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lunedì 31 marzo 2014

La luna su Torino. Il nuovo film di Davide Ferrario nelle sale.

La luna su Torino, anzi dietro Superga

ROBERTO SILVESTRI

Visto che il pensiero dominante obbliga al climbing sociale, all'arrampicata selvaggia, l'equilibrio è tutto. Domina la paura di cadere, di scivolare sempre più in basso, la necessità di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno, per non precipitare e per meglio far precipitare prima gli altri. Amici, amanti, partiti, volontariato, coinquilini, genitori, avvocati, sport, lavoro anche se precario, parroco, società segrete, superenalotto, squadra del cuore sono i sostegni prediletti del vivere precario... 
Davide Ferrario
Ma quando tutto sembra diventare nero assoluto ci si può sempre buttare dal ponte, con l'elastico di protezione, o senza. Capita. Soprattutto in questo brutto anno bisestile. E fino a quando si smetterà di credere che in questo climbing in solitaria consista il darwinismo evolutivo. Oppure basterà fuggire non a nord non a sud, ma a est o a ovest seguendo però sempre la linea immaginaria di un identico parallelo, magari in bicicletta... Davide Ferrario, il John Sayles del cinema italiano, in La luna su Torino,  gioca a semplificare queste questioni complesse, in cerca di leggerezza. Fare del buon cinema di evasione intelligente è una buona scommessa (senza intelligenza infatti niente evasione riuscita).

I tre personaggi principali di questo film (ma ognuno ha un suo 'doppio' o almeno una sponda) d'ambiente sabaudo (ci sono pure le mondine di Novi in coro, a ricordarci che qui siamo neilla regione di Riso amaro) e che si pone una serie di domande dandosi una serie di risposte, filosofiche, esistenziali (per esempio: quale è il nostro posto nel mondo?) oppure insignificani, con l'equilibrio hanno, per fortuna, parecchi problemi. Li aveva anche la Mole Antonelliana, ex sinagoga e attuale sede del museo del cinema, come si vede in una scena di questo film, che infatti ha perduto per svariati anni la sua bella punta, colpita da un fulmine.

Manula Parodi, nel film Maria
La scena iniziale sui titoli già ironizza, giocosamente, proprio sull'ansia dell'arrampicata per piacere che ha come oggetto il tetto, alla Gehry, di una di queste costruzioni postmoderne che a Torino vanno molto di moda dopo che i Fiat-men hanno smesso di costruire automobili decenti e si sono occupati di tutto ciò che è il dopo-industria, dai Giochi Olimpici invernali all'alta velocità (tanto si avvelenano i lavoratori nella mazza dentro il tunnel d'amianto) al cinema e a Virzì... collezionando per ora una serie di vittorie immateriali, di semisuccessi e molti disastri (perfino al Juve in C, che è diventata B con un colpo di prestidigitazione). Da Torino, insomma, chi è sano di mente in genere scappa via a gambe levate. Chi resta è squilibrato, frequenta di preferenza anziani e classici del muto, se li cerca proprio i guai... Ma i lunatici hanno qualche speranza in più di sopravvivere. Come la "signora sulla panchina" che guarda sempre, immancabilmeJune Bellamy, nte lo stesso misterioso punto del panorama (June Bellamy), e che utilizza il detour per godersi pezzi di città che passerebbero inosservati. Spiderman non abita più questa ex metropoli.

Walter Leonardi (Ugo)
Il quarantenne sfaccendato, ma non ai fornelli, Ugo (Walter Leonardi), fanatico dell'erotismo nipponico virtuale, si aggrappa, visto che ha poco charme, alla sua bella casa e alla sua eredità, come rampollo di agiati signori della sinistra borghese.  Sempre pronto però a saltare su una bici e salire su su o su una mongolfiera  che, più leggera dell'aria, sia capace di trascinarlo molto in alto, nella vertigine dell'ascesa. Le nippo-anime sexy piacciono molto però alle ragazzette. C'è speranza.

