Visualizzazione post con etichetta Esther Garrel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Esther Garrel. Mostra tutti i post

giovedì 26 maggio 2016

Il film sull'incesto e l'adulterio che Truffaut voleva tanto girare. Marguerite e Julien. Di Valerie Donzelli. Da Cannes 2015. Consigliato anche dai Cahier du Cinema....




Roberto Silvestri 


Per far star buoni i ragazzini di un orfanotrofio non basta disporre di un proiettore e fargli rappresentare in playback un vecchio film degli anni 60, parlandoci sopra come al cine-karaoke. Il bimbo e la bimba, con la voce degli amanti adulti, sconcertano. Sconcertava anche Humbert Humbert in Lolita, che, da grande, disseppelliva, da dentro di sé, pulsioni infantili erotiche ormai colpevoli.
Esther Garrel, la sorella di Louis, nel ruolo di una istitutrice di oggi, decide allora di sorprenderli, spaventarli, affascinarli, rapirli. A me gli occhi please, come quando si va in estasi mentre volteggiano i trapezisti al circo o i Kiss ti aggrediscono con furia heavy metal o ci raccontano le fiabe più inquietanti e proibite, prima di dormire.
Con le marionette, con i burattini, con le ombre cinesi e in questo caso con le ombre elettriche del cinema analogico (metà film è girato in 35mm) e con le immagini digitali (usate negli esterni in alta definizione).
Esther diventa l'occhio speculare della regista Valérie Donzelli, nascosta dietro la cinepresa. E racconta addirittura la fiaba di un amore incestuoso finito tragicamente. Vi immaginate la faccia delle associazioni per la tutela della famiglia?
Si sente che c'è dietro questa messa in scena una intera band creativa in trance: luci, costumi, scene e Charlotte Gastaut, consigliere artistico del film, trasformano un fatto di cronaca in leggenda intemporale, né reale né irreale ... Nel film l'incesto non si esalta e non si colpevolizza. E' il sentimento assoluto a conquistare il primo piano, come se la riproduzione analogica e digitale di una forza interiore indistruttibile lo rendesse puro movimento in eterna metamorfosi. Il corpo può non esserci più, e c'è solo l'ombra, "la mummia" di un corpo sullo schermo, eppure qualche cosa vive lì dentro e gli sopravvive.
Il cinema riprende questo moto invisibile. Ed è un po' il senso spiegato dal verso di Walt Whitman che la cineasta aggiungerà nel finale: "Noi torneremo, siamo corteccia, siamo roccia" siamo fiume, siamo pesci. Una capriola nell'evoluzionismo. Oplà e si torna indietro.

Intanto parte un conturbante e sensuale romance, non proprio abituale - da qui la reazione contrariata, a Cannes, del pubblico più conservatore - tratta da un cruento accadimento normanno dei primi anni del XVII secolo, eroticamente e sentimentalmente così estremo da trasformarsi in una tremenda tragedia nera.

Quando parliamo di conservatori non intendiamo reazionari, bigotti, moralisti o contrari ai matrimoni gay, o scandalizzati più che dall'incesto dall' adulterio (che sarà poi il motivo della condanna della coppia di innamorati, perché solo il secondo colpisce al cuore la sacra proprietà dell'uomo sulla donna). Intendo i conservatori al cinema. Quelli turbati perché in questa storia d'amore i due protagonisti, sorella attiva e fratello un po' meno attivo, quasi non si parlano. E la sceneggiatura è scritta proprio da una coppia di innamorati, Valérie Donzelli e il protagonista, Jérémie Elkaim (e riscritta dalla montatrice Pauline Gaillard non senza momenti di scratch e bruschi salti della scocca). O perché si passa dal technicolor popolare a schermo immenso ("ruffiano" come giustamente ha notato Daria Pomponio su Quinlan) alle tonalità intime e dark, dalle sciabolate rock che irridono la recezione realista (la musica è di Yuksek), all'esperienza sensoriale dell'epidermide da far quasi sfiorare. Insomma il film ci imbarazza perché sembra che si sfogli un libro per bambini con immagini poco adatte ai bambini e che quelle immagini si animano anche troppo. L'amore impossibile è il nucleo del melodramma, ma l'amor fou, come malattia, come fatalità, come arma di distruzione di massa, come messa in discussione inattuale, fuori sincrono, dei pilastri basilari dell'ordine sociale, è una vera tragedia.

