domenica 23 giugno 2013

Salvo, la mafia dopo Saviano



Roberto Silvestri


Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, con Saleh Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio. Italia 2013.
Saleh Bakri in "Salvo"

Apertura italiLibé e poi il primo premio della sezione. Altra rarità per un esordio italiano.
ana alla Semaine de la Critique, cosa molto rara, esce adesso nelle sale italiane il film rivelazione della Croisette, metà d'azione metà kammerspiel, sulla mafia e contro la mafia, ambientato nelle periferie di Palermo, mai così acida nelle luci e senza orpelli cromatici, che aveva appassionato molto, per le sue qualità visuali, formali e quindi morali, il comitato di selezione della Semaine, ed è stato oggetto di lunghe discussioni, divisioni e dibattiti. Conquistò la prima pagina di
 
Salvo, che una rivista specializzata francese ha soprannominato “l'anti-Gomorra”, è infatti un film forse imperfetto nel congegno narrativo, e non sempre fluido e 'melodico' nei raccordi, psicologicamente sottili, come sono, per format e per forza, anche i prodotti confezionato per 'il mercato di qualità' (c'è anche Arte nella pacchetto produttivo che coinvolge la Torino Film Lab e la Film Commission siciliana), ma che, considerato il rigonfiamento di un mediometraggio, pulsa di vita anche nelle ripetizioni o nelle sospensioni imprevist.

Rifiuta inoltre l'oggettività, la distanza 'entomologica' (per esempio quella di Matteo Garrone), pretendendo di 'entrare in campo', di dare risposte, di discutere con l'orizzonte morale dei personaggi, di mettersi dalla parte di chi a un certo punto rompe con l'accettazione della propria degradazione e subordinazione e ha il coraggio di evadere dalla comunità, di tradire, di fare detour fino all'inevitabile sacrificio finale. Inoltre, memore della lezione di Frammartino, tenta delle incursioni magico fiabesche, non senza rimandi rosselliniani, per giocare sul realismo altre carte.

Forse per questo la qualità, la tensione, della recitazione è straordinaria anche nelle piccole parti, si pensi al cameo di Luigi Di Cascio, figliol prodigo che ritorna nella sua Sicilia, e aggiunge all'affresco il ritratto di un pusillanime affettuoso, fino all'affettazione, parente del killer. Dal thriller al quasi miracolo il tragitto è inusuale.

In un inizio d'azione compulsiva alla Fernando Di Leo, uno spietato killer delle cosche (Saleh Bakri, un colosso, un misto di Schwarzenegger e Mohamed Bakri, l'attore palestinese biondo e dagli occhi azzurri) esegue senza obiezioni la sua missione. Uccisi i traditori (non tutti, qualcuno scappa) estorce a un sopravvissuto il nome del mandante. Freddato anche lui, come in un western all'italiana (in campo sono sia chi spara sia chi viene ucciso, anche se i registi hanno una trovata geniale per non essere accusati di volgarità sensazionalistica: sparano anche loro la ripresa alle spalle del killer...).

Salvo chiude la partita, ma risparmia la figlia 'cieca' (che però qualche ombra la vede, e poi non sopporta la luce...) dell'infame. A questo punto inizia un duplice tragitto di fuga dal proprio ruolo, sia del killer (che, in casa e fuori inizia a comportarsi stranamente) sia della ragazza che viene sequestrata in uno di quegli hangar da industria dismessa che non sono sfuggiti al pacchetto Monti sull'Imu, ma non uccisa come ordinato.

Sara Serraiocco
Il film diventa un duetto, e riprende il filone del killer che si trasforma in giustiziere, mettendosi contro l'intera Organizzazione, che ha tanti antenati celebri, come Yul Brinner e Dennis Hopper (affascinato dalla sua preda, Jodie Foster, nel suo più bel film da regista). La 'cecità' della ragazza a poco a poco che la storia d'amicizia e poi d'amore tra i due cresce, diminuisce. E lei diventa, prende luce, e possesso di uno spazio, prima accettato poi rifiutato, segno della propria estraneità ottica a quel mondo. Sara Serraiocco dimostra doti gestuali squisite, da new dancer, e gioca molto bene con il suo vestito che è quasi una citazione di quello, acquistato per Maria de Medeiros nella catena nordamericana Antrophologie, e sfoggiato in Pulp Fiction, mentre Bakri aggiunge alla inusuale fisicità dell'attore d'azione una sottigliezza emozionale davvero sorprendente.

