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lunedì 27 aprile 2015

Il corpo comico è non-sense. Il nuovo libro di Alessandro Cappabianca



Charley Chase
Mariuccia Ciotta



Diffidate di chi dice “vado al cinema per farmi quattro risate”. E' un complice del potere consolatorio, di una comicità che compiace villain e intellettuali, beati nei chiché di ogni tipo, mentre “il Comico può essere sovversivo, sì, ma in quanto rivela l'inconsistenza delle pretese del senso” e le “impettite certezze del reale”. La formula è estendibile oltre l'immagine della comicità e fa da passe-partout a tutto ciò che frantuma il conformismo, provoca una mutazione, produce uno scarto nei codici dell'ordine.

I misteri del ridere “folle” aleggiano nelle pagine frizzanti come un film dei fratelli Marx, del libro di Alessandro Cappabianca Ontologia del corpo nel cinema comico (pag. 274, euro 11,90, edizioni ente dello spettacolo) che di serioso ha solo il titolo mentre si rivolge al non-sense, dal silent-movie alla sophisticated comedy, dalle “torte in faccia” al film d'autore, fino alla scena italiana, con affondi filosofici ammalianti.

Perché si ride se qualcuno scivola su una buccia di banana? Risponde Baudelaire evocando la cacciata dall'Eden, ovvero la Caduta, scena archetipica del Comico. La nostra è una risata “luciferina”, un modo per allontanare il dolore e farsi beffe del verdetto di dio. Lo stesso che muove il ragazzetto nel celebre corto dei fratelli Lumière L'innaffiatore annaffiato, ovvero prendersi gioco dell'etica (borghese) del lavoro. E qui entra in scena Henri Bergson, il filosofo di L'evoluzione creatrice e autore di Saggio sul significato del comico, che parla di “brezza profumata” dell'infanzia e del suo sottrarsi alla logica adulta del prodotto e del profitto, o meglio del “senso”. 
 

La risata come “esplosione terapeutica dell'inconscio”, la risata “barbara” è quella che piace a Walter Benjamin, e origina La battaglia del secolo a colpi di quattromila torte spiaccicate sulle facce di Stanlio e Ollio, capaci di catalizzare le gag di altri illustri e meno conosciuti corpi comici, come i dandy (muti) in bombetta Max Linder e Charley Chase, maestri e “rivali” di Chaplin. In particolare il dimenticato Chase (ma non da Cappabianca), “fisico snello, asciutto, elegante, senza nulla di fisicamente buffo”, ma così maldestramente surreale e dotato di fantasia eccentrica da concepire la più bella storiella (il libro ne è zeppo) “senza senso”. “In The Rat's Knuckles (di Leo McCarey, 1925) è il geniale inventore d'una trappola per topi 'umanitaria', che non uccide il topo che vi capita dentro ma 'lo fa vergognare' (appare un pupazzo che lo sbeffeggia)”. Il senso, però, lo ha eccome, non certo “comune”, tanto che ha ispirato Hitchcock per una scena esilarante in Intrigo internazionale, quando Cary Grant fa di tutto per farsi arrestare e snocciola le sue malefatte a un agente che gli risponde: “E non si vergogna, giovanotto!?”. 
Buster Keaton
 

Il libro ha una densità impossibile da restituire nel suo percorso che tocca oltre a Harry Langdon, Charlie Chaplin e Buster Keaton, entrambi amati dai surrealisti (Aragon compone la poesia Charlot mistique), anche se Chaplin fu messo da parte con l'uscita di The Kid (Il monello, '21) perché troppo “sentimentale”, giudizio che ancora pesa tra i critici schierati con l'uno o con l'altro. Quando tutti e due toccano i vertici dell'assurdo poetico, i corpi sospesi in una ultrarealtà, corpi lunari. Artaud (di cui l'autore del libro è grande conoscitore) preferiva il Chaplin delle origini, “meno umano”, più crudele. Eppure proprio il primo Charlot è stato modello di Mickey Mouse, anarchico e generoso supporter rooseveltiano, e Monsieur Verdoux è un assassino di vedove in uno degli ultimi film di Chaplin ('47).

Cappabianca dà un'interpretazione più profonda della coppia di “avversari” chiamando in gioco Gilles Deleuze e la formula della “grande forma” (situazione-azione-situazione trasformata) e della “piccola forma” (l'azione svela un aspetto della situazione, che dà inizio a una nuova azione). Chaplin è per la “piccola”, e Deleuze lo inquadra mentre di spalle sembra scosso dai singhiozzi (la moglie lo ha abbandonato) quando in realtà sta agitando uno shaker per farsi un cocktail. Variante di un passo irresistibile di Jerome K. Jerome con la bambina che guarda rapita il cielo oltre la finestra, ma quando si gira rivela che l'estasi è dovuta a una succosa caramella. Spostamenti infinitesimali e rimandi. “Argonauta del sogno”, “architetto dadaista per eccellenza”, Keaton “innalza il burlesque alla grande forma” e ne sapremo di più nell'analisi avvincente dei suoi film.


Spazio anche a Harold Lloyd, il bravo ragazzo americano con la paglietta e gli occhiali tondi, che chissà perché finisce sempre appeso al pennone di un grattacielo o al celebre orologio. Il suo senso funambolico, però, sfida le vere protagoniste (attrici, sceneggiatrice, registe) del cinema comico delle origini, Mabel Normand, Clara Bow, Marion Davies, Gloria Swanson, Mary Pickford, Marie Dressler, Beatrice Lillie... “frutto di una smisurata rimozione”, sottolinea Cappabianca, che dedica un capitolo alle “Funny Ladies”. Discorso a parte, che non consiste in una compassionevole attenzione per le attrici dimenticate. Sono loro, prima di tutti, a “rivelare l'inconsistenza del senso” nella demolizione sistematica del gender, nel passaggio dall'epoca vittoriana alla modernità, nella risata diabolica contro simboli e potere. 

Beatrice Lillie
 

L'avventura continua con il Lubitsch-touch (radiografia della commedia sofisticata), il Picchiatello Jerry Lewis, l'architetto dell'impossibile Monsieur Hulot e approda alla “Comicità all'italiana: la resistenza del corpo”, ricognizione sulla risata delle “pratiche basse” ma anche alte, da Fellini a Monicelli, con un omaggio a Maurizio Grande, che scrisse pagine insuperate sulla commedia nostrana e sulle sue maschere (Totò, Sordi, Manfredi, Tognazzi, Gassman...). 

