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venerdì 20 marzo 2015

Foxcatcher. La privatizzazione delle medaglie olimpiche









Roberto Silvestri 

Bennett Miller, sofisticato regista newyorkese di Truman Capote A sangue freddo, che sfiorò l'Oscar nel 2005, e di un film sul baseball, L'arte di vincere (2011),  è stato premiato per la regia a Cannes 2014 con questo film da camera, anzi da tappeto, che ha però aspettato mesi prima di uscire nelle sale di tutto il mondo, nonostante il grande successo critico conquistato sulla Croisette e una serie infinita di premi e riconoscimenti raccolti soprattutto, e stranamente, nei festival nordamericani (San Diego, Los Angeles, Santa Barbara....). Come se avesse lasciato di stucco l'ambiente intero. In Usa il divieto è ai 17.
Il regista Bennett Miller
Il film spettacolarmente è di grado sottozero, senza mitra, boati, esplosioni continue né cecchini. Introverso, piuttosto. Puritano negli effetti speciali, visivi e sonori. Neanche una battaglia stellare in 3d. E allora? Perché questo successo? Certo le finzioni ben conficcate nella storia piacciono molto. Qui poi siamo al colmo. Un film sul 1984. Un anno owellianamente non proprio qualunque. Il film di genere biografico, inciso nella storia e non nella fiaba, oltretutto, vive un grande momento. Ma il copione sportivo di E. Max Frye e Dan Futterman va oltre il drappeggio abituale. Non si fa l'apoteosi dell'eccellenza. Piuttosto si analizza la zona dark dell'eccellenza. Dell'individualismo sfrenato.  Dell'ossessione per la vittoria. 
Si radiografa il Potere Assoluto. Un tempo si sarebbe detto: studia come è fatto il cervello dell'alta borghesia. I meccanismi psicologici profondi e superficialissimi che collegarono nel decennio Ottanta e oltre gli interessi planetari delle multinazionali a una nuova generazione di politici super liberisti e senza scrupoli morali (da Thatcher a Reagan) che ne appoggiarono senza se e senza ma i rapaci e ambiziosi disegni strategici. Abili abbastanza, diabolici come nei meeting della Spectre, questi Adolfo Celi della politica che si è arresa all'economia, da convincere l'opinione pubblica che quello era il momento giusto per sbarazzarsi della palla al piede del comunismo sovietico e del capitalismo sotto ogni tipo di tutela statale e di controllo pubblica.  A livello finanziario. A livello immaginario. A livello agonistico.  Prendiamo uno sport che era rimasto ai tempi di Milone di Crotone. I cui campioni poi provengono tutti dall'Impero del Male. Azerbajani, cubani, russi, georgiani, khomeinisti...I cui praticanti, anche nordamericani, prendono non più di 20 dollari per tenere conferenze promozionali nei licei. E trasformiamoli in super star strapagate... capovolgiamo tutto. Rivoluzione.
Finalmente approda anche nei multiplex italiani questo film fuori schema, di cupa atmosfera e di bieca bellezza, che nella superficie si dedica alla passione americana per uno sport "minorissimo" (così come Whiplash è l'elogio di uno strumento musicale che per l'occidente tutto resta inguaribilmente minore) e così poco anglo-yankee come la lotta libera, specialità da sempre piuttosto caucasica o mediterranea, perfino siriana e iraniana... 
Channing Tatum (dietro) e Steve Carrell
Bennett Miller rende però più commestibile questa disciplina eccentrica ed esotica ricollegandosi proprio alle recenti emozioni patriottiche sportivo-mediatiche ben maneggiate dalle Corporation, alla sottile analisi  di odio/amore, aggressività/affetto che regna tra fratelli atleti antagonisti e a un fatto di cronaca drammaticamente vero. L'omicidio reale, dal contorto retrogusto omosessuale, ma anche dal lucido valore metaforico, di un campione del mondo che coinvolse il manager, direbbe Renzi l'imprenditore, della squadra olimpica statunitene di lotta libera, John Eleuthére, erede della famigerata dinastia chimica duPont. Polvere da sparo, dinamite, plutonio i ferri del mestiere della big company, usati spesso anche contro i propri nemici di mercato... Il rampollo duMont è stato, in questo caso, il primo uomo al mondo a privatizzare uno sport olimpionico. A dimostrare che si può privatizzare qualunque cosa. Il tribunale, il carcere, il manicomio... E perfino le emozioni più intime e profonde delle persone. Ma piuttosto che essere biomacchine vincenti che ne direste di tornare ad essere esseri umani liberi e anche perdenti? Infatti. 

