giovedì 22 agosto 2013

Haji balla


Haji


Haji "Cat" (1946-2013)






http://www.google.it/search?client=safari&rls=en&q=haji&oe=UTF-8&gws_rd=cr&um=1&ie=UTF-8&hl=it&tbm=isch&source=og&sa=N&tab=wi&ei=yYsWUuKgIImHtQb5lIC4DQ&biw=1919&bih=966&sei=AowWUv2bEofNsgablYCwBA#fp=24fd8487f32a602d&hl=it&q=haji%20pussycat&revid=625193983&rls=en&tbm=isch&um=1&facrc=_&imgdii=_&imgrc=lvYQmgEKrK8qyM%3A%3BVHzrfsPQZMkZGM%3Bhttp%253A%252F%252F31.media.tumblr.com%252F0c3bfb5d92bd9ffd29e2135acdb12590%252Ftumblr_mkm66xW3YT1qdxn5so1_500.gif%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.tumblr.com%252Ftagged%252Fhaji%253Flanguage%253Dpt_BR%3B500%3B386







Miss Haji. Il sesso alieno è svanito


Roberto Silvestri

Il nome? “Me lo ha dato mio zio, un artista, pittore di nudi”.
Dove sei nata? “Sono solo una visitatrice qui. Non sono mai nata. In realtà non sono neppure una terrestre, sono qui di passaggio. Mia madre era un’abitante della terra e aveva altri figli, ma quando mio padre (che non credo fosse un terrestre) la sposò ‘io apparvi’. Sto ancora cercando di capire come ci si comporta da terrestre… sa, non sono mai stata a scuola”
(da una intervista di Jewel Shepard,  in Invasion of the B-Girls, 1992, Eclipse Books)
Haji, da non confondere con Hajji che per i musulmani è chi ha correttamente compiuto un pellegrinaggio a La Mecca

   La mia amica filippina. Se in questi giorni una ragazzina bionda di 15 anni che preferirebbe non andare mai a scuola, può insegnare a Kick ass, il timido ragazzo della porta accanto, come essere davvero un super eroe, cosa significa capire al volo cos’è giusto e cos’è sbagliato e maneggiare insieme sesso e violenza, con la punta di colore giusta nel rossetto o nel costume, e se Putin è così terrorizzato dalle Femen che lo fanno sentire terribilmente inadeguato e incurabilmente gay, molto lo si deve all’invasione delle b-girls e dunque a Haji, la go-go girl analfabeta dell’apocalittico fumetto (pre-Crash) Faster, Pussycat! Kill Kill! e all’intero ‘Mondo Russ’.

Lei e un gruppo di umoriste sessantottine americane, ma molto miste, cioè ragazze contemporaneamente ‘bionde brune rosse nere e gialle’, attrici libere e lisergiche, spregiudicate e sessualmente onnivore, dislettiche rispetto alla cultura dominante, femministe drastiche fino alla dolcezza panteista del jet kune do, e con un pezzo di cuore nei tre mondi, hanno inciso irreversibilmente la nostra fantasia e i nostri desideri, in una serie di b-art film sconvolgenti (che aspettiamo ancora di vedere in prima serata tv) e hanno capovolto negli anni 70 ruoli, schemi simbolici, trucco, moda, look e immaginario, rompendo la disciplina patriarcale e bloccando la catena di montaggio dell’inconscio collettivo, ‘che è una fabbrica, non un teatro’, come scrive Deleuze.  Si fa vera lotta di classe, là dentro.

Haji in Motor Psycho di Russ Meyer (1965)
Sarà per questo che la notizia che riguarda Haji, prematuramente scomparsa in questi giorni nella sua casa di Malibù, è stata tenuta così bassa, quasi ignorata e distrattamente dimenticata o sepolta dai media puritanissimi tra un ozio estivo e un tremore esagerato per la caduta di alcuni governi fondamentalisti (Morsi o Letta). Speriamo in un fuori orario o in uno stracult prossimi venturi.  Anche perché era stata appena inserita nelle 1000 donne più glamour del secolo scorso....(Steve Sullivan's Glamorous Girls of the Century).

Invece. Ambientalista militante, naturista drastica, animalista sfrenata, casting director, body-painter psichedelica, assistente alla produzione, truccatrice, adescatrice di star, costumista, ufficio stampa, sceneggiatrice…ma soprattutto attrice canadese di origini metà britanniche e metà filippine e di alta, accademica, spogliarellistica tecnica ‘camp’. Una sorta di Bruce Lee che si immedesima in tanti animali della foresta e acquacei differenti per entrare nella parte, che poi è sempre un certo tipo di lotta. Sul set di Good Morning!...Goodbye in cui Haji è The Catalist, un personaggio piuttosto mistico, pura espressione della libido femminile e della foresta vivente, ci fu proprio un battibecco con Russ perché lui voleva solo inquadrare tette e culi mentre lei avrebbe desiderato migliorare la scena con l'uso di serpenti più voluminosi.... E ovviamente aveva ragione lei... (che dette pure il titolo al film).. 
Haji in Faster, Pussycat! Kill Kill

La diabolica ‘Rosie’ del trio elettrico di Faster, Pussycat! Kill Kill!, quella coi pantaloni lunghi scuri e la maglietta bianca con due righe asimmetriche orizzontali sui capezzoli, la maneggiatrice di coltello, l'amante lesbica della protagonista bisessuale Varla, interpretata da Tura Satana. insomma in un solo piccolo nomignolo Haji, la regina erotico-esotica di Russ Meyer, la killer più odiata dal macho crepuscolare, è morta il 10 agosto scorso a 67 anni. Attrice unica. La sua caratteristica? Non sapeva leggere. Ma imparava tutte le sue battute a memoria. E buttava nella parte un’energia straordinaria, un vulcano in eruzione, durante le riprese. “Proprio come Ruth Gordon”, si vantava Haji.

