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martedì 17 maggio 2016

Cannes 69. Puiu e Guiraudie



di Roberto Silvestri

Sieranevada di Cristi Puiu (Romania) e Rester Vertical di Alain Guiraudie (Francia) aprono il concorso di Cannes 69

Pithecanthropus erectus è il titolo di un famoso album anni cinquanta di Charlie Mingus che rendeva omaggio al nostro antenato di Giava, non proprio wasp, capace però di camminare su due piedi. Avesse avuto anche una cinepresa in mano l’avrebbe probabilmente utilizzata “ad altezza d’uomo”, tanto per marcare qualche differenza di sguardo con gli altri primati, non umani.
I due film che hanno aperto brillantemente la competizione di Cannes 69, uno rumeno e l’altro francese, che si intitola non a caso Rester Vertical, sono caratterizzati proprio dalla collocazione “umanista”, in senso fisico, della cinepresa (o della telecamera), anche se la prima - fissata come è al soffitto di un appartamento nel centro storico di Bucarest come se fosse il periscopio di un sommergibile, che da lì controlla tutte le stanze dell’appartamento e assiste alla chiusura e apertura delle porte, facendo non poca ironia sulla sophisticated comedy hollywoodiana - è molto meno nevrotica della seconda, sperduta tra le montagne, i fiumi, le pecore e i fulmini improvvisi e maligni della Lozére (zona d’alta Provenza).
Entrambi i film usano la macchina da presa come arma deterrente per tenere a distanza i comportamenti semi umani, meno umani, postumani o le manifestazioni ferine che si moltiplicano attorno a noi. E anche dalla risposta che danno alla domanda: “come fa l’uomo, oggi, ad adattarsi ai cambiamenti vorticosi del mondo circostante?” Ci vuole creatività, rispondono. Creatività non è roba metafisica, slancio extravitale. Ma. Dominio delle regole. Per saperle scavalcare, superare. Capacità di eseguire mosse sorprendenti, se il gioco è già noto, oppure di ideare giochi del tutto nuovi. Come l’eutanasia lussuriosa (si assisterà a una inedita dimostrazione di “suicidio sodomizzato” proprio nel film di Guiraudie, e una parte del pubblico non gradisce questo gioco nuovo). E poi. Il rifiuto della “professionalità”. Allevare un bebé, da maschio squattrinato. Vivere nella miseria, come san Francesco….Questa è la competenza professionale che si richiede ai nomadi, maschi, femmine o altro, della contemporaneità, provvisti o sprovvisti di permesso di soggiorno. Che vivano nella metropoli, come nel film rumeno, o in mezzo a pericolosissimi lupi, come nel film francese. Che abbiano o meno una sessualità fluida. Vi assicuriamo che entrambi questi viaggi vi porteranno lontano dai vostri set mentali. Dunque l’avventura estetica è assicurata.
Non è a Cannes 69 invece l’atteso Nocturama di Bertrand Bonello, in gara a San Sebastian nel prossimo settembre. Perché? Per colpa del soggetto, indigesto, secondo il direttore artistico Thierry Frémaux. Racconta infatti le gesta di un gruppo insurrezionalista che organizza di questi tempi attentati terroristici a Parigi. Con l’aria che tira sulla Croisette (martedì 17 maggio sono annunciate manifestazioni in tutta la Francia contro la legge sul lavoro El Khomri) sarebbe peggio che proiettare sull’aereo un catastrofico ambientato in un Boeing.
Però, basta prendere le cose un po’ alla larga e si può perfino parlare della rappresaglia nazi-islamista contro Charlie Hebdo. Lo fa il film rumeno Sieranevada, scritto proprio così con una erre di meno, per evitare che nel mondo si cambi il titolo, già storpiato a bella posta, del film, ispirato alla neve e alle catene montuose iberiche, ma anche alle orribili case grigio cemento che edificò Ceausescu negli anni 60-70.
Un ex medico di 40 anni, che preferisce vendere farmaci perché oggi è più redditizio, passa un sabato sera in famiglia, coi fratelli, i nipoti, la mamma, i vicini di casa, per commemorare il papà, defunto quaranta giorni prima. La tradizione rumena vuole che al termine del rito l’anima del defunto che gironzola ancora nella casa finalmente lasci questo mondo, e il suo vestito migliore venga indossato da un erede (con le necessarie modifiche, in questo caso). La scena si svolge attorno e davanti a una tavola che verrà presto imbandita, ma solo dopo che il Pope, che si fa troppo attendere accentuando un nervosismo già esplosivo, avrà compiuto i riti e i canti greco-ortodossi prescritti, e davanti alla tv, poche ore dopo l’aggressione squadrista al giornale satirico parigino. Di cui si discute, mescolando questioni rimosse e persino drammi di famiglia con la guerra nell’ex Jugoslavia, la recita in costume della figlia con il ruolo equivoco di Iliescu, comunista, nella caduta di Ceausescu, comunista, l’arrivo di una estranea drogata croata con il ruolo benefico che può esercitare, per la Romania, Obama rispetto al pericoloso Putin. Ma soprattutto con quella libagione rituale sempre rimandata (eppure cosa c’è di più caratteristico nel cinema balcanico e dell’est della tavola imbandita a cementare antiche comunità patriarcali? Kusturica non ne è lo specialista?), ci si concentra su un doppio accapigliarsi acceso sia sulla storia del comunismo (i suoi alti meriti, le sue basse miserie) sia sull’11 settembre (è stato o no un complotto di Bush per alterare l’ordine mondiale?) che degenera presto in violento litigio, un tutti contro tutti che finalmente può essere il preludio alla nascita di un individualismo non celibe ma democratico. Mentre una colonna sonora superba riassume il meglio della civiltà musicale occidentale dal settecento a De André, da Blondie a “Il capitalismo dà di matto” di The Mighty Sparrow, star del calypso trinidadiano…
Una baruffa autobiografica analoga è proprio all’origine del film che l’esponente più laico della nuova onda di Bucarest, sulla soglia dei 50 anni, porta a Cannes, dove è stato scoperto dalla sezione Un Certain Regard nel 2005, ed è tra i migliori discepoli del nouvelle vague anni 70 Lucien Pintilie (qui produttore, e da cui eredita una sapiente direzione degli attori, già impeccabili per conto proprio). E’ la quarta sceneggiatura e regia di Cristi Puiu, che inaugura la competizione. L’opera è una coproduzione a 5, Romania, Francia, Croazia, Bosnia e Macedonia.
Invece di Alain Guiraudie, che in Italia conosciamo per Lo sconosciuto del lago, thriller gay un po’ svitato, affascina la capacità di utilizzare gli slittamenti onirici e fiabeschi (siamo dalle parti del castello misterioso e medievale di Séverac) dentro una narrazione realista. Leo, sceneggiatore in crisi creativa, deambula con la sua Peugeot 404 in Linguadoc, ama non amato un ragazzo che ha altre fantasie sessuali, ha un figlio con una pastorella bionda e testarda, diventa progressivamente nullatenente, fugge con il bebé. Sono altrettante tappe di un attraversamento brutale nel vivere di oggi, con gli agnelli indifesi alla mercé dei lupi famelici. E davanti ai lupi bisogna restare in piedi. Dritti. Guardarli ad altezza d’uomo.

