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venerdì 27 novembre 2015

Daniele Luchetti presenta il suo film inchiesta su Jorge Bergoglio. Ma si tace sulla Guardia di ferro




La croce di ferro del Papa 

comunque si dice bergoghlio, all'argentina...


a sinistra la croce d'oro di papa Ratzinger, e a destra quella di ferro di Francesco  

roberto silvestri 


Agiografia, non agiografia? Santino? Non santino? Ieri è uscito il nuovo attesissimo film di Daniele Luchetti Chiamatemi Francesco. Lasciando non poche perplessità rispetto al progetto di Luchetti di realizzare un film-inchiesta.
E’ proprio la biografia (“veritiera” dicono però in Vaticano) sul gesuita peronista tifoso del San Lorenzo ed ex militante della Guardia di ferro che appena eletto sorprenderà tutti rifiutando la croce dorata e preziosa (preferendole non a caso una croce di vil ferro) e conquisterà i fedeli, collegando il poverello d’Assisi a Mike Bongiorno: “fratelli e sorelle, buonasera!”.
Il primo film su un Papa vivente e ridente come il Dalai Lama (Razzi era morto, L’uomo venuto dal Kremlino e Habemus Papam erano solo film profetici, per non ricordare i documentari su papa Givanni XXIII) è stato “fortemente voluto”, come ha sottolineato Piero Valsecchi, il produttore, da Silvio Berlusconi.
Il regista Daniele Luchetti 
Eppure sono ripetute e continuate le intemperanze anti papiste dei suoi organi di stampa, il Giornale del Foglio e di Libero e dei corrispettivi mezzi di comunicazione di massa televisivi (i tg di Canale 5 Italia1 e Retequattro) che fiancheggiano il terrorismo mediatico dell’estrema destra vaticana e extravaticana, contro la mina vagante dello “scandaloso Jorge” che urla contro il neoliberismo e la disoccupazione dilagante, il maltrattamento delle donne, e a favore dell’accoglienza dei profughi, contro la guerra che non è mai “di civiltà” e i lussi vergognosi dell’1% del mondo, nostalgica del pastore tedesco che li aveva condotti invece pimpanti alla guerra di civiltà contro le altre religioni (inferiori) e a quella contro i laici e i relativisti culturali che come si sa mancano completamente di Spirito. I cattolici insomma si devono rifare velocemente una identità. Anche perché, se no, scompariranno….

L'attore argentino Sergio Hernandez interpreta Papa Francesco dal 2005 al 2013

Un ambientino anti-Francesco composito, popolato da principi neri, vescovi di Ferrara (città e ex direttore del Foglio), teologi reazionari, probabili candidati sindaci di Milano, sentinelle in piedi, picchiatori, manifestanti anti Gender, sindaci eletti (!?) di Venezia e difensori di padre Lefevre e dei metodi di educazione approfondita collaudata nei secoli, altro che pedofilia! E perfino i ciellini più integralisti. Ma anche formato da certi gruppi femministi della differenza che trovavano più eco nelle encicliche filosoficamente dense di Benedetto XVI, e qualche stravagante libero pensatore di estrema sinistra, che giustamente diffida del populismo ed è sempre in difficoltà quando un soldato intelligente di Ignazio de Loyola spiazza tutti perché sembra occupare l’intero settore etico dello schieramento di sinistra…. 
Tutti gli altri, tranne questi ultimi, sono nostalgici di quando il compianto giornalista Mario Cervi poteva tranquillamente scrivere i suoi pezzi di appoggio razzista a Pretoria senza che la magistratura e l’ordine dei giornalisti intervenisse. E cercano disperatamente chi sia oggi il miglior allievo spirituale del nunzio apostolico presso Videla, Pio Laghi (quello che copriva la guerra sporca e affermava che i desaparecidos erano in realtà scomparsi ma presto torneranno) e di cui nel film, caritatevolmente, si tace. A volte i comunisti si combattono in un modo e a volte i comunisti si combattono in un altro.