Alla fine della tragedia il succo sembra quasi un motto di spirito. Come quando al cieco che chiede allo zoppo, così per iniziare la conversazione,   Come quando al cielo che chiede allo zoppo, così per iniziare la conversazione, "come va?", lo zoppo risponde "come vedi?" .

sabato 22 giugno 2013

Sms o l'erotismo infracellulare. Un documentario di Piergiorgio Curzi


Roberto Silvestri
Sms Save my soul di Piergiorgio Curzi, Italia, 2012, documentario, 60'
Il poeta Nicolino Pompa, protagonista di Sms Save my soul
Se vivi in un bel posto scrivi belle cose. Ma se vivi in un posto che si compiace della propria degradazione?
Se Jerry Rawlings fosse ministro italiano dell’ambiente risolverebbe in un batter d’occhio il problema della speculazione edilizia sulle coste, soprattutto laziali e calabre. Raderebbe al suolo, in una notte, tutti quegli obbrobri estetici e etici, cancellerebbe la tettonica che ha umiliato il panorama della costa attorno a Roma, Anzio, Latina, Reggio Calabria… restituendo turismo al paese, morale a Italia Nostra, una serie di architetti alle patrie galere e case non indecenti al popolo, come fece l’amico di Sankara, ad Accra, negli anni 80, con il quartiere a luci rosse (non per le prostitute, ma perché era malsano e ammorbante di suo).
Ma da noi di ministri marxisti eretici o ortodossi (oltretuttto militari, e abituati a far eseguire gli ordini celermente) neanche l’ombra. Eppure di marxisti c’è un gran bisogno. L’aria è tutta malsana. Così è interessante in modo particolare il lavoro documentaristico che da qualche anno Piergiorgio Curzi sta dedicando, con ambigua e ‘straniante’ grinta, ai marxisti dimenticati o ai comunisti ‘speciali’.
Assieme a Raffaele Brunetti, nel 2011, ha realizzato per esempio L’altra rivoluzione-Gorky e Lenin a Capri sull’università proletaria fondata nell’isola campana da Bogdanov e che, tra il 1906 e il 1912  ha ospitato esuli e sfornato socialdemocratici rossi e esperti, pronti alla rivoluzione bolscevica e ottimi giocatori di scacchi, come gli stessi Bogdanov e Lenin (che nel doc, frettolosamente, viene però accusato di quella svolta autoritaria e antiscientifica che isolando Bogdanov, e sotto gli occhi di un attonito ma timoroso Gorky, avrebbe portato alle contraddizioni dittatoriali del dopo 1930). Di scacchi Curzi tratta anche in questo nuovo lavoro, Sms, che sta girando con successo i festival nazionali specializzati in non fiction, dai Popoli di Firenze a Contest di Roma a Mix di Milano, dove è stato proiettato ieri.
Da sinistra Bogdanov, Gorky e Lenin a Capri
Sms – Save my soul è la storia, o forse è un mockumentary, di una ossessione erotico-compassionevole da epoca digitale ed è il ritratto di un poeta settantenne, poco femminista, ma vispo e vegeto, nonostante il solleone, scrittore solitario, affetto da "dongiovannismo immateriale" compulsivo, nonché padre di quattro figli (di cui uno scacchista).
E’ Nicolino Pompa, “sono solo un poeta a tempo perso”, che ruba agli annunci di lavoro di Porta Portese i numeri di cellulare delle ragazze che scrivono ‘in quel certo modo estroverso’, possibilmente minorenni ("se mi danno del lei sono vecchie"), contattandole e intrufolandosi nella loro vita infracellulare.
Nicolino si è  costruito così negli anni una fitta rete di relazioni virtuali (1500 circa, attualmente in rete circa 150) con donne anche maggiorenni, attratte e affascinate dai suoi versi industriosamente utilizzati in maniera combinatoria e scodellati ‘just in time’ da questo Casanova del ‘daje’ e dell’anti-ritrosia Tim. Rime baciate piene di passione, cinismo, tenerezza, volgarità, seduzione e furbizia (“sei nel quaderno delle persone che non dimentico” o “lontano dalla tua carne, cuore, mente, anche se mi menti lo fai adorabilmente” o “sciogliere fa rima con cogliere”).
“Non posso negare di avere iniziato questa pratica, nel 2003, con una diciassettenne, Chiara, poi così rispettata e così degradata nello stesso tempo: una storia meravigliosa e patibolare”. Insomma, l’inizio fu un po’ da porcellone, il seguito, invece, quasi ‘alla Califano’.   