Alter ego di Russ Meyer, il Disney del nudo, fino alla scomparsa del suo regista feticcio, nel 2004, Haji, una attrice esibizionista (però mai totalmente nuda) e donna estremamente misteriosa, è stata oltre che una bellezza schermica supersonica, e la parodia della bellezza schermica supersonica, vita zero seni mille, testa e cuore ventimila, l’indispensabile angelo della pre-produzione, perché,  assieme alla superstar Ushi Digard, contattava personalmente nei camerini le showgirls più giovani e rigogliose scoperte dal ‘Fellini del softcore’, dall’ ’Eisenstein dei sex-movies’, come lo chiamava John Waters (così accadde per la protagonista di Pandora Peaks, scovata nell’est europa post comunista) per scritturarle nei Meyer soft-movies. "Adoravo Russ, un vero gentiluomo. Un professionista. Non dovevi certo preoccuparti che alle 4 di notte ti bussava alla porta...".


La notizia della morte è stata data ai mass media dall’attrice chicana Francesca Isabel "Kitten" Natividad, amica e collega nella Russ Meyer’s Factory, sulla sua pagina Facebook, senza specificare le cause della morte. Haji lascia una figlia, Cerlette, avuta minorenne. Non si è mai sposata. "Peccato, mi piace fare la casalinga e occuparmi del giardino. Ma non ho mai trovato l'uomo giusto. Mia sorella dice che sono lesbica, ma non è vero. E' che è così diffiicle trovare uno che che ti gironzoli sempre attorno....".

Il look asiatico. Capelli corvini, come la ‘nativo-nipponica’ sputauomini Tura Satana, lineamenti asiatici, naso più lungo del canone hollywoodiano, ma non lo ha mai corretto chirurgicamente, esplosa subito, nel capolavoro di femminismo selvaggio che Meyer realizzò del 1965, lo stesso anno dell’esordio,  Motor Psycho (1965), nel ruolo di Ruby Bonner. Farà con Russ anche Good Morning…and Goodbye! (1967), Beyond the Valley of the Dolls (1970), dove era, in un cameo, Cat Woman e Supervixens!, nel ruolo di Super Haji, mentre un altro regista estremo come Meyer, John Cassavetes, la vorrà nel 1976 in L’assassinio di un allibratore cinese, nel ruolo di… Haji., permettendole di improvvisare completamente la parte.
Barbarella Catton (questo il suo vero nome) era nata, o meglio apparve, a Quebec City (Canada, Quebec) il 24 gennaio 1946 e, a 14 anni, è diventata una professionista di burlesque dancing (a 147 dollari la settimana:"che bello stare tutte nude ed essere addirittura pagata per questo!"), piuttosto coraggiosamente data la minore età, specializzandosi poi nella danza del ventre e in numeri dal fascino magnetico-esotico (come si vedrà nell’apparizione della strega silvestre di Good Morning… and Goodbye!, remake di Lorna) ma odiava gli uomini che le mettevano le mani addosso per ficcare la mancia nel costume. Trasferitasi in California per lavorare nei topless night viene scoperta, molto probabilmente al The Loser (Cienega Boulevar, Los Angeles), dal cineasta Russ Meyer, ex fotografo di guerra e di Playboy e pioniere del nude-movies americano. La proposta la lasciò di stucco. Non solo non aveva mai recitato ma era terrorizzata dal fatto di dover leggere un copione. Per fortuna il suo ragazzo di allora, che era un attore, l’aiutò e così vinse il provino e la richiamarono per girare un dramma super-violento, post Vietnam, Motor Psycho (di cui Faster, Pussycat! Kill Kill! sarà la versione 'all women').
Faster, Pussycat! Kill Kill!. Non c'è attrice con la quale Russ Meyer abbia lavorato più volte, neanche Kitten Natividad

Russ Meyer, filmaker totalmente autonomo e indipendente, aveva escogitato un buon sistema per realizzare film tutti suoi, che non dovessero dipendere dai capricci dei produttori: "Utilizzavo come attrici solo le ragazze del mese di Playboy. Perché? Perché costavano poco e inoltre tutti le conoscevano. Non sanno recitare? Perché altre donne capaci di furoreggiare sulle copertine dei giornali, come Soraya o Sophia Loren, sanno recitare?"  

Quale sarà alla fine il ruolo di Russ Meyer all’interno della storia del cinema? "Lo stesso - ci assicurava il critico chicagoan Roger Ebert - di Chantal Ackerman, Sergej Eisenstein, Jean-Luc Godard, di Mark Rappaport e degli altri strutturalisti radicali. Basta saper guardare oltre le tette grosse".  

Maria Manina e le congas. Dopo aver abbandonato il cinema dagli anni 70, Haji era tornata sul set nel 2001 in The Double-D Avenger di Lazar Saric (nel ruolo di Hydra Heffer), e due anni dopo nel video di William Winckler Killer Drag Queens on Dope, con un personaggio chiamato Moonji, al fianco di due divinità dell’Olimpo Meyer, Kitten Natividad e Raven De La Croix.
Hajo "The Catalist" in Good Morning...Goodbye 

Completano la sua filmografia Bigfoot di Robert F. Slatzer (1970), dove è…Haji; Up your Alley di Art Libermann (1971), Wham! Bam! Thank You, Spaceman, in Italia Incontri erotici del quarto tipo (1975) di William A. Levey, dove si chiama Maria Manina; il profetico Ilsa, Harem Keeper of the Oil Sheiks di Don Edmonds (in Italia Ilsa la belva del deserto), è Alina Cordova alias Haji Cat; The Amorous Adventures of Don Quixote and Sancho Panza (Le avventure erotiche di Don Chisciotte e Sanzo Panza) di Raphael Nussbaun (1976), è Cybel; Hughes and Harlow: Angels in Hell di Larry Buchanan(1978), qui è Laura. E Demonoid: messanger of death di Alfredo Zacharias (1981), dove è Angela. Tra una parte e l'altra della sua carriera ha lavorato con Charles Hagen, costruttore di Shopping Malls, come ufficio stampa. Peccato non fece mai western. Era il suo grande sogno, assieme a quello di suonare le congas in qualche film di atmosfera 'latina'. Ma siccome non è mai nata non è mai morta. La ritroveremo prima o poi all'O.K.Corrall a fare la Clint Eastwood femminile o in un Roberto Rodriguez a esibile tutta la felicità e il dramma della vita in un solo corpo pieno di fluxus. .

