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sabato 16 settembre 2017

Lo spirito di Dunkirk. Fuga per la vittoria di Christopher Nolan


Roberto Silvestri 

A Venezia, ma prima della Mostra del Lido, la Warner Bros ha voluto autogestire per conto suo l'anteprima nazionale all'aperto (all'Arsenale) del filmone sulla disfatta/vittoria alleata di Dunkirk (per usare la parola inglese), uscito ormai dappertutto nel mondo e da qualche giorno anche nelle sale italiane. Scelta davvero azzeccata. Città di mare, con una lunghissima spiaggia di sabbia, proprio come Dunkerque (come si scrive in francese), Venezia, in caso di evacuazione di massa improvvisa, avrebbe difficoltà logistiche non minori della località balneare tra Francia e Fiandre, set di un episodio cruciale all'inizio della della seconda guerra mondiale.


Il film ha un quoziente di difficoltà altissimo, quasi impossibile da superare: mostrare, in immagini rumori e musica (Hans Zimmer), cos'è "lo spirito di Dunkirk" (e senza ricorrere mai allo stereotipo: campo di battaglia/stacco/politici che dibattono o famiglia in ambasce/stacco/gerachi nazisti davanti alla cartina geografica). I dati storico-politici arrivano nel film solo attraverso notizie discusse dai soldati o giornali con titoli significativi in prima pagina. E non si vede mai il nemico.


Anche se il succo di quello spirito ho l'impressione che non passi nonostante la grande sensibilità di questo cineasta che maneggia la finzione con estrema serietà e inventa spazi astratti come se fosse un architetto surrealista del tempo.
Un po' di storia, obliquamente, lateralmente, indirettamente deve filtrare però tra la lunga fuga sulla terra, i combattimenti in cielo e le esplosioni in mare. O almeno il succo di quel che è successo. Infatti.


Dieci giorni prima dell'esodo in massa da Dunkirk delle truppe britanniche e del Commonwelth e di quelle francesi anche coloniali (400 mila soldati, di cui 330 si misero in salvo) mandate lì in una delle più maldestre manovre belliche, il primo ministro iperconservatore di Londra Neville Chamberlein fu messo in minoranza e sostituito da Churchill che, miracolo, si alleò con il suo peggiore nemico, il laburista di sinistra (una sintesi tra Corbyn e Sanders) Clement Attlee, per impedire che re Giorgio d'Inghilterra firmasse l'armistizio con Hitler (pianificato da quell'anticomunista viscerale e dunque filo nazista per convenienza di Chamberlein). Quando una geniale intuizione politica coincide con lo slancio patriottico e democratico di un intero paese (le 800 imbarcazioni private che cittadini inglesi usarono per salvare, con spirito internazionalista, il grosso dell'esercito, che poi sarà decisivo in nord Africa e in Italia), quando il lavoro cibernetico di Touring mette in seria difficoltà la rete comunicativa del Fuhrer (e il lavoro dei sottomarini poco concentrati su Dunkirk) e per la prima volta in un combattimento  aereo la Luftwaffe viene sconfitta, ecco che si può intuire, ma nel film questo quadrilatero non è disegnato completamente, la costruzione ha perduto un lato, cos'è lo spirito di Dunkirk. Un film di Barnet ho l'impressione che avrebbe fatto capire tutto questo a chi non si ricorda affatto di quel che successe a Dunkirk.


Ora l'appuntamento con Dunkirk,undicesimo film di Christopher Nolan, è soprattutto davanti all'unico Imax esistente in Italia. Nella gigantesca India, dove non sono mancate le polemiche degli storici per l'assenza totale, nelle sequenze di esodo, di qualche migliaia di soldati della Royal Indian Service Corps, gli Imax almeno sono 4 e il film ha già fatto incassi sorprendenti. Probabilmente un largo schermo rende maggior merito a un regista che nonostante la maestria nell'uso degli effetti speciali digitali qui ha voluto utilizzare quasi soltanto la registrazione analogica. Dunque migliaia di comparse ed effetti speciali "normali" (ancora uno sforzo di budget e invece di dieci yacht privati che vediamo all'opera - e che, come ha scritto Goffredo Fofi giustamente, rendono un po' troppo intuitivo il traghettamento di 330 mila soldati in poche ore - forse qualche centinaia di imbarcazioni in più avrebbe giustificato il costoso noleggio).