Certo. C’è chi lo gela da subito o resta indifferente ai suoi sms, chi si incuriosisce, chi si sente molestata dall’insistenza di Nicolino, che ha una voce maschia e suadente, ma anche chi - commessa, impiegata, diplomata, disoccupata, ‘clandestina da 7 anni in Italia’ – abbocca alle esche d’amore, reagisce, è turbata, lo chiama e si ‘avventura’ in una corrispondenza vocale e segnica (che verrà sempre burocraticamente trascritta al computer) con uno sconosciuto che non vedrà mai, “qualunque cosa del reale sconfina sempre nel banale”, e che diventerà un angelo custode, un’alternativa sexy alla solitudine, un consigliere sensibile 24 ore su 24, una trasgressiva masturbatoria mano (virtuale) amica. “La tenerezza non sbaglia mai indirizzo”.
Nicolino Pompa è anche un padre che mantiene con i suoi quattro figli adulti (uno di loro è un regista teatrale che ha utilizzato i suoi versi per lo spettacolo Io guardo il mare; il più giovane un pankettone biondo; uno è lo scacchista timido e l’unica donna è ricoverata in brutte condizioni in una clinica) relazioni conflittuali e contradditorie, dure e franche, mai ipocrite, molto poco tradizionali, affettuose e famigliari. I suoi spazi domestici sono labirintici e oscuri, pieni di saracinesche, garage, librerie e cuniculi…l’ambiente perfetto dove William Wyler potrebbe far nascondere Samantha Eggar da Terence Stamp…
Il regista Piergiorgio Curzi
Piergiorgio Curzi ha incontrato e conosciuto Nicolino Pompa molto tempo prima di decidere di mettere in scena questa intervista di 60 minuti senza  domande, e di realizzare un documentario su come si recita la propria vita, intrecciando tacito dialogo tra amici (“vorrei che l’affetto per me sia superior all’affetto per il tuo film” dirà Nicolino a Piergiorgio) con un pianoforte romantico che ogni tanto jazzeggia, e frequentando con complicità e sensibilità versi, abitudini, ossessioni, tic, gentilezza, commozione  e la scontrosità tipicamente  ‘romana’ di un burbero benefico. Questo esempio di cinema-saggio - che non dimentica qualche escursione solitaria in auto al lago, mentre canzoni e ninne nanne danno il ritmo - sulla disperata inaffettività della vita nell’epoca dell’eccitazione riproducibile,  segue, nel patetico “fine del cammin di nostra vita”, il godimento del solo comunicare come appagamento erotico e sentimentale. Omoerotico, più che altro, come in ogni esibizione di machismo. E, a questo proposito, torniamo al comunismo. E leggiamo, dalla pubblicità di uno spettacolo teatrale interpretato da Nicolino Pompa, nel semiautobiografico ruolo di Paladino Sghembo in Come eravamo (aspettando il 68) 
“Nacqui fascista, figlio di fascisti, nipote di un gerarchetto, poeta marinettiano.
Ad anni 21, Tommy mi disse: “Quando parli tu mi sembra di sentire Marx, Engels, Lenin…ma, me fai capì perché te leggi er Messaggero?”. Diventai rosso e, con spavento, mormorai: “Mah…se vede…che sarooo…”. Poi, in un mezzo strillo: “
…DE SINISTRAAA!!!” e prorompemmo in un abbraccio a passo di danza. Feci in tempo (era la prima volta) a votare comunista, ora che avevo dichiarato la mia nuova fede, ma ero consapevole che, per tutta la vita, mi sarei portato appresso il fascista che mi viveva dentro…e mi accorsi, frequentando i Compagni, di quanto in molti di loro alloggiasse un fascista inconsapevole. Mi resi così conto che fascismo è “essere”, comunismo è “divenire”: essere comunista per me, da allora, significa “essere ogni giorno un tantino meno fascista”. Il mio cammino di artista, se artista poi sono, fu, di conseguenza, un mio frequente inciampare nelle contraddizioni di chi crede e spera che affermare di essere comunista significhi di per sé esserlo per davvero. La mia attesa e speranza di un ’68 sta in queste canzoni e in questi testi mascherati da cabaret, che furono scritti negli anni tra il ’64 e il ’68: anno in cui ebbe inizio “la Rivoluzione”, che volevamo fare…ma solo se c’era IRENE, a fare il tifo per noi!