Quando si racconta a dei bambini un fatto di cronaca così crudo bisogna per tenere alta l'attenzione falsificare qualcosa, deformare un po', rendere il tutto più appassionante. E questa storia è raccontata sia da Esther Garrel che da Valérie Donzelli tenendo ben in mente una frase di Jean Cocteau: "la storia è il vero deformato, la fiaba è il falso incarnato". Il tentativo riuscito di Donzelli è incarnare la leggenda. Trattare le immagini come se fossero tattili, in odorama, in 3d senza occhialetti, come se fossero di fantascienza. In fondo il passato si conosce poco, quasi esattamente come il futuro...Potremmo dire che sì, siamo immersi nel cinema di papà. Solo che i papà sono questa volta Eustache e Truffaut, Rohmer e Rivette. 

1603. Marguerite e Julien de Ravalet, sorella e fratello di una ricca famiglia aristocratica, si amano teneramente fin da piccoli. Non possono fare a meno l'una dell'altro, non possono stare lontani, come narciso dal suo specchio d'acqua. Ci provano, ma l'amore che li unisce, e che si fa crescente passione divorante, è più forte di loro. Julen viene mandato a studiare all'estero,  Londra, Roma... ma quando torna, sebbene cerchi di resistere, cede. Sotto pressione dello zio abate, piuttosto turbato dallo scandaloso comportamento, il padre obbligherà con la forza la figlia a sposare Lefevre (Raoul Fernandez), un agiato borghese violento che vive con la madre (Geraldine Chaplin), ma lei non gli si concederà mai. Marguerite decide così di fuggire a cavallo con Julien, aiutati dal fratello e dalla governante, inseguiti  da una polizia, fanatica come mujeddin a caccia di atei. Saranno processati, condannati e decapitati. A Marguerite, morta di dolore sul cadavere di Julien, verrà tagliata la testa da un corpo ormai inerte. Su Wikipedia i particolari della triste storia di questi "Romeo e Giulietta" vittime della propria classe, del proprio ceto, della propria comunità, del proprio stesso sangue.


Anche se il castello dove l'incandescente odissea ha luogo è proprio quella vero, è a Tourlaville, il film non vuole puntare alla ricostruzione storica filologicamente fedele, non è in costume, o meglio i vestiti di Elizabeth Méhu e le scene di Manu de Chauvigny, non indicano Seicento, ma spaziano tra l'ottocento romantico e il sinistro novecento delle divise militari. Senza dimenticare gli elicotteri che volteggiano  anacronistici, a suggerirci altre prepotenze e soprusi di oggi e le retoriche psicotiche del comunitarismo, dell'appartenenza, delle "nostre radici".

Una fiaba deve essere crudele. Avete presente Biancaneve? Serve per "uccidere", per superare metaforicamente i genitori. Per crescere. E questa fiaba, non pensata per i bambini, serve per far crescere adulti che ancora hanno bisogno di "uccidere" alcuni principi inscalfibili che li paralizzano, liberando i loro set mentali ed emozionali. Perché crescano. Nel mondo ci sono paesi nei quali l'amore omosessuale è proibito e sanzionato perfino con la pena di morte. Nel mondo ci sono nazioni che condannano a morte le adultere, come Marguerite. Ecco perché una cineasta donna, che finora ha raccontato la sua vita in opere anche ispirate a testi teatrali, come La reine des Pommes, La guerre est déclarée, Main dans la Main e Que d'amour, estremizzi ancora di più il Marivaux di Le Jeu de l'amour e de l'hazard (adattato in Que l'amour): toglie i dialoghi per rendere ancor più "colpo di fulmine" inspiegabile con la ragione quell'illuministico esperimento di Arlecchino e Lisette. Perché non si sceglie per amore, ma si è scelti dall'amore che travolge come per fatalità. Se c'è forse un film che dovrebbe essere visto in preparazione di questo è certamente Foudre di Manuela Morgaine e in particlare la quarta parte, tratta dallo stesso lavoro di Marivaux. Marguerite & Julien potrebbe essere infine un'appendice al film sui mostri barocchi di Matteo Garrone, un grand finale, il quarto "racconto dei racconti" d'epoca Basile, se non fosse che qui la donna non accetta affatto il suo ruolo di madre a tutti i costi o di sposa a tutti i costi, non brama la bellezza eterna come Fedora, non aspira a sposare il proprio assassino e non lascia morire tranquillamente i saltimbanchi che le hanno salvato la vita. Ma sbriciola tre tabù sacri e inviolabili. L'incesto, l'adulterio e la subalternità della donna. Roba da essere messa al rogo. Decapitata, per furia, anche se già morta.