lunedì 19 agosto 2013

And The Winner is.....The Mummy

http://www.youtube.com/watch?v=jpy-jV4Wjcc


e il trailer

http://www.youtube.com/watch?v=BFtEazgq3Fk

e "il contadino eloquente" con i sottotitoli inglesi

http://www.youtube.com/watch?v=P_U9kgI2UFg

e la versione della Mummia con i sottotioli inglesi

http://www.youtube.com/watch?v=qdcT9BAnQw0





I DIECI MIGLIORI CLASSICI DEL CINEMA ARABO

C'è molta cultura araba nella cultura italiana e mediterranea. Eppure è come se il mediterraneo invece di un mezzo di comunicazione veloce e privilegiato fosse diventato in questi ultimi decenni un gigantesco muro spirituale. Sappiamo troppo poco dei nostri vicini, sunniti, sciti, drusi, atei di rito ortodosso, armeni, berberi, pre arabi, copti, fenici, ebrei nordafricani....Almeno con il cinema potremmo rimediare. Adesso che You tube ci permette di accostare tutto ciò che chiede solo di essere scoperto....Cominciamo dai classici, allora.

Nel 1996 il critico tunisino Khémais Khayati ha pubblicato Cinemas arabes - Topographie d'un image éclatées, edito da L'Harmattan. Il volume, un acuto omaggio ai cineasti arabi e una indispensabile guida all'immaginario maghrebino e mashreqino e alla comprensione delle maggiori tendenze e poetiche del vicino e del medio oriente, conteneva anche il resoconto di un sondaggio tra studiosi e artisti effettuato nel 1984 dalla rivista (oggi scomparsa)  Al-Jom Assabeth in occasione del sessantesimo anniversersario del primo film arabo. Il sondaggio voleva stabilire quali erano i migliori 10 lungometraggi arabi di finzione o non finzione della storia.

45 i critici (55%) e i cineasti (sceneggiatori, registi e attori) che hanno risposto al questionario (anche francesi e italiani, ma nessun dai paesi del Golfo, dalla Mauritania e dalla Libia). Solo l'8,8% erano donne. E solo un film citato, La Nouba, è stato realizzato da una cineasta donna, l'algerina Assia Djebbar. La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è egiziana.

Tenendo conto di tutto questo ecco la classifica generale, a cominciare dal decimo. Pochissimi di questi dieci capolavori sono usciti nelle sale italiane o diffusi in vhs o dvd. Li conoscono solo gli addetti ai lavori, i fuorioraristi e i frequentatori di festival specializzati.



10. KAFR KASSEM di Borhan Alaouié (1973, Libano). 11 voti

Alla vigilia dell’attacco contro l’Egitto del 1956, Israele dichiara il coprifuoco senza avvisare la popolazione civile. È in questo scenario che avviene il massacro nel villaggio palestinese di Kafr Kassem, vicino al confine con West Bank. Gli abitanti, facendovi ritorno dal lavoro durante il coprifuoco, vengono sorpresi da militari israeliani il 29 ottobre 1956. Furono uccise 48 persone, e tra questi 6 donne e 23 bambini e ragazzi tra i 3 e il 17 anni. Due ufficili della polizia di confine (Magav), condannati per aver illegalmente dato l'ordine di uccidere dei civili, a 17 e 15 anni di carcere, poi ridotti a 5, uscirono ben presto di prigione. Proprio dal processo (che comunque sancì, in Israele, la legittimità di non obbedire a ordini immorali) ha inizio il film, ricostruzione meticolosa, realista e in flash back mai sensazionalistici dell'assurdo massacro. Solamente nel dicembre del 2007 il presidente di Israele Shimon Peres ha chiesto ufficialmente scusa ai palestinesi per la strage. Stilisticamente vicino ai drammi politici d'inchiesta di Francesco Rosi è il film più importante sulla questione palestinese assieme a Le Dupes di Tawfiq Saleh.
Karf Kassae di Borhan Alaouiyyé (Siria-Libano, 1973. 90' colore)
Borhan Alaouié (trascrizione inglese Alawiya)  è nato a Arwun (Nabatieth, Libano) nel 1941. Ha studiato e si è diplomato nel 1971 all'Insas di Bruxelles (Belgio) come il palestinese Michel Khleifi, i tunisini Mahmoud Ben Mahmoud e Nouri Buzid, i marocchini Ahmed al-Manooni e Brahim Tsaki. Prima di Kafr Kassem ha girato in Belgio Forrière 71 e un film di montaggio sulla poesia palestinese.  Silamente nel 1982 Alawiya ha diretto il suo secondo Beirut, l'incontro, storia d'amore 'a dostanza', tramite audiocassette, tra Zeina, ragazza cristiana e Haydar, ragazzo sciita durante la guerra civile che li seprara a forza. Un 'classico' del cinema africano e arabo questo gap tra primo e secondo film: pensiamo anche a Moumen Smihi, Kwah Ansah, Ababacar Samb-Makharan, Desire Ecare...
 

9.  OMAR GATLATO di Merzak Allouache (Algeria, 1976) 12 voti
Il ritratto agrodolce, metà realistico e metà da teatro dell'assurdo, dei vitelloni di Algeri, della gioventù alienata e repressa sessualmente oltre dieci anni dopo l'indipendenza.  Omar, il protagonista, è un giovane che si dà arie da macho, è impiegato al ministero delle finanze e vive in un affollato appartamento con le sorelle, la madre e i nonni. Ama la musica araba e indiana, le feste con gli amici e soprattutto le donne. Ma un giorno si innamora della voce di una donna ascoltata in un nastro magnetico passatogli da un amico che gli combinerà l'incontro fatale. Ma la donna è proprio totalmente diversa da come se l'era immaginata dalla voce...Dopo la generazione di Lakhdar Hamina e Le Vent des Aurès nasce la "nuova onda" algerina.
Omar Gatlato di Merzak Allouache (Algeria, 1976, 90' colore)

Merzak Allouache è nato il 6 ottobre 1944. Ha studiato cinema all'Istituto Nazionale del Cinema di Algeri. Ha esordito nel 1967 con El Bouhai. E' tra i cineasti maghrebini più conosciuti nel mondo, molto apprezzato per la sua vena umoristica e i suoi film sono stati spesso invitati dai maggiori festival internazionali. Ricordiamo, oltre ai tanti documentari e alle produzione televisive, Le avventure di un eroe, 1978; L'uomo che guardava dalla finestra, 1982; Un amore a Parigi, 1986; Bab el Oued city, 1994; Salut, cousin, 1996; L'autre monde, 2001; Chouchou, 2003; Bab el Web , 2005; Harragas, 2009; Normal!, 2011; El Taaib, 2012. Merzak Allouache arà in concorso a Venezia 2013 con il suo nuovo film, Es-Stouth, Le terrazze.