Sterzano dalla tradizione Ciprì e Maresco e Nanni Moretti, sul quale Roberto De Gaetano ha scritto un libro che colpisce nel segno l'opera del regista-attore fino a Mia madre, basta citare il sottotitolo: Lo smarrimento del presente. Eduardo De Filippo chiude Ontologia del corpo nel cinema comico, prima delle “considerazioni conclusive” dove troviamo Roberto Benigni e il suo Pinocchio “incompreso” (almeno per me).
Marion Davies


Alla fine, è la mobilità imprevedibile del trasformista - quello che prima è di carne e poi di legno, che fugge alla forma, che si sottrae alla logica, che cambia e rinasce - la magnifica virtù della comicità. “Che il corpo del comico sia caratterizzato da questa particolarità, di superare la morte ogni volta trasformandosi?”


giovedì 23 aprile 2015

Go Fish. Iran e Tanzania vincono Skepto 6 grazie ai pesciolini


    






   
"Not anymore, a story of revolution", di Matthew Van Dyke (Usa), che ha vinto a Skepto 6 la sezione dei corti documentaristici
Roberto Silvestri 

    Sesta edizione di Skepto Film Festival, uno degli oltre 100 festival italiani dedicati annualmente ai cortometraggi. Nel poster acquaceo alla fuori orario una giovane filmmaker sub inabissata è circondata da balene. Non cetacei, giganteschi mammiferi, ma pesciolini in pericolo, rossi o gialli, da salvare (anche in senso metaforico) in realtà sono stati i grandi protagonisti della manifestazione. L'iraniano Fish and I che ha vinto il festival e Shadow tree (Tanzania) dell'indiano  Biju Viswanath, premio speciale per la sostenibilità ambientale, attraverso la metafora del pesciolino fuor d'acqua e in fin di vita da soccorrere (e sono un cieco e un bambino squattrinato degli slums che si faranno in quattro per loro) ci avvertono. L'acqua è il grande problemo del momento. L'acqua avvelenata e inquinata dell'Africa in particolare. Ma l'acqua è anche un elemento assassino. Chi affoga nel Mediterraneo, i profughi che adesso se la dovranno vedere contro chi gli vuole affondare preventivamente le loro barche della speranza, scappa da guerre aizzate proprio dalle stesse grandi potenze occidentali e medio orientali che versano lacrime di coccodrillo. E non sarà mai salvato da questa Ue, dall'establishment wahabita, sciita e dell'Unione Africana. E' dal basso che si deve ricreare una coscienza etico politica della globalizzazione. Ribeliamoci contro i padroni delle acque. L'immaginario Ponyo seduce dunque i filmaker emergenti e vince. Nonostante il contributo culinario (di altissimo livello) di un noto chef carlofortino specializzato proprio in piatti di pesce, e di tonno in particolare, Luigi Pomata, miglior catering di festival dell'anno, senza discussione.
   
    Premi a parte, vediamo come erano i cortometraggi in concorso della rassegna cagliaritana principale, sempre molto affollata, che si è svolta dal 14 al 18 aprile scorsi nella saletta dell'Hostel Marina, all'Auditorium e al caffé Savoia. 50 ore di programma, 120 shorts provenienti da 52 paesi. Daniele Lucca presentatore impeccabile, con o senza microfono, momento di commozione maggiore nel corso della proiezione speciale di un lungo, diretto da Marilena Moretti, Walking with Red Rhino-A spasso con Alberto Signetto, intenso ritratto a tutto tondo di un cineasta indipendente che veniva dai cineclub e dalla distribuzione alternativa, esegeta e allievo di cineasti estremi ed estremamente politici come Robert Kramer e Theo Angelopoulos, poeta fedele sempre al dogma della assoluta coerenza morale e del rigore espressivo come patente di libertà, indocile ai compromessi di mercato e che è stato per molti anni l'anima estrema e ribelle dell'appuntamento cagliaritano. Il premio dedicato ad Alberto Signetto è stato assegnato dalla giruia composta da marilena Moretti e Alberto Signetto al documentario belga, ma di set african, Yaar di Simon Gillard. La Film Commission della Sardegna ha invitato parallelamente al festival decine di produttori provenienti da tutta Europa che hanno visitato le location più adatte e discusso progetti e sceneggiature da girarsi nell'isola. Nevina Satta che dalla film commission è il presidente ha intrecciato l'iniziativa alle giornate festivaliere appoggiando altre iniziative di Skepto collegate alla ecosostenibilità. 
    Ero in giuria assieme a Mariuccia Ciotta, un critico catalano che adora l'horror spinto e fa parte del gruppo di Sitges, Diego Lopez, due cineasti inglesi emergenti, il regista Matthew Butler e la produttrice Tori Hart (di Fizz and Ginger Films) e un cineasta neosurrealista da tenere d'occhio, Matt Willis-Jones che vive in Norvegia ed è stato anche il creatore degli effetti speciali di Batman Begins (tutti i riconoscimenti sono stati dati all'unanimità, quasi senza discutere).
    Tra le miriadi di manifestazioni internazionali dedicate agli short bisogna pur trovare qualche altra "testa di serie", al di là delle sezioni specifiche della Mostra di Venezia, di Torino e Roma non sempre attente all'off e all'off-off.
    Certo, Invideo di Milano è la regina della sperimentazione. Poi c'è Ancona. E lo Short Film Festival di Ca' Foscari, per i saggi di scuola. Cagliari, per la sua vocazione mediterranea, potrebbe diventare un ponte indispensabile tra Nord e Sud, il punto di raccordo con l'altra sponda, anche per un glorioso passato fenicio in comune con la Tunisia. E anche per l'occhio e la sensibilità transculturale dei selezionatori, Stefano Schirru, Francesca Vacca e Riccardo Plaisant la triade artistica di Skepto.
    L'Arcipelago dei festival "corti", per lo più organizzati in piccoli centri e possibili solo grazie a un volontariato entusiasta, è un antidoto all'invisibilità di questi film e rapresenta un bel segmenti di mercato o se si specializza maniacalmente (paranormale, cibo, sport, rurale, povero, "un minuto", ambiente, diritto, psicoanalisi, paura, transculturalità...) o se fa girare i film che saltano più all'occhio, passandoseli l'un l'altro. Si realizza così nei fatti quella specie di agognata distribuzione capillare sogno di ogni filmmaker indipendente. Valentina Carnelutti, l'attrice quest'anno all'opera prima con il bellissimo Recuiem (in gara anche a Cagliari) ne sa qualcosa perché con il suo film sta facendo da mesi un fortunato giro del mondo.
    Il regolamento di Skepto prevede la presenza di opere realizzate negli ultimi tre anni. Dunque non si è vittima della guerra per accaparrarsi le anteprime mondiali o internazionali e scoprire il capolavoro a tutti i costi. L'esigenza è quella di proiettare i film più audaci, seducenti e innovativi, tra quelli inviati in Sardegna o che hanno già fatto incetta di premi, a un pubblico attivo e competente, e con la migliore qualità tecnica possibile (ed è il direttore organizzativo Mauro Montis che ne garantisce la qualità).
    Le altre sezioni in competizione all'auditorium di Cagliari riguardano le ossessioni del decennio fatte genere: cartoon, doc, horror-splatter, sperimentazione, comicità, lavoro-non lavoro, clip musicali e corti eco-sostenibili. Per la lista completa dei premi cliccare su http://www.skepto.net/it/content/skepto-international-film-festival-2015-premi-e-menzioni-speciali. Dalle sezioni collaterali segnaliamo almeno tre film, il cartone animato darwiniano-bergsoniano che ha vinto il premio di categoria, Pandas, dello slovacco Matus Vizar, una modesta proposta per risolvere il problema dell'estinzione degli orsacchiotti op-art, che forse derivano dall'Orca Marina ma che mai penserebbero di diventare, per sopravvivere, dei goduriosi topastri affamati di tutto fuorché di canne di bambù... l'altro cartone animato, ancora più innovativo nello stile e nella concezione grafica, Dwarf Giant, di Fabienne Giezendanner, gioca con e sull'immaginario inuit (Francia/Svizzera) mentre Ladiri di Andrea Mura ci spiega che le case fatte di mattoni di fango e paglia secondo una antica tradizione sarda del sud erano molto più fresche d'estate e calde di inverno di quelle di cemento che le hanno sostituite. E che forse ci sono in giro attivi giovani architetti (europei e africani) capaci di ridare linfa a questa arcaica tecnica costruttiva ecosostenibile i cui ultimi maestri stanno scomparendo (e che Mura ha intervistato).   

