domenica 12 maggio 2013

Dalla parte delle Pantere Nere. Vita e opere di Mike Gray, film-maker

The Murder of Fred Hampton, il film sull'assassinio di un grande leader dei Black Panther  di Chicago è l'opera più importante di un cineasta militante statunitense scomparso qualche giorno fa. E' un film che schiaccia alle sue responsabilità J.Edgar Hoover, eterno guru dell'Fbi,  e i suoi metodi.  E' particolarmente grave il fatto che nel necrologio del Los Angeles Times sia stata completamente cancellato dalla storia questo capolavoro di controinformazione realizzato tra il 1969 e il 1971 e che spiega molto bene l'attività criminale dell'Fbi in quegli anni (e forse anche dopo): creare la macchina del fango,  assassinare inventando di sana pianta prove a carico, minacciare e eliminare testimoni scomodi, zittire o intimorire la stampa e i media pur di portare a termine lo sterminio fisico e politico di ogni oppositore, da sinistra, del sistema. Il film naturalmente non fu mai distribuito nelle sale, nonostante l'aiuto che il produttore radicale Bert Schneider dette a Gray. Fu visto nei festival, nelle università occupate, nei circoli operai di tutto il mondo. Ma diventerà un classico, è inevitabile,  e nessuno si ricorderà più nei prossimi decenni del capo della polizia di Chicago, Hanrhan, ma tutti di Fred Hampton.  E' morto a 77 anni, dopo un attacco di cuore, nella sua casa di Los Angeles, Mike Gray, scrittore e film-maker militante, attento radiografo delle degenerizioni interne alle  istituzioni democratiche americane. Produttore televisivo, inizialmente di tendenza repubblicano-goldwateriana, Gray aveva abbandonato la sua carriera commerciale e portato la sua società, il Film Group, dopo i massacri studenteschi degli anni 60 che aveva filmato e che l'avevano sconvolto, dentro il movimento. Nell'estate del 1966 fu con la sua cinepresa al fianco di Martin Luther King nella guerra contro la discriminazione razziale a Cicero, nei sobborghi di Chicago. Due anni dopo era con i manifestanti massacrati dalla polizia durante la Convenzione democratica, quando il vincitore effettivo fu sostituito, da spudorati 'maghi' burocrati, col più 'moderato' Humphrey (che poi perse). American Revolution 2, il documentario che realizzò con Chuck Olin in quella occasione dette anche uno sfondo socio-urbanistico agli avvenimenti, raccontando la miserabile vita nei ghetti neri e la quotidiana repressione subita dai lavoratori di Chicago. Ma Gray non era uno spettatore passivo degli avvenimenti, né un filmaker piattamente al sevizio del Movement, come il gruppo di controinformazione più celebre di quegli anni, il Newsreels. Si considerava un militante "dalla parte della giustizia" e il suo compito era aggiungere potenza comunicativa alle battaglie, così spesso mal pubblicizzate, ma sacrosante, del Movement.  E di controinformazione, si occupò sempre: Black Panthers, la guerra del Vietnam, gli abusi di polizia, la questione droga, la sicurezza nucleare, anche pubblicando libri e articoli sui quotidiani e sulle riviste più aperte, come Rolling Stone (sui morti di eroina) e GQ (sulle frodi elettorali). Tra i sui libri ricordiamo Angle of Attack, sul programma spaziale; Drug Crazy, sulla folle politica americana di lotta alla droga; e The Death Game contro la pena di morte. Amico di Fred Hampton, leader delle pantere di Chicago,  aveva girato già circa 50 mila metri di pellicola sulle sue politiche di lotta nelle fabbriche e nei quartieri, di assistenza ai poveri e ai bambini dei ghetti quando Mike Gray fu chiamato al telefono e avverito che il suo eroe era stato freddamente assassinato dalla polizia, assieme a un compagno La versione ufficiale  diceva che i due militanti avevano iniziato a sparare contro le forze dell'ordine. Il film dimostrerà la falsità di questa tesi. "Il mio interesse per i Panthers era motivato strettamente dal senso di rispetto per la nostra Costituzione. Le ingiustizie perpetuate contro le Pantere nere sono state monumentali." Mike Gray dopo la delusione di un film che tutti dovevano vedere ma nessuno ha visto, si trasferisce a Hollywood. E il film della vita doveva essere Sindrome cinese, una delle pietre miliari nella lotta contro le centrali atomiche, che lui aveva scritto nel 1979, e voleva fosse di grande impatto popolare e non chiuso alla nicchia degli adepti,  ma che non riuscì a portare sullo schermo come regista perché il progetto, che aveva interessato star del livello di come Jack Lemmon, Jane Fonda e Michael Douglas, era diventato troppo grande perché una major hollywoodiana come la Columbia potesse affidare  milioni di dollari a un 'fuori casta'. Anche se si occupò della produzione dell'opera, diretta poi dal più affidabile James Bridges, modificata nel copione per dare spazio al personaggio di Jane Fonda. La pellicola che ebbe subito un immenso successo fu duramente attaccata dai nuclearisti (e dalla lobby atomica) che rimproverarono l'eccessivo allarmismo di un film che profeticamente aveva anticipato di poco l'esplosione parziale della centrale di Three Mile Island in Pennsylvania. Principiante di scenggiatura si racconta che si studiò accuratamente  La regina d'Africa di Huston-Hemingway per copiarne la struttura narrativa e modellare la sua avventura.  Harold Michael Gray era nato a Racine, Wisconsin, il 26 ottobre 1935, padre commesso viaggiatore che presto si trasferì in Indiana dove Mike finì gli studi aeronautici che gli consentirono un lavoro a New York nella rivista Aviation Age.Nella metà degli anni 60 si trasferisce a Chigago per realizzare documentari e pubblicità. E poi lo shock dell'esercito che spara nei campus di Kent sugli studenti. "Era un regazzo venuto dall'Indiana, fu sconvolto dall'ingiustizia, inaspettata che osservò ripetutamente in quegli anni e che lo trasformò" ha dichiarato la moglie Carol Hirsch.


