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domenica 16 ottobre 2016

Festa di Roma. Sotto il vulcano con Werner Herzog. Into the Inferno.



Roberto Silvestri

Festa di Roma, primo bilancio. Dispiace per il palinsesto, organizzato malissimo, con sovrimpressioni di film (anche quattro contemporaneamente) alla stessa ora per gli accreditati e la stampa, messi nella situazione di depennare (a casaccio) alcune proiezioni, e di non parlare di film forse meritevoli, perché non sempre recuperabili successivamente, nelle affollate repliche per il pubblico. Oltre tutto i documentari e i film delle retrospettive non hanno repliche… Certo. Il taglio di budget spiega, in parte, la cosa. Non c’è più lo spazio autonomo e separato di Alice in città e molte proiezioni di quella sezione  sono perciò ospitate nelle sale dell’Auditorium Parco della Musica che è dunque intasato e non permette repliche. Però molte ore sono vuote (le ore 13, le ore 15). Strano. Dispiace perché la prima parte della festa di Roma è stata abbastanza festosa. Film interessanti come The Birth of a Nation di Nate Parker,  Snowden di Oliver Stone, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, Sole cuore amore di Daniele Vicari con una gigantesca Isabella Ragonese, e anche il documentario su Richard Linklater e quello sui Rolling Stones in America Latina, hanno costruito una geografia immaginaria degna di un festival metropolitano dignitoso, accompagnato da un  buon movimento di pubblico non accompagnato però da un dispiegamento di servizi  (ristoranti, bar, posti di incontri…) adeguato. Il ristorante grande, allestito negli anni scorsi, ora è chiuso rendendo problematico il soggiorno al Villaggio Olimpico. Passiamo ai film.
E iniziamo dalla fine.


Da Werner Herzog, tedesco di Los Angeles, presumibilmente fresco della rilettura del romanzo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, che ci porta in giro per il mondo scalando i più devastanti vulcani attivi, e pericolosissimi, fin sulla cima degli altissimi coni pronti a esplodere in Into the Inferno. E’ un film impressionante, e non solo perché ci fa toccare con mano cos’è un flusso piroclastico, correnti di lava gas e lapilli che possono raggiungere chiunque gironzoli attorno ai fratelli maggiori dell’Etna, alla velocità di 100 miglia all’ora e a 800 gradi Farenheit. Molti studiosi e specialisti, nonostante le attrezzature adeguate, sono morti cercando di effettuare incontri ravvicinati e riprese mozzafiato di questi flussi, come i due celebri scienziati francesi che vediamo all’opera e nonostante le loro tute tecnologicamente all’avanguardia.
Impressionante, il film, anche perché fa capire che sotto di noi, sotto gli oceani e la crosta terrestre, il fuoco primordiale non smette di muoversi e di provocar terremoti e maremoti, e minacciare costantemente il pianeta da 100 mila anni, già quasi estinguendoci 75 mila anni fa, nonostante i secolari riti e le sacre offerte dei sacerdoti di tutte le religioni o la fiducia incondizionata che riponiamo, più recentemente, nella nostra scienza d’avanguardia.  
Quelle bocche di fuoco magmatiche rosso assoluto eruttanti  all’improvviso lava e lapilli, viste così da vicino sembrano proprio invitanti per una vacanza agli inferi. Naturalmente Herzog col passare degli anni è diventato meno incosciente e pazzo, non è più l’alter ego di Kinski, non si butta sui declivi, a portata di lava, aggrappato a una fune, solo per fare riprese mozza fiato e giocare a Guerre Stellari.
Herzog utilizza molto il teleobiettivo, l’elicottero e materiali di repertorio drammatici e si occupa più del rapporto tra le popolazioni locali e le mitologie arcaiche o post moderne annesse (si veda il brano degno di Bombolo e Cannavale più che di Jacopetti sulla popolazione selvaggia del Pacifico che ha creato la religione John Frum, dal nome di un soldato americano che planò in elicottero promettendo beni di consumo a iosa per tutta l’isola, che sta ancora aspettando) e alla relazione, sublime, tra natura possente e indifferente e “insulsi esseri umani” che cercano disperatamente e inutilmente di catturarne i segreti o di dominare con la magia forze cosmiche devastanti e incommensurabili.

Come si fa, allora, a vivere sotto un vulcano pronto a seppellirti di cenere in un attimo? C’è chi lo fa tranquillamente, anche se tutto intorno è stato abbandonato ed evacuato. Herzog lo trova. Lui dormicchia tranquillamente e davanti all’obiettivo canta. E’ un contadino, ma sembra un poeta beat o un artista suprematista dell’arcipelago Vanuatu. Per lui la vita non è collegata alla sua sopravivvenza. Al suo utile. Non pensa neppure alla vita. E’ già luce cosmica. Il suo rapporto con l’assoluto è a prova di prete, scienziato e artista. Herzog, umiliato, smette di riprenderlo. E fugge. Inoltre ha al suo fianco uno scienziato amico, conosciuto in Antartide, che ci ragguaglia costantemente, sulle tecnologie oggi usate per il monitoraggio e la prevenzione delle eruzioni. E così si completa la triangolazione “magica” tra religione (il vulcano è sede di dei e demoni), scienza e arte. Gli dei con i loro devastanti e misteriosi disegni, la conoscenza che cerca di decifrarli e l’arte che almeno vuol catturarne la bellezza. Il vulcanologo britannico si chiama Clive Oppenheimer e inquadra la storia geologica di ciascun sito, ed è impressionante sapere che il più gigantesco vulcano spento ha formato in Indonesia un lago enorme dopo aver devastato l’intero emisfero con eruzioni della potenza di 100 mila bombe atomiche. Il film è co-prodotto da Austria e Regno Unito e sarà distribuito da Netflix. I sei luoghi di indagine scelti si trovano in Etiopia, Indonesia, Corea del Nord, Islanda e Arcipelago Vanuatu (dove sono ben due i vulcani cattivissimi in azione). Non a caso si dice che Dante Alighieri abbia fatto un viaggio in Islanda, per prepararsi all’Inferno. La parte in assoluto più sorprendente è girata in Corea del Nord, al confine con la Cina, dove si trova il Monte Paeku, un vulcano attivo alto  2744 metri, responsabile di due tra le più violente eruzioni planetarie degli ultimi 5000 anni, nel 180 a.C. e nel 1815. Ebbene proprio qui, in queste montagne, da queste eruzioni gigantesche, vicino al lago del Paradiso, narra la leggenda, è nato il glorioso popolo coreano e il partito comunista coreano ne ha fatto il centro della propria mitologia propagandistica. Perché proprio su queste colline c’era il quartier generale della resistenza anti-giapponese guidata dal futuro presidente e padre (quasi dio) della patria Kim il Sung. 


