sabato 15 giugno 2013

Pensare qualcosa di meraviglioso. Disney sul grande schermo

di Mariuccia Ciotta

Nell'altro secolo, ogni sette anni Biancaneve e i classici Disney tornavano sul grande schermo in una staffetta generazionale che inanellava la memoria. Tutti bambini del 1937 di fronte alla creatura dei fratelli Grimm che attraversava la foresta di artigli in fuga dal Castello di Grimilde. Ed era sempre la “prima volta”.

Sette anni per rivedere gli “evergreen”, però, sono troppi per i fans di un'altra età e finalmente le videocassette e i dvd hanno interrotto l'attesa. Ma è nel buio della sala che le immagini danzanti di Walt dicono cos'è il cinema visto da mille occhi nello spazio espanso dello schermo, magnifica perciò l'iniziativa di riproporre i titoli dei cartoon disneyani nelle sale cinematografiche, come è accaduto già l'anno scorso con Cenerentola, La carica dei 101 e La Bella e la Bestia.

Il “pacchetto” di giugno 2013 contiene, però, ancora una volta titoli attribuiti al papà di Mickey Mouse senza distinzioni tra il “prima” e il “dopo” in una totale confusione sull'opera di Walt che non è una major ma un innovatore di linguaggi. In programma: Gli aristogatti (1970), Il Libro della giungla (1967), Monsters & Co (2001, in sala fino al 26 giugno) e Peter Pan (1953, 29-30 giugno).

E' vero, come si è detto, che Gli aristogatti (1970) è il primo film “non prodotto” da Walt, scomparso il 15 dicembre 1966, ma i lungometraggi usciti nel dopoguerra segnano tutti una distanza dai “classici” che si concludono nel 1942 con Bambi. Dopo, Walt si dedicherà alle sue nuove ossessioni, l'immagine ibrida, i film con attori, i documentari sulla natura e, prima di tutto, Disneyland, ideata dalla Wed (Walt Elias Disney, 1952), organizzazione separata dallo Studio di Burbank, “rifugio” per lo sperimentatore indipendente. “Il parco significa molto per me – disse - E' qualcosa che non sarà mai finito... E' vivo... Biancaneve non esiste più”. 
Walt non era interessato alla copia di Snow White, ma lo Studio sì, e infatti Cenerentola (1950) riempì di nuovo le casse esangui della major, caduta in crisi durante il secondo conflitto mondiale.
 

Il “Disney touch” si sente ancora fino a Lilli e il Vagabondo ('55) passando per Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie ('51), Peter Pan ('53) e poi sfuma nella Bella addormentata nel bosco ('59) che segna lo spartiacque con l'era Wolfgang Reitherman, regista di una lunga serie di surrogati disneyani: La carica dei 101 ('61), La spada nella roccia ('63), Il libro della giungla ('67), Gli aristogatti ('70), Robin Hood ('73), Le avventure di Bianca e Bernie ('77), Red e Toby ('81). Per ritrovare un po' di “polvere di fata” si dovrà attendere la giovane parata di animatori alle prese con La sirenetta ('89).

Dunque, Gli aristogatti, che ha aperto la programmazione di giugno (1-2) dove “non si avverte l'assenza di Disney” secondo alcuni critici, è la prova di come il cartoon perda vita senza Walt e si riduca a un pasticcio di gag con personaggi rozzi e melensi, i gatti fotocopiati dai 101 dalmati, strimpellatori di pop-jazz, caricature di quegli esseri “disumani” venuti alla luce nelle Silly Symphonies degli anni Trenta. Non c'è più nulla di disneyano, anzi tutto quel che si attribuisce a “zio Walt”, il marchio del “sequestratore di immaginario” detestato da chi ha letto e approvato Ariel Dorfman e Armand Mattelart (Come leggere Paperino. Ideologia e politica nel mondo Disney, '71).


Il rooseveltiano Walt non avrebbe amato “Romeo er mejo der Colosseo” (e nemmeno l'irlandese Thomas O'Malley dell'originale), il gatto macho ricalcato male sul Vagabondo mentre gli sarebbero piaciuti gli squinternati alieni di Monsters & Co, mostri digitali lontanissimi dalle rotondità del Topo eppure dotati di spirito rivoluzionario e di eccentricità umoristica che affiancano il popolo selvaggio di Il libro della giungla.
Tratto dal romanzo di Kipling, il film è ancora sotto l'influenza di Walt tornato per un breve periodo a occuparsi di cartoon. Si è appena goduto il trionfo di Mary Poppins ('64), prototipo a tecnica mista, live più animazione, e Disneyland ha già compiuto dieci anni. 
 
Walt morirà durante la lavorazione, e si vede. Mowgli decolla nella matita di Milt Kahl e Frank Johnson, due dei nine old men, e poi perde quota in un frastornante teatrino scimmiesco. Anche qui il lato dark e la vocazione all'impossibile disneyani non trovano l'Isola che non c'è.
L'indirizzo però ce lo dà “il ragazzo che vola” nell'ultimo titolo, imperdibile, dell'omaggio al grande creatore di mondi. “Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” dice Peter a Wendy sospesa sulla torre di Londra. Il monello di James M. Barrie non è che Walt. “Nessun attore si era identificato più di me... io volavo davvero” racconta a proposito dello spettacolo teatrale dove, bambino, interpretava un Peter Pan proiettato in mezzo alla folla da un marchingegno ideato dal fratello Roy.

Era un bel ragazzo, vestito di scheletri di foglie e della resina che stilla dagli alberi” scrive Barrie. “E ha 12 anni per sempre perché rifiuta di lasciare quella bella entusiasmante età, ma la cosa più importante è che sa dov'è Neverland e sa come arrivarci” aggiunge Walt.
Il film è forse l'atto finale della sua ricerca di un luogo utopico, il cinema, dove tutto è possibile, e dove “morire sarà un'avventura grandissima”, come si sussurra Peter mentre Capitan Uncino sta per infilzarlo con la spada.
Se nessuno ci crederà più, avverrà l'eclissi, ma il fascio di luce riprenderà a squarciare il buio quando qualcuno “penserà qualcosa di meraviglioso”.

