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sabato 28 marzo 2015

La Cina è vicina alla steppa. "L'ultimo lupo" di Jean-Jacques Annaud


Mariuccia Ciotta



Il Canada dell'Orso e il Kondike di Jack London sulle tracce di Zanna bianca si trasferiscono nella steppa mongola dove il francese Jean-Jacques Annaud, frequentatore di montagne e deserti, trova L'ultimo lupo, il bad woolf , mitico animale impossibile da addomesticare, simbolo del “selvaggio” come il popolo nomade di pastori che vive tra vento furioso, terra brulla e un cielo disegnato di nuvole premonitrici.

Colossale viaggio dentro l'iconografia dei Tartari, impresa titanica, produzione cinese, il film non racconta la tenera amicizia tra “lupetto”, il piccolo salvato dalla morte, e Chen Zen (Shaofeng Feng) lo studente di Pechino spedito nella Mongolia interna durante la rivoluzione culturale del 1967 per “educare” i pastori e studiare le loro condizioni di vita. Né “animalista” né favoletta antropomorfa, L'ultimo lupo è un grande cantico sulla resistenza all'autodistruzione umana più che sull'estinzione della specie dei canidi dalle lunghe zampe, gli occhi fosforescenti e il pelo folto che fa gola ai trafficanti di pellicce. Il destino è comune, la terra condivisa, il paradiso lo stesso, là dove finiranno i cuccioli stanati da buche profonde e lanciati nell'aria in un gesto rituale, ma solo quando l'equilibrio tra predatori e vittime sarà infranto.

Piani ravvicinati dei musi espressivi - i lupi, allevati al mestiere di attore in tre anni di pre-produzione, si prestano al gioco - e sequenze notturne mozzafiato con una mandria di cavalli al galoppo affiancati dal branco affamato che li porterà strategicamente a finire in un lago di ghiaccio dove formeranno un arabesco di criniere cristalline, gelide statue stagliate nel nulla.
Jean-Jacques Annaud e il suo attore Cloudy


Annaud gira in 3D il film commissionato dalle autorità cinesi che gli hanno affidato un testo prezioso, Il totem del lupo (2004), bestseller mondiale, frutto dell'esperienza diretta dello scrittore Jiang Rong, che passò più di dieci anni in missione per conto di Mao in Mongolia, e il cui vero nome è Lu Jiamin, allora giovane guardia rossa ribelle (poi arrestato in piazza Tienanmen), allergico ai diktat del partito, rappresentato nel film dallo stolto capo dell'autorità di Pechino mandato a sorvegliare studenti e pastori.

E' la Cina dell'industrializzazione travolgente, dell'aria tossica e della devastazione ambientale la protagonista in controluce, ma anche quella consapevole e sofferente di Chen Zhen, il ragazzo venuto dalla città, innamorato della terra primordiale e del saggio capo tribù, che sa bene come trattare i coinquilini lupi. Libro e film, fuori dall'esotismo, mettono in campo la questione di un patrimonio da salvare in contrasto con l'avanzare della modernità, i contadini dell'est mongolo che bonificano la terra e conquistano spazi a nomadi e lupi, nemici assoluti da sterminare. Saranno inseguiti con le jeep, presi a fucilate e sfiniti in una fuga interminabile, come succede al leader del branco, Cloudy, davanti al quale perfino il capetto cinese in divisa cede alla commozione.


Il problema non è “rispettare la natura”, ma difendersi dal suo tracollo indotto, impedire che il furto delle carcasse di gazzelle, deposte nel “frigorifero” segreto dei lupi, il lago ghiacciato, sia saccheggiato completamente e scateni l'aggressione su pecore, cavalli e uomini. In cambio della soffiata fatale, il mongolo traditore otterrà una radio a transistor. La metafora si allunga sulla Cina futura che spiana villaggi, abbatte quartieri, edifica grattacieli e collassa nello smog venefico. L'inversione di tendenza degli ultimi anni - compreso il trattamento riservato agli ormai migranti mongoli dell'ovest - è all'origine di L'ultimo lupo e dello sdoganamento del libro di Lu Jiamin, concentrato sulla relazione mai pacificata tra Chen Zen e il suo “lupetto”, allevato di nascosto, nutrito con la razione di carne dello studente maoista, difeso dalla furia del villaggio dopo il morso letale a un bambino, salvato in extremis dal frutto del progresso, la penicillina.

Il regista di L'amante (censurato in Cina), Il nome della rosa, Sette anni in Tibet ha realizzato per conto di Pechino una seconda edizione rivista del libretto rosso, che, dicono le cronache, è l'unico scritto più letto di Il totem del lupo. 
Shaofeng Feng e "lupetto"
 










mercoledì 25 marzo 2015

Il cielo sopra Gian Vittorio Baldi. E' morto il grande poeta di Fuoco! Ovvero il lato B del realismo

Roberto Silvestri




Lydia Biondi e Mario Bagnato in Fuoco! (1968) foto di Silvie Stauffacher (*)

‘Per favore fate silenzio, zitti, io non ci sono più. Sono ritornato nelle stelle’” (Gregorio in Il cielo sopra di me, sceneggiatura di Gian Vittorio Baldi)







Gian Vittorio Baldi (*)
Una parte del suo prezioso archivio è a Cesena, e un'altra parte a Lugo, dove visse gli anni durissimi del secondo dopoguerra.  La sua International Film Academy non ha smesso fino all'ultimo di organizzare seminari e lezioni ovunque nel mondo. 
E' morto a Faenza, l'altro ieri sera, a 84 anni, Gian Vittorio Baldi, l'autore dello stupendo Fuoco! (1968 di data e di fatto), congelamento barocco di una rabbia antagonista perennemente implosa e di forze istituzionali che sanno sempre deviarne l'esplosione effimera, affinché non nuoccia. Era un corto censurato del 1958, Luciano. E' diventato il manifesto metaforico della contestazione generale e del ritardo culturale del nostro paese. E' stato regista, sceneggiatore, montatore, produtture, costumista, perfino attore, romanziere, poeta, pittore, critico e teorico del cinema. 
Era nato a Bologna nell'ottobre del 1930, questo intellettuale e artista più conosciuto all'estero che in Italia, anche se è stato uno dei nostri pochi total filmmaker
Lunedì 30, alle ore 10, il funerale. Dall'obitorio dell'Ospedale Civile di Faenza si andrà a Brisighella, per la tumulazione. Non distante dal piccolo cimitero di Lugo, accanto alla Pieve del Thò, dove riposano i suoi antenati. 


