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mercoledì 6 luglio 2016

Voglio un'arena estiva di qualunque tipo......


di Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta


L'acuta massima di Billy Wilder 'uno spettatore in sala puo' essere anche stupido, ma una platea e' sempre un genio', credo possa essere applicata anche alle arene estive. Che il nostro clima mediterraneo offre come piacere impermeabile alla moda. E che sono in interessante metamorfosi. Una platea, molto meglio se ibrida e creola, perfino con occhialetti 3d, grida all'unisono che “il re e' nudo”, anche se i giudizi sul re, “mi piace” - “non mi piace”, variano a seconda dei gusti. La bufala non passa mai inosservata a un raduno di filmgoers.
Comunque sconsiglio di allestire in casa un “Imax private Theater”. Non solo perche' in Italia non c'e' neppure quello pubblico, di Imax (che poi sarebbe uno schermo gigantesco cono immagini in altissima definizione). Non solo perche' se lo puo' e vuole permettere solo Arnold Schwarzenegger e i suoi 25 amici. Il costo e' infatti da nababbo arabo (oltre 2 milioni di dollari). I muri di casa devono essere, poi, assiro/babilonesi: lunghezza 30 metri, altezza circa 26. Inoltre e' esoso l'affitto di film, opere liriche ed eventi sportivi in diretta, in quasi contemporanea con i templi della visione gigantesca in 4K e del suono in dolby 7.1 digital surround, o in Power Point, ancor piu' viscerale e perfetto. E poi le partite dell'europeo viste in Imax o in 3D non aggiungono ancora molto alla visione tradizionale.  
Ma nonostante la definizione visiva e sonora divina e l'aria condiziata a manetta (non esiste in realta' l'arena Imax) il vero piacere estivo e' piu' imperfetto, di gruppo effimero e a cielo aperto. E' il momento dell'incontro e dello scambio con gli sconosciuti, i diversi, gli stranieri. A Roma, come a Los Angeles, in sperdute localita' di villeggiatura e' di grande moda, organizzare proiezioni, per 30 persone al massimo e nel cortiletto di casa, di film eccentrici, avulsi, underground, scomparsi dal grande giro, presentati in contesti colti e in simultanea con esposizioni d'arte, istallazioni, conferenze. 
In California si pagano 7 dollari e gli aventi diritto sulle pellicole non protestano, perche' sono proprio loro che, di solito, a introdurre i film. Per chi preferisce i target misti e piu' folti consiglio visioni (di crescente successo) in arene itineranti, che si spostano nelle location cinematografiche piu' celebri della storia. Il gruppo romano del Labirinto, molto prima che le film commission nascessero, ne e' stato il precursone, compilando cartine geografiche dell'immaginario che collegavano piazza dei Consoli, con la torretta medievale di Questi Fantasmi di Pietrangeli, alla via dove Anna Magnani viene trucidata dai nazisti in Roma citta' aperta di Rossellini. Stabili, invece, altre arene costruite gia' come set cinematografici, che simulano luoghi 'esotici' o grandi civilta' scomparse.
E' vero che l'estate e' il momento dell'anno di massima disattenzione e distrazione, quando ci si gode un riposo meritato e “a copertura totale”, ma la particolarita' estetica del piacere schermico tollera anche, anzi provoca e scavalca la distrazione. Valvola di sicurezza per non essere sopraffatti dalla gigantesca quantita' di informazioni e suggestioni che ogni film contiene, e che i pop corn, i vicini vocianti o con la testa altrove, i cellulari al lavoro, l'alzarsi continuo degli spettatori per andare alla toilette o a bere, o la risata inquietante di uno spettatore in prima fila, nel silenzio generale del dramma, non fanno che perfezionare.
La mania crescente di mangiare, nei cinema a 5 stelle, con il tavolino e tutta la batteria di forchette e coltelli, aggiunge poi complicazioni di soundtrack non indifferenti. Eppure c'e' una verita' nel detto: “il pubblico ha sempre ragione”. Anche se viene bombardato dalla pubblicita' invadente e dall'imperialismo dei blockbuster, la moltitudine vede cose che sfuggono anche ai piu' acuti analisti e critici. L'Estate romana di Nicolini, che accostava i film, anche quelli piu' diversamente classici, ai capolavori architettonici o urbanistici dell'antichita', come la basilica di Massenzio, l'arco di Costantino o il circo Massimo, non solo rispose con il divertimento collettivo alla strategia degli anni di piombo che ci voleva soli e chiusi in casa davanti alla tv, ma creo' una feconda sinergia e sovrimpressione tra epoche, classi sociali e modelli di immaginario (alto e basso) fino a quel momento conflittuali e inconciliabili. E' vero che scandalizzo' non pochi antichisti. Ma lancio' la moda di proiettare i film dove meno te lo aspetti, anticipando l'uomo solitario che se li vede nella sua mano, i film, gironzolando per il mondo. Perfino quando la scelta dei film non e' ne' originale ne' stravagante ne' sovversiva, come nel caso (limite) dei ragazzi del cinema America, che almeno salvaguardano un tesoro pubblico che sta per essere dilapidato dalla gentrificazione, e dunque possono permettersi tutto, l'arena estiva trasforma e rimodella le immagini che vediamo semplificando la ricezione se sono oscure, tranquillizzandoci se sono paurose, ridicolizzandole se sono autenticamente trombonesche.Una moda recente di squisita natura anglosassone sta portando nelle notti di mezza  estate, al cinema, molti cittadini che non vanno in vacanza "fuori mura". E cosi' la notte si va a vedere un classico muto o in bianco e nero, preferibilmente, al cimitero. Facendo picnic tra la lapide di Clifton Webb e quella della famiglia Fairbanks. Basta contattare Cinespia per avere il calendario degli eventi, "Hollywood Forever Cemetery", 6000 Santa Monica Blvd, Los Angeles, CA 90038.