venerdì 21 giugno 2013

Marya Muat, animatrice russa alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro


http://www.youtube.com/watch?v=LcIHkIBJMuQ

http://youtu.be/LcIHkIBJMuQ

Comunismo e astronomia alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 49



Roberto Silvestri 

Frederick Wiseman garante, in selezione ufficiale, ma non in concorso, a Cannes 2010 si ebbe la "prima" mondiale di Nostalgia della luce coproduzione internazionale (Cile, Spagna, Sundance, Francia, Germania: sempre distratta l'Italia) mozzafiato e commuovente,  firmata da Patricio Guzman, regista della leva Salvador Allende, che al colpo di stato fascista di Augusto Pinochet, e ai 35 mila torturati, ai 3000 uccisi e al milione di esiliati ha dedicato la sua vita di documentarista di profondità (La battaglia del Cile, 1976; La memoria ostinata, 1997; Il caso Pinochet, 2001; Salvador Allende, 2004). Strano. I due nemici Allende e Pinochet erano entrambi di lontane origini basche...

Il film è adesso la punta di diamante, o meglio la mosca bianca, della retrospettiva, che si apre domani sera alle 21.45, in piazza, con No di Pablo Larrain, dedicata dalla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro numero 49 al cinema cileno di oggi, quello del XXI secolo, che si è messo alle spalle il poder popular, i camionisti furibondi, la presidente 'generale' Bachelet e perfino il movimento studentesco anti global.

Il documentario, di 90', verrà proiettato al cinema Sperimentale martedì 25 alle ore 15. Merita un viaggio a Pesaro. Tre ore di treno da Roma. Perché del Cile che scuta, nelpassato e nel futuro, tratta.  
E sono tre, un luogo, un tempo (ma il presente esiste?) e una facoltà fertile (la «memoria», come forza di gravità del vivere), i protagonisti di questo film sui desaparecidos, i prigionieri politici fatti sparire dall'esercito golpista «di immacolata tradizione democratica» perché comunisti o peggio, e sulla ostinata guerra degli eredi per fare giustizia, scoprire i cadaveri e far pagare i macellai responsabili: «Siamo la lebbra del Cile, una seccatura per questo nostro paese moderno che vuole dimenticare», dirà Victoria, una delle «mamme di Calama», ormai settantenne, ma che non vuole morire se non dopo aver ritrovato i resti di suo figlio che cerca, prima segretamente e poi provocatoriamente, dal 1979.

Primo protagonista è l'immenso deserto cileno di Atacama (l'unica «zona marrone» della nostra arancia blu, perché il tasso di umidità è zero) che è sede, proprio dal 1976, sull'altopiano di 3000 metri del Paranal, dei più potenti radiotelescopi del mondo, compreso il Vtl, Very Large Telescope, Gemini e La Silla, che misurano l'età e la conformazione delle stelle, compreso l'astro più antico dell'universo e che hanno iniziato funzionare proprio mentre Pinochet veniva arrestato a Londra, poi estradato in patria e giudicato dai tribunali. La trasparenza del cielo permette laggiù di scrutare perfettamente i confini dello spazio siderale e di indagare sulle origini della vita, sui buchi neri, sul Big Bang, per esempio, e sul perché le stelle e le nostra ossa siano formate dall'identica sostanza, il calcio.
 
Con la stessa passione degli astronomi, che sono un po' gli archelogi, i geologi e i paleontologi dello sguardo, perché catturano e studiano luci emesse 13.200 milioni di anni luce fa, e che considerano per questo il «presente impossibile» o almeno improbabile, attorno ai giganteschi telescopi rivolti verso il cielo, e alle vestigia di graffiti rupestri di milioni di anni fa, decine di donne, di parenti di desaparecidos, volgono gli occhi da decenni verso il basso, cercando nella sabbia che conserva intatte mummie del paleolitico, i resti, intatti o in pezzi, dei loro cari che venivano sepolti lì (o gettati in mare) dagli sgherri neoliberisti. Il neoliberismo infatti ha contribuito così, con queste magie e prestidigitazioni, alla crescita e allo sviluppo e alla crescita dell'umanità (più si uccidono comunisti più il Pil aumenta, come avevano intuito fin negli anni 60 i veteroliberisti indonesiani).

Così vengono rinvenuti via via, simultaneamente, corpi trucidati nascosti con destrezza affinché fossero introvabili e corpi celesti extragalattici, buchi neri e teschi bucati di pallottole, fosse comuni e Gliese 581, l'exopianeta che potrebbe possedere l'acqua in forma liquida e forse la vita... Osservano anche loro, le donne, il passato, per meglio conoscere il tempo presente e il tempo futuro. Senza memoria, il calore del nostro corpo, la forza di gravità della nostra esistenza, non si esiste. E ci si chiede come ha fatto questo paese, dopo 18 anni di dittatura a rivoltare, pochi mesi fa, un presidente di destra, Sebastian Piñera, rischiando un ennesimo «buco nero» democratico...Lo spiega benissimo No di Pablo Larrain, eccitante sì alla televisione e alla pubblicità, che possono essere formidabili strumenti democratici e indiretta critica anche ad Allende, al Mir, e alla sinistra sabipoda e trinariciuta che fu incapace (nonostante Raul Ruiz) di capirle, amarle e domarle.  

Nave dolce, poema per immagini e parole, fotogrammi di un reale che ci perseguita

Mariuccia Ciotta

Il regista Daniele Vicari
La nave dolce di Daniele Vicari sbarca su Rai Tre, dove andrà in onda in prima televisiva italiana domenica 23 giugno alle 23.15. All'ultima Mostra del cinema di Venezia (era inserito nella sezione fuori concorso) è sembrato un'apparizione in laguna il vascello fantasma di Vicari, dolce come lo zucchero cubano a bordo del mercantile che l'8 agosto 1991 scaricò nel porto di Bari una folla festosa di albanesi, «turisti» che avevano lasciato case, spiagge, fabbriche per correre, anche in costume da bagno, verso il porto di Durazzo e salire sulla Vlora.