Libero scambio Usa-Ue. La Francia impone la 'linea rossa' culturale

Roberto Silvestri

Il ministro del commercio francese Nicole Bricq
Certo che lo scippo ai greci della tv pubblica deve avere facilitato le cose. E non sappiamo, adesso, che tipo di ritorsione attuerà Washington (forse sul commercio navale, gli ogm, gli ormoni senza limiti negli alimenti?). Ma l'Europa, tutti i 27 paesi, dopo 13 ore di accese discussione, ha deciso ieri all'unanimità, nel summit di Lussemburgo,  di escludere per il momento il settore audiovisivo dal nuovo trattato di libero scambio con gli Usa - fortemente voluto da Obama e in agenda in Irlanda del nord la settimana prossima per rilanciare lo sviluppo economico bilaterale -  vincendo la resistenza degli stati meno inebriati dalla tutela delle 'differenze culturali', la liberista Gran Bretagna soprattutto. In realtà il compromesso finale parla solo di uno spostamento in avanti delle discussioni sull'audiovisivo, ha spiegato il commissario europeo al commercio Karel De Gucht. Ma anche in quel caso il no drastico della Francia equivarrà a un veto insindacabile.

Ha vinto, dunque, la socialista Parigi, che dietro la parola d'ordine, il principio e la pratica dell'eccezione culturale - che vuol dire prezzi dei libri controllati, investimenti pubblici e comunitari a sostegno dell'europroduzione, quote obbligatorie di musica nei broadcast, di film europei nei cinema e nelle televisioni, tassazione dei film (anche statunitensi) distribuiti in Europa per resistere all'Impero hollywoodiano, aiuto a tutti i cineasti liberi del mondo per non cadere nella tentazione del pensiero cinematografico unico, attento monitoraggio delle nuove strategie Internet - ha tutelato finora la propria industria con intelligenza e pluralismo, creato e affiancato un bel vivaio di talenti, senza troppo spreco del denaro pubblico, ha inventato un marchingegno di filiera efficace e si è comunque ritagliato un posto al sole nel mercato audiovisivo planetario, portandosi a rimorchio tutti i comparti Ue, anche quelli (come l'Italia) meno inventivi e trasparenti e molto meno  'rooseveltiani' (da noi, per esempio, tassare gli incassi dei blockbustar Usa nei cinema, o della pubblicità in tv, sarebbe politicamente impensabile, e non solo per la presenza eterna di Andreotti e dei suoi cloni nei ministeri preposti).

Già. Non dimentichiamo che l'ingresso pesante dello stato nella difesa, tutela e sviluppo della cultura (non nazionale, non di propaganda) è, storicamente, intuizione americana, merito del New Deal. Ecco perché Orson Welles, frutto di quella politica così aperta e sperimentale, a Roosevelt morto, vagava per il mondo, libero ma abbandonato, come fosse Jean Luc Godard o Jean Marie Straub ... E non dimetichiamo che l'Europa rischia sempre, per autoritari vezzi secolari, con la scusa di obbligare alle differenze culturale (ci sono differenze abominevoli), di controllare troppo dal'alto,  'governativamente', 'statalisticamente', ' burocraticamente' cose che non conosce, come l'arte, e censura i contenuti e le forme di ciò che finanzia, impone ciò che è lecito far vedere e di ciò che è proibito.  Appunto The artist sì, Godard, Straub, Kaurismaki no.

Quanto più prestigiosi, autonomi e sganciati dai partiti dal governo e dal parlamento sono gli istituti culturali e artistici pubblici - la Rai, per esempio ha con non poca fatica realizzato e poi nascosto su Genova e il G8 materiali non embedded -  tanto meglio, infatti, funzionerebbe l'affare audiovisivo, che deve rendere conto più alla società civile che ai ministri.  Mentre infatti gli Usa tuttora organizzano un forte sostegno pubblico nella fase di pre o post produzione (scuola, ricerca, laboratori sperimentali, università, musei, gallerie), lasciando poi ai monopoli di mercato il compito di elaborare il prototipo, distribuirlo e massimizzare i profitti, anche con metodi commercialmente non sempre così liberali,  l'Europa ha una pratica più feudalmente collegata al finanziamento diretto dei film (riempire di immagini controllate dei budget, secondo principi di lottizzazione), infischiandosene del mercato, e dunque della ricerca, dello sperimentalismo e di ciò che contribuirà ai prototipi futuri.  In Italia, poi, la degenerazione di questo modello, è grottesca. La sua fotografia è nei David di Donatello. Gli amici di Gian Luigi Rondi assegnano una serie di premi. Tra gli amici generali e magari prelati. E il presidente della repubblica, da sempre, benendice. Cosa?

Ma ieri ha vinto, più di Tornatore,  Nicole Bricq, il ministro del commercio estero del governo Hollande, che ha convinto tutti, dopo un lunghissimo e circonstanziato discorso, a resistere a Hollywood, dichiarandosi poi soddisfatta del compromesso raggiunto. Entusiasta anche  il ministro della cultura francese, Aurélie Filipetti, che non ha mancato di sottolineare su Twitter l'impegno degli artisti e dei lavoratori del cinema (da Wenders a Costa Gavras, da Almodovar a Spielberg, da Loach a Tavernier) in questa battaglia di civiltà cruciale.
Aurélie Filippetti, ministro della cultura

Vincolato dunque il mandato affidato alla commissione Ue per negoziare il più gigantesco accordo commerciale del mondo. Gli Usa vorrebbero rompere legami e lacciuoli. Distruggere la politica delle quote di programmi in tv, e ogni politica di sovvenzione e regolamenti discriminatori secondo la nazionalità delle società o dei capitali.  E adesso poi la Francia vuole aggiungere nuove regole specifiche per contrastare  i nuovi servizi audiovisivi e on line (video a pagamento, Netflix, etc) tassando smartphone e colossi come Google, Amazon e You Tube che potrebbero mandare a carte 48 l'ingegnosa architettura produttiva-distributiva dell'Hexagone. 