E l’articolo 169 della costituzione coreana – non abrogabile con referendum – definisce il luogo “la montagna sacra della rivoluzione”. Statue gigantesche di partigiani e partigiane in lotta, in contemplazione della cima e perfino intenti a suonare il violino, arricchiscono il sito, meta di turismo obbligato e fonte di ispirazione per i mega spettacoli da stadio mozzafiato che sono il vanto dell’arte performativa di massa di Pyongyang.   


sabato 1 ottobre 2016

Sognando Hollywood sul Tevere. La Festa del Cinema Roma anno XI dal 13 al 23 ottobre



Roberto Silvestri

Poco prima dell'On the Road Film Festival del Detour, sempre a Roma, City of Cinema secondo la designazione (forse perfida) dell'Unesco 2015, arriva la Festa del Cinema. Che promette  discontinuità rispetto ai dieci anni passati. Si aprirà per l'occasione addirittura un drive in temporaneo, per 100 automobili, con hamburger e cocacole di fronte al Palazzo dei Congressi all'Eur. E si allestirà la mega arena più glamour del mondo a Trinità dei Monti (sarà per soli Vip?). Parole guida del direttore: "qualità e varietà. Eleganza. Internazionalità".
Speriamo che ci sia anche la quinta parolina, discontinuità, perché bisogna sempre sorprendere, e poi perché ai romani, almeno a metà dei romani, la Festa continua a stare antipatica. Forse perché l'Auditorium è fuori mano ed è stato visto, fin dall'inizio, come un giocattolo privato, dal carattere introverso, per gli amici melomani di Veltroni. Qualche settimana fa, però, un indimenticabile concerto horror e semiclandestino di John Carpenter e della sua band avrebbe restituito gli spazi metafanstascientifici di Renzo Piano alla Roma civile, se Roma, ancora in vacanza, se ne fosse accorta. 
Il prezzo dei biglietti di ingresso alla Festa è contenuto, varia dai 6 ai 25 euro (per l'inagurazione). Si promettono decentramento e rapporti fecondi con le scuole, autobus veloci e efficienti che collegano il centro della città al palazzetto dello sport. Si mangia, speriamo bene, a Foodopolis (pugliese) e alla Caffetteria Corsini. Saranno presenti per la prima volta i critici del New York Times e del Los Angeles Times, impegnati perfino in un incontro con Sesti e Crespi sul destino della vecchia critica cartacea dopo la rivoluzione copernicana della critica on line. 
E all'evento (13-23 ottobre) si arriverà attraverso ben 5 tappe di avvicinamente. Al cinema Barberini il 3 ottobre American Pastoral, di e con Ewan McGregor. Il 9 ottobre La guerra dei cafoni, commedia salentina di Davide Barletti e Lorenzo Conte, alla Casa del Cinema che ospiterà anche, il 10 ottobre, il musical cult Singin' in the Rain, di Stanley Donen, con Gene Kelly, che è il simbolo danzante di questa edizione. L'11 ottobre al Madza Cinema Hall Inferno di Ron Howard con Tom Hanks (il premio alla carriera di questa edizione) e il 12 all'Auditorium Parco della Musica In guerra per amore di Pif.
Ma. La Festa non sfonda, finora, anche perché Roma è la città del ministero. E il ministero continua a sfornare leggi cinema inadeguate (anche la prossima, by Franceschini, se l'iter è quello annunciato, e nonostante qualche soldo in più, sembra punti a confermare per i cineasti indipendenti lo status di dipendenti famelici). Inoltre. Il cinema è "un'invenzione senza futuro" là dove la serie tv regna. Ma qui è il destino di tutti  i festival che potrebbe essere segnato. Se funzionano solo i blockbuster nelle sale che bisogno c'è dei festival? Un festival può trasformare un film d'arte se non in un blockbuster in un oggetto d'affezione popolare? In Francia ci riescono, in Italia per niente.
E poi. Non siamo stati forse diffidenti della Camera di Commercio come producer principale (e privato) di un avvenimento culturale? L'esperimento comunque è fallito, e adesso chi co-finanzia di più è di nuovo il ministero, oltre agli anti locali. Ma i "poteri forti" tipo Rai, Cinecittà e Luce non riescono a lanciare neppure il Mercato, che fiancheggia le proiezioni e serve anche a promuovere anche la film commission locale. L'affare cinema in Italia, trent'anni fa all'avanguardia, è crollato, di pari passo con il decrescere degli investimenti su istruzione e ricerca e con la bassa qualità delle sale, della burocrazia e dei servizi rispetto agli altri paesi europei. E se i fari sono rivolti proprio a Roma lo spettacolo non è proprio edificante. Anche se Franceschini assicura che " l'XI edizione della Festa del Cinema arriva in un momento di forte dinamismo per il panorama cinematografico nazionale" e promette risorse per 400 milioni l'anno, forti incentivi per giovani autori e un aumento dei finanziamenti del 60% per sostenere il cinema (e la televisione, e il web). ma io vedo ancora i talenti scappare dal nostro paese, Minervini e non solo lo dimostrano. La loro energia sprecata o umiliata. 
E poi. L'Estate romana nicoliniana era davvero un grande Party popolare e sexy, mentre la Festa non seduce, non è virale, forse perché non sa ottimizzare le risorse creative di chi il cinema inebriante (vecchio e nuovo) lo sa scoprire, dal basso e per tutto l'anno - certi magazine on line radicali o il cineclub Detour oggi, come l'Occhio l'Orecchi e la bocca allora - rischiando di persona (*). 
Il mix annunciato da Detasise/Monda tra red carpet e documentari impegnati, tra sperimentalismo e film di ogni genere (attenzione all'horror-zombies ecologico Busanhaeng, di Yeon Sang-ho, Corea del sud, 453 km in treno per scappare, da Seul a Pusan, inseguiti dai morti viventi), tra master class e divismo, tipico ormai di quasi tutti i festival (comprese le 24 opere sbandierate "in prima mondiale assoluta) non garantiscono la riuscita di una Festa. 
Nella conferenza stampa di ieri, venerdì 30 settembre, il presidente Piera Detassis ha voluto definire l'evento una "Festa Mobile", operativa 365 giorni all'anno. Questo anche grazie al collegamento con centri permanenti culturali come il Maxxi e la Casa del Cinema e ad una programmazione annuale di proiezioni, incontri ed eventi che dovrebbero interessare l'intera regione Lazio. Bene, ma le star le grandi manifestazioni mondiali le costruiscono, non solo le ereditano. Ed ecco riaffiorare costantemente la soddisfazione di aver lanciato ne 2015 Lo chiamavano Jeeg Robot. Gabriele Mainetti.  E la promessa: "ci saranno futuri premi Oscar in cartellone, quest'anno".
