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sabato 11 aprile 2020

E' morto a 96 anni Joseph Tusiani, il poeta italoamericano raccontato nel 2012 dal Sabrina Digregorio




E' morto oggi, a 96 anni, lo scrittore, antichista, dantista e poeta americano di origine pugliese Joseph Tusiani, il primo scrittore statunitense a vincere il prestigioso premio britannico Greenwood oltre a numerosi riconoscimenti internazionali. Docente universitario, romanziere, drammaturgo, traduttore, saggista, nel 1960 intervistò Martin Luther King per Nigrizia e fu un attento esegeta della letteratura african-american. Tra i suoi lavori più importanti la trilogia autobiografica, Collected poems (1983-2004), If Gold Shuld Rust (dramma in versi). Tra le ultime pubblicazioni di Tusiani - che viveva a New York dal 1947, prima nel Bronx, sulla 188th street, all'angolo di Lorillard Avenue e in Tomlinson Avenue poi a Manhattan - "Poesie per un anno" (2014-2019), 'La gloria del momento' (poesie in lingua spagnola pubblicate a cura di Antonio Motta e Cosma Siani dal centro di documentarione Leonardo Sciascia di San Marco in Lamis) e il romanzo giovanile "La daunia brucia". 




Ripubblico qui sotto un articolo uscito sul manifesto il 26 marzo del 2012, in occasione della presentazione alla stampa romana - quando il compianto cinema Trevi era vispo e vegeto - del documentario di 84' a lui dedicato da Sabrina Digregorio, Finding Joseph Tusiani - The poet of two lands. Ha collaborato alla sceneggiatura Fabio Pagani.  Le musiche sono di Katia e Marielle Labeque e di roberto Fiore (che con Andreas Pizzo ha curato il suono in diretta). Il montaggio è di Giorgia Costantino.
I legami con la cultura italiana nel mondo e dunque con la cultura del mondo in Italia, si rafforzerebbero e i rapporti con la nostra emigrazione secolare (e con il recente e prezioso flusso  di immigrati) sarebbero più fecondi e rispettosi se film magnifici come questo venissero trasmessi dalla televisione pubblica, così ricca di canali tematici spesso sprecati, invece di subire un'oculatissima pratica di disinteresse e annientamento. E' la cultura la prima tecnica di difesa, che ci permette, in certe occasioni, di non abbassare a non abbassare la guardia. Contro la corruzione, la mafia o la pandemia. E ricordiamo che proprio ieri nel paese nativo di Tusiani, San Marco in Lamis, parte della cittadinanza ha sfidato papa e stato, affollando pericolosamente una chiesa per il rito pasquale, in piena peste Covid19. Avessero sentito le parole di un loro connazionale colto e sensibile, invece che gli improperi quotidiani di politici spoetizzanti, forse non avrebbero neanche concepito un gesto così oscurantista, clericale e criminale. 
Sabrina Di Gregorio ha successivamente realizzato un altro film-ritratto-autoritratto Full circle- The Kostabi Story (2012), sempre tenendosi nella zone di confini tra fiction e non fiction, e coinvolgendo nel racconto sull'artista più inguaribilmente tardopop, critici internazionali e star della controcultura come Suzanne Vega, Michel Gondry e un davvero inedito Ornette Coleman.