Tra le sue opere più recenti Wavelength, 1983, la serie tv di fantascienza Starman (nella metà degli anni 80) e la produzione di Star Trek: The Next Generation. Nel 1982 Gray e Ira Rosen recapitolarono gli avvenimenti di Three Mile Island nel libro The Warning  ma negli ultimi tempi si è occupato soprattutto di riforma delle legge sulle droghe diventando il presidente della associazione di avvocati 'Common Sense for Drug Policy'. (r.s.)

Taylor Mead, lo conoscevate? E' il figlio di Andy Warhol....

Taylor Mead è morto l'8 maggio del 2013. Un tempo sulla Croisette arrivava Jack Nicholson con le pizze del film sotto il braccio di western capovolti e sulfurei. E tutti provavano curiosità e intimorita eccitazione quando si vociferava di quelle proiezioni mitiche, all'Anthology Film Archive di Manhattan, interpretate da quello strano comico dei sotterranei: Tarzan and Jane regained, Taylor Mead's ass e Couch (1964), Chelsea Girls (1966), Lonesome Cowboys e Nude Restaurant (1967),  e San Diego Surf Movie (1968), i grandi capolavori con Taylor Mead...

Il puritanesimo, la sensualità, il cattolicesimo, l'erotismo, il porno rivoltati come un pedalino con perfetta sensibilità camp (che scatta quando si capovolge il rapporto tra serio e comico, pomposo e elegante, gay e etero). Ma adesso, a '68 scaduto e gettato in cantina... Cannes, la città più a destra di Francia, con un 30% che vota Fn e Le Pen, e dove il prossimo, ravvicinato, scontro elettorale amministrativo sarà tra estrema destra e destra estrema, tra nazisti per bene e fascisti moderati, con i socialisti volatilizzati nel nulla, dovrà essere spruzzata con un bel po' di deodorante. Consiglio di diffondere un bel profumo Underground, dentro e soprattutto fuori i cinema, i ristoranti costosi, i giornalai pieni di riviste glamour-apologetiche, i locali trendy, i negozi dalle vetrine cinefile e charmant, il mercato rozzo e sozzo solo per pittoresche esigenze turistiche, il suquet rigonfio di buyers senza anima e occhi e pietà che trangugiano Puissy Fumé... Non ci sarà certamente tra il 15 e il 27 maggio l'omaggio ufficiale di Monsieur Fremaux, ancora direttore artistico della cattedrale-Jacob, arrivata alla 66esima edizione, né a Taylor Mead, né a Ray Harryhausen, né a Mike Gray, cineasti statunitensi fuori schema adorati, e morti in questi giorni.