Eugenio Francschini (Dario)
Visto che però siamo tutti in crisi e che i soldi finiscono presto perché Tasse ed Equitalia sono gli angeli custodi di questo diabolico mondo secolarizzato, anche se ci si affaccia sul bel Po, e l'ipoteca che pende sulla casa sta per scadere, Ugo ha subaffittato due stanze della villa. Una a Maria (Manula Parodi), 26 anni, bella impiegata in una agenzia di viaggi (miracolosamente sopravvisuta all'invasione di Expedia), drasticamente impermeabile alla sua corte, e l'altra a Dario (Eugenio Francheschini), studente ventenne che lavora al bioparco Zoom. Ai momenti comunitari, pochissimi, dove si fa a pugni, anche in senso non metaforico, si sovrappongono quelli super isolati, quasi tutti. 

Dario e Walter incrociano i guanti
Tra Mito giapponese, viaggi all'estero organizzati e agognati e regno dell'esotismo per eccellenza, lo zoo dei leoni, delle tartarughe giganti  e degli ippopotami, si capisce che l'indicazione tra le righe di questa leggiadra commedia è un invito all'evasione, all'esodo, al divertimento, alla cattiveria e alla deriva. Il nostro posto nel mondo non sappiamo dov'è ma sappiamo che certamente non è questo. Però ci vuole una certa tecnica da apprendere prima di darsi alla fuga. La capacità di stare in equilibrio sul filo. Da soli.

Daria Pascal Attolini (Eugenia)
A Maria in realtà piace (forse) un suo cliente, Guido (Aldo Ottobrino) e lo invita a casa a cena per sondarne l'animo prima che la sua collega di lavoro, Eugenia (Daria Pascal Attolini) che ha fantasie simili, prenda l'iniziativa. Le cose si complicano, Guido è una palla, Eugenia prende l'iniziativa, Maria conosce davvero una equilibrista girovaga e il trio diventa elettrico, quando Dario, dopo un flirt sul lavoro, e Maria vengono scoperti teneramente insieme dal gelosissimo Ugo... 

   

Lontano da dove di F.Marciano
Il regista insomma fa qualcosa che nessuno osa più fare. Segna con il gessetto una direzione, a prima vista anacronistica, e originale, da prendere. Guardare indietro per andare avanti. Doppo road movie. Un  ritorno allo spirito delle commedie romane sulle comuni controculturali anni 70 di Rafele-Amico-Ungari (che come narrazione emotiva erano proprio al limite del fuori di testa), ma senza additivi lisergici o a quelle Stefania Casini-Francesca Marciano con Victor Cavallo fuggito a Manhattan, anni 80, senza quell'aria tragica di sconfitta e di riflusso inesorabile. C'è perfino un pignolissimo e odiatissimo avvocato Ungari (Franco Olivero) per chi non l'avesse capito. E che dire del finale alla Antonioni di Blow up, lì con i clown a dominare, qui con l'acrobata girovaga?

Anche se le tre avventure sentimentali intrecciate in La luna su Torino, che perdono via via tutto ciò che hanno in comune tra di loro, e si avviano su triplici sentieri incomunicabili (è la maturità, bellezza), si svolgono invece proprio oggi, in una bella villa olpre Po sulle colline, precisamente sul 45° parallelo, a metà strada tra il gelido Polo nord e il torrido Equatore, tra leggerezza e pensosità, che solo Italo Calvino nelle Lezioni americane seppe riunificare (lezione prima). Ma che, per esempio, Renzi e Cuperlo sono ancora incapaci strutturalmente di annodare e così divideranno la sinistra.


Una collocazione geografica che per Davide Ferrario, il regista produttore e sceneggiatore che è anche scrittore giornalista romanziere,  ex critico colto e militante, spesso documentarista politico, al nono lungometraggio di finzione, è diventata una ironica passione, quasi una ossessione autobiografica, visto che si intitolava proprio così una delle sue prime sceneggiature del 1986, per Attilio Concari, e che la nativa Casalmaggiore nel parmigiano divide con la città della mole antonelliana non solo lo stesso parallelo ma anche lo stesso grande fiume.  Chi abita sul 45° parallelo ha molte più cose in comune con il deserto del Gobi che con varesotti e avellinesi.