 


     LA BAMBINA  di Ali Asgari (2014, Iran)

Narges, l'attrice Sahar Sotoodeh (a sinistra) e l'amica, Faezeh Bakhtiar
L’orrore quotidiano metropolitano diurno e notturno che paralizza sadicamente una ragazza, anzi quasi di una bambina-madre, Narges, è ben descritto in questo come negli altri tre precedenti corti di Asgari che mettono sempre al centro i conflitti tra teocrazia e libertà femminile. Nascondere agli occhi di Tehran un bimbo appena nato e senza padre, perché comunque la donna non è sposata e non ha le carte in regola, e stanno arrivando dalla campagna i genitori retrogadi, cercare addirittura una "grotta", un ostello per sole ragazze per esempio, dove nasconderlo per qualche notte, è già esageratamente cristologico per un paese islamico drastico, ma essere costrette a chiudere un bebé nella borsa, e a narcotizzarlo un pochettino, trasforma quel gesto estremo in una critica feroce allo stato di cose vigente. Amir Naderi, infatti, ama questo corto, ancora proibito in Iran.
Difetti del film, in originale intitolato Bacheh? Farhadi, Panahi, Kia­ro­stami come angeli custodi e "cintura di sicurezza" di un lungo compresso in 15'. In più il frastornante cicaleggio urbano delle due amiche in strada, sull'autobus, al bar, con qualche simbolismo di troppo. Inoltre si dà per scontato un rapporto poco laico con l’aborto (permesso dal 1978 ma con notevoli restrizioni che stanno peggiorando la legge dal 2005). Se però i film iraniani di regime colpevolizzano inguaribilmente la donna che si svincola dalla famiglia, che non fa la moglie, che non sta ferma nel posto stabilito e che non sta mai troppo attenta ai figli perché pensa più ai balocchi e ai profumi, qui si rovescia tutto, con calma, e la critica moderata ma sanguinosa, è al regime-donna che non sta attenta come dovrebbe alla libertà dei suoi figli. Li spia ma non li assiste né si preoccupa dei suoi problemi. Pensa troppo ai balocchi-armi e ai profumi-affari.
Alì Asgari, pluripremiato autore di 4 corti, che hanno fatto il giro del mondo dei festival da Cannes a Venezia, dal Sundance a Capalbio, vive da 5 anni in Italia (uno dei produttori, Riccardo Romboli, è italiano).
La cosceneggiatrice del film
La cosceneggiatrice è anche lei una regista, Farn­nosh Samadi. E sono sue le arabescate e sottili variazioni sulla complicità e amicizia femminile che si infrangono contro leggi assurde che non si possono e alla fin fine non si vogliono abbattere. Il destino è scritto, la tragedia inevitabile, come si direbbe tra le righe in un qualunque film di Farhadi.







        
    THE FISH AND I di Babak Habibfar (Iran) 

E' il cortometraggio molto corto che ha vinto il primo premio. Un cieco urta sbadatamente in cucina il vaso del pesciolino rosso, che va in frantumi. Come salvare la vita del piccolino, visto che la stanza ha un buco nel centro e l'acqua sta pericolosamente sgorgando via? Semplice, denso, poetico, politico suspense-short antisistema. La dolcezza armata dei minori e delle minoranze oppresse di qualunque tipo sbriciola il potere e dà colore alla vita, anche dove vince il bicromatismo, il bianco e il nero. Non solo a Tehran. Sono le 50 sfumature di grigio a contare. 



         DESINTEGRATION di Alvaro Martins  (Spagna) 

Splendida pubblicità, a ritmo battente, per Syriza e Podemos.  La crisi economica produce qualcosa di ostile alla crescita, l’alienazione postumana. La metamorfosi è irreversibile. Difetti. Rimane un certo automatismo patriarcale della situazione che si tramanda, nell'immaginario, da padre in figlio.



DETOUR di Michael Kam (Singapore)  

La metropoli congestionata, sessuofobica e stressante rende impotente il controllo e la difesa dei bambini distraendo i genitori e i figli maggiori e favorendo le opportunità per la pedofilia violenta. Soprattutto perché il papà è meno consapevole. O i papà tutti? Un aumento di autoritarismo è possible? E' auspicabile?



   
    IT’S NOT ABOUT YOU ANYMORE  della belga Louise De Groet

Crescere è andare in giro per il mondo, all’avventura, anche con una bicicletta e uno zaino e imparare a non uccidere i sentimenti e le passioni, per quanto conturbanti siano, a non cancellare il prossimo fino a dimenticarsene. La memoria, anche se inquieta e a volte imbarazza, è fertile. Metafora di un paese che rimuove la memoria storica e con troppi scheletri nell’armadio questo film ha il sapore della scuola di cinema, anche se ben seguita.



FORTUNE FADED  di Alexander Heringer (Germania) 

Quasi un piano sequenza senza stacchi di oltre 3 minuti dentro uno spazio fotografico in 3D e un tempo reversibile ma di semplice decodifica. Perfomance tecnica poderosa su una struttura narrativa un po’ troppo standard. Triangolo scoperto, litigio, tragedia, fuoco, pompieri….