Baldi con Masha Meril sul set di La notte dei fiori (1972)
Baldi alla fine degli anni 50 è stato un giovane esploratore del "cinema diretto", in parallelo telepatico con le sperimentazioni avantgarde (e tecnologicamente ben più avanzate) di Rouch, Pennebaker, Lefebvre, Maysles, Drew e Leacock. Dall'etnografia e dall'antropologia metropolitana marginale diventa il portavoce della "nouvelle vague" italiana. E' il primo, nel 1968, a girare un film (Fuoco!) in 16mm e poi a gonfiarlo in 35. A tenere fuori dalla porta lo spettacolo. E a fare entrare dalla porta una presa diretta registrata tutta fuori dall'appartemento nel quale il film è imprigionato. Nel 1975 ripetizioni, zigzagare nel tempo e ossessiva presenza del suono "live", quella della corriera sgangherata, mettono a dura prova la linearità narrativa di un'opera che si basa sul "documentarismo riscostruito" ed è storicamente identificabile proprio con i mesi del tramonto nazifascista. Lo spazio e il tempo diventano così inquietantemente indefinibili, come scrive Adriano Aprà. E L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, l'altra sua opera avulsa, perfino nella tematica resistenziale, dal far cinema in Italia in quel tempo, polemicamente attualizzava l'antifascismo contro chi usava i sacri ideali per placare i conflitti. Movimento new wave in ritardo rispetto a Francia Polonia Cecoslovacchia e Gran Bretagna... Che è ancora difficile da cartografare. Il primo Olmi. Tinto Brass. Mingozzi. Sandro Franchina. Lorenza Mazzetti (che vive a Londra, però). Di Gianni. Gianni Amico. Cecilia Mangini. I documentari di Pasolini. Forse I ragazzi che si amano (1962) di Caldana.... 



La notte dei fiori. Da sinistra Dominique sanda, Giorgio Maulini, Hiram Keller e Micaela Pignatelli
Baldi è tra i primi comunque a teorizzare e fare il cinema tutto da solo, come si fa una scultura, come si dipinge un quadro. Artigianato non vuol dire però isolamento e solipsismo. Non posso pensare Baldi isolato. La sua è una rete. L'Office National du Film del Canada. Il terzo cinema, da Glauber a Straub. Labarthes. Wiseman...E senza i suoi collaboratori e i suoi allievi attorno. E se non dentro un movimento di rigenerazione e trasgressione culturale di massa che sconvolge istituzioni, scuola, set, simbologie, pose, preconcetti, accademie, riviste.... o come un pifferaio magico che trascina dietro di sé guardie rosse per nulla fanatiche che sanno di costruire il cinema del futuro. Nella foto vedo infatti Godard, e vicino a lui prima Anna Karina e poi Anne Wiazemsky. C'è Truffaut con Fanny Ardant. E c'è anche Gian Vittorio Baldi con la moglie Macha Meril, l'attrice che della nuova onda francese fu un simbolo, come Charlotte in una Donna sposata di Jean Luc Godard e Renée di Bella di giorno di Bunuel. E che ha vissuto con Baldi dal 1969 al 1978. "Baldone", come lo chiamava affettuosamente Fellini vinse due Leoni d'oro per il cortometraggio. Fu produttore di più di 200 film. Gli sono stati conferiti più di cento riconoscimenti in vari Festival internazionali, ultimo il premio Umanidad, ricevuto al Sao Paolo Film Festival nel 2009. Gli sono state dedicate retrospettive in Francia, Finlandia, Cina, Stati Uniti, Brasile, India e in molte altre parti del mondo...


Tomas Milian a sinistra e Dacia Maraini a destra in L'amore coniugale (1969) foto di Carla Menegol
Ho conosciuto un Gian Vittorio Baldi combattivo e libertario nei primi anni 80 quando ci contattò per proporci una interessante iniziativa transculturale per Riminicinema che, avendo organizzato retrospettive di autori a lui congeniali come Robert Frank, Russ Meyer e Raymond Depardon, e teorizzando una centralità di sguardo post-coloniale, aveva la pretesa di diventare un punto di riferimento alternativo rispetto ai festival istituzionali del momento. 
Era stato proprio Baldi il primo documentarista eretico in Italia. Perché non fareva semplice controinformazione o documentazione ma raccontava "storie indigeste e marginali in presa diretta", anticipando quel movimento planetario di cineasti, oggi egemone (pensiamo a Lav Diaz, Lisandro Alonso, Weerasethakul, Marcello e Frammartino...), che combattono le parola d'ordine travestite da immagini con opere ibride che non stanno né con la Fiction né con il Documentario. I filmaker transgender...
La Biennale di Venezia dell'epoca, Sorrento, Europacinema, Taormina e altri sterminavano infatti, secondo noi, tutto ciò che di sorprendente, vitale e controculturale c'era e c'era stato nel mondo, e soprattutto nei tre mondi, imbalsamando i cineasti più tromboni tra quelli rigorosamente euroccidentali - che si erano arresi allo stato di cose vigente. "Fellini - ci ricordava Baldi - era un grande regista ma non un grande autore: non sarebbe stato un genio, senza Ennio Flaiano. Come Vittorio De Sica senza Cesare Zavattini e Antonioni senza Tonino Guerra".


Micaela Esdra in Fiammetta ep da Le adolescenti (1964)
Ci piaceva il fatto inoltre che Baldi fosse stato scrittore, sceneggiatore, pittore, critico, teorico, insegnante, produttore prima che documentarista, insomma un total filmaker indocile alla poltrona del Regista Accademico; un critico, da sinistra, del neorealismo (per la abietta pratica del doppiaggio, anche se comprensibile viste le carenze tecnologiche del secondo dopoguerra italiano); un precursore delle utopie danesi di Dogma e l'autore nel 1953 di un manifesto importante di realismo cinematografico di tipo estremista-bressoniano, "Tema e dettato" (no alla musica di commento, no al montaggio, luci naturali, presa diretta, via dagli studi di posa, attori completamente spogliati della loro professionalità e mestiere, cioé pure forme plastiche in mano al regista, etc...). Tutto questo lo rendeva particolarmente vicino alla nostra sensibilità (a quella mia, di Meldini, Farassino e Grosoli che formavano la direzione artistiche post Laudadio della manifestazione). Volevamo infatti regalare al nostro pubblico le immagini più "insostenibili" del mondo, come avrebbe detto Solanas. Trasgredire per creare, uccidere la tradizione nota e restituire al mondo cose antiche e dimenticate. La tradizione, infatti, si inventa.


