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martedì 4 aprile 2017

Elle di Paul Verhoeven. Histore d'Oh. Attenti ai suoni



Roberto Silvestri

Era il film più atteso di Cannes 69, anche per le polemiche che tutti si aspettavano si scatenassero, tirando in ballo immancabilmente “le femministe”, come se esistessero in blocco compatto. Ma tutto è poi andato liscio come l’olio, tra premi e riconoscimenti critici unanimi, o quasi.  Elle, il venticinquesimo del cineasta olandese Paul Verhoeven - come Fritz Lang, è tornato a lavorare in Europa (Blackbox)  dopo 15 anni di Hollywood – ha però avuto, come spesso succede,  non poche difficoltà a riambientarsi. E ha girato in patria poco, solo Tricked, un film televisivo “partecipato”, molto interessante, visto nel 2012 al festival di Roma di Mueller, dove ha utilizzato le due telecamere a spalla parallele, come in questo film, per dare una fotografia non leccata, luci brutali, e movimenti bruschi da voyeur, specialità di Stéphane Fontaine (Il Profeta).  


Nervoso in occasione del suo primo film francese, nonostante avesse alle spalle da una parte i grandi progetti e incassi di Robocop, Total Recall, Basic Instinc, Showgirls, Starship Troopers…e dall’altra un passato olandese (25 anni) fatto di piccoli film superpremiati nei festival come i radicali, scandalosi, stracult futuristi Spetters, Flash+Blood, Soldato d’Orange e Il quarto uomo, Verhoeven è stato poi pienamente soddisfatto della qualità del lavoro di set e degli attori e del rispetto inusuale, dell’amor fou che hanno in Francia per ogni metteur en scene. Attesa ben ripagata, infine, dal risultato positivo, dagli applausi in sala e dalle reazioni durante e dopo la proiezione di questo psycho-thriller né francese né americano né all’italiana.


Opera davvero ibrida e finalmente bastarda, che ci trascina, attraverso la sequenza dell’emissione televisiva “Fasites entrer l’accusé” fino in Norvegia, perché Dijan si è ispirato al serial killer Anders  Behring Breivik e poi in Spagna, dietro la bigotta Rebecca, che va in pellegrinaggio al santuario di Compostella.

Oltre che illuminata dalla perfetta interpretazione della protagonista unica, una scatenata Isabelle Huppert, al massimo della forma e data da tutti gli scommettitori (perdenti) per vincitrice della Palma (ma risarcita da un Golden Globe, successivamente). Forse perché ha vinto sempre e troppo….  “Cos’è lo humor? Una tragedia raccontata come se fosse commedia”. Diceva Kieslowski. E il tono da commedia, non solo in Europa, è raro da catturare per una attrice, quando il dramma è serissimo. E il punctum, il centro del soggetto, è addirittura lo strupro plurimo. “Nessuna attrice americana avrebbe mai accettato di girare questo film, che volevamo ambientare a Boston o a Chicago”, ha precisato Verhoeven. E ha aggiunto: “Isabelle invece non ha paura di niente, non si fa mai un problema, vuole provare tutto, è di una audacia fenomenale”.


Elle, assieme a Paterson di Jarmush e a Mademoiselle di Park Chan Wook, è stato il film in competizione ufficiale che mi sarebbe piaciuto rivedere subito, almeno una seconda e terza volta di seguito, cosa che ormai a Cannes è diventata impossibile, perché quando ci si inebria di gigantismo si stipa all’inverosimile il programma, non si permette più a tutti  di vedere ciò che si vorrebbe e dunque si… rischia di entrare in crisi di crescenza e di “morire”. Soprattutto adesso che vuole entrare perfino in competizione con Lille per strappargli il festival delle serie tv. Una sindrome da gigantismo che potrebbe davvero essere pericolosa.