8/7. LE REVES DE LA VILLE (Ahlam al-Madina) di Mohammad Malas (Siria 1983) e LE PECHE' di Henry Barakat (Egitto, 1965) voti 14



Il poster di 'Sogni della città'
Sogni della città, parzialmente autobiografico, e analisi approfondita, ma stilisticamente ardita, delle classi medie siriane, e del paese prima dell'unione siro-egiziana del 1958, opera pluripremiata nei festival di tutto il mondo, racconta la storia di una vedova (l'attrice è la performer e regista libanese Yasmine Khlat) e dei suoi due figli costretti a lasciare la propria casa e a trasferisi da Quneitra a Damasco, dove dovranno cavarsela da soli, senza l'aiuto del violento padre della donna. Adib, il figlio grande, cresce nella Siria degli anni 50, tra colpi di stato, magie architettoniche, turisti, moschee e violenze metropolitane. Sceneggiatura di Samir Dhikra.
Mohammad Malas insegnante fino al 1968 ha studiato cinema a Mosca, all'istituto Gerasimov (Vgik), dirigendo corti e doc. Tornato in patria ha girato documentari per la televisione (Quneitra 74, The Memory, 1977), fondando il cineclub Damascus assieme a un altro grande cineasta, prematuramente scomparso, Omar Amiralay. Ha girato tra il 1981 e il 1987 Il sogno, drammatico documento sui campi profughi palestinesi che comprende oltre 400 interviste e che bloccò dopo il massacro di Sabra e Chatila, Sogni della città, 1983; La notte, 1992, epica bertolucciana, quasi un Noveneceto siriano, ambientata a Quneitra, dal 1936 al 1948. Con Omar Amiralay ha realizzato Moudaress, sul pittore siriano Fateh Moudarres. Il terzo lungometraggio di Malas è Passione (2005).





Faten Hamama
Le Pêché è la storia della sorte atroce riservata alle ragazze madri di campagna, disprezzate e ripudiate dalla società anche se spesso sono state le vittime privilegiate della violenza e della impunità dei proprietari terrieri e dei loro sgherri, come capita in questo melodramma rustico interpretato da Zaki Roustom e dalla star Faten Hamama ("la regina del cinema egiziano"), a Azizah, bracciante che ha un marito malato,  sfruttata e violentata che cerca di sbarazzarsi di ogni traccia visibile e invisibile dello stupro... Un classico della scuola realistica egiziana, con le musiche di Soleiman Gamil, dal romanzo di Youssef Idriss. Grande successo a Cannes. 
Henry Barakat (11 giugno 1912, Cairo – 27 Maggio 1997, Cairo), origini libanesi, cultura francese e famiglia copta, scuola realista, anzi 'il maestro del realismo poetico', in 55 anni ha diretto oltre 110 film di ogni genere e specie, dai melodrammi agli horror, dai thriller ai film epici,  e i più grandi divi del mondo arabo come, nel 1955, Days and Nights, interpretato dalla attrice cantante e danzatrice del ventre Zeinat Olwi in una sua memorabile performance.






6/5 LA VOLONTA' di Kamal Salim (Egitto, 1939) e MORTI TRA I VIVI di Salah Abou Seif (Egitto, 1960) 15 voti



il manifesto di al Azima
Per un rampollo della piccola borghesia egiziana, appena diplomato, il destino è segnato: dovrà diventere un funzionario pubblico. La via del commercio gli è preclusa, a meno che non sia armeno, greco, italiano o levantino.... Guadagnerebbe, certo, di più, se si mettesse in proprio, avrebbe in dotazione la tunica lunga, la gallabiah, e indipendenza e più potere, ma...solo  il posto fisso e stabile gli permetterà di trovare una moglie... La metafora è chiara. Non si esce dal sottotsviluppo senza la formazione di una borghesia imprenditrice, libera e scatenata. Quello che l'Occidente non permetterà mai. Il primo grande film realista egiziano, senza happy end, niente canti né danze, realizzato in piena dittatura musical, è 'Al Azima', 'La determinazione' o 'La volontà,' girato negli studi Misr, ma soprattutto fuori dagli studi, nelle viuzze popolari grondanti di operai, artigiani e commercianti. Star l'attrice di teatro Fatma Rouchdi e il futuro regista Hussein Sidqui. 
Kamal Salim, nato nel 1913 da una ricca famiglia, dotato per gli studi, si consacra alla settima arte prima come attore, poi come sceneggiatore e regista. Dopo aver studiato a Parigi torna al Cairo e il suo esordio è del 1938, Dietro il sipario cui seguirà La volontà (1939), affrontando il tema della disoccupazione, la commedia Venerdì sera (1941), un film contro l'oscurantismo che avrà uno strepitoso successo. Dopo adattamento dei Miserabili da Hugo del 1944 e un Romeo e Giulietta morirà prematuramente a 32 anni, durante le riprese di Storia d'amore (da Emily Bronte), lasciando il compito di proseguire la sua lezione (tecnica sottile, grande forza drammatica e profonda passione sociale) al suo aiuto regista, Salah Abu Seif. 



