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giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. I pericolosi pacifisti di Israele. Amos Gitai, un vero film su Godard

Roberto Silvestri (*) 

Cannes

Oggi, e non solo oggi, è stato il grande giorno della Quinzaine. Bruno Dumont e Amos Gitai, dopo Abel Ferrara nell'autoritratto che si è girato in Francia, anche se vive in Italia da un po', durante una serie di incontri e retrospettive che gli hanno dedicato (Alive in France).
Bruno Dumont, dopo aver studiato a fondo le rivoluzioni arabe a ritmo di hard e metal rock (che come sappiamo sono stati non solo il collante comunicativo ma anche il reticolo organizzativo giovanile, tutt'altro che virtuale, dei processi democratici di massa e dal basso ancora in corso in Maghreb e Mashreq), nel musical Jeannette, ha dato aria e impulso indiavolato, se così si può dire, a due testi dedicati alla santa anti-imperialista e più indocile della Francia quattrocentesca: Mystere de la charité de Jeanne d'Arc (1910) e Jeanne d'Arc di Charles Peguy, uno scrittore radicale di cattolicissima fede. La storia rivoluzionaria della santa da cucciola è raccontata alla Straub, cioé in maniera tale da rischiare una prossima parodia di Hazanavicious, ma dimostra che grazie all'innocenza di una bambina di 9 anni, e alla distanza belga regolamentare che Dumont sa dare, si possono dire, sulla Francia, verità scottanti che neanche Macron, Le Pen e Melencchon messi insieme sanno concepire.

Amos Gitai in West of the Jordan River 
Così Amos Gitai, su Israele. E qui il quoziente di difficoltà è superiore. Rischia l'alto tradimento. Il documentario West of the Jordan River (A ovest del fiume Giordano) viene presentato alla Quinzaine, dall'architetto prestato al cinema, come si definisce, 35 anni dopo la sua opera seconda, Field Diary che proseguiva la dura requisitoria contro il suo stato, ormai anti socialista, iniziata nel 1980 con House (un capolavoro scoperto in Italia da Enzo Ungari), un drammatico faccia a faccia tra la forse non nobile ma certo biblica utopia sionista e la realtà brutale dell'esproprio e della cacciata di casa del suo legittimo proprietario palestinese, con moglie e figli e nonni e parenti. 


Dunque si torna in Cisgiordania e a Hebron, dove la colonizzazione violenta e protetta da Netanyahu è diventata l'industria portante di una criminale (secondo l'Onu) e confessionale strategia: la “Grande Israele”, via verso la Siria.... Ebrei agguerriti dell'est Europa scappano da Putin e votano destra estrema in cambio di terre e case altrui. Così partono alla “conquista di un west”, meno selvaggio ancora perché se entrano nelle case di altri e le occupano, i soldati coi mitra sono dalla loro parte. 
Ma non tutta la società israeliana e palestinese sta al gioco delle due destre reazionarie, fintamente contrapposte, quella ebrea e quella islamica, unite invece nella guerra continua che è costata la vita a Rabin. 

colone israeliane non fondamentaliste 
Finita nel sangue “sovranista” la sua razionalissima proposta (pace, e due paesi che vanno verso un reciproco rispetto e progresso e forse verso un solo stato per due popoli) si oppongono al governo Netanyahu ormai superprotetto da Trump, solo organizzazioni transnazionali arabo-israeliane dal basso: ong che tutelano i diritti umani, come B'tslem; Breaking the silence, formato da ex militari critici sui metodi adottati a Hebron; il Forum delle famiglie vittima della violenza e Ta'yush. Giornalisti, uomini politici del governo e dell'opposizione e cineaste che trovano nella controinformazione filmata uno strumento di difesa dalla subalternità domestica e civile ricominciano a esplorare altri sentieri che portano alla pace. “Basterebbero 24 ore, non 24 anni, per mettersi d'accordo, afferma un cittadino palestinese, mentre ragazzi ebrei e arabi si sfidano in un torneo di backgammon”. Ma un ministro di Netanyahu non lascia troppe speranze di pace: “Non c'è stata nessuna occupazione. Questa terra, tutta questa terra è nostra. E' scritto nella Bibbia. Lo ha deciso Dio”.