Bene. Chi vede dietro le star delle macchine attoriali o pensanti di devastante potere destabilizzante, ha sempre apprezzato lo sforzo della Festa romana, dall'epoca Di Caprio/Kidman in poi, passando per Hunger Games, Spike Jonze, i Coen... E osservare frotte di ragazzini delle scuole gioronzolare incantati tra la sala Petrassi e la Santa Cecilia a caccia di autografi è stato sempre gratificante. Qualcosa si muoveva. L'energia fa un festival. Marco Muller, poi, ha cercato di innalzare la Cosa e ha portato un po' di cinema vivo e indigesto, non solo carino e spettacolare, dalle parti del villaggio olimpico (muovendosi però, politicamente, come un elefante tra i cristalli. Chi frequenta il diavolo si guasta, è un problema di neuroni specchio). Però le cifre sbandierate allora parlarono chiaro (ammesso fossero vere): da 600 mila si passò a 80 mila spettatori. Antonio Monda, al secondo dei tre anni di mandato, ora che è "nel mezzo del cammino" cerca di posizionarsi a metà tra il solo glamour e grazie ai magnifici sette selezionatori (tra i quali anche Alberto Crespi, Mario Sesti, Giovanna Fulvi) traghettare da Manhattan, il che è educativo, un po' del coraggioso mondo intellettuale new yorker (ci si deve fidare del braccio destro Richard Pena, ex festival di Chicago, ex festival di New York, ex responsabile del Lincol Center, un curriculum da far girare la testa ai 5 Stelle), capace di tenere testa ai continui attacchi dinamitardi, tipici delle presidenze democratiche fastidiose. Secondo anno su tre. Monda ci promette una edizione politicamente impegnata (non solo a sinistra, come insegnano Renzi e Raggi), aperta alle differenze, simboleggiata dalle retrospettive dedicata a Valerio Zurlini e a Tom Hanks ospite d'onore (vedremo 16 dei 20 film che lo stesso attore-regista ha scelto) e dai tanti omaggi: al rinascimento western e relativi punti di riferimento; a Michael Cimino, all'Armata Brancaleone, a Sordi, a Fritz Lang, a Dino Risi e a Citto Maselli (non perdete il suo mediometraggio L'avventura di un fotografo, 1983, uno dei rari brani di cinematografia ispirato a Italo Calvino), a Luigi Comencini fotografo, a Pontecorvo terzomondista, a Gian Luigi Rondi, ovviamente. E dal focus sui film nordamericani che trattano direttamente di politica, di elezioni presidenziali, di scontro tra repubblicani e democratici che non è tra destra e sinistra, come banalizziamo in Europa. Anche se lo è nel caso Hillay-Trump. 16 film e tra questi, oltre ai classici amati di Capra, Spielberg, Ford, Griffith (eh sì, la sua Nascita di una Nazione sarà razzista, ma ha avuto il merito di trattare senza scrupoli l'argomento tabù della "reconstruction era", il terrore che ha spinto i bianchi verso il KKK e verso l'invenzione del montaggio parallelo...), Rossen, Preminger, Stone, Altman, Preston Sturges (The Great McGinty, 1940), consiglio soprattutto i documentari The War room di D.A. Pennebaker e Chris Hagedus (1993) e Primary di Robert Drew (1960), oltre al manifesto grondante ideologia anti-F. D. Roosevelt Young Mr. Lincoln (1940) di John Ford, repubblicano sfegatato come Clint. Prenotarsi, da subito, dunque, anche per gli incontri con le super star, oltre Tom Hanks: Meryl Streep, Dom De Lillo lo scrittore innamorato di Antonioni; Oliver Stone, Daniel Libeskind, l'architetto che ci ha restituito "le torri", David Mamet, Viggo Mortensen (ma il suo film revisionista, e involontariamente comico, sulla cultura hippies Captain Fantastic, in programma, è piuttosto irritante), Ralph Fiennes, Bernardo Bertolucci, Gilbert & George, a cui è dedicata la giornata più interessante, da punto di vista filosofico-concettuale, e radicale, dal punto di vista cinematografico (assieme a Seven men from now di Budd Boetticher e Kubo) sia per la proiezione del magnifico documentario che si sono dedicati The World of Gilbert& George, a 35 anni dalla prima romana del Capranichetta) sia del loro film preferito, Shaolin Martian Arts  di Chen Chang; e ancora Renzo Arbore, Andrzej Wajda, Jovanotti, Paolo Conte e Roberto Benigni....    
Siamo così all'undecesima edizione della Festa. Ci vuole pazienza e tempo. Cannes ha impiegato 20 anni per il decollo. Ma adesso in Francia guida le classifiche di incasso non un blockbuster Usa ma il nuovo Xavier Dolan, enfant prodige canadese francofono (Proprio la fine del mondo) e sarebbe ridicola una polemica parigina sul Leone d'oro a Lav Diaz, o sulla candidatura agli Oscar di Fuocammare, visto che Lino Brocka, e Gianfranco Rosi e perfino Michelangelo Frammartino e Ciprì&Maresco,  e l'intera onda rumena passa in prima serata tv da anni e si mastica tanto cinema quanto calcio. Tokyo, che tra i festival metropolitani, tipo New York o Londra, è la più ambiziosa, ancora non c'è riuscita a compiere il grande balzo in avanti e sfiora le trenta edizioni... Quando a Roma si discuterà nei bar di Toni Endmann almeno quanto di Totti, se ne riparla. Se pensiamo che in tutto il cartellone romano 2016, alla faccia della tanto sbandierata "differenza" e della tensione e pulsione "internazionalista", però non c'è quest'anno un solo film africano e medio-orientale (a parte un palestinese) ed è modesta la presenza asiatica, e perfino di rumeni, citati assieme ai messicani come i più interessanti cineasti del momento, non c'è traccia nel programma, qualche diffidenza resta. Il desiderio malcelato sembra riaprire la stagione di Hollywood sul Tevere. I set di 007 e di Ben Hur (purtroppo è andato male al botteghino) sono stati così salutarmente shockanti che questa sembra la strada imprenditoriale da percorrere. Così metà programma è romano (antico: Sordi, Maselli, Zurlini, Comencini.....), perfino qualche affondo storico indigesto (come il doc su Freddi). Metà nordamericano o comunque di lingua Brexit.
Però ci saranno, e sono imperdibili, The Birth of a Nation, dalla autobiografia di Nat Turner, leader di una ribellione degli schiavi d'America domata  a fatica negli anni trenta del XIX secolo, la risposta african-american e "pugno nello stomaco" a Griffith e alla sua versione Kkk della reconstruction era. Immancabile, soprattutto pensando alla campagna stampa reazionaria e suprematista contro il regista, Nate Parker, che si potrebbe paragonare a quella contro Hillary, "corrotta" e moglie di uno stupratore". Se si ha il potere nei media ogni bugia e calunnia oggi diventa verità. Un Fritz Lang di Gordian Maugg (Germania) dove si vuole far passare il grande regista espressionista per un egocentrico maniaco sadico e uxoricida, insomma Goebbels non era che un dilettante. Into the Inferno di Werner Herzog, viaggio tra i vulcani più arrabbiati del mondo, che sarà adorato da chi ogni tanto tifa per l'Etna in azione. Qualche film addirittura negazionista sullo sterminio degli ebrei, degli zingari e dei comunisti (ma non erano proibiti per legge film simili?). Il documentario di Vanni Gandolfo L'arma più forte, l'uomo che inventò Cinecittà, nella sezione Riflessi, sull'ex gerarca nazi-fascista Luigi Freddi, imprigionato dopo la liberazione e poi graziato, e tornato a far cinema, è interessante perché bisogna fare i conti con un teorico del cinema che non solo fu l'inventore di Cinecittà, ma lo stratega, sconfitto, di un cinema completamente statalizzato, sul modello di Goebbels. E per colpa sua Elsa Morante fu costretta a dimettersi da critica della Radio Rai perché nei primi anni 50 si rifiutò di recensire un documentario da lui prodotto.  