Il cinema sperimentale più dandy, l'estremismo fantasy e le immagini militanti dell'estrema sinistra, insomma i favolosi effettisti speciali dello spirito di banana, non abitano più qui. Si riverisce su rue d'Antibes ormai solo ciò che coniuga, moderatamente, trombinescamente, e in buquet ben confezionato,  arte, cultura, look, kitsch, glamour e affari. Intanto però il businessman hexagonal trema, per la verità, perché Netflix il colosso del cinema via internet,  è il nuovo spettro americano che si aggira per la Croisette e, avendo già acquistato una sede in Lussemburgo, è pronto a distruggere come fosse Adolfo Celi in 007  - pompando on line a costo competitivo blockbuster a ripetizione e prima di Canal Plus -  la filiera perfetta, la "chronologie mediatique" che ha fatto della Francia la gongolante primatisma mondiale dell'eccezione e della differenza culturale. Oltre che una industria che sforna più di 200 film all'anno, è in attivo, vende all'estero e ha pure un governo socialista. Beat the business.  Infatti. Siamo ancora nell'epoca nella quale R.W. Fassbinder, la 'principessa delle ostriche', invitava i suoi più cari amici e collaboratori nelle lunghe tavolate all'aperto di Astoux, il ristorante di pesce sul porto più corteggiato di Cannes, porto della Costa Azzurra  'dove si va a mangiare e a fare affari, non tanto a vedere film' (così dichiarava il cineasta bavarese, che i film se li andava a vedere, allora, invece, a Venezia). Eppure. Dovremo  pure ritrovare da qualche parte (al Marché? alla Quinzaine? Alla Semaine?) quel comportamento avulso, quella libertà beatnick di fraseggio, quella concettualità obliqua, quello sguardo ibrido, quel sorriso prensile, quell'omosessualità polisensuale di Taylor Mead, l'attore 'zigano' - anzi la super star  lanciata da Robert Frank e Andy Warhol -, e il regista più squinternato del New American Cinema, scomparso qualche giorno fa, che si potrebbe definire, fisicamente, l'incontro al vertice tra Stan Laurel e Egon Schiele o tra Jerry Lewis e Jacques Tati e, creativamente, quella tra Pollock e l'Urlo di Munch. Già, arte dell'urlo, del non riconciliato, della rabbia, quella beat. Spazio consentito, quasi istituzionalizzato, ma che Mead interpreta con sarcasmo egemonico degno di Totò e di Grande Otelo (l'attore nero comico brasiliano del cinema novo).      
L' "On the road", al cinema, si chiama solo "The Flower Thief". E Taylor Mead lo interpreta nel 1960, regia di Ron Rice che, assieme a Vernon Zimmerman scoprono l'artista a una reading di poesia e ne faranno, senza grandi meriti perché lui è una forza molle della natura,  l'antitesi della star hollywoodiana, ispirandosi a Robert Frank e a Pull My Daisy.  "Recita come se avesse il cervello e la bocca pieni di marshmallow" scriverà Brendan Gill sul New Yorker. Già si chiama inquinamento e mal d'anima. E perfino il critico francese Robert Benayoun, che trova l'underground cinematografico un movimento tanto noioso quanto esteticamente irrilevante, ammira Lemon Hearts e L.A. ...with Lust che Zinnerman girerà nel 1961 e The Queen of Sheba Meets the Atom Man che Rice, solo trentenne, non riesce a terminare perché stroncato dalla fame e dalla malattia, e che proprio Mead monta, musica e finisce eseguendo le istruzioni scritte del geniale regista. Se vogliamo impadronirci dell'opera omnia di Taylor Mead dobbiamo dunque girovagare su you tube o meglio su Ubu Web e scovare 8mm di rarità stellare o capolavori assoluti che Criterion o Rarovideo prima o poi pubblicherà con annesso libretto. E' lui il dio degli inferi in The Illiac Passion di Gregory Markopoulos, l'ala ellenistica del New American Cinema. Con Ultraviolet interpreta The Secret Life of Hernando Cortez di John Chamberlein, ma è solo suo lo strip-tease in Taylor Mead Dances diretto da Paul Morrissey. Il papà filmaker underground newyorkese di Robert Downey jr., che si chiama Rober Downey, in Babo 73 gli fa parodiare il presidente degli Stati Uniti, che se lo merita perché sta bombardando clandestinamente la Cambogia. Con il filmmaker Jerome Hill giganteggia in Open the Door and See All the People mentre con Bob Chatterton è perfetto in The Hobe and the Circus, dopo aver girato Passion in a Seaside Room. Hobo, vagabondo del dharma, erede degli operai della grande depressione che si scontravano con i guardioni delle ferrovie per viaggiare gratis in cerca di lavoro, Taylor Mead gira come regista alcuni infiniti diari di esodo dal sogno americano come My home movies (1966) e European Diaries (1966)  che sono l'equivalenza visiva del suo interminabile poema on the road, Diario di un giovane newyorkese, anzi in originale Anonymous Diary of a New York Youth perennemente incompiuto perché la gioventù è una concetto, direbbe Marilyn, da 'vecchie cornacchie' reazionarie. Ed ecco la Factory e Andy Warhol che lo vuole come perfetto Tarzan and Jane Regained...Sort of  di cui ha precedentemente predisposto il suono su nastro magnetico. Durante l'epoca aurea del Filmstudio romano Taylor Mead veniva spesso a trovare Americo Sbardella a Annabella Miscuglio e proiettava Imitation of Christ proprio a un passo dal Vaticano. Perennemente innamorato il suo girovagare omosessuale lo portava in giro per il mondo e lo cacciava in un mare di guai, come quando fu scovato nel 1970  mezzo morto e dissanguato ai bordi del deserto marocchino da due suore, con il ventre aperto. Tornato guarito alla Factory esibì le sue cicatrici con orgoglio, urlando cialtronescamente - come ricordano Adriano Aprà e Enzo Ungari nel prezioso volume su Warhol: "Vedete? Anche io come Andy!", riferendosi alle tracce dei colpi di pistola che Warhol portava ancora sul corpo. 