La posizione francese sulla carta è sostenuta anche da 13 fedeli ministri della cultura. Ma Madame Bricq è preoccupata per il fatto che alcuni paesi (Polonia, Italia, Belgio, Romania, Austria) non sono pronti a dimostrare la sua stessa determinazione della Germania e della Spagna in sede di World Trade Organisation. Potrebbero cedere e tentare accordi specifici di settore separati. L'irritazione degli Usa sembra palpabile. Ma forseè  pretattica. Escludere una gran parte della torta, dal libero scambio, prima ancora che le discussioni inizino, è sembrato gesto poco amichevole e senza tatto. In fondo sono in ballo, secondo gli economisti, affari per 119 miliardi di euro all'anno per il vecchio continente e 95 miliardi per gli Stati Uniti. Eppure, nonostante l'anno sia stato particolarmente favorevole al prodotto made in Europa, a causa del successo di alcune commedie locali non trascendali né esportabili tra extracomunitari, gli incassi dei film americani in Europa hanno toccato la quota di 62,8 % del totale nei 27 stati membri dell'Unione. Non è male. Se pensiamo a quanti brutti film made in Usa riescono a passare le maglie delle quote, forse se gli Usa stessi decidessero di diminuire la quantità di film esportati i profitti arriverebbero facilmente al 70, 80%. Anche senza fiatare in Ulster. A meno che un'altra talpa alla Edward Snowden, speriamo più sorprendente nelle rivelazioni di questo virgulto della Cia, ci racconterà qualcosa di più scandaloso sull'ingresso (drogato? obbligato? mafioso?) dei prodotti Usa nelle catene televisive e cinematografiche europee.

Intanto la Francia, dopo il recente rapporto Lescure, ha aperto la guerra 'digitale' per tutelare gli autori dei libri e dei film e i compositori musicali. I produttori di ihones e smartphone, si dice, pagheranno una tassa dell'1%, e anche sui tablet venduti. E così i colossi di internet. Dai 200 ai 260 milioni di dollari prelevati dalle tasse che andrebbero a autori, compositori, attori, musicisti e scrittori francesi. Con Google c'è stato un accordo, nel febbraio scorso, di cui dovrebbero già beneficiare i giornali quotidiani e le riviste (60 milioni di dollari di aiuti) mentre è nato con Yahoo un contenzioso a proposito della scalata a Dailymotion, un concorrente francese di You Tube, 'incomprabile'.








Luigi Lo Cascio, "La città ideale" come esperimento Fuori Norma

di Roberto Silvestri

Le 'città ideali' di Calvino erano planimetrie dell'assurdo, urbanistiche basate su modelli astratti, perfettamente  razionali e portate ai loro estremi, postumani, inquietanti sviluppi logici. Come il megacubo da 10 milioni di abitanti che avrebbe sostituito egregiamente una New York City dei grattacieli profeticamente rasa al suolo. Bellezze perverse. Come Siena, la perfezione rinascimentale nell'epoca del Monte dei Paschi, con il correntista alienato al centro del mondo e una Prospettiva diventata ormai piuttosto sbilenca e pendente. Ma qui siamo già a un passo dalla città immateriale come la finanza, invisibile.

Un filone neo(anti)realista, fiabesco ma materico (Michelangelo Frammartino, Alice Rorhwacher, "Salvo"...ma anche Ciprì e Maresco), disilluso e dark, ma pronto ad aggredire di nuovo le cose vere della vita, si aggira oggi in ogni comparto del giovane cinema italiano 'invisibile' ma fecondo, quello che vedremo dispiegarsi anche nella prossima Mostra del cinema di Pesaro, sezione "Fuori Norma" (a cura di Adriano Aprà). E' un cinema situazionista, accomunato dal fatto di trovare volgare qualunque forma di successo mondano. Interessante questo impeto, tra Sciascia e Welles, di ritorno. Una vera mutazione antropologica, no? 

E, nella cinquina dei David di Donatello, come migliore opera prima, ma non ha vinto contro L'intervallo Leonardo Di Costanzo, anche quello un girotondo attorno alla mafia, abbiamo trovato anche l'ottimo, l'ombroso, maniacale, fantastico, ossessivo, spartano (linguisticamente) esordio registico dell'attore palerminato Luigi Lo Cascio, dal più calviniano dei titoli, La città ideale, in prima mondiale alla Mostra di Venezia 2012, sezione Settimana della critica, ma ancora in giro nelle sale (a Roma al Filmstudio).

E la città ideale è proprio Siena. Lo Cascio (I cento passi, Luce dei miei occhi, La meglio gioventù, e poi una serie di regie teatrali) sviluppa in questo thriller morale di provincia, scivolando nella vertigine kafkiana e aggrappandosi  allo stile hitchcockiano (nulla di ciò che si vede deve essere inutile, orpelloso. Chi non è abituato se non al cinema radiofonico troverà infatti  il film troppo intellettualistico perché qui le parole non sono d'ordine ma di disordine), aiutato da colleghi di strepitosa bravura (Aida e Luigi Maria Burruano su tutti, e poi Herlizka e Catrinel Marlon), il tema dell'uomo sudista dalle mille piccolissime manie, sradicato al nord, il cittadino onesto e alien che cerca di sopravvivere tutto da solo all'ambiente ma è vittima dei suoi stessi strambi sistemi di difesa e di sicurezza. E pagherà un prezzo esoso per tutti i suoi meriti. Proprio come chi, ossessionato dalle cose che possiede, non riuscisse a evitare di essere posseduto da loro.