Rules don't Apply, il film di Warren Beatty su Howard Hughes, invece, non ci sarà. E' il grande cruccio di Antonio Monda e dei suoi partner. Sarà infatti proiettato in anteprima mondiale e sarà la vedette del festival organizzato nel prossimo novembre dall'American Film Institute di Los Angeles. Roma non ne è ancora una valida alternativa. E patische anche handicap tecnologici. L'atteso film di Jonathan Demme su Justin Timberlake infatti non si potrebbe nemmeno proiettare a Roma.  Per carenze tecnologiche sul versante digitale. ?!!? 
Però le novità, a parte l'apertura di un Drive in e la serata magica per festeggiare i 100 anni di Gregory Pek con la proiezione di Vacanze Romane in piazza di Spagna, nell'arena più bella del mondo e alla presenza dei due figli del grande attore, l'annuncia Raggi, con toni paternalistico-pariolini: "dobbiamo riportare la cultura nelle perfierie" (chi l'ha mai portata via?), farla scorrere nelle vene della città come capillari che irrorino tutto il territorio". E speriamo non sia una irrorazione tossica.   
 Insomma non solo l'Auditorium Parco della Musica, ma anche The Space di piazza Esedra e il Farnese, Rebibbia inteso come carcere (e questa è una grande iniziativa, speriamo che facciano vedere i film giusti) e la scuola Di Donato, il Broadway e Cineland. Un giorno in più rispetto al 2015, ma identitco il budget dichiarato: 3,4 milioni di euro (10 milioni di euro se si considerano tutte le manifestazioni cinematografiche dell'anno a cura dell'Auditorium Parco della Musica), sponsor compresi.
Il tappeto rosso ci sarà, e sarà grandissimo, solcato da "almeno 32 celebrità di primo livello (forse 33). Avrà perfino una appendice in via Condotti. La madrina no, non c'è, e non ci sarà neanche la cerimonia di inaugurazione e finale.  Stoccata a Barbera.
In conferenza stampa Piera Detassis che adesso è presidente della Festa (o Festival, ancora ci si confonde), ci tiene a dirlo. Nessun orpello. La politica della Festa è "nicoliniana", ma declinata alla Rondi: "tutti i (tipi di) cinema per tutti i pubblici", insomma nicoliniana, ma alla rovescia. Invece di portare le periferie al centro, creando uno scandaloso movimento imprevisto e antagonista, interferenze promiscue, succhiando vampirescamente la ricchezza della strada, la "cultura invisibile delle masse" si sarebbe detto in quegli anni, la Festa vuole espandersi nelle periferie, e in tutta la regione, irradiando cultura e insegnando cos'è il cinema e quali sono i suoi capolavori nelle scuole. Però la diretta televisiva di un grande avvenimento cinematografico (Golden Globes, Oscar, Cannes, Donatello, Nastri d'argento....), appetibile ormai quasi quanto una diretta sportiva, i Giochi Olimpici o un duello presidenziale, è insomma una macchina per fare cassa molto prelibata. Bisognerà pensarci. Rondi l'avrebbe fatto. Magari facendo coincidere Festa e galà del Donatello.... Solo la sezione autonoma ma fiancheggiatrice Alice nella città, equivalente di Generation 14 a Berlino, ha la sua giuria, con Matt Dillon presidente illustre (e ormai romano, visto il suo fidanzamento con Roberta Mastromichele) e si godrà in prima mondiale l'atteso cartoon del rampollo di Mister Nike, Kubo
Il bel poster con Gene Kelly e Cyd Charisse in una foto di scena in bianco e nero sul set del sogno di Un Americano a Parigi riassume bene la strategia nostalgico-imprenditoriale di Monda. Mettere insieme quel che Cannes, concorso e Certain Regard, e a Venezia, concorso e Orizzonti, separano. Sperare di azzeccare, più di Toronto, Telluraide e Venezia il futuro film Oscar. Tra i 45 film della selezione ufficiale solo 4 sono italian: Maria per Roma di Karen Di Porto, una piccola grande commedia ci dicono alla Nanni Moretti primo periodo, prodotta da Galliano Iuso. Il documentario di Francesco Patierno Naples '44 tratto dall'autobiografia di un ex ufficilae inglese (John Huston, testimone anche lui dell'orrore insostenibile di Napoli 1944, come Curzio Malaparte, ci metteva però in guardia dai ricordi degli ufficiali inglesi, usi a mentire soprattutto quando si dovevano coprire gli stupri dei loro soldati e incolpare i marocchini). Sole cuore amore di Daniele Vicari con Isabella Ragonese, sull'amicizia tra una coreografa-danzatrice e una mamma casalinga. E il ritrono di Michele Palcido al cinema di combattimento con 7 minuti, che non è il tempo impiegato statisticamente per arrivare all'orgasmo (Russ Meyer docet). Ma quello impiegato da una multinazionale per licenziare tutti gli operai di una fabbrica tessile considerata obsoleta senza che, costituzione italiana alla mano (quella protetta dal No), lo stato fermi il crimine.  Il pubblico darà l'unico premio, e si risparmia sugli invitati. O meglio li si usa davvero: Meryl Streep, interrompendo la campagna elettorale al fianco della cara amica Hillary, ha accettato di venire anche per ricordare il caro amico e complice Donad Renvaud. 
In studio, a via Asiago, Roma, prima dell'inizio di Hollywood Party, arriva un sms di congratulazioni. Alberto Barbera si complimenta con il direttore artistico Antonio Monda per il programma. E' la fine della guerra tra la Mostra e la Festa. Meno male. Ma di "Festival del cinema" in Italia, dopo la cacciata di Turigliatto/D'Agnolo Vallan da Torino, ne è rimasto almeno uno?
Tra le cose sparse da consigliare: Snowden di Oliver Stone che Venezia non è riuscita a ottenere; Afterimage di Wajda, perché si risarcisce il lavoro di un importante pittore dell'avanguardia pittorica polacca, Wladislaw Strzeminski, fondatore della corrente dell'unionismo, molto combattuta dalla corrente body art del partito operaio unificato polacco durante l'epoca stalinista di Bierut (sarcastico); La mujer de l'animal del colombiano Victor Gaviria; The Roling Stones olè olè olè sul tour in America Latina e a Cuba della band di Paul Dugdale; il ritratto del regista di Drugstore Cowboy, Cowgirls e BoyhoodRichard Linklater Dream is Destiny di Louis Blake. Utile infine al ministro Franceschini per rifinire la sua nuova legge introducendo articoli da "adfermative action" a favore degli italiani di orgine extracomunitaria Blaxploitalian 100 anni di afrostorie nel cinema italiano di Fred Kuwornu. E, se non è un errore del catalogo della Festa, la produzione, emblematicamente, non è italiana. Ma è Usa. Extra sezione ufficile anche il montaggio di Cimino delle sequezne di ballo più belle della storia (ma dove l'ho già vista...a Cannes?), Lascia stare i santi di Gianfranco Pannone, sulla devozione religiosa popolare; Le scandalose di Gianfranco Giagni, un documentario sulle donne che uccidono i mariti o i loro uomini, le vendicatrici; il doc di Giovanni Trillo su William Kentridge, l'artista sudafricano che ha cercato inutilmente di rendere preziose le sponde del Tevere; Cinque mondi di Giancarlo Soldi sui nostri premi Oscar recenti. C'è anche Roberto Benigni che ha accettato di tenere una attesissima lezione di cinema.
(*)
Una indifferenza che l'ecumenico Bettini prima di essere emarginato affermava di voler ridurre, ma che adesso in epoca di populismi (quando si enfatizzano le virtù sacre e salvifiche del popolo affinché lo si manovri meglio, e dall'alto) torna sovrana, anche perché la politica da ultrà del pop di Veltroni (ancora operativa in epoca Renzi/Raggi) rischia di enfatizzare e congelare solo l'esistente consacrato dal reference system che si scambia per meritocrazia (è molto divertente, in questo senso, assistere allo scodellamento da ragioniere delle percentuali di biglietti venduti in tutti i festival italiani di cinema, che sono sempre, da Rito, il 7-8% in più dell'edizione precedente, fidarsi sula parola). 
Il crollario è sterminare i piccoli festival creativi e fecondi, perennemente in rosso,  fare come se I mille cchi di Trieste non esistesse, e strangolare i piccoli, lenggendari cineclub (il Filmstudio è stato di nuovo assassinato, come Marino), pericolosi perché rappresentare l'aborrita Antitesi d'immaginario, e imporre il gusto unico della manifestazione celebrativa a budget degno delle celebrieties da pagare profumatamente (proprio come nelle feste paesane o al Giffoni). "Ma chi so sti Maori?" disse un adepto del veltronismo anni fa alla Mostra di Venezia, visto che per la Rai doveva intervistare un regista neozelandese... e da allora "boiate pazzesche" sono diventate tutte le esperienze schermiche più lisergiche e aliene, da de Oliveira a Weerasetakul, da Hou Hsiao Hsien e Lav Diaz, da Chahine a Gitai, se le gestisca Ghezzi, mai approdino a Sky Cult. E' questo il politicamente scorretto, la dittatura delle minorante, che inebria chiunque ha un briciolo di potere, perfino Pagina99 (con quel titolo!). Tradotto in italiano vuol dire inebriarsi di ignoranza, maleducazione e volgarità. L'1% che si compiace della proprio degradazione e diventa il modello per il 99% restante.

