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mercoledì 9 ottobre 2019

Pordenone 38. Siamo qui soprattutto per studiare attentamente le buffonate


Roberto Silvestri 



La star Marion Davies (a destra) fa l'uomo in Beverly of Graustark di Sidney Franklin 1926


L'attore nglese Reginal Denny, pugile, inventore e divo comico degli anni Venti
Pordenone
Ci sono i festival star-system e i festival studio-system. Qui alle Giornate del Muto le celebrities non ci sono più (c'erano ancora quando si cominciò, 38 anni fa...) e dunque si studia il cinema.
Si chiamano anche festival di ricerca, come era Pesaro come è I mille occhi (a proposito auguri a Sergio Grmek Germani di pronta guarigione, vediamo che si è ripreso, alla proiezione di Frammenti di un impero, di Fredrik Ermler, URSS 1929, questo martedì sera non poteva mancare!). Però ci si diverte anche molto. Mai sentito infatti un pubblico,anzi tanti spettatori consapevoli provenienti da tutto il mondo (circa 1000 gli invitati), così vivace e partecipe. Nessun cellulare acceso, o comunque sempre gentilmente nascosto al vicino. Applausi sempre, a ogni fine programma. Se non altro perché ci sono i musicisti in sala che si esibiscono (benissimo), da soli in band o in orchestra, come in un auditorium da concerti. La sensazione è di stare all'Hermitage o al Louvre che espone opere d'arte cinematografica. Ma non solo. Sembra anche di stare all'antologhy film archive, perché molti dei film che vediamo li vede l'umajnità per la prima volta, perché a forza di ricostruire, torvare i pezzetti censurati di qua e di là per motivi opposti per la prima volta si vedono i film pensati dai registi e non dagli apparati di otere. Insomma qui si vedono davvero prime anteprime mondiali!
Si dice a ragione che a Pordenone molti luoghi comuni tramandati dalle storie del cinema ortodosse vengano cancellati per sempre. Non si tratta solo di rendersi conto che il cinema non è mai stato muto né in bianco e nero. E che come scrive Mereghetti oggi sul Corriere (più attento di Repubblica ai fenomeni culturali importanti, qui alle Giornate una troupe brasiliana sta addirittura girando un film sul festival!) a proposito del film di Ermler “Frammenti di un impero” che anticipa di parecchio Goodbye Lenin!: “niente di nuovo si inventa”. Si viene qui per scrivere l'altra storia del cinema, capovolgere gerarchie, ed esigere che ciò che è stato per decenni censurato e nascosto torni in vita. Sia finalmente risarcito.
Abbiamo capito perché un bel film di Robert Vignola “The moment before” del 1916 non è mai stato visto in Italia. La censura del 1922, già fascista, quando il film richiese il visto, disse no perché non era ammissibile alcuna promiscuità razziale. Il melodramma d'amore coinvolge infatti un bizzarro e anticonformista rampollo dell'aristocrazia (oltretutto deviante perché ribelle e beve pure troppo in pieno proibizionismo, ed è l'eroe) e una zingara d'accampamento con tanto di pelle scura e vestiti gitani (ed è l'eroina) costretta dalla violenza della tribù a sposare un bruto. I due sono anche assassini. Lui almeno lo crede e lei ha sparato davvero, ma per amore, al marito. I due sono anche filantropi che faranno del bene ai poveri per tutta la vita. Non solo, Vignola lancia anche frecciatine perverse contro la chiesa cattolica che approfitta dei sensi di colpa dei fedeli più sinceri per accaparrarsi le loro ricchezze, subdolamente. Insomma tra w l'alcool w l'antirazzismo e abbasso il Vaticano dell'epoca marianae dei Pii, non si può dire che via della Ferratella (o come si chiamava allora il minculpop, ministero della cultura popolare) si sia comportato mussolinianamente in modo scorretto.