Los Angeles. Una mappa per soli cinefili

di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

In un racconto degli anni 50 di Richard Matheson, un focolaio virale epidemico, partito da Hollywood e allargatosi a macchia d'olio, "infetta" il mondo. La devastante passione per il cinema, i divi, il western, l'happy end, la serie z e il beach movie, trasforma tutti gli esseri umani anche quelli piu' rispettabili (perfino della esclusiva specie umana "Fofi") in cinefili losangelini che, muniti di sacchi a pelo, attendono, in lunghe file, l'uscita del nuovo blockbuster per divorare secchielli di pop corn conditi col burro. Non si puo' certo perdere la prima di The Blob o di Nerve...Il fatto e' che non siamo dentro un Arc Lights di Babylonia, ma a Bombay, Johannesburgh, Mosca e perfino a Manhattan.
Come se tutti vivessero ormai a Westwood, nella piazza magica di Los Angeles dove si fronteggiano il Fox West Coast Village Theatre, costruito da Percy Parke Lewis nel 1931, con la sua svettante torre al neon, e il Bruin Theatre di S. Charles Lee, dalla concava facciata, che dal 1938 lo affianca nelle prestigiose e glamour 'premiere', con star affascinanti, in trionfo sul tappeto rosso.
In quel racconto di Matheson (per chi non se lo ricorda e' l'autore di Tre millimentri al giorno, Io sono Helen Driscoll, del ciclo Poe per Corman e di Duel) rievocava, serissimo dietro la satira, decenni di scontro sociale, anche aspro, tra fondamentalisti cristiani e societa' civile, per conquistare il diritto a un immaginario scatenato, utopistico e libero (dalla censura) ogni giorno della settimana (la 'santa domenica' per molti anni significo' i cinema chiusi per legge) e per tutti le eta', i sessi e le pelli (contro le sale razzialmente apartheid).
E' fantascienza, quell'epoca. Anche le Cadillac si godevano il doppio spettacolo al Drive in. Nell'estate del 2014, nonostante i crescenti prezzi del biglietto, si registrava infatti un calo di oltre il 50% nel box office rispetto all'estate 2013. Dal 2002 sono ben 200 i milioni di biglietti in meno venduti.
Matheson affianco' con quel racconto il 'canto del cigno' di un certo mondo del cinema e prefiguro' la nascita dell'era blockbuster. Dagli anni 60 agli anni 80 l'intera struttura del consumo cittadino di film, con sale nel centro storico da tre, quattro, cinque, perfino seimila posti, e poi con le seconde e terze vsioni, sarebbe scomparsa, sostituita dai multiplex nei mall dei sobborghi, prima, periodo Guerre stellari, e poi dai megaplex, da 20 sale (piu' ampie) in su, periodo Titanic, che oggi controllano il mercato intasandole quasi tutte con lo stesso kolossal Marvel in 3, a orari sfalsati, e rosicchiando il 40% dei profitti grazie alla vendita di junk food.
Infatti l'epidemia foto-chimica, e poi digitale, continua e 'si aggrava', nonostante la fine delle pizze da 35mm e la loro sostituzione con i file e la teletrasmissione satellitare delle copie.
Solo che il contagio, per lo spettatore, si trasmette ora via i-phone, e raggiunge forme acute, critiche e perfino illegali come scaricarsi da casa le novita' e le serie tv via internet ancor prima che escano in multisala o in tv e 'sezionare' i classici dello schermo (e le novita') su You Tube, Netflix, Facebook e Google, collegando il tutto a superbi apparati domestici, gli home theater in alta definizione e riproduzione iperdolby del suono.
Videogames e Oculus Rift (gli occhiali, ora perfezionati e acquistati da Facebook, che ti spediscono dentro la realta' virtuale di un videogioco) completano l'opera.
Certamente il delirio individuale supera la febbre collettiva. Anche perche' frequentare le obsolete sale cinematografiche del centro cittadino (ammesso che esistano ancora, e poi dove parcheggiare a meno di 20 dollari?) o gli asettici megaplex fuori citta' (che solo i teenager in moltitudine sanno come trasformare in luna park) e' sempre piu' scomodo e meno gratificante.
Comunque Hollywood, che gioca bene con i computer, continua a produrre, spacciare e saggiare le immagini 'diaboliche' che contagiano il mondo. Transformes 4 non solo e' stato il piu' grande incasso americano in Cina di tutti i tempi ma ha quasi superato, nel primo week end, a Pechino e dintorni, perfino il box office domestico Usa. In fondo il racconto di Matheson, ripubblicato poco fa da Fanucci nei 4 volumi di Schock!, vedeva giusto e prevedeva, con acume, il nostro presente. Un presente, pero', che deve un'altra volta essere rivoluzionato. Non e' stato ancora scoperto, infatti, l'antidoto anti virus-cinema. Neppure
l'Iphone Film Festival sta dando risultati di rilievo, nonostante il riuscito ossimoro, e il cinema sta contagiando pericolosamente, per stile e staff, il mondo dei videogame e delle serie tv. Per ridare glamour alla visione collettiva, pero', per concepire, in altro modo, il piacere del grande schermo, che e' singolare e collettivo insieme, le sale vanno ripensate e ridisegnate. Con un occhio al futuro da inventare e con un occhio al passato da far rivivere. Era l'intuizione dell'Estate Romana nicoliniana, oltre che dell'impresario del Kansas Stanley H. Durwood (il visionario inventore di Amc, American Movie Theater Chain, la catena di sale che lancio' l'aria condizionata quando pochi se la potevano permettere, e che oggi e' di proprieta' cinese, proprio come l'Inter). Presente, futuro, passato, uno dentro l'altro. Megaplex a tema (“Grecia, Roma, Egitto,Persia... luoghi che raccontino storie” come afferma il proprietario del Muvico Egyptian di Hanover, Maryland, Hamid Hashemi). E rubare ai vecchi pionieri del cinema, per esempio a William Castle, qualche idea da baraccone ma ancora fertile. Gli States, cresciuti di 40 milioni tra il 1978 e il 1995 avevano bisogno di ingigantire le proprie sale di cinema, rimpicciolite nell'epoca multiplex, e di moltiplicare gli schermi (oggi quasi 40 mila, di cui 606 'drive in', da 20 mila che erano nel 1987, di cui 2000 drive in), in Italia sono meno di 1000. Ai mega televisori, per quanto in alta definizione e al plasma siano, si puo' rispondere solo superandoli per gigantismo, comodita' delle poltrone e tecnologia (come gli schermi Escape del modello di sala iPic, come vedremo) o officiando di nuovo qualche rito nel Grande Tempio Sacro (che magari ti offra, in 4DX, anche la diretta dal Metropolitan Opera: come Massenzio in estasi davanti al Napoleon pre cinemascope di Gance con l'orchestra dal vivo). Senza rinunciare al gusto per la scoperta di sentieri dell'immaginario dimenticati, rappresentate dalle fertili salette undergound. Non e' un caso che uno di questi gioielli appartenga a Quentin Tarantino, che ci fa volare indietro nel tempo, nei suoi film ma anche nei suoi cinema. Perche' un uomo di successo e' “chi ha reso il mondo migliore e la gente che ci vive piu' felice, non il piu' ricco e potente”, come spiegava un pioniere dell'esercizio, Marcus Loew nel 1918. Vediamo dunque come Los Angeles si e' attrezzata cosi' alla grande sfida.