Dunkirk infatti è un film sull'istinto vitale e sulla meccanica della sopravvivenza. Immaginate di essere voi il bersaglio, il cattivo qualunque di un videogame di guerra in cui i nemici hanno il controllo della terra, del mare e dell'aria. Ecco, minuto per minuto, le sensazioni che proverete di fronte all'avversario vincente. Essere braccati. Correre, saltare su un muro, cercare riparo, cercare buche, non saltare in aria solo perché avete dribblato una mina, sfuggire i proiettili, spogliare un cadavere e travestirsi, fingere di essere un infermiere perché i feriti sono quelli che hanno la precedenza nelle ritirate, anche se una barella “prende il posto di 7 soldati sani”, saltare dalla nave in fiamme, evitare le mitragliate degli Stuka, nascondersi sotto i ponti, salvare la vita a un compagno, farsi salvare da un compagno, rifugiarsi dentro una barca bucherellata da una mitraglia invisibile, planare sulla battigia (ma ormai piace a tutti dire bagnasciuga come Mussolini) con l'aereo in fiamme...


Ma il film non è solo questo. C'è più Sartre che Spielberg, si è scritto, perché non ricorrendo ai soliti trucchetti della computer graphic, Dunkirk “umanizza, nonostante la sua monumentalità”, accentuata dalle riprese in pellicola 65mm; dalle sequenze di combattimenti aerei degne di Howard Hughes (pare che Nolan stesso abbia pilotato uno Spitfire per rendere più realistiche le riprese, presumibilmente al grido: “Maledetto Barone Rosso!”); e dall'uso di un numero sterminato di comparse (che forse solo sul piccolo schermo appariranno formiche). L'assenza pressoché totale di truci gerarchi tedeschi in primo piano a dare ordini disumani o a meditare davanti alle cartine geografiche, crea un denso e cupo spazio di angoscia schermica, un horror vacui accentuato da tutta una serie di serissimi riferimenti alla guerra razziale: “Prima gli inglesi e poi i francesi!”, ordinano i sergenti del Regno Unito, bloccando gli alleati di serie b. Che nel film sono solo francesi. Nella realtà furono mandati lì a morire presumibilmente più i soldati del commonwealth, pakistani, indiani,sudafricani, australiani, neozelandesi o dell'Africa Occidentale francese e del Maghreb arabo: marocchini, tunisini, algerini che comunque vennero salvati per ultimi, secondo le ferree gerarchie razziali coloniali e nonostante ordini di Churchill che secondo gli storici avrebbe dovuto impedire quegli automatismi militari.


Dunque un film che potrebbe piacere anche a tutti quelli che detestano i film di guerra. Un'opera patriottica - grazie alle sfumature gestuali e oculari come al solito retoriche di Kenneth Branagh, e all'uso, solo come voce fuori campo, di un fedele monarchico come Michael Caine-che ha convinto perfino Nigel Farage e chi l'ha vista come l'elogio della Brexit e della magica Albione. Ma anche The Guardian che l'ha trovata, oltre che la migliore performance artistica di Christopher Nolan, anche pacifista, antifascista e “maligna” verso la May. Perché è un inno (indiretto) al Churchill interventista, cioè al primo ministro conservatore (di centro) durante la settimana fatale dell'esodo (contro l'isolazionista, o peggio, Chamberlain che lo aveva preceduto). E che ben maneggiò, in quei frangenti almeno, valori oggi desueti. Morale. Onore. Compassione. Coraggio. Spirito umanitario. Sacrificio. Comprendendo, al volo, la pancia della nazione. Dei cittadini che fecero sorprendentemente più di ciò che fu lo chiesto. Insomma. Grande soggetto per immagini ricche e emozionanti. In realtà il film “prende” dall'inizio alla fine dei 106', e secercate di sfuggirgli, arriverà la partitura neo-futurista di Hans Zimmler mai così estroversa, vibrante, pulsante e mitragliante a irretirvi. Sul più bello le armonie diventeranno anche scioviniste, visto che in climax attinge alle Variazioni Enigma del gigante musicale inglese Edward Elgar (già ispiratrici del soundtrack di Matrix).