Il film, che in un primo momento era pensato come un musical, è tratto da una sceneggiatura scritta nel 1973 (l'anno di nascita di Valérie Donzelli) da Jean Gruault che Francois Truffaut non riuscì mai a realizzare (a differenza delle altre collaborazioni con Gruault, Jules et Jim, Il ragazzo selvaggio, Adele H. e La camera verde)  anche perché era appena uscito Soffio al cuore di Louis Malle, argomento l'adulterio, anche se tra mamma e figlio e non tra fratello e sorella.

mercoledì 27 maggio 2015

La mia droga si chiama Julien. L'amore come malattia tragica. Il film di Valerie Donzelli, da un progetto di Truffaut



Roberto Silvestri

Aspettando Cannes a Roma 

Dal 10 al 15 giugno 2015 arriverà sugli schermi della capitale una selezione di film presentati al 68° Festival di Cannes, grazie alla XIX edizione di Le Vie del Cinema da Cannes a Roma.
La rassegna verrà proposta dai cinema Alcazar, Intrastevere, Giulio Cesare e Quattro fontane e proporrà oltre 20 titoli, in lingua originale e sottotitoli italiani, tra quelli proiettati sulla croisette nella selezione ufficiale e nella Quinzaine des Réalisateurs.
Per conoscere tutti i titoli bisognerà attendere ancora qualche settimana.
L'iniziativa è organizzata dall'Anec Lazio in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma Capitale, e può contare sulla partnership con la Fondazione Cinema per Roma.
Il prezzo del biglietto sarà di 7 euro intero e 6 ridotto, ed è prevista  una Fidelity card che regala 1 ingresso ogni 5. Non si conosce ancora la lista dei titoli scelti. Pare certa però l'assenza di Le mille e una notte di Miguel Gomes per la durata eccessiva del film (6 ore da sottotitolare...). Chissà se tra i film che vedremo ci sarà uno dei "fiaschi" immeritati della Croisette, l'unico film francese davvero interessante in concorso, Marguerite & Julien di Valérie Donzelli....Il più bello del pokerissimo transalpino. Non è d'accordo con noi Daria Pomponio di Quinlan che lo definisce “cinéma de la brioche, intellettual-pop e a-problematico, che trasfigura una storia scomoda e drammatica in una fiaba educativa per ragazze". Eppure circondati da troppi filmastri reazionari
qualche incursione nel cinema radical-chic (Gus Van Sant, Todd Haynes, Miguel Gomes, Valérie Donzelli) ci voleva......

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Marguerite & Julien da piccoli leggono una fiaba mentre interpretano una fiaba acida
Per far star buoni i ragazzini di un orfanotrofio non basta disporre di un proiettore e fargli rappresentare in playback un vecchio film degli anni 60, parlandoci sopra come al cine-karaoke. Il bimbo e la bimba, con la voce degli amanti adulti, sconcertano. Sconcertava anche Humbert Humbert in Lolita, che, da grande, disseppelliva, da dentro di sé, pulsioni infantili erotiche ormai colpevoli.

Esther Garrel, la sorella di Louis, nel ruolo di una istitutrice di oggi, decide allora di sorprenderli, spaventarli, affascinarli, rapirli. A me gli occhi please, come quando si va in estasi mentre volteggiano i trapezisti al circo o i Kiss ti aggrediscono con furia heavy metal o ci raccontano le fiabe più inquietanti e proibite, prima di dormire.
Con le marionette, con i burattini, con le ombre cinesi e in questo caso con le ombre elettriche del cinema analogico (metà film è girato in 35mm) e con le immagini digitali (usate negli esterni in alta definizione).
Esther diventa l'occhio speculare della regista Valérie Donzelli, nascosta dietro la cinepresa. E racconta addirittura la fiaba di un amore incestuoso finito tragicamente. Vi immaginate la faccia delle associazioni per la tutela della famiglia?