Papa Francesco in una posa da Stan Laurel
A tutti costoro il film di Luchetti non piacerà. E troppo descamisado. Ma tanto non sono queste le persone che affollano i multiplex.
Ebbene, nonostante Papa Francesco sia ancora considerato dai suoi fidi alleati, Fratelli d’Italia e Forza Nuova soprattutto, “peggio di un comunista bastardo” (perché ormai non contano più nulla)il più celebre dei nostri pregiudicati e il meno infastidito dei nostri monopolisti ha intuito il grosso affare. E a proposito di Cl la "Guardia di ferro" è nato come gruppo di estrema sinistra peronista ma poi la sua evoluzione lo ha portato al centro, in polemica con le posizioni dei Montoneros e dell'eservito rivoluzionario trotskista argentino e infine nelle vicinanze di Comunione e Liberazione e della parte più cattolica di Solidarnosc. Nessuno dei suoi militanti è stato toccato dalla dittatura Videla. Da qui le note polemiche.

Un film e una serie tv di di 200 minuti su Bergoghlio (così si pronuncia in Argentina, e dovrebbe avere voce in capitolo) che smentisca le brutte voci su una presunta collusione durante la feroce dittatura militare tra lui e Videla, smantellando punto per punto le calunnie uscite a suo tempo sui due gesuiti abbandonati ai seviziatori, potrebbe essere uno strumento di propaganda fide redditizio.


I sondaggi parlano chiaro. Il Papa povero piace moltissimo. E' un sommo comunicatore. Così Berlusconi è stato felice di “sborsare di tasca sua” i 15 milioni di dollari del budget (in fondo medio basso, ma non per l’Italia). Si sarà identificato. Un lavoro lungo di riprese, 15 settimane. Una uscita italiana in 700 copie. L’arrivo in tv tra un anno e mezzo come vuole la legge. E la prevendita di un prodotto senza alcuna super star internazionale in ben 40 paesi.  Sono state impegnato le due grandi corazzate del suo impero cinematografico, la casa di distribuzione Medusa e la casa di produzione Taodue Film di Giorgio Grignaffini che ha tratto dalla sceneggiatura il romanzo della vita di Bergoglio (così si pronuncia nel film) a 17 euro, Mondadori edizione (ma potrebbe sembrare un libro Rizzoli).  Senza dimenticare che la versione lunga televisiva in 4 puntate di 50 minuti l’una non dovrebbe umiliare il buon lavoro di sintesi di Mirco e Francesco Garrone, i montatori, che sono riusciti a nascondere bene buchi e raccordi nella versione dimezzata per le sale, di 98’.
Inoltre non prendendo posizione sui due anni di pontificato che stanno sconvolgendo dal 2013 riti e miti della chiesa cattolica, oltre che l’attico di Bertone e l’intero gruppo dirigente d’epoca Ior, completamente fatto fuori da sua eminenza, ma limitandosi alla biografia precedente, soprattutto argentina, il film non potrà infastidire nessun credente, per quanto di destra sia. Ci sono in questo pontificato, anche azioni contraddittorie, comunque. Enzerberger non sarebbe troppo d'accordo sulla santificazione di preti e suore vittime della guerra civile spagnola perché nel suo libro su Durruti ci spiega che più che preti e suore costoro erano caudillos locali che tiranneggiavano da decenni i contadini sfruttandoli, trascinandoli alla fame e imprigionandoli. Già. Un caso di vendetta proletaria magari discutibilke, ma la santificazione sembra davvero esagerata. La riforma agraria. I socialisti nazionalisti sono famosi per prometterla sempre e non attuarla mai. Si analizzino le politiche di Peron e Nasser e i loro rapporti in sostanza privilegiati con i latifondisti. Dunque un po' di diffidenza per i peronisti e i giustizialisti di qualunque sponda è bene continuare ad averla. Anche qui, diffidare di chi ha il culto astratto della gente, dei sondaggi, di ciò che i "cittadini vogliono davvero" e di ciò che "ai cittadini interessa" e aizza alla galera chiunque solo perché dispone di macchine del fango efficienti, magistrati amici e mass-media... 