La troupe di Nevrijeme-Il temporale (1999) foto di Chico De Luigi
Secondo noi bisognava così ricominciare da Alberto Grifi, Schifano, Brocani e Baldi. Da Emmanuel Peter Goldman, dal Nac di Jonas Mekas e da Holger Meins filmaker, da Moijca, Tatsumi Kumashiro, Schroeder, Saraceni e dai nuovi videoartisti West Indies di Londra e Harlem, dai neorealisti iraniani come Makhmalbaf che proprio Grosoli aveva per primo scodellato in Occidente, etc. Tramandare cioé la memoria fertile e innestare le immagini sovversive e i modi di produzioni deformanti e antigerarchici che avevano fiancheggiato il sessantotto politico con i loro esiti più coraggiosi del presente. Senza questo ripensamento generale, senza indire coraggiose "commissioni per la verità e la riconciliazione", senza esigere piena luce sul piombo che ha seppellito la meglio gioventù sessantottina e settantasettina, le accademie teatrali e i centri sperimentali continueranno a  scodellare attori falsi e retorici e cineasti di regime. Insomma la miseria del nostro cinema industriale, inguardabile fuori dall'uscio di casa. Reticente, meschino, omertoso ("Ci sono solo due autori interessanti in Italia oggi, Bellocchio e Sorrentino" amava ripetere negli ultimi tempi).  


Dominique Sanda  in La notte dei fiori (1972)
Quella "contaminazione bastarda" che porta oltre, al di là della fiction e del documentario addestrato, terrorizza tuttora l'occidente, più di Bruce Lee. Tanto che Rimicinema fu prima comissariata attraverso una interferenza craxiana nella direzione, poi uniformatisi gli enti locali alla strategia veltroniana di sterminio totale dei piccoli festival rompipalle, cancellata definitivamente dai burocrati del Pci di allora che erano culturalmente e comicamente non dissimili dai vertici del Pd di oggi.  E Baldi non riuscì più a girare lungometraggi dal 1975 al 1988 e dal 1988 al 1999 e dal 1999 al 2015....

Mi dispiace molto per quel mancato incontro professionale come mi dispiace di non aver mai bevuto i vini di qualità del professore, etichetta Castelluccio di Modigliana, azienda altrettanto innovativa e sperimentale, che ha trasformato la produzione romagnola per sempre, fondata nel 1974 (ma che oggi però appartiene alla famiglia Fiore) e si è fatta un nome con il Ronco dei Re,  il Ronco delle Ginestre, Il Ronco dei Ciliegi, e il Sangiovese di Romagna Le More e il bianco Lunaria, frutti dell'Appennino romagnolo, tra Brisighella e Modigliana. Erano, come il suo cinema, d'autore off off, come le sue avveniristiche lezioni di filmologia all'università di Lettere di Bologna del 1977, vini rigorosamente inattuali e post-industriali  che data l'altitudine, la qualità differente del terreno e il pendio dei vigneti dovevano essere trattati in maniera differente. Baldi fu il primo a introdurre il concetto di "cru".


John Steiner  e Macha Meril in L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (1974) foto di Csrla Menegol
I titoli dei lungometraggi di finzione di Gian Vittorio Baldi oggi probabilmente non dicono molto se non agli addetti ai lavori: Fuoco!, La notte dei fiori,  L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, Zen, Il temporale-Nevrijeme... Film da festival, da cineclub o da prima serata televisiva di un paese normale. E sempre con qualche problema di censura. Luciano, una vita bruciata il suo primo lungometraggio del 1963, anticipato da un corto del 1959, era concentrato pericolosamente sull'omosessualità e sulla pedofilia dei preti cattolici. Figurarsi. Lo doveva produrre Fellini che poi ci ripensò e il fim uscì solo nel 1967, sulle ali del movimento... Per non parlare di Fuoco! il cui protagnousta osava sparare alla statua della Madonna il giorno della processione del 15 agosto, però andò in gara a Venezia. O dei film prodotti, Porcile e il documentario militante Anni duri alla Fiat, tratto dall'autobiografia di Giuseppe Dozzo, un confetto avvelenato regalato agli Agnelli di tutti i tempi che andò in onda sul primo canale Rai solo perché fu imposto dall'Associazione Licenziati per Rappresaglia politico-sindacale.  Io li vedevo a Roma, nelle università occupate o al Nuovo Olimpia e al Filmstudio. Ma lui, in Italia era l'anormalità pura. 


Gian Vittorio Baldi
Credo che sia stato il primo a fondare negli anni cinquanta dei club di cinema rigorosamente aperti ai soli documentari, ai cortometraggi e al "cinema libero". Come Aki Karismaki, come F.F. Coppola e come Desire Ecare, e anche come la collega Madonna, Gian Vittorio Baldi era un regista-viticultore. Faceva parte dei poeti che si contaminano con la terra e con i terrestri. In un viaggio in Cina che ho fatto con lui e Tatti Sanguineti, la sua cultura del cibo e del vino (mai sbandierata) ci consentì un contatto inusuale con una cultura culinaria strepitosa. Un bel po' di beat c'era in lui. Sensibilità internazionale. Rispetto e generosità con l'Altro. Aveva seguito scupolosamente, e interpretato genialmente, le direttive del commissario del popolo Lawrence Ferlinghetti:
"Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete".  



Gian Vittorio Baldi sul set di "Fuoco!" foto di Silvie Syauffacher (1968)
Baldi scendeva sempre, dappertutto. Uno speleologo dell'immaginario. Che inizia a radiografare l'Italia, e in particolare Roma e Torino, a cominciare dal basso, dai vicoli e dai vicoletti più nascosti, entrando ospite gradito nelle case dei paria: le prostitute di Via dei Cessati Spiriti, 1959; i ladri e i bar dei coatti di via dei Cappellari (Luciano, il corto, 1960), i sottoproletari e le domestiche di Roma (Ritratto di Pina e Via delle Domestiche, entrambi del 1960); gli emigranti del sud a Torino e le loro vite impossibili (Il bar di Gigi, 1961). 


