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lunedì 30 giugno 2014

"Wild Bill" Wellman, il ribelle di Hollywood. Riscoperto dal Cinema ritrovato di Bologna 2014



Roberto Silvestri

Il Cinema Ritrovato, festival svoltosi in questi giorni a Bologna, ha ricordato con una bellissima monografia incastonata nel suo fitto programma un grande regista Americano specializzato in thriller, western, noir, melodrammi, film di guerra e satire al vetriolo. William Augustus Wellman, sangue irlandese, gia’ ladro d’automobili, ex giocatore semiprofessionista di hockey su ghiaccio, ex pilota decorato di aerei da guerra, e poi dal 1923, grazie a Douglas Fairbanks, uno dei piu’ liberi, alcoolizzati e meno “classici” narratori della cosiddetta  Hollywood classica (quella degli anni 30, 40 e 50). Credo che sia l’unico cineaste a potersi vantare di essere stato cacciato da tutti i grandi Studi (tranne da Walt Disney) e di aver litigato con quasi tutte le star, a cominciare da Gregory Peck. Anche se Henry Fonda, John Wayne, Ida Lupino e Barbara Stanwyck sono stati tra i suoi migliori amici. “Wild Bill”, nomignolo di guerra, se lo portera’ ben stretto anche in tempo di pace. Un suo lontano antenato, Francis Lewis, era stato tra i firmatari della ‘dichiarazione di indipendenza’. E, tra gli indipendenti a Hollywood, Wellman e’ stato uno degli ultimi.
Il grande pubblico  italiano conosce il regista del Massachusetts soprattutto per l’aspro gangster-film Nemico pubblico, con James Cagney (1931); per la prima versione di E’ nata una stella, amara radiografia del mondo del cinema (1937) e per il western realista The Ox-Box Incident- Alba fatale che, nel 1943, accompagna l’inutile tentativo di Henry Fonda di opporsi a una triplice impiccagione sommaria. Titoli altrettanto dark, aspri e brutali sono Ali, che nel 1927 vinse il primo premio Oscar al miglior film, e che si avvaleva dell’esperienza di pilota del regista che, entrato prima nella Legione straniera e poi autista crocerossino, riusci’ a volare nella squadriglia Lafayette e combattere nei cieli della Grande Guerra. E poi Beau geste, Buffalo Bill, I forzati della gloria, Cielo giallo, Il sipario di ferro, Bastogne, Donne verso l’ignoto…
Negli ultimi anni il critico Andrew Bergman, Film Forum, a New York, e la cineteca di Lione e Parigi hanno saputo risarcire il cineasta della ‘generazione di ferro’ (Ford, Walsh, Dwan, Vidor, Hawks e King) con saggi (We’are in money) e retrospettive complete (sono pochi pero’ i suoi film muti sopravvissuti) e analizzare meglio l’originalita’ delle sue oltre sessanta opere, al di la’ di pregiudizi e fraintendimenti.
Considerato in Europa per lungo tempo un cineasta “liberal”, amato da Graham Greene che lo segnalava anche come uno dei piu’ seri e preparati divulgatori della psicoanalisi nel cinema, certamente Wellman, soprattutto negli ultimi anni di vita (1896-1975), e come altri ex liberal come Ronnie Reagan o Walt Disney, non ha nascosto una forte ostilita’ al comunismo e ai “rossi”, anche se su posizioni piu’ anarchico-libertarie. Il critico e regista francese Bernard Tavernier lo ricorda infatti al fianco di un ex black-listed, Abraham Polonski, quando si tratto’, nel 1969, di difendere il bellissimo western Uccidero’ Willie Kid dall’Universal che lo aveva prodotto e da Lew Wasserman che non  voleva piu’ distribuirlo perche’ lo considerava troppo radicale, controverso e filo-nativi d’America. Ma gia’ in Heroes for sales  (1933) prodotto da Hal Wallis il protagonista, Tom Holmes (Richard Barthelmess), un proletario disoccupato, derelitto e disperato, con seri problemi di droga e che ha appena perso la moglie, si trova anche alle prese con il settarismo, l’opportunismo e l’estremismo dei militanti comunisti che lo credono uno di loro. Uno gli dice: “Che ne pensi della situazione? Il paese non puo’ andare avanti cosi’. E’ la fine dell’America”. Ma lui risponde: “No, forse e’ la nostra fine, ma non quella dell’America. In pochi anni saremo piu’ grandi e piu’ forti di prima. Non ha sentito il discorso di Roosevelt? Lui ha ragione. Ci vuole molto piu’ di un pugno in faccia per mandare al tappeto 120 milioni di persone”.