Ma. "Non c’è stato neanche bisogno di essere aiutati dal Vaticano. Perché tutta la storia vera, pubblica e politica, su Bergoglio  si può leggere tranquillamente su Wikipedia”. Luchetti insomma ci tiene a precisare che il suo “film inchiesta”, difficile da mettere in piedi perché non ne trovava un baricentro narrativo plausibile, poi scovato nel motivo psicologico della “preoccupazione”, vuole radiografare più la personalità intima e spirituale del futuro Papa che la cronaca della sua ascesa politico-pastorale che scandisce comunque: piccolo chimico peronista di sinistra che a vent’anni abbandona amore e lavoro e diventa sacerdote poi è promosso insegnante di letteratura nella Santa Fé di Birri (chissà se si sono conosciuti) e diventa amico del "radicale" antiperonista per eccellenza Borges (ma questa parte c’è solo nel film tv), poi è curiosamente appesantito di responsabilità come Padre Provinciale dei Gesuiti per l’Argentina, e continua a mantenere rapporti stretti con la sua organizzazione di origine, di ispirazione estremista rivoluzionaria ma che intanto si è spostata un po' al centro ed è diventata anti Montoneros (la Guardia di ferro, appunto), come si intuisce nella scena del consiglio d’amministrazione del mega-seminario in crisi economica, che lui raddrizza facendosi aiutare proprio da tre civili non ben indentificati nel film, ebbene sono propio loro, militanti della Guardia di ferro. E poi Bergoglio vede impotente assassinare amici, comunisti, rivoluzionari di altro tipo e gesuiti radicali senza poter far altro che “minimizzare al massimo le perdite”, costringendosi perfino a dir messa a Videla e famiglia pur di intercedere per i progionieri, aiutando alcuni profughi dal Cile a mettersi in salvo e organizzando un bel traffico di passaporti falsi etc… fino alla fine della dittatura, per proseguire in un molto piu’ umile il suo apostolato tra le baracche  delle periferie e delle favela, sopraffatte dal potere e dalla gentrificazione, anche in epoca Menem, fino al soglio pontificio che accetta con un grande sorriso. Nonna Rosa gli aveva insegnato a non andare mai d'accordo con i "santi tristi". 
 