Reginald Denny (a sinistra)
Altro esempio. Quest'anno il punto focale della rassegna è lo studio della comicità anarchica europea (erede di millenarie tecniche del riso, anche yiddish e medioorientali) per comprenderne meglio la sua metamorfosi hollywoodiana (The Kid, Reginald Denny, etc). Insomma il filo che collega e divide molti comici del nostro continente, dai clown a Lubitsch, da Laurel a Linder, da Chaplin a Reginald Denny (di cui non avevamo mai sentito parlare prima di Pordenone 38). Da una parte il repertorio di gag del comico e dall'altra la più complessa struttura di commedia. La slapstick, tutta azione vorticosa e parola svitata da una parte e la “commedia sofisticata”, tutta giocata sulla serietà massima con la quale si affronta la situazione più assurda, illogica, farsesca  e paradossale, dall'altra.
Le nasty girls, le gags, i comici eleganti o straccioni, le torte in faccia, le cadute, gli scherzi, le eccentricità a ripetizione, la tradizione antichissima del duo grasso/magro e stolto/finto colto .... insomma quella che poi ritroviamo in Stan Laurel e Oliver Hardy di The Duck Soup. E le pagliacciate a ripetizione che durano poco ma fanno ridere molto devono diventare altro se si passa al lungometraggio dotato di una struttura più complicata e psicologie meno primordiali e poi al film parlato. E comunque non si devono mescolare i generi, non ci si può sovrapporre. Jerry Lewis  con Dean Martin è una cosa, Jerry regista un'altra. Non si può fare commedia sofisticata esagerando nelle pagliacciate continue perché già la situazione che si descrive nella commedia è “al limite”, assurda, paradossale. E' questo l'insegnamento che Reginald Denny, star dell'Universal negli anni 20, consegna al suo successore dell'era parlata, il connazionale Cary Grant, polemizzando con il suo primo regista di studio, Harry Pollard, che vorrebbe esagerare nelle scemenze a ripetizione (Oh Doctor, con una bellissima Mary Astor giovane) mentre impone a Carl Leammle un più misurato e raffinato regista, William Seiter (di What Happened to Jones) per rendere il divertimento più sottile ed efficace, meno puerile e più, appunto,'sofisticato'. Sarà Cary Grant con un inglese meno radicale di quello di Denny a ottimizzare il percorso assieme a Hawks e Katharine Hepburn. La faccenda non è solo estetica è anche etica. Per combattere le dittature europeee occidentali e le loro culture democraticamente autoritarie e fasciste, dunbque portatrici di valori davvero eccentrici e paradossali nno c'era nessuna arma di distruzione di massa così efficace e potente come l'umorismo hollywoodiano. 

Reginald Denny
Insomma quest'anno si analizza seriamente il buffo, i buffoni e la loro pericolosità. La comicità europea d'inizio 900 che diventerà scienza seriale a Hollywood. La tradizione circense, vaudeville e di farsa popolare da strada che poi da slapstick comedy effimera, con inseguimenti al cardiopalma di poliziotti perennemente beffati, entrando in metamorfosi consegnerà alla 'commedia sofisticata'.
Si radiografa anche il trapasso dal cortometraggio al lungometraggio. Passaggio possibile, industrialmente, solo dando alle banche che anticipavano i capitali garanzia di tenuta di tutta la macchina attraverso un prodotto differente da quello che fino al 1914-1915 aveva permesso all'oligopolio Biograph-Vitagraph di dettar legge esclusivamente con il corto, e possibilmente senza star. Come si passa dall'inglese Reginald Denny all'inglese Cary Grant che decide lui con chi e come fare i film? Come Charlot "il francese" diventerà Chaplin regista di lungometraggi? Come fanno Oliver Hardy e l'altro inglese Stan Laurel a resistere al passaggio cinema muto-cinema sonoro senza disturbare il pubblico americano che detesta l'accento Oxford almeno quanto l'accento cockney? Perché Ernst Lubitsch di cui vediamo la farsa “sbagliata” del 1914 “L'orgoglio della ditta”, che lo vede protagonista (ed è già un personaggi di commesso di moda costruito come avrebbe fatto Jerry Lewis) ma non regista (è d Karl Wilhelm) dovrà andare in California, letteralmente spintonato da Mary Pickford, per sprigionare davvero tutta la sua potenza comica sovversiva? Perché il razzismo congenito nelle società aristocratiche e assolutiste dell'Europa pre -bellica (e figuriamoci post bellica) non può sopportare una commedia nella quale i modelli di bellezza e di etica non siano caucasici e ariani e il senso dell'umorismo yiddish già tutto collegato alla tecnica di sopravvivenza economica, appare scandaloso all'ipocrisia cattoprotestante?
Su queste domande il direttore Jay Weissberg ha costruito il bellissimo programma 38.
Ricordiamo che Reg Denny, pugile professionista peso massimo (ha utilizzato abbondantemente questa sua arte secondaria nei film) è stato anche un ingegnere esperto in modellistica, anzi i suoi esperimenti hanno contribuito alla costruzione di droni militari adottati perfino durante la seconda guerra mondiale. E nella sua industria, la Radioplane Company, che produceva soprattutto aerei telecomandati per ragazzi, ha lavorato una giovanissima operaia di nome Norma Jean Morrison, la futura Marilyn Monroe.
Marion Davis
Marion Davies, raffigurata a colori nel poster dell'edizione 2019, è la protagonista di una eccellente commedia romantica da operetta mitteleuropea, a forti striature sofisticate, e brani girati a colori, diretta nel 1924 da Sidney Franklin, Beverly of Graustark, e il set le è particolarmente caro perché per tutto il tempo sembra di stare, sala da pranzo soprattutto, nel castello medievaleggiante e un po' cupo del suo magnate amante, Mister Hearst, presso Cambria, California. Il film è molto inquieto perché è uno dei primi concentrati sugli equivoci nati dal cambio di sesso e di vestiti. Il cross-dressing, lei si veste da uomo, per conquistare un trono, e poi si dovrà "travestire" da donna, per conquistare la sua guardia del corpo (la parodia, in anticipo di qualche anno, però, è di Marlene Dietrich, zarina di nome Caterina nel film di von Sternberg) provocando lo stesso effetto che fa Stan Laurel quando in The Duck Soup è costretto a travestirsi da cameriera, turbatissima quando la padrona nuda le chiede di massaggiarle la schiena. E' un altra situazione proibita nel cinema europeo delle dittature razziste, sessuofobe e assai turbato da ogni accenno gender negli anni venti e trenta. E proprio sul cross dressing probabilmente Weissberg potrebbe costruire nei prossimi anni una riflessione più approfondita. 
Marion Davis mezzouomo e mezzodonna in Beverly of Graustark