E i tre film erano accomunati dalla presenza dominante, egemonica, di personaggi femminili che alla fine non verranno nemmeno puniti per la loro intraprendenza e forte soggettività (forse è per questa impertinenza, chiamata dai borghesi trash, rispetto all’immaginario perbenista, che questi film non sono stati premiati). E’ stata la Cannes delle donne (e se ci pensate bene, anche i David di Donatello sono stati quesy’anno dei David di Donatella). Si è scritto. Ma per metà è stata la Cannes delle donne da abbattere, punire, contenere, tutelare, trattare paternalisticamente. Dall’alto. Non qui. 


Paul Verhoeven (che ha chiuso la competizione di Cannes 69) ha fatto un film su commissione ma non è riuscito a girare in California, come inizialmente previsto, la versione cinematografica, sceneggiata dall’americano David Birke, di un best seller francese, Oh… di Philippe Djian, propostogli da Said Ben Said, uno dei nostri produttori franco-maghrebini preferiti (la sua filmografia comprende opere di Polanski, Philippe Garrell, Pascal Bonitzer, Cronenberg, Walter Hill e Barbet Schroeder). Troppo moralisti in America? Piuttosto troppo abituati a vedere ben differenziata l’area del bene da quella del male e a degradare le tragedie in melodrammi, che, per quanto agitati o dinamici, siano rispettosi del genere. Quando si fa un po’ di confusione a questo proposito il consumatore statunitense si confonde e passa parola. E i critici (ipersensibili alla ricezione in sala) scrivono nel verdetto l’aggettivo controverso, che è veleno al botteghino (a Showgirls applicarono la stessa funesta etichetta…). Significa che le risposte che il film dà ad ogni perché non sono semplici, lineari e convincenti. Lasciano zone dark inquietanti. Figuriamoci poi se avessero lasciato come titolo Oh… che fa troppo Histoire d’Oh.


Se lo raccontate così, il film, effettivamente, è più che controverso: una manager parigina nel settore dei video-games, che tiene al guinzaglio una ventina di giovani nerd scatenati, tra geni della computer graphic, della scienza ludica e della programmazione, e ha una vita sessuale piuttosto disinvolta, una mamma scatenata e un figlio adulto non proprio semplice da gestire, viene perseguitata da un maniaco violentatore che si introduce, e più volte, nella sua ricca casa a tre piani, picchiandola e stuprandola, sia nei piani di sopra che in quelli di sotto. E invece di denunciarlo subito, comincia a instaurare con lui un gioco perverso, a distanza ravvicinata, che è anche sado-maso e cruento.



Ma non si deve raccontare così il film. Piuttosto così: perché nei primi due stupri la musica di Anne Dudley (compositrice inglese) che confligge con l’azione è elettronica e contundente mentre quella nei sotterranei è orchestrale e a spigoli smussati?

Elle è Michéle, che gestisce affari giganteschi e vita sentimentale con la mano di ferro. Come un uomo, più di di un uomo. Ma se l’aggressore sconosciuto - contro il quale le armi di risposta potrebbero essere un’ascia e uno spray urticante al peperoncino che ti lascia cieco per mezzora - risulta poi essere qualcuno che ben si conosce, anzi che piace, ci si masturba al solo vederlo passeggiare nel marciapiede di fronte, le cose sono molto più complicate di come sembrano.

il regista Paul Verhoeven
A differenza di qualunque film di Asghar Farhadi, qui infatti il non ricorso alla polizia, la non denuncia immediata, non viene motivato dalla sottomissione della donna alle leggi degli uomini (o peggio dalla misericordia femminile che va molto più in là dell’ipocrisia conformista maschile) ma ha una giustificazione scritta più che convincente. Michéle ha infatti il padre in galera a vita perché a Nantes, tanti anni prima, quando lei aveva dieci anni, ha ucciso più o meno tutto il vicinato, una dozzina di persone, bambini inclusi, in un momento di pazzia ben pianificata. Insomma è un serial killer. Michéle non lo vorrà mai più vedere nella vita. E la figlia di un serial killer, dopo quello che ha passato (ma la sequenza di questo devastante racconto autobiografico, sopra le note di una Messa solenne,  è di una leggerezza insostenibile, se non ci fossero le spalle  di Isabelle Huppert a sostenerne il tono lieve)  preferirebbe certo non incrociare mai più nella vita né papà, né i mass media né l’opinione pubblica né un solo poliziotto. Cosa improbabile perché anche quando è al caffè incrociare un parente delle vittime o su un muro una scritta che la riempia di insulti è la norma.  Ma non è solo il trauma infantile, post hoc ergo propter hoc, non è solo il particolare caratterino di Michéle a spiegare tutti i comportamenti e le intenzioni del suo personaggio. Che non sempre sono chiari, e che spesso intrecciano realtà con sogno. E spiazzano molto. 