mercoledì 1 aprile 2015

L'altra heimat Cronaca di un sogno. Prima della Germania, prima del 1848. Edgar Reitz

Roberto Silvestri




Eppure questa volta, anche se siamo in piena Germania, anche se alle porte di una guerra civile improvvisa - per mancanza assoluta di libertà e perché le idee del romanticismo si sono ormai diffese capillarmente ovunque - e tutto dovrebbe avere una sua logica, Hegel è morto solo da 11 anni, sembra un grottesco di Raul Ruiz. L'Heimat altra, e un po' fuori di testa, piuttosto che L'altra Heimat, la patria da portare nel cuore anche se si è lontani. Bizzarro, estremamente strano, questo nuovo lavoro di Reitz che fu alla mostra di Venezia. Quasi un prototipo di dramma ottocentesco, ma dionisiaco e a retrogusto surrealista, l'incipit della mega Saga. 

Clima da Maestri cantori di Norimberga (anche se la Norimberga wagneriana è in Baviera e non è la Nurnberg di questi aspri paesaggi renani croce e delizia di Gernot Roll, il direttore della fotografia ex Ddr, alla caccia di un visuale plausibile) anche perché il villaggio è tutto ricostruito in un altro villaggio, a Gelhweiler, ricoprendo le facciate esistenti con "muri fedeli all'epoca". I costumi originali dell'epoca secondo una leggenda metropolitana erano ben custoditi in Brasile. Falso. Tutto rifatto. Scegliendo corpi bassi e magri, perché così si era all'epoca. E dentro le case galline pecore capre, maiali mucche, si fila la tela, appena fuori si ferrano i cavalli. Jakob (il protagonista del film, Jean Dieter Schneider) litiga con il padre e il fratello ex militare e che gli soffia la fidanzata, lui sa leggere e scrivere, come tutti perfino nelle campagne sperdute renane perché così hanno deciso i prussiani dal 1810 (servirà a far pagare le tasse con più precisione?), è difeso dalla mamma e dal nonno complice nel salvataggio dei preziosi libri, si coltiva il vino non molto distante... e si canta e si danza, ma solo nei giorni comandati dal calendario pagano. Ovvio che la figlia, traditrice, dei Simon, che ha sposato un viticultore cattolico subisca l'ostracismo. E' quasi un rito obbligatorio. E poi tutto si ricucirà con il tempo. E' quasi uno scherzo della natura che chi per tutto il film perseguirà la sua utopia di diserzione dall'oppressione, la fuga da quel mondo in cerca di nuovo mondo, sarà l'unico a doverlo gustare, il suo diritto inalienabile alla felicità, solo dentro la sua immaginazione. E non perché scritto, e controfirmato, sulla costituzione del suo paese.  Il paradiso in testa era il titolo originario del film di Reitz.