ps. In "Oh Doctor", l'ipocondriaco Reg Denny guarisce alla sola vista della infermiera Mary Astor. Colpo di fumine.  Ma essendo un ragazzotto (somiglia nel film un po' a Harold Lloyd e un po' a Paolo Fabbri) che ha paura di tutto, perfino delle bistecche, è convinto di morire da un momento all'altro, e soprattutto non sa proprio come comportarsi con le donne, per guarire chiede alla sua cameriera scatenata e danzerina quali sono le qualità che servono per conquistare le ragazze. Sono 4. 1. Guidare la macchina. 2. Saper ordinare a cena. 3. Saper ballare e 4. Non avere paura di niente. Inizia allora un indiavolato esperimento su stesso e la sua capacità di mettersi all prova. Guida bolidi da corsa inautodromo (ma contromano), la motocicletta senza averla mai presa in mano e decide di dipingere il pennone di un grattacielo sfidando il suo terrore delle vertigini. Ma chi è più terrorizzato di lui sono 3 banchieri (sui quali John Landis si baserà per i cattivi di 48 ore) che gli hanno prestato 100 mila dollari in cambio dei 750 mila che riceverà in eredità tre anni dopo, a meno che non muoia prima....   

domenica 8 ottobre 2017

Il trionfo della "donna odiosa". Giornate del cinema muto di Pordenone



di Mariuccia Ciotta (*) 




"Da quando Donald Trump ha etichettato Hillary Clinton come 'nasty woman' (donna odiosa, ndr), l'espressione è diventata un termine onorifico per qualunque donna” scrive nell'introduzione al catalogo Jay Weissberg, giovane direttore americano delle Giornate del cinema muto di Pordenone, e critico di Variety. L'edizione n. 36 è più che mai dentro il mondo sonoro, e non solo per lo stupendo accompagnamento musicale dei film, ma soprattutto per la sintonia con il presente, a cominciare dall'eco delle guerre nella sezione a cura di Sergio G. Germani dedicata ai documentari sulle imprese coloniali in Libia di Luca Comerio, che mostra fotogrammi piangenti con i mucchi di cadaveri del “nemico arabo” e le “entusiastiche” scorribande dell'esercito italiano, dei feroci ascari eritrei, dello “squadrone bianco” della cavalleria (impegnato, a colori, in una traversata fluviale non poco imbarazzante e perfino umoristica), del genio e dell'artiglieria. Materiali “rimodellati” e restituiti all'attualità, anni fa, da Gianikian/Ricci Lucchi in Dal Polo all'Equatore.

Luca Comerio. Come si trattavano i libici 
E in programma c'è anche il precursore, o l'antagonista, di quel “cinema del reale” oggi al centro dell'interesse cinefilo, quello saggistico-etnografico delle origini, filone Lumière, nelle sezioni “Africa silenziosa in Norvegia” e “Film di viaggio sovietici” che, soprattutto in quest'ultimo caso, lascia molto poco spazio alla flagranza del profilmico o all'autore che guarda, già sostituendolo con l'autore che “si guarda” e alla astrazione concettuale. 