Come avveniva in Total Recall quando l’onirico spintonava il verosimile. Eccita di questo personaggio complesso la sua radiante ambiguità. Cosa si nasconde dietro quel viso sorridente nei primi piani (come nella scena finale, metafisicamente corretta) e quell’aggressività spontanea e diretta, nei campi medi, nei piani americani, rispetto alla mamma, all’amante, ai dipendenti, al figlio, all’amica del cuore, col cui marito scopa e glielo dice, e alla fidanzata del figlio? Si impara in questo film qualcosa che – ci spiega il regista – si ammira nei quadri di Turner. Nei campi lunghi la violenza, il disastro, la catastrofe, la distruzione, sono sublimi. Ma avvicinandosi al primissimo piano, sono davvero orribile. Inizia così la “partita a scacchi” tra lei e il pubblico, con Verhoeven che cerca sempre, come in una partitura del suo amato Stravinsky, di sorprendere lo spettatore grazie a improvvise “mosse del cavallo”. Per tenere sempre alta la tensione Verhoeven gioca di similitudine tra il dramma vissuto da Michéle e il videogame che sta producendo, a metà tra gioco e porno, tra avventura e orgasmo. Quel che chiede ai suoi ragazzi è  quello che pretende dal suo corpo. Più eccitazione, più fantasia visiva, più raffinatezza nella illustrazione del piacere. “Tu sei troppo letteraria”, le rimprovera l’enfant prodige del gruppo. Non capisci niente del gioco agonistico. Lei gli fa capire come nel video gioco anche la violenza non deve essere meccanica. E lo spinge a fare di più, molto di più.  Infatti saranno loro due, lui e lei, a produrre gli orgasmi, live e digitali, animati o flagranti, più esplosivi e multipli. Nella storia dell’industria digitale e in quella di Michéle. 
              

giovedì 26 maggio 2016

Histoire d'Oh.... Un videogioco raccontato a partire dall'orgasmo. Il grande ritorno di Paul Verhoeven


Isabelle Huppert in "Elle" di Paul Verhoeven


Roberto Silvestri

CANNES

Il film più atteso a Cannes 69, anche per le polemiche che tutti si aspettavano si scatenassero, è stato Elle, il venticinquesimo del cineasta olandese Paul Verhoeven, che, come Fritz Lang, è tornato a lavorare in Europa (Blackbox)  dopo 15 anni di Hollywood, e come spesso succede ha avuto difficoltà ad riambientarsi. E ha girato in patria poco, solo Tricked, un film televisivo “partecipato”, molto interessante, visto nel 2012 al festival di Roma di Mueller, dove ha utilizzato le due telecamere a spalla parallele, come in questo film, per dare una fotografia non leccata, luci brutali, e movimenti bruschi da voyeur (specialità di Stéphane Fontaine (Il Profeta).
Paul Verhoeven a sinistra e Isabelle Huppert sul set di Elle
Nervoso in occasione del suo primo film francese, nonostante avesse alle spalle da una parte i grandi progetti e incassi di Robocop, Total Recall, Basic Instinc, Showgirls, Starship Troopers…e dall’altra un passato olandese (25 anni) fatto di piccoli film superpremiati nei festival come i radicali, scandalosi, stracult futuristi Spetters, Flash+Blood, Soldato d’Orange e Il quarto uomo, Verhoeven è stato poi poi pienamente soddisfatto della qualità del lavoro di set e degli attori e del rispetto inusuale, dell’amor fou che hanno in Francia per ogni metteur en scene.  

