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| Mediterranea di Jonas Carpignano |
Mariuccia Ciotta
Cannes
Posti in piedi alla prima di
Mediterranea nella sala della Semaine de la critique, dove il
regista
Jonas Carpignano, trentenne italo-african-american, madre
originaria delle Barbados e padre ex pot op, tra i più lucidi
teorici marxisti dell'ultima generazione, è stato accolto,
insieme ai due protagonisti, da un'ovazione preventiva. I suoi
cortometraggi hanno raccolto premi a Venezia e a Cannes, e ora
l'esordio nel formato lungo, sempre sullo stesso tema, l'emigrazione.
Al centro, Rosarno in Calabria, già indagato in
Chjàna,
il corto sviluppato in questa narrazione della realtà, l'altra
faccia delle immagini tg con le masse stipate in quei barconi che
troppi in Italia vorrebbero affondare a cannonate. Gente senza nome,
finalmente persone nel film ad alta tensione, ritmo serrato, niente
pietismo nella storia di due amici provenienti dal “paese di uomini
liberi e fieri” , il Burkina Faso, laboratorio di democrazia
nell'epoca Sankara, e ora tornato vivibile dopo la recente
rivoluzione che ha cacciato il dittatore (e assassino) Compaoré.
Strano a dirsi, ma proprio adesso la Hollywood Foreign Press (i
potenti corrispondenti stranieri che assegnano i Golden Globes) ha
intenzione di cancellare dal suo carnet di festival “indispensabili”
proprio il Fespaco, preziosa rassegna di cinema africano a
Ouagadougu. Qualcuno li informi che quell'Africa non è solo
ebola e Boko Haram,
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| L'Inter come Mito africano |
Ayiva viene da lì insieme
all'amico Abas, e il film ne segue il viaggio attraverso il deserto,
a piedi, sotto il sole e il gelo della notte, ombre in cammino verso
la Libia. Saranno aggrediti da uno squadrone di uomini armati prima
di approdare sulla costa e imbarcarsi sul gommone pericolante, che
nessuno vuol guidare (a proposito di scafisti “trafficanti di
schiavi”). Si presterà Ayiva, “ma in Burkina non c'è
il mare”, e che importa, si va.
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| Brucia Rosarno brucia |
Carpignano non spreca fotogrammi,
fiancheggia i due, gli sta addosso fino a Rosarno nei campi di
arance. Attenti a tagliare corto il gambo, altrimenti buca i frutti
nella cassetta, e non ti pagano la giornata, anche se il “padrone”
è un tipo benevolo e invita Ayiva, un “gran lavoratore” a
casa sua, dove la figlioletta dispettosa punzecchia il burkinabé,
“ma anche tua figlia è nera?”. Già, la piccola di
sette anni che balla in diretta skipe... Il padre cercherà
invano di ottenere un permesso di soggiorno, il compassionevole
datore di lavoro glielo nega e dà lezioni ad Ayiva, suo nonno
emigrò negli Usa e fece fortuna grazie alla “famiglia”, ma
i good fellas nella baraccapoli degli emigrati africani non ci sono.
A Rosarno invece sì. Siamo dentro
Distretto 13, le brigate
della morte, la tensione lievita intorno alla comunità
nera, auto di grossa cilindrata tentano di investire il gruppo che
torna dal lavoro, i giovani del paese si presentano minacciosi alle
loro feste danzanti, infastidiscono le donne... L'unica è
“mamma Africa”, una signora anziana della Caritas che li
accoglie, ma la 'ndrangheta scatenerà la “caccia
l'immigrato”, fuoco ai rifugi, pestaggi, pallottole ad aria
compressa. Due moriranno, accadde nel 2010. E ci voleva uno sguardo
newyorkese per inquadrare la rivolta di Rosarno, la ribellione degli
immigrati, la furia di Ayiva che vede il suo compagno a terra
sanguinante. Auto incendiate, vetrine infrante, Jonas racconta in un
flusso d'immagini essenziali, avvolgenti il suo “documentario”
emozionale.
Mediterranea promette un cinema italiano oltre i
confini, tempestato di linguaggi incrociati, un cinema ibrido e
internazionale.