"L'inizio e la fine" (o "Morto tra i vivi"), opera di un pessimismo incurabile, di fattura classica nel senso nobile del termine, in lingua originale "Bidaya wa nihaya" è un adattamento (è il primo nella storia) di un romanzo omonimo di Naguib Mahfouz, diretto "dal più egiziano di tutti i registi arabi", e dal più manicheo di tutti. Per Salah Abu Seif il mondo si divide in ricchi e poveri. E lui sta sempre coi poveri, benedetti da dio. Anche qui siamo in piena tensione realista: quando un funzionario pubblico muore lasciando la moglie in miseria sarà duro sopravvivere per la famiglia. Il figlio si butterà nel traffico di droga e la figlia (Sana' Gamil) nella prostituzione, il tutto pur di far diventare cadetto militare l'altro figlio, Omar Sharif, all'esordio.   
Omar Sharif in "Bidaya wanihaya"


Salah Abu Seif, nato il 10 maggio 1915, appassionato cinefilo, diplomato in economia e commercio nel 1932, fa il critico cinematografico mentre lavora in un cotonificio. Montatore, dal 1940 al 1947, assistente di Badrakhan e Selim, fece corti e doc prima di dirigere il suo primo lungo, nel 1946, Sempre nel mio cuore, versione egiziana dell'hollywoodiano Ponte di Waterloo. Ha fondato al Cairo una scuola di sceneggiatura ed è stato per molti anni insegnante nella Alta Scuola di Studi Cinematografici del Cairo. Tra i suoi film più celebri l'adattamento del Therese Raquin di Zola, Il tuo giorno verrà (1952), di The sleeping tiger di Joseph Losey, di Lettera a una donna sconosciuta di Max Ophuls nel 1962.Oltre alle trascrizioni dei romanzi di Mahfouz, quattro dei suoi film sono tratti dai romanzi di un altro noto scrittore egiziano, Abdel Kuddous. Molti documentari sono stati dedicati da Abu Seif alla musica popolare, al Sudan, all'arte saudita, all'elettricità nei villaggi rurali. E' stato il più 'nasseriano' dei cineasti egiziani dell'epica, il più diretto e popolare nel linguaggio, un po' rigido idelogogicamente, populista e giustizialista come voleva il 'socialismo arabo'. E' morto il 23 giugno 1996.



4. LE DUPES (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh (Siria-Egitto, 1972) 16 voti
Prodotto dalla Siria e adattato dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafany ("Uomini sotto il sole"), assassinato in Libano  nel 1972, questo suspense-film, che cita esplicitamente "Il salario della paura", diretto dal regista egiziano allora in volontario esilio politico, tratta in stile allegorico, in bella sintesi tra documentario e fantasia, cinema realistico e politico,  l'odissea tragica dell'emigrazione. Tre palestinesi della diaspora, di generazioni differenti, cacciati con le armi dalle loro case dagli israeliani nel 1948 (la prima parte del film è sulla Nakhba), sfruttati e umiliati anche dai cugini arabi, non hanno altra soluzione per sopravvivere che affrontare il deserto e entrare clandestinamente nel ricco Kuwait. L'unico modo di sfuggire ai soldati è nascondersi nella cisterna vuota di un camion e beffare le guardie di frontiera, ma hanno a disposizione solo sette miuti e le lungaggini burocratiche alla dogana sono interminabili...
Il camion della morte di Le Dupes, versione palestinese di Il salario della paura

Tawfiq Saleh il cineasta più politicizzato della generazione realista 'nasseriana', l'unico che si è sempre rifiutato di girare un film commerciale, è nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto. Padre medico, studia al Victoria College di Alessandria prima di deciarsi alla letteratura inglese e al teatro al Cairo, dove si laurea nel 1954. Vive un anno a Pariig, fisso alla CinemathequeAssistente di Chahine, realizza cortometraggi e mediometraggi e esordisce nel lungometraggio con Vicolo dei folli, del 1955, da un romanzo di Mahfouz sulla trasformazione-mostruosizzazione di un poveraccio divenuto improvvisamente ricco sfondato dopo aver vinto alla lotteria. Seguiranno La lotta degli eroi, I rivoltosi, Diario di un investigatore di villaggio, tutti film che avranno noie con la censura e con il potere perché incitano gli sfruttati a ribellaris e a lottare, fino all'autoesilio in Siria dal 1970 al 1973 e poi in Irak (dove girerà nel 1981 un film apologetico per Saddam Hussein, I lunghi giorni, sui 'fatti del 1958' e la vittoria della fazione bassista, tratto dalla quadrilogia romanzesca di Adb al-Amir Maala, prima di ritornare in Egitto). E' morto il 18 agosto 2013.

3. GARE CENTRALE (Stazione centrale) di Yussef Chahine (Egitto, 1958) 18 voti
Grazie alla compassione di un vecchio commerciante,  Kenaoui (interpretato dallo stesso regista Chahine), ha trovato alla Stazione Centrale del Cairo un modesto impiego come venditore di giornali. Semplice di spirito e perennemente ubriaco, ossessionato dal sesso e con repentini bagliori schizofrenici, Kenaoui si innamora della bella Hanouma (Hind Rostom), che vende Coca Cola e succhi di frutti nella stessa stazione, ma è innamorata del sindacalista dei facchini (Farid Chawqui), anche se fa un po' la civetta con lui e lo prende in giro. Il finale sarà tragico, un delitto obliquo, la follia... Grande successo al festival di Berlino per questo film che deve molto al neorealismo e a Elia Kazan.
Yussef Chahine e Hind Rostom in Stazione Centrale

Yussef Chahine, nato il 25 gennaio a Alessandria d'Egitto, figlio di un avvocato squattrinato perché difendeva solo i più deboli, frequenta il Victoria College e l'Università della sua città prima di vincere una borsa di studia al Pasadina Playhouse dove approfondisce lo studio di Shakespeare. Tornato nel 1948 in Egitto gira dapprima una serie di documentari con l'italiano Gianni Vernuccio e firma i suoi primi film a soggetto nel 1950, realizzando opere intelligenti e popolari e collezionando presto premi internazionali e prestigiose partecipazioni a Cannes e Venezia. I suoi film più originali e appassionati, rivoluzionari e fantasiosi, autobiografici e poetico-politici sono Saladino, La terra, Alessandria, perché? La scelta, La memoria, L'emigrato, Addio Bonaparte, Alessandria ancora e sempre, Il sesto giorno.

