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martedì 30 dicembre 2014

I migliori venti film dell'anno. Serve sempre la classifica come promemoria per gli anni a venire.....

Top Twenty 2014 *
chiedendo scusa a James Gunn perché gli abbiamo storpiato il titolo del suo film per parecchi giorni...

(di roberto silvestri)

fuori serie Timbuctu di A.Sissako

1. Boyhood-Pride
2. Adieu au langage
3. Guardians of the Galaxy
4. Scemo più scemo 2
5. Si alza il vento
6. Maps of the Stars
7. Grand Budapest Hotel
8. Pasolini di Ferrara
9. Il giovane favoloso di Martone
10. Interstellar
11. Belluscone
12. La trattativa
13. Jersey Boys
14. Le meraviglie
15. Wolf of Wall Street
16. Only lovers left alive
17. Foudre di Manuela Morgaine (Francia)
18. The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (Usa)
19. Lav Diaz l'ultimo ** sostituito da The Green Inferno di Eli Roth
20. Return to Nuke 'Em High Volume 1 di Lloyd Kaufman

* ma chissà quanti me ne sono dimenticati.....
** mi sono sbagliato, quello che ho visto è del 2013....

e non ho visto  il film di Lav Diaz che ha vinto Locarno.

domenica 28 dicembre 2014

Adieu au langage. Cut up alla mescalina. Perché questo Godard è uno dei 10 migliori film dell'anno



di Roberto Silvestri 

Volete provare sensazioni inabituali? Tipo una istallazione di Bill Viola o un viaggio con la mescalina, che ci purificano dalle immagini guaste, marce o usurate, ma stando comodamente seduti in una sala cinematografica?  Ecco il film che fa per voi.  

Bello come una gita al luna park nei primi anni del 900, Addio al linguaggio, “investigazione letteraria” di Jean-Luc Godard è uscito addirittura - ed è l'unica mezza rivoluzione dell'era Renzi, finora - nelle sale italiane dopo l’applaudita “prima” di Cannes. E’ in 3d, l'opera, come Hercules. Ma utilizza lo smatphone oltre alle solite cineprese digitali (Canon, Go-Pro) e mette al bando la dinamica narrativa.

Si dipinge "non quel che si vede, perché io non vedo niente, ma quel che non si vede", diceva un celebre pittore imprssionista di nome Monet. Ma, naturalmente nei nostri schermi non è uscito in 3d, quasi ovunque.E il 3d è un gioiello perfetto per veder dentro il nulla.

Espulsi dallo schermo suspense e personaggi stereotipati - insomma il linguaggio con cui la televisione ipnotizza (si cita spesso Vladimir Kozmic Zworkin, il russo che la “inventò” nel 1923) - l’intento è liberarci dalla grammatica e dalla sintassi che imprigionano le immagini. 

Il visuale televisivo imprigiona, per esempio, gli ospiti dei talk-show a mezzo busto. In modo che siano tutti uguali, figure cangianti di una stessa gerarchia di potere autorizzata. Ed ecco che Godard per dire ateisticamente 'addio al linguaggio', o per esclamare un po' più rispettoso "oh dio, il linguaggio!", per scindere la realtà dalla lingua, “taglia le teste e il collo" - novello sanculotto dell'immaginario, o guerrigliero anti Isais - ai suoi corpi: una donna sposata (che si chiama Ivich, Josette e Mary) e il suo amante provvisorio (Marcus, Gedeon e Davidson). Parlano, litigano, fanno l'amore o si fanno del male, ma non “dialogano” in vista di un’azione. Le azioni si prestano ad essere simultaneamente più di una. 

La ribellione è spazio-temporale, come in Interstellar o su Facebook o in La Jetéè di Chris Marker.

E, mentre rispetta il collo, la testa e figura intera solo del loro cane, di nome Roxy Miéville, un nome per nulla casuale (“l'unico essere vivente che ama gli altri più di se stesso”), Godard insegue, sfoca, distorce, capovolge, inquadra obliquo e incastra i torsi umani, i pezzi di corpi, nudi per lo più, mostruosizza i piedi, in spazi (interno giorno, esterno notte e viceversa) dai mille piani. 