Le persone impaurite da ogni emozione matura, si creano rassicuranti e preventive psicosi, corazze emozionali, per sopportare, o evitare, o mimare i conflitti. Sindromi devastanti, se moltiplicate per una folla. E qui il film ci dà anche di sbieco, indirettamente, non come in un film di Francesco Rosi, una lezioncina politica aggiornata sull'Italia del disincanto grillino urlato, virale e contagioso. La brava persona onesta e indignata che viene trasformata in 'indegna' e perseguitata, anche se ecologicamente è più che perfetta, anzi a volte di integralismo fastidioso, è questa volta un architetto ("le regole sono regole") solitario, e dalle mille manie ambientaliste e salutiste, Michele Grassonia.

Fuggito a Siena perché Palermo è troppo mafiosamente bella, e suo padre ne fu vittima, cade, nonostante la protezione della mamma, e forse a causa di una autonomia energetica assoluta (chi tocca l'Enel muore), nelle fauci della macchina del fango: poliziotto, magistrato, colleghi e opinione pubblica, coinvolto in un omicidio colposo, in una notte buia e tempestosa, dopo una serie di incidenti confusi e misteriosi che i suoi ricordi non trasformano in testimonianza chiara e limpida. "Qui non ci vuole un avvocato, ci vuole uno psichiatra, uno psicanalista". Una strada nella notte, un cavallo, un uomo sul selciato, un'automobile, una brutta botta nella carrozzeria. Michele, da testimone diventa imputato. La satira si spegne, l'umorismo (che nel copione fino ad allora era copioso) entra in tilt.

Michele perde tutto, onore, casa, inquilina, amore, lavoro, freseggio. Siena, i cavalli fantasmatici del Palio, lo spettro di un cadavere, un palafreniere misterioso (Herlizka) e negligente, le auto elettriche, che sono ecologiche ma pericolosissime perché silenziosissime come Rolls Royce, un'artista ossessionata dalla «cattura» come forma stilistica unica (Catrinel Marlon), qualche battuta di classe del trio di sceneggiatori Gaudioso, Rayner e Borgi, accompagnano l'incubo di Michele. Le musiche da cartone animato grottesco di Andrea Rocca ci riportano in pieno clima Elio Petri, organo Hammond compreso.

L'uomo rinascimentale metteva in prospettiva cristallina parole e eventi. Ma nel mondo del montaggio scratch (Desideria Rayner), disinteressato alla verità e agli artisti, ma solo alla vittoria e allo stupore, chi salverà l'anima bella Michele se non in trovare rifugio in questo film?

giovedì 13 giugno 2013

Il Kaspar Hauser di Davide Manuli

Roberto Silvestri 

Nessuno mette in discussione, se il contatto è avvenuto – e non è facile, perché film di godimento "francescano" e materico come Girotondo e Beket sono stati nascosti agli sguardi indiscreti dal nostro submercato e dalle nostre istituzioni culturali pubbliche – la prepotenza visuale, la "superbia" espressiva, lo charme magnetico, e lo stile saturo fino a esplodere dei film in bianco, nero & grigio di Davide Manuli. 
Davide Manuli


Film che toccano anche se non si vedono. Che urlano, magari a sonoro abbassato. Qui, dalla Febbre del sabato sera alla monossessione dj siamo dentro l'ultimo capitolo della storia 'cinema e rock'. Di era electro-house. Ripetizione ritmica senza differenza. Antitesi senza sintetizzatore. Se metti poi in gioco l'archetipo dell'immagine determinata e fissa, come fa Manuli: cielo-terra, star dritti-star stesi, luce-notte, grida-silence, articolato-disarticolato, natura-civiltà e li ribalti, il gioco si fa duro.

Espressionista (l'immagine ha più tempi simultanei). Barocco (l'immagine vacilla sotto la spinta di più forze antitetiche che si scontrano). Dada (altro che tipi, i corpi diventano merci prezzate a codice barra, o almeno lo immagini).  Mi raccomando. Siate paranoici se volete essere liberi. Al limite siate nella noia. Ma. Non fatevi mettere in forma da nessuno. A costo di essere uccisi. Di perdere cioé tutto quello che si è dentro. Lo diceva l'antipsichiatra inglese Laing mettendoci in guardia dalla famiglia. Qui non si dice. Si è. Liberi. Dalla prima lieve carrellata all'ultima sequenza.  

Ne La leggenda di Kaspar Hauser siamo in Alta Gallura. Immagini sonore e visive che si scontrano, incontrano, sovrappongono a vicenda, e che contengono (altro che equilibrio da ragioniere tra forma e contenuto) disequilibri vitali e fecondi,inciampi, attrazioni e repulsioni alchemiche, forza di volare. Leggerezza.  Ufo. Telecinesi grottesca. Troppo lo spettacolo. L'azione. La 'noia' tradizionale è altrove. E' il vuoto ipersaturo di cui scrive Giuseppe Fidotta. Siamo affogati nelle luci da cinema metaforico, poetico-politico di Tarek Ben Abdallah che, come si sa, maneggia insieme ben tre forme.

Succedeva già in alcuni film di Fellini. In alcuni romanzi siciliani di Vittorini riletti da Calvino (i classici vanno succhiati bene, non citati): 1. la forma mitica, il viaggio. Un corpo misterioso che viene dal mare, come un esule, come un immigrato, come un clandestino. E così lo trattano. Apre fessure, introduce spifferi. 2. La forma stilistica. Il dialogo. Con lo sceriffo, il pusher, la duchessa, il prete, la puttana, i servi. Che avviene anche nel linguaggio non verbale e di combattimento del corpo a corpo. Corpi lavorati e degradati, forzati fino allo sfinimento e all'aritmia. Che si rompono come cavalli. Il disseccato espressivo di Claudia Gerini (come si sente che è fiera di stare in queste immagini, finalmente adornata e non adornante), l'ultrasuono di Vincent Gallo, l'ultracorpo di Silvia Calderoni. Nel dialogo mono o stereo si cambiano i set mentali. 3. La forma concettuale. L'utopia. Che non è mai un impossibile da raggiungere. Ma un già dato, di cui vagamente ci si ricorda. Prima ancora del mito.  Come era comunista il buon tempo andato.