  Tarzan and Jane regained...Sort of (1964), 'ancora peggio di un film dilettantesco', scrive il critico James Stiller, è però inusualmente "esilarante". Certo, continua,  la presunta 'innocenza infantile' di Mead è quella di un buffone, di una specie di Stephin Fetchit - il comico nero - non particolarmente giovane, anzi un po' laido ripugnante. Insomma Mead è innocente quanto il culo di Mae West e sappiate che campeggia per tutto il tempo col sedere scoperto, ma il senso di gioia, di meraviglia di spensierata allegria è talmente convincente e stimolante che ha ben poca importanza il fatto che poi egli si burli di quasi tutto quello che fa". Il film, muto, in 16mm, di due ore, uno dei primi firmato da Warhol,  che aveva appena comprato una Bolex, fu girato a Los Angeles, sulla spiaggia di Santa Monica e montato da Taylor Mead che aveva predisposto anche la pre-sonorizzazione magnetica. Nel cast anche Dennis Hopper e Claes Oldenburg. Sarà poi in una parodia del cinema pornografico Couch (con Allen Ginsberg, Gregory Corso e Jack Kerouac, che era molto amico di Mead) e un selfmovie, in risposta a una lettera al Village Voice di Peter Goldman (il regista del cassavetesiano Gli echi del silenzio) scandalizzato per i film di Warhol, "lenti, fatti senza pellicola, fuori fuoco e che inquadrano il culo di Taylor Mead per due ore?" Warhol controllò in archivio. Non c'erano film sul culo di Warhol lunghi due ore e realizzà questo, Taylor Mead's Ass, di 70', per la verità, che è tutto un primo piano delle natiche dell'attore, molti bianchi, molto sovraesposto, quasi astratto. Taylor tiene in mano un libro e altri oggetti. In The Nude Restaurant Viva è la star e racconta le sue esperienze religiose cattoliche tra preti che la volevano violentare. Taylor canta, suona l'armonica e chiacchiera con un membro della resistenza clandestina sulla politica imperialista Usa. La sua frase più famosa, però, resta: "Non mi piace camminare in cerchio. Ho abbandonato il sollevamento pesi perché bisognava sempre ripetere la stessa cosa". Viva è con un uomo in una vasca da bagno "demolendo il mito freudiano" e aggiunge: "Lo sai che Churchill passava otto ore al giorno in bagno?". In Lonesome cowboys Taylor Mead si innamora di Joe D'Alessandro, sempre cantando e ballando. In Surfing Movie Taylor e Viva sono addirittura sposati, con dei bambini, affittano una casa al mare e Viva da la caccia ai surfers, e anche Taylor. E alla fine ne prende uno e gli dice: "Per favore, siamo della classe media, possediamo una casa, andiamo al Country Club e giochiamo a golf, facciamo una vita monotona, quello che combiniamo tutto il giorno è stare seduti in cerchio, vorrebbe farci un grande favore e pisciarci addosso? E il film finisce con Taylor che dice: "Oh, grazie...Oh Dio, grazie..."