Il 3D permette un infinito gioco ottico: dalla prospettiva rinascimentale che penetra nella profondità dello schermo fuoriesce un cono visivo che, esternamente, arriva fino al nostro occhio, come ci ha insegnato a fare l'arte del XX secolo. Così Godard va dallo “zero all'infinito”, dal “sesso alla morte”. 

Giocando con altri compagni di avventura. Il film è infatti fatto non su, ma con: Hannah Arendt, Jacques Ellul, il mondo, la natura, i libri, delle donne e degli uomini, la solitudine, il totalitarismo, l'amor proprio, il romanticismo, la cacca, la musica, i bambini, il lago Léman, il pensatore di Rodin, Frankenstein, Byron, Shelley e Mary Shelley...

Umoristicamente, eroticamente Godard inserisce in questo gioco barocco, di interni ed esterni mobili, la proliferazioni dei piani, inclinati o meno, suggerito dagli oggetti (abat-jour, spigolo del tavolo, vaso da fiori, sedie, etc) imbastiti e cuciti con scritte (“Natura”, “Metafora” “3D”, “malheur historique”...), spezzoni di film in tv, di tavole d'arte (Cranach...), rumori e suoni a volumi cangianti, voce off, colori lisergici e solarizzati digitalmente. Memore della lezione di cubisti, dadaisti (Duchamp è citatissimo) e Hitchcock che in Delitto perfetto (girato in 3d) offriva una “analitica dello spazio profondo” capace di concedere libertà di movimento, dinamico e autonomo, allo spettatore, costretto in un film normale a entrare con il corpo nel “tempo altrui” del regista. Un collage a ritmo di rap, ritagliato con il metodo del cut-up.

L'esperienza Godard è una boccata d'aria fresca rispetto all'umiliante esposizione continua al visivo sterilizzato, che impone parole d'ordine, palesemente ripetute o pericolosamente subliminali: questo è bello, buono, permesso, tabù… Godard fa giocare invece lo sguardo libero con immagini polivalenti. E mette in gioco i nostril occhi: per vedere bene è meglio ora chiuderne ora l’uno ora l’altro. Il 3d diventa strumento analitico e di combattimento. 

da sinistra Alain Sarde, produttore e gli attori Amel Abdeli, Richard Chevallier, Héloïse Godet, Christian Gregori, Jessica Erickson, Zoé Bruneau
Perché “non si deve più descrivere la vita della gente ma la vita tutta sola, quella che è tra la gente e gli oggetti. Lo spazio, il suono, la foresta dietro la finestra, i colori, la scrittura....”. 

Comunque sarà bene lasciare la parola a Godard, perché così il cineasta parla dei suo film, così lo racconta, anche se di quel che dice un regista sul proprio film deve essere sempre fuorviante, falso, ingannevole, e non fa che complicare le cose. Come al lun a Park. Senza inganno nessuno entrerebbe nella tenda a vedere le mostruose meraviglie dell'umanità....

 

"Le propos est simple. Une femme mariée et un homme libre se rencontrent. Ils s’aiment, se disputent, les coups pleuvent. Un chien erre entre ville et campagne. Les saisons passent. L’homme et la femme se retrouvent. Le chien se trouve entre eux. L’autre est dans l’un. L’un est dans l’autre. Et ce sont les trois personnes. L’ancien mari fait tout exploser. Un deuxième film commence. Le même que le premier. Et pourtant pas. De l’espèce humaine on passe à la métaphore. Ca finira par des aboiements. Et des cris de bébé" (Jean Luc Godard)


La produzione è franco-svizzera.  Il formato 1.78:1. Josette è Héloise Godet, Gedeon è Kamel Abdeli, Marcus è Richard Chevalier, Ivitch è Zoe Bruneau, Davidson è Christian Gregori e Mary Shelley è Jessica Erikson. Il direttore della fotografia è Fabrice Aragno. Il narratore è Jean Luc Godard. Il film ha vinto a Cannes 2014 il premio della giuria assieme a Mommy di Xavier Dolan. I produttori sono Alain Sarde, Vincent Maraval e Brahim Chioua (che ha prodotto anche i film di Kechiche).