Fionn Whithead nel ruolo di Tommy

Cosa successe di tragico e clamoroso e miracoloso a Dunkirk, nonostante la rovinosa rotta è stato raccontato da molti film, non solo hollywoodiani.Il primo è La signora Miniver di William Wyler (1942), quasi un instant-movie. La versione francese è di Henri Verneuil, del 1964,Week end a Zuydcoote, con Belmondo, che non dimentica la presenza tra gli alleati dei soldati tunisini. Patriottica davvero la ricostruzione di Leslie Norman del 1958, identica nel titolo, Dunkirk, per non parlare dei cinegiornali Pathé di propaganda che glorificarono le 800 imbarcazioni private che parteciparono alle operazioni di soccorso dei soldati e di traghettamento dai piccoli moli della spiaggia alle grandi navi da guerra.


Dal 26 maggio al 3 giugno 1940, dopo un colossale disastro militare sul campo di battaglia europeo che quasi costrinse Sua Maestà Britannica a mendicare l'armistizio con Hitler, ormai padrone di Austria, Cecoslovacchia,Polonia, Olanda, Belgio, Norvegia, qualcosa di miracoloso, anzi di inglese, trasformò infatti, in una sola settimana, una ritirata ingloriosa nell'ora “più bella della patria”, per usare le parole del primo ministro Churchill. Lo “spirito di Dunkirk”, ovvero la riuscita dell'operazione Dynamo nonostante i 70 mila soldati uccisi o fatti prigionieri (la previsione più ottimista sperava salvarne solo 30 mila), e l'assedio dalla Werhmacht sulla spiaggia Pas de Calais, fu in realtà un micidiale e inaspettato gioco di squadra. Un cocktail velenoso per le SS. Esercito, marina, aviazione, servizi di spionaggio, che Alan Turing stava modificando ciberneticamente, molta fortuna, centinaia di civili che misero a disposizione se stessi e le proprie barche sfidando obici e sommergibili nemici, riuscirono a mantenere intatta la potenza operativa delle armate di terra e a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale. Nei combattimenti aerei gli Spitfire con motori Roll-Royce per la prima volta vinsero: distrussero gli Junkers Ju 87 in proporzione 3 a 1. Il grosso dei sommergibili e dei mortai tedeschi furono deviati dagli alti comandi hitleriani lontano da Dunkirk, sia perché si considerava assurda una evacuazione in massa da quella località sia per i virtuosismi del controspionaggio. Ma furono proprio i politici (chi lo crederebbe oggi, dopo le performance immorali del vertice immigrazione all'Eliseo) a sorprenderci di più. Gli inglesi lo sanno bene. Ma c'è la sensazione che non basta essere ben equipaggiati, armati e disciplinati per vincere le guerre. Nell'arte, come nell'arte bellica, si deve essere lottatori imprevedibili.


E qui arriviamo alla parte di ambiziosa del film di Nolan, all'opera “più sperimentale tra quelle che ho diretto e scritto”. Più di Memento. Più di Inception. Più di Interstellar. “Non amo le immagini, amo il tempo”. Era il motto della compianta cineasta Chantal Akerman. Potrebbe essere anche quello del seguace Nolan, il regista losangelino di 47 anni che viene da Londra, celebre per la trilogia Batman (più videogame). Dalle indagini inquietanti degli interni e degli oggetti domestici qualunque (Following, 1998, costo 6 mila dollari) fino ai voli spaziali ai confini della relatività, lì dove lo spazio diventa curvo (Inception e Interstellar), il tempo reversibile e solo se sei uno scienziato non ti va in fumo il cervello, perché comprendi solo un terzo di quel che sta succedendo. Qui l'ambizione non è meno alta, ma grazie alla “spirito di Dunkirk”, diventato un conosciutissimo mito nazionale il disegno è più chiaro. E non c'è bisogno di molto dialogo. Allora Nolan divide la storia in tre parti. Terra (il molo), aria, acqua. Tommy (Fionn Whithead), un giovane soldato in fuga raggiunge la spiaggia e cerca di imbarcarsi con un altro soldato (Ameurin Barnard, un francese travestito da inglese), con tutti i mezzi necessari e con non poche difficoltà. Un pilota (Tom Hardy) compie il suo dovere prima di arrendersi. Il padre di un pilota inglese morto (Mark Rylance, presenza spielberghiana) parte dall'Inghilterra con il figlio e un amico per andare a salvare con il suo piccolo yacht più soldati possibili. La difficoltà è che l'episodio terra dura in realtà una settimana. L'episodio acqua circa un giorno (la traversata) e l'episodio aria circa un'ora (non più di un'ora d'autonomia, per il carburante). Riuscire a raccordare tre tempi storici differenti in un tempo narrativo unico è stata la scommessa di Nolan. Evitando di raccontare la grande Storia, se non indirettamente, e ripartendo dal basso. Soldato semplice, pilota semplice, cittadino semplice. Il paradosso temporale sconfigge ogni compiacimento realistico. La fotografia di Hoyte van Hoytema, spettacolarmente deprimente, cerca di annullare la pignoleria del consulente storico. Si fa con i fatti storici pura magia. Sartre entra in un videogame. E allora il film diventa patriottico, ma a un secondo livello, più ancestrale. E si torna all'anno mille. Ai sassoni sconfitti dai normanni. Al trauma della disfatta epocale che si trasformò in vittoria imperiale. Alla consapevolezza che gli inglesi, in fondo, non solo hanno una casa regnante tedesca. Ma sono “tedeschi” e “francesi” essi stessi. Insomma, ancora uno sforzo, Brexit, per capire davvero cosa hai fatto. E ritrovare lo spirito di Dunkirk. Manoel de Oliveira, nella sua saggezza senile, ci ammoniva nel maggio 2014 sui Cahiers du cinema che "l'arte non fornisce un riassunto di ciò che è accaduto, non parte dalla realtà che è sempre laterale, la finzione non è mai realista". Ma aggiungeva: "il tentativo di un approccio storico però a volte non può mancare. Quel che mi emoziona di più al cinema è proprio la verità che è in parte presente nel film. Ma la finzione può commuovere ancora di più della verità, dipende dalla costruzione". 