iPic theater di Westwood (10800 Wilshire Blvd)
E' la prima classe del “sogno schermico” in 3d (con occhialetti differenziati, per esempio per Trasformers). Con ampia lobby, eccellente per gli appuntamenti, ristorante e cocktail-bar annessi, e servizio in sala, durante la proiezione, previsto (e non sempre gradito, soprattutto se mangiano i vicini).
Garage gratis per 4 ore. Le poltrone, giganti, sono anche reclinabili e munite di comodi tavolini. L'aria condizianata e' a palla, ma ci sono ampie coperte calde per tutti.  La struttura e' da anfiteatro romano, come la catena Arc Lights, l'altro cinema vanto di Ellei. L'idea venne nel 1968 a un esercente belga, Joost Bert, del Kinepolis Group. Era molto piu' comodo in un paese multilinguistico (francese, fiammingo e olandese) dominare il grande schermo senza la testa in su per
due ore e leggere i sottotitoli senza le ingombranti testone davanti. La configurazione 'a scendere', giudicata troppo costosa dagli esercenti, dopo 20 anni, e' diventata legge. Esistono 12 iPic negli Usa. Il circuito italiano The Space, un po' li ricorda per le proiezioni a evento speciale di opere e balletti. Lo schermo, Escape, e' simile al Cinerama, ti avvolge e la definizione 4DX non solo e' imbattibile ma prevede effetti speciali come profumi e odori (gia' sperimentati da Disney alla prima di Fantasia) o poltrone che vibrano in collegamento con scene di film che prevedono sommovimenti tellurici, pioggia, nebbia, tifoni. Insomma e' stato perfezionato il sistema che William Castle utilizzo' artigianalmente nel 1959 per The Tingler, come ci ha ricrodato Joe Dante in Matinee.