Regista cult per Stanley Kubrick, che metteva tra i top ten la sua strana commedia noir Roxie Hart (1942), con Ginger Rogers, in Italia “Condannatemi se vi riesce”, non e’ mai stato considerato invece un “autore” da Andrew Sarris, il guru della critica newyorkese radical che nel suo epocale “American Cinema” rimprovera non solo all’artigiano Wellman di aver girato troppi brutti film, ma di essere stato pessimo anche in quelli buoni. Nei “Dieci film che dovreste vedere prima che vi ammazzi!” Quentin Tarantino invece mette al quinto posto The Ox-Box Incident il claustrofobico e cupo dramma western tutto girato negli studio Fox, ricordando la grande interpretazione di Henry Fonda che mesi prima di girarlo indossava gia’ i panni e i modi di fare, di parlare e di agire del suo personaggio, Gil Carter.  Quel che unisce i due cineasti (appena appaiati involontariamente dalla Biblioteca del Congresso che ha acquisito, come tesori nazionali, sia Pulp fiction che il super rooseveltiano Wild boys of the road, che pero’ e’ del 1933) deve essere proprio il senso dell’umorismo o meglio la loro capacita’ di attivare contemporaneamente anche tutti gli altri sensi. Fatto incomprensibile per Sarris. Lo aveva capito Walsh che, citando il comico W.C.Fields, diceva che l’idea di humour di Wellman e’ “un paracadute che non riesce ad aprirsi”.
C’è poco da ridere infatti anche del fatto che ben 6 delle 14 opera d’arte di Wellman presentate a Bologna non siano mai state viste in Italia: Beggars of Life, 1928; The Man I Love, 1929; The Star Witness, 1931; Other’s Men Women, 1931; Wild Boys of the Road, 1933 e Midnight Mary, 1933. Nel primo, ci sono i treni e c’è la pioggia (due inseparabili compagni d’avventura di Wild Bill):  Louise Brooks non ha nulla e cerca cibo travestita da ragazzo; il secondo e’ una specie di Tokyo Fist, una love story ambientata nel romantico mondo della boxe; il terzo e’ un dramma operaio e il protagonista e’ un macchinista del treno; nel quarto siamo in piena depressione e i nostri eroi in cerca di lavoro vengono trattati come i disoccupati africani da noi; nel quinto e’ Loretta Young a trovarsi nei guai, anche processuali, e qui il catalogo del femminicidio e’ gia’ completo. Devo riconoscere alla censura fascista, e alla distrazione democristiana, una certa competenza. Erano film veri, davvero pericolosi e sovversivi. C’e’ da chiedere a tutti i centri sociali e ai cineclub di mettersi in contatto con Gianluca Farinelli e con la Cineteca di Bologna che lui dirige per far girare questi capolavori senza i quali, di epoca rooseveltiana, si continuera’ a ignorare in Italia sia il succo che la polpa. Non bastano i film di Frank Capra perche’ da quelle opere non si comprende il nucleo profondo, piu’ Schumpeter che Keynes, della politica economica democratica di quegli anni: senza lotte dal basso, niente sviluppo. Senza intervento pubblico nell’economia niente mercato vispo. Gia’, Roosevelt era imprevedibile, sorprendente e rissoso, almeno quanto Wellman. Che, non lo appoggiava affatto. Ma almeno aveva il coraggio di mostrare quel che faceva e soprattutto quel che facevano i suoi avversari. Piu’ la gente moriva di fame, piu’ le grandi corporation incameravano profitti, divorando i capitalisti medi e piccoli, come avevano imparato a fare dai Morgan, i Rockefeller e i Carnagie durante le “grandi crisi” di fine ottocento. E se il popolo si ribellava, come allora, giu’ botte da orbi. Basta isolare dal gruppo lo stupefacente Wild Boys of the Road che e’, invece, il film preferito di Martin Scorsese (America 1929, sterminateli senza pieta’ ne e’ un remake-omaggio). Tre ragazzi della piccolo borghesia provinciale, Eddy, Tommy e Sally (che e’ Dorothy Coonan, ex ballerina di Busby Berkeley, poi moglie di Wellman per 36 anni), sono scaraventati sulla strada, ma contro voglia, non come Kerouac, dopo il grande crack. Eddie dovra’ svendere la sua decappottabile fiammante per togliere dai guai il padre. Vedendo il garage vuoto si mettera’ a fischiettare l’inno dei disperati della depressione, :We’are in the money”. E poi, novello hobo, salta su un treno a fare a pugni con i frenatori della compagnia privata e poi con i poliziotti che aspettano i disoccupati senza biglietto alla stazione per stritolarli. Ma non sara’ cosi’ semplice. Questi poveri sono molto meno arrendevoli di quelli di De Sica in “Miracolo a Milano”…anche se naturalmente sara’ molto criticato l’happy end del film. Ma lo spettatore astuto sa sempre cosa buttare via da un film.  Facciamo un gioco. Se doveste realizzare una retrospettiva dei film dove il tumulto e lo scontro moltitudine/polizia sono non tappezzeria ma sostanza, quanti film vi verrebbero in mente? Sciopero, qualche Chahine.e poi? Ecco perche’ Wellman e’ un regista da recuperare e da amare molto.  