Attesa ben ripagata, infine, dal risultato positivo, dagli applausi in sala e dalle reazioni durante e dopo la proiezione di questo psicothriller né francese né americano né all’italiana. Opera davvero ibrida e finalmente bastarda, che ci trascina, attraverso la sequenza dell’emissione televisiva “Fasites entrer l’accusé” fino in Norvegia, perché Dijan si è ispirato al serial killer Anders  Behring Breivik e poi in Spagna, dietro la bigotta Rebecca, che va in pellegrinaggio al santuario di Compostella.
Oltre che illuminata dalla perfetta interpretazione della protagonista unica, una scatenata Isabelle Huppert, al massimo della forma e data da tutti gli scommettitori (perdenti) per vincitrice della Palma. Forse perché ha vinto sempre e troppo…. 
Il regista olandese Paul Verhoeven
“Cos’è lo humor? Una tragedia raccontata come se fosse commedia”. Diceva Kieslowski. E il tono da commedia, non solo in Europa, è raro da catturare per una attrice, quando il dramma è serissimo. E il punctum, il centro del soggetto, è addirittura lo strupro plurimo. “Nessuna attrice americana avrebbe mai accettato di girare questo film, che volevamo ambientare a Boston o a Chicago”, ha precisato Verhoeven. E ha aggiunto: “Isabelle invece non ha paura di niente, non si fa mai un problema, vuole provare tutto, è di una audacia fenomenale”.
Elle, assieme a Paterson di Jarmush e a Mademoiselle di Park Chan Wook, è il terzo film della competizione ufficiale che mi sarebbe piaciuto rivedere subito, almeno una seconda volta, cosa che ormai a Cannes è diventata impossibile, perché quando ci si inebria di gigantismo si stipa all’inverosimile il programma, non si permette più a tutti  di vedere ciò che si vorrebbe e dunque si… rischia di entrare in crisi e morire.