 Cosa succede a chi fa il broker. Studi regolari, universitari, poi una promettente carriera da agente finanziario alla Merrill, Lynch, Pierce, Fenner e Beane. Ma, all'improvviso,  via, sulla strada. Taylor ha girato cinque volte l'America, in autostop, e in automobile una sola volta, con Urlo e On the road sotto il braccio. Poi si ferma a New York e frequenta Corso, Dylan, Ed Sanders, dipingendo, scrivendo e mettendo in scena poemi nei club degli scantinati. Quindi il viaggio a San Francisco, in epoca di hippies e yippies, i primi film con Rice ("erano alla Ed Wood e noi eravamo attori dadazendada"), la politica, la lotta contro l'establishment e la guerra del Vietnam, e, dopo una partensi messicana e europea, il ritorno a Manhattan, alla factory di Warhol dove oltre ai film 'di studio', e a Too young, Too immoral di Ray Phelan - è uno spacciatore di droga sordo muto - all' autobiografia e ai quadri popespressionisti, mette in scena come attore alcuni successi off off Broadway (di Le Roy Jones e Frank O'Hara). Con Warhol scherza: "Andy, noi siamo proprio gli ultimi beatniks!" e lui, ridendo: "Ma che dici, Taylor, io non sono mai stato un beatnik". Commento di Mead: "Certo, era così fissato con il Country Club!  Invece Mead preferisce il teatro al cinema, per la 'risposta immediata' del pubblico. Ma si piace guardarsi allo schermo e ama immensamente il cinema perche 'trasforma' . Come Yussef Chahine, Mead ha studiato teatro nella prestigiosa università del teatro, il Pasadina Playhouse, in California, con Herbert Berkov. E a chi - Jack Sargeant in Naked Lens, studio sul cinema beat - gli chiedeva se sentisse una certa affinità con Charlie Chaplin rispondeva: "Io sono molto meglio di Chaplin, perché lui è meccanico, ripetitivo. Ho fatto un film con sua figlia Geraldine in Portogallo e le ho detto che il mio film preferito di suo padre era Luci della città e anche lei era d'accordo. Ma gli altri mi annoiano a morte". A proposito, del cinema post warholiano cosa amava Taylor Mead? Steve Buscemi, Living in Oblivion e Welcome to the Doll House. Certo un po' troppo ben fatto.... (r.s.)

da mercoledì 15 maggio sulla Croisette


fantasia


Picasso agisce con la storia delle immagini proprio come Disney agisce con la storia degli oggetti. Il vero erede del ready-made è il Disney di Fantasia, dove gli oggetti già decontestualizzati dal cinema muto, dal teatro sintetico futurista e da Duchamp, si animano e divengono soggetti autonomi, furbi e dispettosi, quasi dotati di vita propria” (Marco Senaldi – Enjoy! - Il godimento estetico - Meltemi)
Preludio all’opera d’arte totale Cannes 66, con Steven Spielberg e Jerry Lewis