domenica 29 giugno 2014

50 anni fa circa, quando il cinema italiano era amato in tutto il mondo. Per qualche dollaro in piu'.


Roberto Silvestri


Un buono contro due cattivi. Che poi diventa: due buoni contro un cattivo. Nel 1965 Sergio Leone cambia co-sceneggiatore e produttori per replicare e ampliare il successo e le ambizioni spettacolari e culturali di Per un pugno di dollari, primo titolo Il magnifico straniero, un distillato unico, che gia’ era nato dalla fortunata e bel calibrate fusione tra Yojimbo di Kurosava, Red Harvest di Hammett e Arlecchino, servo di due padroni di Goldoni oltre a Iliade, Odissea, Shane e un bel po’ di Shakespeare. Dopo una ventina di tentativi sfortunati a Cinecitta`, dalla contaminazione tra epica e mito nel mondo classico, in sostanza dal peplum, di cui Bob Robertson era maestro, e western Americano doc, era stato isolato un prototipo fertile che sorprese tutti. Originale e adorato a tal punto che il nomignolo dispregiativo (e anche un po’ razzista) che lo voleva esorcizzare, “western spaghetti”, sarebbe diventato a poco a poco un sopraffino marchio di qualita’. Non furono soltanto i giochi artificiali formalisti a incantare critici e pubblico di tutto il mondo, e per dieci anni. O il fatto che un film costato 120 milioni di lire riuscisse a incassare oltre 5 miliardi. Certo: ritmo, prosodia, metrica, costruzione narrative, organizzazione temporale e rapporto tra dettaglio dilatato e campo lungo necrofilo, tra soggetto e paesaggio, tutto veniva modificato e tutto veniva decostruito, capovolto e ricomposto. Per esempio. Il western classico, come un poema epico, ha un climax e un eroe. Nel nostro western, come nello spettacolo pirotecnico, la tensione e’ scaricata blocco dopo blocco,  in ciascuna unita’ narrativa, prima del gigantesco botto finale. E il super cinismo che permea tutto al massimo produce un “quasi eroe”.  A Hollywood, ma non ad Almeria, era proibito - apoteosi dell’ipocrisia compassionevole - che chi spara e chi viene ucciso venissero inclusi nella stessa inquadratura. La versione italiana del selvaggio southwest e’ totalmente fuori contesto, prescinde completamente dalla realta’ storico-politica, per esempio dal genocidio programmato dei nativi; isola il protagonista, che non ha piu’ alcun rapporto con lo spazio circostante. Il paesaggio non e’ affatto quello pieno di speranza del classicismo western. Sergio Leone, a proposito della sua differenza con John Ford, dichiarava: “Lui era ottimista, io sono pessimista. I suoi personaggi aprono la finestra e scrutano sempre, alla fine, un orizzonte pieno di speranze, I miei quando aprono la finestra hanno sempre paura di ricevere una palla in mezzo agli occhi”. Ma non bastava neanche spogliare il grande Mito del West e della Conquista dalla sua sacralita’ o psudomoralita’: quella tensione biblica verso la frontiera, da scavalcare progressivamente perche’ la libera iniziativa trionfasse, per gli unti dal Signore, quel viaggio collettivo verso la terra promessa, proprio in quel momento stava subendo una bella battuta d’arresto in Vietnam, Laos e Cambogia. L’iper-violenza, con quel pizzico di ironia in piu’, tanto per esagerarla, stava diventando la forma abituale di comunicazione. A Trastevere quanto nei ghetti insorti di Watts e Newark. E se godiamo dei blockbuster digitali di oggi non si puo’ dire che la lezione del western all’italiana non abbia lasciato, proprio mezzo secolo fa, tracce profondo nell’immaginario del XXI secolo. Al “muscle power” dell’eroe che vince elegantemente ai pugni nello scontro uomo a uomo, si e’ sostituito da tempo, come ricordava Gian Piero Brunetta nella sua Storia del cinema italiano, il “gun power” o meglio il “machine gun power”. Un numero indefinite di croci sara’ il paesaggio naturale del dopo-western spaghetti, e non solo di Il buono, il brutto e il cattivo… Dunque non interessa la realta’ della cronaca americana, ma il realismo si’. Se in L’uomo che uccise Liberty Valance si spiega che va pubblicato il mito, e non la verita’, Leone butta via il mito e stampa la verita’. Per esempio che e’ meglio sparare alle spalle, perche’ cosi’ si uccideva, per lo piu’, nel West. E per avidita’, piu’ che per fondare la Legge. Sono Vera Cruz e The Bravados i film a cui Vincenzoni questa volta si ispira. Western sui bounty killer, sui bounty hunter. L’analisi tra crescita dei profitti nell’industria militare italiana e della ditta Beretta in particolare, e spaghetti-western, che io chiamerei in modo filologicamente piu’ corretto, i Beretta Western, non e’ poi ancora stato fatto. Ma le armi dei film di Leone proprio dalla provincial di Brescia arrivano. Sono i nostri artigiani che producono i facsimile delle colt 45 e dei Winchester ‘94 che tanto adorano i fan dei western spaghetti come i collezionisti statunitensi di armi alla John Milius. Ma torniamo a Per qualche dollaro in piu’. Proprio in quei mesi Dino De Laurentiis aveva scritturato Burt Reynolds per Navajo Joe, chiedendo a Sergio Corbucci che si uccidessero nel film almeno 245 persone. Doveva essere un’ossessione, negli anni del boom, la crescita demografica….Sergio leone invece chiama il dottor Luciano Vincenzoni (La grande Guerra, Sacco e Vanzetti…) alla macchina da scrivere, al posto di Duccio Tessari e l’avvocato napoletano Alberto Grimaldi, neofita ma dal fiuto eccellente, sostituisce, al fianco dello spagnolo Arturo Gonzales, il duetto Papi/Colombo a cui Leone rimprovera di averlo fatto fuori dai profitti del primo film. Grimaldi invece offre a Leone 50% per uno sugli incassi. Che supereranno quelli di Per un pugno di dollari anche se il budget sara’ del 200% superiore. Clint si fida di Leone, e accetta subito di firmare per la parte del Monco, una volta letto il copione. Studiando poi il doppiaggio di Enrico Maria Salerno, narra la leggenda, comincera’ a imitarlo e a diventare, nel ritmo lento dell’eloqui “Clint Eatswood” come lo conosciamo tutti. Per tenere testa all` “uomo senza nome” viene ripescato negli Stasti Uniti, Lee Marvin non e’ disponibile, un attore gia’ in pensione dopo un incidente d’auto, e che viene strappato ai suoi pennelli, Lee Van Clift, scelto per il ruolo del Colonnello Mortimer. Due cacciatori di taglie, stilisticamente e caratterialmente inconciliabili, fanno squadra controvoglia per catturare un bandito sadico e piuttosto vizioso, El Indio, grande fumatore di erba. Gian Maria Volonte’ fa cose ai limiti della censura (anzi la pistola benedetta nell’acqua santa prima di assassinare vecchi e bambini la vedono solo all’estero) e del ridicolo (quando si fa le canne Leone alza i filtri scarlatti, come se si trattasse di Lds o di Reefer Madness). Ma la trama e’ molto meno interessante del fiammeggiante sfoggio di invenzioni visuali – per esempio I primissimi piani sul calico delle pistole, il dettaglio del grilletto… -  e di controtempi diversamente spettacolari come le lunghe pause, a cui e’ affidato il compito di allungare uno script semplificato e di permettere alle musiche di Ennio Morricone di dispiegare tutta la sua potenza visionaria. Il duello finale, per esempio, che coinvolge tutti e tre i protagonisti, e’ filmato come se facesse parte di una liturgia religiosa.      