E i tre film sono accomunati dalla presenza dominante, egemonica, di personaggi femminili che alla fine non verranno nemmeno puniti per la loro intraprendenza e forte soggettività (forse è per questa impertinenza, chiamata dai borghesi trash, rispetto all’immaginario perbenista, che questi film non sono stati premiati). E’ stata la Cannes delle donne. Si è scritto. Ma per metà è stata la Cannes delle donne da abbattere, punire, contenere, tutelare. Non qui.  
Paul Verhoeven (che ha chiuso la competizione di Cannes 69) ha fatto un film su commissione ma non è riuscito a girare in California, come inizialmente previsto, la versione cinematografica, sceneggiata dall’americano David Birke, di un best seller francese, Oh… di Philippe Djian, propostogli da Said Ben Said, uno dei nostri produttori franco-maghrebini preferiti (la sua filmografia comprende opere di Polanski, Philippe Garrell, Pascal Bonitzer, Croneberg, Walter Hill e Barbet Schreoder). Troppo moralisti in America? Piuttosto troppo abituati a vedere ben differenziata l’area del bene da quella del male e a degradare le tragedie in melodrammi, che, per quanto agitati o dinamici, siano rispettosi del genere. Quando si fa un po’ di confusione a questo proposito il consumatore statunitense si confonde e passa parola. E i critici (ipersensibili alla ricezione in sala) scrivono nel verdetto l’aggettivo controverso, che è veleno al botteghino (a Showgirls applicarono la stessa funesta etichetta…). Significa che le risposte che il film dà ad ogni perché non sono semplici, lineari e convincenti. Lasciano zone dark inquietanti. Figuriamoci poi se avessero lasciato come titolo Oh… che fa troppo Histoire d’O.
Se lo raccontate così, il film, effettivamente, è più che controverso: una manager parigina nel settore dei video-games, che tiene al guinzaglio una ventina di giovani nerd scatenati, tra geni della computer graphic, della scienza ludica e della programmazione, e ha una vita sessuale piuttosto disinvolta, una mamma scatenata e un figlio adulto non proprio semplice da gestire, viene perseguitata da un maniaco violentatore che si introduce, e più volte, nella sua ricca casa a tre piani, picchiandola e stuprandola, sia nei piani di sopra che in quelli di sotto. E invece di denunciarlo subito, comincia a instaurare con lui un gioco perverso, a distanza ravvicinata, che è anche sado-maso e cruento.
Ma non si deve raccontare così il film. Piuttosto così. Perché nei primi due stupri la musica di Anne Dudley (compositrice inglese) che confligge con l’azione è elettronica e contundente mentre quella nei sotterranei è orchestrale e a spigoli smussati?
Elle è Michéle, che gestisce affari giganteschi e vita sentimentale con la mano di ferro. Come un uomo, più di di un uomo. Ma se l’aggressore sconosciuto - contro il quale le armi di risposta potrebbero essere un’ascia e uno spray urticante al peperoncino che ti lascia cieco per mezzora - risulta poi essere qualcuno che ben si conosce, anzi piace, ci si masturba al solo vederlo passeggiare nel marciapiede di fronte, le cose sono molto più complicate di come sembrano.
A differenza di qualunque film di Asghar Farhadi, qui infatti il non ricorso alla polizia, la non denuncia immediata, non viene motivato dalla sottomissione della donna alle leggi degli uomini (o peggio dalla misericordia femminile che va molto più in là dell’ipocrisia conformista maschile) ma ha una giustificazione scritta più che convincente. Michéle ha infatti il padre in galera a vita perché a Nantes, tanti anni prima, quando lei aveva dieci anni, ha ucciso più o meno tutto il vicinato, una dozzina di persone, bambini inclusi, in un momento di pazzia ben pianificata. Insomma è un serial killer. Michéle non lo vorrà mai più vedere nella vita. E la figlia di un serial killer, dopo quello che ha passato (ma la sequenza di questo devastante racconto autobiografico, sopra le note di una Messa solenne,  è di una leggerezza insostenibile, se non ci fossero le spalle  di Isabelle Huppert a sostenerne il tono lieve)  preferirebbe certo non incrociare mai più nella vita né papà, né i mass media né l’opinione pubblica né un solo poliziotto. Cosa improbabile perché anche quando è al caffè incrociare un parente delle vittime o su un muro una scritta che la riempia di insulti è la norma.  Ma non è solo il trauma infantile, post hoc ergo propter hoc, non è solo il particolare caratterino di Michéle a spiegare tutti i comportamenti e le intenzioni del suo personaggio. Che non sempre sono chiari, e che spesso intrecciano realtà con sogno. E spiazzano sempre. Come avveniva in Total Recall quando l’onirico spintonava il verosimile. Eccita di questo personaggio complesso la sua radiante ambiguità. Cosa si nasconde dietro quel viso sorridente nei primi piani (come nella scena finale, metafisicamente corretta) e quell’aggressività spontanea e diretta, nei campi medi, nei piani americani, rispetto alla mamma, all’amante, ai dipendenti, al figlio, all’amica del cuore, con cui marito scopa e glielo dice, e alla fidanzata del figlio? Si impara in questo film qualcosa che – ci spiega il regista – si ammira nei quadri di Turner. Nei campi lunghi la violenza, il disastro, la catastrofe, la distruzione, sono sublimi. Ma avvicinandosi al primissimo piano, sono davvero orribile. Inizia così la “partita a scacchi” tra lei e il pubblico, con Verhoeven che cerca sempre, come in una partitura del suo amato Stravinsky, di sorprendere lo spettatore grazie a improvvise “mosse del cavallo”. Per tenere sempre alta la tensione Verhoeven gioca di similitudine tra il dramma vissuto da Michéle e il videogame che sta producendo, a metà tra gioco e porno, tra avventura e orgasmo. Quel che chiede ai suoi ragazzi è  quello che pretende dal suo corpo. Più eccitazione, più fantasia visiva, più raffinatezza nella illustrazione del piacere. “Tu sei troppo letteraria”, le rimprovera l’enfant prodige del gruppo. Non capisci niente del gioco agonistico. Lei gli fa capire come nel video gioco anche la violenza non deve essere meccanica. E lo spinge a fare di più, molto di più.  Infatti saranno loro due, lui e lei, a produrre gli orgasmi, live e digitali, animati o flagranti, più esplosivi e multipli. Nella storia dell’industria digitale e in quella di Michéle.                