sabato 28 settembre 2013

Ken Loach, lo Spirito del '45. Quello che Blair ha cancellato

di Roberto Silvestri

Democrazia e socialismo. Si possono, si devono coniugare? E come? Il capitalismo, corretto e controllato,  è possibile? O stiamo maneggiando concetti obsoleti, idee-forza depotenziatesi con il tempo, nell'era della globalizzazione come religione verticista e fondamentalista? Questo è il punctum del film The Spirit of '45, Lo spirito del '45, uscito il 15 marzo scorso in Gran Bretagna e il Italia il 10 settembre scorso.

Stiamo parlando di cose ammuffite, vecchie, che risalgono a quasi 70 anni fa? Bé. Sono i vecchi le super-star di oggi. Non solo Clint, ma anche Up!, il gerontofilo di Bruce La Bruce, il matusa Lincoln, il cartoon per solo anziani Rughe... Oggi - nonostante il balbettio urlato dei rottamatori, vecchio è (paradossalmente) bello. E questo film sarà anche una bella sfilata di meravigliosi e meravigliose ottuagenarie. Ma il concetto di bene comune è addirittura più che millenario, come ricorda il filosofo americano Michael Sandel in Reith Lectures 2009...

L'esperimento nordamericano di F.D. Roosevelt finì con la morte prematura del quattro volte presidente, nel 1945 (da allora rimosso dall'immaginario Usa con la scusa della caccia ai rossi: ma era lui il più odiato dalla destra). 

Le sue grandi campagne di spesa pubblica 'strutturale' e le nazionalizzazioni erano dirette al bene comune, pensate come controllo e fiancheggiamento, ma anche scavalcamento di mercato delle stessa mega corporation, i supereroi della grande crisi. 

Nella concorrenza (vi sfido e vi batto sul vostro stesso terreno, i conti, i profitti...) si sarebbe evidenziata la superiorità, pratica e etica, dell'azienda pubblica di mercato. Più profitto, più spesa socialmente utile. 

In Europa, le politiche socialdemocratiche, soprattutto scandinave, ma anche più a sud nel continente, hanno evidenziato però notevoli problemi di burocraticità, spreco, zavorra clientelare e inefficienza... Questo non significa che dagli errori non si debbano ipotizzare come realizzabili profonde 'riforme di struttura' (usando una terminologia Pci anni 60 e 70) e migliorare il welfare, lo stato sociale in senso né statalista né 'mafioso'.

Il regista britannico Kenneth Loach

Un film importante e controverso, un'opera non fiction diretta da un cineasta progressista come il britannico Kenneth Loach, si è occupato proprio di questo problema, cruciale e nodale (e la Bim ha fatto strabene a distribuirlo in Italia, in piena crisi anche dell'ideologia liberista, in una coraggiosa edizione originale con i sottotitoli).  Diffonderlo nelle scuole sarebbe pratico e doveroso.