Un libro dedicato alla Guardia di ferro argentina 

Mesi e mesi di sopralluoghi, per Luchetti, l’ascolto confidenziale di prelati, seminaristi, amici di infanzia e parenti, le testimonianze raccolte ovunque di tanti “nemici di Bergoglio” che gli rimproverano ancora comportamenti più che scorretti durante le persecuzioni neo-naziste, convincono il regista e sceneggiatore, giustamente, a scrivere un copione contro la lotta armata senza se e senza ma che non sembri però l’opera di un pio turista italiano di passaggio o di un brutale marine che si impadronisce di un territorio sconosciuto per far propaganda. “Per questo ho chiesto aiuto a uno sceneggiatore argentino, Martin Salinas “. Che ha lavorato con Cuaron e ha scritto Nicotina, El embruyo e Gaby. Da reference system.  
Dalla conferenza stampa (anche in collegamento con Milano) di qualche giorno fa si è scoperto che Luchetti non è diventato credente durante le riprese, “ma adesso credo di più in chi crede”. Che si è trattato di una "missione impossibile" per il produttore Pietro Valsecchi anche all'interno di una carriera che pure ha sfornato un Ambrosoli e un Borsellino. E, continua Valsecchi "il film sarà proiettato in Vaticano con platea a inviti di 7000 poveri e bisognosi". Che il regista si è più che altro ispirato a The Queen e a quel tipo di cinema inglese sulla storia, “asciutto, che va al cuore delle cose” e che però un po' apologetico, poco sottilmente, lo è sempre. 
Allora il problema è proprio il cuore delle cose. L’interiorità di Bergoglio. Con i suoi scatti nervosi da generale gesuita capace di mandare al diavolo una suora peggio che un fascista una donna. Con i suoi difetti e errori e gesti sempre così ben misurati. Per esempio il papa - dicono gli intimissimi - non alza le mani al cielo in modo plateale, e fa colazione mangiando in piedi frettolosamente una banana. Qui invece si fa la zuppetta nel caffèlatte, in attesa del conclave. Non c’è piedistallo. Non c’è apologia. Non c'è culto della personalità. Bene. 
Ma se il film è un film inchiesta non ci siamo. Il vero nodo interiore della biografia di papa Bergoglio è il suo rapporto politico con il movimento da cui è nato e che continua tutt'oggi. Il suo peronismo, versione Guardia di ferro. Certo. Il nome è orrendo. E’ quello della organizzazione fascistissima rumena di Codreanu. Ma si tratta di una pura omonimia, anche se inquietante. In realtà il gruppo è stato fondato nel 1961 dal gallego Alejandro Alvarez, come organizzazione giovanile del Comando Superior Peronista, ala sinistra del movimento e per lo più agì nella clandestinità. Dopo il breve ritorno in patria, dall’esilio nella Spagna franchista durato 18 anni, dell’ex leader nazional-socialista, tra il 1973 e il 1974, si assistette però a una imprevista sterzata a destra della sua politica già funestamente nazional-socialista anche se orgogliosamente anti- americana. Peron tra l’altro appoggia il golpe di Pinochet stupendo gli anti americani e spinge sempre più l’ala sinistra del movimento, i Montoneros (un gruppo di ispirazione cristiana) all’opposizione e nelle braccia della lotta armata di difesa, contro i primi gruppi fascisti organizzati (la tripla A, per esempio, Allenaza Anticomunista Argentina). Gruppo paramilitare protetto dai poteri forti della marina dell'aviazione e dell'esercito (e collegato pure alla estrema destra giustizialista dell'ambiguo “stregone” José Lopez Rega), responsabile tra l’altro del massacro di Elzeida, dove una bomba in aeroporto uccise 13 persone e ne ferì circa 400 mentre Peron rientrava in patria. 
Dopo l’assassinio nel 1973 del sindacalista peronista "burocrate" Rucci, a lungo osteggiato dai Montoneros, e prima ancora in polemica con l’esecuzione nel 1970 del generale Aramburu, responsabile del golpe anti Peron del ’55,  la Guardia di ferro polemizza sempre più duramente con le posizioni favorevoli alla resistenza armata, si sposta verso il centro e assume una più forte connotazione religiosa, giungendo nella sua ultima fase ad avere rapporti stabili, per iniziativa di Alvarez con Comunione e Liberazione (ma anche Jaca book aveva una sinistra) e con Solidarnosc (idem), anche grazie all’intermediazione di Rocco Buttilione e di Jorge Bergoglio. Il gruppo si scioglie nel 1974, dopo la morte di Peron, ma cambia nome, resta coeso e appoggia Isabelita fino al colpo di stato del 1976. Durante la dittatura i dirigenti della Guardia di ferro sono salvati grazie a buoni rapporti con i vertici della Marina militare e anche alla capacità diplomatica, alla Richelieu, di Bergoglio. Come vediamo nel film.
Insomma il duello all'ultimo sangue fu tra due linee interne al paese e anche interne ai gesuiti, tra chi era vicino alla teologia della liberazione e a Camilo Torres e chi era con Bergoglio. Anche se nel film non si dà mai la parola alle posizioni. Per esempio a quelle di José Miguez Bonino, il prete protestante che stava pericolosamente intaccando, a favore dei protestanti, il monte fedeli cristiano....O a Marcella Althaus-Reid (l'importantissima teologa queer). C'è molta attenzione, giustamente, alla strategia promozionale della chiesa cattolica, specialità gesuitica. E in un interessante duetto viene rimproverato da un superiore a Bergoglio il suo desiderio di evangelizzare il Giappone. "E' vero che i cattolici giapponesi sono scesi in poco tempo da un milione a mezzo milione, ma tu sei più utile qui perché li faresti scendere a 50 mila". Aveva ancora bisogno di crescere, gesuiticamente. Ma i due gesuiti di estrema sinistra che lo combattono (e che verranno espulsi dall'ordine e dunque subito imprigionati e torturati) appaiono nel film i soliti giocondi utopisti idealisti votati alla morte certa che non vogliono lasciare la loro favela anche se armi e mitra furoreggiano. Il che non fu. 
Quello scontro divide in due ancora la società argentina, l'1% di potenti di Baires e il 99% di argentini sotto comando, e i neoliberisti, come il neopresidente pericolosissimo Macri ne approfittano di tanto in tanto per dare duri colpi ai ceti più indifesi. Tanto che peronismo e giustizialismo ormai sembrano solo sinonimo di Argentina. Una parola che ha perso ogni connotazione di classe.
Bergoglio che arriverà all’Arcivescovado dopo aver operato molto in favore dei militanti perseguitati di sinistra durante la dittatura, come si vede nel film (tra questi “Tito” Bacman, l'unico militante della Guardia di ferro fastidioso perché amico di molti montoners) mantenne poi sempre relazioni strette con il suo movimento, diffondendo anche in ambienti vaticani il pensiero della filosofa peronista e “guardista” Amelia Podetti  che distanziandosi dalla razionalità illuminista prospetta l’unità della fede e della ragione, contestando quest’ultima come unica categoria nella costruzione della conoscenza  (cfr la lettera enciclica di Papa Giovanni Paolo II “ Fides et Ratio” ). Bé, certo, un po' di intuizione e di amore per la ricerca ci vuole. Basterebbe leggere Dialettica dell'Illuminismo di Adorno.
Insomma un film inchiesta serio avrebbe avuto bisogno di spiegare di più quella spaccatura in seno al peronismo. E soprattutto analizzare se le posizioni di destra e di centro moderato (lo è mai? a me sembra estremista il "centro moderato") del movimento abbiamo favorito l’avvento della dittatura militare e della “guerra sporca anti sovversiva” ben più della trappola tesa dai settori oligopolistici e filoamericani di Buenos Aires e chiamata resistenza armata Montonerso o Erp (l'organizzazione armata clandestina comunista-trotzkista).  