La commedia giovanilistica, ironica, romantica, lucida e impotente a cambiare le cose (Leopardi, oltre a Calvino, è un punto di riferimento esplicito del film)  al festival di Roma fuori concorso, verrà distribuita da Academy 2, e all'estero da Lion Picture, ed è interpretato da un pugno di giovani attori di provenienza teatrale e non televisiva (reference system!? fuck you!) bravi nel combattimento corpo a corpo e mai prevedibili e naturalmente, avendo l'appoggio della Film Commission Piemonte, si dilunga per gran parte, negli esterni, tra i pezzi pregiati di una metropoli postindustrializzata ma ancora magica e metafisica. 

Rendendo più facile per questo film vincere ai punti rispetto alla "commedia giovanilista e sentimentale romana", alla Moccia (citato) almeno fino al penultimo round (l'ultimo è al botteghino), assai più pesante nel gioco di gambe e prevedibile nei colpi al bersaglio grosso. E poi molto meno arguta nei dialoghi e nelle allusioni. Anche per il buon lavoro della sezione ritmica: Dante Cecchin alle luci (le meno torinesi possibili, anche se è una luce brillante, da città del cinema, da Los Angeles), Claudio Cormio al montaggio, pieno di controbalzi, Paola Ronco ai costumi che un tempo avrebbero scandalizzato le signore borghesi di via Roma e Francesca Bocca e Valentina Ferroni alle scenografie, come sopra.

lunedì 20 gennaio 2014

Perché i fratelli Vanzina sono controcorrente e nietzschiani. Sapore di te, un film a endecasillabi.

Pre-scriptum. La commissione ministeriale che si occupa dell'assegnazione della qualifica 'film di eccezionale interesse culturale, artistico o spettacolare', dopo averla negata, il 9 dicembre 2013, in base all'analisi del copione, del cast, dell'assetto produttivo, del reference system, etc...) a La trattativa (67 punti, insufficienti), il nuovo film di Sabina Guzzanti (che non se ne potrà  avvalere per ottimizzare la distribuzione nella rete d'essai) non ha avuto dubbi nel riconoscerla invece a Sapore di te (76 punti) e al nuovo film di Vincenzo Salemme "fuori nevica". La cosa non quadra. Anche perché la commissione, che lavora a titolo gratuito, ha analizzato in unica sessione di lavoro ben 208 progetti. Il fatto che una cineasta come Guzzanti abbia dimostrato finora 'eccezionali qualità culturali artistiche e spettacolari' (per esempio vendendo i suoi film all'estero) è stato evidentemente considerato dalla commissione un'aggravante. Bisognerebbe costringere la commissione a una sessione di appello e revisione. Prima di scioglierla per visione autarchica e sciovinista.
Membri della Commissione: Antonia Postorivo d'Alì (moglie del senatore Nuovo Centro destra, ex F.I, consulente per il made in Italy di Nunzia de Girolamo). Valeria Licastro Scardino (già segretaria di Fedele Confalonieri, oggi dirigente Mondadori e moglie dell'onorevole Martusciello. Dario Viganò (imprenditore, non sacerdote, come l'onomino). Rosaria (Rosita) Marchese (ex dirigente Rai e Telepiù. collaboratrice di Gianni Minoli), Enrico Magrelli (critico cinematografico e ex direttore della cineteca nazionale, evidentemente l'unico qualificato del gruppo, ammesso che un film si possa giudicare e censurare in base al copione) e Nicola Borrelli (direttore generale per il cinema).   





Martina Stella

Roberto Silvestri 

Andiamo a farci quattro risate insieme. Non su qualcosa da irridere (il neo-grottesco che pervade parlamento e stadi di calcio, e conquista Oscar), ma con qualcuno che in fondo, nonostante tutti i suoi vizi, anche se non si condivide, anche se non ci si identifica, si ama. Lo fecero perfino con Craxi decaduto, questi stessi cineasti, in Spqr, secoli fa, che resta la loro unica commedia tuttora indigesta.