Il documentario, prodotto da Indigo Film e Apulia Film Commission (e un po' Raicinema, Skandal Production - albanese - e TeleNorba) è stato poi distribuito nelle sale da Microcinema e ha girato il mondo: più di quaranta festival internazionali da Mosca a Pittsburg da Tirana a Detroit raccogliendo premi e consensi. Le musiche sono di Theo Teardo.

E' un thriller denso di emozioni nella ricostruzione dell'avvenimento che, preceduto da arrivi più contenuti e riusciti,  anticipò gli sbarchi massicci sulle coste italiane, prima grande prova dei respingimenti di massa, e che ci mostra un «clandestino» gioiosamente accalcato sull'imbarcazione, fin sopra i pennoni, ragazzi perlopiù in vestiti casual, urlanti «Viva l'Italia», spinti dall'idea di libertà e di un paese conosciuto sugli schermi tv.

Daniele Vicari intercala le immagini dell'epoca con le testimonianze di alcuni esuli che sfuggirono al rimpatrio forzato (tra di loro Kledi Kadiu, il ballerino di Amici) e che ci raccontano oggi come i ventimila (ma nessuno li contò) viaggiarono stretti l'uno all'altro, cibandosi solo di zucchero da canna, erano partiti all'improvviso senza portare nulla con sé.

Immagini bibliche, una massa di corpi esultanti che si tuffano in mare per raggiungere la banchina, e che vengono accolti con stupore dai baresi. Primi soccorsi, acqua, molti si fingono malati per sfuggire alla calca e al sole che batte infernale, qualcuno ritrova amici e fratelli.

E poi la deportazione nello stadio della città, dove gruppi di violenti sequestrano il cibo lanciato sulla folla, impossibile distribuirlo diversamente, e l'atmosfera che si fa cupa, alcuni sfonderanno le porte e fuggiranno. Nel racconto di un «sopravvissuto», c'è un poliziotto che piange a sentire la storia del piccolo albanese in cerca di lavoro e di libertà.

Il sindaco di Bari è contrario al trasferimento nello stadio e propone una tendopoli sul molo, ma dal ministero arriva l'ordine di spazzarli via, di sequestrare i 20mila, di ricacciarli indietro. La dolce nave diventa così uno struggente poema per immagini e parole, fotogrammi di un reale che ci perseguita, soprattutto nell'incursione in scena dell'allora presidente della repubblica, Francesco Cossiga, che in un scena da film horror si scaglia contro il sindaco di Bari, il disumano e l'umano, e lo minaccia di ritorsioni perché ha accolto quei ragazzi, i nostri vicini, i fratelli dell'altra sponda. Sarà difficile trovare un'inquadratura più crudele e insostenibile.


giovedì 20 giugno 2013

"Viaggio sola" di Maria Sole Tognazzi. Margherita Buy, la non casalinga inquieta

Roberto Silvestri

Margherita Buy, premio David di Donatello 2013 come migliore attrice protagonista, apparve improvvisamente sul grande schermo (alla Mostra di Venezia di qualche lustro fa), in La seconda notte, giovanissima presenza beckettiana in cerca impossibile di un equilibrio fisico e psichico (non formale, ma sostanziale), che, nel film di Nino Bizzarri, diventava l'oggetto d'affezione di una persona che, come lei, era un'effimero cliente d'albergo.

Ci disse a gesti e sguardi opachi, in quel film, con l'esperienza vispa di una acerba donna poco più che adolescente,  che il mondo stava cambiando (in peggio) e che bisognava attrezzarsi alla difesa, modificando la fluidità spontanea dei nostri corpi, mettendoli di sbieco, in perenne stato d'allarme e di sospetto (sintomatica una scena davanti allo specchio, versione tragica di una sequenza dadà di Max Linder) e al di qua e al di là dell'identità di specie e genere che il femminismo aveva appena, e irreversibilmente, riaffermato, con la forza. E consigliandoci perfino, uscendo dallo schermo come giovane diva,  comportamenti impropri e adocchiamenti volgari: non fu poi lei, assieme al suo compagno di allora, Sergio Rubini, a omaggiare, da sola, il presidente Cossiga quando tutto il cinema italiano lo aveva giustamente isolato? Cos'era quella imbizzarrita 'mossa del cavallo'? Introversione radiante? Distrazione egemone? Polemica anticipata contro il manierismo dell'anti politica? Una cosa così. Una coetanea, Valeria Golina, non a caso stava già preparando le valigie per la California...
Margherita Buy in "La seconda notte"

In Viaggio sola, il suo nuovo film, Margherita Buy è Irene e duetta (anche nelle suite) con Andrea, che nella trama è un ex diventato amico del cuore, ed è una vecchia conoscenza, Stefano Accorsi, qui maniaco del biodinamico e distributore di cibi di qualità (tanto per ironizzare su Ozpetek?). Questo film è, stranamente, proprio un film sui grand hotel, quei sontuosi templi delle jacuzzi, del Martini cocktail, della sauna, della piscina panoramica e dell'intimità negata, come scoprirà diventando l'amica casuale di una antropologa tedesca dell' "eccitazione sessuale" imperante.

