anni. E Lizzani lo utilizzò saggiamente - era un ex comunista uscito nel 56 dal partito - per smantellare i residui settarismi estetici e il decalogo aristarchiano (ormai baipassato dal neocapitalismo) che impedivano di rilanciare non solo la Mostra ma il nostro cinema, sempre asservito ai diktat dei partiti e dunque delle loro creature, Rai e, l'altra metà del Leviatano, Cinecittà.
La terza eresia di Lizzani fu quella, più tardi consolidatasi in dichiarazioni molto scandalose e opinabili, di 'aprire a Berlusconi', di non criminalizzarlo, di smetterla di farne una ossessione unica. Dando la colpa per la paralisi del nostro cinema più a se stessi, alla sinistra, inetta quando si entra nella stanza dei bottoni, che al nemico, commercialmente - in fondo - corretto, criminale per essenza, come ogni capitalista.
Ci fu chi vide in questa svolta senile (ma Lizzani è stato un eterno giovane fino a pochi mesi prima del tragico suicidio) una tecnica per giocare televisivamente su due tavoli utilizzando un 'pensiero' che si stava facendo sempre più unico e comune. Quello del trionfo dell'ideologia di mercato, della fine della speranza rivoluzionaria e della seduzione contagiante e rampante per un altro tipo di avidità senza scrupoli 'esotica' per noi, il conte di Cavour a parte: il liberalismo sfrenato.
Lizzani resta infatti uno dei nostri cineasti più prolifici (e guardiamo la lista infinita dei suoi progetti rimasti sulla carta...). Ma quel che più ossessionava il filmaker romano, anzi di piazza Navona, svezzato a Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, era la salgariana avventura, il girare per il mondo alla caccia grossa delle storie che fanno la Storia. Fare cinema per girare il mondo, non viceversa, la sua massima. Munito di spirito critico innanzi tutto. Un Roger Corman senza factory (purtroppo), senza gusto per il genere pulp (western escluso) e di sguardo e cuore molto più moderato (Germania anno zero a parte), ma che si è costantemente interrogato, più esplicitamente rispetto al papà della New World, sui nodi chiave del grande secolo: le periferie (Ai margini della metropoli, un Sacro Gra 'ante litteram', la rivoluzione russa, la sua grandezza e le sue degenerazioni (Bucharin, Ignazio Silone), la questione meridionale, l'emigrazione, lo sport, i briganti, la mafia, i Savoia (Maria Jose), la rivoluzione napoletana del 1799, Roma antica, il fascismo (è stato balilla e frondista), la guerra partigiana (Achtung Banditi! e Cronache di poveri amanti, Il gobbo), le lotte contadine e operaie, il neofascismo (Torino nera, Roma bene) e la criminalità 'non politica', con un suo codice morale altrettanto spesso (Svegliati e uccidi), la prostituzione, le personalità carismatiche, lo star system (Edith Piaf, a teatro), il maoismo (che non ha mai troppo compreso, anche se realizzò La grande muraglia nel 1953, uno dei primi lavori sulla Cina liberata), il nazismo, l'Africa, il cinema (Celluloide...)...
Attenzione. Sempre guardando ai margini, ai lati dell'inquadratura, ai dettagli, al fuori fuoco, al 'secondo piano'. Non ai protagonisti, per quanto neorealisti fossero. Ma agli ultimi degli ultimi. Non per populismo. Ma con la stessa passione usata come radioamatore, curiosità per la voce fuori dal coro, per voglia di contact con l'umanità oppressa eppure in qualche modo più charmant degli oppressori.
Cos'era il neorealismo? Una finestra aperta sul mondo. Girare fuori dagli studios, to shoot, "sparare", ma con l'accortezza, la sensibilità e la capacità di aprire spiragli, di fare in modo che fosse vita a prendere il posto di comando, che introducesse nell'azione qualcosa di imprevisto nel copione. Che fosse lei a catturare le immagini. Ma "una finestra aperta sul mondo", il consiglio che Rossellini dava ai giovani cineasti, è anche una terribile tentazione esistenziale...
Proprio come un suo amato collega, Mario Monicelli. Un salto nel vuoto. A 91 anni. Improvvisamente, con la badante accanto e una moglie lontana, ricoverata da tempo, Carlo Lizzani ha interpretato diversamente quel consiglio. Più tragico ancora, l'esito di quel momento di vertigine. Non è morto sul colpo. Terzo piano, nono piano. C'è chi (un giornalista radiato dall'ordine) ha fatto dello spirito 'meritocratico' su questa differenza, ossessionato dal suo servilismo vero i piani alti. Altri, complottisti, stanno ripensando ai progetti di Lizzani, al suo film annunciato sulle intercettazioni telefoniche. E in Italia a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai....