Una rete di nodi storici ancora da sciogliere. Ecco la “preoccupazione” come chiave del mosaico di Luchetti. Preoccupazione che per esempio in America Latina il film possa non incassare un centesimo. Non a caso molta parte magico- irrazionale del film è dedicata a un santino che il gesuita Bergoglio distribuisce qua e là ai bisognosi di ultra-conforto (per esempio agli occupanti di una baraccopoli del centro di Buenos Aires che secondo il film verrà salvata da Bergoglio, mentre secondo la storia verrà immediatamente rasa al suolo e offerta in dono alle grande compagnie palazzinare appena Bergoglio uscirà dalla inquadratura). Segnamoci il nome di questa preziosa immagine sacra. Può essere utile. E' il santino della madonna dei nodi. Una Maria Santissima che scioglie i nodi si può ammirare anche in un dipinto del 1700 ad Asburgo, in Germania. Vestita di rosso è concentrata sul compito che le è assegnato: sciogliere i nodi grossi e piccoli di un nastro bianco aggrovigliato offertole dal fastidioso angelo di sinistra. Ma ecco che lei scodella il nastro, ormai libero e liscio, all'angelo di destra. La Madonna sta serena.

venerdì 18 ottobre 2013

Gloria, ovvero la Patetica di Sebastian Lelio che maneggia un bel po' pathos, di emozioni, di sofferenza...