mercoledì 5 febbraio 2014

Robocop 3, l'inquietante dramma supercyborg trasformato da gioco liberatorio a gioco da oratorio



Robocop 2014. Il drone in azione di polizia a...Tehran

Roberto Silvestri

Congegnato per la proiezione Imax in tutto il mondo (tranne in Italia, visto che non c'è una sola sala!) e pensato, in un primo momento dai fratelli Weinstein e dalla Mgm, per ibridare fantascienza e action movie, filippica morale contro il capitalismo militar-globale, coi suoi crimini anche mediatici (cosa non si fa per vendere eroina schermica), e pulsione grafica da videogiocatore da tele-eccitare in circa due ore fino all'orgasmo, il tutto nello splendore del 3d, il colossale progetto si deve essere via via normalizzato. 

Questa è una statua costruita a Detroit per rendere omaggio al suo cittadino illustre, Robocop 1987
Quel che resta, come high concept, rivestito di orpelli digitali specialissimi, è un videogioco che conosciamo: l'eroe onesto e buono, infallibile nella lotta contro l'ingiustizia contro il cattivo avido, cinico e spietato. Sembra che il nostro abbia la peggio, invece poi ce la fa. Ma l'eroe ha una stoffa inusuale. E' di una pasta estremamente 'strana'. Quasi non ha più ombra. Né gambe, torso, braccia....

Joel Kinneman
Alex Murpy (l'attore svedese Joel Kinnaman cui resta solo la faccia, e ci fa molto, ma quest'anno è la regola massacrare i maschi protagonisti e renderli mostruosi tramite parrucche o scheletrendone il corpo o semplificandone l'espressione a una sola: 'quasi roccia') è l'incorruttibile 'cop' robotico che lotta contro il crimine e la corruzione, 'salvato' e telecomandato sulle prime (ma poi si ribella) dalla OmniCorp, la multinazionale che produce droni e robot da guerra per tenere in pugno il mondo, ma che non riesce a venderli sul mercato più succulento, quello nordamericano, per colpa dei politici, come al solito 'ideologici', 'passatisti', 'comunisti', 'conservatori', 'figli di puttana', secondo le note fraseologie dei telepredicatori religiosi suprematisti e dei loro imitatori nostrani neoliberisti. Frenano la fluidità del mercato, con i loro legacci anacronistici.  Il capo della OmniCorp è Raymond Sellars, Michael Keaton (già, ex Batman), capace di inventare un villain senza spigoli aguzzi anzi morbidamente grassoccio, così finalmente anche i più distratti capiranno che la banalità del male non vuol dire affatto essere adepti di un Male minore e che il Male è lì dove meno te lo aspetti, nel tuo vicino di casa, dentro di te....

Nostalgico di Batman
Il piano di Sellars è basato sui profitti da massimizzare. Sarebbero perfetti per le pattuglie negli slums più pericolosi, i robot. Più veloci nello sparare, più abili nello scannerizzare le informazioni, bloccherebbero i brutti ceffi, appesantiti da emozioni ancora umane, senza far correre più alcun pericolo agli agenti vivi. Non è un caso che in Giappone  due politici di destra, i liberaldemocratici Tadamori Oshima e Bunmei Ibuki (Ldp) sostengono che il paese dovrebbe presto dotarsi di Gundam, i giganteschi robot antropomorfi da combattimento...Basta non programmarli perché scoprimo le loro magagne, i loro crimini...

Tornando al film, la colpa è della 'legge Dreyfus', dal nome di un maledetto senatore radical democratico che non permette, neppure in nome della sicurezza nazionale, che negli Usa l'ordine venga tutelato da macchine ammazzacattivi, prive di coscienza, di 'anima', e perciò efficienti al 100%. Che si usino pure in Afghanistan, in Siria, in Iraq, per ammazzare bambini donne e vecchi 'sospetti', magari perché trovatoi con un coltello da cucina in mano. Va bene. Ma nel paese di dio è vietato. Quelli lì sono non uomini, ma aliens, proprio come i droni. Qui invece siamo uomini e cristiani, niente droni. 