C'è un altro 'movimento 5 stelle' che appartiene a happy few, e non a uno solo. Di questo si occupa questo raffinato film, per il 17% di produzione Rai (che, non aendo il naso per gli affari, finanziano solo opere di qualità, ma per non insuperbirsi, le finanziano di un nonnulla), dai cento piaceri (il soggiorno da nababbi) e dolori (il conto da sultani) anche obliqui. I vestiti di Irene sono di Armani. Quasi quasi si ascolta un concerto di musica dodecafonica. E Alban Berg non abita a Cinecittà (in realtà non si sente, ma il montaggio 'atonale' di Walter Fasano ne dà un'idea). Si ammira come Irene tratta le nipotine, insegnandogli l'educazione, fatica da Ercole. E l'incontro/scontro in automobile di perfidie sorellesche tra Irene-Margherita Buy, la distratta intellettuale, e Silvia-Fabrizia Sacchi, che qui della distratta dà una versione popolare di charme pop, una mamma che si dimenticata tutto, e, sempre, le chiavi di casa e della macchina, ma che prosciugata dalle figlie, si è dimenticata anche del proprio corpo, dei vestiti sexy e delle scarpe coi tacchi di 15cm, abbandonando il marito musicista (il fratello della regista Gianmarco Tognazzi) al bromuro digitale eterno di Internet. Niente sesso nei film per il 17% di produzione Rai. Ma un bel po' di 'stronza!', tra donne, si può dire.

Margherita Buy è comunque quasi sempre via da Roma, e visita uno dopo l'altro, aeroporto-taxy- hotel i migliori  '5 stelle' della terra, ne valuta pulizia, arte, cucina, campo da golf, perfezione di gestione, timing e qualità dei servizi, attenzione o disattenzione esagerata verso i clienti, per decretare, tramite complicati formulari e osservazioni  dirette,  il mantenimento o la perdita del marchio di superqualità. E' il suo lavoro. E' una sorta di vestale della guida Michelin. Questi 'non luoghi' spersonalizzanti, odiosamente o sciccosamente di classe, sbriciolano la sua vita e la cosa le garba. Gli sceneggiatori avrebbero potuto divertirsi un po' di più... Libertà assoluta, nessun legame che la paralizzi o la condizioni. Qualche flirt fugace, che a volte funziona (si presume) e a volte no (come si vede a Marrakesh). Margherita Buy è una non casalinga inquieta. Algidi i suoi spazi domestici romani, e forse proprio per questo fu impossibile la relazione con Accorsi, che nei sottintesi è in cerca di coppia stabile e figli (li avrà). L'uomo non è più come una volta.

Il film, dunque, e neppure obliquamente, è un omaggio proprio a questa attrice il cui corpo domina, a stento - ma più di un comico alla Jerry Lewis o alla Jacques Tati - l'illogicità dei consumi, la fatica del recettore diventato produttore (Magherita Buy compila, per lo spettatore, un promemoria: che anche nei cinema si valuti il film attentamente...nei dettagli), delle relazioni interprersonali e delle emozioni private dei tempi postmoderni, ed è indocile a ogni copione che non voglia partire dai suoi movimenti e comportamenti slabbrati, eccentrici, posterotici e sempre dalla parte del contorto. Perché semplici, naturali, razionali. Cose che fanno paura.

Buy ne attraversa una decina, di super hotel, da Parigi a Fasano, dalla Toscana alla Sicilia, da Berlino a Shanghai...Ricorda un po' Billy Wilder, inebriato dal Ritz e da Audrie Hepburn nella ville Lumiere e fino a  Avanti! e Buddy and Buddy... storie satiriche che privilegiavano sempre i grandi alberghi e raccontavano, con arguzia al vetriolo,  quel che Wilder ormai conosceva meglio, visto che passava gran parte dei suoi ultimi anni  tra festival e giurie, inviti a retrospettive o omaggi in tutto il mondo. Passano tutti negli hotel, c'è la folla concentrata, i vincitori e i vinti, i just in time e i fuori tempo. Bel mareriale per un regista.