BERLIN TRIKA  di Andrej Gontcharov (Germania)

Ecco com’era la guerra fredda, una bomba pronta a esplodere, almeno secondo la vulgata tradizionale….Atmosfera Le Carré e set e performer di  accademica precisione, anche se l’originalità di questo summit è data dal primo piano affidato non ai plenipotenziari di Usa e Urss, ma ai loro traduttori, assai più diplomatici e dai nervi quasi sempre saldi e sempre baipassati e maltrattati.    



GREENLAND di Oren Gerner (Israele)

La casa nel verde giardino. Padre madre e figlio che sta traslocando. Leziose inquadrature che ci trascinano nell’intimità di rapporti familiari intensi e di routine. La casa lo sappiamo è il centro del problema di Israele, anche Gitai ce lo ha spiegato. Ma qui la storia è messa fuori dalla porta. Nessuno racconta perché e come gli israeliani sono diventati campioni mondiali di Greenland. Ma chi si ricorda bene Chinatown sa bene cos'è successo, come si fa a trasfrmare il deserto in campo da golf, e perché Polanski è ancora perseguitato in California, fingendo che sia per altri motivi... 



ANTS PACT  di Benjamin Martins (Germania)  

Casermoni, teppisti, adolescenza difficile e pasoliniana tra clienti di sesso e ragazzi di vita. Difficile produrre poesia. A volte riesce, basta un tocco surreale ogni tanto.



HIOB di Marco Gadge 

Stilizzato alla maniera di un noir. Ma noir è sì un’ atmosfera cupo, un piovoso ambiente metropolitano, ma non si imita tanto dal punto di vista visivo, con le ombre sui muri e tanto nero spalmato sull’immagine. E’ barocco scontro di poteri. Lotta all’ultimo sangue. Qui si arriva a sangue versato



DEUS IN MACHINA di Nicola Piovesan (Italia)

       Le note a piè immagine, la voce fuori campo, lo sberleffo, l’ateismo     demenziale, la  fantascienza che più povera non si può, la sensibilità stracult, arricchiscono questo esercizio stilistico di stravaganze brillanti ma anche ripetitive.    





RECUIEM di Valentina Carnelutti (Italia)

La morte vista con gli occhi di un bambino e di una bambina… O forse cancellata. Fuori schema, fuori format. Fuori moda. Un grottesco poetico sul gioco macabro della morte al lavoro.



THE CANARIES KNOWS di Kaltrina Krasniqui (Kossovo)

La guerra, proprio dal punto di vista di chi l’ha vista in faccia e ha perso i cari e ha visto sopravvivere e forse vincere anche i peggiori. L’umorismo impensabile di quei giorni di bombardamenti che questa veterana del doc usa come arma di consolazione, svisata rock insofferente al corto. Come se fosse un promo per un lungo a venire





EXTRAS di Nele Jeromin (Germania) 

Un film visto, e rovesciato, dalla parte degli ultimi, le comparse, come se fosse Hollywood Party di Blake Edwards o Anna di Grifi. Ma anche tra le comparse c’è chi ha la presunzione di credersi il capo. A lui gli si dà una bella lezione. Corto perfetto, senza battuta finale.



THE NEW MUSIC  di Nicolas Lebun e Francois Goetghebeur (Francia)

Menzione speciale della giuria per l'alta qualità della tessitura narrativa e il rapporto suono immagine. L'incubo orwelliano di una società a una sola dimensione ipercontrollata è originalmente isolato al solo mondo della musica, anche se la dittatura dei ‘suoni unici’ è tutto tranne che utopia negativa. La carica fantascientifica si contamina con il taglio mockmentaristico, e la situazione dell’industria discografica contemporanea, nonostante qualche frase fatta francofortiana, appare in tutta la sua mostruosità. Ma per chi è abituato a Sanremo.... 



SERORI  di Pedro Collantes  

Signora molto matura molesta implacabilmente il minore molto ingenuo per vendicarsi di suo padre. In Giappone. Film olandese, sessualmente esplicito, diretto da un montatore  spagnolo, particolarmente perfido. Questa insalata di culture è esplicita nel duetto in auto, acido ed eccentrico. Che costituisce la scena madre, il cuore del film. Alla fine è un pamphlet edificante contro la violenza ai minori.    



TACCO 12  di  Valentino Vestoso

Se in Italia vige la dittatura delle commedie i giovani cortisti ne approfittano per sembrare più estremi e ne deformano lo spirito, le rendono indigeribili, fermandosi sulla soglia dello sketch e della parodia fuminea. Come in questo caso: la satira demenziale del mockumentary, ripetitiva, non manca però di guizzi comici noteboli. Ma se il kitsch affonda nel kitsch non c'è conflitto.



SCRABBLE di Bjorn Hartel (Svizzera)

Un corto talmente perfetto per incastri narrativi, recitazione, idee di fondo e settotesti metaforici, da sfiorare la noia accademica. Purtroppo cede sul finale con il colpo di scena immancabile (per accedere ai finanziamenti pubblici).



0,60 MG. di Gerard Rodriguez (Spagna)

L’estrema unzione della movida barcellonese in questo semidocumento sui rave party sotto tutela poliziesca, tra droga sesso e rock’n roll rigorosamente spintonati nel fuori campo. Come vogliono i poteri forti   



BAR di Pascal Flörks(Germania) 

Simbolo di Berlino e dunque mito esoterico nazionale, ci sfuggono le infinite sfumature umoristiche di questa satira, dallo schema ripetitivo, del documentarismo biografico formato Bbc basato sulle fotografie del “grande personaggio” del passato ormai defunto, che in questo caso diventa il papà del narratore, un Orso immortalato in istantanee storiche significative e demenziali.