E, a proposito del modello socialista del laburismo britannico postbellico (la sinistra guidò il paese dal 1945 al 1951) che il film racconta - e che fu modificato comunque esizialmente, perché la politica obbliga al 'compromesso storico' con la borghesia - già si rintracciano errori e timori paralizzanti della sinistra. Il non coinvolgimento dei sindacati nella gestione azindale. La mancanza cronica di investimenti. L'assenza di una pianificazione di lungo periodo provocarono il fallimento delle nazionalizzazioni.

Ma soprattutto la mancata epurazione dei manager pre-nazionalizzazione. Il caso delle miniere, nazionalizzate e rese operative 24 ore su 24 per tutto l'anno, è emblematico: perché poi furono affidate - come ci racconta un'avanguardia di lotta - in amministrazione e coordinate proprio dagli stessi vecchi sgherri dei padroni privati, sia a livello locale che nazionale.  

Il principio guida delle nazionalizzazioni british style era che le società sarebbero state gestite come un business commerciale, non direttamente dal governo, ma da una 'corporation pubblica'. I vecchi manager rimanevano al loro posto e i proprietari venivano intermaente risarciti in buoni del tesoro. Contratti di lavoro e diritto di sciopero rimanevano inalterati (e inalteratamente repressi dai manganelli dei poliziotti).

Luglio 1945: il Labour Party vince contro ogni previsione e sondaggio le elezioni politich

Ma per un momento fu grande festa. Siamo a Londra, nel 1945. Nelle piazze e nelle strade si balla, a ritmo di swing e anglo boogie-woogie (grandiosa la colonna sonora, quasi tutte jazz band dell'epoca), per festeggiare la fine della guerra dei sei anni.

Uno spettro si aggira però nel paese e incupisce i volti raggianti delle ragazze che baciano, quasi discinte, i marinai di Piccadilly Circus. L'incubo di tutto il popolo britannico è di ripiombare nel 1919 postbellico, con tanto di stenti, devastazione sociale, miseria, slums, fame, disoccupazione, infezioni, sfruttamento, infortuni assurdi sul lavoro e malattie, incurabili solo perché mancano ai lavoratori i soldi per curarsi...

Per illustrare quel frangente delicato Ken Loach torna dopo anni al documentario, quasi parallelamente all'uscita del libro Austerity Britain, scritto dallo storico David Kynaston su quel periodo chiave della storia britannica. E si chiede: basta nazionalizzare il 40% delle capacità industriali di un paese per attraversare una 'fase socialista' di crescita economica, o senza un controllo 'dal basso' sprechi e inefficienza faranno crollare l'intero progetto?

Loach ritrova così nel passato antiche cose dimenticate, ma molto attuali, e in qualche modo riassume in questo film l'intero atlante del suo cinema (lotte operaie e nei servizi, privatizzazione delle ferrovie, sconfitta dei minatori, guerra di Spagna, radiografia di un interno proletario...). 

E ci scodella le parti migliori del materiale d'archivio statale e regionale che ha rintracciato con i suoi implacabili collaboratori, per lo più in squillante bianco e nero, intervistando per commentarle (sempre in un bianco e nero suggestivo) trentatre tra testimoni militanti d'epoca, minatori, operai, infermiere, ex combattenti in Spagna dalla parte giusta, madri di famiglia, ma anche storici radicali, sindacalisti, militanti e leader della sinistra laburista come Tony Benn.

Una casalinga, nel footage d'archivio, davanti al palazzo dove viveva, completamente distrutto da un bombardamento tedesco, commentava in uno stile più british che neorealista di fronte alle macerie: "e pensare che avevo lavato tutti i vetri dell'appartamento proprio ieri".

"Abbiamo vinto la guerra insieme, insieme potremmo vincere la pace. Lo spirito di collaborazione e solidarietà che ci ha accompagnato durante le campagne militari antifasciste, ci potrebbe aiutare a ricostruire il paese e a farlo funzionare meglio,  creando, dal basso, una nuova fabbrica sociale. Lo dobbiamo ai nostri fratelli e sorelle morti sul fronte o sotto i bombardamenti". Eccolo lo spirito del 45. Autogestione e qualche miliardo di sterline del piano Marshall per far ripartire e modernizzare le industrie...


E' quel che voleva il 70% del paese, i lavoratori e le lavoratrici scozzesi, gallesi, inglesi e nord irlandesi. Si chiama controllo operaio. 