Mario Bagnato in Fuoco! foto di S.Stauffacher
Scende anche indietro nel tempo, fin tra i repubblichini di Salò. Per la Rai realizza dieci documentari sulla storia d'Italia  dal 1898 al 1948, dall'uccisione di un re a quella della Monarchia. Il suo realismo non ha niente a che fare, però, con le real cose. Nell'82 in Anni luce decostruisce la manipolazione della comunicazione perpetrata da Mussolini e seguaci travestiti, tra il 1922 e il 1950, mentre nell'aria si odono già i maneggi P2 di TeleLombardia. Scende anche nel quartiere Zen-Zona Espansione Nord (1988) al fianco di due sacerdoti di Palermo, Suor Chaira e Don Luigi, che si oppongono a violenza, mafia, droga e prostituzione coatta e delinquenza minorile con ogni mezzo necessario. Al di là dei confini geopolitici consentiti scende in Bosnia, nel 1999, nella Sarajevo martoriata e saccheggiata dalla guerra più assurda e invisibile, se mai ve ne fu una non tale. E un usuraio cristiano ortodosso non fa bella figura con i bimbi musulmani orfani di guerra. Baldi si imbrattava, si cospargeva letteralmente di realtà. Realtà era anche, nel 1996, tornare, oltre 50 anni dopo, a Marano sul Panaro, e ricostruire la lotta anti nazista in Memoria della Resistenza (1996). Il Lato A ma soprattutto il Lato B della realtà lo provocava. Altro che neorealismo e necrorealismo e iperrealismo. Lui era un realista dai mille occhi che non considerava mai la realtà sovrana, se osservata da un solo punto di vista. Troppo poco individualista, il suo era un soggettivismo molteplice. Una anima cubista. In Magomax (2003) un tipografo preferisce imprimere non le veline di una realtà inquinata e oltraggiosamente falsata ma i sogni dei bambini e diventa così un mago. E chi è più realista di un prestidigitatore che manipola i desideri e i piaceri e vuole l'impossibile? Lo possono testimoniare non solo i ragazzi del Maggio parigino, ma anche i suoi allievi  dell'università Hypermedia, da lui fondata nel 1999. E che vengono da tutto il mondo. 


Mario Bagnato in Fuoco!
Baldi scriveva, dirigeva, montava, viaggiava, inventava marchingegni tecnologici un po' come Alberto Grifi per risparmiare sul budget (come la cinepresa a periscopio, agganciata al soffitto e maneggevolissima, che permetteva immagini ancora più ferme e selvagge che con la macchina in spalla, e utilizzò nelle concitate rirpese di follia in Fuoco!). E poi produsse, con il marchio I.d.I. Cinematografica, capolavori, senza vantarsene troppo, che oggi ci raccontano del decennio della speranza più di tutti gli special di Mieli: Trio di Mingozzi. Cronaca di Anna Magdalena Bach di Straub-Hilllet. Diario di una schizofrenica di Nelo Risi. L'amore coniugale di Dacia Marainai.  Porcile e Appunti per una Orestiade  africana di Pasolini ( il poeta gentoiluomo" lo definiva Baldi), Vento dell'Est di Godard e Quattro notti di un sognatore di Bresson. ... Stava per produrre anche il Gesù di Dreyer quando, nel marzo del 1968, il grande artista morì cadendo nel bagno. Così come svanirono per un nonnulla il primo lungometraggio che doveva dirigere Bernardo  Bertolucci, Terra em Trance di Glauber Rocha (che poi fu prodotto in Brasile) e Erendira di Gabriel Garcia Marquez che era stato suo compagno di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma....


Senza Gian Vittorio Baldi poi non starei qui a scrivere di cinema. Certo, è stato soprattutto un grande cineasta, anche se poco conosciuto dalle giovani generazioni di appassionati. Un documentarista di virulenza demartiniana, prima. Un antropologo della metropoli mutante a 360 gradi. E poi un narratore tragico. Vuol dire che non era fatto per la consolazione né per la predicazione né per i giochini sentimentali. Ma per l'insubordinazione lacerante. Un filmaker inventivo capace di strappare alla falsità della messa in scena, al F for Fake wellesiano, tutta la verità e nient'altro che la verità di una immagine vera e sporca, imperfetta e toccante, mai orpellosa né leccata. Uno Straub-spaghetti? Un po', perchè il rigore etereo con il quale gli Straub catturavano la bellezza e la dolcezza, in Baldi si faceva ironica, dionisiaca e terragna. Era anche un insegnante violentemente anti accademico di cinema vivo che, stimato e ricercato soprattutto fuori confini, feconderà a lungo l'immaginario di tutto il mondo. Ho visto personalmente all'Accademia di cinema di Pechino, dove è stato invitato per una retrospettiva e per tenere conferenze affollatissime, la stima e il rispetto che i registi cinesi della quinta generazione e oltre, come Tian Zhuangzhuang, nutrivano per lui. Un film come Fuoco ! resta un gioiello conturbante che conserva, intatto, anzi contagiante, lo spirito saggio e la temperatura infuriata di quel decennio memorabile e incancellabile di invenzioni, di lotte, di vittorie, e di sconfitte creative. 


Al festival di Syracuse, con Beverly Allen
Ma fu lui, soprattutto, a permettere la fondazione, nel 1966 (e poi a coinvolgere Garzanti e Pasolini affinché la sostenessero), di una rivista mitica di "critica-verité", anche se "più citata che letta", come sostiene oggi uno dei suoi redattori, Luigi Faccini. Parlo di Cinema e Film, di cui uscirono non più di una decina di numeri a cavallo tra i sessanta e i settanta. Pagine oblunghe come le immagini di un film di Xavier Dolan, interventi di Barthes e Jakobson, classifiche dei migliori film dell'anno che sfondavano l'orizzonte eurocentrico e hollywoodiano (la scissione con Filmcritica si era consumata proprio per colpa della improvvisa e presto abbandonata "deviazione consumistico-commerciale", forzata da Armando Plebe, che poi lasciò il Pci per entrare nel Msi, della rivista madre fondata da Edoardo Bruno e Roberto Rossellini nel 1950).  Non mancavano interviste (shock) a Carmelo Bene e interventi spacca testa di Christian Metz che comunque ci aprirono, letteralmente, anche gli occhi. Baldi mi ha raccontato che strappò dagli uffici un Bartleby di genio che ci avrebbe insegnato a dire di fronte alle immagini carcerarie che ci circondano: "preferirei di no". Adesso cerchiamo insieme le immagini libere. Era Adriano Aprà.  

(+) le foto sono tratte dai volumi "Il cinema di Gian Vittorio Baldi" a cura di Antonio Maraldi  Società editrice Il ponte vecchio 2004 Cesena. E da  "Nulle Part - Le cinema di Gian Vittorio Baldi" di Rita Asirelli, 1996 Edition Terreneuve-Rencontres Cinematographiques de Dunkerque


Il dvd delle opere di Gian Vittorio Baldi

domenica 22 marzo 2015

Vizio di forma. Paul Thomas Anderson e il suo film barocco, formalista, vizioso e meraviglioso


L'urlo di Doc Sportello terrorizza tutto l'occidente

Roberto Silvestri 

Sarà indimenticabile il 2014-2015 grazie a Vizio di forma. Questo film noir di Paul Thomas Anderson nelle sale da un mese - da vedere e rivedere - grande omaggio a Hawks, Bogart e Dorothy Arzner redivivi, nonostante la maggiore tristezza medidativa che perma oggi tutto il materiale conoscitivo di allora, chiarisce un punto poco illuminato: che la contestazione generale planetaria del decennio 60-70 è stata sconfitta, a nord e a sud, a est e a ovest, da una valanga di droga pesante scaraventata contro il movimento che ha ucciso i migliori, intossicato i cervelli e le tasche dei sopravvissuti, riempito le tasche dei cattivi, corrompendo, da allora, tutto il paesaggio. Tradimento dei chierici compreso. 