domenica 15 giugno 2014

I fratelli Dardenne e la fine della solidarietà operaia. Cannes a Roma e a Milano. Due giorni, una notte.

Marion Cotillard in Due giorni una notte dei fratelli Dardenne

di Roberto Silvestri 

Non sappiamo se per il fatto di aver conquistato numerose medaglie sulla Croisette, i fratelli Dardenne siano i migliori cineasti del mondo. Ma si può affermare, a differenza di quel che scrive il loro più implacabile nemico - ma è francese, pieno di pregiudizi, Eric Neuhoff (il critico di Le Figaro) - che, novelli muckrekers, indagatori delle schifezze del mondo, i due fratelli valloni siano diventati gli idoli dei cinema d'essai. Perché toccano sempre con il loro scrutare inquietante i punti più deboli e maleodoranti del Mito Europa. 

L'emigrazione e la disoccupazione, la disperazione dei più giovani e il "no future" degli zombies metropolitani, il supersfruttamento delle donne e ogni tipo di marginalità, lo sfaldamento della famiglia, la droga utilizzata come arma anti-sociale... E la loro ricetta “fiction non fiction”, fiabe morali raccontate come se fossero documentari-verità, o cinema diretto, è originale e molto apprezzata da chi cerca al cinema più del pop corn caldo e di una gioiosa, rassicurante visione dell'esistenza. Ma non tollera prediche o monologhi calati dall'alto. 

I fratelli belgi Dardenne non sono militanti politici né boyscout. Si identificano con i loro personaggi. Anzi è come se entrassero nella loro testa, nei loro corpi. Cervello e immaginazione. Infatti. La cinepresa, ineducatamente a ridosso di nuca, è la loro griffe umoristica rinomata, di origine controllata. Certo introdursi nelle parti basse del mondo senza dare consolazione populista, non è giocare alla ricreazione.

 “Il cinema è la vita senza noia”, affermava Hitchcock, e Psycho confermava. “Il cinema è noia, senza la vita”, la disperazione tel quel, la bruta lotta per la sopravvivenza, precisano i fratelli Dardenne davanti a un mondo che è catastroficamente peggiorato dall'epoca Hitch, visto che oggi perfino i comici hanno contratto il virus della rabbia. Anche nel Belgio, zona Liegi, francofono. 

Dimostrazione? Rosetta, la sedicenne licenziata, con madre alcolista che si prostituisce, eppure non demorde; L'Enfant, ovvero vendersi il figlio neonato per pagare i debiti; Le silence de Lorna, la giovane albanese sposa un eroinomane mafioso, sperando che poi crepi di overdose per conquistare la nazionalità belga; Le Gamin au vélo, un biondo teenager delle bandlieu cerca il padre che non vuole saperne di lui (non si capisce bene perché con tanta foga)...In fondo il loro cinema piace perché è un cinema del “non”. No. Non si può andare avanti così. Non cercano i Dardenne. Danno una risposta. E la risposta è. Preferire di no. Così non va.



Negli ultimi tempi quello che ha più interessati i Dardenne, amici e compagni di Laurent Cantet, è infatti la fabbrica. Quel che sta succedendo nelle ex roccaforti della difesa sociale contro lo strapotere padronale. Perché e come si stia sfaldando la composizione e la coscienza di classe. Le macerie, perfino morali (pensate all'Ilva) lasciate dopo l'attacco al fronte unito sindacale, soprattutto nelle aziende più piccole. La delocalizzazione all'estero. Il toyotismo, la lavorazione robotica computerizzata, ha reso non solo l'operaio distante e ostile al suo vicino e nemico di se stesso, ma affetto da una serie di micidiali micro o macromalattie fisiche, nervose e mentali che i sistemi di lavorazione MTM-1, TMC-1 e TMC-2 , hanno decuplicato rispetto alla catena di montaggio. 

Senza considerare lo sradicamento dei quartieri operai, la chiusura dei bar proletari, dei cinema di terza visione, dei negozi di quartiere schiacciati dalle catene, che hanno disgregato nel territorio compagni di lavoro un tempo solidali e che oggi a malapena si conoscono, anzi istintivamente si detestano. Mors tua vita mea. Tranne a Taranto dove la morte è una prospettiva collettiva. 