Il popolo della foresta di Alexander Litvinov
Abbiamo compiuto infatti con Alexander Litvinov (specialista in film polizieschi azeri) un viaggio impertinente ma etnogeografico nella Siberia del popolo Udege, argomento del film non fiction Lesniye Liudi (Urss 1928), ovvero Il Popolo della foresta, proprio lì dove Dersu Uzula ci condurrà decenni dopo negli Ussuri in compagnia di Akira Kurosawa. E sembra di penetrare, anche grazie alla complicità di un esploratore, topografo, geografo come Vladimir Arsenyev (che proprio attraverso Dersu, fu introdotto in quella comunità) nella vita e nelle opere di una tribù nativa simile a quelle della non lontana America. E come quelle cancellata nei suoi tratti migliori. Costruzione sostenibile delle canoe, caccia e pesca non chimica, tende ecosostenibili, comunismo da caccia, sciamani e droghe e estasi di ogni tipo, grande scienza della natura e dei suoi segreti più intimi, ma anche pericolose arretratezze scolastico-sanitare saranno cancellate in nome di una più egualitaria forma di progresso agricolo-sedentario e del socialismo da costruire in un solo paese (e il regista ci fa capire, un po' alla Kropotkin, il principe anarchico che fu geografo negli stessi luoghi, che i paesi dell'Urss sfortunatamente per Stalin sono molti più di uno) che non valorizzerà anzi smorzerà l'energia dal basso dei popoli insorti.

Anne Fougez 
In fatto di flagranza storica, però, a catalizzare l'attenzione sono le Nasty Women, le ragazze cattive degli anni Dieci, parenti strette delle Funny Girl, declinate in tre programmi di corti targati Usa e Francia, ma dilaganti fuori sezione e in presenza di notevoli star italiane come Anna Fougez, tarantina, che dietro i magnifici abiti fruscianti (realizzati da lei stessa) nasconde l'innocenza ruvida di una pastorella in Fiore selvaggio di Gustavo Serena, 1921, unico titolo sopravvissuto della sua ampia filmografia e del quale è anche sceneggiatrice. 

La diva tarantina Anne Fougez 
E ancora un'altra diva del muto dall'Italia, Leda Gys, quasi gemella di Clara Bow, bruna elettrica e monellesca in La trappola di Eugenio Perego, 1922, dove si traveste da gladiatore, da pellerossa e da sciantosa per vendicarsi di una capricciosa prima donna, e mette in scena una grandiosa burla a danno delle suore di un collegio in cui è intrappolata. La bionda longilinea Fougez e la bruna esplosiva Gys, che sarà moglie del produttore Gustavo Lombardo (suo figlio Goffredo fonderà la Titanus) e prima ancora amante di Trilussa, testimoniano la sorprendente modernità delle protagoniste del nostro cinema anni Venti, la loro centralità di sguardo, la fluidità gender difficile da ritrovare sugli schermi di oggi.

Anna Fougez in "Fiore selvaggio"
Da includere nelle “nasty” allegre anche la Louise Brooks degli esordi a Hollywood in un film ritrovato in parte, 23', dallo storico e presidente del Silent Film Festival, Robert Byrne, Now we're in the air di Frank R. Strayer, 1927, farsa bellica, prima guerra mondiale con Wallace Beery, dove l'attrice del Kansas ha già lo stile della futura Lulu, capelli alla maschietta, pelle bianca e abito nero da ballerina, solo che qui, nella sua breve apparizione, assomiglia a una fatina splendente caduta tra una squadra di rudi aviatori e non la seduttrice mortale di Pabst.

Leda Gys 
E' “cattiva”, sempre come complimento, Pola Negri, che sarà femme fatale hollywoodiana (lei era polacca), in La tessera gialla, girato in Germania nel 1918 da Victor Janson e Eugen Illés. Cupo e stupefacente documento della Varsavia ancora occupata dai tedeschi, prima guerra mondiale, sul set che diventerà il temibile Ghetto da cancellare. E poi a San Pietroburgo, dentro l'antisemitismo della Russia zarista che non consentiva agli ebrei di alloggiare in città, a meno che, succede al personaggio di Pola Negri, non si richiedesse la “tessera gialla”, marchio delle donne di malaffare, parente della stella gialla nazista. Così lei inganna, scambia l'identità con una morta, tenta il suicidio e si finge un'altra per accedere all'università, che la premierà, come studentessa di medicina modello.
Tutt'altro ritmo per l'impertinente bellezza bionda Ruth Dwyer di The Reckless Age di Harry Pollard, 1924, dove nelle vesti di un'ereditiera innesta una commedia degli equivoci esilarante, con un falso duca, interpretato da William Audtin, sosia di John Waters.