The New Beverly Cinema (7165 West Beverly Boulevard).
Quentin Tarantino dal dicembre del 2007 ha rilevato un cinema storico nella zona ebraica di Faifarx, costruito negli anni venti per il vaudeville, che si era poi trasformato in night club, sala porno e grindhouse con spettacoli “totally nude” dal vivo, prima di tornare, dal 1978, il tempio dei classici americani ed europei grazie a Sherman Torgan, morto nel 2007. Tarantino sta dilatando e oltrepassando i contorni del concetto di 'film d'arte', attirando il pubblico piu' sensibile al cinema commerciale stracult. “Finche' saro' in vita e finche' saro' ricco – ha promesso - proiettero' in questa sala ogni giorno due film in 35mm”. Non sono accettate carte di credito. L'Istituto italiano di
cultura, preso in contropiede, ne ha copiato, qualche estate fa, la parte italiana della programamzione (con i poliziotteschi di Sergio Sollima e gli horror di Fulci).

The Cinefamily (611 N Fairfax Ave, Los Angeles, CA 90036)
Era la storica sala dove si proiettavano i muti da Chaplin a Potemkin. Dal 2007, programmata da tre cinefili scatenati, e' diventato un centro vivo di cultura, non solo cinematografica. Comici dal vivo, concerti live, eventi speciali mixed media affiancano classici del 'silent cinema', film sperimentali, documentari proibiti,
retrospettive di tendenza (Jerry Lewis, Cassavetes, Zulawski, Jim Henson...) e festival (cartoon, rock, horror filone: “pijama party”). Il locale (piccolo, frikkettone, con bei divani comodi e molto contesi in prima fila) si caratterizza per gli eventi che coinvolgono i cineasti di persona. Per esempio Sion Sono era li' a discutere del suo Noriko's Dinner Table e William Friedkin ha presentato di persona uno dei suoi film preferiti, The Texas Chain Massacre di Tobe Hooper, per festeggiarne il restaurato e la presentazione a Cannes 2014.

El Capitan Theater (6838 Hollywood Boulevard, Los Angeles, CA)
Per vedere le prime dei film Disney non c'e' posto migliore di El Capitan, una sala costruita in stile spagnolo coloniale (ma indianegggiante negli interni) un anno prima del dirimpettaio Grauman Chinese Theater (quello delle mani dei divi immortalate nel cemento). Qui Orson Welles ando' nervosamente alla prima di Quarto Potere. La compagnia Disney compro' la storica sala, e rimoderno' tutto, alla fine degli anni 80 e nelle vicinanze ha colocato uno strategico Disney Store (che negli ultimi anni deve essere stato affidato a un incapace perche' non c'e' quasi mai nulla di autenticamente disneyano da acquistare).

Billy Wilder Theater at Hammer Museum (10899 Wilshire Blvd. Los Angeles, CA).
L'universita' pubblica di Los Angeles (Ucla, da non confondersi con quella privata Usc) dispone di una bella sala all'interno del Museo Hammer (il piu' progressista della citta'), per proiettare il suo immenso patrimonio di pellicole e di programmi televisivi. Il calendario di questa estate prevede un lungo omaggio a Kirk Douglas, per festeggiare i 100 anni dell'attore e regista hollywoodiano di origine russa, una rassegna di film sulla guerra civile spagnola, una retrospettiva Maurice Pialat e un focus sulla casa di produzione di Chicago, Kartemquin, che da 5 decadi produce documentari radicali (tra i suoi fondatori Gordon Quinn e Jerry Blumenthal. Il 13 agosto 2016 verranno presentati i recenti restauri di due classici del periodo noir, Leave her to heaven di John M. Stahl (1945) e Nightmare Alley di Edmund Goulding (1947).