E' questo lo sfondo, il non detto ben visibile raccontanto in Due giorni, una notte (Deux jeurs, une nuit), il nuovo, geometrico, ripetitivo, seriale incubo dei Dardenne. Sandra, aiutata dal marito cameriere, e da una Ford Fiesta, due bimbi piccoli da far crescere, ha solo un week end per convincere i suoi 15 compagni di lavoro a bloccare il suo licenziamento e a rinunciare a un premio di 1000 euro, bonus che fanno gola a tutti.  Deve trovare sulle pagine gialle e sul computer gli indirizzi e i numeri di telefono dei suoi compagni di lavoro che già, in un primo turno di votazioni hanno decretato la sua cacciata. 

Per fortuna il misericordioso padrone concede un referendum riparatore. Il primo è stato frettoloso e falsato da allarmismi e panico diffusi ad arte. “Ho bisogno di quei soldi, anche se capisco che 1000 euro vi fanno gola. Ma lunedì, votate per me”. Lo stesso discorso a tutti. “Mi sento una mendicante” confesserà al marito. Solidarietà elegante di classe o barbaro egoismo? 

I fratelli Dardenne e Marion Cotillard a Cannes
Chi vincerà? Ciascuno dei compagni, donne uomini vecchi giovani maghrebini... reagisce diversamente a Sandra, che si impasticca continuamente, per non mettersi a piangere. C'è chi chiede scusa per aver votato contro di lei e assicura la sua lealtà. Chi si nasconde dietro il marito o la moglie. Chi cerca di prenderla a pugni. Chi è terrorizzato, un immigrato africano, per esempio, poi rassicurato dal voto segreto. Un tempo avrebbero preso il direttore di fabbrica e, buttatolo giù dalla finestra, avrebbero autogestito l'impianto. Ma adesso non si può. 


La globalizzazione impedisce il controllo internazionale del ciclo di lavorazione. Dunque Sandra, che esce da una depressione clinica, causata dai modi di produzione, ma utilizzata per farne il capro espiatorio del giochetto sadico padronale, è esposta alla gogna. Ne uscirà mantenendo la sua dignità e quella di tutta la classe operaia? Certo. Lei è Marion Cotillard. Jeans e canottiera arancione. Imbruttita al massimo, occhiaie sottolineate. Eppure basterebbe spostarla al reparto marketing e i profitti aumenterebbero di colpo.....Anche senza fard.

"Sils Maria" di Olivier Assayas, un road movie tra le macerie della vita. Dopo Cannes proiezioni speciali a Roma e a Milano.


di Roberto Silvestri 

Olivier Assayas
Cosa distingue il cinema di viaggio, o di inseguimento, insomma Il gior nel mondo in 80 giorno o Punto zero, dal road movie? Nel road movie è il paesaggio che diventa il protagonista principale, e divora via via i viaggiatori che vorrebbero goderne e attraversarlo dominandolo. Lo spazio e il tempo, invece, non sono più il loro spazio e il loro tempo. La trasformazione, la mutazione si avvicina... Easy rider, e prima ancora il capostipite del genere, Il sorpasso, sono road movie. La moto o la macchina o il treno di Sulla strada diventano protesi della natura.


Engadina
Ma contemplare il passato e il presente di un paesaggio, soprattutto con rovine, provoca la vertigine del sublime. Questo film, Sils Maria, diviso in due atti ed un epilogo, inizia come un tranquillo film di viaggio in Engadina, anche se proprio quel villaggio di Sils Maria, “a 2000 metri sul livello del mare, e molto più in su di tutte le cose umane” dettò a Nietzsche il mito dell'eterno ritorno.



E', nel racconto dell'autore, il viaggio di se stesso regista, il francese Olivier Assayas, con una attrice-star, la connazionale Juliette Binoche, non più giovanissimi ma con la quale, giovanissimo, iniziò la carriera e condivise il successo e vuole oggi ripercorrere quel tragitto antico comune, prendendo a pretesto un allestimento teatrale in fieri da preparare in uno chalet di montagna.


In realtà il viaggio è per i sentieri aspri, sterrati, e a volte interrotti, della memoria, con i suoi lati triviali, rimossi, coriacei. Macerie pericolose da rivoltare. Si può rivivere l'innocenza  della giovinezza, quando si scoprì il mondo per la prima volta? Oppure vincerà la sensazione di essere ormai fuori dal tempo, di non comprendere più il mondo che ci circonda? 

E' così che un film di viaggio, da “turisti per caso”, si trasforma in un road movie spirituale e anche in una meditazione sull'arte, sulla possibilità del cinema di riprendere anche l'invisibile: “Che tutto ritorni senza fine è l'estremo incontro del mondo del divenire con il mondo dell'essere: la punta più alta della meditazione”. Nietzsche, appunto.


Ma partiamo dall'inizio.


Juliette Binoche
Che cosa hanno in comune Ingmar Bergman, il cinema di Hong Kong e Kenneth Anger, l' angelo decaduto del pianeta underground? Sono proprio l'oggetto di studio teorico principale di Olivier Assayas, il raffinato critico dei Cahiers diventato sceneggiatore, regista e autore dal 1986 di una dozzina di film “a parte”, difficili da ordinare e raggruppare stilisticamente ma fluidi, cinefili, autobiografici e affascianti: Après Mai L'eau froide, Irma Vep, Carlos, il documentario su Hou Hsiao Hsien...


Kristen Stewart, Assayas, Chloe Grace Moretz e Binoche a Cannes
Le sue opere aperte, dalle immagini superbe, che si possono leggere, a secondo della ricezione, come fumetti, commedie o tragedie, non sono mai noiose o ermetiche, nonostante uno sfoggio di sostanza conoscitiva, visuale, esistenziale, politico-culturale, sempre densa e poderosa. Questa volta, addirittura debordante. 