Roberto Silvestri

Premessa. A me piace molto Rush. Ma, come ogni opera cormaniana, diretta oltretutto da un suo allievo prediletto, il geniale Ron Howard, fissato con i film di inseguimento d'auto fin da cucciolo, è un po' difficile da spiegare. Bisogna pensarci qualche giorno di più. Sono film che ci fanno sentire gli odori e i sapori della corsa, della morte, della benzina, del duello, del fuoco che purifica. Arti alchemiche. E dunque sono andato a vedere un film cileno, Gloria, ispirato proprio alla canzone di Umberto Tozzi e tutto cucito addosso alla sua potentissima attrice, Paulita Garcia. Pensando che fosse un po' più semplice da raccontare e criticare. Più basic. Filone, di grande attualità (vedi Bruce La Bruce, Up, Rughe) Cacoon, la vitalità della terza stagione, quello strano momento della vita dove si incontrano e si scontrano la vitalità e la decadenza. Non è così semplice, invece. Ma è bene scriverne subito, perché i film cileni non hanno lo stesso potere di esposizione. E' questione di  affirmative action. Di andare, sempre, contro mercato. Che poi è l'unico modo di farlo funzionare davvero. Infatti il film è candidato al premio Oscar per il miglior film straniero dell'anno. C'è chi dice che ha più chance di La grande bellezza.


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Il regista  di "Gloria" Sebastian Lelio e l'attrice Paulina Garcia
Prendere la macchina, una lunga Kia, e dopo il lavoro andare nei bar o nelle sale gioco o da ballo degli hotel per bere Pina Colada, fumare e cercare compagnia. In ufficio tutto il giorno c'è poco tempo per le relazioni sociali divertenti. Qualche amico ogni tanto, una chitarra, una chiacchierata, una cena, un po' di bossa nova... La vita da divorziati 'maturi' non è facile. Ripetizione, più che differenza. Ma se la trasformiamo in una vita a tempo pieno, cacciamo via la noia. E cos'è un film se non la vita senza i tempi morti? (Hitchcock). Così siamo in un bel film. Riprendere però gente che parla, non è alla portata di tutti i cineasti e di tutti i pubblici che ormai hanno della noia la paura che un tempo si aveva per l'uomo nero. Bisogna avere qualche curiosità per il Cile, la sua storia, i suoi paesaggi così prepotenti. Per prepararci bene al Cile non possiamo non pensare all'America che lo ha così ben protetto, difeso e coccolato, a costo di qualche crimine. Non possiamo che pensare prima a Missing, a Costa Gavras e a Jack Lemmon.

Pali Garcia e Sergio Hernandez in "Gloria"
Già. Ricordate Jack Lemmon? Ecco questo film è un omaggio obliquo, nascosto, indiretto, a Jack Lemmon. Sembra di entrare in una delle sue commedie amarognole, magari dirette da Melville Shavelson (The War between Men and Women, 1972) o da Richard Quine (L'affittacamere, 1962),  che ci raccontano la vita e l'odissea agrodolce di un 'abbandonato', di un divorziato con figli, adesso solitario lupo metropolitano, perennemente davanti al bancone del bar a far arabeschi con le dita o in casa a godersi le partite di baseball e giocare a carte tra un tramezzino verde e uno giallo, quando la fortuna lo assiste, con l'inseparabile Matthau. 

Un personaggio con quel certo non so che, molto ben nascosto, di immenso cuore, ma protetto da un caratterino tutto pepe al limite della psicosi. Non facile da gestire. Dotato certamente di potere costituente sulla propria vita, solo che non ne è a conoscenza (La strana coppia di Gene Saks, 1968). Nel passato di Lemmon c'è una brutta storia. Magari ha fatto la guerra in Corea. Chissà.