2. LA TERRA di Yussef Chahine (Egitto, 1968) 27 voti
Adattato dal romanzo omonimo dello scrittore marxista egiziano Abderrahman al-Charkawy, scritto nel 1954 e grande successo di vendite, non primo di nokat, di ironia egiazana, ornato da una partitura musicale sontuosa, e girato a colori in 'stile Donskoy', ma neorealista-neosocialista - e infatti l'affresco epico è attraversato da 'macchie' espressioniste psicoanalitiche, ambientato negli anni trenta, è il racconto della vita di un villaggio, dello scontro tra grandi e piccoli proprietari di terre, soprattutto a proposito del controllo dell'acqua, diventando l'epopea di una rivolta contadina contro lo sfruttamento capitalistico e l'arroganza dei padroni. Insomma un western-eastern di estrema sinistra. E finalmente gli eroi sono i dannati della terra.

1. LA MUMMIA di Chadi Abdel Salam (Egitto 1970) 35 voti

Roberto Rossellini ha dovuto quasi costringere le autorità politiche a inventare l'Organismo del cinema egiziano, che finanziò quel solo film nazionale, per costringere il braccio pubblico a valorizzare un magnifico talento cinematografico come Abdel Salam, architetto e scenografo (collaboratore di pressoché tutti i registi attratti dalle piramidi, come Mankiewicz e Kawalerowicz), e che non riuscirà più a trovare i soldi per un altro lungometraggio, nonostante i suoi tanti progetti legati alla riappropriazione non esotico-spettacolare delle radici faraoniche e pre-islamiche dell'Egitto. Il soggetto di questo capolavoro è ispirato alla scoperta delle mummie nella Valle dei Re, avvenuta nel 1881 e al libro dell'archeologo Maspero sulo scontro a Deir el Bahari tra una tribù di tombaroli e le autorità del Museo del Cairo a proposito della tomba di un faraone appartenente alla XX dinastia, scoperta dagli uomini del villaggio e che gli egittologi ignoravano.
Nadia Lofty e Ahmad Marii in La Mummia (1968)

Chadi Abdel Salam, il cavaliere solitario del cinema egiziano, perché non apparteneva ad alcuna conventicola cairota di filmaker, mezzo alessandrino e mezzo Alto Egitto, è nato il 15 marzo 1930 e morto l'8 ottobre 1986. Architetto ('costruire delle case mi ha insegnato a costruire i film') scenografo, decoratore, costumista collabora a decine di produzioni in costume prima di conoscere Roberto Rossellini, che aiuterà nelle sequenze egiziane di Lotta per la sopravvivenza. Il regista romano lo convincerà ad esordire nella regia con un'opera di grande suggestione plastica e di inedita esattezza filologica, una metafora dello scontro tra paese arcaico e anacronistico e modernità scientifica. Dopo La mummia Chadi Abdel Salam realizzerà i mediometraggi Il contadino eloquente (1970), Orizzonti (1972), Le armi del sole (1974); Il trono dorato di Tutankhamen (1982); Le piramidi e il periodo precedente (1984) e Dopo Ramses II (1986).

LA CLASSIFICA DEI DIECI REGISTI ARABI PIU' IMPORTANTI DELLA STORIA

1. Yussef Chahine (Egitto) 58 voti e 10 film citati


2. Salah Abou Seif (Egitto) 49 voti e 10 film citati



3. Chadi Adbel-Salam (Egitto) 35 voti e un film citato


4. Tawfiq Saleh (Egitto) 26 voti e 5 film citati


5. Henry Barakat (Egitto) 21 voti e 2 film citati



6. Kamal Salim (Egitto) 15 voti e un film citato




7. Merzak Allouache (Algeria) 15 voti e 2 film citati


8. Mohammad Malas (Siria) 14 voti e un film citato


9. Borhane Alaouiyyé (Libano) 13 voti e 2 film citati


10. Lakhdar Hamina (Algeria) 13 voti e 2 film citati












Le Dupes, Gli ingannati

http://www.youtube.com/watch?v=pRZzbmNwi8w

Le dupes, gli ingannati di Tawfiq Salah (Siria, 1972)

domenica 18 agosto 2013

Tawfiq Saleh, alle scaturigini della primavera araba

Roberto Silvestri

Il camion di "Le Dupes" (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh, 1972 Siria-Egitto
Stanno combattendo in queste ore in tutto l'Egitto l'oppressione e l'oscurantismo. Un uomo lo ha fatto per tutta la vita con le sue opere. Era dalla parte dei 'dannati della terra'. E' morto ieri a 87 anni una leggenda vivente della cultura mondiale. Tawfiq Saleh, alessandrino e cosmopolita, grande cineasta egiziano della sinistra marxista (anti)nasseriana.
Tawfiq Saleh

Ha scritto e diretto bellissimi film di realismo denso e colto, sempre privi di slogan urlati, magnificamente raccontati, rivoluzionari nei primi piani e negli sfondi storico-sociali, nel testo e nel contesto e... quasi introvabili. Le tematiche forti, estreme, nelle sue sette opere, erano, fatto inusuale per la 'Hollywood sul Nilo', più appassionanti e seducenti delle sue star.

Infatti la suo divo feticcio fu il serio performer teatrale Choukri Sarhane, l'immagine del buon partito, dell'uomo vero, bello, generoso, onesto e incorruttibile, che fa il giovane meccanico spiantato, innamorato e sfortunato in Vicolo degli idioti; il medico che lotta contro l'ignoranza, la superstizione e l'oscurantismo  in La lotta eroica, e ancora il medico anticonformista e capo dello sciopero, ma quanto mai sobrio espressivamente, in I rivoltosi, tratto dal romanzo dello scrittore marxista Saleh Hafez (ambientato in un campo di prigionia politica che diventa, nel film, per ovvie ragioni, un ospedale per malati di tubercolosi a Helouan, in mezzo al deserto).
Choukri Sarhane

E poi glieli censuravano tutti, i film, sia nell'Egitto della rivoluzione tradita nasseriana che in quello della 'restaurazione reale' di Sadat e Mubarak.