di Roberto Silvestri



Qualche giorno fa è stato presentato a Roma, nella sala Trevi della Cineteca Nazionale, Finding Joseph Tusiani - The poet of two lands, un film di Sabrina Digregorio realizzato nel 2011. La giovane cineasta pugliese ha usato un procedimento spiazzante per rendere omaggio, con finezza, a un prestigioso poeta americano - originario di San Marco in Lamis (Foggia) dove nacque nel 1924 - ma non conosciuto come merita, anzi vero «buco nero» della nostra cultura. 
Scrittore di lingua inglese, latina, spagnola, italiana, ha pubblicato anche sette raccolte di poesie in dialetto del Gargano. E' autore di due romanzi ed è traduttore dei classici italiani del medioevo, del rinascimento, del barocco, del Risorgimento e della contemporaneità.
Professore emerito al Lehamn College di New York, primo «americano» a vincere il Greenwood Prize della Poetry Society d'Inghilterra, Joseph Tusiani è un intellettuale «impegnato» che spiega come questo aggettivo sia stato piuttosto frainteso in Europa.  Non vuol dire «essere di parte». Ma essere «parte di». 
Figlio di una sarta e di un calzolaio (che conobbe nel Bronx giù adulto, a 24 anni), Maria e Michele Pisone, testimone attivo del new deal rooseveltiano, Tusiani fece parte di quel gigantesco movimento proletario, anche migrante, che dal 1861 a oggi, ha costruito la potenza economico culturale Usa anche opponendosi, con ogni mezzo necessario, ai disegni e ai crimini, alle intimidazioni e allo sfruttamento dei conglomerati industriali che sottosviluppano il mondo approfittando di ogni tipo di crisi, economica ma anche pandemica, per mangiare i pesci più piccoli e accrescere i profitti.  
Arturo Giovannitti
Così scopriamo che Tusiani era diventato amico di Arturo Giovannitti, il leader sindacale nel 1912 salvato a furor di popolo da una provocazione tipo Sofri che rischiava di portarlo sulla sedia elettrica ma anche poeta meraviglioso (ricordiamo il suo saggio La poesia inglese di Arturo Giovannitti, «La Parola del Popolo», Special issue, Nov.-Dic.1978) e un attore della Hollywood 'muta'. Che Tusiani usò uno pseudonimo per sfuggire alle purghe maccartiste negli anni 50 e scrivere su riviste letterarie «comuniste». Che Tusiani trovò in una donna (come Giovannitti e Tresca in Elisabeth Garley Flynn) la sua mentore: era la poetessa e traduttrice Francesca Vinciguerra, alias Frances Winwar, che disciplinò il suo talento e tolse le briglia alle sue emozioni ...
Insomma come raccontare questo omaggio originale al compaesano Tusiani, l'autore del lungo poema The Return, scritto dopo il suo primo ritorno nel paese dove era nato e si era laureato in lettere (a Napoli nel 1947)?

Sabrina Digregorio

Il genere è un classico, il «documentario biografico». Lo standard vorrebbe una impostata voce fuori campo, più didascalie esplicative, uso di materiale di repertorio, meglio se raro, per fare «tessuto musicale d'epoca», e alcune poesie declamate da professionisti. Niente di tutto questo. 
Sabrina Digregorio (già autrice di due documentari, Melfi e In bilico-Voci narranti e di un film d'animazione in 3D, Il paese della quiete), mette in scena piuttosto un ammaliante «road movie» della memoria e nella storia, in forma di intervista - intima più che bio-bibliografica - tra lo scrittore e l'attrice Daiana Giorgi (nei panni di una studiosa di letteratura) che si snoda dalla agiata casa anni quaranta di Manhattan  di Tusiani, East 72nd street, alle viuzze-quinta teatrale del paese natio, sfiorando le idee-forza della sua poetica, lo sradicamento, la lotta, l'amore, il lavoro, la voce, il montaggio indocile tra «le due terre», la seduzione...
Un dialogo «obliquo» che non si permette le facili semplificazioni del «post hoc ergo propter hoc»: non è il dolore dell'emigrazione, la follia della guerra, l'orrore del razzismo, l'autolesionismo del sessismo, a causare, a provocare la costruzione del «verso indignato», ma è il pulsante materiale extra semiotico al lavoro, il gioco asimmetrico tra razionalità e irrazionalità, Pasolini avrebbe detto tra "ideologia del pensiero e ideologia della forma", qualcosa insomma che sfugge alla pedanteria del ragioniere: allo spettatore il compito di unire i tanti tasselli, ora che una ricca cultura dell'immagine lo ha dotato di un «know how» degno di un pittore cubista o espressionista. Tutt'al più qualche suggestione sonora per aiutarlo, dall'epopea agra di West Side Story ai primi collage postmodern di Erik Satie. E una serie di interventi affidati a esperti e critici non accademici, da furio Colombo a Richard Pena, da Derek Bowen a Gertrude Bocchimuzzo.
Tusiano è il «Simbolo di una emigrazione rara e alta, che si conosce poco e non si celebra mai» ha ricordato Furio Colombo, introducendo la proiezione di un film a cui ha collaborato, visto che lo conobbe nei 20 anni di permanenza americana, anche da direttore dell'istituto culturale italiano di New York e, senza troppo aiuto da parte della sinistra light e hard, di ri-tessitore dei rapporti con «l'altra Italia», quella una e bina. Emigrazione «rara e alta», come hanno confermato i rappresentanti della Regione Puglia e dei «pugliesi nel mondo» alludendo anche ai disoccupati e ai senza mestiere che hanno fatto l'America: «Saranno sempre le babucce di velluto a discendere le scale della storia, mentre le scarpe di legno le risaliranno». Parola di Voltaire.