Però. Insieme, Lizzani e Monicelli, avevano fatto parte del più rivoluzionario movimento della storia del cinema, anche perché ha continuato a ispirare cineasti di tutto il pianeta fino ai giorni nostri. E i giovani filmaker si erano molto interessati a lui. Da Francesca Del Sette, autrice di un appassionato Viaggio in corso nel cinema di Carlo Lizzani (2007) a Antonello Aglioti, Il come eravamo di Carlo Lizzani (2008). E Lizzani ha fatto parte anche della folta band anti-global a part di Un mondo diverso è possibile, a Genova nel 2001, per assistere, davanti al cadavere di Carlo Giuliani, all'ennesima dimostrazione del teorema Italia.
Questa morte così annunciata (Lizzani non era a Venezia per presentare il suo ultimo film, come attore protagonista, e sembrò strano) si poteva già intuire tra le righe del set in cui è ambientato Non eravamo solo ... ladri di biciclette - Il neorealismo, il documentario di Gianni Bozzacchi, musiche di Pino Donaggio, presentato nella sezione Venezia Classici, con Lizzani voce recitante che ne spiega origini e innovazioni linguistiche, come quasi ultimo testimone e superstite di quella grande generazione di artisti (con Enzo Staiola e Giuseppe Rotunno, intervistati nel film).
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| Gianni Bozzacchi e Carlo Lizzani sul set di Non eravamo solo...ladri di bibliclette - Il neorealismo |
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| La stanza della 'casa di Lizzani', e la finestra spalancata, dove si è girato il suo ultimo film come attore. |
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| Lizzani e Bozzacchi |
Blade runner, al palazzo del cinema del Lido di Venezia, e anche all'Arena, fu un avvenimento epocale. Mai vista tanta gente vera spingere entusiasta per entrare. E così a E.T. per Patti Smith, per Meredith Monk... Dal 1983 al 1987, anche se eravamo nel decennio del riflusso, chi andava alla Mostra di Venezia, per lo più anime belle, non se ne accorgeva di certo. Continuava la rivoluzione.
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| Blade Runner |
Erano stati loro, non altri, che avevano reso plumbeo il paesaggio, e avevano deviato di senso l'espressione anni di piombo. Che sarebbe come dire che la guerra dell'oppio l'hanno voluta i cinesi imperiali e non gli inglesi democratissimi per lucrare sulla droga.
Più la dinamite senza rivendicazioni della Banca dell'Agricoltura di Milano che le pallottole, quasi sempre di illegittima difesa, ma sempre così scrupolosamente griffate, avevano disegnato la grana interiore del decennio precedente. Che, stragi e esecuzioni a parte, era stata soprattutto una stagione di lotte pacifiche, incantevoli, di massa, squilibranti antiche servitù. E aveva provocato irreversibili vittorie collettive e un capovolgimento nell'immaginario sociale salutare. Proprio come portare Lizzani al vertice della Mostra.
Perché Lizzani (1922-2013), prestigioso ex aiuto di Rossellini e De Santis (era lui a ballare il Mambo in Riso amaro, non Gassman), sceneggiatore e documentarista cosmopolita, infaticabile e acuto storico del cinema, anche attore e filmaker della storia, critico e autore originale di opere, tutte 'in costume', sempre impegnate a capire la cronaca, i retroscena e gli aspetti segreti del mondo, a 'rimettere in forma' la realtà (non è questo forse il segreto neorealista? Saper cambiare continuamente i connotati di un film, la sua grammatica e la sua sintassi, perché il mondo cambia e a molti villain fa comodo che sia indecrifrabile), poteva riportare in pochi anni Venezia al centro dell'attenzione generale. Intanto per il suo carattere. Un gentleman colto e dotato di grande senso dell'umorismo e della decenza. Attorno a lui si capiva subito, nello staff, chi maneggiava e chi trafficava.
Eravamo certi insomma che Lizzani avrebbe potuto dare una sintesi, in avanti, alle lotte contro l'arcaico e inadeguato carrozzone del Lido, anche avvalendosi del nuovo Statuto della Biennale, più aperto ai contributi della società civile e alle forze creative, non rappresentate ancora nelle istituzioni.
