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giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. L'uomo che visse due volte. Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin

Roberto Silvestri (*) 

Tra una proiezione l'altra passano 80 minuti, non più 45. E sono arrivati i metal detector. Gli ingressi ai Grand Hotel sono sbarrati. L'allerta è d'obbligo. E le file per entrare in sala si allungano...
Ma Monica Bellucci, per l'ottava volta sulla Croisette, e per la seconda volta, dopo il 2003, madrina del festival, nel suo discorso non fa allusioni politiche dirette o polemiche, come successe l'anno scorso (il cinema sa parlare di politica soprattutto con linguaggi non verbali, dice), ma sottolinea la presenza di ben 12 cineaste nella selezione ufficiale. Alla Quinzaine il gap è ancora più ridotto, 14 a 7: anche nella sezione sessantottina siamo però ben al di sotto delle ambizioni immense di Macron.  fifty fifty. Per motivi di sicurezza si accorceranno anche i film (ma 5 in competizione superano le due ore)?
Matthieu Amalric 
Membro della terza generazione nouvellevaguiste degli anni 90, dopo Godard/Truffaut e Garrell/Doillon, l'ormai veterano francese Arnaud Desplechin, con taglio d'autore, ha ridotto a 114', in una versione che definisce sarcasticamente “francese” per non dire più commerciale, Les fantômes d'Ismaël, il suo 11° lungometraggio, visionario e spettrale (come esplicita il titolo), nervoso e frenetico nella recitazione e a incastro complicato e frammentato. È di Roubaix, Desplechin, e i suoi film si muovono sempre pericolosamente sul pavé.
Cotillard, Desplechin e Gainbourgh
In epoca di competizione con Netflix, poi, il cinema d'autore risponde con immagini pluristratificate e polivalenti: dramma intimo su autoritratto autobiografico su puzzle spionistico su critofilm che rifletta di teoria, spazi e forme cinematografiche. In più si alza il quoziente emozionale di ciascun frammento, collegando esplicitamente Bibbia, Shakespeare, Kim Novak (La donna che visse due volte), Picasso&Pollock, spazio fiammingo e prospettiva rinascimentale e soprattutto Freud, la cui “interpretazione degli incubi è inguaribilmente punitiva”. I pilastri della cultura occidentale (Corano compreso). Cementa il tutto la partitura hitchcockiana di Gregoire Hetzel.
Alla vigilia delle riprese del suo nuovo thriller spionistico centrato sulla misteriosa sparizione di un diplomatico del Quay d'Orsay di nome Paul Dedalus, la vita di un cineasta, Ismaël, è sconvolta dalla riapparizione della moglie Carlotta, svanita nel nulla venti anni prima, e ormai data per morta. È la figlia – d'incontenibile vitalità, volatilizzatasi in India, e che riappare sulla spiaggia atlantica – di un cineasta ebreo, Bloom (ancora Joyce?), terrorizzato dai fantasmi dell'olocausto e dalla vecchiaia (Providence?) che, insonne come Ismaël, viene perseguitato da insostenibili incubi.


Scelto fuori concorso per l'inaugurazione, come atto dovuto, dopo la bocciatura nel 2015 dal concorso principale di Trois souvenirs de ma jeunesse (poi César), il film, definito dai Cahiers du cinema uno “strano feuilleton intimo”, è uscito oggi nelle sale francesi anche in versione “director's cut” lunga 130 minuti che, secondo i colleghi francesi è più comprensibile perché l'episodio tragicomico e straziante di Tel Aviv, qui sforbiciato, metterebbe meglio a fuoco la complicata architettura di un'opera basata sulle relazioni sottili e sub-cutanee tra personaggi indocili a ogni prospettiva conosciuta: il regista alccolizzato Ismaël – Mathieu Amalric, mai così nevrotico e fracassone – in totale crisi creativa (Otto e mezzo?); Ivan (Louis Garrel, senza capelli), diplomatico francese per caso e stralunato doppiogiochista involontario, protagonista dell'intrigo spionistico tagiko che Ismael a fatica cerca di “chiudere”; Carlotta, la donna della sua vita (Marion Cotillard, di carnosa spettralità) assieme all'astrofisica Sylvie (Charlotte Gainsbourg, di intellettuale sensualità), l'attuale donna della sua vita e all'attrice-amante Arielle (Alba Rohrwacher, di giocosa scapigliata ambiguità), la donna di ogni suo set. Nel tentativo di trasformare il film e l'uomo in un oggetto o addirittura in un soggetto vivente. 