SEQUENCE di Carles Torrens

Siete propio voi il mostro che, la notte scorsa, ha sconvolto i sogni di tutta la comunità che vi circonda. La vostra dolce metà, la vicina di casa, il proprietario del bar dove lavorate, i clienti tutti, il commesso di un drugstore, il rapitore di quel drugstore... Tutti scappano da te, ti odiano, ti vorrebbero morto. Ma l'incubo in cui siete spofondato è solo all'inizio.... Menzione speciale della giuria. Possiede quel certo non so - come se un episodio di Ai Confini della realtà fosse affidato a un cineasta spagnolo irriverente di oggi - che differenzia un buon prodotto da un eccezionale gioiello. Una magnifica, originalissima storia, grande ritmo, sceneggiatura perfetta, effetti speciali imprevisti e insostenibili, azione danzante, suspense, leggeri tocchi di umorismo, conturbanti e improvvisi detour gore e recitazione giusta. Si vede che è il frutto della scuola spagnola aperta da un genio dell’horror contemporaneo, Brian Yuzna, al cui capolavoro Society ci si ispira filologicamente in una delle scene ‘madri’ della commedia horror. Yuzna, assieme ai padri dell'horror estremo statunitense, Coscarelli, Henenlotter, Tobe Hooper e Craven sono stati costretti dal mercato e dalla censura impliciita al silenzio o al detour commerciale. Per questo Yuzna è fuggito, come Ornette Coleman in rue Monsieur Le prince a Parigi negli anni 60 per salvaguardare le scoperte del free jazz, e ha cercato una sponda e una complicità europea alla sua urgenza politica di produrre immagini adeguate alle mostruosità post umane che si compiono oggi, da Guantanamo al Mediterraneo, da Parigi a Aleppo...Affinché lo spettatore sappia distinguere l'orrore dal torpore. Il regista è del 1984, catalano di Barcellona. Non c'era a Cagliari. Adesso, dopo Appartamento 143, un horror cha ha girato e sconvolto il mondo, è diventato famoso ma sta continuando a fare shorts, come Hide and Seek e (dedicato espressamente a Moretti) M for Mom. Cineasta interessantissimo e da tenere d'occhio....


5 WAYS TO DIE  di Daima Papadaki (Cipro) 

Molto ben costruita questa commedia macabra che crea, attraverso un perfetto amalgama tra immagine e dialogo, tonalità Hitchcock e dissonanze Monthy Python, un sistema di attese diametralmente opposto alle aspettative. L’unica cosa non sorprendente purtroppo è il grande finale sorprendente troppo accuratamente preparato …..



A BETTER PLACE di M&M   

Deliziosa parodia di una doppia serie di film, quelli europei, sentimentali e miserabilisti, sulla monocultura calcistica nell’Africa nera, unica soluzione alla povertà totale, e quelli africani sul desiderio di emigrare da una condizione di indigenza e di sottosviluppo. Qui il regista spagnolo parla invece di ragazzi neri di  passaporto spagnolo che non vedono l’ora di andarsene da questo paese orribile e senza futuro. Insomma di scapparsene al più presto…dalla Spagna.



WITH BEST REGARDS di Bernard Wenger (Germania) 

Corto a sketch, ma rovesciato e un po’ banalizzato. Tipo: le donne al volante sono tutte un disastro….Se rimorchia un uomo va tutto bene ma se rimorchia una donna, che non è abituata, lo fa a suo rischio e pericolo. E soprattutto sono guai per tutti




LIVE - IN DIRETTA di Wenceslao Scyzoryck (Spagna) 

La crisi e la Spagna. Ci si vende al reality show. Ma la situazione è davvero tragica e neppure la tv ti salva, anzi… Grottesco non privo di spunti deliziosi ma anche costretto al colpo di scena finale, cui si arriva attraversando non pochi luoghi comuni del genere ‘quinto potere diabolico’.

 

CHIGGER ALE - HERE COME THE PROBLEMS  di The Misterious Fanta Ananas (Etiopia) 

Migliore colonna sonora (Club Moral compresi) tra tutti  i corti di Cagliari e premio dadà per questo inno alla vita notturna africana che si sottrae a ogni classificazione di filone e genere. Un’ eccentricità lisergica che si dedica ai freaks delle boite di Adis Abeba (e di tutto il mondo), che chissà cosa devono inventarsi per far fronte alla disperazione (qui una divisa e i baffetti da Hitler) senza i quali ubriacarsi e ballare tutta la notte e divertirsi non sarebbe la stessa cosa.    

  




martedì 21 aprile 2015

Quella sporca dozzina. Quando i cinema occupati danno lezione di mercato al circuito commerciale. Il Palazzo di Roma e l'horror invisibile in 35mm. Dal 14 maggio


di Roberto Silvestri

Se il film si trasforma per sempre in file potrebbe cadere vittima di una maledizione... Attenzione, infatti, al monopolio del digitale. Non è solo questione di omologazione dell'offerta cinematografica. La cautela deve essere perfino tecnologica e commerciale. 

In archivio, senza adeguato controllo quinquennale delle copie, i file elettronici possono perdere per sempre interi frammenti o sequenze (se non se ne fanno copie anche in pellicola)... E' già successo. 
E poi la proiezione in sala buia con il cono luminescente vivente pulviscoloso e incorporato e una corposità differente di immagine e di suono, un certo fascino in più lo conserva, anche perché l'analogico aiutava la mente a inventare definizioni e spazi e pause e interferenze "oltre" il visibile. Per questo il cinema era chiamato, da una bella rivista universitaria americana, la trappola di luce vellulata. 
Il ritorno del vinile e della densa riproduzione analogica mono qualche cosa dovrebbe poi insegnarci. E poi. Grazie anche alla voce grossa di Quentin Tarantino (che mesi fa ritirò clamorosamente i suoi film dalla Cineteca di Lione perché Thierry Fremaux, il direttore di Cannes, voleva proiettare la sua retrospettiva utilizzando solo copie digitale), il desiderio di 35mm o di 70 mm vellutati sta diventando una domanda mercantile in più e anche una questione di politica dell'immaginario per nulla passatista. Il libro non sparisce con l'Ipad. 
Così è una grande notizia quella del ritorno del vero cinema, quello in pellicola, al Nuovo Cinema Palazzo di Roma. Almeno per 4 giorni dal 14 al 17 maggio. Mentre tutto il mondo del cinema in è in costa azzurra e dunque le esperienze underground sono più eccitanti e blasfeme. E speriamo che il cinema vero prossimamente conquisti anche le altre zone liberate dell'immaginario romano (zone fantasmatiche comprese, Valle ex occupato, Cinema America, Angelo Mai, Nuovo Cinema Aquila che ha subito mesi qualche decapitazione sciagurata nei vertici artistici per misteriose volontà dei vertici amministrativi, e mi riferisco al caso Max Vattani). Perché questa inversione di tendenza, quasi un rovesciamento di fronte, ci dà anche una indicazione di quello che potrebbe diventare il senso in più del cinema off off, parallelo, autonomo, marginale, indipendente davvero, in un prossimo futuro.
Grazie all’occupazione della sala del quartiere San Lorenzo avvenuta nel 2011, che ne ha permesso il salvataggio dall’ennesimo scempio e cambio di destinazione d’uso, il Palazzo è diventato da tempo un importante centro di elaborazione critica e di attività culturale e politica; ma la proiezione in 35mm è rimasta a lungo un sogno nel cassetto. Siccome ci vogliono circa 65 mila euro per realizzare una digitalizzazione sala come si deve (sezione riproduzione del suono compresa) molte sale strappate alla speculazione dei centri storici potrebbero costruire un circuito ombra Cinemeccanica/Pio Pion....
Sensibile alla questione della conservazione, preservazione e restauro delle pellicola 35mm, richiesta oggi a gran voce da altri cineasti autorevoli come Christopher Nolan e Martin Scorsese, il regista e produttore indipendente Michele De Angelis ha deciso di aprire le porte della propria collezione privata di film in 35 mm e di organizzare una rassegna di rari horror movies anni settanta. Quando Coscarelli, Henenlotter, Yuzna, Hooper e Craven gareggiavano in audacia, non subivano pressioni censorie di sorta e il genere visse un momento di eccitante e aurea effervescenza.
Con la collaborazione di Interiora Horror Fest, l’evento, prodotto da Kinoglazorama International e Nuovo Cinema Palazzo, si svolgerà, in quattro giorni, questo "Michele De Angelis Horror Picture Show" kermesse che scodellerà 12 film piuttosto introvabili sia sul web che nelle estinte videoteche e che hanno ispirato i lati più dark ma non ancora emersi delle generazioni successive, più pudiche e controllate.
Per l’occasione, un proiettore cinematografico classico ed un nuovo schermo installato in sala renderà possibile la manifestazione.
Film bis statunitensi, spagnoli, canadesi, inglesi e italiani divenuti invisibili cult, trascurati dalle tv, perfino da Freccero, inediti in home video e pizzicati solo tra i buchi neri del web, torneranno a brillare nel buio dello storico cinema, introdotti da Michele De Angelis con un ospite diverso, scelto tra critici, scrittori e registi che mai trovarono Henry pioggia di sangue una boiata pazzesca.
Lupi mannari teenager, vampiri, laboratori terrificanti, squartatori e scienziati folli, bambini killer, possessioni demoniache, reincarnazioni, ferocissimi sciami assassini, viaggi nel tempo e topi super intelligenti...  "Un campionario completo - scrive De Angelis - di incubi di celluloide che, nell’era della dominazione digitale, segnano il ritorno ad un celebrato passato; ad una parte imprescindibile della nostra storia.