Requiem per Harryhausen

Vi ricordate in Matinée di Joe Dante (1993) il "film nel film", l’horror in bianco e nero Mant! con le creature spassionatamente mostruose fatte in casa che sconvolgevano ed elettrizzavano i teenager alle prese con il doppio gioco della paura? L’omaggio era all’antenato della new Hollywood, al Méliès californiano inventore di trucchi e effetti speciali, il losangelino di origini tedesche Ray Harryhausen (1920-2013). Già, un coetaneo di Andreotti (sono morti insieme) ovvero come assegnare allo stesso spazio-tempo di vita intenzionalità opposte: l’apertura al sogno libero e al lavaggio dei panni più sporchi, da una parte; la chiusura di ogni recinto e la pulizia ipocrita e sospetta, dall’altra. In comune però la pazienza, la politica dei piccoli passi, l'invenzione di soluzioni eccentriche, solo con le dita...La leggenda vuole che Harryhausen preparasse, e tutto in famiglia, solo 13 studiatissimi fotogrammi di ‘model animation’ al giorno. Allievo di bottega di Willis O’Brien, si può dunque considerare l’anello di congiunzione tra King Kong - amo la grande bestia che è in noi e di cui Hitler fu solo una funebre parodia da sergente maggiore - e Joe Dante, segna il tragitto tecnologico dalla elettricità dell’era Fred Astaire all’elettronica d’epoca James Cameron/Peter Jackson che attraversa il 68 e conquista, come unica grande, immensa zona ancora immateriale ‘liberata’, Silicon Valley. Non a caso il cineasta americano d’Inghilterra Terry Gilliam ha dichiarato: "Quello che oggi noi realizziamo con i computer Ray lo ha fatto digitalmente molto prima di noi, e senza computer. Solo con le dita". E John Lasseter in Monsters, Inc. rende omaggio a Harryhausen nella scena in cui Mike Wazowski e Celia Mae vanno al sushi bar, l’Harryhausens’s. Stop Motion Model Animator Vedere 100 volte di seguito King Kong e studiare il lavoro certosino di O’Brien sul primate gigante e peloso aveva fatto dunque molto bene a Ray, tredicenne e quattordicenne: quel capolavoro penetra nell'essenza della della società di massa, indocile al suo status. Ray ruba, adolescente appassionato, il 16 mm a un amico della madre e si dedica allo stop-motion, animando, micromovimento dopo micromovimento, ciò che animato non è, pupazzi, peluche, oggetto di casa, giocattoli, soldatini (ricordate Small Soldiers?). E’ il Dyanimation o Dynorama, stop motion-no stop emotion - diventerà la sua scienza esatta (l’animazione di modelli tridimensionali: Pixar!). La famiglia è povera, l’Ucla di Los Angeles è costosa, ma seguendo i corsi notturni studia fotografia, trucco, ceramica e scultura. Già, le migliori scuole di cinema non insegnano cinema. L’artista eccentrico ungherese in esilio George Pal lo chiama per migliorare i suoi pupazzi, i Puppetoons, realizzati a colori per la Paramount, ma scoppia la guerra. L’Europa sarà un corso rapido di geografia del dolore. Al fianco di Frank Capra, Ted Geisel (Dr. Seuss) e Dimitri Tiomkin imparerà che le forme danno un senso in più alla vita, e viceversa e girerà cartoon per i militari. Girerà anche delle piccole fiabe con la sua 16mm, i Teething-rings. Nel 1949 proprio con Willis H. O’Brien (conosciuto nella bottega Puppetoons) torna allo scimmione per Schoedsack, un regista che si trova sempre agli appuntamenti con la storia dalla parte sbagliata della barricata, quella più armata, ma anche dalla parte giusta dell’immaginario, quella più disarmante. Mighty Joe Young (Il re dell’Africa) vince l’Oscar per gli effetti speciali, lanciandolo definitivamente perché O’Brien vuole che affianchi il suo nome sui credits. Quel tipo di animazione ibrida e sperimentale, in split-screen, a schermo diviso che poi si raccorda alla recitazione ‘live’, appassiona anche i budget divaricati di Disney e Corman, rigeneratori di una industria allora a corto di idee. La morte di Roosevelt, nel 1945, aveva traumatizzato il paese attivo e deformato nel profondo il sistema sensorio e nervoso dell’America tutta. Non si può che raddrizzarlo con una caritatevole quantità b di fantasy, fantascienza, mitologia, horror e super eroi, le sole terapie intensive degli anni 50 del terrore atomico e della guerra fredda. Blue-Ray: Sinbad, Giasone e gli Argonauti