Per esempio. Il diario di un sostituto di campagna (1969), il suo quarto film, tratto da un romanzo di Tawfiq el-Hakim fu proibito apparentemente perché conteneva una scena di sepultura. Ebbene bare, riti funebri e sepolture sono tuttora tabù, invisibili a causa di ordinanze, rispettivamente del 1947 e del 1976, che evidentemente fermano alla frontiera qualunque western di John Ford... Il motivo? Rispetto dei morti.

Naturalmente quello era un pretesto. In realtà il regista aveva scelto, per ovvie ragioni, di lavorare su un romanzo scritto negli anni trenta del secolo scorso, che raccontava le condizioni di vita dei contadini, lo sfruttamento dei latifondisti e i loro rapporti con una per loro incomprensibile 'giustizia cittadina'. L'argomento gli permetteva di attaccare duramente il potere assoluto, l'ingiustizia sistematica, l'assenza di democrazia e di leggi necessarie a proteggere i più deboli.

E i censori capivano bene chi fosse il vero bersaglio del film che, non a caso, finiva con il cadavere della bella Rim che veniva adagiato su un'urna elettorale, gettata in un canale dal resposabile della Comune, a elezioni ormai concluse.... Erano i meccanismi di emarginazione del popolo dalla vita politica attiva che analizzava e condannava. Una eredità fatale del sottosviluppo che sarà al centro di in un altro film del 1969, che fu uno dei suoi fiaschi storici, Al Sayed al-Bolti, sulla vita di stenti dei pescatori, la loro alienazione religiosa e sessuale, la loro sottomissione ai padroni. Insomma l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti preferendo sottomettersi a una personalità carismatica: siccome Bolti possiede una forza magnetica strepitosa i pescatori non faranno più nulla...Neanche fosse Nasser!


Già, Nasser. Quella che si vantava di essere una grande rivoluzione anticoloniale e antioccidentale, non era stata in realtà che una ribellione militare forse capace di durare a lungo (fino a oggi), ma incapace di affrontare il clash delle classi dalla parte giusta e di risolvere i gravi problemi di un paese sottosviluppato (da altri) senza togliere prestigio, potere e conti in banca ai vecchi padroni e e ad altri potentati d'oltremare.

E per realizzare quel suo terzo film, I rivoltosi, sulla ribellione nel sanatorio, siamo in pieno 68, tra Marat-Sade e Il nido del cuculo - Tawfiq Saleh non era stato costretto solo a retrodatare all'epoca monarchica i fatti raccontati, in effetti contemporanei. Anche perché il film era una metafora dell'incapacità del governo militare nato nel 1952, con cui il film polemizza esplicitamente, a trasformare un golpe e una rivolta in una lucida e autentica rivoluzione, capace di  risolvere i problemi del popolo, nascondendo la propria inefficenza dietro un sofisticato e irresponsabile meccanismo burocratico kafkiano.
Le Dupes (Gli ingannati, 1972)
 
Se l'Europa ha il Salario della paura e l'America Convoy e Duel, anche l'Africa ha il suo thriller, quasi un horror politico, di sconvolgente potenza emotiva che viaggia nella Storia inseguendo un grosso e pericoloso camion... E, senza vedere questo film, il road-drama Les Dupes (Gli ingannati), il capolavoro di Tawfiq Saleh del 1973, uno dei dieci migliori film arabi di tutti i tempi come è stato stabilito da un sondaggio critico, realizzato grazie all'appoggio finanziario e politico della Siria di Assad, si perde la possibilità di comprendere, in meno di due ore, il conflitto di classe tra il proletariato arabo - e quello palestinese in particolare - e l'aristocrazia saudita e wahabita, spietata guardiana dal secondo dopoguerra in poi dell'assetto geopolitico, culturale e religioso dell'area maghrebina e mashreqina, che non da soli arabi è abitata.

Come si vede analizzando gli scontri di oggi attorno a piazza Tahrir. Sono sempre, nel XXI come nel XX secolo, il ricco Qatar e la ricchissima Arabia Saudita (più i succedanei: Kuwait e Emirati Arabi Uniti) a muovere le pedite armate, con le stellette o meno.

Tre lavoratori palestinesi della diaspora, cacciati dagli israeliani dalle loro terre, e rappresentanti di tre generazioni differenti  cercano l'eldorado o la 'Terra promessa' in Kuwait. Umiliati, offesi, ingannati da tutti gli amici arabi, ricchi e poveri, del popolo palestinese, intraprendono così da clandestini un pericoloso viaggio nel deserto, dentro la cisterna vuota di un camion,  e troveranno la morte nel più atroce dei modi. Un film, secondo l'autore "contro la disperazione e contro la fuga dalle proprie responsabilità", tratto dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato a Beirut nel 1972. La piccola borghesia araba, irresponsabile e opportunista, è il bersaglio di molti film impegnati egiziani dagli anni 60 ad oggi. Manca la capacità di farsi soggettività produttiva. Borghesia nazionalitaria. E' facilmente asservibile e controllabile, invece, dal padrone forte, sia militare interno o multinazionale. Infatti.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kalafani
Il modo di attirare, asservire, sfruttare cinicamente la manodopera a basso costo (e di costringerla a odissee fatali come il cammino desertico della speranza dei nostri tre lavoratori cacciati dalla Palestina e nascosti in un camion-cisterna diretto in Kuwait) mai è stato raccontato con altrettanta acutezza, efficacia, sensibilità e indignazione panaraba.

Le Dupes
Non avere mai programmato in televisione, in questi decenni, Les Dupes, è stata una scelta precisa della Rai, non solo quella di impedire l'accesso ai tesori dell'arte internazionale, invece di favorirla, come da canone, ma soprattutto quella di obbedire servilmente agli ordini imposti dall'alto (le Sette Sorelle, non a caso, hanno tolto di mezzo Mattei). Dunque una vergogna per il servizio pubblico televisivo italiano. Ne dovrà prima o poi rendere conto.  Per fortuna adesso grazie a Internet, su You tube, potete trovare Gli ingannati e vedere in edizione sottotitolata in inglese. Sarà il caso di farlo.