mercoledì 9 ottobre 2013

L'inconnu du lac di Alain Guiraudie. La langue d'oc alla ricerca dell'assassino, che forse è una 'femmina folle'....

di Roberto Silvestri

Lago alpino dell'Aveyron, un parcheggio, alberi e boscaglia. Estate. Da una parte (si dice) ci sono - sempre invisibili -  i villeggianti normali, le donne, i bambini, gli etero. Dall'altra sempre inquadrati i nudisti omosex che lo hanno scelto come luogo ideale del rimorchio edonista e dell'intimità informale. A parte un cercatore solitario di donne, ma gli eccentrici ci sono sempre. Il lago è lì, al centro della scena.

Nel cinema d'arte sono gli stereotipi, le frasi fatte, i clichés, le scene 'obbligatorie', le convenzioni e le formule ad avere il posto di comando. Solo che, come prestidigitatori, gli 'autori' non se ne fanno accorgere. Perché li deformano, dilatano, ne fanno gigantografie, li capovolgono, li frantumano, li nascondono. Come non c'è filosofia che non si accosti eternamente a Platone così non c'è film libero, indipendente e autonomo, 'all'europea' che guardi costantemente a Hollywood. Un esempio è proprio questo lago, protagonista immabile di questa avventura. Il cliché si chiama "Legge dell'inevitabile immersione". La troviamo eseguita anche in Anni felici di Luchetti.   Questa legge, formulata da Stuart Cleland di Chicago e pubblicata nel libro di Robert Ebert Bigger Little Movie Glossary , impone che, qualunque personaggio sia vicino a un corso d'acqua o a uno specchio d'acqua le probabilità che si butti, venga spinto o caschi in quell'acqua sono altissime. Se questo succede è altrettanto inevitabile che un altro personaggio del film si butti, venga spinto o caschi pure lui in quell'acqua. Non c'è bisogno di ricordare I dimenticati di Preston Sturges (piscina), Tom Jones (stagno), A room with a view (ruscello di campagna),  Summertime (Canal Grande), La dolce Vita (Fontana di Trevi) per provare questa legge che qui, ovviamente, viene rispettata, moltiplicata e citata più e più volte.