E dunque lo Statuto nuovo permetteva collegamenti non tanto con i padroni del cinema e con via delle Zoccolette di Roma (sede dei mefitici maneggi dello staff eterno del Ministero dello Spettacolo) e ai commercianti demodé dell'Anica-Agis (in quegli anni completamente fuori dal mondo). O solo con i sindacati del cinema, con l'Anac, i registi Pci, e con Cinema Democratico (quelli più vicini all'estrema sinistra), ma soprattutto con lo sguardo creativo e ammazzacattivi dei metalmeccanici di allora, la 'vil razza pagana' molto turbolenta e fantasy, e dunque anche con i movimenti antisistemici dei club-cinema off off, altrettanto 'informali' e ribelli rispetto alle adesioni confessionali e ideologiche del d'essai embedded: i cineclub finanziati dallo stato, le riviste e il pensiero cinematografico tradizionale e mainstream che era o cattolico o social-comunista. Non c'era terza via oltre Ucca, Ficc e compari.
Ma era nata nel frattempo la Liaca, la lega delle associazioni culturali autonome: i romani del Filmstudio, L'Occhio l'orecchio la bocca, Il Politecnico, che Nicolini avrebbe convocato a Massenzio; il Movie club di Torino, il Cinema Zero di Padova, le altre realtà aggiornate di Bari, Napoli, Genova, Firenze... Non a caso il compagno d'arme, il Lin Piao di Lizzani in quella avventura fu Enzo Ungari, un grande 'mangiatore di film'.
Chi era Ungari, prima di sceneggiare L'ultimo imperatore, il kolossal Oscar di Bertolucci? Un giovane turco di La Spezia, anima con Aprà del Filmstudio, ex critico a la page della più avanzata rivista di cinema italiana di sempre, Cinema e Film. E soprattutto il nemico pubblico numero uno del quotidiano 'revisionista' La Repubblica (allora impegnata anima e corpo anche in una patetica campagna contro il cinema trash come quella che Antonio Monda sta conducendo contro Godard da qualche anno con lo stesso impeto di Villaggio contro Eisenstein), per la sua sempre attenta e costante ricognizione e rivalutazione del cinema di genere Usa, di Soukaz e del gay-movie, dell'horror e perfino dell'hard e delle nouvelle vagues di Calcutta, Tokyo e Tunisi, di Warhol e dell'underground, di Antonioni ma anche di Jancso, Siegel, Aldrich e Philip Kauffman.
Una strana coppia davvero, Lizzani-Ungari. Fu il colpo di genio svitato del regista di Crazy Joe e Nucleo Zero, Mamma Ebe e Caro Gorbaciov, per ricordare i suoi film del periodo. E anche del film (precedente) che io preferisco su tutti, dal titolo emblematico, Lo svitato, con Dario Fo e Franca Rame, 1955, che apriva alla commedia demenziale, costola eretica dello scherzo futurista, e edificava una (incompresa) strada avveniristica (poi interrotta), tra Italo Calvino e Enzo Jannacci, tra Aki Kaurismaki e John Landis.
Gli perdonammo perfino il cedimento su due punti importanti del sessantotto veneziano e delle 'Giornate' organizzate in Campo Santa Margherita da Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri. Il ritorno dei premi, del Leone d'oro e perfino della indigesta 'Coppa Volpi' (giustificato dal fatto che a molti cineasti nel mondo, e soprattutto ai più indipendenti e 'indifesi' dei tre mondi, serviva per battere ostilità censorie e politiche in patria) e la dizione 'Mostra d'arte cinematografica' che era parsa un po' antiquata in epoca abruzzesiana proprio perché il cinema stava diventando così expanded e altro, e ci pareva troppo restrittiva.... Marco Mueller e Quentin Tarantino avrebbero scandalizzato, alla Ungari-Lizzani, anni dopo molti benpensanti d'autore aggirando la nozione di arte, e penetrando nei territori ancora inesplorati dell'Arte Estrema e Oltre (con il western spaghetti, l'horror e il fantasy tricolore, il celentanismo, etc...). Ma sono altri i nemici di Venezia.
Chi l'aveva affossata irreversibilmente, la Mostra d'arte cinematografica, non erano certo stati i sessantottini e l'assemblearismo luddista (magari), o gli adepti della religione Cinema Bis, perché la crisi era precedente alla contestazione generale (che tanto aveva terrorizzato perfino Carmelo Bene, adoratore dell'intoccabile statuto fascista perché garantiva meglio, secondo mister Paradosso, che si tenessero fuori dai piedi ignoranti superbi, clientele prepotenti e portaborse dei politici. Mah: in effetti nel direttivo artistico dell'ente mussoliniano c'era tutto l'establishmnet ebraico di Hollywood, da Warner a Mayer...e Carmelo divenne direttore proprio grazie a quello statuto) e la Biennale rischiava di essere ridimensionata nel calendario internazionale per cecità e ottusità congenita. Rischio che corre tutt'oggi.