Kristen Stewart
Sils Maria, che ha chiuso con successo la competizione di Cannes 2014, è una partitura “per sole donne e montagne alpine”. Sarebbe piaciuto a Robert Aldrich che alternava film per soli uomini (La sporca dozzina, L'ultimo imperatore, Quella sporca ultima meta...) a film per sole donne (All the murbles, Che fine ha fatto Baby Jane, Piano piano dolce Carlotta...). E le tre attrici che si incontrano e scontrano sulle vette nietzschiane sono: Juliette Binoche, la diva; Kristen Stewart (la sublime vergine-vampira della saga Twilight), nel ruolo della sua assistente preziosa e charmant, e Chloe Grace Moretz (Carrie 2 e Hugo Cabret), in quello del nuovo idolo dei ragazzini e futura 'annientatrice' della diva. Altrettanto brava ed erotica. 

Assayas e Binoche si conobbero nel 1985, all'epoca di Rendez vous. scritto da Assayas per Techiné. E continuano a palleggiare emozioni, strizzatine d'occhio ed esperienze. Ma faranno incursioni, più o meno discrete, nel film anche: il mito dell'eterno ritorno di Nietzsche anche nella versione “blockbuster di fantascienza hollywoodiani”; le dense armonie settecentesche di Georg Friedrich Haendel e Johann Pachelbel e il rock; lo stile e le tecniche di recitazione europee e americane; i paparazzi “assassini” e lo star system preadolescenziale di oggi e di Eva contro Eva (ovvero come scalzare dal loro piedistallo i grandi maestri e prenderne il posto, e viceversa, come impedire alle giovani generazioni di ripetere gli stessi errori di presunzione, arroganza e cinismo delle precedenti). Wenders, Fassbinder e Herzog e perfino un classico muto del filmaker tedesco, poi nazista, Arnold Frank, pioniere del cinema di montagna. 

Nel 1924 Arnold Frank filmò Le phenomène nuageux de Moloja: 14 minuti  (ne restano 9) sul famoso “serpente di nuvole” che si forma in Engadina, durante l'autunno, sul colle Maloia, per l'aria umida che si alza dai laghi italiani e avanza sulle Alpi disegnando un lungo pitone che striscia nell'aria. Girato quasi tutto tra l'Alto Adige e le Alpi svizzere, e racchiuso tra il fenomeno filmato nel 1924 e  lo stesso fenomeno filmato a colori da Assayas per l'occasione, infatti, Sils Maria racconta la storia di una attrice, Maria Enders (Binoche), diventata famosa a 18 anni per aver interpretato a teatro il ruolo di Sigrid, ambiziosa e affasciante ventenne disposta a tutto per il potere, che conduce al suicidio la più matura Helena, che le si mette naturalmente di traverso. Una tragedia d'ufficio. 

Vent'anni dopo Maria Enders è stuzzicata dalla possibilità di tornare a solcare le scene, interpretando proprio il ruolo della suicida, Helena. “Lo faccio? Non lo faccio? Siccome devo tutto all'autore di quel dramma, che poi fu il film che mi lanciò, lo farò”....Il film racconta la lunga marcia di avvicinamento a quel testo e a quel ruolo così ostile, scritto da un drammaturgo amato e appena morto, Wilhelm Melchior,  l'ambiguità nell'interpretazione dei due personaggi, complessi e ricchi di sfumature e intenzioni, l'incrocio di sensibilità tra attrice matura e attrice giovane e tra Marie e la sua collaboratrice segretaria, Valentine (Stewart) che studiano insieme il copione, nello chalet incantato dell'Engadina, prestatole dalla vedova di Melchior (Angela Winkler che, assieme a Hans Zischler, segna il passaggio non casuale, nel film, del “nuovo cinema tedesco”). 

Il film si può anche interpretare come un tributo commuovente a chi restò fedele per tutta la vita all'adolescenziale modo di intendere il mestiere di produttore cinematografico come colui che mette caos nell'ordine. All'anarchico pestifero (qui coproduttore tedesco per la Pandora) Karl Baumgartner. Detto Baumi. Morto poco tempo fa e che ha lasciato un vuoto incolmabile nel cinema europeo di ricerca e sperimentazione di altri piaceri.

Cannes a Roma e Milano. I disperati di Montreal, ovvero l'Adhd, e come sopravvivere nell'epoca dell'eccitazione. "Mommy" di Xavier Dolan, il ragazzo prodigio del Quebec.


Roberto Silvestri


Per attirare l'attenzione “totale” della mamma, diventata vedova troppo giovane, per fare in modo che lei si occupi sempre e solo di lui, cose mai può escogitare un teenager gravemente traumatizzato dalla perdita del padre e da una complessa patologia? E se mentre canta al karaoke un'hit di Andrea Bocelli vede che un probabile fidanzato le sta mettendo le mani addosso nel buio locale cosa potrà inventare per fermarlo? Cosa accadrà?

Dopo avere realizzato un'opera prima dal titolo J'ai tué ma mere ecco che lo stesso regista vendica, rendendole un omaggio non estetizzante, non grafico, ma esistenziale, carnoso, la figura e il ruolo di tutte le mamme del mondo.