Graumans Egyptian (6712 Hollywood Bldv. Los Angeles CA. 90028)
e Max Palevski Theatre at the Aero (1328 Montana Ave.Santa Monica CA. 90403
Sono i due cinematografi pubblici della Cineteca Americana specializzati in classici (Peckinpah, Milius, Spielberg, Hellman, Lubitsch...) anche stranieri (Godard, Tati. Leone, Rozema...) e film di genere (horror, c'e' anche un Joe D'Amato questo mese). Il primo ha due sale, di 618 (l'Egyptian) e 80 posti (la sala Spielberg). Il secondo costruito nel 1939 in stile art deco per gli operai della Douglas Aircraft affinche' si appassionassero ai documentari di guerra che arrivavano dai fronti europeo e asiatico, ma poi restaurato di recente, e un po' acambiato, e' di 425 posti (ho visto anni fa il restauro, affollatissimo, del Gattopardo). Il biglietto costa 11 dollari ma bisogna anche pagare il parcheggio (12 dollari). Per l'estate 2016 di notevole nel 75esimo anniversario Quarto potere di Orson Welles (il 15 luglio) e, nello stesso giorno, l'omaggio al regista di cinema bis Alfredo Zacarias (The bees, 1978, e Demonoid, 1981) e il 16 luglio in copia restaurata in 4K Little Annie Roonie (1925), capolavoro con Mary Pickford diretta da Wiliam Beaudine. Il 28 luglio documentario del nostro Ferdinando Vicentini Orgnani, Un minuto di silenzio (2015). All'Aero in programm tra gli altri, quattro film di Budd Boetticher, Man from now e Buchanan rides alone (1958), con Randolph Scott il 21 luglio e Bullfighter and the Lady (1951) e Ride Lonesome (1959) il 24.

Nuart (11272 Santa Monica Blvd Los Angeles CA.) 
Qui, dove da sempre si proietta ogni sabato sera The Rocky Horror Picture Show, e dove e' stato appena proposto il doc su Frank Zappa Eat that question,  il 5 agosto prima losangelina del nuovo film di Barbara kopple, Miss Sarah Jones sulla cantante, versione femminile di james Brown, osteggiata dall'industria discografica perche' "troppo bassa, troppo nera e troppo grassa", siamo nel regno del cinema d'essai losangelino, caratterizzato dalla particolare attenzione al cibo e alle bevande. meno pop corn e piu' vino rosso e tacos. E' nato nel 1974 ed e' il punto di riferimento per tutti quelli che vogliono vedere film no Hollywood, stranieri soprattutto. E poi cartoni animati fatti strani e documentari.E' annesso al cinema un videostore famoso per le t-shirts con i nomi dei registi stampati sopra (Bela Tarr, Fassbinder, De Palma, Lynch, Bunuel...) e perche', assieme a Vidiots, che invece e' a Santa monica, Pico Blvd 302) noleggia cose davvero rare e introvabili.

Cinemarama Dome 6360 Sunset Boulevard Los Angeles CA.
Costruito nel 1963 nell'epoca d'oro del cinema antitelevisivo, quando La conquista del West veniva proiettato in cinerama, e quando Arch Oboler propose i suoi primi avveniristici film in 3D di prima generazione, e' caratterizzato dalla sua forma semisferica, composta da 316 esagoni e dalla vicinanza di un Arc Lights (il primo della metropoli). Il prezzo del biglietto qui e' pi' alto, sui 16 dollari, ma il proiettore Kinoton non disdegna i 70mm e lo schermo ha una curvatura di 126 gradi. Il suono e' perfetto e anche i film brutti sono degnamente rispettati. Lo ha rilevato in anni piu' recenti e rilanciato Randal Kleiser (Grease), uno che viene da Usc.


martedì 29 luglio 2014

Vittorio Rivosecchi, un "americano" alla corte di re Artu'

Roberto Silvestri

Vittorio Rivosecchi e sua cugina Nilde Rivosecchi
E' morto a 63 anni Vittorio Rivosecchi. Era un amico e uno studioso, soprattutto, di cultura medievale. Uno dei fondatori e animatori per anni della casa editrice specializzara Viella. Eppure Vittorio Rivosecchi veniva dal liceo classico Augusto di Roma, dalle lotte nelle scuole nelle fabbriche e nella societa' intera degli anni sessanta. E poi si era occupato di cinema e non solo, nel gruppo di esperti ventenni allievi di Alberto Abruzzese e Beniamino Placido che Renato Nicolini aveva saputo valorizzare in quell'effervescente decennio.

Ma Vittorio come era arrivato a Hildgarda, a Boncompagno da Signa, ai "retori maestri" e ai "Fedeli d'amore" danteschi? Certo, e' sempre stato il piu' eccentrico del nostro gruppo. Il Clifton Webb dell'Appio Tuscolano. Uno stile "britannico" poco consono alle periferie grevi romane. Tre sue cugine bellissime, milanesi, d'altra parte erano sempre molto attese a capodanno. Anche perche' Vittorio organizzava feste 'barocche' e in costume in una vecchia villa di famiglia, nei mesi precedenti alla vendita, che era anche un vero set cinema per il nostro gruppo, di superottisti neomilitanti. Piu' di tendenza afghana (linea nero) che spartakista. Piu' lsd che cccp. E poi sua zia era una produttrice di cinema, addirittura il braccio destro di Bruno Bozzetto per anni. E si era trasferita negli States, dove la cugina Nilde aveva studiato alla New York University di Scorsese e Arkush... Come annichilimento del provincialismo non era niente male, quell'amicizia. Ci ha regalato poi tanto di quel senso dell'umorismo e di quella capacita' di identificare i tromboni all'istante, Vittorio, che per il nuclo politico di quel liceo alcuni sentieri sarebbero stati proprio impraticabili. Fanatismo e bigottismo, per esempio, li lasciammo ai "servili del popolo", figuriamoci le ipotesi di lotta armata: si liquefacevano ad ogni suo sguardo aguzzo e sardonico. Ma torniamo al "mezzo del cammin".  