No, Hazanavicious no
Quinzaine dunque, altro che concorso ufficiale. Soprattutto dopo l'imbarazzante “trabocchetto Michel Hazanavicious”, il noioso comico-regista d'avanspettacolo di una farsa, neanche goliardica, su Jean-Luc Godard, da La Cinese a Vento dell'est, dal titolo Le Redoutable. E' la parodia, che non fa ridere nessuno, dei luoghi più triti e comuni sull'odioso “borghese snob che volle sentirsi rivoluzionario” e sul Maggio parigino, illustrato proprio come se lo immaginano i seguaci di Marie Le Pen (noterete, tra l'altro, avulse bandiere azzurre, oltre che rosse, sventolate da chi lancia pavè sui Crs. E sarà per far cromatismo inconscio alla Front National anche l'uso ripetuto e continuato di Azzurro, l'hit sessantottino di Celentano?). 

Stacy Martin interpreta Anne Wiazemsky (?)

L'opera insomma - tra una colazione in casa a leggere, da burbero malefico, Le Monde; Stacy Martin che crede di stare in The Artist e risparmia sulle mutande; assemblee umilianti e ripetute alla Sorbona dove acidi e piccoli Robespierre trattano il genio proprio come faceva già Debord (criticandolo davvero, da sinistra: “il cinema non vale la vita” ed educandolo) e una serie infinita di isterismi da prima donna dell'idolo dei teenager che inventò l'anti-film (assai più divertente dei film che qui piacciono tanto) e non si è mai piegato al mercato - degrada solo chi l'ha pensata. 

Louis Garrel alias Jean Luc Godard (?)
Il suo autore, sceneggiatore, montatore e regista, che deve avere penosi problemi alla vista (visto che solo dalla loro rottura è psicanaliticamente ossessionato) e si crede più à la page di chi l'Oscar l'ha vinto ma non l'ha ritirato, ha il solo merito di mettere a rischio il posto a Fremaux (in 37 anni di Cannes solo Fort Saganne era più imbarazzante) e di affrontare presumibilmente il tribunale per una causa di diffamazione. Far passare il “più coglione maoista svizzero” pure per antisemita è come far passare Polanski per stupratore. E troppi in sala si inebriano di queste e altre colpevoli fake news che diventano verità inossidabili basta ripeterle cento volte, visto che di fischi non ne abbiamo sentiti. Louis Garrel si sforza almeno di imitare la voce inimitabile di Godard, senza successo. 

Louis Garrel molto perplesso 

Resta il mistero di perché Anne Wiazemsky abbia ceduto i diritti delle sue argute memorie. E accettato (o preteso?) che la interpretasse una attrice che fisiognomicamente le è agli antipodi. Che raccontano con profondità della sua passione di attrice bressoniana per un regista che ci ha donato riflessioni intelligenti sul mondo e ci ha emozionato “attraverso la mente e non attraverso i sentimenti”, come invece fa Noah Baumbach nel manieratissimo The Meyerowicz Stories, piccoli e grandi orrori familiari di un interno intellettuale ebraico, esile plot letteralmente schiacciato dalla tecnica attoriale ridondante e trombonesca di Dustin Hoffman, Ben Stiller e Emma Thompson (si salva solo Adam Sandler, che non sa neanche contare).



(*) Pubblicato il   su Alfabeta2 

venerdì 11 settembre 2015

Il cinema a fuoco dall'India alla Cina


Mariuccia Ciotta

Venezia
Micolas Saada e Stacy Martin

 



L'artista abita alla Mostra di Venezia che deve distinguersi sempre più da festival monstre come quelli di Toronto e di Cannes, ma attenzione ai film arty, al cinema gonfio di stereotipi d'autore. Ne abbiamo visto più di uno qui a Venezia, dal sudafricano The Endless River di Oliver Hermanus a L'attesa di Piero Messina. Al centro un sovraccarico di compiacimenti per le immagini belle, la dilatazione dei tempi, i primi piani fissi su sguardi misteriosi e inespressivi, ricette applicate anche a titoli tematicamente intensi, il turco Emin Alper di Abluka e il venezuelano Lorenzo Vigas di Desde Allà. Sono film in carenza di “meraviglia”, quella che abbonda nei cineasti di riferimento come Marco Bellocchio.