Giovedì 14 Maggio:
– ore 18:00
L’ULTIMA CARICA DI BEN (Ben) USA – 1972, 94 min. | Regia di Phil Karlson
– ore 20:30
DEMONIO DALLA FACCIA D’ANGELO (Full Circle) UK/CANADA – 1977, 98 min. | Regia di Richard Loncraine
– ore 22:30
IL MISTERIOSO CASO PETER PROUD (The Reincarnation of Peter Proud) USA – 1975, 105 min. | Regia di Jack Lee Thompson

Manitù lo spirito del male di William Girdler
Venerdì 15 Maggio:
– ore 18:30
MANITÙ LO SPIRITO DEL MALE (The Manitou), USA – 1978, 104 min. | Regia di William Girdler.
– ore 20:00
DOORS, ITALIA/USA/MACEDONIA – 2012, 11 min. | Regia di Michele De Angelis.
– ore 20:30
L’UOMO VENUTO DALL’IMPOSSIBILE (Time After Time), USA – 1979, 112 min. | Regia di Nicholas Meyer
– ore 22:30
L’ALTRO CORPO DI ANNY (Legend of the Spider Forest), UK – 1971, 91 min. | Regia di Peter Sykes





Sabato 16 Maggio:
– ore 16:30
LE MESSE NERE DELLA CONTESSA DRACULA (La Noche de Walpurgis), SPAGNA – 1971, 82 min. | Regia di Leon Klimovski
– ore 18:30
BEES – LO SCIAME CHE UCCIDE (The Savage Bees), USA – 1977, 90 min. | Regia di Bruce Geller.
– ore 20:30
E SE OGGI FOSSE GIÀ DOMANI? (Voices), UK – 1973, 91 min. | Regia di Kevin Billington.
– ore 22:30
MA COME SI PUÒ UCCIDERE UN BAMBINO? (Quien Puede Matar A Un Niño?), SPAGNA – 1976, 107 min. | Regia Narciso Ibanez Serrador


Domenica 17 Maggio:
– ore 21:00
DOVEVI ESSERE MORTA (Deadly Friend), USA – 1986, 91 min. | Regia di Wes Craven.
– ore 23:00
FUTURE ANIMALS (Day of the animals), USA – 1977, 97 min. | Regia di William Girdler

Web: nuovocinemapalazzo.it

lunedì 6 aprile 2015

Per Ciro Giorgini, pioniere dei club cinema, militante di Fuori Orario e della lunga marcia della cinefilia non celibe

Ciro Giorgini
Roberto Silvestri 


Fondatore coraggioso del cineclub militante L'Officina di Roma, negli anni 70, quando tutta la ricchezza del cinema era sotto sequestro (pubblico e privato) e ci volevano dei guerriglieri bolscevichi lì, in quei cantieri estetico-sociali, al Filmstudio 80, al Politecnico, all'Occhio l'Orecchio e la Bocca e al Labirinto, per snidarli e liberarli. I Lubitsch, i Lang, gli Ophuls, persino i Visconti e i Murnau.... E soprattutto il lavoro su Welles, cineasta dalle mille versioni, dai cento finali, dal montaggio infinito, dai materiali sparsi in tutto il mondo e da trovare come in una caccia al tresoro. Il gioco che Ciro preferiva e in cui eccelleva....

"Bolscevico" poi neanche tanto perché non aveva l'arroganza di chi è dalla parte della maggioranza. Il detto "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà" descrive abbastanza bene uno sguardo dolce anarchico e amaro.
 



Poi eminenza grigia, fin dall'inizio, dello staff di Fuori Orario, che quegli archivi inaccessibili ha aperto, creato e socializzato per sempre.
Analizzatore implacabile della memoria visiva televisiva, dei "20 anni dopo", entomologo mai indifferente dell'immaginario, radiografo di "veline" e blobbista attentissimo, dotato di occhi cubisti, e dunque degno allievo di Dziga Vertov.
 

Studioso fertile di classici e anticlassici, di Orson Welles, ma anche di John Ford, di Roberto Rossellini, di Adrej Tarkowski, di cui era capace di afferrare sempre il senso segreto e post geometrico delle immagini e delle sequenze, almeno prima che il digitale mettesse tutto in discussione con la sua maledettissima definizione assoluta, perché ci avevano insegnato, dentro e fuori le istituzioni, a scavare nelle apparenze e trovare il male e il bene (anche di una panoramica e di una carrellata che sono le carezze e i pugni del cinema) dove meno te lo aspetti.  Più si vede oggi e più ci si confonde.....(vedere per questo l'intervista in tre puntate sul sito ... ovviamente... di Quinlan)


Carattere appassionato e ribelle, e dunque un critico e cinefilo dal cuore sempre acceso, mai settario né fondamentalista. Stimolo appuntito e pungolo affettuoso del nostro lavoro di "gazzettieri matriciani nostrani" al manifesto (dal 1980 al 2012). 