Giorgio Pasotti e Martina Stella
I fratelli Vanzina sanno ancora fare dei film secondo le antiche ricette segrete tramandate dalla famiglia Steno, ma capaci di aggiornarsi, come richiesto non solo da un mercato sempre più glocal e esigente nel design ma soprattutto dalla loro voglia di divertirsi in compagnia, sempre contagiante. Di dire un grande sì alla vita. Anche rischiando di andare contro corrente, di polemizzare con il gusto dominante e alla moda.


Martina Stella, Carlo Vanzina e Giorgio Pasotti
Sanno trasmettere l'amore per la commedia saporita romana-romantica, di scientifica fattura parodistica e satirica, che guarda al passato recente (e alle sue pregne colonne sonore che ne trasmettono la scultura interiore, qui Spandau Ballet, Loredana Berté, Cindy Lauper, Mike Francis...) per raccontarci, con ironia alla seconda potenza, un po' di futuro presumibile, sostenibile o meno... ma senza nessun obiettivo consolatorio (oppressi! dovete essere ben contenti della vostra situazione di merda!), né populista (brutta parola, orrendo concetto: perché gli oppressi hanno qualcosa di speciale che li avvicina di più a dio, purché rimangano sempre tali, mi raccomando). Il film, come ogni opera storica, non parla di ieri, è ovvio che tratta di oggi. I tempi sono cupi, ma un po' di romanticismo, oggi si chiama start up, ottimismo + cuore (un tempo era partito + classe) è richiesto. Inventare qualcosa, qualunque cosa. Forza Roma, forza Lupi....


Serena Autieri e Vincenzo Salemme
L'immoralità dei Vanzina è la loro grazia. Non c'è il virus moralista: per loro la morale è fatta per gli uomini, non gli uomini per la Morale. Certo, diventando grandi hanno cambiato chimica del cast, rapporti di forza generazionali, ma non l'istinto. La cosa che più piace nei loro film è lo slancio vitale, l'energia, il coraggio di imporre il loro piacere come programma minimo, di mettere in scena una sorta di collettività desiderante, che si avvale per irraggiarsi o dell'arte affabulatoria e dadaista di performer strepitosi (mai Abatantuono o Christian De Sica hanno ritrovato la stessa grazia selvaggia di quei set free-jazz e Calà solo con Ferreri) o, come in questo caso, di una polifonia ben temperata che dà spazi, arie e assoli a tutti i coristi. Che sono undici. Un film a endecasillabi.


Vincenzo Salemme (il sottosegretario psi smanioso di potere, sposato con Valentina Sperlì ma con amante, Serena Autieri, a carico), Maurizio Mattioli (il commerciante di jeans di San Giovanni, che farà il salto al centro storico) e Nancy Brilli, la moglie, i più concentrati e adulti, smaniosi di licenza edilizia. Katy Sauders (la figlia diciassettenne di Mattioli e Brilli, smaniosa di perdere la verginità), Eugenio Franceschini e Matteo Leoni (gli universitari spasimanti, il bello e il tipo, smaniosi di straniere), Giorgio Pasotti, il latin lover locale, smanioso di conquiste, Martina Stella, la falsa ingenua, smaniosa di ingabbiare il latin lover e devitalizzarlo, la sua compagna di studi Virginie Marsan, smaniosa di ritrovare papà negli amanti, la straniera bavarese, Laura Balen smaniosa di entrare in un cast di Russ Meyer, e il bagnino locale, Paolo Conticini, con prestazioni sessuali alla Alfred Jarry, viatico per l'ok della locale film commission (e che fa le allusioni al Pisa calcio più inquietnati del film).


Martina Stella
C'era una volta a Forte dei Marmi, in estate... Già. Si va in vacanza, via i vestiti soliti, via i vestiti del tutto, i soldi scorrono, per fare le ore piccole, molti bagni, flirt a gò gò e 'beach movie' alla toscana, sesso droga (Iervolino o chi per lei permettendo) e rock'n'roll, con o senza cinepresa, fuoriserie, villetta & giardino, champagne.