Dopo 40 minuti di 'musica d'ambiente' eccitata, parte, con un grido (di piacere o di dolore?) un'avventura d'amore e di morte, un'ora di giallo noir tesissimo a piedi nudi, a finale molto ambiguo, quasi horror... Anzi, come scriveva Liberation da Cannes, nel maggio scorso, siamo improvvisamente dentro un "thriller rallentato e ipersessuato", in un  "capolavoro del cinema gay", senza preservativi e ci scopriamo a cantare un inno, demodé e pedemontano, alla passione e alle sue vertigini.

Lo aveva consacrato così la pregiata sezione di Cannes 'Un Certain Regard'. E infatti. Non avevamo mai visto prima le parti intime di un film 'd'arte'. Non abbiamo mai visto prima però, neanche in Tinto Brass, una pittura carnale diventare così impassibile e splendida, imperturbabile e tettonica nella propria inerzia lontana e la natura invece contaminarsi del male umano, sciogliervisi, rispecchiarlo con tanta partecipazione, invitarlo a un balletto meccanico esiziale e inquietante...Che strano tipo il genius loci di questo luogo senza case né manufatti umani, automobili a parte. Anche lui sarebbe d'accordo con il regista: non bisogna lasciare il sesso in esclusiva alla pornografia, nonostante il vecchio detto repetita juvant.

Il mostro della laguna nera di Jack Arnold
Ma. Avete presente una fiction di format televisivo? Ebbene qui siamo proprio agli antipodi. Il film non ha niente di futile, di schematico, di leggiadro, di consolatorio, di digeribile e di pruriginoso. E' rustico e barocco, fiabesco e realistico, politico e sensuale, immorale con i moralisti e castissimo con gli amorali. Non lo vedremo su Rai1 alle 2045, finché c'è Letta. Impossibile metterci un solo spot dentro senza inguaiare quello stesso spot, che si sentirebbe comunicativamente, plasticamente e ancestralmente inadeguato. In questo senso fa parte di una tradizione alta di film gay francese, da Un chant d'amour a L'homme blessé di Patrice Chereau (sarà contento di sottrarsi al mondo lasciando un erede simile) passando per l'opera omnia underground di Lionel Soukaz. Piaceri satellitari, dunque, non generalisti.

E' un macigno ipnotico, un'insostenibile e implacabile documento, Lo sconosciuto del lago, che ricama e medita sulla solitudine umana e su come combatterla disperatamente, rischiosamente... Si mette in moto silenziosamente, come fosse una Tesla elettrica, una perfida macchina dello sguardo che prepara la topografia criminale a venire, soprapponendosi alle deambulazioni apparentemente giocose e orgiastiche (ma distratte da tutto il resto) di chi popola questo set del desiderio esaudito. Un protagonista, i suoi amori caduchi e continui, un testimone 'oggettivo' e distaccato, che fa da coro, qualche guardone con il costume sempre calato, alcuni bagni nell'acqua dolce e calma, il detective... 

DIGRESSIONE LIBANESE. Ma. La notizia del giorno, è che il film è 'troppo osé' per il Libano, nudi inguaribilmente 'mono', dettagli dei corpi inusualmente rigonfi e all'acme, scene ai confini dell'hard e oltre. E dunque il capolavoro è stato cancellato dal Festival di Beirut (in corso in questi giorni) che lo aveva invitato, visto che Colette Naufal, la direttrice, si era innamorata dei suoi invidiabili attribbuti cinematografichi.  Tra Bresson, Hitchcock e Molaioli.

Il no è del comitato di censura libanese. Omosessualità e Arabi non vanno ancora d'accordo, se la cosa è visibile e si autovalorizza soprattutto sul grande schermo. Politica, religione e sessualità, in questo ordine, maneggiano argomenti e immagini tabù, che potrebbero incrinare la (in realtà delicatissima) pace sociale e scandalizzare i benpensanti di ogni sponda religiosa (che, in effetti, se lo meriterebbero). Anche se il cineasta libanese Akram Zaatari ben due film che trattano di omosessualità alla lontana (visto che è ancora fuori legge) è riuscito a traghettarli nelle sale (Red chewing-gum nel 2000 e Come ti amo, 2001).

L'inconnu du lac che non allude, ma descrive (senza le morbosità necrofile e pornografiche dei servizi tv sulle guerre e sulle stragi) i rapporti gay come fossero partite commentate da Sky, o disegni di Re Nudo o di Fallo! (belle riviste underground anni settanta), uscirà comunque clandestinamente in dvd e i cittadini libanesi lo potranno giudicare (anzi lo stanno già facendo, su Internet). Ma ci si chiede come mai la federazione internazionale dei festival cinematografici, il buon senso, la Fipresci e la società civile libanese, non impongano al ministero della cultura di sciogliere i comitati di censura quando si tratta di film per festival (riservati a un pubblico adulto, interessato e motivato). Come avviene nei festival di livello internazionale. Anche per i cineclub i film non devono essere sottoposti ai comitati di censura. Avremo mai un festival decente nel maghreb e nel mashreq? Non se lo meritano dopo tutte queste primavere vertiginose? Speriamo in Cartagine.