Ricordate Questa terra è la mia terra? E' il titolo di un film di Hal Ashby tratto da una celebre ballata militante di Woody Guthrie, il folk singer comunista (e oltre) che ha raccontato le lotte operaie, trionfi e sconfitte, dai wobblies alla Depressione fino all'era di Roosevelt. E' il cuore musicale antagonista, anche nella interpretazione lamentosa più che battagliera di Bob Dylan, incastonato come leit motif in Foxcatcher, il cacciatore di volpi, thriller sportivo poco patriottico che però sventola, orgogliosamente e più volte, e sul pennone olimpico più alto, la bandiera statunitense. Ma, come avviene in America Sniper, più vediamo una pletora di bandiere americane, più cala il prodotto interno lordo di sciovinismo.
La produttrice Megan Ellison
Il film è come uno sformato che mescola strati comici, tragici e grotteschi, cotto con appassionato distacco politico e concentrazione formale sovrumana da Bennett Miller, neanche 50 anni, che non si può certo definire un filmaker prolifico. Produce il "cavallo di razza" Megan Ellison e si gode a tutto tondo davanti all'esibizione, fuori e dentro il tappeto, di un trio elettrico di attori, meravigliosamente allenato, formato da Channing Tatum, Mark Ruffalo e soprattutto da Steve Carrell. Commediante di razza, prosciugato fino a farne paurosa volontà di potenza, Carrell si è esplicitamente ispirato al comico decomicizzato Jerry Lewis di King of Comedy e implicitamente al Divo di Sorrentino, per quella sorta di "maschera di Viareggio", a espressione fissa e congelata, che indossa dall'inizio alla fine, in una pefetta imitazione di Toni Servillo.


Steve Carrell
Lo sport di cui si parla è molto tattile, muscoloso e tecnico. Divenne la disciplina prediletta dagli americani, all'epoca. Riguardatevi le statistiche. La lotta libera ebbe la sua epoca di gloria. Il campione di cui si parla è l'olimpionico del 1984 Mark Philip Schultz (Channing Tatum), medaglia d'oro alle Olimpiadi di Los Angeles nella categoria dei pesi medi, quella che va da 74 a 82 kg. Il crimine di cui tratta è l'omicidio di suo fratello, ex lottatore, pesi welter (da 68 a 74 kg), Dave Leslie Schultz (Mark Ruffalo), medaglia d'oro anche lui a Los Angeles e allenatore della squadra americana di lotta libera alle, relativamente disastrose, Olimpiadi di Seul del 1988 (due ori, un argento, due bronzi, rispetto alle sette medaglie d'oro e ai due argenti di Ellei). Crazy for you, ovvero Vision quest, con Matthew Modine (un film del 1985), spiegò bene l'inebriante ed effimera passione per il wrestling classico (e non ad alto tasso di simulazione, come quello commerciale) che, come un virus, conquistò gli States. Il film fa capire come fosse ormai ad alto tasso di simulazione anche uno sport dilettantesco tipico come la lotta libera, di greca tradizione olimpica. Vi ricordate i nostri lottatori



Il padre padrone della lotta libera statunitense, Mister duPont (Steve Carrell)

E il film è dedicato sia a quella improvvisa ossessione nazionale per uno sport così “bulgaro, turco e sovietico”, e dunque storicamente “minore” (ma che i network televisivi Usa trasformarono nello sport reaganiano per eccellenza, visti i trionfi californiani) sia ai “piaceri colpevoli”, e segretamente, contortamente omosessuali, del rampollo di una potentissima dinastia di "gangster ripuliti" della Pennsylvania, John duPont. Militarista, collezionista di armi, guerrafondaio, disincantato rispetto alle manie equine e aristocratiche della madre vetero-liberale (Vanessa Redgrave), questo neoliberista si inventò allenatore capo e padre padrone della lotta libera americana. Una eccentricità che ci ricorda, in grande, qualcosa di maldestramente familiare.... 
John Eleuthére volle così aprire nella fiabesca tenuta di famiglia, presso Filadelfia, la migliore palestra del mondo, per preparare i lottatori d'America a primeggiare nei giochi in Corea del sud. Finanziò la Lega Wrestling con 500 mila dollari e pagò soggiorno, ospitalità e stipendio ai fratelli Schultz, lo scudo stellare nella lotta contro l'Impero del Male. Anche nello sport.

