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martedì 11 giugno 2013

Usa contro John Lennon. Riesce il 17 giugno. Il Beatle sovversivo come non l'avete mai visto

 

di Roberto Silvestri
Altro che musicista «pazzo svitato»  plagiato da Yoko Ono o frontman «superstrafatto di eroina». Siamo alla macchina del fango e poi del piombo. Prove generali, Usa anni 1966-1976… Anche le due gloriose star del rock, Jimi Hendrix (soffocato a forza, e hanno messo in scena la più devastante overdose del secolo) e John Lennon, furono assassinate (direttamente o senza sporcarsi le mani) da Cia e Fbi, il primo a Londra il secondo a Manhattan, Central Park, come era successo prima a Martin Luther King, Fred Hampton e  Malcolm X e altri. Perché?


Perché sediziosi. Pericolosi. Sovversivi e, in quanto amici stretti delle Pantere Nere, addirittura ‘probabili rivoluzionari’. I reazionari sanno misurare perfettamente il grado di purezza antisistemica e di pericolo per le istituzioni. In questo sono acuti quanto dei comunisti doc alle prese con gli eretici e con chi è più a sinistra di loro. Ma dispongono, in più, di quel controllo biopolitico sui ‘fuori di testa’ (fanatici fascisti, razzisti, fondamentalisti religiosi…) da caricare a distanza e lanciare verso l’obiettivo, non un minuto prima non un minuto dopo il necessario. Oswald, Ruby, perfino Osama non vi dicono niente? E, da noi, nel nostro piccolo, il nazi Insabato che tentò di far saltare in aria la sede storica del manifesto in via Tomacelli, Roma? Un film di Don Siegel, Telefon, aveva avuto il merito di raccontarci come si attivano a distanza i sicari inconsapevoli. Era il 1977, tre anni dopo le pistolettate dell’8 dicembre 1980… 
 
Racconta il complotto anti Lennon, oggi che i dossier top secret si sono democraticamente aperti, il cinema indipendente americano. In pieno salutare boom del documentario (il successo di Contest è incontestabile), questo non fiction movie  (mica racconta balle) lanciato nel 2007 in Italia da una storica edizione di Bellaria (quella del tutto Pennebaker) esce di nuovo nelle sale il 17 giugno per iniziativa di Lucky Red.
Si tratta del militante e commuovente doc Usa contro John Lennon, di David Leaf e John Scheinfeld (sceneggiatore), che analizza la persecuzione e le minacce d'espulsione e di morte contro un idolo delle folle pacifiste, reo di essersi via via politicizzato, per natura prima (viene dalla classe operaia inglese e a scuola è già una peste), e, per colpa di Yoko Ono, di essersi pure troppo radicalizzato...La sequenza del rogo appiccato da Kkk e teocon Usa a dischi, foto e poster dei Beatles, colpevoli nel '66 di blasfemia perché Lennon aveva affermato in tv un'ovvietà: «i Beatles contano, oggi, più di Gesù per i kid britannici», è agghiacciante.
Così come interessante e compatto è il racconto del complotto di Edgar Hoover/Fbi e dell'ufficio immigrazione contro i «grandi nemici della democrazia americana», che, nel momento cruciale si strinsero attorno al candidato democratico McGovern per battere Nixon, e John Lennon e Yoko Ono per un attimo unificarono artisticamente un fronte radicale composito ed egemonico che andava da Bobby Seale delle Pantere Nere a John Sinclair delle Pantere bianche da Jerry Rubin e Abbie Hoffman, i leader yippies del movimento contro la guerra in Vietnam («Finito il flower power se ne fa un altro, purché la pace abbia una possibilità»). Sappiamo come è andata a finire. Lennon perseguitato, minacciato di espulsione per vecchi precedent britannici di “droga” (canne) e poi ricattato e infine ucciso (chi ha pensato così di spegnerlo ed estinguerlo, però, si è sbagliato di grosso) forse per vendetta, perché il Vietnam era stato comunque liberato dai porci. Missione riuscita.