Nonni anarchici e messianici che si fanno capire con il cuore nonostante le incurabili malattie della vecchiaia; soldati che sembrano usciti da un telefilm di Zorro feroci e maldestri; ragazze che si denudano all'aria pura, anticipando i consigli libertari di Rudolf Steiner, ma solo per curare le malattie della pelle rotolandosi sull'erba delle colline secondo il consiglio della fattucchiera. Vendemmie e, poche settimanale dopo, un'insurrezione effimera e presto domata del vino novello (i tumulti del popolo sono così rari al cinema...). Eppure un gesto irreversibile. Di non ritorno. Come le rivoluzioni di primavera. 

E ancora. L'apatico e apateo Jacob, il figlio inetto e trasognato di un fabbro che invece di lavorare scappa nelle fratte per leggere e leggere e diventa un linguista sopraffino, un autodidatta che ne sa più del naturalista, esploratore e botanico Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt (Herzog nel film), e parla alla perfezione tutte le lingue al di qua e al di là del rio delle Amazzoni e dimostrerà perfino che la cultura umanistica e quella scientifica, altro che Urbani o Berlinguer, non sono due cose differenti. Chi ha gusto estetico è l'anima della crescita perché sviluppa meglio la tecnologia. A un tratto appare perfino una specie di abate Faria, nella segreta di una abietta prigione prussiana... Spettacoli di musica bahiana, all'improvviso in osteria, perché l'Imperatore del Brasile Dom Pedro II ha bisogno di manodopera tedesca nel Rio Grande do Sul e nel nuovo mondo il sogno di ricchezza diventerà realtà. La Germania è terra d'emigrazione, come oggi Ghana e Nigeria. 

E si sente che l'aria è elettrica. Che i sovversivi ci sono e perfino di notte li spiano. Che non si possono più pagare balzelli esosi ai signorotti, mentre muoioni i bambini denutriti dei poveri. E alla minima siccità tutti devono abbandonare le care terre degli avi...E ti sbattono in galera senza avvertire dove e fino a quando e se ci sarà un progesso. Le rivendicazione della Lega dei comunisti (appare sulla zattera, d'improvviso un manipoli di rivoluzionari, e trascina con sé Jacob, per una notte di gioia e utopia sulla zattera) diventano la sottotraccia del film, come se un suggeritore, ai piedi dello schermo, le recitasse subliminalmente. Un programma che sembra piuttosto moderato, da partito democratico: 

1. La Germania deve andare verso una repubblica unitaria e unica, aboliamo la monarchia e l'assolutismo feudale.  
2. Suffragio universale (arriverà solo nel 1919).  
3. Nel parlamento i rappresentanti degli operai e dei contadini hanno diritto a una diaria, se no ci andranno solo i ricchi (tanto per ricordare un po' di storia al M5S). 
4. L'esercito deve essere composto dai lavoratori, così si mantiene da solo. 5. Gli oneri feudali, i tributi, le corvée, le decime che pesano sulla popolazione contadina sono aboliti senza alcuna indennità.  
6. I possedimenti fondiari feudali, principeschi e altri, tutte le miniere, cave, etc, vengono trasformati in proprietà statale.  
7. L'agricoltura deve essere esercitata in grande, con le più moderne risorse della tecnica, per esempio con le macchine a vapore.  
8. Le ipoteche sulle proprietà contadine vengono dichiarate proprietà statale. 
9. Nazionalizzazione delle banche. 
10. Nazionalizzazione dei trasporti   
11. Stipendi uguali per tutti per i funzionari pubblici (indennità per i figli a parte). 
12. Separazione completa tra Stato e Chiesa. I ministri di culto devono essere mantenuti solo dalle proprie comunità.  
13. Limiti al diritto ereditario sulle proprietà. Introduzione di forti imposte progressive e abolizione delle tasse sui consumi.  
14. Nazionalizzazione delle industrie strategiche.  
15. Istruzione popolare gratuita e obbligatoria.  
16.  amministrazione della giustizia gratuita.. 

Antonio Bill (Jettchen) con il signorotto locale. Ama Jakob ma sposa Gustav, suo fratello 
Si capisce dal film, e soprattutto dal fuori campo, da ciò che già succede nelle città, che i lavoratori sono pronti a dare battaglia. Stanno arrivando le "due rivoluzioni" del 1848, con i proletari che abbandonano il terreno legale di scontro e con la borghesia, gracile e vile, che fa altrettanto "perché - scrive Marx - la controrivoluzione è una rivoluzione". E noi lo sappiamo bene, in questi decenni, cosa significa.  Una borghesia che non riesce, come a Londra, Milano, Parigi, come a Vienna, come a Berlino e in tutta Europa, a essere ancora se stessa, e a far suo quel semplice programma democratico, preferendo sacrificare "la scienza alla fede", "l'idustriosità all'eroica pigrizia" e "il telaio a vapore al telaio a pedale". E si allea per paura con il nemico di classe, il militarismo prussiano e con l'assolutismo aristocratico degli zar e degli austriaci.  Il libro da consigliare di leggere dopo la proiezione, e visto che ci si sta avvicinando al punctum, all'anno di svolta del XIX secolo, è il Quarantotto di Marx ed Engels.
   
Erede di Roberto Rossellini e dell'école du regard, interprete di una poetica anti-spettacolare light, "nessuna drammaturgia del suspense", fautore di un cinema che abbia lo charme dell'università popolare, che capovolge cià che le università impopolari insegnano, ma anche anticipatore della sensibilità Netflix e del desiderio colpevole dello spettatore di appassionarsi a storie serie e seriali, politiche e d'amore, lunghe interi secoli, da oltre 30 anni uno degli esponenti più coraggiosi e innovativi del Nuovo Cinema Tedesco, Edgar Reitz, racconta da decenni, con intenti strabici (bisogna osservare cose che ci sono sfuggite) la storia interiore e inquieta della sua patria. Heimat. Iniziato nel 1984, con il sottotitolo Una cronaca tedesca - successo critico mondiale insuperato, dopo l'insorgenza della triade ribelle degli anni 70 Fassbinder-Wenders-Herzog - ebbe due seguiti, Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza nel 1992 e Heimat 3 - Cronaca di una svolta epocale, terminato nel 2000.
Reitz, in tedesco "stimola" (è la seconda persona singolare di un verbo), racconta la Germania da dentro, attraversando la cronaca familiare e i conflitti sociali di una specie di dinastia anti-Dallas, i Simon. Proletari, artigiani, allevatori, emigranti e poi middle-class e artisti le cui radici poggiano da sempre in un immaginario villaggio di nome Schabbach, piccolo centro agricolo dell'Hunsruck, non distante dalla Mosella, dal Lussemburgo e dal confine francese. Caratteristica della zona è infatti il vino. I superlativi Riesling, Spatburgunder, Portugieser e Pinot neri. Niente a che fare, qui, con la Germania della birra. L'uomo politico più famoso del circondario è stato il cancelliere cristiano-democratico Helmut Kohl.
E' un territorio collinoso, freddo e piovoso, sul massiccio sudorientale della Renania Palatinato e della Saarland, a maggioranza cattolica. Anche se il ceppo Simon è luterano. Treviri, dove è nato Marx, Coblenza e Magonza sono le città più importanti dei dintorni. Inutile dire che Reitz è nato a Morbach, in Renania-Palatinato. Tutti questi dati non sono inutile wikipedismo. Serviranno a capire meglio il film, perché è storicamente e politicamente molto ben conficcato in un territorio. Si tratta infatti di una epopea di insolita lunghezza, a forte necessità autobiografica, raccontata in prima persona collettiva dinastica, anche se con l'auto del fido Gert Heidenreich. 