“Due giorni, una notte”. I fratelli Dardenne al fianco di Landini. Non si tocca la dignità dei lavoratori. Un horror sula mutazione della classe operaia in forza lavoro....






di Roberto Silvestri



Sandra e le altre (Marion Cotillard)
La ficion/non fiction dei due fratelli cineasti belgi apre ancora una volta uno squarcio sui bassifondi dell'età contemporanea. Profagonista è la fabbrica di oggi, quella post fordista dove chi lavora quasi non conosce chi gli lavora accanto.... 
Non sappiamo se per il fatto di aver conquistato numerose medaglie sulla Croisette, i Dardenne siano i migliori cineasti del mondo. Ma si può affermare, a differenza di quel che scrive il loro più implacabile nemico - ma è francese, pieno di pregiudizi, Eric Neuhoff (di Le Figaro) - che, novelli muckrakers, i due fratelli valloni siano diventati gli idoli dei cinema d'essai. Perché con il loro scrutare inquietante toccano sempre i punti più deboli, i nervi scoperti, del Mito Europa. L'emigrazione e la disoccupazione, la disperazione dei più giovani e il "no future" degli zombies metropolitani, il supersfruttamento delle donne e ogni tipo di marginalità, lo sfaldamento della famiglia, la droga utilizzata come arma anti-sociale...

E la loro ricetta “fiction non fiction”, inventare e registrare, fiabe morali raccontate come se fossero documentari-verità, o cinema diretto, è originale e molto apprezzata da chi cerca al cinema più del pop corn caldo e di una gioiosa, rassicurante visione dell'esistenza. Ma non tollera prediche o monologhi calati dall'alto. I Dardenne non sono militanti politici né boyscout. Si identificano con i loro personaggi. Anzi è come se entrassero nella loro testa, nei loro corpi. Cervello e immaginazione. Infatti. La cinepresa, ineducatamente a ridosso di nuca, è la loro griffe rinomata, di origine controllata, quasi oggetto di parodia. Certo introdursi nelle parti basse del mondo senza dare consolazione populista, non è giocare alla ricreazione.
I fratelli Dardenne e Marion Cotillard
“Il cinema è la vita senza noia”, affermava Hitchcock, e Psycho confermava. “Il cinema è noia, senza la vita”, la disperazione tel quel, la bruta lotta per la sopravvivenza, precisano i fratelli Dardenne davanti a un mondo che è catastroficamente peggiorato dall'epoca Hitch, visto che oggi perfino i comici hanno contratto il virus della rabbia. Anche nel Belgio, zona Liegi, francofonia. Dimostrazione? Rosetta, la sedicenne licenziata, con madre alcolista che si prostituisce, eppure non demorde; L'Enfant, ovvero vendersi il figlio neonato per pagare i debiti; Le silence de Lorna, la giovane albanese sposa che un eroinomane mafioso, sperando poi che crepi di overdose per conquistare la nazionalità belga; Le Gamin au vélo, un biondo teenager delle bandlieu cerca il padre che non vuole proprio saperne di lui...In fondo il loro cinema piace perché è un cinema del “non”. No. Non si può andare avanti così. Non cercano i Dardenne. Danno una risposta. E la risposta è: preferirei di no. Così non va.

Marion Cotillard e Fabrizio Rongione
Negli ultimi tempi quello che ha più interessati i Dardenne, amici e compagni di un altro cineasta impegnato, ma francese, Laurent Cantet, è infatti la fabbrica. Quel che sta succedendo nelle ex roccaforti della difesa sociale contro lo strapotere padronale. Perché e come si stia sfaldando la composizione e la coscienza di classe. Le macerie, perfino morali (pensate all'Ilva) lasciate dopo l'attacco al fronte unito sindacale, soprattutto nelle aziende più piccole. La delocalizzazione all'estero. Il toyotismo, la lavorazione robotica computerizzata, ha reso non solo l'operaio distante e ostile al suo stesso vicino di linea, ma affetto da una serie di micidiali micro o macromalattie fisiche, nervose e mentali che i sistemi di lavorazione Tmc-1, Tmc-2  e Tmc-3, hanno decuplicato rispetto alla catena di montaggio.