Per fortuna un programma televisivo supersponsorizzato dalla OmniCorp e guidato con tecniche demagogiche sopraffine dal Beppe Grillo locale (per il fastidioso birignao emotivo-acustico), Pat Novack (un Samul L. Jackson sfigurato da una parrucca untuosoa come quella alla Wolfowitz), capovolgerà questa opinione passatista. Farà abrogare la legge. Come? 

Magnificando le gesta urbane di un gelido agente-robot in motocicletta degradato a dolce, ibrido umanoide con barlume di coscienza ed emozioni. La Omnicorp ha raccattato infatti il pezzo sopravvissuto del corpo di un agente bruciato da una bomba in un attentato (proprio quel che resta di Alex Murphy)  e lo ha innestato in un robot, glielo ha praticamente ficcato dentro. Al luminare della biochirurgia per replicanti, il dottor Dennett Norton (Gary Oldman) il compito di collegare carne sangue e acciaio, e di ottimizzarne le performance militari, di stipargli nel cervello un computer 'quantistico' e di attenuare quelle emozioni (paura, angoscia, pausa di riflessione, tensione...) da homo sapiens, nocive in caso di scontro armato con droni e robot 'puri'. Ma, come i replicanti di Blade runners, anche il nostro semi-robot riuscirà a ritrovare un equilibrio non macchinico, perfezione nel combattimento e gerarchie etiche non imposte da altri, fossero pure il Presidente.

L' eroe - nel copione definitivo di Joshua Zetumer - è un poliziotto onesto, sposato con figlio di dieci anni, moglie bionda come si usava negli anni 50,  a caccia di criminali e di mele marce annidate nei piani alti del dipartimento di polizia. Previste: 1. la sequenza immancabile, da format, in cui sgomina una pericolosa banda di trafficanti di droga, guidata da un ciccione brutto come un ispanico. 2. una panoramica anticinese sullo sfruttamento bestiale del lavoro nelle fabbiche ad alta tecnologia; 3. il traffico clandestino di armi da guerra che coinvolge gli altissimi papaveri (sempre intermedi, però); 4. l'attentato quasi fatale (che sembra Il grande caldo di Fritz Lang, ma rovesciato, è lui che quasi muore e la moglie-casalinga che sopravvive); 5. la ricomposizione biotecnologica del corpo sopravvissuto (tutto sintetico, tranne polmone cuore e cervello) questa volta in una corazza dal fastidioso rumore pneumatico a scatti, e tutta tutta nera come Batman. Non metalizzata, come quella del suo antenato 1987. 6. la parte finale, lo scontro definitivo, dominato dalla song dei Clash, "Lotta contro la legge". 7. Frank Sinatra e il concerto di Aranjuez di Joaquim Rodrigo, per darvi un'idea del soundtrack. 8. tutto quello che tra una sequenza e un'altra adorereste anticipare in fatto di gioco di sguardi, intenzionalità, schema di combattimento. 9. L'addetto alla pubblicità che cerca di creare una immagine 'umana' del mostro...E' lo stereotipo, bellezza! 

Gary Oldamn e il suo uomo metallizzato e digitalizzato
Di visionario (c'è Mike Medavoy nel pacchetto produttivo ombra, un pioniere della mitica Orion) rimane solo una scena quasi horror al centro (quella di Kinnaman che chiede di vedersi allo specchio senza protesi e non è un bel vedere), una cavalcata di drone imbizzarrito come se fossime in una scena di Urban cowboy  e un accenno, all'inizio, di psicosi d'immaginario: il miraggio di tenere l'Iran degli ayatollah sotto il tallone delle stelle e delle strisce. Quasi citando Rambo di Cosmatos e l'ebrezza di trasformare la Storia patria in fiaba: "c'era una volta in Vietnam conquistato dagli Stati Uniti...".