Senza conoscere e discutere tutti i film di Tawfiq Saleh, i suoi drammi contemporanei - come il truculento Il vicolo degli idioti (1955), ambientato nei vicoli del Cairo dove lottano, si divertono, rischiano di diventare bestie feroci, perché improvvisamente sfiorati dalla fortuna, i personaggi squattrinati di Mahfuz -  le sue epopee socialiste e realiste e i suoi drammi storici, acidi e impegnati - come La lotta eroica (1962), su un'epidemia di colera degli anni 40 e un eroico medico stakanovista che tenta di debellarla, o Al-Sayyed al-Bolti (1969) -  sfugge infatti all'occidentale a anche alla giovane generazione araba la sostanza del conflitto socioculturale nei paesi islamici. E soprattutto il legame profondo e lo scambio 'nazional-popolare' in senso gramsciano tra i suoi film (anche perché nazionalitario non vuol dire mai nazionalista, non è mai aggressività verso l'esterno e il diverso), il lavoro in profondità del suo sceneggiatore preferito, lo scrittore Nobel, Naguib Mahfouz, e la moltitudine egiziana, donne e degli uomini proletari, collettiva forza di cambiamento all'opera anche in questi giorni per demolire i falsi miti, da Mubarak a Morsi.


Un'arma che Nasser preferì ignorare. Non volle mai - nascondendosi dietro orride pratiche populistiche - rendere partecipe e complice di un vero processo di crescita economica autonoma e nazionalitaria, coraggiosa, progressista, transculturale e antisessista (si ristudi la sua riforma agraria, che riconsegnò in peggio tutto il potere ai vecchi latifondisti, per averne un'idea e rese par la prima l'Egitto da granaio del mondo a paese importatore di grano).

Infatti, anche se prodotti dall'Organismo generale del cinema, l'ente pubblico nasseriano che per la prima volta nella storia dell'Egitto finanziava i film, il corpo delle opere di Saleh verrà sempre sottoposto a una continua e sadica tortura fatta di minacce, rimaneggiamenti, tagli e censure. Imposizioni che lo costringeranno all'esilio volontario, dopo tre film finanziati in quattro anni, grazie anche all'appoggio di un cineasta caro anche a Yussef Chahine, l'ex militare e poi regista Ezz Eddine Zulficar che intercesse per lui dopo lo smacco commerciale di Vicolo dei pazzi (che lo aveva tenuto fuori dai set per ben 6 anni).

Autore di I lunghi giorni, colossal in costume, biografia agiografica camuffata di Saddam Hussein, realizzata nel 1980 durante l'autoesilio a Bagdad iniziato nel 1973, anche in polemica con la politica opportunista e antipopolare di Sadat, Tawfiq Saleh è stato il più politico e radicale dei grandi cineasti cresciuti in epoca nasseriana. Dopo il liceo al Victoria College di Alessandria, e studi di teatro e letteratura inglese all'Università del Cairo fino al '49 e due anni passari a Parigi (dove respira nouvelle vague) tornato in patria fa l'assistente alla regia di Chahine nel 1954 e inizia a scrivere per il cinema e lavora con Mafhuz che ha già scritto copioni, spesso assieme a un altro grande sconosciuto del cinema egiziano, Salah Abu Seif. Realizza anche alcuni documentari come Le marionette,1959; Man Nanhu e Verso l'ignoto, 1960; La civiltà dei Sumeri, 1976.

Nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto, padre medico, definito dal critico Yves Thoraval in Regards sur le cinema egyptienne (L'Harmattan, 1996)  'il tenace, grande solitario' del cinema egiziano, Tawfiq Saleh è stato con l'alessandrino Yussef Chahine (di famiglia copta)  e con Abu Seif, uno dei vertici del triangolo d'oro panafricano e panarabo, dagli anni 50 in poi.
Il primo, stilisticamente, dotato del linguaggio più nervoso e fantasioso, e di una grinta esistenziale provocatoriamente individualista (in una società che nega l'individuo, totalmente in balia delle leggi comunitarie). Il secondo dal fraseggio più popolare e a volta kitsch e estetizzante.

E lui, infine, dal metodo più sobrio e riflessivo, con una ricerca meticolosa dell'inquadratura, dell'angolo di ripresa perfetto, che susciti il maggior interesse possibile. Le sue scene sono lavoratissime, composte di varie sequenze, ma il montaggio, i raccordi e il racconto danno sempre l'impressione di una fluidità e continuità senza orpelli o digressioni. Cineasti della generazione 'realista'  successiva, come Mohamed Khan, Atef al-Tayeb, Raafat al-Mihi gli dovreanno molto.

Le Dupes
La burocrazia, l'ambiguità e l'ottusità del 'socialismo arabo' lo hanno imprigionato creativamente per tutta la vita. Per strada chi lotta oggi per 'la libertà e la democrazia' vuole anche impedire che altri geniali Tawfiq Saleh soffrano come lui. Costretto per lunghi al silenzio, a parte insegnare cinema sia a Baghdad - anche perché era incapace di realizzare agiografie per chicchessia, ancorché metaforiche, e Saddam non mostrò di gradire troppo quell'affresco storico - che al Cairo, dove era ritornato negli ultimi anni, lo avevamo incontrato a Cannes l'anno scorso, sempre pronto a tornare sul set, con quei suoi occhi dolci, malinconici ma mai riconciliati.

Era una di quelle anime belle combattenti che non potevano, come cineasta eticamente consapevole che tradurre in immagini la considerazione: solo violenza aiuta dove violenza regna. E non sempre la violenza maggiore è quella più sanguinosa.  Le Dupes è una bomba spirituale di immensa, irreversibile potenza.

Come ha scritto il critico militante tunisino, e storico del cinema arabo, Tahar Cheriaa, fondatore del festival del cinema di Cartagine: "Tawfiq Saleh è il cineasta arabo più colto. Il più consapevole della realtà economica, sociale, culturale e politica dell'Egitto e dell'intero mondo arabo. Le sue convinzioni politiche rischiarano il suo cammino. E' un cittadino impegnato, convinto che la lotta di classe sia un fatto storico, il motore del progresso umano...".