Nel 1979 a Roma, Palazzo dell'Esposizione, ebbe un enorme successo la mostra "La citta' del cinema - Produzione e lavoro nel cinema italiano 1930-1970". A corredo un librone, edito da Napoleone, di 700 pagine, contenente saggi, analisi dei trenta anni di cinema trascorsi e soprattutto delle lunghe interviste ai cineasti che non sono, come comunemente si crede, i registi, gli autori, ma i creativi tutti, direttori della fotografia, montatori, produttori, capi macchinisti., scenografi, costumisti, musicisti... Il cinema e' arte di gruppo, mai dimenticarlo.

Era gia', in nuce, quella mostra, la prefigurazione di quello che oggi il ministro Franceschini auspica, un grande museo del cinema da affiancare agli studi cinematografici di via Tuscolana, rivitalizzati e competitivi. Solo che ci hanno messo 35 anni a capirlo (chi era effimero, Nicolini o i suoi agguerriti e critici?). Andare indietro significa marciare, piu' spediti, in avanti.Senza studiare le "beghine" medievali come capire qualcosa di femminismo, d'altra parte.

Vittorio Rivosecchi (e la cugina Nilde) a Milano
Proprio da Cinecitta', allora a pezzi rispetto agli altri studi prestigiosi del mondo che avevano saputo rimodernarsi, provenivano i "capolavori" esibiti. Pezzi di scenogrefie felliniane e non solo; costumi allestiti negli atelier Tirelli - che se si fossero tutelati un po' meglio come Zeffirelli chiedeva a gran voce avrebbero conteso agli inglesi il mercato dei filmoni storici in costume - manifesti d'epoca; fotografie di scena, giornali per fan, il merchandising, i flani e la pubblicita', videotapes e laser disc con le sequenze piu' celebri e quelle piu' ingiustamente dimenticate, girate dai "diversamente grandi". Dai genii del cinema commerciale, specialisti in western, horror, fantascienza, avventuroso, esotico, fantasy mitologico come Mario Bava, Vittorio Cottafavi, Lucio Fulci, Riccardo Freda....Quella generazione che Hollywood in crisi aveva studiato per poter diventare new Hollywood insorgente e per lanciare in tutto il mondo Spielberg e Lucas. E quella generazione di piccoli inventori pazzi che tutt'ora rappresenta il retroterra culturale, sofisticato e anarchico, di Quentin Tarantino e Eli Roth, Roberto Rodriguez e Guillermo del Toro, Landis e Joe Dante.

Reperti vari e mirabilmente montati in un labirinto di sentiero espositivo che risarcivano quella parte oscurata (allora) di creativita' nazionale. Grande scandalo, pero', mettere insieme Fatigati con Antonioni. Ma Carmelo Bene ci invitava sempre, dal palco, alle piu' sensate interferenze tra epoche e epoche'. Perche', senza conflitto, niente sviluppo, neanche artistico.

Vittorio Rivosecchi con la cugina Silvia
Erano stati i quattro moschettieri dell'assessore Nicolini, giovani ricercatori neanche trentenni, Bruno Restuccio, Massimiliano Fasoli, Giancarlo Guastini e Vittorio Rivosecchi, a realizzare la mostra e il libro (purtroppo molto fu tagliato da quelle interviste, un editore furbo dovrebbe chiede di pubblicare la versione integrale di quel lavoro pionieristico) che doveva "partorire" cio' che l'estate romana e Massenzio in particolare "generava". Modernita', scenari utopistici di cambiamento in meglio per tutti i consumatori, progetti architettonici per "altri cinema a venire" da realizzare, non piegarsi alla ineluttabilita' di quelle multisale e quei multiplex che ci aspettavano al varco inzeppandoci soprattutto di pop corn. Una modernita' basata su una riconsiderazione collettiva e critica del nostro patrimonio immaginario passato. Vittorio di suo agggiungeva un "discorso sapienziale" alla Boncompagno, una retorica che si proponeva non come sapere settoriale, sia pure di altissima dignita', ma come il sapere stesso, una sapienza dalle risonanze bbliche e post bibliche.