Insomma. William Asher in Versilia, ma senza la tavoletta del surf, Frankie Avalon e Annette Funicello. C'è lo spinello, come si diceva, e il carcere. C'è il programma televisivo del momento, Drive in...Nasce la globalizzazione: we are the world canta Michael Jackson e tutti i suoi grandi amici, mentre Reagan incontra Gorbaciov. Ne è passato di tempo dal Sorpasso, il primo buddy movie on the road che insegnò tutto a Easy rider. Ma le prime scene del film, due ragazzi in automobile, proprio su quelle strade ritornano, debordando in Germania, chiesa luterana, alla ricerca di un prequel d'atmosfera Russ Meyer, tra le braccia di una bella bionda bavarese e spregiudicata....


Martina Stella e Virginie Marsan
Qualche scandalo al sole in più, ma molte speranze e spinte propulsive in meno - oltre 30 anni dopo Sapore di mare, il beach movie inebriante e in costume anni anni sessanta che aprì nel 1983 la saga - arriviamo, cronologicamente nell'estate del 1984 e in quella del 1985 a Sapore di te, la nuova commedia corale di Carlo Vanzina, scritta da Enrico Vanzina.


Nancy Brilli, Vincenzo Salemme e Maurizio Mattioli
Siamo di nuovo dentro un affresco 'storico' con decine di storielle a incastro incorporate, alla metà dei ruggenti anni ottanta dell'edonismo craxiano, del primo Mackintosh della Apple, di Berlinguer che muore e della Lega che nasce, delle bestemmie di Masteloni in tv e delle tv fininvest oscurate per (sole) poche ore. Condannano i brigatisti rossi, ma scarcerano i boia SS come Reder. L'aids falcidia gli omosessuali e Botha il razzista viene accolto festosamente da chi si inebrierà assai più tardi di Mandela (morto). La mafia ammazza Chinnici e Andreotti, sempre geniale nello sviar le accuse, accusato di essere a capo della P2...Si dirà di qualche scena del film che è un po' volgare. Ma se la inseriamo nel contesto storico-politico dell'epoca, è tutto materiale nobile.



Maurizio Mattioli e Nancy Brilli
Ogni affetto, sentimento, emozione, pulsione è bene in campo, ogni fatto di cronaca (non abbiamo mai visto tanti quotidiani sfogliati e letti in un film, neanche allora) è invece filtrato, nel fuori campo, sfiorato appena anche il nascere del sistema Tangentopoli, dal copione di Enrico, sempre attento a raccordare senza fare il trombone testo e contesto per moltiplicare gli effetti comici e quelli etici di una macchina della nostalgia dispiegata a tutta velocità, ma con tatto e charme.


Vincenzo Salemme e Valentina Sperlì
Il pubblico, la massa, la moltitudine non ne può più di lotte e manifestazioni, anche se le crociere nel Mediterraneo in quei mesi sono fortemente sconsigliate (proprio come in questi). Come sono brutti, cupi, disperati però in questo film gli adulti, che hanno l'età dei sessantottini cresciuti. Tutti, anche loro, si sono convinti, per amnesia o per noia, che gli anni di piombo del decennio precedente si chiamano così per colpa degli orrori della lotta armata.


Maurizio Mattioli e Vincenz Salemme
E invece quella espressione indicava proprio il clima plumbeo, quel mondo orribile e grigio, in fabbrica, nelle scuole negli uffici e ovunque, di sfruttamento, bigotteria e oppressione contro cui si lottò, si morì e si vinse anche (in Vietnam, per esempio) collettivamente, non clandestinamente, e con ogni mezzo necessario nel ventennio radioso, colorato, hippie, massenziente e arcolabaleno. E' l'acido, il Che e Hendrix, non il mitra il simbolo dei 60 e 70. E Bob Marley, anche se muore nell'81, quello degli ottanta....Un po' Salemme ce lo fa capire, in fondo.


Maurizio Mattioli
Così la classe operaia sconfitta torna forza lavoro e si fa telespettatore a tempo indeterminato in inverno e 'bagnante a schiera' in estate. Arretramento, detour, deriva... ma anche fertile. Contiguità, promiscuità tra lo studente e il bagnino, il politico psi e il commerciante, lo sciupafemmine e lo sgorbio, l'antiquario e la soubrette, i ricchi e i poveri, la tedesca e il regista...