I giovani favolosi Marguerite & Julien da grandi (Anais Demoustier e Jérémie Elkaim
Si sente che c'è dietro questa messa in scena una intera band creativa in trance: luci, costumi, scene e Charlotte Gastaut, consigliere artistico del film, trasformano un fatto di cronaca in leggenda intemporale, né reale né irreale ... Nel film l'incesto non si esalta e non si colpevolizza. E' il sentimento assoluto a conquistare il primo piano, come se la riproduzione analogica e digitale di una forza interiore indistruttibile lo rendesse puro movimento in eterna metamorfosi.Il corpo può non esserci più, è c'è solo l'ombra, "la mummia" di un corpo sullo schermo, eppure qualche cosa vive lì dentro e gli sopravvive.
Il cinema riprende questo moto invisibile. Ed è un po' il senso spiegato dal verso di Walt Whitman che la cineasta aggiungerà nel finale: "Noi torneremo, siamo corteccia, siamo roccia" siamo fiume, siamo pesci. Una capriola nell'evoluzionismo. Oplà e si torna indietro.
Intanto parte un conturbante e sensuale romance, non proprio abituale - da qui la reazione contrariata, a Cannes, del pubblico più conservatore - tratta da un cruento accadimento normanno dei primi anni del XVII secolo, eroticamente e sentimentalmente così estremo da trasformarsi in una tremenda tragedia nera.
Quando parliamo di conservatori non intendiamo reazionari, bigotti, moralisti o contrari ai matrimoni gay, o scandalizzati più che dall'incesto dall' adulterio (che sarà poi il motivo della condanna della coppia di innamorati, perché solo il secondo colpisce al cuore la sacra proprietà dell'uomo sulla donna). Intendo i conservatori al cinema. Quelli turbati perché in questa storia d'amore i due protagonisti, sorella attiva e fratello un po' meno attivo, quasi non si parlano. E la sceneggiatura è scritta proprio da una coppia di innamorati, Valérie Donzelli e il protagnoista, Jérémie Elkaim (e riscritta dalla montatrice Pauline Gaillard non senza momenti di scratch e bruschi salti della scocca). O perché si passa dal technicolor popolare a schermo immenso ("ruffiano" come giustamente ha notato Daria Pomponio su Quinlan) alle tonalità intime e dark, dalle sciabolate rock che irridono la recezione realista (la musica è di Yuksek), all'esperienza sensoriale dell'epidermide da far quasi sfiorare. Insomma il film ci imbarazza perché sembra che si sfogli un libro per bambini con immagini poco adatte ai bambini e che quelle immagini si animano anche troppo.

L'amore ipnotico
L'amore impossibile è il nucleo del melodramma, ma l'amor fou, come malattia, come fatalità, come arma di distruzione di massa, come messa in discussione inattuale, fuori sincrono, dei pilastri basilari dell'ordine sociale, è una vera tragedia.
Quando si racconta a dei bambini un fatto di cronaca così crudo bisogna per tenere alta l'attenzione falsificare qualcosa, deformare un po', rendere il tutto più appassionante. E questa storia è raccontata sia da Esther Garrel che da Valérie Donzelli tenendo ben in mente una frase di Jean Cocteau: "la storia è il vero deformato, la fiaba è il falso incarnato". Il tentativo riuscito di Donzelli è incarnare la leggenda. Trattare le immagini come se fossero tattili, in odorama, in 3d senza occhialetti, come se fossero di fantascienza. In fondo il passato si conosce poco, quasi esattamente come il futuro...Potremmo dire che sì, siamo immersi nel cinema di papà. Solo che i papà sono questa volta Eustache e Truffaut, Rohmer e Rivette.

Anais Demoustier. "Recitare? Che brutta parola" (Daniela Gara)
1603. Marguerite e Julien de Ravalet, sorella e fratello di una ricca famiglia aristocratica, si amano teneramente fin da piccoli. Non possono fare a meno l'una dell'altro, non possono stare lontani, come narciso dal suo specchio d'acqua. Ci provano, ma l'amore che li unisce, e che si fa crescente passione divorante, è più forte di loro. Julen viene mandato a studiare all'estero,  Londra, Roma.. ma quando torna, sebbene cerchi di resistere, cede. Sotto pressione dello zio abate, piuttosto turbato dallo scandaloso comportamento, il padre obbligherà con la forza la figlia a sposare Lefevre (Raoul Fernandez), un agiato borghese violento che vive con la madre (Geraldine Chaplion), a cui lei non si concederà mai. Marguerite decide così di fuggire a cavallo con Julien, aiutati dal fratello e dalla governante, inseguiti  da una polizia, fanatica come mujeddin a caccia di atei. Saranno processati, condannati e decapitati. A Marguerite, morta di dolore sul cadavere di Julien, verrà tagliata la testa da un corpo ormai inerte. Su Wikipedia i particolari della triste storia di questi "Romeo e Giulietta" vittime della propria classe, del proprio ceto, della propria comunità, del proprio stesso sangue. 