Pola Negri in Carmen 
Per tornare alle autentiche Nasty Women del programma, ecco la numero uno francese, Léontine, che cambia nome a seconda del paese dove viene esportata con le sue 21 slapstick comedy travolgenti (molte delle quali purtroppo perdute). La peste adolescente è insaccata in abiti a quadretti tipici delle brave ragazze alla Mary Pickford, anche se lei è una fabbrica di scherzi disastrosi, un pericolo pubblico capace di allagare appartamenti, dare fuoco a tendaggi, distruggere negozi di vasellame, e far ruzzolare folle di inseguitori con la sua tecnica della corda tesa. Léontine è certo più vicino a certe Funny Girl americane che sfidavano le comiche di Mack Sennett o alle acrobazie di Harold Lloyd. Donne che nella loro frenesia distruttiva ancora non fanno paura agli uomini perché collocate in un'età pre-adolescenziale, oppure semplicemente buffe e goffe. Gli anni Quaranta, però, preparano il dopo Nasty Women. Le Dark Lady. E avranno la pistola.

The Reckless Age con Ruth Dwyer 




* pubblicato su Alfabeta.2


martedì 11 ottobre 2016

Vitalità e modernità del muto alle Giornate di Pordenone n.35




Roberto Silvestri 



Una donna e i suoi due uomini…Norman Talmadge nel melodramma bellico The Woman Disputed (La donna contesa) di Henry King e Sam Taylor, fa l’antesignana di Jeanne Moreau in Jules et Jim. Il  film prodotto dalla United Artists nel 1928, con l’Europa ricostruita in studio dal geniale William Cameron Menzies, risente infatti ancora del clima esiziale della grande Guerra e della crollo "politico"della donna europe dal 1918 in poi.
Dunque i corteggiatori della Talmadge sono amici, un ufficiale dello zar e uno dell’imperatore austriaco (oltretutto entrambi destinati alla sconfitta). L’atmosfera è finto espressionismo tedesco.  (ma Robert Florey, tocco europeo, è assistente alla regia).
Mary Ann Wagner (la Talmadge aveva 35 anni e somiglia sorprendentemente a Juliette Binoche) è una prostituta, odiata dai benpensanti ipocriti, di un piccolo centro austriaco che i due amici salvano da una sicura (e sbagliata) imputazione di omicidio e poi diventano suoi amici per la pelle. Ma, un bel giorno sono chiamati al fronte e si combatteranno per superiori motivi patrii. Con particolare ferocia e sadismo il russo perché, prima di partire per la guerra, ha scoperto che lei ha scelto, (vigliaccamente, alle spalle, lui crede) l’austriaco. Oppure per gelosia maschile. E decide di vendicarsi conquistando la cittadina dove Mary Ann vive, prendola prigioniera e strappandola, almeno per una notte, all’amato. Lei non ci starebbe, a costo della vita, sua e di altri prigionieri, che la detestano ma poi la invitano a scopare con il nemico pur di salvare la loro pelle, perfino un prete, che alla fine la convince. Che orrore! Ma poi si scopre che è una spia travestita da prete, e se non sarà libero quella notte non potrà svelare le postazioni russe da bombardare per riconquistare la città. Lei si sacrifica (ma in realtà il suo amico ufficiale russo le era sempre piaciuto…) e quando l’amato la riabbraccia, a città ripresa, e scopre l’infame cedimento, l’abbandona. Non fosse per la scena più a effetto e sorprendente del film. L’esercito schierato nella piazza viene invitato dal generale a inginocchiarsi e a rendere omaggio alla prostituta Mary Ann Wagner, che saluta la folla dal balcone, “senza il cui sacrificio mai avremmo vinto la battaglia”. Tutti si inginocchiano, anche l’amante riconquistato.  Sarà piaciuto a Karl Kraus, l’happy end.


E’ questo un film tipico del nuovo corso di un importante e bellissimo festival che ha un poster di erotismo maschile sbandierato al vento. Stiamo parlando di Pordenone 35, giornate del cinema muto secondo il nuovo direttore Jay Weissberg e la sua band di espertoni (Cherchi Usai, Jacob, Montanaro, Codelli, Colussi, Crozzoli, e Patat). Quale è il filo, l’idea forza del festival, la scoperta dell’anno? Probabilmente enfatizzare meno l’autore, il regista e il super divo e più i creativi solo apparentemente minori, come gli scenografi (Menzies, appunto), gli operatori (moltissimi i cinegiornali e le attualità documentaristiche in programma) e i duetti artistici, Vigo/Kaufman; Niblo/Garbo; Disney/Iwerks di Oswald, il personaggio inventato prima di Topolino e poi scippato a Disney da un infame producer; Collins/Viola Dana,  le cowgirls come Lillian Christy  del western primitivo…  Nutrito il cartellone, anche troppo. Perché non solo possibili le repliche. 