Però, ci si chiede, perché mancano un po' dal documentario, sono proprio sempre fuori quadro, i lavoratori e gli intellettuali di origine asiatica, antillana e africana, la working class del Commonwealth? Una stranissima assenza, notata da qualche collega inglese, perché gli aliens avranno una parte non insignificante nella prosieguo della vicenda. Il fatto è che il film è non affatto di parte, ma ha certamente un tono nazionalitario, sanamente patriottico. E nel 1945 lo 'spirito' è tutto wasp, white anglo-saxon protestant.

Fino al 1948 infatti sono solo 30 mila i 'non bianchi' che abitano nel Regno Unito, anche se si fanno sentire. Una legge laburista di quell'anno estende la cittadinanza a tutti gli abitanti dell'Impero (compresa l'India che sta lottando per l'indipendenza) soprattutto per ringraziare le migliaia di soldati canadesi, neozelandesi, sudafricani, australiani, e anche africani e neri caraibici, morti sui campi di battaglia... Si tratta di circa 450 milioni di cittadini britannici, tutti con gli stessi diritti, che abitino a Nairobi o a Liverpool.

Luglio 1945: Clement Attlee festeggia la vittortia elettorale
Se si rievoca, nel film, lo 'spirito del '45', quello che spinse un intero popolo attivato a cambiare il proprio futuro, è proprio per spronare la gioventù europea di oggi . E mettere in altra luce la signora di ferro, che si sarebbe incaricata di cancellare dalla storia e dalla memoria, a partire dal 1979 e con particolare violenza a Brixton, dove i bobbies scatenarono tutto il loro razzismo... 

Nel frattempo erano cambiate molte cose. Tra il 1948 e il 1962 per rimordernare le industrie, bisognose di lavoratori non specializzati, erano stati risucchiati in Gran Bretagna cinquecentomila proletari, per lo più provenienti dalle West Indies, dall'India e dal neonato Pakistan. L'ondata di razzismo scuote la perfida Albione.  E' l'epoca dei cartelli sui negozi: "no irlandesi, no neri, no cani".  Sarà presto quella di Enoch Powell e delle sue gang neonazi del Fronte Nazionale. 

 
Margaret Thatcher, leader conservatrice, vittoriosa nel 1979
Ma contemporaneamente, si afferma la strategia (ambigua) del multiculturalismo che si vuole contrapporre al melting pot e alla transculturalità: "l'integrazione non è un processo di assimilazione del diverso ai nostri valori, ma significa permettere una eguaglianza di possibilità per tutti, accompagnata dal rispetto della diversità culturale e dalla tolleranza reciproca" (Roy Jenkins, ministro laburista del 1968). Poco dopo i governi conservatori smantelleranno anche il diritto di cittadinanza per i lavoratori del Commonwealth. E i disordini razziali si moltiplicheranno.
Ma torniamo indietro, a quelle sorprendenti elezione del luglio 1945.   

Miracolo, il grande vincitore del conflitto antinazista, il liberale Winston Churchill, viene sconfitto nel 1945 e addirittura violentemente fischiato quando, durante la campagna elettorale, ha usato gli abituali e 'sempre verdi' slogan della destra ("noi siamo per una diseguale ricchezza, loro per una uguale povertà") e si è permesso di accusare violentemente gli ex preziosi alleati sovietici paragonandoli alla Gestapo (un cavallo di battaglia del pensiero reazionario, ma in quel momento doveva suonar ancor più infame).

Vince la sinistra. Si potrà costruire la "Nuova Gerusalemme". Il manifesto elettorale laburista, al paragrafo IV, quello che poi Tony Blair cancellerà (per fare un favore a Renzi?), promette di "assicurare ai lavoratori materiali e immateriali il pieno frutto del proprio lavoro, sulla base della comune proprietà dei mezzi di produzione, della distribuzione e dello scambio". Lo stesso manifesto garantisce un decente standard di vita per ogni famiglia. Quel manifesto seduce la maggioranza degli elettori. 

Il paese così volta pagine. E manda al governo il laburista Clement Attlee che, con il suo coriaceo ministro dei lavori pubblici e della sanità, Aneurin Bevan, detto Nye, scandalizzarà per una decina di anni tutti i profeti del libero mercato (che lo chiameranno il 'fuhrer della medicina', anche se ci sarà chi, come il professor Harry Keen, 87, fonda e guida una associazione di medici pro Nhs e spiega a Loach il perché). 