Maria Sole Tognazzi, che mette in scena senza farsi prendere dal vizietto dello stile da esibire, ed è cosceneggiatrice con l'esperta Francesca Marciano e Ivan Cotroneo, è molto più giovane di Wilder. La sua conoscenza dei 5 stelle e dei resort, che sono un po' l'esperanto spaziale di ricchi e manager con yacht superiore a 17 metri, star e vip, sembra più intima, intensa e altrimenti autobiografica. Si vede che li conosce alla perfezione quei luoghi 'secrettati', e non solo per essere la figlia di Ugo. Ne calibra intimamente difetti e grandezze. Questo dà al film una sostanza conoscitiva speciale.

Su come sono belli, su come sono inaccessibili. Su come sono anche freddi, anonimi, senza vita, asettici questi spazi damascati e fioriti e diversamente profumati. Mi piace, infine, che questo sia un film improprio, avulso, paria, né commedia italiana né dramma sentimentale. Un film che imbarazza il critico perché fa critica (del cinema limitrofo esistente di sistema o antisistemico, notare quel finale con svolta 'quasi alla Diritti', e non poco parodistico) senza compromessi e ammanicamenti; poi perché è un film didattico, in senso rosselliniano: ma invece di parlarti dell'età del ferro o di spiegarci Socrate, ti da una serie di dritte su come comportanti con il barman dell'Excelsior, utilizzando un espediente alla ministro Urbani (il product placement: come utilizzare gli sponsor dentro il film senza farsene possibilmente accorgere) per esibirne virtù e limiti, orrori e piaceri. Ormai, dopo averlo visto, gli italiani di tutte le classi sociali finalmente entreranno nelle hall degli alberghi e metteranno in soggezione chiunque, non solo i bell boy.
 

domenica 16 giugno 2013

La controcultura Star Trek "Into the Darkness"

Roberto Silvestri

Il riavvio. Batman, Superman, 007, Pantera rosa, Pianeta delle scimmie, Godzilla... Siamo in pieno boom del reboot - deviare e modernizzare, in prequel o in sequel -  griffe o saghe di infinito successo che potrebbero perdere irreversibilmente la spinta propulsiva se non venissero dotati di motori
dalla rivoluzionaria concezione. I gusti si evolvono. Occhi e orecchie bramano altro.

Uno di questi motori, evoluzione della specie, al fianco di Tim Burton e Christopher Nolan, è lo spielberghiano e giocoso J.J.Abrams (Super 8) , capace già nel 2009 di rispettare puntigliosamente - da appassionato maniaco e un po' fissato -  la qualità suggestiva interiore, l'umorismo irriverente e il canone formale della space opera più famosa della storia dell'immaginario da oltre mezzo secolo, Star Trek (quattro serie televisive, 11 film a soggetto, la fonte a cui si sono abbeverati Kubrick, Zemeckis, Cameron, Gillian, Carpenter e perfino Guerre Stellari) che qui arricchisce di inedita patina dark, gigantismo Imax, 'primitiva' tecnologia 3d che ti inghiotte letteralmente nell'immagine e sfumature gay sempre meno allusive. Ti vengono le freccette in faccia, insomma, come ai vecchi tempi di Oboler, e il talebano - già è lui il temibile 'nuovo' nemico John Harrison, l'attore britannico Benedict Cumberbatch, di maligna grandezza nella voce originale cavernosa) -  ti viene mostrato a tutto tondo, affinché terrore fisico e mostruosità sovrumana da fanatico religioso (spaccare i crani con le mani come fossero noccioline più doti intellettuali sopraffine ne definiscono la tradizionale perfida ambiguità) giganteggino in Star Trek Into Darkness, nelle sale italiane da qualche giorno. L'Imax viene usato negli esterni, che ha set più verticali che orizzontali, per dilatare gli spazi. Mentre gli interni sono girati con il 35mm anamorfico.

Chris Pine (il capitano Kirk) e Zachary Quinto (Spock)
Un doppio viaggio della U.S.S Enterprise, questa volta, che conduce l'equipaggio multirazziale e dall'espansionismo compassionevole guidato dal giovane comandante Kirk (un monoespressivo-intenso, Chris Pine) e dal suo secondo Spock (Zachary Quinto, più conehead che Nemoy, con qualcosa di Favino), ancora freschi di Accademia,  e sempre battibeccanti come La strana coppia, dapprima nella giungla del vulcanico pianeta Nibiru, popolato da selvaggi che sembrano clonati delle performance dell' "akzionista" austriaco Gunter Brus e poi nel pianeta Kronos, pullulante di nemici acerrimi dei 'nostri pacifici eroi', i Kingon, che utilizzano per le loro sporche manovre di potere - vero paradosso temporale -  feroci integralisti islamici ibernati tre secoli prima, missili devastanti che teletrasportano a volontà, proprio come gli umani (smentendo clamorosamente le previsioni di mercato del Fondamentalista riluttante) e anche fior di traditori al di sopra di ogni sospetto.
Alice Eve nel ruolo di Carol Marcus