Il nome di Harryhasen comincia a diventare sempre più grande sui titoli di testa di pellicole di b-movie distribuiti da Warner e Columbia in una Hollywood in crisi nera (tanto che Ray finirà per vivere a Londra dal 1960). Il produttore per la pelle Charles H. Schneer gli affiderà l’intera sezione make up e gli effetti speciali (in sostanza una credibile gigantesca piovra) di It come from beneath the Sea (di Robert Gordon, 1956) dopo averlo visto all’opera in The Beast from 20 000 Fanthoms, basato su un racconto del suo amico Ray Bradbury, su un dinosauro che distrugge New York. Da allora, e per la prima volta, un mago degli effetti speciali, sarà il coproduttore di tutti i suoi bis-film: Earth versus the Flying Saucers (di Fred F. Sears, ‘56), con Washington rasa al suolo dai dischi volanti (Tim Burton lo cita apologeticamente in Mars Attacks! E nel blue-ray i due ne discutono); Twenty Million Miles to Earth (Nathan Juran, ‘57), con il marziano gigante che lotta contro un elefante e sbriciola il Colosseo di Roma come neanche Bruce Lee. Ma il ‘monster on the loose’, in piena potenza distruttiva, con il disgelo, va in cantina. Ed ecco il ciclope gigante, la principessa miniaturizzata, lo scheletro spadaccino, il dragone del capolavoro a colori The Seventh Voyage of Sinbad (Nathan Juran, 1958); The Three Worlds of Gulliver (Jack Sher, 1960), con le musiche, ormai fisse, di Bernard Herrman. In Mysterious Island (del black listed Cy Endfield, 1961), ormai pieno sconfinamento nel genere avventuroso-femminista, c’è però una gigantesca gallina feroce e nei panni del capitan Nemo addirittura Herbert Lom; scaraventato nel mondo della mitologia greca è il suo capolavoro, con l’esercito di scheletri (molto disneyano, la battaglia è costata 4 mesi e mezzo di lavoro), l’Idra dalle sette teste e un gigante di bronzo, Jason and the Argonauts (Don Chaffey, ’66). Unico film in Panavision della carriera, invece, quello ‘spaziale’, First Men on the Moon (Nathan Juran, ’64), mentre dinosauri, che piaceranno molto a Steven Spielberg, e Rachel Welch, giganteggiano nel trionfale e giurassico One Million Years B.C. (Don Chaffey, ’66), mentre un western fantastico con i cawboy messicani e i mostri preistorici in duello all’Ok Corrall è Valley of Gwangi (James O’Connolly, 1969), eterno progetto di O’Brien, finalmente realizzato (scena clou un allosauro che distrugge nel 1912 cattedrale spagnoleggiante e plaza de toros), una lontana ispirazione per il recente Cowboys vs. Aliens. Dopo Frog (Freddie Francis, ’70), John Philip Law lotta contro una statua della dea Kali e le sue sei braccia in The Golden Voyage of Sinbad (Gordon Hassler, ’74), mentre a Caroline Munro è affidato il siparietto sexy. In Sinbad and the Eye of the Tiger (Sam Wanamaker, ’77) c’è uno strano troglodita, la tigre furiosa del titolo, Patrick Wayne e la figlia di Tyrone Power, Taryrin. Gran finale, mega budget, superstar in Clash of the Titans (’81), dall’esito trionfale al botteghino. Quando a Tom Hanks chiesero quale fosse il suo film preferito, rispose:
“Molti dibattono tra Casablanca e Quarto potere. Io non ho dubbi: è Jason and the Argonauts il mio numero uno”.
La pensa proprio come John Landis che non ha diretto quasi un film senza la presenza-cameo di Ray (Spie come noi, Beverly Hills Cop III, Burke & Hare), come George Lucas (“Senza Harryhausen non ci sarebbe mai stata l’epopea di Guerre Stellari”), e come Olivier Assayas: Harryhausen non è il discepolo di O’Brien, ma l’allievo che ha superato di gran lunga il maestro e che ha inventato con gli effetti speciali visivi moderni il cinema contemporaneo. A lui devono tutto tutti, non solo Tom Savini, Rick Baker e Stivaletti, ma Sam Raimi, George Lucas, Guillermo Del Toro e la scuola inglese di animazione dei vari Nick Park e Ivo Caprino. Nel 1992 l’Academy consegnò a Harryhausen il premio Gordon E. Sawyer alla carriera e dieci anni dopo i giovani animatori Seamus Walsh e Mark Caballero aiutarono Harryhausen a terminare The Story of the Tortoise and the Hare, sesta e ultima delle sue fiabe corte iniziata nel 1952. Infine Steven Spielberg è riuscito a realizzare il sogno irrealizzato della sua vita. La guerra dei mondi, da Wells. (r.s.)