Il cinema italiano stava entrando in un letargo che continua tuttora. Quello era il segnale della riscossa possibile. Quando usci', pochi mesi piu' tardi, il "Fofi Faldini" sembrava gia' un libro sugli zombies. Un c'era una volta il cinema italiano....l'avventura era finita.

Bisognava ricominciare non da tre, ma dal terzo secolo dopo Cristo. I nicoliniani avevano ripreso tecniche e concezioni teoriche dal barocco romano. Non si parlava di "presa di Montecitorio" come della presa del palazzo di inverno? Ma cos'era Montecitorio? Un magnifico palazzo "interrotto" di Bernini/Fontana, che non riuscirono mai a unificare la piazza antistante con piazza Colonna, il papa non voleva...Gli artisti si scontrano con il potere spaziale della chiesa e non sempre la spuntano.  Ma chi era il papa di fine 600? Una specie di Bergoglio. Amava i poveri (edifico' per loro perfino San Michele) lotto' contro il nepotismo con impeto da movimento 5 stelle. E a Montecitorio fece ospitare  i poveri, non le signore, da casting di Greed, che si vantano urlando di "essere tutte puttane". Lo aveva edificato il pugliese Innocenzo XII, l'ultimo Papa con la barba, che era stato il nemico dei quietisti e della chiesa francese autonoma. Perche' autonoma? Perche' la chiesa gallicana voleva essere autonoma come quella anglicana. E non considerava il Papa il numero uno infallibile, ma solo il sinodo dei vescovi il vertice teologico.....E lotto' contro le "mistiche secolarizzate", come Hadewijch o Hildegarda. Insomma Vittorio ci insegno' non solo che era ora di finirla con le cose che ci raccontavano a scuola e che scrivevano i giornali e coi film che mostravano al Nuovo Olympia. Ma che la lunga marcia dentro le istituzioni, per essere vincente, doveva essere accompagnata anche da quella dentro i secoli, meglio se "bui". Bisognava proprio tornare indietro.