Ma il film di Alain Guiraudie, il più indefinibile dei cineasti francesi contemporanei, anzi occitano,  irrita molto di più di una qualunque commedia o dramma sentimentale dell'ormai sdoganato genere gay, tutto casa, nozze e famiglia. Guiraudie si è tolto infatti qualche sassolino dalla scarpa. Frasi come "Non è perché abbiamo scopato che dobbiamo andare a cena insieme" sono da preistoria del genere ghetto, stile John Waters. Un preludio d'impressionistica leggerezza, alla Debussy, immagini dalla suggestiva bellezza visuale, dentro e attorno al laghetto cristallino di montagna del Midi dove tre personaggi si incontrano e si scontrano: il bello, Frank (Pierre de Ladonchamps), l'osservatore oggettivo e distaccato Henry (l'attore di origini portoghesi Patrick d´Assumçao, senza il quale il pubblico non gay e femminile potrebbe davvero sentirsi fuori posto) e il virile, tenebroso e calcolatore Michel (Christophe Paou), in mezzo alla folta vegetazione circostante e ai microavvenimenti che li circondano e che sono meno aleatori di quanto non si direbbe. Un angolo argentato di Paradiso per soli uomini (ma esisterà?) che imbarazzerà forse una parte cospicua del pubblico maschile sedicente macho, turbata soprattutto quando si allude alla leggenda locale, di quel pesce siluro lungo 5 metri...Ma la cattiveria è proprio nel far incontrare dentro un paesaggio bucolico e pacificato una turbolenza virale che lo 'inquini'. Che faccia venire una bella allergia al cinema cattivo e falso che ci circonda prepotente.

La vendetta è contro l'epoca obbligatoria dei cessi, bui, sporchi e dark. Della clandestinità. Della paura (Cruising). Della polizia che controlla bracca arresta e abusa (Zhang Yuan, East Palace West Palace del 1996, il primo film gay cinese). Dell'emarginazione. Gli anni 50 e 60. Non più sperduti nel buio, gli omosessuali esigono oggi di abbandonare la claustrofobia degli studios (Querelle) e uscire all'aria aperta, di salire dalle catacombe alla luce piena, al sole (Du soleil pour les gueux, Sole per gli accattoni, è il titolo del film d'esordio di Guiraudie), di confondersi con la natura, di esibire l'abbronzatura totale, di illuminarsi di naturismo e di affettività esplicita. Ma di non perdere nulla del loro bagaglio sulfureo, non riconciliato con l'esistente. Ed è qui lo scandalo. Un film solare ma dark.

Stefano Tummolini di Un altro pianeta aveva anticipato questa insorgenza acquacea, raccontandoci gli incontri d'amore balneari al settimo chilometro della spiaggia di Castelporziano. Qui però il crimine, la violenza, la sopraffazione, la sottomissione diventano, al di là del genere, macabro combattimento ancestrale tra aria fuoco terra e aria, pura potenza genetica all'opera.Più Kaspar Hauser di Davide Manuli e Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. L'acqua porta 'mostri'... E il rapporto lago-crimine ha lunga data e illustri antenati, da Chandler a Gene Tierney, Femmina Folle, per parlare di cinema, a qualcosa di più filogeneticamente millenario, per parlare di evoluzione, visto il bestione acquaceo che forse è riuscito a uscire dall'acqua e a camminare, come il feto dopo 9 mesi di lago in cerca di forma umana e di anima e chissà se le troverà mai.

Certo, Guiraudie sfoltisce così il suo pubblico, si sbarazzo di quello più estremo nel biogottismo, con lo stesso procedimento usato da Umberto Eco nel Nome della rosa o da Paulo Rocha nell'Isola di Moraes. Provoca. Costringe a diventare complici di una ossessione, medievale o lusofona che sia, o scappare.... Rende conturbante e umoristico, per chi ha perduto per motivi anagrafici l'era dell'acquario, il fitto gioco degli sguardi nell'inquadratura - già obbligata al set single e all'unità di spazio e di tempo, - fondamenta di una complicata architettura di accoppiamenti e abbandoni, incontri fatali e rifiuti, seduzioni e innamoramenti obliqui, doppi e tripli giochi, delitti e agguati. Sotto l'occhio vigile del lago che, scriveva Thoreau in Walden, è 'l'occhio della terra'. Sfiancare sempre chi non vuoi che ti segua, è il messaggio.