Un esempio. Negli anni 50 la Mostra del cinema aveva rimesso nei posti di direzione selezionatori precedentemente epurati, cioé alcuni impenitenti alti fascisti prebellici. Non a caso alcune perle proiettate provenivano, per esempio, dagli archivi dei loro amici neonazisti di Pretoria. Vi ricordate quei ridenti documentari sugli animali con tanto di servitori neri schiavizzati allegramente? Passavano, prima che in tv, al Lido. Un altro esempio. I tanti yes che Ca' Giustinian spedì all'ambasciata americana ogni volta che Clare Booth Luce (ambasciatrice di Eisenhower dal 1953 al 1956) o altri mettevano il veto su un film anti americano. E che dire delle tante censure e dei tanti favori di partito che poi sarebbero ripresi con foga nell'era Craxi e Martelli e Biscione e Veltroni.
Fu davvero Enzo Ungari, che tra i cinefili responsabili dell'Estate romana e di Massenzio era il più radicale, eccentrico e estremo, a segnare quegli anni. E Lizzani lo utilizzò saggiamente - era un ex comunista uscito nel 56 dal partito - per smantellare i residui settarismi estetici e il decalogo aristarchiano (ormai baipassato dal neocapitalismo) che impedivano di rilanciare non solo la Mostra ma il nostro cinema, sempre asservito ai diktat dei partiti e dunque delle loro creature, Rai e, l'altra metà del Leviatano, Cinecittà.
La terza eresia di Lizzani fu quella, più tardi consolidatasi in dichiarazioni molto scandalose e opinabili, di 'aprire a Berlusconi', di non criminalizzarlo, di smetterla di farne una ossessione unica. Dando la colpa per la paralisi del nostro cinema più a se stessi, alla sinistra, inetta quando si entra nella stanza dei bottoni, che al nemico, commercialmente - in fondo - corretto, criminale per essenza, come ogni capitalista.
Ci fu chi vide in questa svolta senile (ma Lizzani è stato un eterno giovane fino a pochi mesi prima del tragico suicidio) una tecnica per giocare televisivamente su due tavoli utilizzando un 'pensiero' che si stava facendo sempre più unico e comune. Quello del trionfo dell'ideologia di mercato, della fine della speranza rivoluzionaria e della seduzione contagiante e rampante per un altro tipo di avidità senza scrupoli 'esotica' per noi, il conte di Cavour a parte: il liberalismo sfrenato.
Lizzani resta infatti uno dei nostri cineasti più prolifici (e guardiamo la lista infinita dei suoi progetti rimasti sulla carta...). Ma quel che più ossessionava il filmaker romano, anzi di piazza Navona, svezzato a Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, era la salgariana avventura, il girare per il mondo alla caccia grossa delle storie che fanno la Storia. Fare cinema per girare il mondo, non viceversa, la sua massima. Munito di spirito critico innanzi tutto. Un Roger Corman senza factory (purtroppo), senza gusto per il genere pulp (western escluso) e di sguardo e cuore molto più moderato (Germania anno zero a parte), ma che si è costantemente interrogato, più esplicitamente rispetto al papà della New World, sui nodi chiave del grande secolo: le periferie (Ai margini della metropoli, un Sacro Gra 'ante litteram', la rivoluzione russa, la sua grandezza e le sue degenerazioni (Bucharin, Ignazio Silone), la questione meridionale, l'emigrazione, lo sport, i briganti, la mafia, i Savoia (Maria Jose), la rivoluzione napoletana del 1799, Roma antica, il fascismo (è stato balilla e frondista), la guerra partigiana (Achtung Banditi! e Cronache di poveri amanti, Il gobbo), le lotte contadine e operaie, il neofascismo (Torino nera, Roma bene) e la criminalità 'non politica', con un suo codice morale altrettanto spesso (Svegliati e uccidi), la prostituzione, le personalità carismatiche, lo star system (Edith Piaf, a teatro), il maoismo (che non ha mai troppo compreso, anche se realizzò La grande muraglia nel 1953, uno dei primi lavori sulla Cina liberata), il nazismo, l'Africa, il cinema (Celluloide...)...
Attenzione. Sempre guardando ai margini, ai lati dell'inquadratura, ai dettagli, al fuori fuoco, al 'secondo piano'. Non ai protagonisti, per quanto neorealisti fossero. Ma agli ultimi degli ultimi. Non per populismo. Ma con la stessa passione usata come radioamatore, curiosità per la voce fuori dal coro, per voglia di contact con l'umanità oppressa eppure in qualche modo più charmant degli oppressori.
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