Eugenio Franceschini e Laura Balen
I sentimenti dell'al di qua diventano, come scrive Paolo Virno in un formidabile libro sulla vitalitù filosofico-politica degli ottanta: cinismo, opportunismo, paura. Anticipando le attitudini dell'est europa che crollerà (e anche questo nel film si capisce). Il pieno dispiegarsi del capitalismo rende tutti meno angosciati per i grandi dilemmi della vita, il senso della morte etc...Ma meno angoscia e più paura che i titoli di borsa calino, che la licenza edilizia sfumi, che la moglie ti scopra con l'amante, che l'amico si scopi la tua adorata, che il marito non muoia in un incidente automobilistico. Opportunismo e cinismo hanno i loro lati negativi, come fregare l'amico, tradire la donna che pure si ama... ma anche quelli positivi, liberano da certi freni inibitori e ti fanno esprimere al massimo, fino a farti credere sinceramente alla tua onnipotenza, come alla balla della libera concorrenza, all'intraprendenza e all'imprenditoria anche spietata che sarà premiata in base alla meritocrazia e alla bravura. Questo decennio post subprimes ha fatto scoprire, ovunque, che il grande giro massacra il piccolo sempre. Si aprono crisi devastanti, ciclicamente, proprio per derubare i frutti dell'ingegno altrui. E far crescere di ricchezza e poter l'1% che controlla il mondo.


Paolo Conticini (il bagnino) e Serena Autieri
Ma. Sulla battigia della west coast ci si può abbandonare ai comportamenti 'oltre' di ogni tipo, degni di un macabro Soul Carnival o meglio di un secondo carnevale, più abbronzato, dove gli oppressi possono travestirsi - che cosa eccitante - da oppressori, ma non eliminare né gli uni né gli altri (proprio come nel rigido rovesciamento-raddoppiamento del Carnevale, quando anarchismo che fa rima con catechismo). Eccitazione, esplosione del desiderio diventano obbligo biologico, oggetto di conversazione e consumo, merce, coazione a ripetere.

I teenager, per esempio, prendono il posto di comando diurno e notturno, il controllo degli orologi, impongono ritmi scatenati, dentro e fuori i night. Ma sono sempre nei paraggi dei genitori (è la maledizione della commedia inesportabile all'italiana).
Fu però la grandezza nazionale di Sapore di mare, commedia corale giovanilistica che in pieno decennio reaganiano si sbarazzò delle brutte scorie del ventennio precedente (c'erano, erano microscopiche, ma bisogna ammettere che non tutto ciò che passò di vanziniano tra il 68 e il 77 fu formidabile, magico e magnifico). Per fortuna qualche giornale reazionario, e dunque provato nel sistema neurovegetativo per aver visto la morte in faccia per 20 anni, continua a ripeterlo ossessionatamente. Ci vorrà uno psichiatra.

lunedì 25 novembre 2013

La luna è una lampadina. Il nuovo film di Davide Ferrario è una commedia lunatica, anzi svitata

La luna su Torino, anzi dietro Superga

ROBERTO SILVESTRI

Visto che il pensiero dominante obbliga al climbing sociale, all'arrampicata selvaggia, l'equilibrio è tutto. Domina la paura di cadere, di scivolare sempre più in basso, la necessità di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno, per non precipitare e per meglio far precipitare prima gli altri. Amici, amanti, partiti, volontariato, coinquilini, genitori, avvocati, sport, lavoro anche se precario, parroco, società segrete, superenalotto, squadra del cuore sono i sostegni prediletti del vivere precario... 
Davide Ferrario


Ma quando tutto sembra diventare nero assoluto ci si può sempre buttare dal ponte, con l'elastico di protezione, o senza. Capita. Soprattutto in un brutto anno bisestile. E fino a quando si smetterà di credere che in questo climbing in solitaria consista il darwinismo evolutivo. Oppure basterà fuggire non a nord non a sud, ma a est o a ovest seguendo però sempre la linea immaginaria di un identico parallelo, magari in bicicletta... Davide Ferrario, il John Sayles del cinema italiano, in La luna su Torino,  gioca a semplificare queste questioni complesse, in cerca di leggerezza. Fare del buon cinema di evasione intelligente è una buona scommessa (senza intelligenza infatti niente evasione riuscita).

