sabato 23 aprile 2016

Rom Capoccia. I gemelli De Serio dentro il campo Platz, sul lungo Stura Lazio, Torino




DOPO LA PROIEZIONE DI ROMA ALL'APOLLO 11

FINO AL 27 APRILE AL CINEMA MASSIMO DI TORINO

IL 26 E 27 APRILE AL CINEMA PALESTRINA DI MILANO

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I gemelli De Serio


roberto silvestri




I fratelli e gemelli De Serio, documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a pezzi.  Ovvero. Gli zingari rubano. Non lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e poi li sfruttano nei circhi...
Lo sgombero progressivo (e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande d’Europa, effettuato dal comune di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato (con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così "nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale del problema. 
Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini colpevoliste?  Le foto di Tano D'Amico, le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia, una vidigrafata di Paola Pannicelli e Alberto Grifi, alcuni documentari "di profondità", come la collezione A forza di essere vento (2 dvd contenente opere di Giovanna Boursier, Marcello Pezzetti, Paolo Poce e Francesco Scarpelli sull'olocausto nazista e sulla situazione di vita in Italia),  o L'udienza di Luciana Fina, sull'incontro tra papa Woytila e i rom d'Europa in occasione della beatificazione del primo santo gitano-lusitano Ceferino Gimenez Malla (mai andato in Rai, neanche in prima serata, eppure non stiamo parlando di Bergoglio). Tutti i film di Tony Gatlif, il prediletto di Guy Debord, un Soldini, un Robert Duvall, un Mike Newell, qualche opera di Tonino Zangardi, il "frammento elettrico" di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi alle prese con footage dell'immediato secondo dopoguerra che mostravano ai bordi di un ramo del lago di Como una piccola unità plurifamiliare di zingari, sopravvissuti alla caccia grossa nazista. L'Oreste a Torbellamonica di Carolos Zonars (1993), che aveva il merito di allestire una tragedia greca con gli intoccabili tra gli zingari. In Japigia Gagj di Giovanni Princigalli (cineasta italiano che vive e lavora a Montreal e dal 2003 ha un contatto continuo con la comunità barese) Daniela, detta Aida, realizza il suo sogno. E diventa, a 24 anni, top model, come una seconda Moira Orfei al massimo della forma. 

Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv). Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per venti anni prima che arrivasse il primo  sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino. Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…
I gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato, nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.  Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In questo bellissimo documentario, I ricordi del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche, nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano, chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come approfittarne al meglio.        

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