lunedì 27 maggio 2013

Un gladiatore di Massenzio. E' morto Angelo Vittorioso


di Roberto Silvestri

Proprio mentre la città si riaccostava con la migliore sinistra laica, dopo la parentesi funesta di questi 5 anni, atroci per la cultura, e la Lazio umiliava la Roma, è morto a Roma, forse un po’ più riappacificato con i suoi concittadini, uno dei protagonisti più abili, simpatici e spregiudicati della ‘rivoluzione Massenzio’, Angelo Vittorioso. Era il ‘Little Tony dei cinefili’, un appassionato studioso di frontiera, un carissimo amico a cui invidiavo curiosità extraoccidentale, sapienza del territorio, abilità organizzative ‘rock’ e stomaco ‘heavy metal’ tali da smontare e bypassare qualunque ostacolo burocratico capitolino. Ed erano tanti, allora sì che c’era la Casta, ed era pure principesca e nerissima. Mi ricordo le litigate con i distibutori quando chiedevamo per il club-cine Politecnico dei film che per noi erano magici e per loro vecchi fondi di magazzino, che so, un vecchio Mario Bava, e ci chiedevano la stessa tariffa di noleggio che pretendevano per un blockbuster dell'Adriano… 
La storia di Vittorioso è lunga, ma importante. Comunista, apparentemente il tipico romano da ‘sezione’ periferica, buon giocatore di football, laziale - quella strana forma di dandysmo calcistico, umorismo blasé, una generazione più adulta e pragmatica della nosta, quella dei ventenni di allora, Bruno Restuccia, Giancarlo Guastini, Gianni Romoli, Silvia Viglia e Roberto Farina (che di quel capitolo sono stati i cosmonauti più fantasisti e creativi) fu il vero pioniere, alla fine degli anni sessanta, nella riconversione dei cine-club da vigili urbani dell’immaginario, cattolici o comunisti che fossero, in spazi dinamici, laici ed esplorativi. Era stato infatti uno dei protagonisti della salutare ‘rottura Aiace’. 
Roma in quegli anni (ma anche Genova, Torino, Napoli, Padova, Milano, Bari…) fabbricava consumo vivo e spregiudicato attraverso un network, muscolare e sudato, non ancora immateriale, di cinema d’essai. E restano mitici gli affondi cosmopoliti della sala più incandescente di tutte, il Nuovo Olympia (dove Godard, Rocha, Antonioni, Bunuel e Fellini scatenavano tifo da stadio). O del Planetario, che negli anni sessanta ci fece scoprire Dreyer e Bergman e gli espressionisti tedeschi. O, nei primi anni 70, del Rialto, oggi spazio fantasma, dannato nell’eternità per aver scodellato a un passo dal Vaticano una delle rassegne storiche sul cinema pornografico radicale e post maschilista (Gola profonda, The Devil in Miss Jones, Behind the Green Door…) che non pochi guai gli procurarono, ma che per miracolo traghettarono la provinciale Roma in un ‘mood’ metropolitano. Senza Aiace romano niente Massenzio e niente Estate romana.  
Una nottata tipica di Messenzio 1976
Certo adesso, ormai, il circuito d’essai  è stato divorato e anestetizzato dalle sale, per lo più ex parrocchiali pentite, del colosso romano ‘Circuito Cinema’. Ma allora costituì l’anello mancante tra la sala commerciale e il club-cinema, una zona liberata d’immaginario che, tramite tessera associativa, permetteva la visione di film che non dovevano sottostare alla censura preventiva o di classici espulsi dal commercio mercantile e che nessuna tv privata allora poteva rigenerale. Urrà! Finalmente si stabiliva un colloquio quotidiano con le immagini fertili del passato e vive, e il tutto in contemporanea con Londra, Parigi, Berlino. 
Arrivarono fiumi di Andy Warhol, opere rivoluzionarie (pochissime, solo 3 erano tollerate da Mao) della grande rivoluzione culturale proletaria cinese, i classici del cinema muto, strappati con la forza alle cineteche, nazionai o private, rock movies coi Cream e Jimi Hendrix, i più ‘pazzi’ e lisergici underground nostri e altrui, il ‘canone rioluzionato’ dagli autori atipici nordamericani (Fuller, Siegel, Aldrich, Corman, Altman), Carmelo Bene, Jean Marie Straub, le prime agguerrite femministe, i film arabi turchi e africani, Mario Schifano… testi, più che commerciali, che venivano letti in maniera trasversale o travisati fecondamente, contro se stessi, da abili decodificatori appassionati come (gli scomparsi) Michele Mancini, Maurizio Grande, Gianni Menon, Giuseppe Turroni, Enzo Ungari.
Angelo Vittorioso aveva fondato con Enzo Fiorenza una rivista, Altro Cinema, più militante, pungente, estrema e teenager di quelle nate dalla diaspora Aristarco (Cinema nuovo e Cinema sessanta, della vecchia sinistra; Filmcritica e Cinema e Film della nuova sinistra sessantottina) e laboratorio di giovanissimi dagli occhi, dal cuore e dalle orecchie aperte (Paolo Isaja, oggi tra i nostri migliori documentaristi; Gian Domenico Curi e Teresa De Santis che scovavano a Londra e a New York gli ska, punk e rap moviea, e a Brixton le immagini giamaicane e molto fumate della generazione reggae. Dietro tutto questo c’era Angelo Vittorioso. 
il manifesto di Massenzio 1981
Non è un caso che quando Renato Nicolini decise di negare i soldi agli esercenti che, per tradizione, ogni estate andavano a battere cassa al comune di Roma per chiedere un finanziamento pubblico e coprire così i loro (colpevoli) buchi di incasso (l’aria condizionata era considerata una americanata), si rivolse ai club-cine (L’occhio l’orecchio la bocca, il più camp, con le sue maratone di peplum e di gaymovie; Il Politecnico, il più obliquamente hollywoodiano e il Filmstudio, il più avantgarde, ma ‘era Aldo Moro tra i soci) e ai più esperti Angelo Vittorioso e Fiorenza e gli chiese: ‘se questi soldi li do a voi invece che all’Anica-Anec riuscirete a organizzare qualcosa di favoloso per la città?” 
E fu Massenzio. Costato niente e che capovolse l’ordine dei desideri e la gerarchia urbana della città. Per una volta in grado di progettare l’utopia di un altro modo di vivere, di spostarsi, di comunicare, di divertirsi - basso costo -  travestendosi da pubblico in cittadinanza critica, globalizzazione 'dal basso'. E fu l’Estate Romana, i poeti di Castelporziano, il Napoleon di Abel Gance, quell' ultimo omaggio d’addio alla grande tradizione italiana della commedia, della farsa comica, del western spaghetti e dell’horror e della fantascienza, dei generi che altri, la new Hllywood, avrebbero sviluppato. L'elogio di un cinema industriale che stava morendo, manipolato male da una nuova casta a venire. L’equivalenza schermica, dal 1977 e poi per venti anni, nel flusso fertile del consumo cinematografico, di una società in lotta che non aveva paura di fabbricare 'crescita', sviluppo nello scontro, nell’attivazione estetica di tutti i sensi esistenti e di altri a venire.
Angelo Vittorioso, per decenni, al fianco di Francesco Pettarin, è stato l’organizzatore dell’Estate romana, e il presidente della cooperativa Massenzio. Una architettura mutante e desiderosa di scomparire se le tv commerciali, a pagamento e internet avessero trasmesso anche solo un po’ di quella anima politica che le aveva sollecitate. Non è andata così. Ma non è detto che il progetto di Angelo non tornerà ad essere Vittorioso.