Antonine Olivier Pilon, nel film Steve
Quinto film in 5 anni, diretto in formato 1:1 (cioé a quadrilatero, e non a rettangolo) dal prolifico canadese del Quebec Xavier Dolan, 25 anni, ragazzo prodigio, beniamino delle competizioni internazionali, Mommy (Mamma), è stato trionfalmente accolto a Cannes (ed è stato premiato), sia per la trovata dell'immagine di tipo i-phone verticale, sia per la tonalità calda e fiabesca della luce (di Andrè Turpin), per i rosa e gli arancioni che adornano, come fosse una commedia hollywoodiana, una storia di handicap e di “perdenti”, che in genere costringono ai clichés del look miserabilista, che più è aspro più è artistico. La tregedia Elephant di Gus Van Sant, un film adorato da Dolan, ci fece lo stesso effetto cromatico squilibrante grazie alle luci usate da Haris Savides per dipingere una banlieu “tranquilla” bella e calda come questa...

la mamma di "Mommy"
Ma la qualità speciale del film di Dolan risiede anche nelle performance degli attori, prima di tutto di Anne Dorval e Suzanne Clement, attrici di punta della factory Dolan, e qui in particolare stato di grazia, quasi icone gay, per eccentricità imprevista ed energia auto-rinnovabile. Sono loro le mamme del titolo. Infatti ce ne vogliono almeno due, un po' latine nella gestualità, anarcoidi nella testa e un po' frigide nel gioco di sguardi, per star dietro a una possente, indomabile macchina narcisista senza freni come quella di Steve Despres (la bionda forza della natura Antoine Olivier Pilon), anfetaminico adolescente malato di Adhd, deficit di attenzione e disordine mentale causato da iperattività. 

Il regista Xavier Dolan
Un disturbo comportamentale caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che impedisce un apprendimento ottimale anche perché in genere coesiste con altri disturbi e causa depressioni, ossessioni, compulsioni, disturbi bipolari. Non si riesce mai a star fermi, si giocherella continuamente con le mani e con i piedi, non si sta facilmente seduti sulla sedia per troppo tempo, si corre, ci si arrampica, ci si comporta come azionati da un motore interno, non si ascolta chi ci parla, ma contemporaneamente si parla continuamente, non si può aspettare il proprio turno, si risponde prima della domanda. Interrompere la conversazione e interferire nelle comunicazioni è un dovere….Uscirà il 26 giugno nelle sale un documentario italiano diretto da Stella Savino proprio su questo disturbo, dal titolo Adhd, rush hour.  

mamma e figlio
Steve, tra momenti di violenza improvvisa e di dolcezza imprevista, sempre iperattivo e logorroico, vive nei suburbi di Montreal. Invece di essere affidato a un istituto specializzato, come la legge canadese garantirebbe, viene tenuto in casa, educato, coccolato, rimproverato, assistito in tutti i modi possibili e immaginabili dalla mamma Die, addetta alle pulizie, e da una amica, Kyla, l'enigmatica dirimpettatia, la tipica signora della porta accanto della mitologia hollywoodiana, ex insegnante, poi emarginata per una grave forma di balbuzie, che diventa la maestra di quel ragazzo difficile, forse per sfuggire alla routine della carcerazione domestica. Ci sarà infatti da divertirsi,  non senza gravi momenti di difficoltà, paura e imbarazzi, con quel ragazzo così impulsivo e violento. La missione impossibile di Kyla sarà: farlo accettare nel glorioso Juillard Institute, il tempio artistico di New York. Quella di Die è trovarsi un compagno che la possa aiutare per quadrare il bilancio. Il che è ancora più complicato, visto che il tempo a disposizione per le cenette romantiche è striminzito e Steve vigila...

Tutta la troupe a Cannes 2014
Il formato “stretto” dell'immagine aggiunge inquietudine e pericolo alle performance, quasi cassavetesiana, del trio, non controllando lo spazio circostante lo spettatore è sempre in ansia e in stato d'allarme. Quel coltello che il ragazzo ha preso che fine ha fatto? E il regista gioca sadicamente con lo spettatore, quasi sbeffeggiandolo, quando allarga, succede un paio di volte, l'immagine sia a destra che a sinistra, portandola fino al sontuoso Panavision a cui siamo tutti abituati. Lo fa quando il desiderio di happy-end, nel pubblico, diventa tossico, da dipendenza blockbuster. E' una bella tirata contro le cattive abitudini dello spettatore, contro un brutto sentimento (anche secondo Mario Monicelli), la speranza, e contro un certo tipo di fiaba che non riconosce l'happy end  se non per un certo tipo di vincitori.

“La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare - ricordava Monicelli prima di morire, già prefigurandosi l’effetto Renzi che sulla speranza gioca - è una parola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda”. Questi tre combattenti non smettono invece mai di lottare. Perfino con la camicia di forza. E il regista gli rende onore, al di là degli inconvenienti che derivano dalla loro classe sociale o dalle etichette che si impongono ai più che normali, diversamente belli.


lunedì 2 giugno 2014

Verso i mondiali. Ricordando Paulo Cesar Saraceni e Mané "uccellino tropicale" Garrincha......


di Roberto Silvestri 

E' proprio come gesto comico "puro", che il calciatore Amarildo e lo storico del calcio Claudio Mello e Sousa riassumono la qualità chapliniana e da Marx brothers del dribbling di Mané Garrincha, asso del Botafogo, l'uomo che regalò al Brasile i suoi primi mondiali di calcio, nel '58 e nel '62. 

Buffo, la maglia del Botafogo è bianca e nera a strisce verticali. Copiata dalla Juve, che stava nascendo proprio mentre il filosofo Friedrich Nietzsche gironzolava nella piazza del teatro Carignano... 

