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giovedì 22 marzo 2018

Metamorfosi napoletane. E "Le calde notti del Dr. Carelli"




Mariuccia Ciotta

Il divenire altro, l'uscire da sé, la metamorfosi ovidiana che tocca l'umano e il gender nelle trasformazioni di Antonietta De Lillo, regista di Il resto di niente, apripista di un cinema fuori norma, artefice del film partecipato, autrice di una doppietta imperdibile, “Metamorfosi napoletane”, ovvero Il signor Rotpeter (37') e Promessi sposi (20'). I due titoli viaggiano in questi giorni raccolti in un dvd (CG Entertainment) e distribuiti nelle sale italiane. Dal 23 marzo saranno all'Apollo 11 di Roma per una settimana di programmazione, e poi in giro per l'Italia.
Il cortometraggio Promessi sposi (1993) anticipa l'unione oltre i confini del sesso, quel che oggi è legge ieri era uno scandalo, e non solo nella provincia di Napoli dove Antonio e Lina si raccontano, volti emergenti dal buio, seminascosti perfino a se stessi, svelati dalle parole in forma di suspense. Il movimento di comparire e sparire dall'ombra segna i corpi presi nell'atto della mutazione. Quella cicatrice sul braccio di Antonio ci dice di un'altra creatura passata, qualcosa di estraneo e terribile. Si vedrà invece come il “mostro” appartiene alla natura mentre l'artificio è liberatorio. Lui si chiamava Antonia prima che il bisturi affondasse nella carne, prima di abitare il suo vero essere. Solo dopo l'operazione la comunità li accoglie, racconta la coppia, quando i due sessi di ricompongono e sognano di sposarsi in chiesa e di avere figli. Nel sottosuolo mentale di Antonio e Lina, però, forse cova la “perversione” di un amore al di là delle apparenze, e il desiderio del “corpo senza organi” di Artaud. La regia di De Lillo suggerisce piani diversi di interpretazione, una storia di morbosa felicità.

Anche Il signor Rotpeter, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2017, ci presenta una doppia personalità, un docente universitario, fronte bassa, corpo peloso, lessico impeccabile, che, come Jerry Lewis in Le folli notte del dottor Jerryll, si trasforma in un essere affascinante e indefinibile.
La creatura è uscita dalle pagine di un racconto di Kafka, Una relazione per un'Accademia pubblicato su una rivista nel 1917, magicamente cangiante tra natura selvaggia e coscienza di sé, e si è trasferita da Praga a Napoli. Appollaiata su una poltrona o a spasso per il lungomare, l'ex-scimmia, divenuta umanissima, impartisce lezioni sul senso della vita a cominciare dalle gabbie che ci imprigionano anche quando crediamo di essere liberi. Già messa in scena a teatro da Marina Confalone, l'opera si fa monologo grazie all'attrice napoletana (premiata con il Nastro d'argento) che sa mutare in ogni istante linguaggio e posture, intervistata da una voce off, quella di una giornalista invisibile (Aglaia Mora). Grazie al prismatico gioco della videocamera, il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, ma senza troppa soddisfazione, e solo perché costretto a trovare “una via d'uscita” quando lo chiusero in gabbia, obbligato a intrattenere i suoi carcerieri, villain ubriaconi, imitando le loro smorfie e tic. Un degrado necessario.
La scimmia filosofa di Kafka tornerà nel '63 ripresa da Pierre Boulle insieme all'idea di una regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità. De Lillo compone quadri carichi di fascino, moltiplicando i set, interno-esterno, dietro al signor Rotpeter che passeggia in mezzo a bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, tra i giardini di Molosiglio e il bosco di Capodimonte, o nella casa dall'arredo esotico e nell'aula dell'università Federico II dove si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare. Un mondo che offre ai nuovi nati lo zoo, ovvero il “posto fisso”, e in alternativa il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro. Sempre sognando quell'albero nella foresta e una “via d'uscita” dalla civiltà degli uomini.