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| Jia Zhang-Ke in Mountains May Depart |
In concorso,
Mountains May Depart,
atteso titolo di
Jia Zhang-Ke, Leone d'oro a Venezia (dove aveva già
presentato
Platform) con
Still Life (2006), regista
quarantenne in cima alla lista della nuova generazione cinese. Il
film è arrivato all'ultimo momento, fresco di montaggio e con
qualche problema tecnico (la proiezione si è interrotta un
paio di volte), ma, accolto con entusiasmo, è tra i favoriti
per la Palma d'oro.
Jia Zhang-Ke ha affilato la sua poetica
nel documentario, tema dominante la Cina in via di trasformazione.
Addio al sapore di un'antica cultura (e dei ravioli al vapore),
all'infanzia che ha radici nella piccola città di Fenyang,
nella provincia centrale di Shanxi, dov'è nato e vissuto il
regista. Il film si apre nel 1999 con il vortice chiassoso di un
balletto di ragazzi a ritmo di
Go West dei Pop Shop Boys, cult
da discoteca in quegli anni, ed esibisce il formato stretto della
prima cinepresa digitale di Jia Zhank-Ke, una serie di “appunti”
che col passare del tempo, non solo cinematografico, si allargano nel
cinemascope, fino al fantamondo del 2025, ripreso con l'Arriflex
Alexa. Un percorso spazio-temporale che stringe il presente tra
memoria e preveggenza e si materializza nel corpo di Tao (Zhao Tao,
moglie del regista e attrice in molti suoi film) divisa tra due amici
di sempre, il presuntuoso e rampante Zhang, padrone di una stazione
di servizio e deciso a far soldi, e Lianzi, gentile e dimesso
minatore. Sceglierà il peggiore, perché “i nostri
modi di vivere sono stati sconvolti con l'irruzione del denaro al
centro di tutto”. Tanto che Zhang chiamerà il suo bambino
Dollar, e lo spedirà appena possibile, dopo il divorzio con
Tao, in Australia, più lontano geo-emotivamente possibile
dalla Cina, un luogo simbolo dell'emigrante incapace di parlare
l'inglese e di dialogare con i figli.
Materiali misti, reali e immaginari,
che viaggiano metaforicamente su auto (lussuosa e rossa quella di
Zhang), treni, aerei, e oggetti domestici primitivi accanto a schermi
e cellulari ultrapiatti, trasparenti... il passaggio da “com'eravamo”
a come “come saremo”,
Mountain May Depart già nel
titolo indica il traguardo. Quello originale vuol dire “i vecchi
amici sono come le montagne e i fiumi, immutabili”, paesaggi di
riferimento. Traduzione dall'inglese, “le montagne possono
andarsene”, e si vede. In ogni inquadratura, sullo sfondo,
campeggiano gru monumentali sospese su grattacieli in costruzione,
note allarmanti nello skyline cinese, giganti che incombono sulle
casette malferme, le botteghe di artigianato, i mercati, i prati di
Fenyang.
Se con Touch of Sin (in gara a
Cannes 2013) il regista ha scritto un diario in nero del paese, film
a episodi di vita spietata, qui lievita l'angoscia, un sommesso,
crescente malessere che fa svaporare l'allegria di fine Novecento e
si dispiega nella storia di Tao, sempre più disillusa. Perderà
il padre, scrigno di memoria, e anche il figlio se ne andrà
così lontano da dimenticare il nome della madre.
Il film divaga all'inizio, concentrato
sugli “appunti” storici di Jia Zhang-Ke, quasi un prologo, un
memorandum, ma poi le immagini si incollano virando dal caldo dei
ricordi all'azzurro cristallino dell'oceano e dei monitor. Esistenza
rarefatta per Dollar che tiene appese al collo le chiavi di casa,
dono di Tao quand'era bambino. “Sono un figlio della provetta”
dirà alla maestra cinese cinquantenne che gli insegna la
lingua d'origine, anche lei apolide, risvegliata bruscamente dal
sogno occidentale, causa ex marito australiano gretto e insensibile,
e con la quale avrà un'esperienza “incestuosa”. Insieme
proveranno a tornare indietro. Ma la casa di Jia Zhang-Ke non ha un
indirizzo solo cinese, è la
casa dentro, lo spazio
interiore di ognuno, è quella montagna e quel fiume che non
dovrebbero andarsene.