Il sax tenore Coy Harlingen, il secondo uomo sparito (Owen Wilson)
In Vietnam l'occidente è andato solo per rifornirsi di droga pesante rubata distruggere le economie altrui e togliere di mezzo la roba leggera. Da quando l'afghano nero, il libanese verde e il marocchino di tutti i tipi è ogm, tutto è cambiato. Come vuole Renzi. In peggio. E poi. Chi ci restituirà quelle belle anime teenager, vittime di troppe overdose? Commuovente che a farle rivivere ci sia il film di un pronipote nato nel 1970.
Joaquin Phoenix e Josh Brolin
Formalmente Inherent Vice è un noir senza ombre, piuttosto mette in scena il vizioso scontro tra foschia e neon, tra fog oceanico e inquinamento pop, tra penombra sexy e luccicanza della Borsa, tra la bellezza della pasticca blue e il resto dark del mondo. Tra lo spirito comunitario hippies e l'edonismo egoista individuale dei futuri yuppies, tra la Los Angeles dei surfer ribelli e dei Simbionesi tutti e quella degli square mal incravattati e vigliacchi, perché protetti da quel megafascista di Daryl Gates, il dittatore della polizia di Ellei. Surfer ribelli? A sud di Santa Monica sta per nascere (si intravede in una scena) il grande movimento culturale proletario degli skateboard. Imparare a solcare, dopo le onde oceaniche che finivano pericolosamente a infrangersi sui i piloni sopravvissuti ed emergenti del pontile crollato di Venice, anche le mareggiate metropolitane, con corpi più snodabili e hip hop, collegando e comunicando via graffiti i ghetti, sarà il nuovo sport dell'antagonismo sociale. Da allora ad oggi.  
Una band rock del 1970 non può che ispirarsi a Luis Bunuel
Stiamo ancora mangeggiando troppo i contenuti? Yes. Ma il contenuto è sempre la fase suprema della forma, come insegnarono alla scuola linguistica di Praga i formalisti russi. Certo. Se il sortilegio dell'artigianato collettivo riesce, se la consonanza tra assoli e ritmica deforma le aspettative, se i corpi degli attori penentrando nelle musiche di Greenwood (dei Radiohead), nei costumi di Bridges, nei tagli di montaggio di Jones, nelle scene di Crank, nelle luci opache e materiche di Elswit, resuscitano come personaggi a tutto tondo, comparse comprese, di un mondo che fu ed è ancora. 