Livio Jacob e Jay Weissberg

Film, omaggi, retrospettive, incontri, convegni, mostre collegate (l’archivio hollywoodiano Kobal, 150 foto di super star del cinema, a Villa Manin, tra poco a Roma, al Palazzo delle Esposizioni), presentazioni di libri, proiezioni speciali per i ragazzi delle scuole, cocktail (a inviti), le masterclass e il 18° Collegium che ormai porta in Friuli i giovanissimi ricercatori di ogni continente (che abbassano, ormai da anni, l’età media del pubblico). E, infine, il piccolo mercato di rarità bibliografico-filmiche, al primo piano del teatro, un tempo era un vero suq popoloso ma ormai i libri e i film chi li compra più senza Internet? (Abbiamo comunque acquistato, non di solo muto si vive, un libro sulle donne cattive e buone nei film di Disney,  i primi corti di Piavoli, Io sono curiosa giallo e blu e avrei voluto comprare il cofanetto Robbe-Grillet, 52 euro, un Chris Marker, alcune foto di star sovietiche degli anni 30….).
Greta Garbo in The Mysterious Lady
Di grande richiamo popolare cosa c’era? Il Greta Garbo (The misterious lady di Fred Niblo, 1928), che ha aperto e il Douglas Fairbanks, che ha chiuso. Due Buster Keaton, un Jean Vigo che rende omaggio alla città di Nizza, sotto attacco oggi degli stragisti (A propos de Nice); le scenografie di William Cameron Menzies, che ha fatto Il ladro di Baghdad, insegnando che si può essere giganteschi nel minimalismo, sontuosi nella sintesi, poi farà Atlanta in fiamme in Via con Vento e dirigerà sublimi horror e fantascianza negli anni 50. Erotikon, non fosse per il titolo, Nanà… Per gli specialisti che il canone dei classici lo conoscono bene, soprattutto importanti i ritrovamenti, anche di corti e cortissimi, le scoperte e i restauri. O i frammenti dedicati allo scontro Hillary-Trump, dei presidenti americani in campagna elettorale (da cui si evince che i nordisti industriali repubblicani d’epoca Theodore Roosevelt-Coolidge, usavano i mezzi di comunicazione di massa meglio dei sudisti democratici terragni e già facevano più affari e disastri); il documentarista cosmopolita Luca Comerio, che trasforma il reportage in un contatto “da uomo a uomo” da ricognizione da entomologhi e autoritari vigili urbani….
A propos de Nice di Jean Vigo
Per i più sofisticati ancora la retrospettiva polacca (ma il 90% del patrimonio cinematografico è andato perduto durante la seconda guerra mondiale e il vassallaggio russo-tedesco un po’ si sente in quel che resta), l’omaggio al regista nordamericano John H. Collins, morto a 28 anni nel 1918 dopo aver diretto una ventina di film d’ambientazione rurale, star la sua compagna bionda e dagli occhioni prensili  Viola Dana. Ne abbiamo visti però solo tre: in Girl Without a Soul del 1917 fa due ruoli di gemelle dal carattere opposto, come Bette Davis, mentre in Blue Jeans, dello stesso anno è una vagabonda orfana, quasi una wobblie disoccupata dell’Indiana, innamorata di un imprenditore conservatore che si dà alla politica, che poi scoprirà essere suo zio, e molestata pesantemente da un liberale prepotente e criminale, pre-berlusconiano. In Riders of the night del 1918 ambientato in Kentucky in polemica con Nascita di una Nazione di Griffith si parla del KKK come di una organizzazione di contadini ribelli, angariati dai latifondisti e dai loro esossi pedaggi. In qualche modo collegato a Collins, che face davvero strane cose coi cowboys, prosegue una sezione seriale sulle origini del western, questa volta con i mediometraggi del 1912-1913, perché tra I magnifici 7 e l’oscar a Inarritu il genere sta rinascendo. In realtà ebbe un momento di grave crisi, mentre i personaggi femminili erano centrali e dotati di forte personalità, proprio durante gli anni della prima guerra mondiale, sostituito dai drammi bellici “solo maschili”.  Insomma.
Un festival esplosivo. Sala piena zeppa ed entusiasta, anche alle 9 di mattina. Applausi sempre, anche a scena aperta, perché davanti a un Lubitsch, a un Milestone o a un Ozu o a un  Sidney Franklyn anche chi non li conosce si inchina. Inoltre. 17 musicisti solisti da impazzire: direttori d’orchestra come il mitico Carl Davis, pianisti come Donal Sosin, grandi orchestre di 60 elementi (ma perché mancava quest’anno il decano dei pianisti italiani Antonio Coppola?).
Un festival “live” e performativo dentro un festival d’arte riproducibile (già, non si potrebbe premiare la migliore esecuzione musicale l’anno prossimo?).