Il padrone non si rapisce più come una volta....
Senza considerare lo sradicamento dei quartieri operai, la chiusura dei bar proletari, dei cinema di terza visione, dei negozi di quartiere schiacciati dalle catene, che hanno disgregato nel territorio compagni di lavoro un tempo solidali e che oggi a malapena si conoscono, anzi istintivamente si detestano. Mors tua vita mea. Tranne a Taranto dove la morte è una prospettiva collettiva. 

E' questo lo sfondo, il non detto ben visibile raccontanto in Due giorni, una notte (Deux jeurs, une nuit), il nuovo, geometrico, ripetitivo, seriale incubo dei Dardenne. Sandra (Marion Cotillard), aiutata dal marito cameriere, e da una Ford Fiesta, due bimbi piccoli da far crescere, ha solo un week end per convincere i suoi 15 compagni di lavoro a bloccare il suo licenziamento e a rinunciare a un premio di 1000 euro, bonus che fa gola a tutti. Deve trovare sulle pagine gialle e sul computer gli indirizzi e i numeri di telefono dei suoi compagni di lavoro che già, in un primo turno di votazioni hanno decretato la sua cacciata (niente Facebook in Belgio). Per fortuna il misericordioso padrone concede un secondo referendum. Il primo è stato frettoloso e falsato da allarmismi e panico.



Jean Pierra Dardenne, Fabrizio Rongione, Marion Cotillard e Luc Dardenne
"Ho bisogno di quei soldi, anche se capisco che quei 1000 euro con la crisi che c’è vi fanno gola. Ma lunedì, votate per me”. Lo stesso discorso a tutti. “Mi sento una mendicante” confesserà al marito. Solidarietà elegante di classe o barbaro egoismo? Chi vincerà? Ciascuno dei compagni, donne uomini vecchi giovani maghrebini, reagisce diversamente a Sandra, che si impasticca continuamente, per non mettersi a piangere. E’ reduce da una bella depressione che l’ha tenuta fuori gioco da un anno…Ma ora c'è chi chiede scusa per aver votato contro di lei e assicura la sua lealtà. Chi si nasconde dietro il marito o la moglie per spiegare il suo “no”. Chi cerca di prenderla a pugni. Chi è terrorizzato, un immigrato africano, poi rassicurato dal voto segreto, per esempio. Un tempo avrebbero preso il direttore di fabbrica e, buttatolo giù dalla finestra, avrebbero autogestito l'impianto. Ma adesso non si può più. La globalizzazione impedisce la tutela nazionale dell’occupazione e il controllo del ciclo di lavorazione.
A Cannes!
Dunque Sandra, che esce da una depressione clinica, causata proprio dai modi di produzione, ma utilizzata per farne il capro espiatorio del giochetto sadico padronale, è esposta alla gogna. Ne uscirà mantenendo la sua dignità e quella di tutta la classe operaia? Certo. Lei, che regge interamente sulle sue spalle il film, è una infaticabile Marion Cotillard, determinata come non vedevamo nessuna dai tempi di Miss Murple nella serie di George Pollock. Jeans e canottiera arancione. Imbruttita al massimo, occhiaie sottolineate. Eppure basterebbe spostarla al reparto marketing e i profitti aumenterebbero di colpo.....Anche senza fard.Il segreto dissimulato del film è la sua modernità, contemporaneità visuale. Infatti il racconto si srotola "a montagna russa", è una continua ripetizione di incontri al vertice, Sandra e i suoi colleghi, equivalenza di ciò che nel cinema d'azione è lo scontro cruento, la battaglia campale, il duello all'ultimo sangue. Insomma i Dardenne abbandonano la forma a climax, il salire verso un finale happy, previsto dal codice "asonata". In perfetta sincornia con il design e il procedimento di un altro film toyotista, sebbene più fracassone. Transformers 4.