Viaggio, dialogo e utopia. Carrelli delicati, camera fissa, quasi ipnotizzata. Sono i tre vettori dell'evoluzione cosmicomica. Che non è roba che riguarda la sopravvivenza dei più forti e violenti e sopraffattori. E forse neanche, come suggeriva giustamente, scientificamente Kropotkin, la maggiore resistenza dei collettivi solidali che resistono un minuto di più al demonio del sempre uguale e del prepotente. Ma tensione egualitaria della metamorfosi. Siamo postumi nel desiderio mutante e della tempesta emozionale.  

Storie affascinanti e incantate, insomma, si indicano e si accomodano negli spazi in riva al mare, perché abili nel mettere in moto un differente processo spirituale, nel traghettarci e deviarci dall'opulenza rassicurante dell'imitazione della vita (complice questa volta un cast mozzafiato: Vincent Gallo, Silvia Calderoni, Claudia Gerini, Elisa Sednaoui, Marco Lampis e Fabrizio Gifuni per il quale Manuli ha scritto il «Monologo del Prete», Giuseppe Genna che per Manuli è «il più grande scrittore vivente in Italia») al denudato, allo stilizzato, allo scarnificato, come nella basilica bizantina quando tutti gli sguardi cullati dall'ampia spazialità e dagli ori si ghiacciano d'un tratto scontrandosi con gli occhi dell'icona...


Vincono le ossessioni, insomma, dello stile trascendentale nel senso che dava Paul Schrader a questo concetto: quello capace di trasportare lo spettatore dall'abbondanza alla rarefazione, dal familiare verso una dimensione aliena che si sbarazza dell'effetto di realtà. Ciò che distingue una sequenza di Manuli (o di Bene, Dreyer, Ozu, Godard, Bresson, Ciprì & Maresco...) da un solo "frame" di Virzì o Lars Von Trier o Emmerich è infatti che in questi ultimi casi, comico-satirico o tragico o iperspettacolare non conta, pur essendo il cinema riuscito a traghettare ogni altra arte nel XX secolo, il loro (e la maggior parte del cinema di qualità commerciale o d'autore) è rimasto tristemente legato al XIX secolo, alla brama di verosimiglianza, a una narrativa inutilmente realista, sia del sensibile che dell'interiorità, dell'azione come dell'affabulazione, tutta però fatta solo di mezzi temporali "ricchi", come avrebbe detto Jacques Maritain.

Questo misterioso e esoterico Kaspar Hauser (appare la "nuda vita", e per la civiltà è insostenibile, la rimuove, la cancella, la imprigiona, la rimodella o ributta in mare, come si fa con gli extracomunitari) che Manuli dopo Rotterdam finalmente riesce a presentare nelle sale italiane, rischia di diventare la punta più avanzata di questo processo di depurazione stilistica, un moltiplicatore di movimenti emotivi per lo spettatore, quando l'immagine si ferma, e di discesa nelle profondità subumane quando la cinepresa di Manuli ha il coraggio di sollevarsi e di inquadrare il cielo, in porzione esagerata.

«Prendo molto dal subconscio e dall'etere che ci circonda, l'analisi del mio lavoro non lo faccio, in parte, neanche durante il processo creativo» ci confessa. «Due artisti mi somigliano. Genet, che uscito di prigione anche grazie a un saggio di Sartre, voleva accoltellarlo per averlo analizzato a sua insaputa e inultilmente, e De Niro, genio mondiale dei nostri tempi, definito da tutti quelli che provano a intervistarlo "tonto spaesato e sempliciotto", perché non trova mai le parole adeguate al suo genio». Ma non mi ricordo se la linea dell'orizzonte era alta, come nei film succubi o bassa come nei western classici fordiani, dominati non da dio ma da Wayne, che tracciano la teologia del frontier man conquistatore. Qui l'orizzonte è Vitalic. Acustico. E si accettano approfondimenti, da orecchie vispe, è su o giù o al centro o dietro? Il western surreale di fantascienza è questo.

Il fondamentalista riluttante di Mira Nair

Roberto Silvestri
Fuoco sull'Occidente del dopo 11 settembre? Il sogno pakistano del rampante yuppie convertito e traditore, poi redento come mostra una barba sempre più folta, è la metafora del conflitto risolto fra un certo Islam e il capitalismo. Ricordate il drago riluttante di Walt Disney? L'animale che non vuole assolutamente essere quello che la natura (si dice) esige da lui, cioé un cattivo e spietato potere incendiario? Fa così anche questo Riluttante Rivoluzionario che non se la sente di passare dall'analisi alle conseguenze pratiche della sua teoria. Ma cominciamo dai fondamentalisti. Dagli emirati sunniti.
Chi non ha problemi di soldi e di Palazzi del cinema tutti d'oro ne potrebbe costruire anche tre è Doha, capitale del Qatar, sede di Al Jazeera, giardino culturale sempre più lussureggiante, che sta diventando il punto di riferimento delle colombe wahabite e del processo (poco chiaro, vedi in Siria) di democratizzazione in medio Oriente (ovviamente fuori dal Qatar). 
Co-prodotto dal locale e sempre più attivo istituto cinematografico, Il riluttante fondamentalista riempie di elogi, nella sua prima parte, proprio Wall Street e i suoi teneri virgulti, come l'analista finanziario Changez Khan (Riz Ahmed), un cacciatore di teste aziendale fuoriclasse, uno yuppie pakistano addestrato a Princeton al gioco duro e al monoteismo del 'vincente a tutti i costi', che fa scalate rapide nel managment licenziando in massa operai (meglio se filippini, tanto sono per lo più cattolici) d'esubero.
Però la sua carriera travolgente - coronata dalla seduzione a prima vista perfino dalla sofisticata nipote (artista) del super capo della micidiale Underwood Samson, Erica (Kate Hudson), traumatizzata irreversibilmente però dalla perdita prematura del suo fidanzato di sempre - sarà travolta dalle conseguenze paranoiche, xenofobe e razziste dell'11 settembre, delle torri gemelle sbriciolate da un altro 'manager' sunnita, Osama Bin Laden. Il declino sociale di Changez lo trasformarmerà in un «critico drastico di Bush jr.» e oltre.  Come tutti noi, però, senza essere  islamisti e senza dunque aver mai commentato: "Vedendo cadere una dopo l'altra le Twins Towers, per un nanosecondo, sorrisi".
Abbandonato il «fondamentalismo capitalistico», e il suo guru spirituale Jim Cross (Kiefer Sutherland, sempre a suo agio come psicotico inusuale), prima regola fare profitti costi quel che costi, basta abbassare al massimo i costi, sciolto dal giuramento e dall'incantesimo bancario, tornato in patria, nonostante un padre poeta (e dunque 'perdente') e dei colleghi professori coranicamente più corretti, Changez sfiorerà le lusinghe di un secondo fondamentalismo altrettanto feroce, quello islamista.  Prima regola: tutto ciò che è americano è mostruoso a priori. Seconda regola: «vi dico io quali sono i veri fondamenti del Corano». Ma: "Lo so, non posso gioire per la morte di 3 mila innocenti".