giovedì 11 giugno 2015

Ornette e Christopher in the skies with diamonds. Sulla morte del padre del Free Jazz e del figlio di Dracula

Il compositore e sassofonista texano Ornette Coleman


di Roberto Silvestri 


L'attore inglese Christopher Lee
La bellezza è una cosa rara. E' entrata in clandestinità. E ci vuole fegato per reggerne lo sguardo. Destabilizza sempre. Scatena calore, energia collettiva, però.

Quando ti morde il Principe delle Tenebre, un metro e novantasei centimetri di puro Male concentrato ("usava i tacchi in Horror Express per sembrare ancora più imponente, parola dell'attrice Helga Liné), puoi anche godere, per essere la prescelta o il prescelto, ma non sai ancora come sarà la "forma che verrà". Dal caldo passi al freddo e oltre. Il rosso assume una personalità e uno status differente. Gli spazi si dilatano o delocalizzano. Raramente è grande, la bellezza, solo la black music lo è... Il processo è fulminante.  

Horrors of Dracula il capostipite, è del 1958. Seguiranno circa 15 "variazioni Goldberg" sul potere di quei canini Christopher Lee superdotati di qualità psicotrope. Non ci fossero stati i cinemini di terza visione, le nicchie auree del consumo di massa non parrocchiale, come avremmo capito, senza leggere Deleuze, l'inebriante potenza di chi non sente nulla e tutto controlla anche il tempo quando nel rito, nell'oltre spazio, subisce la grafica della violenza? E l'inebriante potenza di chi accellera il tempo fino a farlo svanire, schiavo della forma e della forza interiore sadica? La frusta e il corpo. Di Mario Bava. 1963. Forse il vertice artistico (con Gremlins 2) di una lunga e prestigiosa carriera shakesperiana, a parte gli oltre 200 film e telefilm.


Non ci fosse stato un articolo dall'inviato americano di Tv Sorrisi e canzoni mai avrei scoperto l'importanza della scena musicale radicale newyorkese dei primi anni 60. I free jazz. Marion Brown, Grachan Moncur, Roseweel Rudd, Giuseppi Logan, Archie Sheep, Cecil Taylor, Sun Ra... ci aprirono un mondo di suoni meravigliosi e di fierezza politica indomita grazie alla svista geniale di un capo redattore che ancora non era il funzionario di un partito di destra. 
Uno di loro, suonatore di sax contralto estremamente strano, perché spesso di plastica (dei razzisti bianchi gli avevano distrutto il suo e così il nostro chiese aiuto ai bambini), decise perfino di fare a meno del piano, il principe della musica occidentale. Di ridurre cioé la trama armonica. Esplorava, ancora più di Sonny Rollins, la variazione melodica sulla linea, e non sulla sequenza di accordi.... Interessante, no?

Si trattava di proseguire il lavoro di Charlie Parker. "Il mio approccio melodico è basato sul fraseggio, e il mio fraseggio è un prolungamento del mio modo di sentire gli intervalli e l'altezza del motivo che suono. Non vi è definizione di altezza. Si può suonare in bemolle e in diesis. E' un problema di vibrazione. Il mio fraseggio è spontaneo. Non si tratta di stile. Vi è stile quando il fraseggio si irrigidisce. Il jazz è l'unico genere di musica nella quale la stessa nota può essere suonata sera dopo sera ogni volta in modo diverso. Si tratta di cose nascoste, del lato inconscio che sta nel corpo e affiora alla conoscenza. Lo sentite e lo suonate".