Ma qui il protagonista, il Jack Lemmon della situazione, il polo mozionale di uno spettro emozionale a 360°, è una donna, la Gloria del titolo (In A qualcuno piace caldo non a caso Jack Lemmon si travestiva da donna, profetizzando la metamorfosi). Anche se non siamo a Manhattan ma a Santiago del Cile. Non andiamo in gita a Atlantic City, semmai a Valparaiso. Non si balla a Roseland ma in qualche dancing per la terza età simile. Il Cile, poi, ha alle spalle una storia non meno brutta. Anzi di più.

La 'single' Gloria ha, per il momento, un marito alle spalle (che doveva essere davvero ingestibile, a giudicare dalle due o tre scene in cui compare e da alcune sue occhiate e manate perturbanti) e due figli grandi che adora, lei pronta alla fuga d'amore in nord Europa e lui appena laureato e dunque entrato in depressione, come la lunga barba dimostra, anche se lo becchiamo nei dintorni della sua festa di compleanno. 

Gloria ha un appartamento middle class, che a un certo punto ci ricorderà quello di Robert Altman in Il lungo addio; una servizievole donna di servizio, un intruso di gatto (pregiato, un Canadian Sphynx, ma raccapricciante nel volto semiumano, e senza peli, una specie di siamese albino) che l'inquilino dell'appartamento di sopra vicino fuori di testa - impreca contro l'amore che l'ha lasciato - si perde volentieri, assieme alla sua bella scorta, graditissima da Gloria, di hascisc. 

Che è per chi non lo sapesse quella sostanza magica e dunque proibita che, se non chimicamente condita, fa venire il mal di mare solo a chi non sa volare. Ma che gode di cattivissima stampa, visto che è perseguitata ovunque (in Uruguay no), non solo da Giovanardi, anzi il Libano e l'Afghanistan, dove è rigogliosamente di casa, hanno proprio cercato di cancellarli dalla cartina geografica...Invidia?

Un paio di occhiali, un sorriso smagliante che manda in rotta l'esercito di rughe ed ecco Gloria e lo yoga, Gloria e la terapia del riso, Gloria e la roulette, Gloria e il passare tutta la notte con uno sconosciuto e fare l'amore intontita sulla spiaggia con il rischio di perdere la borsetta e i soldi, Gloria e i suoi vestitini decolté e sberluccicanti e che va via, a notte fonda, verso il rimorchio saltuario ma sicuro della discoteca o della balera old fashion. Una maniera come un'altra per battere la morte (e i suoi servitori). Che poi è il compito dell'arte. A un tratto sente uno strano rumore in giardino, esce e vede un po' se stessa ritratta in un pavone con tutte le sue ali a raggera. Bella e pronta all'attacco. E' lei.

Gloria in casa con l'ex marito e i figli
A questo punto parte il vero thriller interiore scritto (con Gonzalo Maza) e diretto da Sebastian Lelio, al quarto lungometraggio, ed è trentenne, un protegé di Pablo Larrain (il regista di No, consacrato internazionalmente), un giovane filmaker di talento a cui la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro ha già dedicato quest'anno la retrospettiva all'interno del focus cileno facendoci conoscere un talento unico nel catturare le ombre meno nitide delle emozioni interiori (La sacra famiglia, Natività e L'anno della tigre) e il sapore di una cinematografia davvero riemergente (anche Violeta Parra, quest'anno)

La nuova generazione di cineasti di Santiago sembra che però abbia, nella sua tsragrande maggioranza, preso per buone le direttive ideologiche dell'epoca Pinochet: "qui non si parla mai di politica". Basta con Littin, Soto, Francia e Ruiz. Ma solo di sentimenti edificanti. Di famiglia. Di amor filiale... Ma rovescia, lui e i suoi colleghi della nuovissima onda,  completamente il quadro e le direttive.  A parte in una scena all'aeroporto, quando la figlia di Gloria incinta parte per la Svezia, dove l'attende un suo romanticissimo fidanzato, e Gloria piange. E uno pensa amor filiale, dramma della perdita, ed è vero. Solo che c'è anche qualcosa d'altro. Magari un ricordo commosso per Olaf Palme. Una lacrima di invidia...