Esperto tra i più attenti alle forme nuove e alla sperimentazione, me lo ritrovai perfino al fianco di Sulmonacinema, a immaginare una rassegna concentrata sul nero, non solo sul noir..... Tessitore di cicli e super cicli raffinatissimi è stato impegnato da sempre, più di tutti noi, nelle battaglie politiche e culturali cruciali, e fino all'ultimo respiro. Ma soprattutto caro amico e amico, arguto e prezioso, di fb.
E' morto oggi, Ciro Giorgini. Tra Pasqua e Pasquetta. Risorgerà ogni volta che si proietterà in 35mm, come Cristo comanda, un film di Welles. 

Un grande abbraccio a tutta la sua famiglia, e anche a quella allargata degli amanti del cinema, cioé di una vita diversa. Non somigliava a nessun grande attore o cineasta del passato. Era uno dei nostri divi. Con Roberto Farina, Enzo Ungari. Marco Melani. Annabella Miscuglio. Piero Tortolina. Enrico Livraghi. Gianni Menon. E Fiorenza e Angelo Vittorioso...e Vittorio Rivolsecchi e....

Ciro Giorgini a 18 anni (dal suo tito Facebook)

mercoledì 1 aprile 2015

L'altra heimat Cronaca di un sogno. Prima della Germania, prima del 1848. Edgar Reitz

Roberto Silvestri




Eppure questa volta, anche se siamo in piena Germania, anche se alle porte di una guerra civile improvvisa - per mancanza assoluta di libertà e perché le idee del romanticismo si sono ormai diffese capillarmente ovunque - e tutto dovrebbe avere una sua logica, Hegel è morto solo da 11 anni, sembra un grottesco di Raul Ruiz. L'Heimat altra, e un po' fuori di testa, piuttosto che L'altra Heimat, la patria da portare nel cuore anche se si è lontani. Bizzarro, estremamente strano, questo nuovo lavoro di Reitz che fu alla mostra di Venezia. Quasi un prototipo di dramma ottocentesco, ma dionisiaco e a retrogusto surrealista, l'incipit della mega Saga. 

Clima da Maestri cantori di Norimberga (anche se la Norimberga wagneriana è in Baviera e non è la Nurnberg di questi aspri paesaggi renani croce e delizia di Gernot Roll, il direttore della fotografia ex Ddr, alla caccia di un visuale plausibile) anche perché il villaggio è tutto ricostruito in un altro villaggio, a Gelhweiler, ricoprendo le facciate esistenti con "muri fedeli all'epoca". I costumi originali dell'epoca secondo una leggenda metropolitana erano ben custoditi in Brasile. Falso. Tutto rifatto. Scegliendo corpi bassi e magri, perché così si era all'epoca. E dentro le case galline pecore capre, maiali mucche, si fila la tela, appena fuori si ferrano i cavalli. Jakob (il protagonista del film, Jean Dieter Schneider) litiga con il padre e il fratello ex militare e che gli soffia la fidanzata, lui sa leggere e scrivere, come tutti perfino nelle campagne sperdute renane perché così hanno deciso i prussiani dal 1810 (servirà a far pagare le tasse con più precisione?), è difeso dalla mamma e dal nonno complice nel salvataggio dei preziosi libri, si coltiva il vino non molto distante... e si canta e si danza, ma solo nei giorni comandati dal calendario pagano. Ovvio che la figlia, traditrice, dei Simon, che ha sposato un viticultore cattolico subisca l'ostracismo. E' quasi un rito obbligatorio. E poi tutto si ricucirà con il tempo. E' quasi uno scherzo della natura che chi per tutto il film perseguirà la sua utopia di diserzione dall'oppressione, la fuga da quel mondo in cerca di nuovo mondo, sarà l'unico a doverlo gustare, il suo diritto inalienabile alla felicità, solo dentro la sua immaginazione. E non perché scritto, e controfirmato, sulla costituzione del suo paese.  Il paradiso in testa era il titolo originario del film di Reitz.

Nonni anarchici e messianici che si fanno capire con il cuore nonostante le incurabili malattie della vecchiaia; soldati che sembrano usciti da un telefilm di Zorro feroci e maldestri; ragazze che si denudano all'aria pura, anticipando i consigli libertari di Rudolf Steiner, ma solo per curare le malattie della pelle rotolandosi sull'erba delle colline secondo il consiglio della fattucchiera. Vendemmie e, poche settimanale dopo, un'insurrezione effimera e presto domata del vino novello (i tumulti del popolo sono così rari al cinema...). Eppure un gesto irreversibile. Di non ritorno. Come le rivoluzioni di primavera. 

E ancora. L'apatico e apateo Jacob, il figlio inetto e trasognato di un fabbro che invece di lavorare scappa nelle fratte per leggere e leggere e diventa un linguista sopraffino, un autodidatta che ne sa più del naturalista, esploratore e botanico Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt (Herzog nel film), e parla alla perfezione tutte le lingue al di qua e al di là del rio delle Amazzoni e dimostrerà perfino che la cultura umanistica e quella scientifica, altro che Urbani o Berlinguer, non sono due cose differenti. Chi ha gusto estetico è l'anima della crescita perché sviluppa meglio la tecnologia. A un tratto appare perfino una specie di abate Faria, nella segreta di una abietta prigione prussiana... Spettacoli di musica bahiana, all'improvviso in osteria, perché l'Imperatore del Brasile Dom Pedro II ha bisogno di manodopera tedesca nel Rio Grande do Sul e nel nuovo mondo il sogno di ricchezza diventerà realtà. La Germania è terra d'emigrazione, come oggi Ghana e Nigeria. 