Louis Garrel 

(*) Pubblicato il   su Alfabeta 2 



domenica 14 maggio 2017

Sulla via lattea c'è cinema



Mariuccia Ciotta

Visto alla Mostra di Venezia 2016,  il film è ora nelle sale

Il volto attraversato da nuvole, Emir Kusturica ha un'espressione che dissente dalla commedia quasi slapstick On the milk road (Sulla via lattea), ultimo titolo in concorso, e che a prima vista sembra uno scanzonato balletto fracassone (musica del fratello Stribor) in tempi di guerra (dei Balcani). Tratto da un racconto dello stesso regista e interprete, il film è diviso in tre capitoli e parte con la solita fanfara dispiegata a mille, tra un moltiplicarsi frenetico di metafore, oche bianchissime precipitate nel sangue del maiale appena sgozzato, una gallina che non riconosce se stessa e salta a vuoto davanti allo specchio.... e un bestiario vario fatto di asini intelligenti, rapaci che ballano al ritmo delle tastiere, serpenti grati al lattaio Kosta (Kusturica) e un gregge di pecore destinate al massacro.
Monica Bellucci parla serbo, ed è un piacere vederla liberata dal glaciale sussiego, in coppia buffa e d'amore con il malinconico venditore di latte. Ma nel caos generale, tra matrimoni andati a monte, militari spudorati, gag di ogni tipo, Kusturica infila la lama tagliente della vera guerra, la carneficina della fiorita Krajina, regione della Croazia popolata da serbi dove all'inizio degli anni 90 morirono ventimila persone. La commedia cede a un realismo magico e disperante, a una surrealtà a volte dipinta con colori (e uccellini) disneyani, a volte lugubre e truce, lanciafiamme all'opera e corpi carbonizzati. Il regista serbo non dimentica Underground, e tra i miracoli di un'ascensione in cielo dei due amanti intrappolati su un albero sotto la pioggia, arriva il vero colpevole, un generale della Nato che, tradito dalla bella italo-serba Monica, manda il suo squadrone della morte a distruggere e uccidere (forse per questo j'accuse Cannes 2016 ha rifiutato il film). Sarà un inferno glorioso, un poema fiabesco di massacro tra cieli stellati e mine fragorose, qualcosa che distilla sorrisi e lacrime nelle digressioni dal campo di battaglia... sotto l'acqua opaca di uno staglio gli amanti cadaveri sognano.Grande cinema.

La libertà di fraseggio di Kusturica fa coppia con quella di Terence Malick, due cineasti lontanissimi tra loro ma in grado di irritare la platea con l'iperbole di se stessi. Registi che non temono l'esposizione del desiderio di trasfigurare il cinema. Kusturica al quadrato, dejà vu eppure sorprendente. Malick con la sua cosmogonia celeste Voyage of Time: Life's Journey (concorso), come tradurre National Geographic in un poema dantesco, e scrivere la genesi della Terra, la Madre dalla voce carezzevole di Cate Blanchet. Il “sogno dei sogni” di Malick risalente agli anni '70, e del quale abbiamo visto brandelli in The Tree of Life. La nascita del mondo nel ruotare delle stelle, nell'esplosione rossa dei vulcani, nel movimento languido dei mari, nel moltiplicarsi delle cellule fino alla maestosa balena. Malick mette all'opera Bach, Beethoven, Haydn, Arvo Part, e Dan Glass per gli effetti speciali... Il dinosauro bambino uscito dall'albero della vita, incerto dentro un canale sassoso, così come sarà l'uomo preistorico che Malick visualizza a rischio di citare La guerra del fuoco.