A parte, la commedia del francese Christian Vincent che sceglie il minimalismo in L'Hermine con Fabrice Luchini uguale a stesso, misantropo e caustico. Molto apprezzato, forse perché sembra il pilot di una serie tv: “il giudice a due cifre” (non dà mai meno di 10 anni di carcere). La giustizia francese ne esce glorificata. E sempre dalla Francia arriva in Orizzonti uno dei giovani critici più importanti dei Cahiers du cinema, annate buone, Nicolas Saada, affilato analista del cinema americano (memorabili le sue recensioni di Clint Eastwood), sceneggiatore-regista di corti e film tv, già responsabile della fiction di Arte. Negli ultimi anni si è dedicato allo studio della musica da film, in apprezzate trasmissioni radiofoniche. Taj Mahal, è il titolo del film e il nome dell'hotel di Mumbai assaltato nel 2008 da integralisti islamici pakistani. I terroristi talebani fecero irruzione nell'albergo, spararono ai clienti, presero decine di ostaggi, diedero alle fiamme il sontuoso edificio. In un blitz, la polizia li uccise tutti, ma intanto un altro albergo, l'Oberoi, diventava scenario di guerra.

Dopo aver incontrato i parenti di una ragazza sopravvissuta all'apocalisse di Mumbai, Saada ha deciso di raccontare la storia di questa diciottenne rimasta sola nella suite del Taj Mahal mentre i genitori, usciti per una festa, cercavano nel caos generale di tornare indietro. “Siamo fra poco da te, tesoro, non avere paura” ripete il padre alla figlia (Stacy Martin, attrice di Nymphomaniac di Lars von Trier) appesa al cellulare, nascosta nell'armadio, nel bagno, sotto al letto mentre i terroristi prendono a calci la porta e il fumo invade la camera. La promessa sembra piuttosto surreale, ma lei confida nel padre francese (nella madre anglofona meno) consulente industriale arrivato con la famiglia in India per lavoro, due anni in cui la diciottenne si eserciterà nella fotografia.

Il critico-regista cerca la dimensione interiore di un “inferno di cristallo”, sfida il cinema di genere, per esempio non fa interpretare dagli attori i ruoli dei terroristi, usando solo immagini televisive d'epoca, o prediligendo le immagini sonore a quelle visuali, è bellissima la partitura, ma il racconto si smaterializza sempre più nell'espressione assente di Stacy Martin, straniera non solo a Mumbai ma anche al film, in cui vaga incerta, inquadrata senza limiti. Un'apparizione di Alba Rohrwacher, vicina di stanza in pericolo, dà un senso ancor più di straniamento tra fuochi e fiamme, pompieri e genitori intrepidi. Intorno i paesaggi bellissimi della città indiana, i mercati, il fiume, le luci strabiche, la notte... sul computer passa Hiroshima, mon amour ma il dvd si incanta. Succede.

In gara Beixi moshuo di Liang Zhao ci riporta alla performance d'arte, un altro inferno bruciante nelle miniere cinesi. Dove deve aver girato non senza fatica. Fuochi d'artificio e facce disgregate dal lavoro e dal massacro negli altiforni compongono arazzi suggestivi. Il titolo fa riferimento a Beehemoth, il mostro biblico che il devastante sviluppo economico del suo paese pare resuscitare, tra camion caterpillar fabbriche gigantesche e paurose discese nelle viscere della terra. I prati sventrati, le pecore in esilio in mezzo a immense spianate di cemento, la Cina si autodistrugge nella corsa al “progresso”. La denuncia è terribile, ma anche terribilmente esasperante. Si rimpiange il grande “documentarista” Jia Zhangke di 24 City.