I tre personaggi principali di questo film (ma ognuno ha un suo 'doppio' o almeno una sponda) d'ambiente sabaudo (ci sono pure le mondine di Novi in coro, a ricordarci che qui siamo nella regione di Riso amaro) e che si pone una serie di domande dandosi una serie di risposte, filosofiche, esistenziali (per esempio: quale è il nostro posto nel mondo?) oppure insignificani, con l'equilibrio hanno, per fortuna, parecchi problemi. Li aveva anche la Mole Antonelliana, ex sinagoga e attuale sede del museo del cinema, come si vede in una scena di questo film, che infatti ha perduto per svariati anni la sua bella punta, colpita da un fulmine.

Manula Parodi, nel film Maria
La scena iniziale sui titoli già ironizza, giocosamente, proprio sull'ansia dell'arrampicata per piacere che ha come oggetto il tetto, alla Frank Gehry, di una di queste costruzioni postmoderne che a Torino vanno molto di moda dopo che i Fiat-men hanno smesso di costruire automobili decenti e si sono occupati di tutto ciò che è il dopo-industria, dai Giochi Olimpici invernali all'alta velocità (tanto si avvelenano i lavoratori nella mazza dentro il tunnel d'amianto) al cinema e a Virzì... collezionando per ora una serie di vittorie immateriali, di semisuccessi e molti disastri (perfino al Juve in C, che è diventata B con un colpo di prestidigitazione). Da Torino, insomma, chi è sano di mente in genere scappa via a gambe levate. Chi resta è squilibrato, frequenta di preferenza anziani e classici del muto, se li cerca proprio i guai... Ma i lunatici hanno qualche speranza in più di sopravvivere. Come la "signora sulla panchina" (June Bellamy), che guarda sempre, immancabilmente lo stesso misterioso punto del panorama  e che utilizza il detour per godersi pezzi di città che passerebbero inosservati. Spiderman non abita più questa ex metropoli.

Walter Leonardi (Ugo)
Il quarantenne sfaccendato, ma non ai fornelli, Ugo (Walter Leonardi), fanatico dell'erotismo nipponico virtuale, si aggrappa, visto che ha poco charme, alla sua bella casa e alla sua eredità, come rampollo di agiati signori della sinistra borghese.  Sempre pronto però a saltare su una bici e salire su su o su una mongolfiera  che, più leggera dell'aria, sia capace di trascinarlo molto in alto, nella vertigine dell'ascesa. Le nippo-anime sexy piacciono molto però alle ragazzette. C'è speranza.

Eugenio Francschini (Dario)
Visto che però siamo tutti in crisi e che i soldi finiscono presto perché Tasse ed Equitalia sono gli angeli custodi di questo diabolico mondo secolarizzato, anche se ci si affaccia sul bel Po, e l'ipoteca che pende sulla casa sta per scadere, Ugo ha subaffittato due stanze della villa. Una a Maria (Manula Parodi), 26 anni, bella impiegata in una agenzia di viaggi (miracolosamente sopravvisuta all'invasione di Expedia), drasticamente impermeabile alla sua corte, e l'altra a Dario (Eugenio Francheschini), studente ventenne che lavora al bioparco Zoom. Ai momenti comunitari, pochissimi, dove si fa a pugni, anche in senso non metaforico, si sovrappongono quelli super isolati, quasi tutti. 

Dario e Walter incrociano i guanti
Tra Mito giapponese, viaggi all'estero organizzati e agognati e regno dell'esotismo per eccellenza, lo zoo dei leoni, delle tartarughe giganti  e degli ippopotami, si capisce che l'indicazione tra le righe di questa leggiadra commedia è un invito all'evasione, all'esodo, al divertimento, alla cattiveria e alla deriva. Il nostro posto nel mondo non sappiamo dov'è ma sappiamo che certamente non è questo. Però ci vuole una certa tecnica da apprendere prima di darsi alla fuga. La capacità di stare in equilibrio sul filo. Da soli.