La caduta dei Romanoff di Esfir Shub
La città si risveglia dal torpore (come succede durante le giornate di Pordenone Legge) grazie al doppio gioco (la cultura schermica è spionaggio, guardare al di là del consentito, al confine tra ciò che si conosce e ciò che si ignora) del cinema e dell’immaginario. Il sindaco è un ex Msi, la sa lunga, lascia fare. Solo il Movimento 5 Stelle (locale), che pare un sindacato ragionieri, non se ne accorge, occupato come sempre a far solo conti e verificar scontrini malandrini, e tuona sulla stampa di provincia contro il Muto: sarebbe chiuso a riccio, non fa educazione scolastica, non fa mostre, non fa cocktail “aperti”….  Come un tempo blaterava l’ignorantissima Lega. Ma non si vive di solo pane, senza un po’ di Muti (prima lezione da consigliare: Greed) si rischia di diventare pure difensori delle tradizioni culturali chilometro zero. Il problema è che il festival non può crescere. La sala è quella, e di più non ne potrebbe contenere. La rissa per le proiezioni a inviti (raddoppiate per forze di cose) lo dimostra.    
The Mysterious Lady con Greta Garbo, regia di Fred Niblo
Jay Wessberg, il direttore nordamericano, critico di Variety, che succede al più esperto inglese David Robinson, oggi direttore emerito, ne ha rubato il ritmo scattante e il carattere allegro e vuole ringiovanire non solo il pubblico ma anche l’idea-forza del meeting che ogni anno – questa volta dall’1 all’8 ottobre - raccoglie al teatro Verdi (deturpato anni fa da un restauro disgraziato di amministratori leghisti e trasformato in un gigantesco Vespasiano) gli studiosi dei silent movies (1895-1927. E oltre) provenienti da tutto il mondo, Giappone, Australia, Stati Uniti, America Latina…. Se il New York Times colloca Pordenone nel Gotha dei superfestival di nicchia, per specialisti e addetti ai lavori esigentissimi, Weissberg risponde: no, è un festival di cinema tout court, anzi ancor più spettacolare e emozionante perché pre-codice di autocensura, senza censura, non ancora embedded e bromurizzato come quello che ci circonda e tedia oggi. Ed è per tutti i pubblici: il “muto” parla, eccome, non è mai stato muto né sordo, le didascalie urlano, la musica sa assordare e il bianco e nero è sempre stato a colori densi e assoluti, se necessario. 
Norman Talmadge in The Woman disputated
E poi, brivido in più, è l’unica arte, la settima, di cui possiamo quasi toccare con mano le origini: è nata con i nostri nonni, le scenografie usavano i mobili, gli armadi, le specchiere, le tende e i tavoli che sono oggi modernariato ancora vegeto. Qualcuno dei pionieri è ancora vivo, come Baby Peggy (ex bimbetta paffuta e pestifera in buffe comiche, devastanti spazi e oggetti, come Jerry Lewis, e che ha 98 anni) o è scomparso, come Manoel de Oliveira, da poco.
Silent vuol dire vedere il mondo con occhi e corpi sovversivi, come Chaplin e Micky Mouse, o da rivoluzionari disillusi come Keaton o come la sovietica Esfir Shub nel film di montaggio La caduta della dinastia dei Romanov del 1927 (annata buona), o con animo ribelle come quello delle suffragette insorgenti e delle cowgirl che sparavano come Calamity Jane.
Il conte di Montecristo in due travestimenti ...
Silent sono i kolossal sexy biblici, che per qualche anno ci dettero la supremazia commerciale nel mondo, le tragedie d’amore con l’aristocrazia morente, le saghe epico-storiche (altro che serie tv) che svelavano a tutti, anche agli analfabeti, verità e tradizioni patrie (come il cool movie – nel senso della perfezione decadente - Il conte di Montecristo da Dumas, del provenzale Henri Fescourt, del ‘29, ormai quasi in era sonoro, ha inchiodato per 4 ore alle sedie il pubblico, tra bonapartismo, esotismo passionale e orientalismo coloniale, proprio come Lav Diaz a Venezia; e le commedie metropolitane esplosive e piccanti che oggi farebbero svenire qualunque funzionario di Rai Cinema, come se mentre il San Francesco di Elio Germano fa i miracoli apparissero in sovrimpressione le miracolose pose erotiche del Kamasutra…. Nella commedia sofisticata urbana (tratta da un dramma ungherese) Verso la felicità di Maurice Stiller (1920), il regista che condurrà la Garbo a Hollywood ma qui controlla un cast di donne spregiudicate e “forti”, come la star svedese Tora Teje, un entomologo anziano non ha tempo e voglia di occuparsi della moglie, spendacciona e piena di corteggiatori, soprattutto perché è innamorato della più giovane, casalinga e adorante… nipote. E la sposerà.