Garrincha che, in cambio della coppa Rimet quasi definitivamente strappata a tedeschi e italiani dopo l'uno due 1958 in Svezia e 1962 in cile, non volle accettare la villa offertagli dal governatore dello stato di Rio, regalo previsto per tutti i giocatori verde-oro vincenti, ma pretese che si liberasse, e subito, un uccellino che era lì in gabbia, nelle stanze dei potenti. 

Lui che, nato poverissimo, vero nome Manoel Dos Santos, veniva soprannominato garrincha, cioé "uccellino tropicale",  un passerotto che si chiama anche cambaxirra, nomignolo che gli resterà incollato per tutta la vita, perché si muoveva con due gambe che non sapevi se fossero due gambe destre o due gambe sinistre. I medici analizzarono a lungo quelle gambe, e quel ginocchio che non aveva eguali. Molte idee di spostamento vacillante gliele dava anche l'alcool e la droga. Non sempre fa male. Dipende dalle persone, no? Se avesse dato retta ai medici, poi....

Garrincha e Nilton Santos
"Questo ragazzo non potrò mai giocare a calcio"...etc. ” E scrivevano nei referti: "…il giovane è affetto da un leggero strabismo, ha la spina dorsale deformata, uno sbilanciamento del bacino, sei centimetri di differenza in lunghezza tra le gambe; il ginocchio destro affetto da varismo mentre il sinistro da valgismo nonostante un intervento chirurgico correttivo. Per via di tale malformazione — dovuta probabilmente alla poliomielite o alla malnutrizione — il giovane Manoel Francisco dos Santos è dunque dichiarato invalido, e gli è assolutamente sconsigliata ogni tipo di attività fisica agonistica, come il calcio”.
A 12 anni lascia la scuola. A 16 entra in fabbrica (tessile). Dribla capetti, orari di lavoro e tempi di produzione. E' già una avanguardia di lotta. Non sopporta la disciplina e lo sfruttamento. Ma diventa l'idolo della squadra aziendale. E quando lo licenziano per giusta causa  (rifiuto totale del lavoro salariale) viene chiamato al Cruzeiro do Sul di Petrolis e, dopo un anno gioca nel Serrano. Il sui dribbling diventa leggenda. Ne sa qualcosa Nilton Santos che se lo trova contro per un provino al Botafogo.....
 
Ed ecco che anche con il mostro sacro usa la sua finta vincente: sempre la stessa azione, dribbling sul sinistro "sciancato" della sua gamba poliomelitica, scambio destro-sinistro e partenza col destro a evitare l'intervento del difensore che finiva regolarmente per farfalle o con il culo per terra. Poi il cross dal limite e qualche anno dopo Zagalo, Amarildo o "Vavà Didì, Pelé" a mettere dentro. Senza fare nulla. Aspettando. Non che col tiro se la cavasse male. 232 gol in 581 partite. Con Pelè al fianco la nazionale del Brasile epoca 1958 1962 e oltre non perse mai. 35 vittorie e 5 pareggi.

Perché Garrincha era il calcio. Inteso come hobby, puro divertimento, non professione "da fabbrica". Tra una danza e l'altra. Agli altri, anche ai tifosi avversari, non si poteva certo negare il piacere di vederlo divertirsi con la palla. Quasi gratis. Morì poverissimo come un barbone.
 

Presentato e fortemente voluto dal produttore Marco Giusti, che lo ha finanziato per Raidue, è arrivato in Italia al festival di Torino 2001 ed è stato programmato in tv (speriamo che lo facciano rivedere) il lungo documentario Garrincha, firmato dall'ex calciatore del Fluminense e "stil novista" Paulo César Saraceni, origini italiane e per tanti anni in Italia, amico di Sandro Franchina e di Marco Bellocchio. Che lo ha voluto realizzare, anche in omaggio al collega del "cinema novo" Joaquim Pedro de Andrade, come un sequel di Garrincha: Alegria do povo.  

Molte immagini sono dello stesso direttore della fotografia, Mario Carneiro. I materiali di repertorio sono stati scovati negli archivi brasiliani e italiani. Le testimonianze dei grandi giocatori del passato e di storici del calcio (Nilton Santos, Vavà, Amarildo, Alfonsinho, Claudio Mello e Sousa) replicano le interviste di Joaquim Pedro de Andrade ai colleghi dell'epoca d'oro, Zagallo, Jairzinho e Manga. 

Il regista Joaquim Pedro de Andrade
Ma qui non si parla solo della provenenza povera, delle origini operaie (e piuttosto indocili in fabbrica) e dell'ascesa di un mito calcistico assoluto, come nel film di de Andrade. Ma anche dell'improvvisa caduta e della morte prematura, a 50 anni, colpa della cirrosi epatica, nel 1983, della più grande ala destra del secolo scorso.

il regista Paulo Cesar Saraceni
Garrincha, dopo il ritiro dai campi di gioco, cercò, proprio in Italia, di "rinascere" come accompagnatore della sua adorata seconda moglie, una star del samba, Elsa Soares, sfiorando la "dolce vita" romana ma, messo in secondo piano, sprofondò via via nella disperazione più totale. 

Il film dunque è un po' schizzato, diviso in due, e i materiali di repertorio italiani, dal Musichiere ai programmi di Renzo Arbore, e le testimonianze (di Bracardi, Bardotti, Minà...) fanno un po' la figura di Garzena, Emoli, Cervato e Colombo quando erano ubriacati dall'idolo del Maracanà, dall'antenato di Donizete. Pensiamo a Mario Riva e al suo spiritosissimo spagnolo maccheronico usato per salutare a distanza Altafini (che lui chiama Mazzola) e compagni...