"io non guardo se le mie donne hanno tradito, hanno mentito, hanno peccato, se nacquero perverse; purché io sento che esse hanno pianto, hanno sofferto o per mentire o per tradire o per amare...e io mi metto con loro" (Daniela Gara)
Anche se il castello dove l'incandescente odissea ha luogo è proprio quella vero, è a Tourlaville, il film non vuole puntare alla ricostruzione storica filologicamente fedele, non è in costume, o meglio i vestiti di Elizabeth Méhu e le scene di Manu de Chauvigny, non indicano Seicento, ma spaziano tra l'ottocento romantico e il sinistro novecento delle divise militari. Senza dimenticare gli elicotteri che volteggiano  anacronistici, a suggerirci altre prepotenze e soprusi di oggi e le retoriche psicotiche del comunitarismo, dell'appartenenza, delle "nostre radici".

Una fiaba deve essere crudele. Avete presente Biancaneve? Serve per "uccidere", per superare metaforicamente i genitori. Per crescere. E questa fiaba, non pensata per i bambini, serve per far crescere adulti che ancora hanno bisogno di "uccidere" alcuni principi inscalfibili che li paralizzano, liberando i loro set mentali ed emozionali. Perché crescano. Nel mondo ci sono paesi nei quali l'amore omosessuale è proibito e sanzionato perfino con la pena di morte. Nel mondo ci sono nazioni che condannano a morte le adultere, come Marguerite. Ecco perché una cineasta donna, che finora ha raccontato la sua vita in opere anche ispirate a testi teatrali, come La reine des Pommes, La guerre est déclarée, Main dans la Main e Que d'amour, estremizzi ancora di più il Marivaux di Le Jeu de l'amour e de l'hazard (adattato in Que l'amour): toglie i dialoghi per rendere ancor più "colpo di fulmine" inspiegabile con la ragione quell'illuministico esperimento di Arlecchino e Lisette. Perché non si sceglie per amore, ma si è scelti dall'amore che travolge come per fatalità.Se c'è forse un film che dovrebbe essere visto in preparazione di questo è certamente Foudre di Manuela Morgaine e in particlare la quarta parte, tratta dallo stesso lavoro di Marivaux.

L'ipnotizzato. Julien (Jérémie Elkaim)
Marguerite & Julien potrebbe essere infine un'appendice al film sui mostri barocchi di Matteo Garrone, un grand finale, il quarto "racconto dei racconti" d'epoca Basile, se non fosse che qui la donna non accetta affatto il suo ruolo di madre a tutti i costi o di sposa a tutti i costi, non brama la bellezza eterna come Fedora, non aspira a sposare il proprio assassino e non lascia morire tranquillamente i saltimbanchi che le hanno salvato la vita. Ma sbriciola tre tabù sacri e inviolabili. L'incesto, l'adulterio e la subalternità della donna. Roba da essere messa al rogo. Decapitata, per furia, anche se già morta.

Il film, che in un primo momento era pensato come un musical, è tratto da una sceneggiatura scritta nel 1973 (l'anno di nascita di Valérie Donzelli) da Jean Gruault che Francois Truffaut non riuscì mai a realizzare (a differenza delle altre collaborazioni con Gruault, Jules et Jim, Il ragazzo selvaggio, Adele H. e La camera verde)  anche perché era appena uscito Soffio al cuore di Louis Malle, argomento l'adulterio, anche se tra mamma e figlio e non tra fratello e sorella.

lunedì 9 settembre 2013

La famiglia e le sue mille trappole. Garrel e Avranas

Roberto Silvestri

"Non credi ancora in Dio?"
"No, però ho cominciato a vedere gli angeli". 
Il vecchio professore del liceo Montaigne, di Parigi, che il protagonista del film incontra alla fine del film La Gelosia, si riferisce ovviamente ai bambini, ai figli.... 
I figli nascono dopo. Dunque sono più vecchi dei loro genitori, geneticamente. Accumulano più umanità passata. Sono un'approssimazione a venire verso l'eternità. Quasi dio. Chi nasce oggi non inizia forse da '2013'? Chi è mai partito con così tanti anni alle spalle? E la saggezza dei figli registi fa sì che dedichino al padre i loro film migliori, che non vuol dire più affettuosi.
Il manifesto di La Gelosia di Philippe Garrel