Mickey Wolfmann, il miliardario svanito nel nulla....
Nel noir classico (1942-1948) il nero era candido e il bianco dei capelli luccinati molto conturbante, ma ferale. In questo caleidoscopio paranoico diluito nelle song di Neil Young, Can, Minnie Riperton e di surferband come The Marketts, lo spettro appare molto più complicato e terrificante. Ma la paranoia, insegnavano gli anti psichiatri dell'epoca come Cooper e Laing, fu la tecnica di difesa dalla famiglia e la sostanza mentale e "animale" autoprodotta che salvò molti. Per non farsi iniettare il virus della normalità e del conformismo, per sfuggire alla famiglia tentacolare era un toccasana.
Ricordando Shasta
Fenomenale, a questo proposito, il settimo libro di Thomas Pynchon (Feltrinelli stile libero), da cui è tratto questo noir groovy (e che Anderson, il più sobrio e barocco tra i cineasti visionari d'America, completa), ambientato nel 1969 sull'oceano Pacifico. Un fluxus narrativo storicamente e politicamente denso, esplicito e diretto nonostante le interferenze psicotrope della sostenza caotica dell'espressione. Troppo indigesto, insomma, il tutto, per festival e Academy Awards. La Mostra di Venezia di Laudadio, in fondo, non si scandalizzò forse per Boogie Nights, il primo capolavoro di P.T.Anderson,  rifiutandolo e facendo così diventare il Lido lo zimbello degli appassionati di cinema di tutto il mondo?
Con Shasta e Sortilège in una seduta di fumo
La detective story di Vizio di forma in fondo è cristallina. Se si racconta in modo diurno, la intravediamo nella foschia: sparisce nel nulla, e va ritrovato, Mickey Wolfmann (Eric Roberts), un miliardario losangelino che ha smesso di divertirsi ad accumulare tesori con la speculazione edilizia e cacciando i neri dalle loro povere case e gentrificare a forza di corrompere politici e Lapd. Insomma un uomo d'affari che è "impazzito", secondo le categorie capitalistiche vigenti. Ritrovarlo, per un detective di Gordita Beach, però non risolve la faccenda. Non è stato assassinato da quella femme fatale della moglie, ma perché la Cia lo nasconde e protegge?
Jade (Hong Chao)
Oppure si può raccontare l'indagine in modo notturno, al neon: un detective privato che vive sulla spiaggia della Los Angeles meno fighetta, Doc Sportello (Joaquin Phoenix),  ex militante dell'Sds californiano di origini italiane, coi sandali di gomma e gli amici surfer proletari, ha trovato un cocktail innovativo (hascisc, marijuana e lsd) per allargare la coscienza, risolvere il caso di Wolffman scomparso, zigazagando nelle notti buie e tempestose tra: 1. una fumata infinita sul suo divano; 2. una fiamma antica impossibile da dimenticare (Shasta Fay Hepworth, Katherine Waterston) che riappare, ama Wolfmann e chiede aiuto; 3. un membro della Black Guerrilla Family, Tariq Khalil (Michael Kenneth Williams), politicizzatosi in galera anche troppo, visto che ha trovato convergenze parallele perfino con i suprematisti ariani; 4. una bionda dark lady di miserabili e commercialistiche ambizioni; 5. un poliziotto coriaceo e completamente fuso, perché anche gli sbirri sadici hanno un'anima e delle mogli virago (il tenente Christian F. "Bigfoot Bjornsen cui Josh Brolin regala nevrotici e ambigui retrogusti comici); 6. l'avvocato inesperto di Doc, ma involontariamente efficace perché sa tutto di diritto marittimo (Benicio Del Toro è Sauncho Smilax); 7. un dentista cocainomane e pedofilo fino all'iperbole (Martin Short è il più tenero degli squilibrati nel ruolo del dottor Rudy Blatnoyd); 8. uno strozzino assassino che avrebbe fatto impazzire di gioia Russ Meyer per le sue passioni naziste  9. l'avvocato Crocker Fenway (il redivivo Martin Donovan, l'alias di Hal Hartley) che tutela i segreti indecifrabili di una strana organizzazione che si chiama Golden Fang, Zanna d'oro, come la misteriosa goletta manovrata dalla Cia per commerciale eroina e oppio dall'Estremo Oriente, controllando così il 70% del taffico mondiale di droga. ma allora eravamo ancora senza internet e Lassange...
Joaquin Phoenix
Doc, che entra nel labirinto e va a istinto e tentoni, proprio come San Spade, riesce a non sbroccare del tutto e resiste a una serie di aggressioni criminali, interne ed esterne alla Lapd, fino a aggiudicarsi una piccola fertile feconda vittoria "morale", proprio come il Movement imporrà con ogni mezzo necessario la fuga dell'esercito Usa dal Vietnam, Laos e Cambogia (bombardata illegalmente per 5 anni dal criminale internazionale Nixon). Meriterà i soldi di chi lo ha ingaggiato, la tenera casalinga Hope Harlinger (Jena Malone), l'ex tossica che non trova più il marito, Coy Harlinger (Owen Wilson), sassofonista tenore di una surf band di Topanga, diventato lurido informatore e spia dell'Fbi per colpa  della dipendenza dalla droga pesante che lo aveva trascinato, a poco a poco, tra le braccia dell'ignominia e dell'autodegradazione. Ma solo chi cade può risorgere.
In cerca di roba
Raramente un film di Hollywood ci ha restiutuito la gravità di quel frangente di storia e la tonalità erotica altissima di quegli anni. Cosa consiglieremmo a un ragazzo di oggi per capirci qualche cosa? Certo Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. I doc di Emile De Antonio e Attica di Cynda Firestone. Ma tra il materiale meno specialistico? Psych-out di Richard Rush, Gli ultimi bagliori di un crepuscolo di Robert Aldrich, forse e Charlie Varrick di Don Siegel... Poco altro.
Paul Thomas Anderson
Il modello implicito a cui il nostro Doc, l'anti-eroe si ispira, ovviamente degradandosi nel mondo delle sostanze non pesanti tipo il whisky, è certamente il Marlowe, da quello classico alla versione di Paul Bogart che è proprio del 1969. O Moses Wine detective di Jonathan Kaplan, che è un militante della controcultura. E gli Shaft o i detective neri di Chester Himes. Ma il modello esplicito è Sharlock Holmes, l'indagatore analitico e induttivo della Soluzione di cocaina al sette per cento (romanzo scritto nel 1974 dal cineasta e produttore Nicholas Meyer che nel 1976 sarà un ottimo film di Herbert Ross). 
Non sorprende infine la centralità della donna in questo film noir così sganciato dall'epoca nella quale il noir nacque e prolificò grazie all'improvvisa presa di potere delle donne nella società Usa visto che gli uomini erano tutti a combattere in Asia e in Europa e Eleonor Roosevelt favoriva l'ascesa. Un intellettuale d'oggi di 45 anni non potrà che rovesciare anche gli ultimi bagliori di maschilismo sessantottino e l'abietta caricature che ne fece la Manson Family. Visto che il romanzo e il film si svolgono proprio durante il processo alle girl adoratrici del loro guru rock, del musicista assassino strabico

Con il vice procuratore distrettuale Penny Kimball (Reece Witherspoon)
Qui invece Doc è solo il finish, il sintetizzatore, l'ottimizzatore finale di una band di donne che in qualche modo lo manovrano affettuosamente. L'uomo di fatica di una strategia femminile di rivoluzione totale: Shasta, la sua ex; Penny, la nuova fidanzata, donna in carriera e magistrato affascinata dal comportamento schizofrenico a singhiozzo; Jade (Hong Chau), ovvero il simbolo asiatico della rivoluzione sessuale che emerge perfino al Chick Planet, club di massaggiatrici artistiche; Japonica (Sasha Pieterse), la ricca rampolla fedifraga, antenata e erede di Winona Ryder come ragazza destinta a scappare da tutte le famiglie e da tutti manicomi e correzionali per adolescenti; Sortilége, l'ex impiegata di Doc che conosce tutta la storia anche prima che avvenga, perché vede cose che noi comuni mortali non conosciamo, e infine la saggia zia Reet, che deve nascondere di certo un passato da wobblie...
Shasta, in particolare, la sua ex ragazza (Catherine Waterston, rediviva spirito libero, quasi una Babara Hershey), un ex grande amore, "eravamo gli unici due a non bucarci e per questo avevamo un sacco di tempo a disposziione per noi due", ma che ormai si sono lasciati, ma a stento, anche per il gusto di riacchiapparsi, pentendosene, di tempo in tempo, perché lei  osa intraprendere viaggi lisergici molto più pericolosi e radicali, anche nell'ambiente dei nuovi pescecani che stanno divorando la megalopoli. Ha un tale nto da Mark Davies. Senza la sua spinta, senza la sua lucidità paranoica, degna di un William Burroughs (a cui era dedicato tra le righe The Master), senza il suo erotismo dispiegato internamente nella scena più hot del film, non si capirebbe la miseria etica, estetica e erotica delle Manson Girls, le assassine per errore di Sharon Tate e dei suoi sei amici. 