E ancora oggi, quando si ascolta un disco Atlantic, ormai vintage, degli anni 60, danza nella testa un altro sound, qualcos'altro rispetto alle solite melodie perché gli standard vengono trattati alla "necrofilla". E si muove stranamente qualcosa. Folli accelerazioni sgualciscono i ritornelli, come inquadrati da lenti anamorfiche e di sbilenco.  O già appare una futura filastrocca eterofonica, lisergica, hip hop o yoruba quando meno te l'aspetti. 
Il mostro acustico è favolosità danzante, basta dargli tempo, oggi Lonely woman o Peace sembrano Schubert. Stai avvicinandoti - con Charlie Haden e Billy Higgins alla ritmica e Don Cherry alla tromba - alla stessa sensazione, all'estasi, al salto di stato (ora sappiamo che era già prefigurata la rotta africana, stato dopo stato, verso la libertà del biblico esodo a nord, ma senza che il mare si apra da solo, purtroppo, di oggi). Il batterista Billy Higgins sarebbe stato sbattuto fuori dal film Whiplash. Crea modelli complessi e senza tempi, di evidente derivazione afro-asiatica, una specie di eternità di sfondo ai lamenti surrealisti "di un sax che sa ridere, farfugliare, gemere, ululare, gorgogliare come un animale, un bambino, un uomo o una donna impauriti o angustiati o colti da una gioia improvvisa". 
Così scrive Wilfrid Mellers in Musica del nuovo mondo (Einaudi, 1975). E dimentica di nominare Isidore Isou. Il lettrismo diventò così non idioletto cool per pochi eletti ma arte popolare ricollegandosi al blues e al New Orleans, solo un po' mascherato da Halloween. Il grido istintivo e antico della solitudine non è cambiato. Robert Johnson si è solo urbanizzato e vive malissimo nei ghetti pronti a incendiarsi. Quando vedo per la prima volta dal vivo, a Roma in via Asiago, Ornette Coleman indossa un completo viola che sembra uscito dal film Four Rooms di Roberto Rodriguez ambientato tra i bellboy. Che figura. Poi scopro che tra i lavori di Ornette c'era stato anche quello di ascensorista di hotel...e che il colore viole è stato identificato dall'uomo solo di recente.


Ornette Coleman ,David Izenson e Charles Moffett
Hammer films e Free Jazz vivono e combattono nello stesso periodo. E' come se percepissero in quel momento un organismo sociale così malato e malandato da dover subire un trattamento psicofisico rigenerativo radicale. La tecnica è quella di congelare i virus tossici, rischiare la cristallizzazione, attraversare cacofonie neoespressioniste, risalire verso il caldo...  Senza un elettroshock culturale l'umanità sarebbe colata a picco o calata in un unico blocco di piombo. Gli anni cinquanta. Erano quelli infatti "gli anni di piombo", non il decennio successivo.... Lo capimmo grazie all'album free jazz e a quel Dracula.  Expressions più che Impressions. Grumi di emozioni sprovviste di significato ma dotate di senso storico. Non istantanee. Non solo Malcolm X e Patrice Lumumba. Thomas Sankara e Bobby Seale.  Ma.




Oggi Ornette Coleman e Christopher Lee non ci sono più.

E' come se l'arte moderna avesse perso d'un tratto la sua parte più preziosa, il suo fegato. E il fegato (in tedesco leber) non  è che la vita (leden). 
Adesso un pezzo di scrittura libera e improvvisata e acrobatica diversamente rigorosa. 
Il jazz freddo più radicale e sperimentale come il dottor Jeckyll con il suo doppio - così contiguo a Darmstadt, a Varése, Cage e Morton Feldman (se Coleman non fosse fuggito a Parigi sarebbe morto di fame, se non avesse "seguito Bowles" in Marocco sarebbe morto di sete sonora, non avesse sempre tenuto lo sguardo fisso su tutta la musica viva, anche pop, perché la segregazione dei generi non ha più senso, non sarebbe stato l'esempio vitale e corroborante che è stato  per sei decenni) - e il cinema cool, colorato e cinemascope ma dolce fino alla putrefazione (e si trovarono insieme ai massimi livelli artistici, parliamo di cose apparse in Gran Bretagna e negli Stati Uniti attorno al decennio 1949-1959) ma da sempre avvinghiati come l'edera all'oggi e al globo tutto - restano così d'un tratto senza necromanti, senza pulsazione frenetica, senza Sartuman, senza harmonologia, senza Dracula, senza action painting acustico, senza Frankenstein, senza sax bianco di plastica. 

Senza La Mummia ("ho ucciso solo tre persone in quel film, e una in maniera addirittura non violenta, rompendogli il collo"), il Prime Time, Mister Hyde, l'etichetta Contemporary e Gunther Schuller... Coleman in realtà fu costretto a trasferirsi a Parigi, quartiere latino, in rue Monsieur Le Prince, perché in Texas i razzisti erano risorti e poi in Usa non sapevano ancora come ascoltalo e gli impedivano ogni elaborazione da scienziato pazzo (Science Fiction è del 1971). I texani sono diversamente strani, no?