Accolto da lunghi applausi al Lido, Il signor Rotpeter è frutto del lavoro di sceneggiatura di Antonietta De Lillo e dello scrittore-regista Marcello Garofalo, che, tra l'altro, ha diretto Marina Confalone nel bellissimo Tre donne morali (2006). Autore del romanzo cult Le calde notti del Dr. Carelli, edito dall'americana Dark Gem Press e disponibile nell'edizione di carta e in e-book, Garofalo affila le parole come armi dell'insolito e del bizzarro. Maestro della metamorfosi, passa dal signor Rotpeter allo Scheletro vivente, protagonista del libro tempestato di citazioni cinefile, già un film, dotato perfino dell'odoroma, una scia di aromi pestilenziali che intrecciano horror e commedia corrosiva alla Troma, popolato com'è dalla Mummia, Dracula e l'Uomo lupo. Il gioco della scrittura oscilla tra il camp e il trash, un po' shakespeariano un po' linguaggio da fumetto, irriverente ed esilarante nei suoi mille personaggi immersi in una New York piovosa. Un'esplosione di creatività senza limiti che evoca il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie (Garofalo è un disneyano doc) dove invece del Bianconiglio, dello Stregatto e del Brucaliffo si incontrano le domestiche cinesi Cacatua e Oca Nivale, l'uccello amazzonico Hoatzin e il sosia grasso e baffuto di Wilford Brimley. La versione inglese del romanzo è del traduttore e folksinger Matthew Temple dalla voce calda come le notti del Dr. Carelli, uno zombie tutto ossa, ucciso all'età di 19 anni e tornato in vita per capovolgere la fama del mostro, fare giustizia e provocare una rivoluzione. I disegni di Gianluca Garofalo, prove di una futura graphic-novel, sono fotogrammi dalle luci sciabolanti e malinconiche come lo Scheletro vivente alla ricerca dell'amore.




martedì 19 settembre 2017

Il signor Rotpeter. Lezioni di umanità dalla scimmia di Kafka


Marina Confalone
Venezia a Roma: il film di Antonietta De Lillo è in programma il 19 settembre al cinema Eden, ore 22,30

Mariuccia Ciotta *

Chi è Rotpeter, fronte bassa, corpo peloso, abiti da professore, essere in divenire che sembra il frutto di un'evoluzione a metà tra Darwin e Bergson? Kafka dà un cervello pensante alla creatura mostruosa ma questa volta non la nasconde, ributtante, sotto il letto, anzi la fa salite in cattedra nel racconto Una relazione per un'Accademia pubblicato nel 1917, e che ha ispirato il mediometraggio di Antonietta De Lillo, Il signor Rotpeter, ideato dall'autrice di Il resto di niente insieme allo scrittore-regista Marcello Garofalo.
Il testo praghese si trasferisce a Napoli materializzato nel corpo prismatico di Marina Confalone che muta a ogni istante in una performance stupefacente, lo sguardo e i gesti in bilico tra natura selvaggia e coscienza di sé, tutto nell'avvincente monologo orchestrato tra un'intervista con voce off e lezione universitaria.
Il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, senza troppa soddisfazione. Persiste in lui la nostalgia di una vita libera, lasciata solo per trovare “una via d'uscita” quando lo schiusero in gabbia e fu costretto a imitare smorfie e tic dei suoi carcerieri, villain ubriaconi. Nozioni elementari, degrado necessario. Qualche anno dopo, 1963, Pierre Boulle riprese l'idea della scimmia filosofa e della regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità.
De Lillo compone quadri carichi di fascino, il lungomare napoletano che scorre sullo sfondo mentre il signor Rotpeter passeggia tra bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, personaggio già sperimentato da Marina Confalone sul palcoscenico. Facile per lei che viene dal teatro delle maschere, eppure incantevole per chi guarda il passaggio dall'interno di una casa dall'arredo esotico all'aula dell'università Federico II dove l'attrice napoletana si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare, e che offre ai “nuovi nati” lo zoo, ovvero il “posto fisso”, o il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro. Ma il signor Rotpeter sospira e sogna di trovare una “via d'uscita” dalla civiltà degli uomini.

* da Alfabeta.2