E si sente che l'aria è elettrica. Che i sovversivi ci sono e perfino di notte li spiano. Che non si possono più pagare balzelli esosi ai signorotti, mentre muoioni i bambini denutriti dei poveri. E alla minima siccità tutti devono abbandonare le care terre degli avi...E ti sbattono in galera senza avvertire dove e fino a quando e se ci sarà un progesso. Le rivendicazione della Lega dei comunisti (appare sulla zattera, d'improvviso un manipoli di rivoluzionari, e trascina con sé Jacob, per una notte di gioia e utopia sulla zattera) diventano la sottotraccia del film, come se un suggeritore, ai piedi dello schermo, le recitasse subliminalmente. Un programma che sembra piuttosto moderato, da partito democratico: 

1. La Germania deve andare verso una repubblica unitaria e unica, aboliamo la monarchia e l'assolutismo feudale.  
2. Suffragio universale (arriverà solo nel 1919).  
3. Nel parlamento i rappresentanti degli operai e dei contadini hanno diritto a una diaria, se no ci andranno solo i ricchi (tanto per ricordare un po' di storia al M5S). 
4. L'esercito deve essere composto dai lavoratori, così si mantiene da solo. 5. Gli oneri feudali, i tributi, le corvée, le decime che pesano sulla popolazione contadina sono aboliti senza alcuna indennità.  
6. I possedimenti fondiari feudali, principeschi e altri, tutte le miniere, cave, etc, vengono trasformati in proprietà statale.  
7. L'agricoltura deve essere esercitata in grande, con le più moderne risorse della tecnica, per esempio con le macchine a vapore.  
8. Le ipoteche sulle proprietà contadine vengono dichiarate proprietà statale. 
9. Nazionalizzazione delle banche. 
10. Nazionalizzazione dei trasporti   
11. Stipendi uguali per tutti per i funzionari pubblici (indennità per i figli a parte). 
12. Separazione completa tra Stato e Chiesa. I ministri di culto devono essere mantenuti solo dalle proprie comunità.  
13. Limiti al diritto ereditario sulle proprietà. Introduzione di forti imposte progressive e abolizione delle tasse sui consumi.  
14. Nazionalizzazione delle industrie strategiche.  
15. Istruzione popolare gratuita e obbligatoria.  
16.  amministrazione della giustizia gratuita.. 

Antonio Bill (Jettchen) con il signorotto locale. Ama Jakob ma sposa Gustav, suo fratello 
Si capisce dal film, e soprattutto dal fuori campo, da ciò che già succede nelle città, che i lavoratori sono pronti a dare battaglia. Stanno arrivando le "due rivoluzioni" del 1848, con i proletari che abbandonano il terreno legale di scontro e con la borghesia, gracile e vile, che fa altrettanto "perché - scrive Marx - la controrivoluzione è una rivoluzione". E noi lo sappiamo bene, in questi decenni, cosa significa.  Una borghesia che non riesce, come a Londra, Milano, Parigi, come a Vienna, come a Berlino e in tutta Europa, a essere ancora se stessa, e a far suo quel semplice programma democratico, preferendo sacrificare "la scienza alla fede", "l'idustriosità all'eroica pigrizia" e "il telaio a vapore al telaio a pedale". E si allea per paura con il nemico di classe, il militarismo prussiano e con l'assolutismo aristocratico degli zar e degli austriaci.  Il libro da consigliare di leggere dopo la proiezione, e visto che ci si sta avvicinando al punctum, all'anno di svolta del XIX secolo, è il Quarantotto di Marx ed Engels.
   
Erede di Roberto Rossellini e dell'école du regard, interprete di una poetica anti-spettacolare light, "nessuna drammaturgia del suspense", fautore di un cinema che abbia lo charme dell'università popolare, che capovolge cià che le università impopolari insegnano, ma anche anticipatore della sensibilità Netflix e del desiderio colpevole dello spettatore di appassionarsi a storie serie e seriali, politiche e d'amore, lunghe interi secoli, da oltre 30 anni uno degli esponenti più coraggiosi e innovativi del Nuovo Cinema Tedesco, Edgar Reitz, racconta da decenni, con intenti strabici (bisogna osservare cose che ci sono sfuggite) la storia interiore e inquieta della sua patria. Heimat. Iniziato nel 1984, con il sottotitolo Una cronaca tedesca - successo critico mondiale insuperato, dopo l'insorgenza della triade ribelle degli anni 70 Fassbinder-Wenders-Herzog - ebbe due seguiti, Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza nel 1992 e Heimat 3 - Cronaca di una svolta epocale, terminato nel 2000.
Reitz, in tedesco "stimola" (è la seconda persona singolare di un verbo), racconta la Germania da dentro, attraversando la cronaca familiare e i conflitti sociali di una specie di dinastia anti-Dallas, i Simon. Proletari, artigiani, allevatori, emigranti e poi middle-class e artisti le cui radici poggiano da sempre in un immaginario villaggio di nome Schabbach, piccolo centro agricolo dell'Hunsruck, non distante dalla Mosella, dal Lussemburgo e dal confine francese. Caratteristica della zona è infatti il vino. I superlativi Riesling, Spatburgunder, Portugieser e Pinot neri. Niente a che fare, qui, con la Germania della birra. L'uomo politico più famoso del circondario è stato il cancelliere cristiano-democratico Helmut Kohl.
E' un territorio collinoso, freddo e piovoso, sul massiccio sudorientale della Renania Palatinato e della Saarland, a maggioranza cattolica. Anche se il ceppo Simon è luterano. Treviri, dove è nato Marx, Coblenza e Magonza sono le città più importanti dei dintorni. Inutile dire che Reitz è nato a Morbach, in Renania-Palatinato. Tutti questi dati non sono inutile wikipedismo. Serviranno a capire meglio il film, perché è storicamente e politicamente molto ben conficcato in un territorio. Si tratta infatti di una epopea di insolita lunghezza, a forte necessità autobiografica, raccontata in prima persona collettiva dinastica, anche se con l'auto del fido Gert Heidenreich. 

Nelle prime 50 ore di Heimat, dal 1919 al 2000, con la mamma Maria prima, e con il figlio Hermann, musicista contemporaneo, attraversiamo il nazismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e Adenauer, il Muro di Berlino, il movimento studentesco, la lotta armata e la riunificazione, voluta fortemente proprio da Kohl. Ma questa volta la macchina del tempo ci riporta nell'ottocento. Al prequel che, per la verità, sembra per ora piuttosto il prologo di Django unchained, visto che nel film di Tarantino due protagonisti sono proprio esuli wagneriani del 1848 tedesco, così ben raccontato nelle potenzialità rivoluzionarie e nella disfatta dal giornale radicale sovversivo Neue Rheinische Zeitung di Engels e Marx.
L'altra Heimat - Cronaca di un sogno racconta invece in circa 4 ore la storia, in banco e nero, solo a tratti sporcato da magie cromatiche, della stessa famiglia, ma dal 1842 al 1844. I Simon, nonno anarchico e papà fabbro, come tanti altri furono divisi dall'emigrazione in Brasile, perché carestia, povertà, feudalesimo, autoritarismo, imposte insostenibili, privilegi esagerati dei signorotti locali costrinsero all'esodo decine di migliaia di lavoratori.