Clement Attlee
Si attua a poco a poco, e non senza contrasti di classe anche aspri, e perfino con la classe operaia (quando, nel 1948, la guerra fredda costringerà Attlee a scegliere con chi stare, starà con Truman e non con Stalin), la politica economica di Keynes, basata sulle nazionalizzazioni strategiche (acciaierie, porti, strade, ferrovie, energia...), sul controllo pubblico delle banche e sul welfare, su una forte spesa edilizia, scolastica e sanitaria statale e sulla fine delle spese coloniali (è Attlee che firma l'indipendenza dell'India e gestisce il ritiro dalla Palestina). E' la rivoluzione nella democrazia. Durerà poco.

Ed è ancora spirito del '45: lo stato si impadronisce delle industrie chiave che i capitalisti privati hanno piegato alla sola logica del profitto, con conseguenze irrazionali e paradossali (trasporti pubblici intasati, acqua, energia e telefonia a tariffe alte, edilizia e miniere funzionanti a singhiozzo...) e impone per la prima volta nella storia l'assistenza sanitaria pubblica e gratuita per tutti, terrorizzando, ma poi cooptando, una parte della corporazione medica (gli specialisti).  

Aneurin Bevan, ministro della sanità e dei lavori pubblici
L'utopia plausibile di F.D. Roosevelt, il capitalismo embedded, sottoposto a regole ferree, e particolarmente frenato nei suoi bassi istinti rapaci soprattutto durante le crisi economiche che le mega-corporation provocano ciclicamente per ingrandirsi (è la loro malattia incurabile) e mangiare i pesci piccoli, si realizza invece in Europa. 

Per la classe operaia è la rivoluzione western style, quella che 'non russa'. Un minatore vedrà spendere soldi pubblici per rendere sicure le gallerie sotterranee, prima di essere spedito a riempire più carrelli di carbone possibili senza pù rischiare la pelle all'80%. Affitterà a prezzo contenuto una casetta a due piani (con il giardino, la cucina e il bagno!) nei suburbi, costruita in soli 12 mesi proprio per lui, invece di ammalarsi di tubercolosi nelle solita spelonca ammorbante, permettendosi cure per tutta la famiglia, invece di vederne morire una parte per mancanza di scellini e pence. Dovrebbe, certo, avere molti più soldi per la sua fatica bruta, rispetto a chi ha lavori 'creativi e piacevoli'. Ma questo sarebbe comunismo....    

La sera stessa della vittoria elettorale di luglio, Atlee presenta al popolo il suo governo in un teatro londinese, al Limehouse, e annuncia: "il mio programma sarà socialista". Sembra Allende. Non finirà come lui. Ma il labour mollerà a poco a poco la presa... 

Quando i minatori e gli operai bianchi inglesi, ricordando le privazioni, gli stenti, la repressione degli anni venti e trenta, si chiederanno come mai il più grande impero del mondo avesse potuto trattare per secoli i suoi concittadini come schiavi, da una parte si ricorderanno di Karl Marx che, analizzando la sconfitta del 1848 tedesco, scriveva: "in un punto i borghesi prussiani si avvicinano all'ideale inglese: nel maltrattare sfrontatamente gli operai". 

E poi si chiederanno se quella magnificenza urbanistica e sontuosità da capitale del mondo di Londra non sia stato il frutto della rapina coloniale, piuttosto avida e continuata, all'opera da almeno 4 secoli. Ecco perché ci sono voluti gli israeliani per costruire il mega centro commerciale di Nairobi, ora in briciole, e non è successo invece il contrario, che fosse keniana la proprietà e l'edificazione del palazzo dei Lloyds di Londra...   

Bevan e la sua riforma sanitaria
Tra gli intervistati da Loach nel documentario (più appassionante di un 'romance', più thrilling di un horror,
più informativo di un tg3) c'è l'ex Ray Davies, 83 anni, veterano gallese della guerra di Spagna (e il berretto rosso che ha in testa non smentisce) ed è lui che ci ricorda i morti nelle viscere della terra, assassinati senza scrupoli (e senza galera) dai padroni. Li ha visti con i suoi occhi i suoi colleghi morti schiacciati dalle pietre perché mancavano le impalcature di sostegno corrette, quando scendeva nelle gallerie a 15 anni.  

Ray Davies, il combattente di Spagna
Un minatore, allora, anche senza incidenti, aveva una vita media di 42 anni. E una novantanovenne di Liverpool, Eileen Thomson, cresciuta negli slums degli anni 30: "Volevamo lavoro e tranquillità, non eravamo particolarmente ambiziosi né avidi, ma non volevamo più vedere sfilare nelle strade orde di disoccupati affamati e questuanti come durante la grande crisi. Uno per tutti e tutti per uno, le case per molti e niente stralusso per pochi. Queste erano le nostre parole d'ordine".    