Tora Teje in "Verso la felicità" di Maurice Stiller
Insomma ritrovare un certo stile (anche fortunatamente) perduto, una atmosfera di eleganza ipocrita, una civiltà mondiale in stato di allarme e in metamorfosi che sta per affidarsi a dittature feroci o a democrazie più astute, pur di non accettare l’avventura comunistao il capovolgimento dei ruoli tra uomo e donna, ha il suo sottile fascino ludico e sadomaso. Dunque grande spettacolo, ritmo indiavolato proprio come piace adesso, nell’epoca Transformers, cascate di emozioni a ripetizione, di shock, di sorprese,  geometrie di sguardi e azioni di dinamismo vorticoso assoluto. Certo il montaggio effettivo non è frenetico e indiavolato come oggi. Ma solo in apparenza. Se le immagini sono perfette (il cinema è una scienza ottica esatta, ha l’età del microscopio e del telescopio) è la testa che fa il final cut, che si mette in movimento compulsivo e raccorda gli attimi fuggenti con, direbbe Bruno Fornara, gli attimi sfuggenti, quel che si vede con il fuori campo, con l’invisibile. Ciò che fa il grande cinema sia del XX o XXI secolo.
Un film della retrospettiva polacca Yanko Muzikant di Ryszard Ordynski (1930)
Certo non tutti i film sono kolossal di new dance, quasi coreagrafati da una Pina Bausch ante litteram (e Raoul Walsh sembrerebbe la sua antitesi, anche se la boxe fatta bene è danzante) oltretutto proiettati con l’esecuzione della partitura originale di Mortimer Wilson, da poco ritrovata, come Il ladro di Baghdad (di Raoul Walsh, 1924) che ha chiuso la manifestazione sabato e domenica scorsi con l’acrobatica potenza atletica di Fairbanks nel ruolo dell’allegro mascalzone che prende tutto quel che gli piace ma quando si tratta di afferrare l’amore, cioè la principessa adorata, con le sue ditone voraci, non ci riesce, si blocca entra in crisi di identità e ci vorrà un miracolo, più sorprendente ancora del tappeto volante o del cristallo magico o della mela d’oro che resuscita i morti per vincere e conquistare l’eroina delle Mille una notte. Il niracolo (Trump, veditelo) è l’Islam, ma non quello mederato che ci raccontano e che è criminale e mostruoso come i loro raccattapalle reazionari dell’Isis, ma quello radicale nel senso che va alla radice delle cose, e che solo può aiutare ad affrontare i mostri della mente, i nostri lati dark e debellarli. Insomma la religione che unisce e non che divide, che diventa arma per la distruzione delle classi e non per il loro sfruttamento. Il vero islam radicale, non quello che ci raccontano i giornali, quello che smuove le dittature, come ha fatto in Tunisia. L’islam rivoluzionario, a cui Walsh e Fairbanks rendono un incredible omaggio (punendo nello stesso tempo l’islam dispotico dei califfi, dei sultani e dei tiranni mongoli) e a cui Menzies regala spazi di incredibile maestosità e nello stesso tempo di quotidiana spiritualità.    
Anna May Wong in "Il ladro di Baghdad
Tra le riscoperte, circondato dalla fama di film maledetto e insostenibile, dalle immagini demoniache, è il dramma marinaro anti tedesco Behind the door, dietro la porta, di Irvin V. Willat (Usa, 1919) che esibisce le ferite ancora non cicatrizzate della grande guerra e del trauma dei 10 milioni di giovani ammazzati su entrambi i fronti. Qui siamo in mezzo al combattimento tra un sommergibile tedesco, capitanato dal, come sempre, sadico leader Wallace Beery e perseguitato da un ufficiale della marina americana di origini tedesche, Hobart Bosworth, che vuole vendicare lo stupro e l’assassinio della moglie, salvata da quel sommergibile alla deriva in mare aperto, ma poi consegnata alla violenza sessuale e multipla di un intero equipaggio selvaggio, mostruosizzato dal conflitto. 
Hobart Bosworth in Behind the door
La vendetta dell’ufficiale sarà all’indiana, come si rifiuterò di fare Kirk Douglas nel kennediano Il giorno della vendetta di John Sturges (1959): una lenta tortura, lo scorticamento completo della pelle, fino alla morte. Anche perché Bosworth era scampato a stento a un linciaggio patriottico nel suo villaggio americano in quanto di origine crucca e nonostante le sue alte onorificenze militari conquistate durante la guerra ispanico-americana.