Melbourne, il cinema iraniano che non ci piace. La patria non si lascia. Mai. Inebria lo sciovinismo di Nima Javidi, allievo e seguace di Asghar Farhadi


Negar Javaherian, protagonista di "Melbourne"


di Mariuccia Ciotta

Negar Javaherian e Peyman Moaadi
Una valanga di elogi ha inebriato il 34enne Nima Javidi, regista iraniano di Melbourne, lungometraggio d'esordio, presentato alla Settimana della critica di Venezia, e uscito nelle sale italiane qualche settimana fa, “attesissimo”.   
Discepolo di Asghar Farhadi, Oscar 2012 per il miglior film straniero con Una separazione, Javidi ne assorbe stile e architettura, ispirato, dice, da Hitchcock e Polanski per il suo thriller tutto in una stanza, dove una giovane coppia, Amir (Peyman Moaadi, protagonista di Una separazione) e Sara (Negar Javaherian) si prepara a lasciare l'Iran per la never-land, l'Australia.
Peynan Moaadi
Il “dentro” dell'appartamento, in subbuglio per il trasloco, è violato dal “fuori”, i rumori della modernità, cellulari, campanelli, citofoni che assediano i due eccitati per la nuova prossima vita, e dove lei, bellissima,  potrà finalmente scoprirsi (chissà) la testa velata. 
Ma il senso di colpa per la fuga - leit-motiv del cinema iraniano che passa il visto di censura - si materializza nel corpicino inerte di una neonata, figlia dei vicini, affidata alla coppia da una baby-sitter irresponsabile. La piccola non dorme, è morta. Perché? Quando? E parte la suspense, una tensione crescente, la paura di essere scoperti, i sospetti reciproci e lo scambio di accuse tra Amir e Sara. Nessuno dei due chiama l'ambulanza per timore di un fermo di polizia e di perdere l'aereo. E il cadaverino giace avvolto nelle fasce, testimone dell'innocenza abbandonata, chiara metafora dell'Iran, la patria non si lascia (Farhadi insegna). Ma è l'abilità di Javidi nella costruzione dello psico-dramma a incantare pubblico e critico, la stessa di  Una separazione, rete di coordinate (im)morali che si propongono come “universali”.
Nima Javidi
In un paese dove i maggiori cineasti sono esuli come Amir Naderi e Abbas Kiarostami o agli arresti domiciliari come Jafar Panahi, condannato a 6 anni di reclusione e a 20 di interdizione (non può girare film né rilasciare interviste), il giovane Nima Javidi  dichiara: “Non credo che ci sia molta differenza tra il produrre un film in Iran o altrove”.  I suoi aspiranti alla libertà, i coniugi che sognano Melbourne, saranno dunque puniti.
E' vero che il nuovo corso della repubblica islamica presieduta dal più conciliante Hassan Rouhani sembra dare i suoi frutti, tanto che la decana del “cinema delle donne”,  Rakhshan Bani-E'temad, ha avuto il visto dopo anni di attesa per i suoi timidi quadretti al femminile, Storie, passato sempre a Venezia. Ma il film di Javidi non mostra segni di ribellione etico-estetica, e si propone di rivolgersi innanzitutto al pubblico iraniano, altro che riconoscimenti internazionali riservati ai “disertori”, simulando una godibile confezione all'occidentale (L'appartamento di Billy Wilder!). Il finale di Melbourne sembra aperto, ma non lo è affatto assicura il regista.
Quell'aeroporto non sarà mai raggiunto, perché  “Io credo che non solo in Iran, ma ovunque nel mondo, chi lascia il proprio paese rifiuta di assumere le sue responsabilità. L'emigrazione di per sé ha il sentore della mancanza di responsabilità”. Un aspetto che “cercavo in realtà di tenere nascosto”. Chi ha occhi, però, vede.