giovedì 19 settembre 2013

Arrugas (Rughe), esce nei migliori cinema d'Italia il cartoon spagnolo che ha conquistato la Ghibli di Miyazaki

Se volete scoprire qualcosa di diverso al cinema, filone Bruce La Bruce
se volete farvi sorprendere
se volete diventare più giovani di spirito
dovete vedere Arrugas - Le rughe, cartoon spagnolo per tutti



di Roberto Silvestri

Attenzione. Bisogna scovare nei prossimi giorni nelle sale preferite della vostra città (e se non lo troverete richiedetelo direttamente ai distributori indie) Arrugas – Rughe. Un film straordinario (prima mondiale al festival di San Sebastian del 2011) che narra l’amicizia tra il galiziano Emilio, ex dirigente periferico di banca, e l'argentino Miguel, due anziani abbandonati dalle famiglie, inesperte e un pochino disumane, che s’incontrano in una residenza geriatrica modello dotata perfino di piscina (anche se è chiusa e nessuno la usa) e vengono messi nella stessa stanza. 

I bambini che vedranno il film troveranno bizzarra e divertente la storia di questa amicizia, messa sempre in discussione a causa dei caratteri conflittuali della strana coppia, introverso e formale l'uno, quanto estroverso e 'poco ortodosso' l'altro.

Emilio, che arriva in uno stato iniziale di Alzheimer, verrà aiutato dal furbo Miguel e da altri compagni e compagne, a non finire al tanto temuto ultimo piano dell’istituto, dove viene recluso (urlante) chi ha perso la ragione e non può più provvedere a se stesso.




Il metodo che Miguel usa è fingere di mangiare sempre tutto, nascondere ogni defaiances, sua e degli amici, agli infermieri e ai medici, non prendere mai le pillole che rimbambiscono, progettare fantasiosi piani di fuga, farsi qualche bella nuotata in piscina al di fuori dagli sguardi indiscreti, raccogliere con ogni mezzo necessario (anche umanamente scorretto) tutti i soldi utili a comprare clandestinamente una fuori serie dal tetuttccio reclinabile (che servirà per la grande fuga) o un cagnolino ), per un altro amico sull'orlo della depressione, non reprimere mai i ricordi d'infanzia (sono le scene più alla Miyazaki), i flash back piacevoli e le fissazioni più fantasiose e 'pazze' (come immaginare di trovarsi sull'Orient Express, ventenni, charmant e fumando una sigaretta all'ambra con il bocchino)...

Il film che non utilizza solo il supporto digitale è costato 'solo' due milioni di euro. Dunque non può pretendere una animazione dettagliata e a tutto tondo, né le centinaia e centinaia di coloristi, inchiostratori e animatori a cui ci aveva abituato la classicità Disney e perfino qualche recente film francese (L'illusionista, per esempio). 

Dunque i movimenti sono semplificati, e si concentrano sugli occhi, le ciglia e su lievi movimenti della testa e del corpo. Per fortuna le condizioni fisiche dei nostri portagonisti non costringono a movimenti fiammeggianti e esagitati. Non poche le difficoltà di lavorazione che vengono così esibite (con trasferimenti dal Belgio alle Filippine per risparmiare sui costi). 

Ma la missione impossibile  di tingere con i toni pastello della commedia lieve una storia teneramente tragica, dal retrogusto dark e perfino insostenibile, che dell'avvicinarsi della morte, e della perdita di controllo progressivo delle facoltà motorie e mentali tratta, è perfettamente riuscita. 