Non sapevamo due cose che impariamo dal film. Che Lennon, per evitare l'espulsione dal paese si arrese, abbassò la testa e non partecipò, per debolezza e codardia, alla mega «Woodstock politica» che avrebbe trascinato milioni di manifestanti a contestare la convenzione repubblicana e forse a battere Nixon (che avrebbe bombardato per 5 anni di seguito, e clandestinamente, senza mandato del Congrsso, Cambogia e Laos, anticipando Pol Pot anche nel numero delle vittime e aizzando ai massacri a venire khmer rossi). E che, se lo avesse fatto, sarebbe stato assassinato. Molto prima del 1980. Mitiche le sue conferenze stampa nel letto con Yoko, i bed-in (a cominciare da quello di Amsterdam), e indimenticabile quando, saggiamente, consiglia ai kid di non cadere nella megatrappola: «Il potere ti tira la barba e i capelli, ti dà i buffetti finché non reagisci. Perché quando reagisci con violenza, sa sempre come fotterti». Lo vediamo in Turchia in questi giorni. Attenti kids. Il documentario è stato trasmesso da Raiuno in chiaro il 15 giugno 2012 nel comodo orario delle 2.10 di note. Dira 99’ e include le interviste a Angela Davis, Tariq Ali, Mario Cuomo, Carl Berstein, Ron Kovic (Nato il 4 di luglio), Walter Cronkite, Stew Albert, David Peel, G. Gordon Liddy e Gore Vidal.


giovedì 23 maggio 2013

Cassius Clay, al tappeto la Corte Suprema


Mariuccia Ciotta
Cannes
Hbo evviva. Dopo Soderbergh ecco un altro capolavoro con il marchio del canale tg americano che batte Hollywood con i suoi film radical, e dà “la parola ai giurati”, da Lumet a Stephen Frears, regista britannico di My Beautiful Laundrette.
Fuori concorso, Muhammad Ali's Greatest Fight, storia vera di Cassius Clay che nel 1967 si rifiutò di partire per la guerra in Vietnam perché militante della Nation of Islam, la stessa di Malcolm X , uscito (e ucciso in seguito) per i suo pericoloso accostarsi al marxismo. Immagini documentarie del campione di pesi massimi alternato alla ricostruzione fiction della famosa sentenza della Corte suprema, chiamata nel '71 a confermare o meno la condanna a cinque anni di carcere inflitta al renitente alla leva. Non solo Lumet, ma anche il Lincoln di Spielberg nell'appassionante requisitoria sul caso del boxeur obiettore di coscienza, con il campo due giganti di attori, Christopher Plummer nelle vesti del giudice John Harlan e Frank Langella in quelle del presidente della Corte, Warren E. Burger, entrambi repubblicani, entrambi colpevolisti. Come si può dire pacifista uno che è contro la guerra, tranne se dichiarata da Allah? Alla prima seduta, Cassius Clay è spacciato, ma ecco un giovane associato all'ufficio di John Harlan riprende in mano la costituzione americana, mentre fuori sulla strada l'edificio della Corte suprema è preso d'assedio dai manifestanti anti-guerra in Vietnam. Il presidente Burger è devoto a Nixon che lo ha nominato e vorrebbe chiudere il caso, la maggioranza è con lui.

Stephen Frears architetta il suo docu-fiction con ritmo incalzante, scalda le immagini di colori densi, indaga sulla faccia dubbiosa del giudice Harlan, malato di cancro, difensore del diritto, il primo emendamento è sacro, e insensibile alle pressioni politiche. Harlam dimostra “che tra i repubblicani c'è anche gente perbene” sentenzia sardonico l'esponente democratico a favore dell'assoluzione. Ma qual è il cavillo che salva il neo black muslim? Prima di tutto, scopre il giovane legale, una sentenza a favore dei testimoni di Geova, che in nome della religione furono esentati dal servizio militare. Loro bianchi, Cassius Clay nero. Non vorrai, oh Warren E. Burger, fare accusare la Corte suprema di razzismo? “La guerra è contro gli insegnamenti del Corano” dichiara Muhammad Ali, battuto nel frattempo da Frazier, e in quanto alla guerra santa, sostiene Harlan/Plummer, sedotto dalla passione travolgente del suo “allievo”, non è solo islamica, ricordate le Crociate?
Ma il ragionamento decisivo riguarda dio, quando mai Allah dichiarerà guerra a qualcuno? Il monito diventa d'attualità, ieri la macelleria di Londra. Non ci sono prove che Allah abbia mai impugnato la mannaia. Ci sono invece a favore del campione dei pesi massimi, autore di un libro-chiave consegnato nella mani del giudice repubblicano, che cambierà il suo “no” in “sì”, e trascinerà l'intera Corte all'assoluzione, fino a ottenere l'unanimità. Non è un film ma lo diventa nel tocco poliritmico di Stephen Frears. A volte, l'happy end lo scrive la storia. Mohammad Alì torna sul ring e si riprende il titolo di 'campione del mondo più grande di tutti'.