Christopher Lee
La morte, tra il 7 e l'11 giugno scorso, di due leggende viventi nell'eternità, l'attore inglese Christopher Lee, 93 anni, vero nome Christopher Frank Carandini Lee, lontana origine nobile italiana, e il pluristrumentista e compositore texano Ornette Coleman, 85 anni - la notizia però è arrivata contemporaneamente, il che aggiunge mistero al mistero - mi ha fatto pensare a quello che scriveva Joseph Beuys sull'arte.

L'arte è una scultura sociale.Tutti usiamo continuamente materiali invisibili per plasmare i nostri pensieri e dargli forma, con parole o suoni o immagini di ogni tipo. Quindi tutti "scolpiamo" nel vuoto, tutti siamo artisti impegnati in un processo evolutivo. Cos'è in fondo la scrittura, i disegni... e la scultura? Nel libretto appena uscito da Castelvecchi, a cura di Volker Harlan, Joseph Beuys riporta la definizione che ne diede l'astrattista americano  Ad Reinhardt  "quella cosa su cui inciampi quando fai due passi indietro  per guardare meglio un quadro".


Ma questi due artisti, e cittadini impeccabili, e giocatori d'azzardo (Coleman ottimo anche al biliardo e ne possedeva uno rosso nella sua casa di Manhattan), più di altri sono stati radicali nel creare sculture gioiose e rivoluzionarie (anche se Christopher Lee si vantava molto del suo conservatorismo churchilliano, da suddito e quasi da spia di Sua Maestà), perché hanno usato più di altri il make up, il trucco, il gioco, l'oltre confine (il disco di Coleman con le launeddas), l'ebollizione, la cottura dei materiali, la presenza degli altri, dei complici, l'urlo repentino, la deviazione fuori legge, la finestra sempre aperta al collettivo. Si dirà. Certo sentire 38 minuti di seguito di protesta cataclismatica senza tema, senza basso accordistico e senza struttura ritmica per il nostro orecchio occidentale è esperienza dura. Eppure senza Coleman niente Cage, niente Feldman e niente "minimalismo".

Free Jazz e il Dracula di Lee hanno molto in comune. Nei loro film e nella loro musica tutto è in stato di cambiamento, il work è in progress: rezioni chimiche, fermentazioni, alterazioni cromatiche, degrado, essiccazione, degenerazione, decomposizione, rigenerazione... Entrare in una bara dopo averlo visto fare tante volte da Lee sta quasi assumento aspetti piacevoli. Certo Franco Moretti in un celebre saggio dava del conte rumeno Vlad, sterminatore di maomettani, una lettura molto poco ancorata all'apogeo aristocratico e più al periodo d'oro del capitale finanziario, allo sfruttamento assoluto dell'uomo sull'uomo, metafora dell'eterno programma di mercificazione universale e della estrazione "canina" di plusvalore. Sangue rosso non blu.




Ma Christopher Lee ha indossato tutte le maschere del male, ha incorporato e fatto esplodere durante la sua lunghissima carriera la malvagità umana in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e storiche, da Fu Manchu a Francisco Scaramanga, il nemico di James Bond in 007 L'uomo dalla pistola d'oro fino al Count Dooku di Guerre Stellari episodio III. Sfogliando i suoi horror abbiamo compreso meglio non solo i crimini del colonialismo, imperialismo, neoliberalismo e lo stragismo di stato, non solo il loro colore, ma anche il loro calore. Sono diventate ormai le nostre guide dettagliate per l'azione. Come maltrattava lui l'armonia e la consonanza dell'eroe senza macchia e senza paura, come ci spiegava che i malvagi non erano solo quelli più facili da scovare e abbattere, come deturpava ogni tratto dell'anima bella così anche le invenzioni ritmiche melodiche e armoniche di Coleman andavano dritte alla sostanza delle cose, al principio dei principi del suono, alla materia come detonatore evolutivo, principio creativo fondamentale di cambiamento.  Un fluxus sonoro senza ipocrisie e sentimentalismi, pieno di umorismo sferzante e capace di esplorare le forze vitali della mente, e creare forme psico-spirituali di barbara nobiltà.