Gli sceneggiatori, Robert Orci, Alex Kurzman e Damon Lindlof,  fanno non pochi pasticci negli incastri logici della storia, delle avventure e delle battaglie, soprattutto quando hanno a che fare con i membri dell'equipaggio, o troppo esagitati (Pavel Checok o il capo ingegnere Scotty Scott, o troppo catatonici come il Timoriere Hikaru o il dottr Leonard Bones McCoy. Ma soprattutto con un personaggio femminile che non è quel che sembra, Carol Marcus (Alice Eve)  che non sanno nè dove mettere né come far spogliare, spazientiti come bambini che non vedono l'ora di passare all'azione, alle grandi battaglie epiche, alle prospettive planetarie a pardita d'occhio e a far schizzare letteralmente tutti gli oggetti fuori dallo schermo. Ma che il loro intento debba essere per contratto prima di tutto umanista (non attaccare mai prima, evitare lo spargimento di sangue, minimizzare i danni)  esce fuori da ogni poro del film e sembra infastidire la sala macchine.

Zachary Quinto e Chris Pine
La fantascienza moderna, che nasce alla fine degli anni 50, infatti, perfino quella coeva di Godard, Truffaut e Resnais, che ha l'età dell'invenzione tecnologica dello zoom, gioca coi tempi reversibili più che con lo spazio infinito da solcare (visto che Gagarin lo aveva conquistato davvero) ed è perennemente attratta, se si parte come in questo caso dal 23° secolo, dal viaggio nel 'passato arcaico' o nel presente 'terroristico'. Discute di storia e di politica, è appassionata di eterni problemi esistenziali e filosofici e coinvolta dal mondo contemporaneo. E in questo film siamo più spesso a spasso sui colli di San Francisco e sul lungo fiume di Londra che in giro per galassie. Ma la bizzarria non è eresia.

Il concept di Gene Roddenberry, l'autore della saga (ex battista poi ateologo di grinta rinascimentale ma timoroso di una scienza in grado di dominare l'uomo e di ridurlo a cosa, privandolo della libertà: non un grande scrittore, dice Stephen King, ma un sublime annusatore dei tempi), parte infatti da Il pianeta proibito, l'astronave che raggiunge un nuovo mondo forse infido (ultima propagine del periodo fecondamente paranoico della fantascienza maccartista: fecondo perché solo la paranoia impone agli americani di non fidarsi ormai più di nessuno, dei comunisti come del proprio governo, della Cia come della chiesa cattolica, delle trivellazioni di petrolio come del fracking) ma arricchisce di sapori reali (storia, psicologia, sociologia...) e valori kennediani anni 60 gli archetipi del coraggioso viaggio in mare, tra pericoli naturali e mostri invincibili, della classicità e della mitologia.

Quali sono questi valori laici e razionalisti della controcultura Star Trek? Lail predominio della scienza e non della superstizione religiosa; la non interferenza con le altre civiltà, il rispetto (prima di Clinton era un valore democratico e maoista il principio del 'non intervento' nei fatti interni di uno stato: adesso tutti si comportano come Breznev a Praga);  la tolleranza in un universo multigalattico dove non si rifiuta mai il confronto con il diverso e si cerca di comprendere anche le ragioni del più criminale nemico; che il divino è l'uomo, con la sua capacità di migliorarsi, di eliminare i difetti e di diventare quasi un angelico Metron del pianeta Arena o un Organiano (vedi l'episodio tv Missione di pace) se non proprio un vulcaniano (ma per metà umano) come Spock, il razionalista drastico dal calviniano nome di Xtmprszntwlfd, rispettoso delle regole e inflessibile sul piano etico ("io non posso dire mai bugie"), perennemente in conflitto creativo, yin contro yang, con il comandante James Tiberius Kirk, più trasgressivo, emozionale, sorprendente e 'umano'.  Anche preda di dubbi. E se Kinrk in scozzese significa Chiesa, possiamo dire che oggi, anche nei vertici sommi della chiesa cattolica, qualche devastante dubbio ne ha scalfito l'infallibilità. Il 'dottor Spock', quelo che negli anni sessanta e settanta è stato il portavoce dell'educazione libertaria,  non ne sarebbe sorpreso. 
Il tono politico, di carattere ottimistico e aperto, che avevano alcuni episodi della serie tv come "I terroristi di Rutia", The High Ground, o Guerra privata (Too Short a Season) sul caso Irangate o L'ospite (The Host) e Il diritto di essere (The Outcast) che spezzava una lancia a favore delle libertà sessuale, sono in questo 12° film della serie, lo dice il titolo stesso, sepolti sotto una tragica coltre di oscurità tessuta di catastrofi, bombe, attentati, assalti, morti, distruzioni di metropoli. La guerra in Iraq, Afghanistan, Siria. Gli attentati alle Twin Towers e a Londra, Boston, Madrid non sono passati invano.