Era fuori concorso a Venezia questa lezioncina ideologicamente prevedibile di Mira Nair (la regista indiana prediletta e premiata con il Leone d'oro anni fa da Nanni Moretti, perché predilige i tempi e lo stile «moderato cantabile»). Il fondamentalista riluttante, dal romanzo best seller (Einaudi) di Mohsin Ahmid, è un thriller che inizia però con un travolgente set musicale folk, e poi diventa una lancia spezzata a favore dell'identità culturale pakistana, troppo frettolosamente indicata come «talebana» (ma come! e Salman Rushdie?) e invece umanista e profonda e sapiente. Il film, affidato nel soundtrack a Mike Adrews (Donnie Darko), scodellerà via via altre performance concertistiche mozzafiato sufi, di Amy Ray, Indigo Girls, Peter Gabriel e Atif Aslan. Omaggio alla bellezza ancor più significativo se scodellata da una vicina cugina che dovrebbe essere infida (vedi Kashmir), anche se il sound pakistano tira molto su Internet.

Il cuore del film è nel «testa a testa», nel suq di Anarkali di Lahore, tra il giornalista Bobby Lincoln, in realtà agente Cia (è Liev Schreiber), e il nostro ex manager killer (Cosa vuoi fare da grande? "Il dittatore di una repubblica islamica!" ebbe la sciagurata idea di rispondere scherzosamente), adesso rientrato a casa e professore universitario di storia delle rivoluzioni.

Mira Nair con Liev Schreiber
Changez (che ha gli occhi giganteschi e allungati come una statua sumera) è ritenuto dai nordamericani il responsabile del rapimento di un suo collega (in realtà un secondo agente della Cia, colluso con la mitizzazione di Massoud e un po' troppo tiepido verso Bollywood) solo perché tutti gli studenti lo adorano e darebbero la vita per lui. E Lincoln vuole estorcergli quante più informazioni e confessioni possibili. E partono così i flashback che danno forma stilistica al suspense...

La «riluttanza» di Changez, che maneggia con sapienza letteraria la lingua urdu, proprio come Lincoln, è dovuta al fatto che, fatta l'analisi del funzionamento delle grandi corporation nell'epoca della globalizzazione, un metodo pacifista al 100% per detronizzarle proprio non si riesce a trovare e quello religiosamente armato sembrerebbe finora molto poco efficace, anzi sospetto e controproducente...Una teoria della rivoluzione, però, non sembra l'obiettivo primario di Mira Nair.  Anche se, intanto, milioni di bambini e di adulti muoiono di fame per i diktat del Fmi o della Banca mondiale o di quella tedesca solo per arricchire azionisti e classi medie dell'intero pianeta.  Mira, ancora uno sforzo, per rischiarare l'analisi, sue origini e conseguenze. Persino un intellettuale pragmatico potrebbe farcela.

Infatti quel che più preme a Mira è che Changez, in cuor suo, ama ancora pazzamente quell'America (che però è l'esatto contrario di quella, rooseveltiana ancora, mitizzata dal regista egiziano che studiò a Pasadena, Yussef Chahine, ben più radicale), la sua avidità, la magnifica premiership predatrice e sopraffattrice di chi volle cancellare all'unanimità Saddam Hussein spacciatore di armi di distruzione di massa, con Hillary Clinton ad applaudire e tutti i congressisti (una, di San Francisco, esclusa). Si veda anche il personaggio della sorella di Changez: che è una tosta (la cantante e mitica attrice di Mrnal Sen, Shabana Asmi).

Insomma se l'America non maltrattasse, insultasse, perquisisse con esagerata meticolosità, i propri cani più fedeli, i manager (solo perché di origine pakistana, di pelle nera o di sensibilità ispanica) non ci sarebbe nessun motivo per sprofondare nel fondamentalismo, riluttanti o meno.E gli affari non subirebbero shock.

mercoledì 12 giugno 2013

Sugar Man, il cantante che ha smantellato (da dentro) l'apartheid

Guarda il trailer del film http://www.youtube.com/watch?v=ixrcYDaHils





Roberto Silvestri

Un operaio di Detroit, negli anni 60 del ciclo di insubordinazione di classe. Canta e compone canzoni d'amore, di droga, di sesso, di lotta per la sopravvivenza. Chitarra dolce, testi forti.  "Inner City Blues", "I wonder", "A most disgusting song", ballate folk rock molto intime, ma anche liberatorie, spregiudicate. Alla Pete Seeger, alla Woody Guthrie. Nell'epoca dell'acquario, dell'eroina, della rivolta totale e dell'lsd. Si chiama Sixto Rodriguez.