Anche per la maestria narrativa del regista Ignacio Ferreras e dei quattro sceneggiatori (Ángel de la Cruz, Paco Roca, Ignacio Ferreras e Rosanna Cecchini, disegno dei personaggi di Paco Roca) che trasformano la quotidianità altrimenti tediosa della residenza asettica, dove per molti la vita sembra ormai finita, in avventure continue, progetti, fantasie erotiche, colpi di scena. Quasi un richiamo ai grandi classici del cinema della vecchiaia non consolatori, da Umberto D. a Cocoon alla Vecchia signora indegna di René Alliò. 

Quando nasce una nuova distribuzione bisogna colpire subito il pubblico con un'opera originale, forte, sorprendente e fuori del comune. Che però può attivare il pubblico più attento e costruire un mercato 'in più'. E' questo il caso. Anche perché questa nuova distribuzione ha origini in un festival che da qualche anno avvicina una cinematografia come quella iberica un tempo strettamente intrecciata alla nostra ma recentemente sparita dal nostro immaginario.

La scelta di Arrugas (Rughe) si muove proprio nella direzione dell'uppercut delicato. Il cartone animato per adulti, e dalla tematica più che forte, ha infatti ormai un suo pubblico mondiale consolidato. Grazie ai festival e all'appoggio critico, non solo il docu-cartoon israeliano Valzer con Bashir e la graphic novel mobile franco-iraniana Persepolis, ma anche l'hollywoodiano Up! di Lasseter (protagonista un vecchio così indisponente che gli stores Disney si sono rifiutati di venderlo come merchandising) e il nuovo Miyazaki (protagonista un costruttore di aeroplani da guerra degli anni venti e trenta che saranno quelli dei kamikaze) hanno forzato gli standard del cartoon per bambini (accompagnati dagli adulti) e scelto esplicitamente il target degli adulti di tutte le età (accompagnati dai bambini).   

EXIT med!a, l'organizzazione che promuove il Festival del cinema spagnolo di Roma, ha escogitato così, da qualche tempo, una nuova formula per diffondere cinema di qualità in Italia, paese dal crescente analfabestismo, lobomotizzato da flussi informativi sempre più ristretti o sciovinisti, o trattati sempre più col 'bromuro'.   

Le uscite di Rughe, misurate sala per sala, per cogliere a fondo le specificità e le particolarità di ciascun contesto territoriale, sono iniziate a Roma e Milano, proseguite a Cagliari e da settembre di nuovo a Roma (Nuovo Cinema l'Aquila alle 1830 e 20.30), La Spezia-Lerici, in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, oltre a Firenze, Lucca, Napoli e Bologna.   

Arrugas – Rughe, che dura 89',  ha raccolto un grande successo di critica e pubblico in patria, è uscito già in Francia, Regno Unito e Stati Uniti (Matthew Modine ha partecipato al doppiaggio), e sarà distribuito a breve anche in Giappone, uno dei mercati più ermetici per le animazioni straniere, dal mitico Studio Ghibli. Tutte le sale, i cineclub e gli organizzatori di rassegne interessati possono contattare www.cinemaspagna.org/arrugasilfil o exitmedia.info@gmail.com o telefonare alla direttrice del festival Iris Martín-Peralta  (+39) 380 590 8856.  
Ma perché un festival viene istigato a distribuire? 
I festival servono a promuovere la distribuzione, anche telelvisiva, dei film più interessanti di tutto il mondo. Ma qualche volta un festival (il festival del cinema spagnolo di Roma, in questo caso) stanco della vigliaccheria dei distributori, degli esercenti e dei responsabili delle programmazioni cinematografiche di Rai, Mediaset, Sette e Sky, è quasi costretto a diventare distributore in proprio. Non si può fare solo vetrina, una volta all'anno.  Bisogna rischiare.

L'ultima edizione del festival spagnolo, svoltasi nel maggio scorso al Farnese, ha decretato anche in Italia il successo critico e di pubblico di questo film animato spagnolo (anzi gallego, per set, e diretto da un valenciano) per adulti che è uscito nel 2011 e ha vinto premi internazionali e il Goya madrileno non solo come migliore cartoon ma anche (ed è la prima volta nella storia spagnola per un film d'animazione) come migliore sceneggiatura non originale. Arrugas (Rughe) è infatti tratto da una graphic novel del 2008 di Paco Roca (Premio Nazionale del Comic 2008, edito in Italia da Tunuè col titolo ‘Rughe’).