Nelle prime 50 ore di Heimat, dal 1919 al 2000, con la mamma Maria prima, e con il figlio Hermann, musicista contemporaneo, attraversiamo il nazismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e Adenauer, il Muro di Berlino, il movimento studentesco, la lotta armata e la riunificazione, voluta fortemente proprio da Kohl. Ma questa volta la macchina del tempo ci riporta nell'ottocento. Al prequel che, per la verità, sembra per ora piuttosto il prologo di Django unchained, visto che nel film di Tarantino due protagonisti sono proprio esuli wagneriani del 1848 tedesco, così ben raccontato nelle potenzialità rivoluzionarie e nella disfatta dal giornale radicale sovversivo Neue Rheinische Zeitung di Engels e Marx.
L'altra Heimat - Cronaca di un sogno racconta invece in circa 4 ore la storia, in banco e nero, solo a tratti sporcato da magie cromatiche, della stessa famiglia, ma dal 1842 al 1844. I Simon, nonno anarchico e papà fabbro, come tanti altri furono divisi dall'emigrazione in Brasile, perché carestia, povertà, feudalesimo, autoritarismo, imposte insostenibili, privilegi esagerati dei signorotti locali costrinsero all'esodo decine di migliaia di lavoratori.

venerdì 20 febbraio 2015

La critica cinematografica come super star. Life Itself di Steve James su Roger Ebert, vita, opere e morte


Roger Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun-Times
Roberto Silvestri


Se ben due pollici in alto sono il simbolo del capolavoro assoluto, ed è il segno grafico più gratificante che un film possa mai avere, sono chicagoans i suoi inventori. Uno, Roger Ebert, proveniva dal quotidiano progressista Chicago Sun-Times, l’altro, Gene Siskel, dal conservatore Chicago Herald Tribune. In un celebre programma televisivo statunitense (diffuso dalla rete pubblica Pbs) nato nel 1967, nel quale si azzuffavano per davvero, il primo, più passionale, allargava con sagacia e buon senso i confini del bello schermico, deturpando il canone ufficiale e spiegando l’importanza ‘estetica’ di sensibilità ricettive e contestative ancora underground, ai margini della cultura e dei comportamenti ufficiali e wasp, come il punto di vista zen, rasta, black, gay&lesbian, della satira estrema stile Mad o camp. 

Gene Siskel (a sinistra) e Roger Ebert discutono di cinema in tv
L’altro, più strutturato, cercava, con humour fine, di frenare l’irruzione di quei pericolosi virus subculturali, erigendosi a paladino dell’aristocraticità critica, dei gusti accademici, altezzosi e rispettabili rispetto alla vitalità pericolosa del fumetto, dell’horror, del soft porn, della fantascienza, del pensare criminalmente altri corpi possibili e immaginabili… Insomma il subumano era in lotta con il sovrumano, e il problema era: come si può paragonare o equiparare un capolavoro di Bergman con un Grease qualsiasi? Perché El Norte di Gregory Nava è più interessante di uno spigoloso e slabbrato Kubrick? Come mai Toro scatenato è un capolavoro e Il colore dei soldi un abominio? 

Martin Scorsese intervistato da Steve James per "Life itself"
Ma qualche volta il sovrumano e il subumano si alleavano contro il pregiudizio dell’umano medio o del luogo comune e il “doppio pollice in alto” indicava, smodatamente e smoderatamente, i film che scavalcano il cinema, andavano oltre, portavano all’estasi eccitante e ipotizzavano vita e mondo diversi da questo. Senza parolone difficili, senza troppa filosofia… Infatti l’intento del programma era rossellinianamente didascalico:  si consigliava allo spettatore in cerca di un giudizio intelligente da affermare su un film di applicare il celebre e mai fallace test Siskel: “questo film è interessante almeno quanto un documentario con gli stessi attori che mangiano a cena?”. E, commentava Ebert: “ogni filmaker saggio dovrebbe essere abbastanza saggio da porsi questa domanda, intraprendendo un nuovo progetto”.  Martin Scorsese che era amico di Ebert – il Sun-Times lo aveva calorosamente sostenuto fin dalle prime prove di regia - fu molto colpito, e in pieno mento, dalla stroncatura pubblica subita in quel programma di successo dal suo remake con Paul Newman: “Ero completamente distrutto in quel momento dalla cocaina. La franchezza di quella critica mi rimise in sesto”.  
Il poster del film su Roger Ebert
All’inventore (duale) di thumbs system è dedicato un bellissimo film, Life itself, diretto da Chicago Steve James (suo il celebre e acclamato High Dreams, un documentario del 1994 sul basket universitario di Chicago che non fu - scandalosamente - candidato agli Oscar, proprio come questo) che incredibilmente è arrivato perfino sui nostri schermi. Non perdetelo. 
In realtà è su Roger Ebert, anzi sugli ultimi giorni di vita del critico malato terminale di cancro che racconta (tra scene clinica di insostenibile autenticità, che la moglie african-american Chazz non sempre aveva autorizzato) la sua vita e le sue opere, perché Siskel era già morto, anche lui  prematuramente, nel 1999. E oltre a materiali di repertorio gustosissimi, e alla testimonianza coraggiosa di Scorsese, vedremo parlare di Ebert anche amici imprevedibili, come Werner Herzog, o talenti in grande crescita, come il gentile e premuroso filmaker di origine iraniana Ramin Barhani. 