L'involuzione della dark lady
Dicevamo che il fluxus narrativo è storicamente e politicamente denso, esplicito e diretto. Nel libro tutte le ramificazioni e i collegamenti sono più spiegate. Ma nel film non si sono note a pié pagine, eppure c'è tutto nello sfondo e se si sta attenti: il conflitto in sud est asiatico con tutto il carico di droga pesante che viene scodellato negli Usa; i maneggi di Hoover e dell'Fbi contro le black panthers e i fratelli di Soledad; il presidente, dal 1968, Richard Nixon e il governatore della California, dal 1967, Ronald Reagan, che privatizza tutto, anche i manicomi; il famigerato capo della polizia di Los Angeles che scatena i suoi scagnozzi come Robert Aldrich mostra in I ragazzi del coro e i motociclisti nazisti mille uso descritti da Al Adamson e Roger Corman; i disordini di Watts e il maccartismo che ancora avvelena il fuori scena di Hollywood, costringendo attori decaduti a pentirsi in maniera immonda per sfuggira alla lista nera e alla miseria nera.... E dunque la recensione merita una inquadratura politica. La citazione iniziale del romanzo è: "Sotto il selciato c'è la spiaggia", che è la celebre scritta su un muro di Parigi, del Maggio 1968, e che è anche il titolo di un capolavoro del Nuovo Cinema Tedesco, diretto da Helma Sanders-Brahms. Un film che riflette profondamente sulla sconfitta del sessantotto europeo come questo sulla sconfitta strategica del Movemen da berkeley alla Columpia a Kent. Ma il titolo del film che vuol dire?
Il romanzo
Un uovo che cade si rompe. Una finestra di vetro va in frantumi alla minima pallonata. Un martire imbottito di dinamite salverà la pelle a stento, se spintonato... Insomma un "vizio di forma" nella costruzione interna di cose, persone e istituzioni innesca potenti forze autoannientatrici. Ma la crisi (tutti gli artisti stanno elaborando sulla stessa incerta situazione economico-sociale planetaria, e Paul Thomas Anderson in Il petroliere e The Master ha indagato su cruciali rivolgimenti ottocenteschi e post bellici, economici e spirituali) che vizio di forma è? 
Un “vizio di forma” speciale perché tutela e conserva la sostanza inalterabile di un modo di produzione e di un way of life, non solo ormai privi di antitesi (perfino nella Cina comunista, dopo la fine della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) ma che senza ritmiche crisi traumatiche (i vizietti di forma?) non troverebbero preziosa linfa per la loro metamorfica espansione spaziale e crescita volumetrica. 
Japonica guida senza patente

La periodica crisi capitalistica ha ingigantito (dalla metà dell’800 ad oggi) e reso sempre più potenti e totalitari i trust Usa. Le leggi anti-trust infatti sono state create solo per tutelare meglio il complesso ‘militare-industriale’, per scatenare e favorire lo schiacciamento e assorbimento degli imprenditori medio-piccoli e come pura arma antisindacale, per impedire  l’organizzazione orizzontale e "monopolistica" dei lavoratori, che dovrebbe essere unitaria al di là del tipo di lavoro, del sesso e dell’etnia e della religione degli iscritti ma che in Usa è sostanzialmente proibita proprio...dall'Anti Trust (e Renzi, invidioso, sta studiando il sistema per scodellare quell'intuizione geniale anche in Italia). 
Ma tra vizio di forma e vizio “innato”, quello che per esempio la ruggine provoca lentamente al ferro distruggendolo, c’è una sottile differenza. In inglese Inherent Vice infatti è anche quella clausola che impedisce alle assicurazioni di pagare per un’automobile che abbia preso fuoco da sé, per combustione spontanea… Insomma è quel difetto innato e nascosto che causa il deterioramento di una proprietà, senza mettere in discussione il principio della proprietà privata. 
Benicio del Toro, l'avvocato
Il film Vizio di forma invece mette proprio in discussione la proprietà privata tornando all'epoca d'oro della controcultura e della new Hollywood quando si credeva che l'Era dell'Acquario insorgente avrebbe spazzato completamente via il vecchio mondo e le decrepite classi dominanti per accogliere come si deve il Paradise Now. E lo fa senza senza urlare, come avvienive invece tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta in un verso di Ginsberg, in un assolo al sax soprano di Coltrane o alla chitarra di Hendrix o in un inseguimento esplosivo cormaniano di macchine. Il tempo degli slogan, anche poetici, è finito.

Martin Short nelll'imitazione di Al Pacino in Scarface
Siamo ben dentro un film d'azione morale, alla maniera di Altman, Siegel e Aldrich, cineasti “revenent” che guidano la mano di Paul Thomas Anderson, un filmaker talmente viziato dal dettaglio formale delle sue opere da destabilizzare i critici più accademici e gli spettatori più conservatori. Il “vizio innato” è la rapacità. Greed contro Greed. Rapacità dei piccoli criminali (i Robin Hood, i terroristi pacifisti, gli hippies che vogliono cambiare il mondo) contro la rapacità dei grandi colossi (i cartelli) che ne vogliono costruirne uno ancora più sadico e infernale. 

Sortilége (Joanna Newsom), l'ex dipendente di Doc e voce off
E per finire la scena very hot .....