"E' più bravo di Bob Dylan", però, commenta l'ex boss di Motown che ha visto nascere Quincey Jones e Otis Redding. Il nostro cantante operaio riesce a trovare una piccola etichetta, la Sussex, che gli pubblica due album e per metà un terzo nei primi anni 70. Ma non hanno successo. Vende pochissimo negli Usa. Per gli studenti e gli hippies sono troppo operaie, per gli operai 'patriottici' sono troppo controculturali e radicali. Torna al lavoro, alle lotte, agli scioperi, alle manifestazioni. Ha tre figlie (Eva, Regan e Sandra) che lo adorano anche se è spiantato.

E' di origine metà ispanica metà nativa. Peggio di un cane bastardo. Ma. Ha quel disarmante sorriso egemonico di chi è inconsapevolmente un poeta 'danzante', un artista 'naturale',  anche senza una lira e senza la fama. Vive in una casetta da niente. Mentre Detroit decade, le fabbriche d'auto delocalizzate ovunque. Disoccupazione. Miseria...subprimes. E lui una birra con gli amici. Dopo il lavoro. E la chitarra per piacere.

Eppure quelle canzoni, "Establishment Blues" per esempio,  in una certa parte del mondo erano state delle bombe spirituali di immane potenza. Avevano cambiato la vita di centinaia di migliaia di giovani afrikaans soffocati dal fascismo, dal puritanesimo, dalla sessuofobia, dall'idiozia fatta senso comune, dall'iconoclastia dalla segregazione razziale più oscenamente incestuosa e che scoprirono un nome sconosciuto che sintetizzò tutto il marcio circostante: establishment.

Songs che avevano spinto e favorito, mentre Mandela era in prigione, alla formazione di band rock punk antisistema che a lui si ispiravano (e sulle rock band anti Pretoria è appena uscito un doc nei circuiti internazionali che vedremo a Merano nell'ottobre prossimo, Punk in South Africa, con la presenza di un cineasta e musicista italosudafricano, Steven Moni).

Il musicista rock sudafricano Willem Möller,  lo spiega diffusamente. In un paese dove la televisione era ancora proibita perché considerata diabolicamente 'comunista', lui parlava romanticamente di quante volte aveva scopato quella notte..."Sugar man" immaginatela in sottofondo, mentre Soweto brucia...

Così un bel giorno, molto tempo dopo, alla fine degli anni 90, arriva nei sobborghi di Detroit una telefonata dal Sudafrica....Dei fan ostinati, Stephen 'Sugar' Segerman, proprietario di un negozio di dischi, e Rian Malan, giornalista musicale e il collega Craig Bartholomew Strydom (autore di un articolo miliare, "Looking for Jesus") gli stanno dando la caccia da anni. Quelle canzoni proletarie erano diventate l'inno della liberazione dei giovani bianchi antirazzisti anti Botha.

Sulle copertine degli album, arrivati casualmente, a Capetown e Johannesburgh, magari portate da una ragazza americana in vacanza, con le tracce incriminate manomesse dalla censura boera imbufalita, non c'erano indicazioni biografiche. Mistero su chi fosse e su dove abitasse. Sui giornali musicali specializzato di lui non si trovava una riga. Si inventarono leggende. Poi, un accenno in una canzone a un sobborgo di Detroit e la ricerca s'impenna, l'obiettivo si avvicina. Grazie a internet una delle sue figlie contatta un giornalista-detective. Esiste. E' vivo. E' il grande ritorno sulle scene del padre. L'apartheid è ormai smantellato. Anche grazie alle manifestazioni in tutto il mondo. All'embargo. Al boicottaggio di Pretoria. Che solo l'Italia attua tiepidamente. Anzi Mister Galliani, l'infame, acquista arrogantemente proprio a Pretoria i decoder per la tv del suo padrone potente, simpatizzante di Botha e emergente...Acqua passata.

Concerti davanti a migliaia di  kids e ex kids urlanti. Un tour dopo l'altro, dall'altra parte del mondo. Autografi, imterviste in tv. Questo cantante sconosciuto scopre di essere, in Sudafrica, un mito, un idolo delle folle (ormai liberate dal giogo nazi), più famoso dei Beatles e dei Rolling Stones...E i suoi esegeti finalmente hanno scoperto che non si è suicidato sul palco bruciandosi vivo durante un concerto, come la leggenda metropolitana con le solite straiture martiriologiche aveva imposto di credere. 

Oltre 20 premi internazionali, dal Sundance all'Oscar, come miglior documentario del 2012, per questo incalzante e 'magico' film, in forma di recherche, di detective story, piena di colpi di scena e di rilanci, come tutte le belle canzoni dallo schema AABA, produzione svedese e britannica (con sequenze girate anche con una application dell'iphone chiamata 8mm Vintage) che abbiamo visto all'ex Massimo di Roma, il The Space, in splendida copia digitale,  Searching for Sugar Man, diretto dallo svedese Malik Bendjelloul.

Un capolavoro che rende omaggio in circa 90 munuti a un grande cantautore dimenticato in patria, involotariamente paladino della rivoluzione democratica e semi-socialista dell'African Nation Congress, e che chiude virtualmente la breve stagione felice dei mockumentary (i film che ingannano lo spettatore rendendo l'inverosimile plausibile) con una storia invece così vera e commuovente (e davvero incredibile) da sembrare assurda e inventata.