Malick all'ennesima potenza per un film né documentario né narrativo. Così fragorosamente libero da generi e anti-generi dal cinema pop e da quello d'autore, così spericolato nel sentirsi dio, così avulso dalle tabelline dei critici, palline e stellette, da meritarsi un inchino da chi la nascita del mondo la vede proprio così, riflessa sullo schermo. 

venerdì 9 settembre 2016

VENEZIA 73. Kusturica e Malick senza palline e stellette

Mariuccia Ciotta
VENEZIA

Il volto attraversato da nuvole, Emir Kusturica ha un'espressione che dissente dalla commedia quasi slapstick On the Milky Road (Sulla via lattea), ultimo titolo in concorso, e che a prima vista sembra uno scanzonato balletto fracassone (musica del fratello Stribor) in tempi di guerra (dei Balcani). Tratto da un racconto dello stesso regista e interprete, il film è diviso in tre capitoli e parte con la solita fanfara dispiegata a mille, tra un moltiplicarsi frenetico di metafore, oche bianchissime precipitate nel sangue del maiale appena sgozzato, una gallina che non riconosce se stessa e salta a vuoto davanti allo specchio.... e un bestiario vario fatto di asini intelligenti, rapaci che ballano al ritmo delle tastiere, serpenti grati al lattaio Kosta (Kusturica) e un gregge di pecore destinate al massacro.
Monica Bellucci parla serbo ed è un piacere vederla liberata dal glaciale sussiego, in coppia buffa e d'amore con il malinconico venditore di latte. Ma nel caos generale, tra matrimoni andati a monte, militari spudorati, gag di ogni tipo, Kusturica ci infila la lama tagliente della vera guerra, la carneficina della fiorita Krajina, regione della Croazia popolata da serbi dove all'inizio degli anni 90 morirono ventimila persone. La commedia cede a un realismo magico e disperante, a una surrealtà a volte dipinta con colori (e uccellini) disneyani, a volte lugubre e truce, lanciafiamme all'opera e corpi carbonizzati. Il regista serbo non dimentica Underground, e tra i miracoli di un'ascensione in cielo dei due amanti intrappolati su un albero sotto la pioggia, arriva il vero colpevole, un generale della Nato che, tradito dalla bella italo-serba Monica, manda il suo squadrone della morte a distruggere e uccidere. Forse per questo j'accuse Cannes ha rifiutato il film nel maggio scorso.
La libertà di fraseggio di Kusturica fa coppia con quella di Terence Malick, due cineasti lontanissimi tra loro ma in grado di irritare la platea con l'iperbole di se stessi. Registi che non temono l'esposizione dei loro desideri di trasfigurare il cinema. Kusturica al quadrato, dejà vu eppure sorprendente. Malick con la sua cosmogonia celeste Voyage of Time: Life's Journey (concorso), come tradurre National Geographic in un poema dantesco, e scrivere la genesi della Terra, la Madre dalla voce carezzevole di Cate Blanchet. Il “sogno dei sogni” di Malick risalente agli anni '70, e del quale abbiamo visto brandelli in The Tree of Life. La nascita del mondo nel ruotare delle stelle, nell'esplosione rossa dei vulcani, nel movimento languido dei mari, nel moltiplicarsi delle cellule fino alla maestosa balena. Malick mette all'opera Bach, Beethoven, Haydn, Arvo Part, e Dan Glass per gli effetti speciali... Il dinosauro bambino uscito dall'albero della vita, incerto dentro un canale sassoso, così come sarà l'uomo preistorico che Malick visualizza a rischio di citare La guerra del fuoco.

Malick all'ennesima potenza per un film né documentario né narrativo. Così fragorosamente libero da generi e anti-generi dal cinema pop e da quello d'autore, così spericolato nel sentirsi dio, così avulso dalle tabelline dei critici, palline e stellette, da meritarsi un inchino da chi la nascita del mondo la vede proprio così, riflessa sullo schermo. L'immortalità materica di Spira Mirabilis vola leggera in Voyage of Time.