Bevan alla radio
Chissà perché oggi tutti mitizzano la Thatcher e investono miliardi per glorificarne la figura, anche se fu oltre che una teppista sociale anche una supporter strenua dell'apartheid di Pretoria e dunque un essere moralmente ributtante a livello basic (gli occhi di Meryll Streep non sono riusciti a incorporarne quello sguardo da squalo). 

E invece nessuno ha mai fatto un film sulla rivoluzione del National Health Service, il servizio sanitario nazionale, che, nato nel 1948, la Thatcher non riuscì proprio a distruggere, nonostante i suoi tentativi, se non in un pezzetto, societarizzando le compagnie che si occupano del vitto e delle pulizie negli ospedali (con risultati orrendi, ci spiega l'infermiera Karen Reissmann dal punto di vista dei costi pubblici, perché pulizie mal fatte, un solo turno invece dei due pubblici precedenti, significano più infezioni e infezioni significano più spesa medica). Credo che sia per questo motivo che Loach ha considerato necessario, indispensabile, soprattutto per le nuove generazioni ignare, preparare questa lezione di storia, in puro spirito 'rosselliniano'. Il fatto è, commenta Ray Davies, che 'solo il popolo aiuta il popolo'. Lo abbiamo imparato allora, ma oggi molti lo hanno dimenticato. 

Spirit of 1945. Parla il medico
June Hautot, 76 anni, che vive nella zona sud di Londra, ricorda nel film che suo padre, operaio delle ferrovie, ferito in guerra e sua madre, malata di cancro, furono più truffati che curati dalle compagnie d'assicurazione private. Solo quando nacque l'Nhs le cose cambiarono e l'assistenza divenne 'meravigliosa'. La signora Hautot, una celebrità dei media britannici per aver affrontato pubblicamente, al grido di 'vergogna', il ministro della salute Andrew Lansley a Downing Street, colpevole di tentata privatizzazione della Nhs, ricorda anche le parole di Tony Benn, il leader della sinistra laburista: "Non è la politica, non sono i politici, ma è solo il popolo che cambia le cose". E aggiunge: "Nessuno ci strapperà la Nhs. Nessuno".  

Margaret Thatcher ha provato, anche lei in perfetta continuità con il pensiero e le opere di San Francesco (che cita, appena eletta, con passione, in una delle scene più interessanti del film) a cambiare il cuore e la mente dei suoi concittadini rovesciando l'impostazione di Attlee: individualismo invece di socialità, niente tasse, libero mercato, privatizzazioni, smantellamento delle organizzazioni sindacali, monetarismo. Nel 1984 distrusse le miniere e Skargill. Subito dopo tornarono agli azionisti privati British Telecom, British Aerospace e British Gas. Acciaio, acqua, Rolls-Royce e British Airways furono privatizzate. La disoccupazione falcidiò l'industria siderurgica, mineraria e manifatturiera.Il governo Cameron tuttavia non demorde e ha concepito nel 2012 la Health and Social Care bill, che vorrebbe privatizzare il sistema sanitario e che nel film viene contestata da robuste manifestazioni di massa. 

Eppure l'economista James Meadway cerca di spiegare a Loach perché è un luogo comune affermare la superiore efficienza del settore privato su quello pubblico. O c'è chi pensa davvero che l'attuale austerità sia colpa delle eccessive spese sociali e degli sprechi del settore pubblico voluti per anni dai governi di centro sinistra? Eppure il governo Labour spese meno (il 39% del Pil) nel settore pubblico rispetto a Major (40%) e Thatcher (41%). 

La parola allo storico
Sempre Meadway ci invita a scrivere altre storie e parlare di  "Quelli che considerano la solidarietà più importante della concorrenza e vogliono difendere il comune e il pubblico dall'incursione interessata del privato. Se non scriviamo questa storia possiamo dire addio al welfare.  O se, come afferma Loach, "siamo in una società in cui una gran parte dei cittadini ritiene di non essere parte della politica". Invece, come nel 1945, dobbiamo ricordare il succo di quella lezione: in quella elezione vinse il controllo democratico sull'economia. Ecco perché alla fine del film le immagini delle ragazze gaudenti che ballano e si spupazzano i loro soldatini diventano, da bianco e nere che erano, dei fiammeggianti, vittoriosi technicolor.