Lo staff intermedio della OmniCorp
La Sony Columbia, casa di distribuzione che ha risparmiato molto sul budget, girando tra Toronto e Vancouver una storia ambientata nel 2028 a Detroit (digitalizzarla e renderla sontuosa costerebbe quanto l'intero tesoro degli Emirati Arabi), l' ha allontanata dalla sua matrice perturbante e orwelliana. Di davvero perturbante solo un accenno ai Red Wings, la gloriosa squadra di hockey su ghiaccio di Detroit (solo Toronto ha vinto più scudetti), oggi infarcita di giocatori svedesi, cechi e russi: la maschera di un suo celebre portiere campione resterà nella storia dell'horror film perché è proprio quella di Jason, il protagonista della saga Venerdì 13.

Il poliziotto beniamino della città onesta
Il vero Robocop fu realizzato infatti nel 1987 da Paul Verhoeven, proprio in pieno clima 1984. E quel profetico prototipo (qui siamo al remake digitale) è entrato nella mitologia, perché fu tra i primi film da supereroi a elogiare il giustiziere ibrido, metà uomo-metà macchina, innesto tecnologico di pelle e metallo.

Era stato un omaggio subliminale e metaforico proprio a Detroit, la metropoli industriale, la capitale dell'auto e della Motown, che il capitale finanziario voleva punire, forse assassinare (e ci sono riusciti) per vendicarsi della lega degli operai neri e bianchi di una città che, come a Torino o a Flint, avevano guidato pericolose e sovversive lotte di fabbrica, domate a fatica dai padroni negli anni 70, con la desertificazione totale dell'assetto urbano e sociale e la riconversione postmoderna dei soli suburbi ricchi.  

Samuel L. Jackson, il presentatore tv corrotto
Così via Darrel Aronovski, troppo potente, e dentro José Padilha (un suo direttore della fotografia e un montatore fidati). Il primo, dark e inquietante, non era controllabile. Il secondo, più light e manovrabile, è stato capace di tradurre il dramma in cartoon senza debordare in tragedia, ha rispettato le regole di ingaggio. Era grato ai suoi boss, visto che è stato cooptato a corte, nel Tempio di Hollywood, dopo l'uno-due sul mercato brasiliano (Tropa de elite 1 e 2) che lo ha consacrato public relation numero uno al mondo nella promozione dei poliziotti che sanno come ripulire le strade dal marciume criminale: non hanno paura di essere come il Giustiziere della notte: più violenti, spietati, cinici e sadici di qualunque gangster. E sul marciume sanno solo quel che devono sapere. Ai registi di oggi non è consentito usare un computer 'quantistico'. E se lo fanno c'è sempre un dottor Dennett Norton capace di operare sul cervello, a calotta aperta per modificare alcuni collegamenti mentali estremamente pericolosi. La lobotomia, nel 2028, è l'arte della guerra interna, come la guerra è l'arte di tenere il mondo sotto lo stretto controllo armato degli Stati Uniti d'America, grazie a droni e robot addestrati ad annientare tutto quello che è archiviato come terrorista, ovunque, Tehran compreso.

Il cinema politico radicale, fin da 007, non racconta che scienza, tecnologia, fantascienza (Total recall, Starship Troopers dello stesso Verhoeven hanno indicato bene la strada). Ha assistito al trapasso dalla guerra di classe a guerra tra generazioni, i vecchi da rottamare contro i giovani rottamanti (fin dagli anni 50 del beach movies), poi a quella tra 'gender' (il cinema gay soversivo). Adesso è ossessionato dalla trasformazione dei tessuti umani, dalla complicazione, soprattutto sessuale, dell'ibridazione postumana. Segue, come qui, il passaggio dal corpo umano al corpo post umano, ibrido, meccanico, digitale, interconnesso in rete, general body/general intellect. Ma, pensiamo a Mamoru Oshii e a Gost in the shell (e anche a Akira, Capitan Harlock), ponendo più affascinanti modelli 'bastardi', mitologie più interessanti e extraoccidentali, rispetto a questo copione così bigotto, che già si presta a parodie e satire come quelle che faceva mel Brooks su Frankenstein. L'altro Robocop era insostenibile. Senza happy end possibile. Questo è vietato, nei paesi puritani, al massimo ai 13 anni.Un divertimento da pop corn.
La statua di Robocop realizzata per Detroit, e mai eretta