Daria Pascal Attolini (Eugenia)
A Maria in realtà piace (forse) un suo cliente, Guido (Aldo Ottobrino) e lo invita a casa a cena per sondarne l'animo prima che la sua collega di lavoro, Eugenia (Daria Pascal Attolini) che ha fantasie simili, prenda l'iniziativa. Le cose si complicano, Guido è una palla, Eugenia prende l'iniziativa, Maria conosce davvero una equilibrista girovaga e il trio diventa elettrico, quando Dario, dopo un flirt sul lavoro, e Maria vengono scoperti teneramente insieme dal gelosissimo Ugo... 

   

Lontano da dove di F.Marciano
Il regista insomma fa qualcosa che nessuno osa più fare. Segna con il gessetto una direzione, a prima vista anacronistica, e originale, da prendere. Guardare indietro per andare avanti. Doppio road movie. Un  ritorno allo spirito delle commedie romane sulle comuni controculturali anni 70 di Rafele-Amico-Ungari (che come narrazione emotiva erano proprio al limite del fuori di testa), ma senza additivi lisergici o a quelle Stefania Casini-Francesca Marciano con Victor Cavallo fuggito a Manhattan, anni 80, senza quell'aria tragica di sconfitta e di riflusso inesorabile. C'è perfino un pignolissimo e odiatissimo avvocato Ungari (Franco Olivero) per chi non l'avesse capito. E che dire del finale alla Antonioni di Blow up, lì con i clown a dominare, qui con l'acrobata girovaga?

Anche se le tre avventure sentimentali intrecciate in La luna su Torino, che perdono via via tutto ciò che hanno in comune tra di loro, e si avviano su triplici sentieri incomunicabili (è la maturità, bellezza), si svolgono invece proprio oggi, in una bella villa olpre Po sulle colline, precisamente sul 45° parallelo, a metà strada tra il gelido Polo nord e il torrido Equatore, tra leggerezza e pensosità, che solo Italo Calvino nelle Lezioni americane seppe riunificare (lezione prima). Ma che, per esempio, Renzi e Cuperlo sono ancora incapaci strutturalmente di annodare e così hanno divideso di nuovo la sinistra.


Una collocazione geografica che per Davide Ferrario, il regista produttore e sceneggiatore che è anche scrittore giornalista romanziere,  ex critico colto e militante, spesso documentarista politico, al nono lungometraggio di finzione, è diventata una ironica passione, quasi una ossessione autobiografica, visto che si intitolava proprio così una delle sue prime sceneggiature del 1986, per Attilio Concari, e che la nativa Casalmaggiore nel parmigiano divide con la città della mole antonelliana non solo lo stesso parallelo ma anche lo stesso grande fiume.  Chi abita sul 45° parallelo ha molte più cose in comune con il deserto del Gobi che con varesotti e avellinesi.

La commedia giovanilistica, ironica, romantica, lucida e impotente a cambiare le cose (Leopardi, oltre a Calvino, è un punto di riferimento esplicito del film)  al festival di Roma fuori concorso, è stata distribuita da Academy 2, e all'estero da Lion Picture, ed è interpretata da un pugno di giovani attori di provenienza teatrale e non televisiva (reference system!? fuck you!) bravi nel combattimento corpo a corpo e mai prevedibili e naturalmente, avendo l'appoggio della Film Commission Piemonte, si dilunga per gran parte, negli esterni, tra i pezzi pregiati di una metropoli postindustrializzata ma ancora magica e metafisica. 

Rendendo più facile per questo film vincere ai punti rispetto alla "commedia giovanilista e sentimentale romana", alla Moccia (citato) almeno fino al penultimo round (l'ultimo è appena iniziato al botteghino), assai più pesante nel gioco di gambe e prevedibile nei colpi al bersaglio grosso. E poi molto meno arguta nei dialoghi e nelle allusioni. Anche per il buon lavoro della sezione ritmica: Dante Cecchin alle luci (le meno torinesi possibili, anche se è una luce brillante, da città del cinema, da Los Angeles), Claudio Cormio al montaggio, pieno di controbalzi, Paola Ronco ai costumi che un tempo avrebbero scandalizzato le signore borghesi di via Roma e Francesca Bocca e Valentina Ferroni alle scenografie, come sopra.