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sabato 12 novembre 2016

La Shoa in tribunale. "Denial - La verità negata"



Mariuccia Ciotta

La verità negata uscirà nelle sale italiane giovedì 17 novembre

Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial - La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse seduto sugli scranni del terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e di Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg.
Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per Hbo e documentarista, dopo il successo, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston.
Nel 1996 David Irving, storico britannico negazionista, intenta causa per diffamazione a Deborah E. Lipstadt (Rachel Weisz), studiosa della Shoa, autrice del libro Denyng the Holocaust che lo definisce falsificatore e manipolatore di fatti e prove con l'intento di dimostrare, a sostegno della sua fede nazista, l'inesistenza dell'Olocausto.
La parola va all'avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che dispone del copione di David Hare, drammaturgo britannico pluripremiato a teatro e al cinema, per gli script tra l'altro di The Hours su Virginia Woolf e The Reader, vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 1985 per la regia e la sceneggiatura di Il mistero di Wetherby, anche questo un “giallo” investigativo che non butta però in Law&Order ma in Harold Pinter. Ed è il meccanismo stesso del processo a farsi cinema seguendo il “montaggio delle attrazioni” di Eisenstein, rivisto da Pietro Montani quando ricordava, rileggendone la Teoria del montaggio, che il “materiale” del cinema non è lo spettacolo, ma lo spettatore: “il cinema è un genere oratorio” che deve avvincere, attrarre lo spettatore con tutti i mezzi, e saldare insieme, come fa un avvocato, ogni dettaglio eterogeneo per giungere a un “verdetto”... musica, mimica, bellezza. E' l'arte del bel gioco delle sensazioni ottiche e acustiche, direbbe Kant, più “la realtà pura e semplice”... La Shoa, appunto, che lo pseudo storico Irving vuole negare. E che il collegio di difesa rimonta e rimette in forma, trasformando in cinema, e solo cinema, l'abietto inarcarsi delle sopracciglia e il tono carnevalesco, esagitato e finto autorevole del negazionista, che però la cinepresa mai si permette di inquadrare dall'alto in basso. O la disincarnata e minimalista “ferocia democratica” dell'esperto avvocato, ma piuttosto misterioso e “alcoolizzato”, che tratta l'avversario come un disprezzabile sergente maggiore del sadismo, mai meritevole di una stretta di mano. E qui la lezione di Hitchcock e di Nodo alla gola si fa sentire. Da costituzione d'oggetto a formulazione d'immagine. Tom Wilkinson (Rampton) e Timothy Spall (Irving) al termine di questo montaggio verticale fatto di piani, suoni, silenzi, tonalità di colore e di luci non avranno più nulla né dell'attore né del personaggio storico, pur salvaguardando la cocciuta esistenzialità di un fatto di cronaca vera.

La suspense applicata ai forni crematori, dunque, nella visione allucinata tra le nebbia di Auschwitz, misurata a piedi dal difensore di Deborah E. Lipstadt non per fare una passeggiata della memoria ma per controbattere colpo suo colpo alla tesi dell'avversario. Il campo di sterminio – sosteneva Irving – era piuttosto un campo di lavoro e quei bunker sotterranei antiaerei servivano di riparo agli ufficiali tedeschi, non erano camere a gas”. Ma i passi dell'avvocato Rampton misurano 4 km dalle dimore degli ufficiali, le bombe degli Alleati li avrebbero polverizzati sulla strada. Inesplicabile menzogna smascherata con il compasso.
L'attualità del film sta anche nel “politicamente corretto”, che, a sentirlo nominare, Goebbels avrebbe messo mano alla pistola. I cattivisti, infatti, in nome della “libertà d'opinione” possono chiedere impunemente a un sopravvissuto ai campi quanto ha pagato il tatuaggio numerico sul braccio. Domanda che il negazionista Irving aveva già rivolto in altri processi a testimoni ebrei, insultati e umiliati, ed esclusi perciò dalla squadra dei legali dalla scorza dura, matematici dei sentimenti, in contrasto con la loro assistita vibrante d'indignazione e che preme per sentire in aula la voce delle vittime. Chi meglio di un sopravvissuto allo sterminio potrà dimostrare che ad Auschwitz “il lavoro rende liberi” nei forni crematori? La vittima, però, non addolcisce il carnefice, anzi lo eccita, mai piangere davanti alle Schutz-Staffein. E l'avvocato Rampton, che mai guarda negli occhi il negazionista, scarta la linea di una difesa emotiva a favore dell'imputata che secondo la vertiginosa legge britannica dovrà fornire le prove della sua innocenza. E' lei e non “l'amico di Hitler” a dover dimostrare davanti al giudice che sei milioni di persone furono eliminate sistematicamente dai nazisti.