venerdì 20 marzo 2015

Foxcatcher. La privatizzazione delle medaglie olimpiche









Roberto Silvestri 

Bennett Miller, sofisticato regista newyorkese di Truman Capote A sangue freddo, che sfiorò l'Oscar nel 2005, e di un film sul baseball, L'arte di vincere (2011),  è stato premiato per la regia a Cannes 2014 con questo film da camera, anzi da tappeto, che ha però aspettato mesi prima di uscire nelle sale di tutto il mondo, nonostante il grande successo critico conquistato sulla Croisette e una serie infinita di premi e riconoscimenti raccolti soprattutto, e stranamente, nei festival nordamericani (San Diego, Los Angeles, Santa Barbara....). Come se avesse lasciato di stucco l'ambiente intero. In Usa il divieto è ai 17.
Il regista Bennett Miller
Il film spettacolarmente è di grado sottozero, senza mitra, boati, esplosioni continue né cecchini. Introverso, piuttosto. Puritano negli effetti speciali, visivi e sonori. Neanche una battaglia stellare in 3d. E allora? Perché questo successo? Certo le finzioni ben conficcate nella storia piacciono molto. Qui poi siamo al colmo. Un film sul 1984. Un anno owellianamente non proprio qualunque. Il film di genere biografico, inciso nella storia e non nella fiaba, oltretutto, vive un grande momento. Ma il copione sportivo di E. Max Frye e Dan Futterman va oltre il drappeggio abituale. Non si fa l'apoteosi dell'eccellenza. Piuttosto si analizza la zona dark dell'eccellenza. Dell'individualismo sfrenato.  Dell'ossessione per la vittoria. 
Si radiografa il Potere Assoluto. Un tempo si sarebbe detto: studia come è fatto il cervello dell'alta borghesia. I meccanismi psicologici profondi e superficialissimi che collegarono nel decennio Ottanta e oltre gli interessi planetari delle multinazionali a una nuova generazione di politici super liberisti e senza scrupoli morali (da Thatcher a Reagan) che ne appoggiarono senza se e senza ma i rapaci e ambiziosi disegni strategici. Abili abbastanza, diabolici come nei meeting della Spectre, questi Adolfo Celi della politica che si è arresa all'economia, da convincere l'opinione pubblica che quello era il momento giusto per sbarazzarsi della palla al piede del comunismo sovietico e del capitalismo sotto ogni tipo di tutela statale e di controllo pubblica.  A livello finanziario. A livello immaginario. A livello agonistico.  Prendiamo uno sport che era rimasto ai tempi di Milone di Crotone. I cui campioni poi provengono tutti dall'Impero del Male. Azerbajani, cubani, russi, georgiani, khomeinisti...I cui praticanti, anche nordamericani, prendono non più di 20 dollari per tenere conferenze promozionali nei licei. E trasformiamoli in super star strapagate... capovolgiamo tutto. Rivoluzione.
Finalmente approda anche nei multiplex italiani questo film fuori schema, di cupa atmosfera e di bieca bellezza, che nella superficie si dedica alla passione americana per uno sport "minorissimo" (così come Whiplash è l'elogio di uno strumento musicale che per l'occidente tutto resta inguaribilmente minore) e così poco anglo-yankee come la lotta libera, specialità da sempre piuttosto caucasica o mediterranea, perfino siriana e iraniana... 
Channing Tatum (dietro) e Steve Carrell
Bennett Miller rende però più commestibile questa disciplina eccentrica ed esotica ricollegandosi proprio alle recenti emozioni patriottiche sportivo-mediatiche ben maneggiate dalle Corporation, alla sottile analisi  di odio/amore, aggressività/affetto che regna tra fratelli atleti antagonisti e a un fatto di cronaca drammaticamente vero. L'omicidio reale, dal contorto retrogusto omosessuale, ma anche dal lucido valore metaforico, di un campione del mondo che coinvolse il manager, direbbe Renzi l'imprenditore, della squadra olimpica statunitene di lotta libera, John Eleuthére, erede della famigerata dinastia chimica duPont. Polvere da sparo, dinamite, plutonio i ferri del mestiere della big company, usati spesso anche contro i propri nemici di mercato... Il rampollo duMont è stato, in questo caso, il primo uomo al mondo a privatizzare uno sport olimpionico. A dimostrare che si può privatizzare qualunque cosa. Il tribunale, il carcere, il manicomio... E perfino le emozioni più intime e profonde delle persone. Ma piuttosto che essere biomacchine vincenti che ne direste di tornare ad essere esseri umani liberi e anche perdenti? Infatti. 

Ricordate Questa terra è la mia terra? E' il titolo di un film di Hal Ashby tratto da una celebre ballata militante di Woody Guthrie, il folk singer comunista (e oltre) che ha raccontato le lotte operaie, trionfi e sconfitte, dai wobblies alla Depressione fino all'era di Roosevelt. E' il cuore musicale antagonista, anche nella interpretazione lamentosa più che battagliera di Bob Dylan, incastonato come leit motif in Foxcatcher, il cacciatore di volpi, thriller sportivo poco patriottico che però sventola, orgogliosamente e più volte, e sul pennone olimpico più alto, la bandiera statunitense. Ma, come avviene in America Sniper, più vediamo una pletora di bandiere americane, più cala il prodotto interno lordo di sciovinismo.
La produttrice Megan Ellison
Il film è come uno sformato che mescola strati comici, tragici e grotteschi, cotto con appassionato distacco politico e concentrazione formale sovrumana da Bennett Miller, neanche 50 anni, che non si può certo definire un filmaker prolifico. Produce il "cavallo di razza" Megan Ellison e si gode a tutto tondo davanti all'esibizione, fuori e dentro il tappeto, di un trio elettrico di attori, meravigliosamente allenato, formato da Channing Tatum, Mark Ruffalo e soprattutto da Steve Carrell. Commediante di razza, prosciugato fino a farne paurosa volontà di potenza, Carrell si è esplicitamente ispirato al comico decomicizzato Jerry Lewis di King of Comedy e implicitamente al Divo di Sorrentino, per quella sorta di "maschera di Viareggio", a espressione fissa e congelata, che indossa dall'inizio alla fine, in una pefetta imitazione di Toni Servillo.


Steve Carrell
Lo sport di cui si parla è molto tattile, muscoloso e tecnico. Divenne la disciplina prediletta dagli americani, all'epoca. Riguardatevi le statistiche. La lotta libera ebbe la sua epoca di gloria. Il campione di cui si parla è l'olimpionico del 1984 Mark Philip Schultz (Channing Tatum), medaglia d'oro alle Olimpiadi di Los Angeles nella categoria dei pesi medi, quella che va da 74 a 82 kg. Il crimine di cui tratta è l'omicidio di suo fratello, ex lottatore, pesi welter (da 68 a 74 kg), Dave Leslie Schultz (Mark Ruffalo), medaglia d'oro anche lui a Los Angeles e allenatore della squadra americana di lotta libera alle, relativamente disastrose, Olimpiadi di Seul del 1988 (due ori, un argento, due bronzi, rispetto alle sette medaglie d'oro e ai due argenti di Ellei). Crazy for you, ovvero Vision quest, con Matthew Modine (un film del 1985), spiegò bene l'inebriante ed effimera passione per il wrestling classico (e non ad alto tasso di simulazione, come quello commerciale) che, come un virus, conquistò gli States. Il film fa capire come fosse ormai ad alto tasso di simulazione anche uno sport dilettantesco tipico come la lotta libera, di greca tradizione olimpica. Vi ricordate i nostri lottatori



Il padre padrone della lotta libera statunitense, Mister duPont (Steve Carrell)

E il film è dedicato sia a quella improvvisa ossessione nazionale per uno sport così “bulgaro, turco e sovietico”, e dunque storicamente “minore” (ma che i network televisivi Usa trasformarono nello sport reaganiano per eccellenza, visti i trionfi californiani) sia ai “piaceri colpevoli”, e segretamente, contortamente omosessuali, del rampollo di una potentissima dinastia di "gangster ripuliti" della Pennsylvania, John duPont. Militarista, collezionista di armi, guerrafondaio, disincantato rispetto alle manie equine e aristocratiche della madre vetero-liberale (Vanessa Redgrave), questo neoliberista si inventò allenatore capo e padre padrone della lotta libera americana. Una eccentricità che ci ricorda, in grande, qualcosa di maldestramente familiare.... 
John Eleuthére volle così aprire nella fiabesca tenuta di famiglia, presso Filadelfia, la migliore palestra del mondo, per preparare i lottatori d'America a primeggiare nei giochi in Corea del sud. Finanziò la Lega Wrestling con 500 mila dollari e pagò soggiorno, ospitalità e stipendio ai fratelli Schultz, lo scudo stellare nella lotta contro l'Impero del Male. Anche nello sport.