I long playing nordamericanidel 1971 e del 1972  arrivati a Capetown per volontà divina, ma che odiavano spontaneamente razzismo e apartheid erano Coming from reality, piratato e diffuso clandestinamente, manifesto della sovversione sociale per tutti i kids bianchi antifascisti. E un altro album poetico politico, inebriato di polvere di stelle, Cold fast. Li aveva prodotti senza incassare un soldo Clarence Avan. Insieme  mezzo milione di copie vendute (più o meno sotto forma di bootleg). Il suo autore, il cantautore Sixto Rodriguez qualche giorno fa, il 9 maggio 2013, ha ricevuto la laurea honoris causa della Wayne State University di Detroit, Michigan. Se ascoltiamo oggi i Parlotones (Push me to the door) scopriamo da dove hanno succhiato tutta l'ispirazione....

martedì 11 giugno 2013

Usa contro John Lennon. Riesce il 17 giugno. Il Beatle sovversivo come non l'avete mai visto

 

di Roberto Silvestri
Altro che musicista «pazzo svitato»  plagiato da Yoko Ono o frontman «superstrafatto di eroina». Siamo alla macchina del fango e poi del piombo. Prove generali, Usa anni 1966-1976… Anche le due gloriose star del rock, Jimi Hendrix (soffocato a forza, e hanno messo in scena la più devastante overdose del secolo) e John Lennon, furono assassinate (direttamente o senza sporcarsi le mani) da Cia e Fbi, il primo a Londra il secondo a Manhattan, Central Park, come era successo prima a Martin Luther King, Fred Hampton e  Malcolm X e altri. Perché?


Perché sediziosi. Pericolosi. Sovversivi e, in quanto amici stretti delle Pantere Nere, addirittura ‘probabili rivoluzionari’. I reazionari sanno misurare perfettamente il grado di purezza antisistemica e di pericolo per le istituzioni. In questo sono acuti quanto dei comunisti doc alle prese con gli eretici e con chi è più a sinistra di loro. Ma dispongono, in più, di quel controllo biopolitico sui ‘fuori di testa’ (fanatici fascisti, razzisti, fondamentalisti religiosi…) da caricare a distanza e lanciare verso l’obiettivo, non un minuto prima non un minuto dopo il necessario. Oswald, Ruby, perfino Osama non vi dicono niente? E, da noi, nel nostro piccolo, il nazi Insabato che tentò di far saltare in aria la sede storica del manifesto in via Tomacelli, Roma? Un film di Don Siegel, Telefon, aveva avuto il merito di raccontarci come si attivano a distanza i sicari inconsapevoli. Era il 1977, tre anni dopo le pistolettate dell’8 dicembre 1980… 
 
Racconta il complotto anti Lennon, oggi che i dossier top secret si sono democraticamente aperti, il cinema indipendente americano. In pieno salutare boom del documentario (il successo di Contest è incontestabile), questo non fiction movie  (mica racconta balle) lanciato nel 2007 in Italia da una storica edizione di Bellaria (quella del tutto Pennebaker) esce di nuovo nelle sale il 17 giugno per iniziativa di Lucky Red.
Si tratta del militante e commuovente doc Usa contro John Lennon, di David Leaf e John Scheinfeld (sceneggiatore), che analizza la persecuzione e le minacce d'espulsione e di morte contro un idolo delle folle pacifiste, reo di essersi via via politicizzato, per natura prima (viene dalla classe operaia inglese e a scuola è già una peste), e, per colpa di Yoko Ono, di essersi pure troppo radicalizzato...La sequenza del rogo appiccato da Kkk e teocon Usa a dischi, foto e poster dei Beatles, colpevoli nel '66 di blasfemia perché Lennon aveva affermato in tv un'ovvietà: «i Beatles contano, oggi, più di Gesù per i kid britannici», è agghiacciante.
Così come interessante e compatto è il racconto del complotto di Edgar Hoover/Fbi e dell'ufficio immigrazione contro i «grandi nemici della democrazia americana», che, nel momento cruciale si strinsero attorno al candidato democratico McGovern per battere Nixon, e John Lennon e Yoko Ono per un attimo unificarono artisticamente un fronte radicale composito ed egemonico che andava da Bobby Seale delle Pantere Nere a John Sinclair delle Pantere bianche da Jerry Rubin e Abbie Hoffman, i leader yippies del movimento contro la guerra in Vietnam («Finito il flower power se ne fa un altro, purché la pace abbia una possibilità»). Sappiamo come è andata a finire. Lennon perseguitato, minacciato di espulsione per vecchi precedent britannici di “droga” (canne) e poi ricattato e infine ucciso (chi ha pensato così di spegnerlo ed estinguerlo, però, si è sbagliato di grosso) forse per vendetta, perché il Vietnam era stato comunque liberato dai porci. Missione riuscita.

Non sapevamo due cose che impariamo dal film. Che Lennon, per evitare l'espulsione dal paese si arrese, abbassò la testa e non partecipò, per debolezza e codardia, alla mega «Woodstock politica» che avrebbe trascinato milioni di manifestanti a contestare la convenzione repubblicana e forse a battere Nixon (che avrebbe bombardato per 5 anni di seguito, e clandestinamente, senza mandato del Congrsso, Cambogia e Laos, anticipando Pol Pot anche nel numero delle vittime e aizzando ai massacri a venire khmer rossi). E che, se lo avesse fatto, sarebbe stato assassinato. Molto prima del 1980. Mitiche le sue conferenze stampa nel letto con Yoko, i bed-in (a cominciare da quello di Amsterdam), e indimenticabile quando, saggiamente, consiglia ai kid di non cadere nella megatrappola: «Il potere ti tira la barba e i capelli, ti dà i buffetti finché non reagisci. Perché quando reagisci con violenza, sa sempre come fotterti». Lo vediamo in Turchia in questi giorni. Attenti kids. Il documentario è stato trasmesso da Raiuno in chiaro il 15 giugno 2012 nel comodo orario delle 2.10 di note. Dira 99’ e include le interviste a Angela Davis, Tariq Ali, Mario Cuomo, Carl Berstein, Ron Kovic (Nato il 4 di luglio), Walter Cronkite, Stew Albert, David Peel, G. Gordon Liddy e Gore Vidal.