Due film non indifferenti, radicali, pieni di errori e ossessionati dal desiderio di farsi affascinare da vecchie immagini e anche da vecchie idee, ma anche affascinanti,  in concorso a Venezia, tornano al vecchio adagio del cinema dei figli più maturi, più saggi, più profondi dei loro genitori (eredi di Ladri di biciclette), in sintonia con la saggezza 'fresca' e 'infantile' dei nonni.

Sono opere concentrate, anzi sprofondate anche morbosamente, sulla famiglia (una a Parigi, una ad Atene) come universo concentrazionario, produttore, a livello industriale, di paranoia, liberatrice o celibe o mortifera. Li vedremo presto in Italia, se non altro nelle rassegne Venezia a Roma, Venezia a Milano, etc.

Sono, da vedere e discutere: La Gelosia di Philippe Garrel, 65 anni, una presenza fissa del Lido, e qui la famiglia è proprio tutto, è sacra, è ramificata, è addirittura tutta la moltitudine artistica dei teatranti. Tant'è che sono ben quattro gli scrittori del copioni, due donne e due uomini (Caroline Deruas, l'attuale compagna di Philippe Garrel, la più anziana Arlette Langmann e Marc Cholodenko) e due attori molto anziani come Robert Bazil e Jean Pommier. Tutti e quattro ci conducono verso un suicidio finale.
Il poster di Miss Violence

E poi  Miss Violencedel greco Alexandros Avranas, e qui la famiglia è mostruosa, una esplicita macchina patriarcale della tortura, della molestia, degli abusi, dello sfruttamento della prostituzione anche minorile, dell'incesto il tutto coperto dal perbenismo e dai riti ipocriti della piccola borghesia. Andiamoceli a cercare in casa, i mostri che sbriciolano le antiche civiltà. Non prendiamocela con gli altri, gli estranei, i diversi gli extracomunitari, i tedeschi... Sono 'gli stessi', gli identici, i consanguinei, non gli alieni, gli sconosciuti, i diversi, i veri  pericoli pubblici numero uno. Stilisticamente? Siamo più verso Haneke o Seidl, insostenibili, implacabili nel loro prussiano avanzare,  innestato, a lampi, che con Bresson. Già l'intreccio è molto poco rigoroso. E molti critici se ne sono scandalizzati. 

Angeliki, a sinistra, è la ragazza che tra poco si suicida in Miss Violence di Alexandros Avrenas
Narrativamente. Tutto inizia durante la festa di compleanno di una ragazzina di 11 anni. Spente le candeline l'adolescente va al balcone e si butta giù. Perché? Cosa succede in quella casa? Agli assistenti sociali la famiglia ripeterà un omertoso: incidente. Puro incidente. Invece... La metafora solamente di una Grecia massacrata, violentata da tutte le parti, brutalizzata dal dittatore della Casa Europa (l'attore Themis Panou che lo interpreta sembra la copia carbone di Martin Schultz, il deputato Spd tedesco che battibeccò con Berlusconi al Parlamento Europeo e per il quale si preannunciò un radioso futuro nel cinema). 

Coppa Volpi a Themis Panou
O c'è altro? La sorella poco più grande commenta. Avrei dovuto farlo anche io. La mamma e la nonna hanno sguardi assenti, occhi che non vedono più. Siate paranoici da giovani, ci consigliava Laing, l'antipsichiatra, solo così resisterete al fascismo della famiglia borghese. Chi non riesce a fare il salto verso la paranoia, farà il salto del balcone.
Louis Garrel e Anna Mouglalis