sabato 4 maggio 2013

Appuntamento a Cannes



Cinema - ilciottasilvestri
al 66° festival di Cannes
(15-26 maggio)
DA MARTEDì PROSSIMO

in diretta dalla Croisette
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mercoledì 18 maggio 2011

Melancholia di Lars von Trier e Hanezu di Naomi Kawase. Cannes


Roberto Silvestri
Cannes 18 maggio 2011


'L'albero della vita' era inizialmente unito, secondo l'esegesi ebraica, all'albero della conoscenza del bene e del male, ma in seguito Abramo ne separò, rizomatico com'era, le radici. 
James Cameron, blasfemo, le ha riunificate in Avatar, praticando lo slogan “la metamorfosi, a innesto avulso, è praticabile”, e Terrence Malick si è occupato di delocalizzarci da ogni 'genius loci', con gesto nichilista, costruttivo e cosmico, che risponde sì alla domanda: 'un altro mondo è pianificabile?' ma ci avverte contemporaneamente che non c'è ricordo del futuro senza viaggio eccentrico nel passato. 


Il tentativo reazionarietto di separarle di nuovo, quelle radici, lasciandoci in balia della depressione, della disperazione, della morte e del giudizio di dio (colpevolista) se lo è assunto con la consueta modestia di fraseggio Lars von Trier in Melancholia, film apocalittico di fantascienza senza 3d (né schermi al plasma, né cellulari), diviso in tre parti. Un prologo paratestuale, in sostanza i titoli di testa che riassumono in 5 minuti tutto il film in suggestivi quadri pittorici dagli ideogrammi egizi a Dalì (sul leit motif di Wagner) e due lunghe parti narrative, la prima una sinfonia compatta e concentrata, come le precedenti commedie nere Zentropa, e dedicata a Justine (Kirsten Dust, dopo il no di Penelope Cruz), agente segreto in azione contro ogni sontuoso matrimonio borghese; e la seconda, più poema sinfonico libero, arabescato, necrofilo e estetizzante, a dissonanze progressive, ma senza effettacci soliti, dominata da Claire (Charlotte Gainsbourg), donna 'incapace di attendere', officiante dell'estenuante rito pagano che porterà alla catastrofe definitiva, alla Terra che esplode dopo la collusione con il pianeta Melancholia del titolo. 


Un requiem al mondo capovolto dalle donne, rappresentate da due sorelle sterminatrici, capaci di deviare il corso degli astri alla faccia di ogni previsione scientifica (dunque maschile). E, come nelle epopee sulla decadenza aristocratica compianta da Visconti, citato da von Trier imitatore di Vinterberg, qui l'home movie è sulla borghesia, che non ha più classi sociali organizzatrici del nuovo cui cedere il comando, per quanto volgari e terroriste siano, e che non è neppure da rimpiangere.
L'espressionismo mitologico di Wagner, e la caduta degli dei- uomini, domina questo film da Palma perduta. 


Invece c'è più romanticismo Debussy, impressionismo panteista, le micro e macro influenze della natura che ci guidano verso l'illuminazione, se l'uomo imparerà a pianificare di meno e ad annullarsi di più nell'estasi e nel gioco zen, e ritrova lo sguardo perduto, nel didattico Hanezu, in gara per il Giappone, un film come al solito di sensazioni e suggestioni sottili, senza musiche e azioni, visto che è l'opera sesta di Naomi Kawase: una storia d'amore non lineare lega Takumi a Kayoko, eredi delle speranze dei loro nonni, mentre il fantasma di un antenato perduto in guerra e un uccellino che si è annidato sul condizionatore d'aria De Longhi del soffitto, rendono ellittiche le loro psicologie. 



E' un film-acquerello sui dintorni campestri e montagnosi di Nara, circondate dai monti Unebi, Miminashi e Kagu. E secondo la leggenda Unebi era amata da Miminashi, ma anche Kagu spasimava per lei... Le montagne viventi, come una rappresentazione del karma umano, della battaglia furiosa che si svolge nel cuore di ciascuno di noi.