L'esclusione di una giuria popolare, poco gestibile, è un altro colpo messo a segno dai legali che solleticano la vanità di Irving, “non vorrà che una giuria di inesperti confuti i suoi libri?”. Sarà il magistrato Charles Gray (Alex Jennings) a presiedere il processo in un crescendo di suspense per una storia di cui si conosce il finale e che, al di là della regia mainstream, colleziona ritagli di meraviglia, come quando si attraversano in un vuoto ipnotico i magazzini di Auschwitz stipati di scarpe e abiti, cenciosi relitti viventi, immense cataste di fantasmi. O quando l'ispezione tra la neve indica i quattro segni dei forni crematori dai quali piovevano i cristalli di Zyklon B, cianuro, per Irving solo ombre sul ghiaccio. “Niente buchi, niente Olocausto” titolarono i giornali all'indomani dell'udienza.
E lo stuolo di attori, icone del cinema britannico, sul palco a recitare la pièce shakespeariana di David Hare, su dettatura di Lipstadt, l'americana, che non si inchina davanti al giudice imparruccato, e apparentemente dubbioso “e se lo storico negazionista fosse in buona fede?”. Già, come Leni Riefensthal.
Il film, tratto da Denial: Holocaust History on Trial, il libro-resoconto della studiosa ebrea, è un'altra traccia di cinema sulla Shoa, dopo i recenti Il figlio di Saul di Nemes, Remember di Egoyan, Hanna Arendt di von Trotta, ma va fuori strada nel riportare a oggi la dinamica di chi nega l'evidenza, la visione della catastrofe. Non ci sono ombre sulla neve.
Il processo Irving-Lipstadt iniziò l'11 gennaio 2000, durò 32 giorni e si concluse l'11 aprile con le 333 pagine redatte dal magistrato, che condannò il negazionista “mascalzone, razzista, bugiardo”. Il ricorso in appello fu rifiutato.







sabato 6 febbraio 2016

Remember, ricorda il (dolce) domani.





mariuccia ciotta



Atom Egoyan, armeno cresciuto in Canada, attiva un viaggio morale su giustizia e vendetta, tema ricorrente del suo cinema, da Un dolce domani (1997) a The Captive (2014), rivolto  specialmente ad Ararat (2002) sul genocidio del suo popolo, in sovrimpressione con la Shoa.

In concorso alla Mostra di Venezia 2015, Remember è uscito nei giorni dedicati alla memoria, come Il figlio di Saul di Laszlo Nemes. Qui però il regista impone una conversione a “u” nel viaggio emozionale dello spettatore. E gli provoca uno shock. Come è successo con l'intensa fiaba giapponese The Sea of Trees di Gus Van Sant, l'unico film fischiato a Cannes (ancora senza distribuzione in Italia) dove la tensione si schianta nell'epilogo e la sospensione dell'incredibilità precipita ai piedi del monte Fuji nella “Suicide Forest”. E come è capitato a Luca Guadagnino per A Bigger Splash, con la sua conclusione disorientante. In comune i film hanno il percorso di una detective story che alla fine devia e dà ragione a Brian De Palma: un bravo regista riesce a fare al massimo due o tre buoni finali nella vita.

Dopo il primo sconcerto, però, il finale deviante è uno di quei tre. E vale anche per Remember che si riavvolge su stesso, riparte dall'inizio e ti mostra i dettagli resi invisibile da una luce abbagliante. 