Il titolo del primo film (prodotto da Said Ben Said che ha lavorato in questi ultimi tempi anche con De Palma, Polanski, Mamet, Cronenberg, Valeria Bruni Tedeschi e Bonitzer), diviso in due capitoli, "Ho osservato gli angeli" e "Scintille in un barile per la polvere da sparo", non si riferisce e non ha niente a che vedere con il 'nouveau roman' di Alain Robbe Grillet, ma proprio con lo stato emotivo, il sentimento di possesso avido dell'altro che sintetizza i nostri rapporti con le persone, anche le più amate, attraverso un aut aut, o un 'bianco' o un 'nero'. Il film, che in un primo momento si doveva chiamare non Gelosia, ma "Discordia", si avvale infatti di una fotografia in bianco e nero e in cinemascope (maneggiato dall'operatore Jean-Paul Meurisse con millimetrica precisione, soprattutto negli interni) molto contrastato, privo di modulazioni in grigio,  stile antico reportage, firmata Willy Kurant (che, con il montatore Yann Dedet faceva parte del cenacolo Pialat). Perché 'antico reportage'? Perché il film è ispirato a fatti artistico-passionali di famiglia accaduti negli anni 50, anni di b&n, a Maurice Garrel. Anche se si svolge ai nostri giorni. Lui lascia lei e si mette con un'altra, più giovane. La figlia conosce la nuova fiamma di papà e la trova molto divertente e affettuosa. La gelosia è della mamma vera. Poi la nuova fiamma, attrice come lui, inizia a gardarsi intorno. Rimorchia estranei al bar, comincia una sotria con un ricco intellettuale. E' stanca di abitare in una casa piccola, con le luci provvisorie. Lascia lui. Lui si spara al cuore. Sbaglia e sopravvive. Solo la sorella gli resterà accanto. E il teatro. 
Pensatelo un po', con quegli attraversamenti filosofici improvvisi che sembrano casuali, quegli incontri con i maestri di vita, quei dialoghi eccentrici o buffi, come un film di Godard girato a inizio carriera, strutturati e liberissimi di accettare improvvisazioni e 'buona la prima'. Certo che quegli ideali basic della donna anni cinquanta e anni duemiladieci sembrano visti attraverso lenti misogine infrangibili....La casa, i soldi, l'uomo da spennare....

Olga Milshtein, Louis Garrel e Anna Mouglalis

Il papà vero del regista Philippe Garrel, l'attore Maurice Garrel, viene così impersonato nel film dal figlio trentenne Louis, anche lui attore e al quarto film con papà. La bambina del film, Olga Milsthein,  non è altro nella finzione che Philippe Garrel da piccolo (e in realtà è la figlia di un amico della troupe, che ha già lavorato con Doillon). Esther Garrel, che interpreta il personaggio di Esther, la sorella di Louis,  è la vera sorella di Louis... Quando si dice parlare di cose che si conoscono molto bene... Garrel lo ha sempre fatto. La 'rottura' estetica del suo gruppo giovanile, Zanzibar (da cui sono usciti anche Jakie Reynal e Pierre Clementi), consisteva nella consapevolezza che non deve esserci soluzione di continuità tra vita (e, allora, rivoluzione) e arte. E ancora. Basso costo. Girare nelle case autentiche, nelle strade e nei bar conosciuti e abitualmente frequentati. Nessuna enfatizzazione del ruolo autoriale... Elaborare pensiero-movimento, sequenze-tempo con gli amici più che con gli attori.
Rebecca Convenat, Clothilde in La Gelosia, con Louis Garrel e Olga Milshtein


E nei suoi film tornano e si sovrappongono, anacronisticamente, e incrociandosi, antichi fantasmi sempre presenti, delicati o terrificanti momenti mai dimenticati. Per esempio. La voce di Anna Mouglalis, roca, maschile, non può non ricordare quella così scollata dal corpo e dal viso di Nico, l'amore indimenticabile e fondamentale di Garrel (Philippe), e un certo suo modo generoso e mai egoistico di vivere in parallello alla vita, in sovrimpressione agli altri.
Il
Il papà, Themis Panou, con le sue due prede preferite, in Miss Violence

Sciarpe, cappelli di lana, a proteggersi dal freddo e dall'oscurità, capelli scapigliati, lampade e lampadari per lo più senza lampadine, a indicare la grande difficoltà di trasformare la notte in luce (cos'altro è il cinema?) o che c'è qualcosa che non va nei rapporti interpersonali, o il buio nella mente e nel cuore, perché a un certo punto (scena pornografica per qualunque adepto della religione Dogma, per altri di comicità assoluta) spunta una pistola, parte un colpo, un tentato suicidio per amore. Gelosia introversa che si dispiega dentro se stessi e non altrove.