Oltre alla cupezza e tristezza per la perdita di questi due amatissimi artisti, e allo spaesamento perché non si esibiranno mai più il jazzizsta più innovativo dell'ultimo mezzo secolo e il simbolo stesso del cinema come ricognizione dentro l'orrore e i lati dark della vita, questo lutto gemello accomuna due "smaterializzatori della contemporaneità", due "filosofi della libertà" che hanno invertito e trasformato il mondo, non solo dei suoni e delle immagini, irreversibilmente. Un concetto incomprensibile per i rottamatori che fanno politica come i poliziotti, chiedendo documenti di identità e anni di nascita, ossessionati da un vecchio che chiamano nuovo e da un cambiamento che già conosciamo benissimo. Risentano almeno Change of the Century (1960), Crisis (1969), Body Meta ('76) e gli intrecci fertili fabbricati assieme a Lou Reed e John Lewis, Yoko Ono e Jerry Garcia, Paul Bley e Jackie McLean per scandalizzarsi un po'... Il conflitto era infatti il loro terreno di vita. La loro missione impossibile smaterializzare (Sir Christopher Lee soprattutto davanti agli specchi) tutto ciò che non ci soddisfa nello stato in cui appare. Assistere a un concerto di Ornette (Adriano Mazzoletti ne organizzò uno indimenticabile appunto in via Asiago nei primissimi anni 70 per la RadioRai, in quartetto con David Izenson e Charlie Haden al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria e lui al sax tenore, soprano, musette e altri strumenti a fiato di asiatica provenienza, e per cominciare Lonely Woman) era come partecipare a un congresso di sanculotti, Molly Maguires, anarchici del XIX secolo o sessantottini, proprio come assistere a un duetto tra Lee e Peter Cushing era ammirare un tipo di recitazione estremamente sinistra. "La gente crede che io e Peter Cushing viviamo insieme dentro una caverna".


Don Cherry e Ornette Coleman

Inoltre Ornette Coleman, "the prophet of freedom", è particolarmente legato al cinema più di quanto non si pensi. E non soltanto per due celebri partiture per il cinema di cui una mai usata (Chappaqua, uscita solo in disco, perché poi il film fu affidato a Ravi Shankar) e l'altra legata al grande successo del 1981, Il pasto nudo di David Cronenberg tratto dal romanzo di "impossibile trascrizione cinematografica" di William S. Burroughs. Ovvio che della scrittura di Burroughs Ornette utilizzava tutti ma proprio tutti i procedimenti possibili e immaginabili (improvvisazione, imprevedibilità, cut up, "esperanto" come fuga dai linguaggi musicali sistematizzati, alea, rallentamenti, velocizzazioni, deviazioni, esodo...) per sfuggire al controllo bio-politico autoritario e provocare una reazione chimica purificatrice nell'ascoltatore. E nello spettatore. Per esempio in Chappaqua di Conrad Rooks è attore, nel ruolo di Peyote Eater, al fianco di Allen Ginsberg (Il Messia), Ed Sanders dei Fugs e guru, profeti, spacciatori di tutto... Pontefice massimo di quel film fondamentale sulla droga e cancellato dalla memoria perché troppo pericoloso per lo spaccio adulterato, pubblico e privato, proprio Joan Lui, "Opium Jones", William S. Burroughs. Ma Randolph Denard Ornette Coleman  è stato anche il soggetto di sei documentari musicali come David, Moffett and Ornette: The Ornette Coleman Trio (1966) e Sonny Rollins Beyond the Notes (2014) di Dick Fontaine e soprattutto del capolavoro biografico del 1985 Ornette: Made in America realizzato nell'epoca delle ambizioni sinfoniche più scatenate dalla sua alter ego cinematografica, la cineasta indy newyorese Shirley Clarke. Jean-Luc Godard ha lavorato con lui in Detective, il cineasta afro-cubano Francisco Newman lo ha voluto al fianco in Virgin again, pamphlet femminista sul sesso e sui sensi di colpa iniettati dalle religioni (2004), l'indipendente Billy Sharff lo ha usato nella colonna sonora dell'incubo psicoanalitico in bianco e nero The Sparrow and the Tigress (2010) e prima Josef Bogdanovich lo ha utilizzato in Boxoffice (1982) e nel 1968 il canadese francofono Pierre Hebert per il cortometraggio Population Explosion. Forse però è stato un altro fotografo e cineasta beatnick, Robert Frank  a realizzare in duetto con lui il gig più entusiasmante, Ok and here (1963), mediometraggio di mezzora scritto da Marion Magid, la storia di una giornata di festa di una coppia a Manhattan. Purtoppo non dovendo lavorare ci si confronta con se stessi e con gli altri. Il che è piuttosto imbarazzante e non esente da frizioni. Litigi, riappacificazioni.