Il regista Steve James
Ma Ebert è sconosciuto in Italia. Addetti ai lavori a parte. Lo incontravamo sempre al festival di Cannes. E la sua passione, allegria e energia erano davvero contagianti. E affiorano anche dalle immagini più dolorose del film, come se quel sorriso infantile nessuna morte sarebbe mai stata in grado di cancellare. Che poi è il senso del lavoro critico. Non uccidere mai i film, anche quando sembra, perché il cinema è un un grande sì alla vita e il movimento critico è sempre un processo di avvicinamento al suo punctum, non al verdetto capitale di un tribunale….Life itself. E’ la vita stessa. Ma. I suoi saggi e le sue recensioni non sono mai state tradotte in Italia. 
Eppure i navigatori della rete lo conoscono benissimo perché Ebert socializzava da sempre tutti i suoi scritti. E ha creato un vero movimento critico collettivo. Alcuni dei suoi libri (uno, per esempio, l’Ebert’s Bigger Little Movie-Glossary, sui clichés, i luoghi comuni, le convenzioni, gli stereotipi e le scene “fatte” o “obbligatorie” dei blockbuster) è stato scritto da Ebert nel 1999 proprio in comune, assieme ai suoi fan, e composto in rete… Dunque bisogna tornare un po’ indietro nel tempo e vedere come è nato il modo sessantottino di fare critica. La terza via. Né apologia dell’esistente e del vincente, né la snobberia del rifiuto di un’arte troppo commerciale….
Primo anno a Cannes ....
Chi ci piace leggere oggi tra i critici viventi di tutto il mondo? Bill Krohn, tutti quelli di Trafic, il brasiliano Amir Labaki, la femminista Molly Haskell, il tedesco Olaf Mueller, gli italiani Aprà, Ghezzi e Cappabianca, Noel Simpsolo, Rancière…. Chissà perché non li troviamo mai nelle giurie dei grandi festival internazionale di serie A. Il loro approccio sempre leggiadramente dentro/profondamente fuori le opere ha quel tocco barocco in più… Ma all’inizio fu James Agee (1909-1955). 
Il decano della critica nordamericana, James Agee
Prima delle nouvelle vague, di Pauline Kael, di Farber & Sarris & Vogel, e della generazione dei critici-registi nipotini di Eisenstein (da Godard e Truffaut a Glauber Rocha e Bogdanovich da Oshima e Ruiz a Ghatak e Joe Dante)… Prima anche dei grandi festival anomali (come Massenzio, o Salsomaggiore o Telluride, o Torino di Turigliatto/D’Agnolo Vallan) che trasformarono la critica in una pratica collettiva di rimessa in discussione dei (dieci?) comandamenti dello sguardo e delle pose. Insomma prima di tutto questo Agee era il punto di riferimento colto della critica cinematografica statunitense scritta.
Veniva da Harvard, dove era arrivato dal Tennessee. Grande bevitore e fumatore. Le sue recensioni uscivano su Time e The Nation, ma anche su Fortune e Life. La resurrezione di Buster Keaton e dei grandi divi del muto si deve a lui. Appoggiò contro tutti Monsieur Verdoux di Chaplin. E scandalizzò i connazionali riempiendo di elogi Enrico IV, Enrico V e Amleto di Laurence Olivier e quello stile “tutto inglese” e così poco naturale di mettere in scena Shakespeare come fosse teatro No. Come fanno divinamente bene gli inglesi i cattivissimi…Ma Agee non era un critico “puro”, come, in Eva contro Eva, è George Sanders, il terrore di Broadway e off Broadway. O come era Bosley Crowther, che sul New York Times aveva difeso i black listed contro il senatore McCarthy, ma non ebbe il coraggio di scagionare Gangster Story di Arthur Penn dalle accuse di “ultraviolenza” (così come la pronipote radicale newyorker Pauline Kael fraintese perennemente Clint Eastwood).
Agee non aveva studiato nel dipartimento cinema dell’Ucla, ma letteratura ad Harvard e “vita agra” sulle strade di tutto il mondo.  Era, infatti, un romanziere e un poeta necrorealista che scriveva anche di cinema. Come in Europa (Elsa Morante, Marotta, Moravia…), negli Stati Uniti i primi critici cinematografici, di sostanza ma popolari, infatti, erano scrittori raffinati (Graham Greene, Weldon Kees…) o, al limite, giornalisti di grande livello. Dei Premi Pulitzer. Un riconoscimento che Agee infatti vinse, postumo, nel 1958. Oppure scrittori coinvolti in sceneggiature mirate e particolarmente significative. Nel suo caso due classici degli anni 50, La regina d’Africa, per John Huston (1951) e, non senza problemi e bisticci, di La morte corre sul fiume, per Charles Laughton (1955). 

Chazz e Roger Ebert
Chi, proprio come Agee, ha bevuto per tutta la vita anche troppo (prima che Chazz lo salvasse), vinto giovanissimo il premio Pulitzer (il primo come film critic, nel 1975) e ha scritto una sceneggiatura altrettanto memorabile per catturare la scultura interiore di un decennio (senza Beyond the Valley of the Dolls di Russ Meyer niente Boogie Nights e niente Vizio di forma, il formidabile dittico di Paul Thomas Anderson su Ellei), ma ha inventato la critica cinematografica televisiva, è stato proprio Roger Ebert, from Chicago. 
Il giovane Ebert
I critici sono poeti della prassi preziosi. La libertà di ricezione che permette il cinema porta a fabbricare pericolosi tumori immaginari che solo questi matematici della chirurgia del cervello sanno estirpare. Chicago (da Lincoln a Disney, da Al Capone a Obama, da Landis a Reagan) è stata una città molto vitale per il cinema e dunque per la storia americana. Molti i cineasti che ne conservano cultura e ritmi. I Belushi. John Hughes. Jack Benny. I Cusack. Bill Murray. Il compianto Harold Ramis. Bob Fosse, Preston Sturges. Gloria Swanson. Robert Young. Blanche Sweet. Kim Novak. Harrison Ford. Bruce Dern. Rock Hudson. Jason Robards jr. Deryl Hannah. John Malkovich. Gregg Toland. Louella Parsons, la “pettegola di Hollywood”… 
Almeno una cinquantina i film memorabili girati dentro i suoi paesaggi, abbelliti (Ordinary People) o imbruttiti (The Blues Brothers) ad arte. Chicago è tuttora sede di un prestigioso film festival che porta da decenni in città il meglio della produzione mondiale, e non mainstream, grazie al pioniere nella crescita e nello sviluppo di un alto “gusto interno lordo”, Richard Penha (che infatti poi fu acquistato dal Lincoln Center di Manhattan). Roma dovrebbe studiarlo a fondo. Ma la metropoli n.2 Chicago non è Los Angeles né New York. Né la consumistica capitale dell’industria pop (gli studios e il sistema ad esso collegato e non poco omertoso), né quella dell’arte cinematografica estrema (l’underground, il Village Voice, Warhol, il punk lower east side, l’hip hop nero e ispanico…). 
Diciamo che il suo punto di vista è equidistante dall’apologia dell’esistente, per quanto esiziale, e dallo snobismo del pensiero negativo, per quanto vitale. Ebert si è collocato proprio nella via di mezzo. Ottimo punto di osservazione, credibile e degno di fiducia, che ha permesso un vitale mantenersi fuori dai giochi (perfino il curioso e “aperto” critico Jonathan Rosenbaum, geneticamente esercente, combatte ereditari e interiori “conflitti di interesse”…).