Gloria e l'amante occasionale
Insomma bisogna collocare la storia 'nell'infinito'. Certo, nel caso del Cile, meglio tradurre, 'nell'abisso'. E in questo film la danza nell'abisso, lo scivolamente nel vuoto, la passione del salto nel vuoto, la scena che le contiene tutte, è propria graficamente disegnata, in una sequenza chiave. In uno strano parco giochi dove la gente si libera dei piaceri colpevoli, come buttarsi a corpo morto o sparare ai nemici. 

La mise en abyme è anche questo trucco. E' il sogno nel sogno, certo, ma anche un particolare tipo di "storia nella storia", in cui la storia raccontata (livello basso) può essere usata per riassumere o racchiudere alcuni aspetti della storia che la incornicia (livello alto). Si ritaglia, nel quadro complessivo del Cile di Bachelet di oggi (già, anche la presidentezza, speriamo di nuovo, ha un certo caratterino, una certa età, è un po' generalesssa...), un dato piccolo e insignificante - Gloria potrebbe essere in un film normale quella generico sullo sfondo - e attraverso questo frammento si sintetizza tutto un quadro storico, un processo di immaginario collettivo complesso, antichi e più rimossi dolori. Si fa toccare con mano la sofferenza e la forza di resistenza di un popolo. Non poco per poco più di un'ora e mezzo di ombre sullo schermo, no?



Gloria è una donna divorziata perché è uno spirito libero, indocile alla coppia. Si chiama donna indipendente, anche un po' stronzetta come gli uomini indipendenti (la scena del cellulare nel brodo). Proprio quello che Pinochet, il talebano cristiano,  odiava di più, il rovesciamento sacrilego dei ruoli. Sa inoltre muovere le mani, il corpo di cui è fiera (e ce lo mostrerà tutto), e fare microgesti con tale non chalance, e citare perfino Theo Van Gogh a un tratto, a proposito di talebani, che l'attrice che la impersona (Paulina Garcia, detta anche Pali) ha vinto il premio per l'interpretazione femminile a Berlino 2013, regolando in volata perfino Catherine Deneuve e Rooney Mara. Ha fatto molta tv, ha un Silvio Caiozzi alle spalle e dopo Gloria naturalmente sta girando mille film. Trasforma con l'ironia i suoi 58 anni in uno spazio-corpo senza età. 

Ed è importante sapere che il romance che va a tessere, è proprio con l'altra metà della storia del paese. Rodolfo  (l'attore Sergio Hernandez, una specie di Bruno Pizzul non fosse per l'assoluta mancanza di autoironia), perennemente invischiato con la propria famiglia, rassicurato dalla moglie, malgrado sia separato, incapace di fare una scelta, pronto al compromesso, intimorito, pauroso, pronto alla fuga improvvisa e imprevista, è soprattutto molto permaloso, infido e bugiardo anche verso se stesso. E' la descrizione del criminale pinochetista tipico, di Pinochet in persona. Infatti Rodolfo oggi imprenditore, ha uno strano passato nella marina militare...  E nella colonna sonora non può mancare la canzone Tonto, eseguita da Miriam Hernandez. Inoltre finirà come merita, in una delle azioni di commando del film più riuscita.


Non ci credete? Eppure ci sono altri segnali non proprio subliminali. E' vero che Gloria passa accanto alla manifestazione degli studenti, andando in un caffé della Alameda, e loro gridano slogan anti governativi e lei finge di non accorgersene. Eppure in tutto il film lei assume la postura e le movenze, l'anima e il cuore di quei ragazzi. E ci invita a creare pure dentro di noi non la poetica del fanciullino, ma quello dello studente eternamente incazzato. Se no perché finire con un hit degli anni 70?