Non troverete però neppure su Imdb alcuna traccia di un film italiano con Ornette Coleman sia attore che musicista. Una delle sue ultime apparizioni sul grande schermo. Si tratta del documentario indipendentissimo e semi-biografico di Sabrina Digregorio  Full Circle - The Kostabi Story, girato nel 2011 e presentato nel dicembre 2013, dedicato alla post Pop-Art e in particolare a una figura di spicco dell'avanguardia artistica dell'East Village, il pittore-provocatore, ma anche performer, musicista e compositore, ma anche genio del marketing, come dice il nome stesso, Mark Kostabi. La sua specialità? Figure umane senza volto, tra De Chirico e Joe Dante (episodio di Ai confini della realtà), su sfondi surreali. La Kostabi World, una factory modellata su quella di Salvador Dalì e Andy Warhol a Union Square, sfornava, dal 1984 in poi, oltre 1000 quadri all'anno attraverso la collaborazione creativa di ragazzi di bottega che riproducevano il prototipo del maestro, anche per Swatch, maglie rosa del Giro ciclistico d'Italia e marche di caffé. I critici si azzuffavano pro o contro il Kostaby Show, troppo commerciale, figurativo, accattivante, seducente... Ma Guggenheim Metropolitan e Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma compravano le sue tele contendendole a ristoranti, centri commerciali e a Bill Gates. Baj e Cucchi hanno collaborato con lui. Billy Wilder e Debbie Harry lo adoravano. I Gun's and Roses gli hanno chiesto di disegnare la copertina dei loro album.. C'è aria di Tim Burton e di Big Eyes? Sì. Ma tre anni prima del film su Margaret Keane, la pioniera dell'arte monoiconica che ridicolizzò negli anni 50 con candore situazionista la struttura di Mercato vigente, e l'Accademia, i critici e le Gallerie conniventi. Quelle che avevano imposto, in regime di mercato, l'astrattismo americano prima e la pop art poi in tutto il mondo come oggi si impone il vino Antonori e il Sassicaia come unico gusto ammesso, massacrando i veri artisti biodinamici e non solo del settore (come negli anni sessanta si fece guerra bombardando i nostri artisti concettuali e imprigionandoli nelle nicchie: Pascali, Mazoni, Lo Savio, Lombardi, etc).


Mark Kostabi 2010
Tra gli amici che intervengono nel film il percussionista Tony Esposito, il produttore musicale e pittore Paul Kostabi, galleristi e critici d'arte (Crispolti: "è un intrattenitore fantasioso ma di lieve segno" o Bonito Oliva: "ha trasformato il marketing in poesia"), la performer e cantante Suzanee Vega e il cineasta Michel Gondry. L'interese del documentario, oltre alla partita di biliardo autentica tra Kostabi e Coleman, è nel tentativo di raccontare attraverso la produzione di questo artista "warholiano come programma minimo" il processo di vampirizzazione dell'arte, che Kostabi indica e sfrutta. Una frase di Kostabi colpisce più di altre. E potrebbe averla detta Coleman, il cui disco con il figlio di dieci anni Denardo venne accolto come uno scandalo dalla critica: "Credo che siamo tutti artisti, dai rivenditori di skateboard al pittore". Sabrina Digregorio cerca di spiegare che talento c'è oltre questa frase slogan (molto sessantottina, per altro).  
Sabrina Digregorio


I don't think there's any difference between an idea and an emotion. Music is language made up of notes and keys; written language is made up of letters which are the symbols of sounds, and they change between sounds the same way that the letters for notes can.

Non credo che ci sia alcuna differenza tra un'idea e un 'emozione. 
La musica è il linguaggio fatto di note e di tasti; la lingua scritta si compone di lettere che sono i simboli di suoni, e cambiano tra i suoni allo stesso modo delle lettere per le note.
(Ornette Coleman)