Il film sembra la risposta a This Must Be the Place di Paolo Sorrentino che per punire l'ex SS ormai decrepito gli impone un atto umiliante – farsela addosso – per ristabilire l'equilibrio con suo padre, detenuto nel lager nazista. Egoyan, in un capovolgimento radicale di senso, ripete il gesto, ma lo fa sui pantaloni dell'anziano ebreo Zev, un vertiginoso Christopher Plummer. Zev ha paura della bandiera uncinata esibita sulla parete di una casa americana, ha paura del pastore tedesco che gli si scaglia addosso, ha paura del poliziotto nazistoide che conserva la divisa del padre. Non ricorda l'umiliazione, ricorda la paura.  
Christopher Plummer e Martin Landau
 

Affetto da demenza senile, Zev si dimentica le cose, come la morte della moglie Ruth, invocata a ogni risveglio, però è caustico e bizzarro, ha senso dell'humour, gioca con l'infermiera che lo crede rimbecillito, e trama con l'amico del ricovero di lusso per anziani (sotto la barba e la maschera d'ossigeno, si nasconde il mitico Martin Landau). Un intrigo spericolato hitchcockiano ai confini della realtà (Egoyan ha diretto alcuno episodi di Twiligh Zone e di Alfred Hitchcock presenta), una missione per conto della sua famiglia (e dell'amico) sterminata ad Auschwitz. Zev dovrà rintracciare e uccidere l'uomo che si fa chiamare Rudy Kurlander.



Il viaggio del novantenne scappato dall'ospizio in cerca dell'ufficiale nazista ha un coté tarantinesco, dovuto probabilmente al giovane Benjamin August, direttore di casting e produttore, che firma la sceneggiatura. Spavaldamente irrealistico, una cavalcata tra i paesaggi americani, puntata d'obbligo in Canada, il road movie annota i dettagli del cambio di stagione e della smemoratezza collettiva con un piglio pop. La parola nazisti non si riesce a pronunciare, i bambini vedono e ascoltano tutto sui loro iPad ma non sanno chi è Mickey Mouse e neppure Hitler. Le pistole si vendono anche ai fuoriditesta nonostante il decalogo Fbi. Zev ne avrà una da far invidia alla guardia giurata di un grande magazzino, organizzato in filari di abiti, allucinato panorama di divise paramilitari.
Christopher Plummer



Il vecchio ebreo, che ha tatuato l'infame numero sul braccio, ricorda il Jake Nicholson di A proposito di Schmidt e Bruce Dern di Nebraska , entrambi persi nel vuoto della civiltà e accompagnati in un mondo scomparso da Alexander Payne.
Zev è “l'uomo che sapeva troppo” e ora non sa più nulla, nemmeno chi è e chi è stato. Sa, però, che sono quattro i Rudy Kurlander da scovare. Uno di loro è il colpevole.

 Zev segue la lettera di istruzione che gli ha consegnato l'amico, e va da Reno al Lago Tahoe, ai confini tra Nevada e California, sulle tracce del nemico. La fragilità e la tenacia dell'anziano smemorato si declina in una sublime parata di sentimenti nel volto di Plummer che coinvolge sempre più con un bizzarro sense of humour a ogni incontro con il nazista sbagliato,  il figlio del seguace del Fuhrer, agente di polizia orgoglioso della svastica, l'omosessuale in fin di vita con cui scambia un affettuoso abbraccio...

In bilico sulle gambe incerte, Zev avanza in cerca di vendetta.

Strano, però. Zev non si regge in piedi ma ha una mira infallibile, è un ebreo ma gli piace Wagner (e lo sa suonare), ed è un virtuoso allievo di Moritz Moszkowski, compositore e pianista (ebreo) polacco. E' stregato dalla musica proprio come l'ufficiale tedesco di Roman Polanski (Il pianista).
Egoyan ci porta fuori pista e nella sua caccia al “mostro” ci avvolge in feroci dubbi etici, uccidere o no a distanza di settant'anni i responsabili dello sterminio? Troppo tardi per processarli, troppo presto per lasciarli impuniti.

Il coup de théatre lascia attoniti, ed ecco che lo spirito di Bastardi senza gloria allinea le pistole e impone una soluzione anti-diegetica. Siamo fuori, amaramente, dal sentimento empatico per Zev.

Non si tratta di ricordare, ma di guardarsi intorno. Egoyan, l'armeno, ci riporta al presente, ai nazisti mimetizzati lungo le frontiere europee, alle facce mascherate dei gerarchi. Essi vivono.
Atom Egoyan